Contenuti del blog

Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


venerdì 11 giugno 2010

… lo sollevò sulle sue ali …

Pensieri in libertà di un vecchio rompiscatole

(Parte prima, pagg 26 - 31)

(segue La fede e il peccatore)

Per avere una conferma di questo atteggiamento di Gesù, prendiamo in esame la parabola detta del "Figliol prodigo" (1) che ormai sono molti a chiamare come la parabola del "Padre prodigo": "Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. Partì e si incamminò verso suo padre. Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l'anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato»." Nella narrazione della parabola man mano che si tratteggia la figura del padre, il lettore è invitato a scoprire il volto di Dio, quello manifestato da Gesù nel suo insegnamento e nelle sue opere. "Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze". E' bene ricordare fin dall'inizio queste indicazioni che dà l'evangelista, perché spesso nel commento della parabola rischiano di essere dimenticate. Il figlio minore ha chiesto: dammi la mia parte di eredità ed il padre, secondo il diritto dell'epoca, non si è limitato a dare la sua parte di eredità al figlio minore, ma ha dato anche la parte di eredità al figlio maggiore che riceveva il doppio dei beni che andavano al figlio minore. Il padre riserva a sé una parte fintanto che è in vita, parte che comunque andrà al figlio maggiore alla sua morte. "Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose", quindi avuto il tempo di convertire questo patrimonio in moneta contante, "partì per un paese lontano", dove "paese lontano" è un espressione che spesso nella Bibbia indica un paese pagano: non solo abbandona il padre, ma abbandona anche il suo Dio, va in luoghi con altre divinità, "e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto.". Questo ragazzo è molto infantile, è uno che non ci sa fare. A casa del padre aveva potuto raccogliere tutto, appena fuori disperde tutto: la fretta con la quale è riuscito ad ottenere l'eredità dal padre è la stessa con la quale poi, l'ha dissipata. Qui c'è la prima denuncia dell'evangelista: se le persone puntano tutto sul denaro, sull'avere, quando non hanno più denaro, quando non hanno più niente non esistono più come persone; è quello che succede a questo ragazzo. "Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno." Il ragazzo ha puntato tutto sui soldi: una volta che i soldi non ci sono più si trova non solo a non avere niente, ma ad essere lui stesso un niente. E' ancora una volta la vittima di "mammona", un'espressione strana che c'è nei Vangeli e che va spiegata. Nella lingua ebraica le parole vengo scritte con le sole consonanti, senza le vocali: se quindi togliamo a mammona le "a" e la "o", le consonanti che rimangono "mn", risultano essere della stessa radice da cui proviene una parola che diciamo quotidianamente e che conosciamo: amen. Amen e mammona hanno la stessa radice; amen significa "è certo", "è sicuro", quindi "sono d'accordo". Da questa radice deriva il termine mammona, ciò che dà sicurezza, che dà certezza alle persone, cioè il denaro. Quindi mammona è quel che dà sicurezza nella propria esistenza. Quando abbiamo tanto denaro ci sentiamo sicuri. Per Gesù, mammona è un idolo che divora e distrugge tutti quelli che gli rendono culto; il culto al denaro distrugge le persone, è un dio insaziabile perché le persone, più denaro accumulano, più si sentono nella necessità di averne ancora, non si saziano mai. "Allora andò e si mise a servizio" – lui, che era un signore a casa del padre, è costretto ad andare a mettersi al servizio; ha lasciato il padre ed ha trovato un padrone - "di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci.". È il massimo del degrado: nel libro del Levitico è proibito, in Israele, allevare e mangiare il maiale, perché il maiale è un animale che è ritenuto impuro. Quest'uomo ha raggiunto il massimo del degrado: sta all'estero, ha abbandonato il suo Dio, da padrone che era in casa di suo padre è andato a fare il servo, ma il servo più infimo che ci sia, un pastore di porci, in una condizione di costante impurità. "Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava". E' ormai un animale, trattato davvero come una bestia, al punto che invidia i porci che almeno mangiano, mentre lui non ha neanche da mangiare. A questo punto i morsi della fame lo fanno rinsavire. "Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame!" Questa parabola viene presa spesso a modello di pentimento: nulla di tutto questo. L'evangelista è chiaro: questo ragazzo decide di tornare alla casa paterna non perché gli manca il padre, ma perché gli manca il pane. Questo ragazzo non sta pensando al dolore del padre, a quello che ha provato come conseguenza del gesto del figlio; non è sfiorato dal pensiero del pentimento. Il suo comportamento è dettato dai morsi della fame: qua muoio di fame; a casa mia mangiavo. C'è una frase che mostra come il padre fosse una persona generosa: "... i salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza …". Il datore di lavoro di questo ragazzo, invece, è una persona che non gli dà neanche da mangiare. Il padre non tratta così i servi: i servi del padre abbondano di pane. Ciò che fa rinsavire questo ragazzo non è il pentimento ma è il tornaconto personale e quindi dice: "… Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo" cioè contro Dio, "e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio". – secondo il diritto ebraico, una volta ricevuta la sua parte di eredità ed allontanatosi dalla casa paterna, si decadeva dalla condizione di figlio – "Trattami come uno dei tuoi garzoni." Il ragazzo prepara questo discorso per poter essere accolto dal padre; in esso non c'è nulla che esprima il dolore o pentimento per l'atto compiuto nei confronti del padre, ma solo il suo tornaconto: "… Partì e si incamminò verso suo padre." Ora dobbiamo prestare la massima attenzione perché l'evangelista descrive l'atteggiamento del padre con una serie di atti che hanno un significato profondo per noi perché descrivono l'atteggiamento di Dio nei confronti dell'uomo peccatore (e non del peccato). "Quando era ancora lontano il padre lo vide". Il fatto che il padre lo vede da lontano significa che il padre, pur rispettando la libertà del figlio, non aveva perso la speranza di un suo ritorno, continuava ad aspettarlo. ".. e commosso …", sarebbe più corretto tradurre: ne ebbe compassione; avere compassione è un termine che indica l'azione di Dio che restituisce vita, laddove vita non c'è. L'azione del padre nel vedere il figlio non è una visione di una persona irata, di una persona indignata, ma è una compassione che si traduce in trasmettere vita dove vita non c'è. " .. e commosso gli corse incontro ": questo, per un ebreo di 2000 anni fa, è inaudito. Nel mondo orientale non esiste la fretta come nel nostro mondo occidentale; il tempo è valutato in maniera differente: non si corre mai, non si ha mai fretta e l'atteggiamento del correre è un atteggiamento di grave maleducazione; è disdicevole e disonorevole per una persona sposata. Un uomo sposato, un padre non corre mai: una persona che corre va incontro al disonore. L'evangelista ci sta dicendo che restituire l'onore al figlio disonorato per il padre è più importante che mantenere il proprio onore. "… gli corse incontro, gli si gettò al collo lo baciò". Chiunque di noi, di fronte ad un figlio che ha dimostrato un comportamento così sbagliato, avrebbe reagito diversamente; l'istinto di dagli due ceffoni sarebbe stato il sentimento prevalente. Il padre ha invece un comportamento di accoglienza affettuosissimo. L'evangelista si rifà al primo grande perdono che c'è nella storia biblica, contenuto nel libro del Genesi, riguardante anch'esso una squallida storia di eredità: il perdono che Esaù ha avuto nei confronti di Giacobbe. Giacobbe, figlio minore, approfittando del fatto che il padre Isacco era anziano e che oramai non ci vedeva più bene, si traveste da fratello maggiore, da Esaù. Esaù era una persona molto pelosa e allora lui si mette dei peli addosso e carpisce, ruba, al padre la benedizione che consisteva nel