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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


martedì 1 marzo 2011

Domenica 6 marzo 2011

IX domenica Tempo Ordinato - Mt 7, 21-27

Non chiunque mi dice: «Signore, Signore», entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: «Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?». Ma allora io dichiarerò loro: «Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l'iniquità!». Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande».

Gesù ha da poco fatto il discorso delle beatitudini proclamando il progamma di vita del cristiano; (1)Matteo fa seguire al discorso tre raccolte di detti relative rispettivamente alla nuova giustizia (Mt 5, 17.48), alle opere generate dall'applicazione delle beatitudini (Mt 6, 1-34) ed infine la raccolta di detti che esortano alla fedeltà alla parola di Gesù (Mt 7, 24-29). Il vangelo di oggi è realtivo a questa terza parte con il richiamo a compiere la volontà di Dio come conseguenza dell'applicazione della parola (la parabola delle due case).

In questo brano si approfondisce la necessità di «operare», cioè di produrre quei frutti dai quali si riconosce il rapporto che lega il discepolo a Gesù.

L'impegno pratico viene qui contrapposto alla semplice attribuzione a Gesù del titolo di «Signore». L'esaltazione verbale di Gesù non viene condannata in via di principio, ma si sottolinea la necessità, per entrare nel regno, di compiere la volontà del Padre sulla linea dell'insegnamento di Gesù.

Questa parte è riportata anche da Luca, il quale però la inserisce in un altro contesto (cfr. Lc 13,26-27). Si conferma così che sia stato Matteo a collocarla in questo punto del discorso. In essa si dice: "In quel giorno molti mi diranno: «Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?». Ma allora io dichiarerò loro: «Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l'iniquità!" (vv. 22-23).

Coloro che si rivolgono a Gesù sono dunque persone che hanno avuto uno stretto rapporto con lui, in quanto nel suo nome hanno profetato e hanno guarito le malattie(2). Si tratta quindi di discepoli, incaricati da lui di proclamare la venuta imminente del regno e di fare i segni che ne indicano la natura (cfr. Mt 10,6-8). Sembra che essi, da quanto dicono, hanno portato a termine il compito da loro ricevuto.

Tuttavia alla fine saranno rifiutati per motivi che non sono espressamente indicati; si può ipotizzare che si tratti di mancanza di coerenza tra fede e vita, che potrebbe manifestarsi nel subordinare l'annunzio evangelico a interessi personali di tipo materiale.

Nella sua essenzialità il detto mette in luce come sia possibile, anche all'interno di una vita totalmente consacrata al Signore, allontanarsi da lui e tradire il suo messaggio. Secondo l'evangelista questo pericolo c'era già ai tempi di Gesù, ma si è fatto più forte nella vita della comunità.

La conclusione contiene una esortazione in forma di similitudine: «Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia…".

La casa costruita sulla roccia è simbolo della fiducia in Dio ("fede"), mediante la quale la persona aderisce a Cristo e si lascia guidare dal suo insegnamento, dando così un senso alla sua vita. La casa costruita sulla sabbia è simbolo di una fede solo di facciata, che non aiuta a superare le difficoltà e le tribolazioni della vita.

Nella Fonte Q(3) questo brano era collegato con il rimprovero rivolto da Gesù a coloro che lo chiamano «Signore, Signore» e non fanno quello che dice (cfr. Lc 6,46-49), e faceva parte di una piccola sezione riguardante la pratica dell'insegnamento di Gesù.

Matteo lo ha staccato dal suo contesto originario e ne ha fatto la conclusione del discorso della montagna, mettendo così in luce come per il cristiano la vera sapienza consista ormai nell'ascoltare e nel praticare l'insegnamento di Gesù in esso contenuto.

E' evidente che la comunità di Matteo considerava questo discorso come un testo fondante sulla cui osservanza si basava la possibilità non solo di raggiungere la vera giustizia, ma anche di esistere e di svolgere un ruolo nel mondo al servizio del regno di Dio.

A Gesù non interessa un'adesione puramente formale al suo insegnamento e alla sua persona, ma piuttosto un modo di vivere ispirato alla logica del regno di Dio, che quindi sia capace di trasformare le realtà di questo mondo.

