Contenuti del blog

Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


martedì 15 marzo 2011

Domenica 20 marzo 2011 -

Seconda domenica di quaresima – Mt 17,1-9

Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.

Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti».

Il brano inizia subito con una chiave di lettura(1): "Sei giorni dopo". Nei vangeli le indicazioni, che di per sé non sembrano strettamente necessarie per la comprensione dell'episodio (che la trasfigurazione avvenga dopo sei giorni o dopo tre, in effetti, non sembra avere molta importanza) in realtà, nel linguaggio simbolico, sono molto importanti.

Il numero sei, il sesto giorno, è il giorno della creazione dell'uomo; non solo, è il giorno in cui Dio si è manifestato nel Sinai: in Es 24,16 si legge "la gloria di Jahve venne a dimorare sul monte Sinai e la nube" (ricordiamoci di questa nube che tra poco incontreremo) "lo ricoprì per sei giorni".

Mettendo questa indicazione "sei giorni" l'evangelista unisce e richiama questi due momenti: il giorno della creazione dell'uomo e il giorno della manifestazione della gloria di Jahve sul monte Sinai. Fino dalle prime battute del suo vangelo, l'evangelista vede in Gesù la piena realizzazione della creazione da parte di Dio.

"Sei giorni dopo, Gesù prese con sé…": in un episodio precedente (Mt 16,21-22), è Pietro che prende Gesù dalla sua parte; Gesù fa ora il contrario. Inoltre l'evangelista ci fa capire che le cose non si mettono bene per Simone: il discepolo non è presentato con nome e soprannome, ma unicamente con il soprannome dispregiativo "Pietro"(2) il che fa comprendere che farà qualcosa di contrario a Gesù. Non solo, ma nel testo greco è presentato come "il Pietro", addirittura con l'articolo determinativo, il testardo, una forma di sottolineatura che mette in guardia il lettore.

"…Giacomo e Giovanni suo fratello…" Gesù prende questi tre discepoli perché sono quelli che nel vangelo di Matteo hanno il ruolo di tentatori di Gesù. Nel deserto il diavolo prese Gesù e lo portò su un monte alto e gli offrì, se lo avesse servito, tutta la gloria di questo mondo; questa volta è Gesù che prende lui i tentatori e li porta lui sul monte alto e vedremo poi perché.

Vediamo innanzitutto questi personaggi: Pietro, Giacomo e Giovanni sono coloro che, dominati dalla tradizione, avranno le maggiori difficoltà a seguire Gesù. Pietro è stato chiamato satana. Giacomo e Giovanni, quando chiederanno i posti d'onore nel suo regno, si sentiranno rispondere da Gesù che l'unico posto d'onore è quello accanto alla croce e scompariranno dal vangelo. Sono anche i tre che Gesù prenderà con se nel momento drammatico che precede il suo arresto nel Getsemani.

"…prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte…". Queste non sono indicazioni storiche e neanche topografiche; nell'antichità il monte era considerato il luogo di congiunzione tra la terra e il cielo e, quindi, la dimora divina. In tutte le mitologie (vedi l'Olimpo nella cultura greca) e le religioni, le divinità abitano tutte in cima ad un monte. Ugualmente anche oggi i santuari sono per lo più costruiti in cima ad un monte perché il monte è il luogo della terra più elevato e più vicino al cielo.

Gesù portandoli su un monte alto, contrappone questo monte al monte del deserto. Lì il diavolo lo aveva portato su un monte, offrendogli tutto il successo attraverso il potere. Gesù li porta su un monte alto e mostra loro che la condizione divina non si ottiene attraverso il domino e il potere, ma attraverso il servizio e il dono di sé.

"…in disparte…" Tutte le volte che nei vangeli troviamo questa indicazione, essa ha sempre un valore negativo. Significa che Gesù sottrae i discepoli dal resto del gruppo, dalla folla, perché sono pericolosi, perché non capiscono.

In precedenza, nel cap. 16 del vangelo di Matteo, si narra che questi discepoli non accettano la morte di Gesù; per questo Gesù li prende in disparte, li porta su un monte alto, segno della condizione divina, e, scrive l'evangelista, "…fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce".