dono della eredità. Quando arriva Esaù e viene a sapere che il fratello Giacobbe gli ha rubato l'eredità, succede un finimondo: Esaù prende un gruppo di persone armate e va all'inseguimento del fratello che nel frattempo era scappato. Quando Giacobbe vede da lontano Esaù, che lo insegue con 400 cavalieri, pensa è arrivata la fine. Invece Esaù corre incontro a Giacobbe, gli si getta al collo e…..e lo bacia (2): il bacio è l'espressione del perdono. Gesù, con questa parabola e con tutto il suo insegnamento, ha dimostrato che il perdono viene concesso prima che venga richiesto: il perdono precede ed eventualmente è causa del pentimento, ecco perché Gesù dice che ha portato a compimento la speranza dell'Antico Testamento. Il figlio tenta di recitare il discorso che si è preparato, ma il padre lo ferma. Con il bacio lo ha già perdonato. Non importa per quale motivo sei tornato, non importa quello che hai fatto: guarda come ti volevo e ti voglio bene. Il figlio è interdetto, ha ancora timore: ".. Il figlio gli disse", cerca, ma non ci riesce, di dire al padre quell'atto di dolore che si era preparato; il padre non lo lascia terminare e soprattutto non gli permette quell'espressione: trattami come uno dei tuoi salariati. Il figlio è incredulo di fronte all'atteggiamento del padre che non lo rimprovera, non gli mostra la sua ira e il suo sdegno, ma lo perdona prima che il figlio chieda perdono. Il padre gli tappa la bocca e "… disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo " , Gesù sta descrivendo il modo con cui Dio concede il perdono all'uomo nel peccato e di conseguenza come deve essere il perdono per tutti i cristiani: ora compie l'azione più importante, restituire vita, amore, dignità e libertà a questo figlio che aveva perso tutto. L'atto di rivestirlo non è dovuto alle condizioni in cui doveva trovarsi oggettivamente il figlio e quindi il padre gli ha fatto fare il bagno e lo ha rivestito; l'atto ha un significato ben più alto perché la veste era una onorificenza che nella Bibbia significava il ripristino della dignità perduta. L'evangelista si rifà all'Antico Testamento: Giuseppe, in Egitto, per colpa della moglie di Putifarre, era stato messo in carcere. Quando finalmente viene riconosciuta la sua innocenza il faraone lo chiama e, scrive l'autore, lo rivestì di abiti di lino finissimo: ecco ti restituisco quella dignità che avevi prima. (3) Il perdono di Dio è caratterizzato dalla restituzione dell'onore, della dignità; ciò che segue per la nostra mentalità sarebbe una pazzia, ma è la pazzia dell'amore di Dio: "...mettetegli l'anello al dito…". L'anello non era un semplice monile, ma era l'equivalente della nostra carta di credito e del libretto degli assegni. Era un anello con impresso il sigillo del casato che serviva per fare gli acquisti, per fare le compere. Anche qui c'è un richiamo all'Antico Testamento, al libro di Ester, dove un economo era stato accusato e gettato ingiustamente in prigione. Quando viene riammesso a corte ".. il re si tolse l'anello che aveva fatto ritirare ad Amàn e lo diede a Mardocheo. Ester affidò a Mardocheo l'amministrazione della casa che era stata tolta ad Amàn" (4). Dare l'anello a questo ragazzo è qualcosa di folle perché è come dargli l'amministrazione della casa: questo è un immaturo che in poco tempo ha sperperato tutto quanto, è un incapace che ha dimostrato di non avere nessuna competenza nell'amministrazione e il padre è tanto pazzo da mettergli in mano l'amministrazione della casa. Qui siamo veramente lontani dalla mentalità umana; Dio veramente ragiona secondo metri che non ci appartengono: Il padre con questo gesto dice, è vero che hai combinato un disastro, ma io ho tanta fiducia in te che non ti do solo i tuoi beni da amministrare, ma sei l'amministratore di tutta la casa. Il perdono di Dio comporta quindi non solo la libertà, la dignità ma anche la piena fiducia; ma vi è ancora un gesto: ".. e i calzari ai piedi". Nelle case dell'epoca di Gesù i servi andavano tutti scalzi: gli unici che potevano portare i sandali erano i padroni di casa. Il padre gli sta dicendo: tu volevi essere ammesso qui come un servo; invece tu sei il padrone. "Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa.". Non c'è persona che viva una situazione di peccato, una situazione di lontananza da Dio, una situazione di discriminazione, di emarginazione, alla quale non possa giungere questa buona notizia: l'amore di Dio è rivolto a tutti e, soprattutto, l'incontro dell'uomo peccatore con Dio non è mai umiliante. Il padre non ha chiesto al figlio: che cosa hai fatto, il padre gli ha tappato la bocca e gli ha detto: senti quanto ti voglio bene. Entra ora in scena il vero protagonista della parabola, il figlio maggiore; Gesù l'ha raccontata proprio per gli scribi ed i farisei, ma anche per noi che spesso ci comportiamo verso gli altri peggio degli scribi e dei farisei. "Il figlio maggiore …": qui il riferimento dell'evangelista non è tanto all'età, ma a tutti quelli che si credono superiori o, peggio ancora, santi; nella figura del fratello maggiore Gesù raffigura tutte quelle persone che si arrogavano il diritto di essere i giudici degli altri. "… si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze …". Secondo la mentalità di questo figlio la casa doveva essere in lutto; se da lontano sente la musica e le danze, la ragione della festa non poteva essere che una: il ritorno del fratello. Lui si sente "per bene", non come suo fratello minore; non può entrare nella stessa casa dove si fa festa per un "depravato"; "… chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò". Che descrizione tremenda che l'evangelista fa delle persone che si ritengono nel giusto! Per loro la casa del Padre è la casa di seriosità; che nella casa del Padre ci possano essere musiche e danze, non è concepibile! Mi ricorda un cardinale che, alcuni anni fa, voleva vietare ad alcuni popoli dell'Africa Occidentale di dimostrare il proprio amore per Cristo ballando davanti all'altare! "Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare ". Per il fratello maggiore è intollerabile che il padre accolga e festeggi il fratello che si è comportato così male, senza imporgli un minimo di penitenza. "Il padre allora uscì a pregarlo". Il padre non lo manda a quel paese; io lo avrei fatto. Con questo figlio il padre dimostra lo stesso amore facendo un atto incredibile: non si impone con l'autorità paterna, ma lo prega. "Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici". Per valutarle queste parole occorre ricordare che il padre ha diviso il suo patrimonio tra i due figli. Al figlio maggiore ha dato il doppio del figlio minore, ma allora perché dice: non mi hai mai dato neanche un capretto? "Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo ". Scopriamo ora cosa ha impedito a questo figlio di godere delle cose del padre: lui in realtà non ha un rapporto con un padre, ha un rapporto con un padrone: ti servo, seguo i tuoi comandi, attendo la ricompensa. Guardiamoci intorno, perché queste sono parole preziose per noi: chi, nel rapporto con Dio ha il rapporto di un servo nei confronti di un padrone, e per di più lo considera un padrone esigente, non arriverà mai a godere delle cose di Dio. "... ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato." L'incontro dell'uomo peccatore con Dio si traduce in una festa. E' questo lo scandalo che non sopportano gli scribi e i farisei, e tutti i farisei di tutti i tempi. Tra di noi sono pochi che accettano che Gesù, quando incontra un peccatore, invece che, dopo averlo perdonato, invitarlo a fare penitenza, a mettere giudizio, fa una festa. Quando un peccatore accenna a ritornare al Padre, è il Padre che prende l'iniziativa e gli corre incontro perché non vede l'ora di restituirgli l'onore, la fiducia, la libertà e la dignità. E per gli altri, i perfetti, le persone per bene? Per gli altri Gesù ricorda: non c'è da essere invidiosi per l'amore del Padre per i peccatori, ma c'è bisogno di mettersi in sintonia con questo amore e rallegrarsi, ricordando che l'amore di Dio non va meritato, ma va accolto. Dio non vuole bene agli uomini perché sono buoni, ma perché Lui è buono.