Se si va a leggere i due versetti, non compresi nel brano liturgico, ma che concludono il brano (vv. 28-29), in cui si dice che le folle restarono stupite del suo insegnamento perché Gesù insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi, ci si rende conto come la comunità di Matteo vedesse la coincidenza tra volontà del Padre e insegnamento di Gesù: in Gesù, nuovo Mosè, è contenuta la volontà definitiva di Dio per tutta l'umanità.

Il discorso della montagna è rivolto non tanto alle folle della Palestina, ma alla comunità cristiana nel suo complesso, chiamata ad essere fedele al suo Maestro, tenendo vivo nei secoli l'annunzio evangelico del regno di Dio.

Nel periodo in cui i rabbini stavano raccogliendo la tradizione dei padri, presentandola come l'espressione definitiva della volontà di Dio per il suo popolo, Matteo ha voluto dunque presentare Gesù come il vero Mosè che promulga la legge messianica al suo popolo. Con una differenza essenziale: l'opera di Gesù non si colloca infatti sul piano delle leggi o delle norme, ma su quello ben più profondo di una prassi che coinvolge l'uomo in un rapporto nuovo con Dio, trasformando radicalmente il suo cuore e tutta la sua vita.

Non si può negare però che, pur non avendo promulgato precetti e norme, Gesù ha dato, con le sue parole e le sue opere, importanti direttive di vita valide sia per suoi contemporanei, sia per tutti coloro che in seguito alla sua morte e risurrezione avrebbero creduto in lui. In altre parole, egli ha insegnato a scoprire il modo stesso in cui Dio agisce nelle vicende umane, mostrando come la vera grandezza dell'uomo consista nell'imitare l'infinito amore di Dio per tutti gli uomini.

Il suo insegnamento, proprio perché non scende nei dettagli della vita quotidiana, resta valido per tutti i tempi, sia in campo individuale che politico e sociale.

Nella prospettiva biblica fatta propria da Gesù, quello che conta non sono le elaborazioni concettuali, le teorie, le spiegazioni filosofiche, ma l'imitazione creativa di quello che Gesù è stato e di quanto ha fatto nella sua vita terrena. La verità di questa constatazione si verificherà puntualmente nella storia del cristianesimo, dove proprio le elaborazioni dottrinali, sia le più semplici che quelle più sofisticate, hanno spesso rappresentato l'occasione di tensioni, lotte e tragedie all'interno della comunità cristiana (in luogo della gioia auspicata da Gesù), e anche nei rapporti con altri gruppi umani le cui tradizioni sono state soffocate in funzione di un credo a loro spesso incomprensibile.

Note: 1. Quanto segue è liberamente tratto dal sito Nicodemo.net. – 2. La frase "scacciare di demoni" significa, nella mentalità ebraica, "guarire le malattie". Gli ebrei pensavano che Dio inviasse il satana per esaminare il comportamento di ciascuno (cfr Gb 1) e quindi punirli dei loro peccati. Satana, in ebraico, non è un nome proprio di persona, ma un nome comune che indica una attività, quella del pubblico ministero, dell'avversario in un processo. Il pubblico ministero ha il compito di far risaltare le accuse, la gravità del comportamento: questa è l'azione del satana nell'A.T., mutuata dall'organizzazione dell'impero persiano (Israele è stata per alcuni secoli sotto il dominio persiano); infatti il satana era un funzionario della corte persiana. Questo funzionario girava per le regioni e guardava il comportamento dei governatori: se uno si comportava bene lo segnalava al re per farlo promuovere, per premiarlo; se uno si comportava male lo segnalava al re per castigarlo, eventualmente anche con la morte. Sempre secondo il pensiero ebraico, per punire gli uomini Dio inviava loro le malattie la cui gravità era proporzionata ai peccati commessi; la malattia era inviata tramite il satana che, a sua volta, demandava l'applicazione della pena ad alcuni dei minori fenici che, in lingua greca, venivano chiamati demonos come Beelzebùl (Baal Zebub, il dio delle mosche), citato da Luca (Lc 11, 14-23). Scacciare i demoni, quindi, nei vangeli, è sinonimo di "guarire le malattie" e, quindi, anche di "perdonare i peccati". – 3. La raccolta dei detti di Gesù denominata Fonte Q non ci è pervenuta, ma è stata ricostruita dagli specialisti per un buon 90%.

giovedì 24 febbraio 2011

Domenica 27 febbraio 2011

VIII domenica Tempo Ordinario - Mt 6, 24-34

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: "Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza(1). Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: «Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?». Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena.