L'evangelista scrive che Gesù "fu trasfigurato"(3): è Dio che lo trasforma, in lui l'azione creatrice di Dio viene portata a compimento realizzando in Gesù una trasformazione o meglio un cambiamento luminoso, durante il quale il suo volto brilla come il sole.

Attraverso queste immagini: il sole, la luce, le vesti bianche, ecc., l'evangelista intende mostrare - questo è importante anche per le comunità dei credenti di tutti i tempi – che la condizione dell'uomo che è passato attraverso la morte(4) non diminuisce la persona, ma la trasforma consentendole di manifestare tutto il suo massimo splendore.

In questo episodio, l'evangelista anticipa gli effetti della morte in Gesù: la morte non ha distrutto Gesù, ma gli ha consentito di manifestare quello splendore che durante l'esistenza non gli era stato possibile manifestare. La morte, secondo i vangeli, non distrugge l'individuo, ma gli consente di liberare tutte le energie, tutte le sue potenze vitali e di realizzarsi in una maniera completamente nuova.

Scrive Paolo, nella seconda lettera ai Corinzi, che questa trasformazione, questa metamorfosi, non inizia con la morte, ma inizia già durante la vita: "E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore" (2Cor 3,18). I primi cristiani non credevano che sarebbero resuscitati dopo la morte, ma credevano di essere già resuscitati e dicevano «se non si risuscita finché si è vivi, quando si è morti non si resuscita più».

I primi cristiani credevano di avere una vita di una qualità tale che, attraverso un processo di trasformazione che si operava già in questa esistenza(5), la persona raggiungeva quella che è la soglia definitiva.

In questo avvenimento in cui Gesù dimostra qual è la condizione dell'uomo che passa attraverso la morte, "Ed ecco apparvero loro" (quindi a Pietro, Giacomo e Giovanni) "Mosè ed Elia" - attenzione all'indicazione che dà l'evangelista - "che conversavano con lui".

Questi due personaggi vengono proprio per aiutare i tre discepoli indecisi(6): gli ebrei chiamano "la Legge e i Profeti", quello che noi chiamiamo A.T.(7); la Legge era stata data a Mosè e i Profeti erano rappresentati da quello che era considerato il massimo profeta, Elia. Qui appare, detto con il nostro linguaggio, tutto l'Antico Testamento (Mosè ed Elia) che conversano - non con Pietro, non con Giacomo, non con Giovanni - ma soltanto con Gesù. Mosè ed Elia non hanno più nulla da dire alla comunità cristiana, ma possono soltanto dialogare con Gesù.

Questa definizione che dà l'evangelista è importante perché tutti gli atteggiamenti negativi di Pietro, di Giacomo e di Giovanni vengono dall'attaccamento alle tradizioni religiose che si erano consolidate nell'A.T.(8), dalla concezione che il regno d'Israele dovesse diventare dominatore di tutti gli altri popoli pagani, ed il Messia inviato da Dio attraverso il potere. Tutto questo è finito. Né Mosè, né Elia, quindi né la Legge, né i Profeti, hanno più nulla da dire alla comunità cristiana se non in quelle parti (sono poche, ma ci sono) che sono conciliabili con l'insegnamento e l'attività di Gesù.

Di fronte a questa scena (Mosè ed Elia che conversano con Gesù) "Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù" - compare col solo soprannome dispregiativo e con l'articolo(9), perciò sappiamo che quello che propone non è in sintonia con Gesù - «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia».

Ancora una volta Simone svolge il suo ruolo di tentatore di Gesù, e seguita a essere non la pietra da costruzione(10), ma la pietra di inciampo.

Per comprendere la tentazione che Pietro fa a Gesù (o la seduzione, se preferite) bisogna rifarsi alla mentalità dell'epoca. Tra le feste che c'erano in Israele, ce ne era una talmente importante, la più conosciuta, la più popolare al punto che non veniva neanche nominata, veniva semplicemente detta "la festa": era la festa delle capanne. Era una festa di origine agricola: in autunno, una volta terminata la vendemmia, si celebrava il raccolto dimorando per sette giorni sotto delle frasche; nel corso dei secoli questa festa agricola venne trasformata in festa religiosa in ricordo della liberazione dalla schiavitù egiziana. Come il popolo aveva vissuto nomade nel deserto, così la comunità israelita, per una settimana, riviveva questa festa della liberazione vivendo sotto delle capanne fatte di frasche. È una festa ancora attuale in Israele.