Note: 1. Lc 15, 11-32 - 2. Gn 33,4: "Ma Esaù gli corse incontro, lo abbracciò, gli si gettò al collo, lo baciò e piansero". - 3. Gn 41,42 "Il faraone si tolse di mano l'anello e lo pose sulla mano di Giuseppe; lo rivestì di lino finissimo e gli pose al collo un monile d'oro". - 4. Est 8, 2-3.

venerdì 4 giugno 2010

… lo sollevò sulle sue ali …

Pensieri in libertà di un vecchio rompiscatole

(Parte prima, pagg 20 - 25)

La fede e il peccatore

Volutamente ho intitolato questo capitolo "La fede e il peccatore" e non "Fede e peccato" perché per Gesù non esiste il peccato in quanto tale, esistono solo peccatori da amare. Iniziamo la nostra riflessione con un brano di Marco, capitolo 2 versetti 13-17: "Uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli li ammaestrava. Nel passare, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Egli, alzatosi, lo seguì. Mentre Gesù stava a mensa in casa di lui, molti pubblicani e peccatori si misero a mensa insieme con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano. Allora gli scribi della setta dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: «Come mai egli mangia e beve in compagnia dei pubblicani e dei peccatori?». Avendo udito questo, Gesù disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori»." "Uscì di nuovo lungo il mare…" Colui che legge, o che traduce, o che studia i Vangeli, deve stare attento alle indicazioni che l'evangelista mette; queste indicazioni sono una chiave di lettura per l'esatta interpretazione del testo. Per esempio, qui dice: uscì questa volta, lungo il mare. Chi conosce la geografia della Palestina, pensa che Gesù sia andato lungo il mare Mediterraneo, l'unico mare che esiste in zona, poi invece dal contesto si comprende che è il lago di Galilea. Perché Marco non ha scritto che questo è un lago, e non è il mare? Il mare nella tradizione ebraica, è il luogo dal passaggio dalla schiavitù alla libertà, il passaggio del mar Rosso. Inoltre il mare delimitava il confine al di la del quale vi erano i popoli pagani. L'evangelista ci sta dicendo che tutta l'azione di Gesù è un passaggio verso la libertà, intendendo però che la libertà non risiede nella terra di Israele, la libertà sta nel mondo pagano: soltanto chi ha il coraggio di lasciare l'istituzione religiosa ed andare dai maledetti da Dio (così erano considerati i pagani), trova la libertà. Tutta l'azione di Gesù, quindi, è proiettata verso questo passaggio, che và verso la libertà. "… tutta la folla veniva a lui …" La gente era depressa, era sottomessa da anni, da secoli d'insegnamento religioso, ma non aveva mai spento quel desiderio di pienezza di vita, che ogni individuo portava in sé. Nonostante l'oppressione del sistema religioso, il desiderio di pienezza di vita delle persone, non è stato soffocato e quando sentono formulare il messaggio di Gesù, le persone rinascono. "… ed egli li ammaestrava …". L'insegnamento di Gesù consiste nell'aprire gli occhi alla gente, "Dio non è quello che vi è stato insegnato, quello che avete creduto, quello del quale voi avete avuto paura, Dio è completamente diverso". Tutto ciò Gesù, non solo lo insegna, ma lo dimostra nella pratica! "Nel passare, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte …". Nel vangelo di Marco e di Luca, questo personaggio si chiama Levi; la stessa persona, nel vangelo di Matteo (1), si chiama Matteo. Sappiamo che Levi e Matteo sono la stessa persona, ma sono presentati in diverso modo. Entrambi, sono individui esclusi da Israele, e sono chiamati, non per i loro meriti, ma per un dono gratuito. Marco e Luca lo chiamano Levi, perché secondo la Bibbia, quando le dodici tribù, sono entrate nella Palestina e l'hanno occupata, questa regione è stata divisa non in dodici parti, una per tribù, ma in undici; venne detto loro: siete esclusi, ma non emarginati, voi non avete la terra, perché siete al servizio del Signore. I Leviti, vivranno di sacrifici consumati nel fuoco per il Signore. Una maniera questa, pia e religiosa, di affermare che erano stati fregati in malo modo (2). Levi, quindi, rappresenta l'escluso, o meglio quello che la società considera escluso. Lo stesso personaggio nel Vangelo di Matteo si chiama appunto come l'autore. Matteo è la traduzione dall'ebraico Mattaj, che significa dono di Jahvè. L'evangelista con questo vuole sottolineare che la chiamata, la salvezza di Levi/Matteo, non avviene per i meriti di quest'uomo, che è un ladro, quindi un peccatore, ma viene come dono gratuito da parte di Dio. La linea teologica degli evangelisti è identica: sia Levi che Matteo rappresentano quelle persone escluse dalla società e dalla religione che Gesù reintegra nel regno di Dio. Questa è la prima volta, che Gesù si trova di fronte a un esattore delle imposte, meglio conosciuto con un altro termine: un pubblicano. I pubblicani erano persone che riscuotevano le tasse per conto del tetrarca di Galilea, Erode Antipa e naturalmente erano al servizio dei dominatori di allora, i romani. L'appalto di riscossione delle imposte consentiva loro di aumentarle a piacimento per incrementare i loro margini di guadagno; erano quindi considerati pubblici peccatori (ladri e traditori di Israele) ed esclusi dalla salvezza. Per un pubblicano non c'era possibilità di salvezza, neanche se un domani si fosse convertito. La legge (la Torà) prescrive, infatti, che un ladro, per essere perdonato, deve restituire quattro volte tanto quello che ha rubato (3). Un esattore delle imposte, che vedeva centinaia di persone, come faceva a trovare tutte le persone che aveva derubato? Questa persona, quindi, vive in una situazione di dannazione e anche se volesse non può più salvarsi. Gesù non vede attraverso categorie morali, non un ladro, un peccatore. Gesù guarda l'uomo, la persona, vede Levi di Alfeo. "… e gli disse: «Seguimi» …." Gesù non fa distinzioni, l'invito che qui sta facendo è lo stesso che ha fatto ai primi quattro discepoli che invitò a essere pescatori di uomini (4). Pescare un pesce significa tirarlo fuori dal suo ambiente vitale per dargli la morte. Pescare un uomo è il contrario, significa tirarlo via da ciò che gli da la morte per dargli la vita. Lo stesso invito fatto ai primi quattro, Gesù lo rifà a un peccatore, a un imbroglione, a un ladro. Gesù non attende che la persona si converta, per poi perdonarla e trasmettergli il suo amore. Gesù trasmette il suo amore e il perdono in anticipo, che poi la persona si converta, e rinasca, è un effetto che viene dopo. "… egli, alzatosi …" Il verbo greco che l'evangelista adopera per alzare, è lo stesso che usa per indicare la resurrezione di Gesù. Gesù distrugge il senso del peccato legato all'osservanza o meno della legge, alla trasgressione di questa o quella regola (sentimento che offuscava il vero significato di peccato), non per questo viene minimizzato il senso del peccato. L'uomo peccatore, la persona che imbroglia, la persona che ruba, la persona che sfrutta gli altri, vive in una posizione di morte, perché chi toglie agli altri toglie a se stesso. "… lo