Il brano di vangelo si riferisce ad uno dei primi discorsi politici di Gesù, ed è conseguenza della proclamazione delle beatitudini; infatti Gesù ripete il concetto della prima beatitudine invitandoci a rivedere il nostro rapporto con i beni materiali.

Gli inviti di Gesù suscitano varie domande di difficile risposta. Per esempio, come capire oggi l'affermazione: "Non potete servire Dio e la ricchezza"? Come capire la raccomandazione di non preoccuparsi del cibo, della bevanda e del vestito?

Gesù è molto chiaro nella sua affermazione: "Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza."

Gesù non intende convincerci a rifiutare il denaro, questo è ciò che appare dalla costruzione della frase, tipicamente semitica(2), ma a non diventarne schiavi.

Ognuno deve fare la propria scelta e chiedersi: "Chi pongo al primo posto nella mia vita, la volontà di Dio o il denaro?" Da questa scelta dipenderà la comprensione dei consigli di Gesù. Non si tratta di una scelta fatta solo con la testa, di una scelta puramente intellettuale tipo: "…sarebbe bello che…", bensì di una scelta di vita ben concreta che ha a che fare anche con gli atteggiamenti che noi abbiamo nei confronti degli altri.

Gesù critica la preoccupazione eccessiva per il mangiare, il bere e il vestiario, oggi diremmo che critica il consumismo. Questa critica di Gesù può causare ai nostri giorni molto sconcerto nella gente, particolarmente nelle madri, perché la grande preoccupazione di tutti i genitori è come far stare bene i figli.

Il motivo della critica è che la scala dei valori che ci propone Gesù è diversa da quella che la natura umana costruisce, allora come oggi. Lo si vedrà bene nell'esempio che Gesù darà nell'evento-simbolo della moltiplicazione dei pani(3), oggi considerato il manifesto politico di Gesù.

Per chiarire la sua critica, Gesù presenta le due parabole dei passeri e dei fiori.

Gesù consiglia di guardare gli uccelli: non seminano, non raccolgono, ma hanno sempre da mangiare perché il Padre del cielo li alimenta. "Non contate voi, forse, più di loro!"

Gesù critica il fatto che la preoccupazione per il cibo occupi tutto l'orizzonte della vita delle persone, senza lasciare spazio a sperimentare e gustare la gratuità della fraternità e dell'appartenenza al Padre(4).

Se Gesù predicasse oggi, con questa scala di valori direbbe che il sistema neoliberale è criminale(5) perché obbliga la parte ricca delle persone a vivere 24 ore al giorno preoccupandosi del cibo e del vestito, sentendo l'ansia di comprare e consumare fino al punto da non lasciare spazio a null'altro(6); e la parte povera, più numerosa, a desiderare di raggiungere quel tipo di vita(7). Gesù dice che la vita vale più dei beni di consumo! Il sistema neoliberale impedisce di vivere il Regno(8).

Gesù chiede di guardare i fiori, i gigli del campo. Con che eleganza e bellezza Dio li veste! "Ora, se Dio veste così l'erba del campo, non farà assai più per voi, gente di poca fede!" Gesù invita a guardare le cose della natura, perché, vedendo i fiori e il campo, la gente ricordi la missione che abbiamo: lottare per il Regno creando una convivenza nuova che possa garantire il cibo e il vestito per tutti.

E conclude: "Di queste cose si preoccupano i pagani!"

Ci deve essere una differenza nella vita di coloro che hanno fede in Gesù e di coloro che non l'hanno: coloro che hanno fede in Gesù condividono con lui l'esperienza della gratuità del Padre.

Questa esperienza di paternità deve rivoluzionare la convivenza. Deve generare una vita comunitaria che sia fraterna, seme di una nuova società(9).