Essendo la festa della liberazione dalla schiavitù, c'era tutta una tradizione ebraica che diceva: il Messia, nessuno sa né da dove viene, nè quando verrà; si sa soltanto che apparirà improvvisamente durante la festa delle capanne. Ecco cosa vuole Pietro.

Pietro, che vede Gesù con Mosè, cioè la Legge, e con Elia, cioè i Profeti, dice: facciamo tre capanne, cioè manifestati come Messia, come liberatore di Israele. Notate l'ordine: quando ci sono tre personaggi, il più importante, nella mentalità ebraica, sta sempre al centro(11). Per Pietro, non è importante Gesù, per Pietro è importante Mosè: "facciamo tre capanne: una per te, una per Mosè" - al centro – "e una per Elia". Pietro è ancora condizionato da questa mentalità della Legge di Mosè, e pensa che il Messia sia colui che deve far osservare la Legge.

La novità portata da Gesù è stata definita "vino nuovo"(12) ed è incompatibile con le vecchie strutture religiose, con gli "otri vecchi". La relazione che Gesù è venuto a portare tra gli uomini e Dio, non è possibile farla inserire nelle strutture religiose determinate dalla Legge. Sia Mosè che Elia venivano definiti servi del Signore, e Mosè aveva stabilito un patto, un'alleanza, un rapporto tra gli uomini e Dio come quella di un servo nei confronti di un Signore basata sull'obbedienza e sull'offerta.

Con Gesù tutto questo è terminato. Gesù viene ad inaugurare una nuova alleanza che non sarà basata sull'obbedienza come quella di un servo, ma su un processo di assomiglianza; non più sull'offerta di doni a Dio, ma presenterà un Dio che si offre agli uomini.

Quindi sono due vie completamente differenti. Pietro, però, vuol mettere la novità portata da Gesù dentro gli "otri vecchi" della religione e della Legge. Ma Legge e insegnamento di Gesù sono assolutamente incompatibili. Il processo di Gesù è di liberare le persone dalla Legge(13), dalla religione, per trasportarle nell'ambito della fede. Non più ciò che l'uomo deve fare nei confronti di Dio, ma ciò che Dio fa nei confronti dell'uomo.

"Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra". La nube era uno dei simboli della presenza di Dio come già accennato(14).

"Ed ecco una voce dalla nube che diceva:…". Pietro sta ancora parlando e viene interrotto; questa, da ora in poi, sarà il comportamento di Dio e dello Spirito Santo con Pietro.

Gesù è stato paziente con Pietro, lo Spirito Santo e il Padreterno un po' meno. Ogni volta che Pietro parla, arriva lo Spirito Santo che lo interrompe perchè non è d'accordo con quello che sta dicendo Pietro(15). In questo caso, è Dio stesso che non è d'accordo sulla tentazione o sulla seduzione proposta da Pietro.

"…Questi è il Figlio mio, l'amato…": il rapporto con Dio non è più quello dei servi nei confronti del loro Signore basato sull'obbedienza, ma quello dei figli con il loro padre, basato sull'amore. È una relazione completamente differente. La voce di Dio dice: "questi è il figlio mio", cioè quello che mi assomiglia, vedendo lui capite chi sono io. Potremmo tradurre anche "questi è il mio unico erede" perché questo era allora il significato della frase; unico erede significa colui che ha tutto ciò che ha il Padre. Questo è avvenuto nel momento del battesimo, quando Dio gli ha riversato sopra tutta la sua capacità d'amare, tutto il suo essere amore, cioè lo Spirito Santo: ecco l'eredità di Gesù.

"…in lui ho posto il mio compiacimento…" Il Padre non si è compiaciuto in Mosè, non si è compiaciuto in Elia, che sono espressioni parziali della religione e la religione non riuscirà mai a dare l'idea di chi è Dio perchè Dio è al di fuori della religione.