seguì." Per un esattore delle tasse il Talmud prescrive: l'esattore delle tasse è una persona impura. È impuro il suo vestito, è impura persino la bacchetta che usavano per ispezionare le merci; se un esattore delle tasse mette il suo piede dentro un gradino della tua casa, tutta la tua casa diventa impura. Tutta la casa impura significa che va ripulita con l'acqua bollente, e ricordiamoci che in quei tempi non c'era l'acqua corrente. Gesù non sottopone l'individuo peccatore e impuro a riti di purificazione, o lo obbliga a fare penitenza per il passato; al contrario, c'è da festeggiare il presente. Quando all'uomo che vive nel peccato gli si comunica il messaggio di Gesù, non c'è da fargli un processo, non c'è da imporgli cammini di purificazione, mortificazioni, penitenze. Non c'è da fare penitenza per il passato, ma da festeggiare il presente. In tutte le culture, anche nella nostra, ogni avvenimento si festeggia con un pranzo insieme, perché mangiare assieme significa scambiarsi vita. "Mentre Gesù stava a mensa in casa di lui …" La traduzione che fa la CEI, anche se esatta, non rende in maniera piena il vero senso della frase. Letteralmente la traduzione corretta è: "E avvenne, che mentre egli era sdraiato a mensa, in casa sua …". L'evangelista, sembra sbadatamente, ha omesso il soggetto. Non è naturalmente una dimenticanza, ma, è voluto: chi è "sdraiato a mensa a casa sua", è Gesù o Levi e la casa di chi è? Quando una persona segue Gesù, diventa uno con Lui, la casa è di tutti e due. Gesù e la persona diventano una sola cosa. Gesù, non assorbe le persone, ma, le potenzia; perché l'evangelista adopera il verbo sdraiato a casa sua? Durante i pranzi festivi, i signori (non la gente comune), mangiavano sdraiati su delle lettighe, poggiati su un gomito e con una mano si prendeva il cibo. Posizione questa abbastanza scomoda. Questo avveniva soltanto nel mondo dei signori, perché, se sei sdraiato, poi bisogna che ci sia qualche servo che ti serva. Il mangiare sdraiati veniva particolarmente fatto per la celebrazione del ricordo della grande liberazione, quella della Pasqua. Levi stava, quindi, sdraiato a mensa con Gesù che è il Signore (e tutti quelli che accolgono il suo invito diventano signori), a casa sua. Gesù invita una persona, che non ha sottoposto al rito di purificazione, a mangiare con lui. Immaginiamo che cosa succede: questa persona, che è ancora ritualmente impura, mettendo la mano nel piatto dove tutti si servono, tutti coloro che attingono e mangiano da questo piatto, diventano impuri . "… molti pubblicani e peccatori si misero a mensa insieme con Gesù e i suoi discepoli;" Aggiunge l'evangelista "molti pubblicani", cioè quelli della stessa categoria di Alfeo, "e peccatori, si adagiavano a mensa con Gesù". La breccia ormai è fatta, i pubblicani (in pratica tutta la categoria dei ladri e dei maledetti) e i peccatori (tutti coloro che non volevano, o non potevano vivere sottomessi alla legge), potremmo oggi tradurre con i miscredenti, vanno e si mettono a mensa con Gesù. "… erano molti infatti quelli che lo seguivano." Nonostante che Gesù faccia affermazioni che contrastano in modo stridente con quanto gli scribi insegnavano, erano molti che lo seguivano. Le parole di misericordia di Gesù sono più potenti delle parole di condanna dei salmisti e dei profeti (5). Il Dio di Gesù, invece, quando s'incontra con i peccatori, non li rimprovera, non li castiga, ma li avvolge con il suo amore e mangia con loro cioè gli comunica la sua stessa vita. Il momento d'incontro del peccatore con il Signore non è mai avvilente, ma sempre esaltante, arricchente, a misura della grandezza dell'amore del Padre. Gli scribi e i farisei, insegnavano: "il regno di Dio è pronto, però esistono i pubblicani e le prostitute, e a causa di loro il regno di Dio ritarda". Nel Vangelo di Matteo, scritto per una comunità ebraica, Gesù dice rivolto agli scribi e ai farisei: "le prostitute e i pubblicani, hanno già preso posto nel regno di Dio! Voi dite, che il regno di Dio ritarda, a motivo di questi peccatori, guardateli, stanno già a pranzo e voi siete rimasti fuori! (6)" Gesù dirà anche: molti da oriente e da occidente (cioè dalla terra pagana), verranno a sdraiarsi a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe, nel regno dei cieli (cioè nel regno di Dio), quelle categorie di persone, che voi dite escluse dal regno di Dio, guardate che sono già arrivati al dolce e voi invece siete rimasti fuori. Le parole dell'evangelista sono chiarissime: Gesù ci ha liberati, redenti da una situazione di paura e di terrore grazie al suo messaggio; pur tuttavia ci portiamo dietro, come un marchio di schiavitù, questa mentalità antica, condannata da Cristo. Questa mentalità riaffiora continuamente, fin dall'inizio della Chiesa (pensate alla lotta di Paolo con i giudaizzanti) e il processo di liberazione è difficile perché vi sono secoli di errori che pesano sulle nostre spalle. In questo brano di Vangelo, la mentalità contro la quale Gesù combatte si esprime attraverso scribi e farisei: "… dicevano ai suoi discepoli: «Come mai egli mangia e beve in compagnia dei pubblicani e dei peccatori?»." Perché mangia con i pubblicani e i peccatori il vostro maestro? Non stanno chiedendo, ma, denunciando! Non vanno a informarsi, ma vanno a emettere una sentenza! Guardate che il vostro maestro, mangiando con i pubblicani e i peccatori, contrae tutta la loro impurità: che razza di maestro è il vostro? Marco qui evidenzia la difficoltà della chiesa primitiva di superare i tabù religiosi giudaici(7). "Avendo udito questo, Gesù disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori»." Sarebbe bello se facessimo di questo versetto il punto di partenza della nostra vita. Ma il versetto , purtroppo, non è tradotto al meglio. Guardiamo la traduzione letterale dal greco: "Li udì Gesù e disse loro, non sentono bisogno del medico quelli che sono forti, ma, quelli che stanno male, non sono venuto ad invitare i giusti, ma i peccatori". Come si vede, Gesù non parla di sani e di infermi, ma parla di forti e questa parola in greco fa intendere quelli che hanno il potere, cioè i capi del popolo come indica Isaia (8). Quelli che stanno male, invece, nel libro del profeta Ezechiele (9) rappresentano il popolo, che è stato abbandonato dai suoi capi che pensano soltanto al loro interesse. Attraverso l'immagine tradizionale, del medico e degli infermi, Gesù, denuncia l'oppressione che soffre il popolo. Sono gli oppressi quelli, che sentono la necessità di un liberatore. Gli oppressori non solo non sono interessati a un liberatore, ma lo vedono come una minaccia ai propri interessi e al proprio prestigio. Gesù, manifestazione visibile dell'amore di Dio, non si concede come un premio, per la buona condotta ai giusti, ma si offre come forza vitale per i peccatori. Gesù definisce il peccato come una malattia, che impedisce all'uomo di essere completamente libero e vede il peccatore come una persona da guarire. Con Gesù l'attenzione si sposta dal peccato al peccatore.