Gesù indica due criteri: "Cercare prima il Regno di Dio" e "Non preoccuparsi per il domani". Cercare in primo luogo il Regno e la sua giustizia significa cercare di fare la volontà di Dio nella ricerca di una convivenza fraterna e giusta. Dove c'è questa preoccupazione per il Regno, nasce una vita comunitaria in cui tutti vivono da fratelli e sorelle e a nessuno manca nulla. Per questo non ci si preoccuperà del domani, cioè non ci si preoccuperà di accumulare(10).

Il Regno richiede una convivenza, dove non ci sia accumulazione, ma condivisione in modo che tutti abbiano il necessario per vivere. Dinanzi all'impoverimento crescente causato dalle attuali concezioni economiche, la forma concreta che il vangelo ci presenta e grazie alla quale i poveri potranno vivere al pari degli altri, è la solidarietà e l'organizzazione. Attenzione però, un coltello affilato in mano ad un bambino può essere un'arma mortale. Un coltello affilato in mano ad una persona appesa ad una corda è l'arma che salva. Così sono le parole di Gesù.

Sarebbe infatti antievangelico dire ad un padre disoccupato, magari con tre figli, e una moglie malata: "Non ti preoccupare del cibo e delle bevande! Perché preoccuparsi del vestito e della salute?". Questo possiamo dirlo solo quando noi stessi, imitando Gesù, ci organizziamo tra di noi per condividere, garantendo così al fratello la possibilità di sopravvivere(11). Altrimenti, siamo come i tre amici di Giobbe che, per difendere Dio, raccontavano menzogne sulla vita umana (Gb 1-3,7).

In bocca al sistema dei ricchi, le parole di Gesù sono state e posso ancora oggi essere un'arma mortale contro i poveri. In bocca al povero, possono essere uno sbocco reale e concreto per una convivenza migliore, più giusta e fraterna.

Note: 1. Questa parola sostituisce il termine "mammona" della precedente traduzione. Mammona è una parola dall'origine aramaica ma dal significato incerto. Solitamente viene tradotta con il termine "ricchezza". Alcuni studiosi hanno suggerito di collegarla alla radice ebraica 'mn (da cui proviene il termine amen) che indica fiducia, affidamento; secondo altri è meglio collegata al termine ebraico "matmon", che significa "tesoro"; altri ancora ritengono possa derivare dall'ebraico mun (provvedere il nutrimento). I vari significati convergono comunque nel concetto di sicurezza materiale, infatti il termine nel linguaggio ebraico è un sinonimo di "soldi". Fino alla seconda traduzione CEI (1974) è stata mantenuta la parola aramaica, mentre nella traduzione edita nel 2008 la parola viene correttamente sostituita con "ricchezza" eliminando così ogni tentazione di interpretazioni fantasiose come quella, in uso un secolo fa, di identificare mammona con un demone. – 2. Estremizzare un'affermazione era un modo tutto semitico (quindi anche ebraico) di dare la massima importanza ad una affermazione. Questo ha sempre creato dei problemi se si legge la Bibbia in modo letterale. Ad esempio l'affermazione di Gesù: "Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo"(Lc 14,26, traduz. CEI 1974) intesa in senso letterale sarebbe terrificante, ma compresa nel suo senso semitico vuole solo invitare i discepoli a mettere il regno di Dio al primo posto nei loro pensieri. – 3. Mt 4,13-21. – 4. "La condivisione dei beni e delle risorse, da cui proviene l'autentico sviluppo, non e` assicurata dal solo progresso tecnico e da mere relazioni di convenienza, ma dal potenziale di amore che vince il male con il bene (cfr Rm 12, 21) e apre alla reciprocita` delle coscienze e delle liberta`". Benedetto XVI, enciclica "Caritas in veritate" 2009, n.9. – 5. "Il profitto e` utile se, in quanto mezzo, e` orientato ad un fine che gli fornisca un senso tanto sul come produrlo quanto sul come utilizzarlo. L'esclusivo obiettivo del profitto, se mal prodotto e senza il bene comune come fine ultimo, rischia di distruggere ricchezza e creare poverta`". Benedetto XVI, enciclica "Caritas in veritate" 2009, n.21. - 6. "Nei Paesi ricchi nuove categorie sociali si impoveriscono e nascono nuove poverta`. In aree piu` povere alcuni gruppi godono di una sorta di supersviluppo dissipatore e consumistico che contrasta in modo inaccettabile con perduranti situazioni di miseria disumanizzante. Continua «lo scandalo di disuguaglianze clamorose»". Benedetto XVI, enciclica "Caritas in veritate" 2009, n.22. – 7. Questo è il tipico risultato di certe campagne pubblicitarie che puntano a creare bisogni pur di produrre profitto, suggerendo in modo velato, ma insistente, il concetto che l'uomo si realizza in ciò che compra. – 8. "Il sottosviluppo ha una causa ancora piu` importante della carenza di pensiero: e` la mancanza di fraternita` tra gli uomini e tra i popoli". Paolo VI, enciclica "Populorum progressio", 66, l.c. 289-290. – 9. "Questa fraternita`, gli uomini potranno mai ottenerla da soli? La societa` sempre piu` globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli. La ragione, da sola, e` in grado di cogliere l'uguaglianza tra gli uomini e di stabilire una convivenza civica tra loro, ma non riesce a fondare la fraternita`. Questa ha origine da una vocazione trascendente di Dio Padre, che ci ha amati per primo, insegnandoci per mezzo del Figlio che cosa sia la carita` fraterna". Benedetto XVI, enciclica "Caritas in veritate" 2009, n.19. – 10. La sostanziale differenza tra una società giusta ed una ingiusta risiede nel fatto che nella prima nessuno penserà mai ad accumulare beni, perché questo significherebbe sottrarre qualcosa ai fratelli. – 11. "L'abbassamento del livello di tutela dei diritti dei lavoratori o la rinuncia a meccanismi di ridistribuzione del reddito per far acquisire al Paese maggiore competitivita` internazionale impediscono l'affermarsi di uno sviluppo di lunga durata. Vanno, allora, attentamente valutate le conseguenze sulle persone delle tendenze attuali verso un'economia del breve, talvolta brevissimo termine. Cio` richiede una nuova e approfondita riflessione sul senso dell'economia e dei suoi fini, nonche´ una revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo, per correggerne le disfunzioni e le distorsioni". Benedetto XVI, enciclica "Caritas in veritate" 2009, n.32.