Se Gesù è stato ammazzato è perché lui non è un riformatore religioso, Gesù non è un profeta che è venuto a portar avanti il cammino degli uomini, sempre nell'ambito della religione. Gesù è al di fuori della religione, ha estratto le radici marce della religione e ha dimostrato che quello che gli uomini credevano favorisse la comunione con Dio, era ciò che la impediva. Per questo tutta la società si è rivoltata contro Gesù: la società religiosa, la società civile e la sua stessa famiglia(16), perché ha distrutto le basi del potere.

Poi l'ordine, con il verbo espresso al tempo imperativo: "Ascoltatelo".

Sarebbe molto più corretto seguire la costruzione greca "Lui ascoltate" perché rende meglio il senso voluto da Matteo: non ascoltate né Mosè, né Elia, quindi né la Legge né i Profeti, "Lui ascoltate". Matteo, attraverso questo brano, invita la sua comunità a prendere le distanze da Mosè e da Elia, profeta riformatore, per fissare l'attenzione soltanto in Gesù, l'unico che va ascoltato, perché è l'unico che riflette pienamente la volontà di Dio. Quindi è un invito alla comunità cristiana a fissare l'attenzione su Gesù, sul suo insegnamento e sulle sue opere.

"All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra". La traduzione letterale dice "caddero sulla loro faccia", che è una espressione strana. Cadere sulla faccia è una formula che indica una sconfitta, i tre discepoli si sentono sconfitti. Pensavano di seguire un Messia riformatore della legge di Mosè, un Messia violento sulla scia di Elia che si vantava di aver scannato, da solo, centinaia di sacerdoti pagani!(17).

Vedono che Dio non è d'accordo, e cadono sulla faccia in segno di sconfitta "…e furono presi da grande timore": non hanno capito Gesù, lo hanno contraddetto, lo hanno tentato e adesso si attendono una punizione da parte di Dio.

Nonostante tutto lo sforzo di Gesù di trasportarli dalla religione alla fede, da un rapporto con Dio basato sull'obbedienza e sul timore dei suoi castighi, ad un rapporto con il Padre basato su un amore misericordioso e compassionevole, nonostante che seguono Gesù, rimangono ancora vittime dell'idea religiosa.

Questo fa capire quanto è difficile sradicare dalla nostra vita quelle idee perverse, che la religione ci ha messo, del castigo di Dio, della condanna di Dio, di un Dio scontento, di un Dio offeso. Si sono impauriti perché adesso aspettano i guai, si aspettano che il Signore li castighi.

"Ma Gesù si avvicinò, li toccò…" Gesù li tocca, li tocca come tocca gli infermi e i morti per restituire vita. Gesù non si arrabbia, non si offende, non minaccia e non castiga. Di fronte a questi discepoli che cadono come morti, comunica loro la sua vita, e "…disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo."

I discepoli sollevano gli occhi e scoprono di aver perso la loro sicurezza: Mosè ed Elia davano ad essi la sicurezza di essere nel giusto. Vedono Gesù solo, è un altro segno di desolazione. "Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione…" Matteo vuole sottolineare che questo non è un episodio reale, storico, ma una visione, "…prima che il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti":

Detto con parole di oggi, Gesù dice: "Voi avete visto qual è la condizione dell'uomo, di me, che passa attraverso la morte, ma non dite niente a nessuno, perché prima dovete assistere alla crocifissione". Questa condizione non si ottiene per un prodigio da parte di Dio, ma attraverso la umiliazione della morte più infame che, nel mondo ebraico, era riservata ai banditi, ai fuorilegge. Gesù proibisce ai discepoli di fare alcun cenno della loro esperienza perché essi sono ancora incapaci di seguirlo sulla croce e non comprendono che la condizione divina passa attraverso la morte. Solo quando Gesù sarà stato già resuscitato, tutto sarà chiaro e, scrive Matteo, potranno parlare di quanto hanno sperimentato. Questo sarà un processo lungo, quasi interminabile. Ci vorrà di nuovo l'intervento di Dio perché questo processo di maturazione avvenga.