Note 1. Mt 9,9 - 2. Deuteronomio 10,8-9: In quel tempo il Signore prescelse la tribù di Levi per portare l'arca dell'alleanza del Signore, per stare davanti al Signore al suo servizio e per benedire nel nome di lui, come ha fatto fino ad oggi. Perciò Levi non ha parte né eredità con i suoi fratelli: il Signore è la sua eredità, come il Signore tuo Dio gli aveva detto. - 3. Esodo 21,37: "Quando un uomo ruba un bue o un montone e poi lo scanna o lo vende, darà come indennizzo cinque capi di grosso bestiame per il bue e quattro capi di bestiame per il montone". Luca 19,8: "Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto". - 4. Marco 1,16-17: Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini». - 5. Salmi 138,19: Se Dio sopprimesse i peccatori! Allontanatevi da me, uomini sanguinari. Neemia 3,37: Non coprire la loro iniquità e non sia cancellato dalla tua vista il loro peccato, perché hanno offeso i costruttori. Salmi 36,38: Ma tutti i peccatori saranno distrutti, la discendenza degli empi sarà sterminata. - 6. Matteo 21,31: Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?. Dicono: «L'ultimo». E Gesù disse loro: «In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio.Matteo 8,11-12: Ora vi dico che molti verranno dall'oriente e dall'occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, men tre i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre, ove sarà pianto e stridore di denti». - 7. Galati 2,4: E questo proprio a causa dei falsi fratelli che si erano intromessi a spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, allo scopo di renderci schiavi. - 8. Isaia 1,23: I tuoi capi sono ribelli e complici di ladri; tutti sono bramosi di regali, ricercano mance, non rendono giustizia all'orfano e la causa della vedova fino a loro non giunge. - 9. Ezechiele 45,9: Dice il Signore Dio: «Basta, principi d'Israele, basta con le violenze e le rapine! Agite secondo il diritto e la giustizia; eliminate le vostre estorsioni dal mio popolo. Parola del Signore Dio». - 10. Lc 15, 11-32

giovedì 27 maggio 2010

… lo sollevò sulle sue ali …

Pensieri in libertà di un vecchio rompiscatole

(Parte prima, pagg 13- 19)

Religione e fede Abitualmente si usa denominare le religioni che credono in un unico Dio, le religioni monoteiste, come religioni del libro. Questo perché l'ebraismo, l'islam e il cristianesimo hanno un libro nel quale è espressa la volontà di Dio. Ma quella di Gesù può essere definita anch'essa una religione del libro? La risposta è no, anche se la Bibbia è fondamentale per alimentare ed indirizzare la nostra fede, perché quella di Gesù non è una religione, e tanto meno, quindi, è una religione del libro. Infatti per religione si intende quell'insieme di atteggiamenti, di comportamenti che l'uomo ha nei confronti di Dio o che l'uomo deve fare nei confronti di Dio. Nella religione ciò che l'uomo ottiene da Dio è frutto del merito maturato con le azioni. Attenzione, però: da questo ne conseguirebbe che il cristianesimo non è diverso da altre religioni; questa constatazione, questa conclusione ha portato al sincretismo odierno, così aspramente combattuto da papa Benedetto XVI. Al contrario il messaggio di Gesù, e soprattutto la sua persona e la sua vita, non può essere catalogato dentro la categoria della religione perché Gesù in maniera inedita, in una maniera talmente nuova, che noi, dopo 2000 anni facciamo ancora una fatica immensa a percepirne l'ampiezza, Gesù dicevo, ha proposto una relazione con Dio completamente diversa. Con Gesù incominciano a contrapporsi due linee che sono una opposta all'altra. La linea portata avanti da Giovanni Battista era una linea rivolta a Dio. Con Gesù, c'è un cambio di rotta, con Gesù la linea è rivolta verso l'uomo. Mentre l'obiettivo della spiritualità della religione ebraica era Dio, con Gesù l'obiettivo non è più Dio, ma è l'uomo. Con Gesù inizia la fede: la fede non è il dono di Dio agli uomini. La fede è la risposta degli uomini al dono d'amore che Dio fa a tutti quanti, Se ne ha la prova nel Vangelo di Luca quando Gesù purifica dieci lebbrosi (1). Uno soltanto torna indietro e, guarda caso, era un samaritano; oggi diremmo, un extracomunitario. Tutti sono stati guariti, ma soltanto di colui che torna indietro Gesù dice: la tua fede ti ha salvato; la fede non è un dono di Dio agli uomini, ma, al contrario, è la risposta degli uomini al dono di Dio, un dono di Dio che fa a tutti quanti senza distinzione di meriti. Questo cambio di rotta non è stato indolore. Giovanni il Battista ha riconosciuto in Gesù l'atteso, il messia. Giovanni aveva presentato una immagine dell'uomo tutto rivolto verso Dio, un Dio il cui codice di santità (2) escludeva dal suo raggio d'azione tutti quelli che non osservavano questo codice. Le parole di Giovanni Battista sono parole tremende: presenta il messia con parole agghiaccianti e dice: "Già la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo con acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più potente di me e io non son degno neanche di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito santo e fuoco. Egli ha in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile" (3). Il povero Giovanni Battista non riesce a comprendere il cambio di rotta di Gesù e va in crisi: in carcere manda un ultimatum che ha tutto il suono di una scomunica: "Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?" (4). Io ho annunziato un messia che castiga, ma mi vengono a dire che tu vai a pranzo con i peccatori, che ti chiamano ubriacone, ghiottone, che le prostitute vengono a cena con te; sei quindi tu, (Giovanni Battista è pronto a ritirare la sua adesione a Gesù) o ne dobbiamo aspettare un altro? Gesù, mandando la risposta al Battista dice: riferitegli non tanto quello che dico, (non le teorie) ma riferitegli la pratica ed elenca tutti atteggiamenti (nessuno di questi è rivolto verso Dio) in cui Dio rivolge la sua azione benefica per la felicità degli uomini. Quindi dirà: "Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziata la buona novella. E beato è chiunque non sarà scandalizzato di me!" (5).