giovedì 17 febbraio 2011

Domenica 20.02.2011 – VII domenica Tempo Ordinario - Mt 5,38-48

Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l'altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da' a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.

Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.

Quelli ti odiano e tu li ami. Bravo furbo! Prestare senza aspettarti restituzione. Così ti riduci sul lastrico in due giorni. A chi ti dà uno schiaffo, porgi l'altra guancia. A chi ti prende la tunica, dai anche il mantello. Così lo incoraggi a continuare! Se uno ti costringe per un miglio, tu vai per due. Ma siamo pazzi?

Tanti bravi cristiani mettono silenziosamente da parte queste esagerazioni di Gesù: va bene, voleva dire di essere generosi, ma se dovessimo prenderlo alla lettera...

Chi è meno bacchettone ha il sospetto che Gesù insegni a sottomettersi ai prepotenti. Tre volte bon - dicono a Venezia – tre volte co… con quel che segue. Non è così che si sta al mondo.

Cosa vogliono dire, in realta, le parole di Gesù?

Walter Wink(1), dà alcune interpretazioni interessanti. Wink fa scoprire un Gesù rivoluzionario alla Gandhi, un insegnante della nonviolenza nel vero senso della parola:

"…se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra…". Per colpire la guancia destra, l'altro deve usare la sinistra, il cui uso, nella cultura ebrea, era vietato, riservato ai soli compiti impuri.

Dovendo usare la destra, il colpo sulla guancia sinistra poteva essere solo un manrovescio. Questo colpo, più che una percossa inflitta ai propri pari, era un'umiliazione, destinata agli inferiori: schiavi, figli piccoli, donne.

Gesù parlava a povera gente, che conosceva questa umiliazione. Ora, offrire l'altra guancia era privare l'oppressore della sua pretesa superiorità. Era come dirgli: «Prova ancora. Io non ti riconosco il potere di umiliarmi. Sono pari a te. Tu non riesci ad offendere la mia dignità». Questa reazione avrebbe messo l'offensore in difficoltà: infatti si trova costretto a colpire ora la guancia sinistra sempre con la propria destra, non più con un manrovescio (impossibile), ma con l'interno della mano, come farebbe in una rissa con un proprio pari.