La lettura degli Atti degli Apostoli dimostra come Gesù non ha abbandonato Pietro, ma lo ha seguito passo passo nel percorso difficile, accidentato della sua conversione. Pietro sarà l'ultimo degli apostoli a convertirsi.

Note: 1. Questa tecnica che tutti gli evangelisti hanno seguito consiste nell'inserire una chiave di lettura immediatamente prima degli episodi che richiedono una attenta comprensione del testo. Nel I e II secolo tutti i lettori avevano la sensibilità di riconoscere queste chiavi, sensibilità che si è persa nel III secolo con la traduzione in latino e con la perdita della conoscenza delle tradizioni ebraiche conseguenza di una latente forma di razzismo. Nella prima metà del XX secolo è' stato possibile recuperare questa sensibilità dopo il reperimento in Palestina, ad opera di alcuni archeologi, di un testo del rabbino Hillel, coevo di Gesù, nel quale si spiegavano le 18 regole che dovevano essere seguite per scrivere un testo teologico. Si è allora scoperto che tutti gli evangelisti hanno seguito le 18 regole di Hillel. – 2. Ricordo che il soprannome Pietro (Cefa) nella cultura ebraica significa testardo, cocciuto, pieno di sé, ma anche, in alcuni casi, assume il significato di irremovibile nelle prorie idee. – 3. Nel testo greco non si parla di "trasfigurazione" ma di "metamorfosi", vocabolo questo sicuramente più coerente all'evento ed al senso che vuole trasmettere Gesù. Talvolta si ha la sensazione che chi traduce non abbia chiaro il significato dell'episodio in traduzione. – 4. La metamorfosi di Gesù serve a Matteo per presentare l'uomo che passa attraverso la morte; Matteo in questo modo fa dire a Gesù: voi avete paura della morte, voi non volete la mia morte perché pensate che la morte sia la distruzione della persona. – 5. Per questo Paolo dice "di gloria in gloria", ed è la manifestazione visibile dell'amore per gli altri. – 6. Io sono solito chiamarli i tre discoli, più che i tre discepoli, visto i problemi che hanno creato a Gesù. – 7. Con tale dicitura gli ebrei intendono l'alleanza con Dio e l'insieme delle promesse collegate con l'alleanza e manifestate dai Profeti. L'alleanza è la premessa della Legge, ma non è la Legge. – 8. Questa situazione si ripete oggi nella Chiesa Cattolica che, non riuscendo a staccarsi dalle sue tradizioni, si trova ad essere così distante dalla vita odierna degli uomini da essere da loro rifiutata (Vedi Gaudium e Spes n. 19). Se la Chiesa Cattolica recuperasse la parola di Cristo e la mettesse in pratica, riacquisterebbe il suo posto nella mente di ogni uomo, perché tradizione e parola di Cristo sono spesso in contrasto tra di loro. – 9. Nel testo greco l'articolo è presente anche in questo caso. – 10. Cfr Mt 16,18: "…Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa…" in realtà nel testo greco la seconda "pietra" non può essere tradotta in questo modo, ma significa mattone da costruzione e Matteo riprende questa frase da Paolo. – 11. Vedere, a questo proposito, la disposizione delle croci sul Golgota: Gesù è crocifisso al centro. – 12. Vedi Mt 9,16-17. – 13. Paolo dirà: "Cristo ci ha liberati dalla maledizione della Legge…" (Gal 3,10). – 14. Cfr Es 24,16. – 15. Questo atteggiamento di Dio nei confronti di Pietro sarà evidente negli Atti degli Apostoli e terminerà con la sua conversione (At 10,9-16). – 16. Cfr Mc 3, 20 –21.31-35. – 17. Cfr 1Re 18,38-40.

martedì 8 marzo 2011

Domenica 13 marzo 2011 - I domenica di Quaresima - Mt 4,1-11

Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di' che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».

Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra».

Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo».

Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vattene, Satana! Sta scritto infatti: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto».

Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco, degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

"Allora, Gesù…". Questo "allora" crea una continuità con l'episodio precedente, cioè il battesimo di Gesù. Da qui partiamo per cercare di comprendere questo episodio che ha un grande valore umano e teologico, ma non storico cioè non è mai accaduto, almeno nei termini con cui è riportato da Matteo. In questo episodio vi sono tre elementi che occorre analizzare: lo Spirito, il deserto e il diavolo.

Lo Spirito: Gesù, immergendosi nell'acqua del Giordano viene riconosciuto dal Padre come "il figlio prediletto" (Mt 3,17)(1), cioè colui che eredita tutto. Quindi in Gesù, dopo il battesimo, c'è tutta la pienezza di Dio e il Padre gli effonde lo Spirito, cioè la sua capacità d'amore. E' proprio questa capacità di amare che lo metterà in tale contrasto con il mondo che lo circonda da fargli desiderare di non possederla e di pensare solo a se stesso.

Il deserto: per Matteo, profondamente ebreo, in Gesù rivive tutta la storia del popolo di Israele, che una volta liberato dalla terra della schiavitù, cioè dall'Egitto, secondo quanto riportato nel libro dell'Esodo, viene messo alla prova da Dio nel deserto per vederne la capacità. Non solo, il deserto ha anche un valore simbolico: per gli ebrei la parola deserto rievocava un luogo senza persone, disabitato, in contrasto con la nostra simbologia dove deserto è un luogo senza acqua. L'ingresso di Gesù nel deserto da la possibilità a Matteo di far comprendere come Gesù nella sua predicazione, nonostante fosse circondato da numerosi disepoli, si sentisse solo perché, sostanzialmente, era incompreso.

Il diavolo: in questo brano Matteo vuole innanzitutto sottolineare che le prove della vita non vengono da Dio(2), e, per farlo, utilizza la presenza di questo personaggio.

Anzitutto, bisogna dire che questo episodio, e qui va compresa la tecnica letteraria degli evangelisti, non indica un determinato e ben circoscritto periodo della vita di Gesù, nel quale egli ha vissuto questa lotta, e una volta uscito vincitore ha proseguito nella sua attività. L'evangelista, mettendo questo episodio all'inizio dell'attività di Gesù, vuol dire che tutta la sua vita sarà all'insegna della tentazione. Non quindi un episodio di quaranta giorni nella vita di Gesù, ma un avvertimento dell'evangelista: attento lettore, perché in tutta la sua esistenza Gesù verrà sottoposto a queste terribili tentazioni che non sono facili da superare. La chiave di comprensione risiede in quel numero quaranta che, nella numerologia ebraica, unito alla parola giorni, equivale a "tutta la vita".

Per la prima e ultima volta, occorre sottolinearlo, nel vangelo appare questo personaggio; nei vangeli il diavolo ha un ruolo estremamente marginale.

Normalmente noi confondiamo tra di loro le figure del satana, dei demòni e del diavolo. Vediamo se, in breve, riesco a spiegare chi sono e perché sono state introdotte nel cristianesimo.

Il satana: gli ebrei pensavano che Dio inviasse il satana per esaminare il comportamento di ciascuno (cfr Gb 1,6-17) e quindi punirli dei loro peccati(3). Satana, in ebraico, non è un nome proprio di persona, ma un nome comune che indica una attività, quella del pubblico ministero, dell'avversario in un processo. Il pubblico ministero ha il compito di far risaltare le accuse, la gravità del comportamento: questa è l'azione del satana nell'A.T., mutuata dall'organizzazione dell'impero persiano (Israele è stata per alcuni secoli sotto il dominio persiano); infatti il satana era un funzionario della corte persiana. Questo funzionario girava per le regioni e guardava il comportamento dei governatori: se uno si comportava bene lo segnalava al re per farlo promuovere, per premiarlo; se uno si comportava male lo segnalava al re per castigarlo, eventualmente anche con la morte. Sempre secondo il pensiero ebraico, per punire gli uomini Dio inviava loro le malattie la cui gravità era proporzionata ai peccati commessi(4); la malattia era inviata tramite il satana che, a sua volta, demandava l'applicazione della pena ad alcuni dei minori fenici che, in lingua greca, venivano chiamati daimonios(5) come Beelzebùl (Baal Zebub, il dio delle mosche), citato da Luca (Lc 11, 14-23).