La fede e l'amore Capitolo 13 del Vangelo di Giovanni: "Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugatoio di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo». Gli disse Simon Pietro: «Non mi laverai mai i piedi!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete mondi». Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi." (6) Siamo nell'ultima cena e l'evangelista, in maniera solenne, dice: "Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e da Dio ritornava.."; con questa premessa ci si aspetterebbe qualcosa di solenne, un discorso di alto profilo. L'evangelista, invece, prepara qualcosa di talmente importante che Giovanni lo costruisce come un film al rallentatore, moltiplicando i verbi di tutta l'azione. Gesù, "si alzò da tavola, depone il mantello, prende un asciugatoio e se lo cinse attorno alla vita". Gesù si prepara a lavare i piedi ai discepoli. Normalmente la lavanda dei piedi veniva fatta sempre prima della cena, non durante la cena, per motivi comprensibili di opportunità in quanto non era giusto far mangiare le persone con il cattivo odore proveniente dai piedi degli invitati. A quel tempo la gente camminava scalza, le calzature erano un articolo di lusso e potete immaginare che cosa fossero le strade. Erano in terra battuta e costituivano anche le fognature: i piedi si sporcavano di terra, di polvere, il tutto mescolato allo sterco di uomini e animali. I piedi erano la parte più sporca e più impura degli uomini. Gesù fa questo atto durante la cena per focalizzare su di se tutta l'attenzione dei suoi discepoli. "Poi versò dell'acqua in un catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli ed ad asciugarli con l'asciugatoio di cui si era cinto". Gesù si mette a lavare i piedi dei discepoli. In quell'epoca lavare i piedi a qualcuno era compito degli esseri ritenuti inferiori verso i superiori. Era obbligata a lavare i piedi la moglie al marito, il figlio al padre, lo schiavo al padrone, il discepolo al maestro. Gesù, che è il maestro, si mette a lavare i piedi ai discepoli. E' qualcosa di inaudito, è qualcosa di sconcertante, qualcosa che cambierà per sempre il concetto di Dio. La società, a quella epoca, era concepita in maniera piramidale. Al di sopra della piramide c'era Dio, al vertice della piramide c'era il sommo sacerdote o il re; a volte esercitavano entrambi la stessa funzione. Poi venivano i sacerdoti, i principi, ecc.; l'ultimo strato di questa piramide era costituito dai servi; al di sotto, c'erano gli schiavi che non avevano diritti civili. Gesù rovescia la piramide. Dio non sta in alto. Dio sta in basso insieme a chi serve. E' un cambiamento completamente radicale: lavando i piedi ai discepoli, Gesù non si abbassa, ma innalza i suoi al suo livello. La vera grandezza, così, non consiste nel comandare, ma nel servire gli altri. Ecco il Dio di Gesù: non è un Dio che sta in alto e che concede centellinando le sue grazie agli uomini che gli devono continuamente chiedere: "Ascoltaci Signore". E' un Dio che serve. Non solo, Gesù, che è Dio, non attende che gli uomini si siano purificati per farli avvicinare a Lui, ma è lui che li accoglie e li purifica. La religione ebraica diceva che l'uomo deve essere degno per avvicinarsi a Dio; con Gesù si verifica il contrario: accoglimi e diventi degno, accoglimi e sarai purificato. Spesso ci sono persone che vivono situazioni che la religione o la morale definiscono di impurità. Non devono più disperarsi: il Signore non è schizzinoso e non pretende prima un'anticamera di purificazione da parte delle persone, ma è lui che si fa incontro e incomincia lì, dalla parte più sporca, più sudicia dell'uomo, lì incomincia la sua attività di purificazione. Ma il gesto di Gesù non è stato accettato da tutti i discepoli. Pietro non lo ha accettato perché forse è l'unico che ha capito: "Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: "Signore, tu a me, lavi i piedi?". Pietro ha capito: se Gesù, che è il maestro, lava i piedi ai discepoli, se vuole restare il leader del gruppo dovrà farlo pure a lui. La replica di Gesù è immediata: "Rispose Gesù: «Quello che io faccio tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Non mi laverai mai i piedi»". Pietro rifiuta. Un Dio che serve gli uomini non può essere accettato da chi vive per il potere e Pietro sentiva la sua posizione come una posizione di potere. Non accettare il gesto di Gesù, significa non essere disposti a comportarsi come lui. La risposta di Gesù non consente alternative: "Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me»" : se non accetta di farsi lavare i piedi, e di conseguenza non da' la disponibilità a lavare i piedi degli altri, non ha più nulla a che fare con Gesù. Questo non è valido soltanto per Pietro, ma per tutti i credenti o i seguaci di Gesù in tutti i tempi. Gesù ha bloccato Pietro, ma lui è furbo e cerca la scappatoia gettando l'atto di Gesù nella liturgia, nel rito, non nella realtà di tutti i giorni. "Allora gli disse Simon Pietro: «Signore, allora non solo i piedi, ma anche le mani e il capo»". La festa della Pasqua era imminente; la religione ebraica imponeva una serie di riti di purificazione: lavare le stoviglie, purificare la casa (da cui derivano le nostre "pulizie di Pasqua" di buona memoria) e, nelle pulizie personali, lavarsi le mani e il capo. Pietro, che ha capito che deve mettersi al servizio degli altri, ma non ne ha nessuna voglia, cerca di sminuire l'atto di Gesù buttandolo sul liturgico, sul simbolico. Gesù non è d'accordo. "Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, è tutto mondo e voi siete mondi, ma non tutti»". Ciò che purifica, non è la partecipazione a un rito, ma gli effetti che questo rito può avere nel suo comportamento con gli altri. Siamo alla conclusione del brano: occorre però seguire con attenzione i gesti che ha fatto Gesù. All'inizio abbiamo visto che Gesù si è alzato, ha deposto il mantello, ha preso l'asciugatoio e se lo è messo attorno alla vita. Adesso l'evangelista scrive che "Quando Gesù ebbe lavato loro i piedi e riprese il mantello, si sdraiò di nuovo e disse loro: «Sapete ciò che io vi ho fatto?»". C'è soltanto una cosa che si è dimenticato di fare, e volutamente: si è messo il grembiule per lavare i piedi ai discepoli, ma non s'è l'è più tolto. Gesù non si presenta con paramenti sacri, Gesù non si presenta vestito da sacerdote con paramenti religiosi: l'unica caratteristica che distingue Gesù è il grembiule, non se lo toglie; non per una dimenticanza dell'evangelista, ma perché l'evangelista vuol dire che il distintivo che identifica la presenza di Gesù è il grembiule, il servizio reso per amore. Gesù indica con questo brano che la vera dignità dell'uomo non viene diminuita dal servizio, ma al contrario, è il servizio che gliela conferisce. Gesù, al fine di evitare che il gesto da lui compiuto venga frainteso come un gesto di umiltà, come un gesto simbolico, afferma: "«Voi mi chiamate il Maestro e il Signore e dite bene perché lo sono. Se dunque io ho lavato a voi i piedi, il Signore e il Maestro, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri»". Per Gesù, essere il Signore, essere il maestro, non significa collocarsi al disopra degli altri, ma al disotto. Se essi lo riconoscono come il maestro, devono imparare da lui; se lo riconoscono come Signore, gli devono dare adesione. Ha scritto l'evangelista: "Dovete imparare a lavare i piedi gli uni gli altri". Questo verbo 'dovere' è un verbo che, in greco, ha la radice della parola debito. Lavare i piedi agli altri, non significa un gesto della propria santità, da far sfolgorare la luminosità della propria aureola, ma pagare un debito nei confronti dell'altro. L'amore verso l'altro non deve essere fatto per acquistare dei meriti personali, ma perché si è coinvolti dall'amore del Signore. Questo della lavanda dei piedi è un brano molto importante, perché ci fa comprendere chi è Dio. Se Dio è quello con il grembiule, è quello che si mette al servizio della mia vita, veramente la vita cambia. Paolo nella lettera ai Romani dirà: "Ma di cosa vi preoccupate, di cosa state ad angosciarvi? Se Dio è per voi, se Dio stesso si mette al servizio vostro, ma di cosa vi andate a preoccupare?" Non vengono tolte naturalmente le situazioni spiacevoli o gli avvenimenti negativi della propria esistenza, ma viene data una capacità nuova per viverla. Più avanti nel Vangelo di Giovanni, dopo aver effettuato il lavaggio ai piedi ai discepoli, Gesù lascia il comandamento nuovo, l'unico comandamento della comunità cristiana e dice: amatevi l'un l'altro e non dice come io vi amerò, infatti non parla del dono che lui farà di sé stesso sulla croce, ma dice: amatevi tra di voi come io vi ho amato: cioè lavando i piedi. L'amore non è reale se non si traduce in un gesto che lo comunica, ma questo gesto può essere soltanto offerto, mai imposto. Quando l'amore viene imposto, non è più tale ma si chiama violenza. L'amore va sempre offerto, mai imposto. Gesù non obbliga mai, Gesù non impone mai; Gesù è amore e il suo amore lo offre. Questo è il criterio per poter discernere quando un insegnamento viene da Dio o non viene da Dio. Quando una dottrina, una verità ci viene imposta, non viene da Dio, perché Dio non impone. Se viene imposta, chiunque sia ad imporla, non può venire da Dio perché se venisse da Dio potrebbe essere soltanto offerta.