Anche se facesse flagellare l'inferiore per quella reazione, questi avrebbe comunque mostrato in pubblico la sua uguaglianza naturale con chi si crede superiore. Un debole ha impedito a un prepotente di svergognarlo, ed anzi ha svergognato lui. Dirà Gandhi: «Il principio dell'azione nonviolenta è la non-collaborazione con tutto ciò che si prefigge di umiliare».

"…a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello…" Questa disgrazia poteva capitare a un povero, carico di debiti.Tra la gente che ascoltava Gesù ve ne erano certamente; l'indebitamento, infatti, era una piaga endemica nella Palestina del primo secolo.

I romani tassavano pesantemente i ricchi, di conseguenza questi investivano in immobili, cioè in terre, per mettere al sicuro il denaro. Esisteva però un'ostacolo: la legge e l'uso ebraico erano contrari alla vendita della terra, perché dono di Dio.

Per costringere alla vendita i piccoli proprietari, si perseguiva una politica di innalzamento degli interessi che rendeva sempre più difficile ai contadini il saldo dei loro debiti contratti per la semina e li costringeva a vendere la terra ai ricchi.

Ai poveri così derubati, impotenti a pagare nuovi debiti, Gesù consiglia di dare via anche l'ultima veste. Sarebbero usciti dal tribunale completamente nudi. C'è da immaginare che la folla in ascolto del discorso della montagna a questo punto sia scoppiata a ridere. Nella scena abbozzata da Gesù, il creditore è lì con gli abiti del debitore in mano, mentre questo esce nudo.

La situazione si ribalta a favore del debitore. La legge lo condanna a quella condizione, ma, denudandosi, egli eleva un'aspra protesta contro il sistema che lo riduce così. La nudità era tabù in Israele ma più del nudo era censurato chi lo guardava e chi l'aveva causato. Il creditore è posto nella condizione di voyeur, quella per cui Cam fu maledetto (Gn 9).

l sistema che opprime i piccoli proprietari è smascherato. Il creditore, se comprende, può pentirsi della durezza con cui ha approfittato del debitore. Il povero che si riteneva impotente scopre di poter avere l'iniziativa, e, anche se l'ingiustizia legale rimane immutata, ne dimostra l'assurda crudeltà, la ridicolizza. Il vero denudato è il creditore e la legge che lo favorisce.

"…se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due…". Chi può costringere così un altro? Il contesto è l'occupazione militare. I soldati romani occupanti potevano imporre questa angaria (corvée, lavori forzati) ai locali, per esempio facendo portare carichi pesanti. Per le popolazioni soggette ai romani, ciò era motivo di forte risentimento, ed era già un provvedimento benevolo la limitazione ad un miglio, la quale indica pure che dovevano essere frequenti gli abusi dei soldati, che imponevano percorrenze maggiori.

Gesù non propone né la rivolta né la sottomissione. Propone un atto con cui l'oppresso riprende l'iniziativa e afferma la propria dignità. Immaginiamo la scena: passata la prima pietra migliare, il soldato si sente dire dall'ebreo con fermezza e dignità: «Te lo porto un altro miglio», e deve pensare: cosa diavolo ha in mente? mi vuole provocare? vuole denunciarmi, farmi punire? Dalla situazione servile, l'oppresso ha ripreso la sua libertà d'azione. Il soldato è disorientato davanti all'imprevedibile. Oggi non riesce a sentirsi superiore ai civili. Si abbassa a pregare l'ebreo di restituirgli il carico! Lo humor di questa scena può sfuggire a noi, ma non sfuggiva agli ascoltatori di Gesù, ben esperti di questa prepotenza, bisognosi di riscattarsi.

"…ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori…".Padre Maggi(2) lo spiega così: l'evangelista ha messo insieme due realtà opposte (amore/odio) di cui la seconda, "odiare i nemici", si trova presente nei salmi: "Non dovrò io odiare, Signore, chi ti odia, e detestare quelli che insorgono contro di te? Con odio estremo li odio e come nemici sono per me" (Sal 139,21-22; 137,9).