Nel N.T., "il satana" perde il suo ruolo di accusatore, tipico dell'A.T. Nel vangelo di Luca, Gesù ne sancisce la fine: (Lc 10,17-18) "I settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome(6)». Egli disse: «Io vedevo il satana cadere dal cielo come la folgore." La caduta dal cielo (cioè da una posizione di importanza) del satana è una conseguenza diretta della presa di coscienza da parte dell'uomo della propria capacità di costruire il regno di Dio.

I demòni(7): oltre ad essere identificati negli dei fenici portatori di malattie, i demòni entrano nella Bibbia con la traduzione dall'ebraico in greco fatta in Alessandria d'Egitto nel II secolo a.C. da parte dei cosidetti "Settanta". Non si tratta di una semplice traduzione, ma anche di un arricchimento con glosse esplicative o modifiche talora di considerevole importanza, la cui eco si sente anche nei Vangeli. Scompaiono infatti tutti gli elementi mitologici tipici delle tradizioni più antiche come i satiri, le sirene, i centauri, i fauni, le streghe; i traduttori, che vivevano in una società greca cioè in una società intellettuale, evoluta anche a livello teologico e spirituale e quindi lontana dalle forme della mitologia antica, tutte le volte che hanno trovato queste espressioni (se ne conoscono 19 casi), le hanno tradotte sistematicamente con il termine "demòne" che in greco significa essere appartenente agli dei, sia buono che malvagio, ma anche malattia, ossessione, superstizione.

Una reminiscenza di questo significato l'abbiamo anche in italiano quando diciamo che un tizio ha il "demone del gioco", ha l'ossessione del gioco, è quindi malato. La traduzione dei Settanta è stata il testo di riferimento degli evangelisti che, non essendo più conoscitori della lingua ebraica antica, hanno dovuto riferirsi alla traduzione in greco; un esempio chiaro di questa influenza si ha nella traduzione di Isaia 7, 14: "Ecco, la giovane ("almah" in ebraico) concepirà e partorirà un figlio che chiamerà Emmanuele (Dio con noi)". Isaia si riferisce alla giovane moglie di Achaz, re di Giuda; i Settanta tradurranno almah con vergine, consentendo la lettura del versetto come profezia messianica.

Il diavolo: il termine, dal punto di vista etimologico(8), ha lo stesso significato di "il satana", anche se in senso dispregiativo, ma ha assunto tradizionalmente il significato di "tentatore" e tale è la sua funzione nel vangelo di Matteo. La figura del diavolo è, insieme a quella dello "spirito impuro" del vangelo di Marco, una trasformazione antropologica(9) dei sentimenti umani. Matteo sintetizza in questa figura il sentimento dell'egoismo esattamente come Marco sintetizza negli spiriti impuri i sentimenti di rabbia e rivolta violenta nei confronti delle parole di Gesù(10).

Nella Bibbia è assente la leggenda di Lucifero(11), il bellissimo angelo caduto a causa del suo orgoglio e della sua superbia, e degradato per sempre ad orrendo diavolo. L'immagine tradizionale del diavolo (corna, zoccoli e coda) ha origine dalla rappresentazione mitologica del dio greco Pan fatta propria dall'immaginazione medioevale.

Una prima idea del peccato d'orgoglio di un arcangelo, affiora in testi apocrifi dei primi secoli del cristianesimo. La leggenda di Lucifero nasce dalla fusione di due brani dell'A.T.: la satira contro Nabucodonosor re di Babilonia del profeta Isaia(12), e quella contro Et-Baal re di Tiro del profeta Ezechiele(13).

Il primo autore cristiano che identificò il diavolo con Lucifero, è Origéne nel II sec. d.C. Dei due re delle satire di Isaia ed Ezechiele, fece un solo personaggio: l'angelo decaduto. Questo divenne, in modo incomprensibile, l'indiscussa tradizione nella Chiesa.

Nel IV sec. Girolamo si adoprò per confutare quanto affermato da Origéne, ma a causa di un suo errore di traduzione (Girolamo ha fatto molti errori che hanno pesato molto sulle decisioni dottrinali), Lucifero divenne comunque l'angelo decaduto che urla la sua disperazione.