La fede che porta frutto Giovanni non sarà il solo a trovarsi in difficoltà di fronte a Gesù. Il cambiamento portato da Gesù è stato talmente clamoroso, talmente devastante che la stessa madre e i parenti di Gesù vanno per catturarlo perché dicono: Gesù è pazzo! (7). Questa nuova spiritualità di Gesù cambia radicalmente la relazione dell'uomo con Dio e di conseguenza la relazione dell'uomo con gli altri. Nel Vangelo di Giovanni (15,1-17) basta soltanto il primo versetto per vedere un cambiamento radicale nella spiritualità: «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo purifica perché porti più frutto. Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati." Gesù, ai suoi discepoli, dopo aver lavato loro i piedi annunzia: "Io sono la vera vite e il padre mio è il vignaiolo". Tra le tante piante a cui riferirsi, Gesù ha scelto la vite. Vuole evidentemente sottolineare la trasmissione della linfa vitale che passa attraverso i rami e si trasforma in frutto. Gesù parla di vera vite e del Padre suo come vignaiolo. Ed ecco la prima dichiarazione di Gesù: "Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie". E' opportuno collocare questo insegnamento di Gesù all'interno del gesto che ha fatto: Gesù ha lavato i piedi ai discepoli, ha comunicato loro tutto il suo amore attraverso questo servizio. Lui è la vite, la linfa vitale di questo amore si trasmette al tralcio. Ma il tralcio - cioè il componente della comunità cristiana – che, pur ricevendo questo servizio d'amore da parte di Gesù, rifiuti di servire gli altri; il tralcio che pur avendo ricevuto nell'eucaristia il Gesù che si fa pane spezzato per noi, a sua volta non si fa pane spezzato per gli altri, dice Gesù: "E' un tralcio completamente inutile". Il valore della persona risiede tutto nel bene concreto che fa agli altri. Gesù non valuta il valore di una persona per le sue devozioni, per le sue preghiere, per la sua spiritualità, per la lunghezza delle sue orazioni, per l'assiduità della frequenza al culto. Gesù valuta la persona nella sua capacità di mettere la propria vita a servizio degli altri. L'unico criterio che Gesù ha per indicare il valore di una persona, è la generosità: tutti possono essere generosi. La generosità non dipende dalla cultura, non dipende dalla salute, non dipende da niente. Gesù, nella sua comunità, vuole tutti Signori; Signore è colui che dà. Non c'è posto per i ricchi: il ricco è colui che ha. Chi tiene per sé, non ha posto nella comunità di Gesù: vi sono tutti Signori, cioè tutti capaci di dare. Gesù sottolinea che il tralcio, pur restando unito a lui e ricevendo questa linfa vitale del suo servizio e del suo amore, non lo trasforma in frutto per gli altri, è inutile. La conseguenza è che il Padre, l'agricoltore, lo taglia. Nessuno è giudice della crescita e del frutto dei fratelli se non il Padre. Guai chi si sente autorizzato a giudicare il proprio fratello. Ognuno di noi potrà produrre frutto, ma in tempi e con modalità differenti, perché dipende dalla nostra vita, dipende dal nostro tessuto spirituale, morale, sociale, dipende dalla nostra storia, dipende da tante cose. Gesù è chiaro: il tralcio non viene eliminato né giudicato dagli altri tralci, non viene eliminato neanche da Gesù, ma dal Padre. Il Padre sa se questa linfa che è ricevuta, porta frutto o non porta frutto e lo elimina. "… ogni tralcio che porta frutto, lo purifica perché porti più frutto …" In passato, purtroppo, questo verbo 'purificare' veniva tradotto con 'pota' e ha dato origine alle immagini più tremende di Dio: il tralcio che porta frutto il Padre lo pota. Dio veniva presentato come un vignaiolo pazzo che andava nella vigna e, dove trovava un bel tralcio, zach, lo tagliava. Chi ha letto S. Agostino conosce questa questione perché Agostino, che è vissuto tra il IV ed il V secolo, ha potuto leggere i Vangeli nell'originale in lingua greca, prima che gli errori della traduzione in latino ne snaturassero parzialmente il contenuto, parla appunto di "purificare". Le persone esperte in viticultura sanno che se c'è una attività difficilissima è quella della potatura perché una potatura sbagliata può causare danni irrimediabili alla vite. Sotto la spinta di quella traduzione sbagliata, tutto quello che accadeva di brutto nella vita veniva considerato una potatura che il Signore aveva dato. Il Signore, per farti crescere, per farti santificare, ti ha potato, ti ha tolto quel figlio, ti ha tolto la salute, ti ha tolto il coniuge, cioè la sofferenza come strumento di crescita. La croce. Si diceva, tutti quanti hanno una croce, una prova per dimostrare l'amore che si ha per Dio, la propria fedeltà. E' una immagine che, associata alla volontà di Dio, non poteva non provocare un sordo rancore verso questo Dio che pota le persone e pota gli affetti familiari. La gente dice: sia fatta la volontà di Dio, quando non riesce a fare