L'amore al prossimo, precetto stabilito nel Libro del Levitico (Lv 19,18), non indica un amore per tutti gli uomini, ma è ristretto alla cerchia dei propri connazionali, della propria tribù o del proprio clan familiare. L'odio al nemico era frutto della naturale ostilità verso lo straniero e i nemici della religione o chiunque potesse attentare all'identità del clan o alla comunità nazionale e religiosa.

L'amore che Gesù richiede è una volontà di bene indipendente dalla qualità delle persone che ne sono l'oggetto. Una qualità d'amore che il discepolo deve manifestare nella preghiera per i nemici e nel rivolgere il saluto, inteso come vero augurio di pace e di felicità, a tutti.

L'amore verso i nemici è da considerare come la novità e la caratteristica propria del gruppo dei discepoli del Cristo. Il "nemico" per la comunità cristiana non sarà più lo straniero, il pagano, ma il persecutore. L'amore dei discepoli non s'arresta neanche di fronte all'odio del persecutore, ben sapendo che il Padre sta da sempre dalla parte di chi è perseguitato ("Beati i perseguitati a causa della giustizia, poiché di essi è il regno dei cieli", Mt 5,10).

La richiesta di Gesù ai discepoli di elevare la loro capacità d'amare è fatta per mettere il loro amore in sintonia con quello del Padre: "che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti" (Mt 5,45). Mentre il profeta Amos presenta un Dio che rifiuta la pioggia al popolo infedele, secondo la comune credenza che la pioggia non viene mandata ai peccatori (Am 4,7), Gesù mostra un Padre che non lascia condizionare il suo amore dal comportamento degli uomini, e a tutti ugualmente comunica un amore che, come l'azione della pioggia e del sole, feconda e produce vita.

Come Dio offre gratuitamente a ogni uomo i suoi doni (sole e pioggia) così l'amore gratuito e incondizionato a ogni uomo rende i discepoli figli di Dio: "Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? e se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste".

Per Gesù l'amore corrisposto non ha nulla di straordinario: anche le categorie più basse della società, dal punto di vista religioso, quali erano considerati i pubblicani e i pagani, sanno rispondere alle attenzioni che ricevono da amici e conoscenti. Gesù invita a rompere l'interesse egoistico tipico del clan o del gruppo sociale, per rivolgere l'attenzione e l'amore a tutti indistintamente.

Mentre per gli scribi e i farisei la perfezione consisteva nell'osservanza integrale della Legge, per Gesù solo l'assomiglianza al Padre, motivata dal suo comunicare vita all'umanità, rende il discepolo completamente realizzato, buono fino in fondo.

La perfezione alla quale Gesù invita non è quella del mondo greco, dove la perfezione consisteva nella mancanza di difetti, e neanche quella del mondo giudaico, dove era considerato perfetto colui che osservava integralmente la Legge. Non tutti possono essere senza difetti e non tutti possono osservare le leggi divine.

La perfezione alla quale invita Gesù è quella del Padre. In questo contesto, dove si parla di un amore rivolto a tutti, la pienezza alla quale invita Gesù non è tanto un'astratta quanto irraggiungibile perfezione di Dio, ma si riferisce al comportamento del Padre nei confronti degli uomini, che è quello di un amore illimitato, totale: quel che Gesù chiede è di essere buoni del tutto, come lo è il Padre, invitando a una perfezione che è raggiungibile da tutti, perché consiste in qualcosa che tutti possono avere: un amore fedele che non escluda nessuno dal suo raggio d'azione.

Note: 1. Walter Wink, Engaging the Powers: Discernment and Resistance in a World of Domination, Minneapolis: Fortress Press, 1992. Wink, vivente, è professore emerito del Auburn Theological Seminary di New York. Edizione italiana a cura di EMI. – 2. Padre Alberto Maggi, dell'Ordine dei Servi di Maria, è nato nel 1945 in Ancona ed è direttore del Centro Studi Biblici «G. Vannucci». Il parere è tratto dalla Conferenza "Amate i vostri nemici", Cefalù, novembre 2005.