altrimenti, quando, di fronte a una malattia, a una situazione brutta, si trova con le spalle al muro: sia fatta la volontà di Dio!!. La volontà di Dio coincide sempre con gli avvenimenti tristi della propria esistenza. Veniva spiegato che è il Signore che pota. Gesù non dice che il Padre, il vignaiolo, pota, ma il Padre purifica. L'azione del Padre, importantissima, è la liberazione costante, crescente e progressiva di tutti quegli elementi nocivi che impediscono al tralcio di portare più frutto. E' interesse del vignaiolo che il tralcio porti un frutto sempre più abbondante. Quando il Padre individua nel tralcio un elemento nocivo, un qualcosa che gli impedisce di portare più frutto, è lui che lo toglie, è lui che lo purifica. Non è l'uomo che deve scrutare se stesso, vedere i propri difetti, impegnarsi attraverso l'ascetismo, individuare le tendenze negative che ha e cercare di estirparle. Nulla di tutto questo. Gesù ci chiede questo: voi preoccupatevi soltanto di aumentare il vostro amore e il servizio agli altri. Se c'è qualcosa di negativo nella vostra esistenza, se c'è qualcosa di nocivo, non voi, il Padre lo eliminerà. L'individuo non deve più individuare i propri aspetti negativi e cercare di estirparli anche perché può causare dei disastri tremendi nella propria esistenza. Nella prima lettera a Giovanni, c'è una espressione che è straordinaria: invita ad amare: "Da questo conosceremo che siamo nati dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore" - il cuore, nel mondo ebraico, non è la sede dell'affetto, ma è quella che noi oggi chiamiamo la coscienza – "qualunque cosa esso ci rimprovera, Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa" (1 Gv 3,19-20). E' una affermazione straordinaria. La nostra coscienza viene modellata dalla morale corrente che ci fa ritenere buone certe cose, negative altre. Ma dice l'autore di questo brano: anche se la tua coscienza ti rimprovera qualcosa, Dio è infinitamente più grande della tua coscienza. Tu preoccupati soltanto di amare. Se nella tua vita ci sono aspetti negativi, non te, non gli altri tralci devono fare i giudici dei fratelli, e neanche Gesù, perché Gesù è comunicazione d'amore, sarà compito del Padre la eliminazione costante e progressiva di questi elementi nocivi. Se questi elementi rimangono, si vede che, agli occhi del Signore, non sono poi così nocivi. Questo è un versetto che può dare tanta serenità e cambiare il nostro rapporto con Dio. Gesù elimina l'idea della perfezione spirituale, quel piedistallo al proprio io al quale non si riesce mai ad arrivare. Metti via l'idea della perfezione spirituale, mettiti invece a servizio degli altri in modo immediato e concreto. Annuncia ancora Gesù: "Voi siete già liberi" - cioè già puri – "per il messaggio che io vi ho già annunciato". C'è una purezza iniziale che viene dalla accoglienza del messaggio di Gesù, l'accoglienza di quel messaggio che è stato chiamato 'la buona notizia'. Accogliere Gesù, non diminuisce la persona, ma la potenzia. L'accoglienza del messaggio di Gesù ridà la purezza iniziale. E ancora: "Dimorate in me ed io in voi. Come il tralcio non può fare frutto da se stesso se non dimora nella vite, così anche voi se non dimorate in me". Qui c'è la grande domanda che dobbiamo avere il coraggio di fare: ma Dio è onnipotente o no? Dipende tutto da noi. Nella vite scorre la linfa vitale, se la linfa trova dei tralci che la accolgono, questa si trasforma in frutto, ma se i tralci non sono attaccati alla vite, la vite può avere tutta la linfa vitale che vuole, ma non riesce produrre niente. E continua Gesù: "Io sono la vite e voi i tralci. Chi dimora in me ed io in lui porta molto frutto perché senza di me non potete fare nulla". Senza l'amore l'uomo non vale assolutamente niente. L'unica cosa che vale nella vita, è il bene concreto che si è fatto agli altri. Tutto il resto non vale niente. Avete capito perché Gesù ha parlato proprio di vite? Ora ce lo fa capire: "Chi non dimora in me viene gettato via come un tralcio e si inaridisce e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano". Gesù si è rifatto alle immagini della vite, perché nel libro del profeta Ezechiele c'era questa immagine, Dio che dice: "Che pregi ha il legno della vite di fronte a tutti gli altri legni della foresta? Si adopera forse quel legno per farne un oggetto?". Il legno della vite è inutilizzabile, perché non ci si può fare un manico, qualcosa che possa servire. Il legno della vite è buono soltanto per trasportare e trasmettere la linfa, ma non serve assolutamente ad altro e va bruciato. Gesù si rifà a questa immagine della vite perché dice: "il tralcio ha valore soltanto nella misura che riesce a produrre frutto, altrimenti non vale niente, lo gettano nel fuoco e lo bruciano".

Note 1. Lc 17, 11-19 2 .Vedi il Libro del Levitico. 3. Mt 3, 10-12 4. Mt 11, 2-6 5. Lc 7,22 6. Gv 13, 1-15

7.. Mc 3, 20-21