Nel VI sec. Gregorio Magno (lo stesso che, a torto, definì prostituta Maria Maddalena14) legittimò definitivamente la convinzione che il diavolo fosse un angelo decaduto; Gregorio fu un papa grande, anche negli errori.

Il successo della leggenda dell'angelo caduto, ebbe come conseguenza la fine della chiara distinzione presente nella Bibbia tra il satana, il diavolo e i demoni; i tre termini furono uniti in uno solo, Lucifero, il demonio che diventa il satana, il diavolo per eccellenza, perdendo così il significato reale dei termini e la loro importanza teologica.

"E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame". Il digiuno di Gesù non è un digiuno religioso. Matteo specifica che il digiuno durò anche quaranta notti, oltre che quaranta giorni, proprio per indicare che Gesù non faceva il digiuno religioso che iniziava all'alba e finiva al tramonto.

Matteo mette in parallelo Gesù con Mosè, che prima di ricevere da Dio la Legge sul Sinai digiunò quaranta giorni e quaranta notti (Es. 34,28; Dt. 9,9-11).

Il "digiunare" di Matteo indica una esperienza di pienezza di Dio da parte di Gesù il cui "nutrimento" è nella sua Parola che riempie la vita. Allo stesso modo, la "fame" di Gesù non va intesa in senso fisico, ma come desiderio di Gesù di cibarsi di quanto proviene da Dio e di poterlo comunicarlo agli altri.

"Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: «Giacché sei Figlio di Dio, di' che questi sassi diventino pane»". Non ci dobbiamo scandalizzare delle differenze che ci sono tra i vangeli, perché ogni evangelista ha una sua linea teologica. Negli altri vangeli Gesù viene tentato durante questi quaranta giorni; qui, nel Vangelo di Matteo, la tentazione inizia dopo questo periodo.

"Tentare" o "tentatore" è un termine che nei Vangeli verrà sempre attribuito ai farisei, sadducei e dottori della legge. L'evangelista sta dicendo al lettore: attento, che questo diavolo non è uno spiritello calato da qualche parte del cielo, ma trova riscontro nell'esistenza di Gesù. Non è uno spiritello, sono i farisei, sadducei e dottori della legge, all'esterno del gruppo di Gesù, e all'interno vedremo poi che sono i suoi stessi discepoli.

Il tentatore si avvicina a Gesù e gli dice: "Se sei Figlio di Dio...". La traduzione non esprime correttamente il pensiero di Matteo: è meglio tradurre questa espressione con "Giacché sei Figlio di Dio, di' che questi sassi diventino pane". Cioè, trai dei vantaggi da questa tua condizione(15); se c'è Dio che ti protegge, giacché sei il Figlio e quindi hai assicurata la sua protezione, usa le tue capacità a tuo vantaggio, di' che queste pietre diventino pani.

Per il tentatore il pane serve per salvare se stesso, salvare la propria vita, mentre Gesù stesso si farà pane per salvare la vita degli altri, donando la propria vita.

Sarebbe qui interessante mettere in paragone l'insegnamento dato da Gesù con la moltiplicazione dei pani(16): per Gesù l'abbondanza dei pani non verrà per un intervento prodigioso da parte di Dio, non c'è più bisogno di moltiplicare i pani, basta condividere generosamente quelli che ci sono, e si crea l'abbondanza e si sfama tutta l'umanità.

"Sta scritto: «Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio»". Questa risposta di Gesù è presa da un testo del libro del Deuteronomio, che riguarda le prove del popolo nel deserto, dove l'autore scrive che Dio ha sottoposto alle prove il suo popolo per quarant'anni (Dt 8,1-6). Ecco il paragone tra i quarant'anni nel deserto e i quaranta giorni di Gesù. La tentazione di Gesù è la stessa che ha vissuto il popolo di Israele. Nel libro del Deuteronomio si legge che Dio donò al popolo la manna, la manna scesa dal cielo, come segno di garanzia della fedeltà di Dio al suo popolo, ma il popolo non credette e ne fu deluso.

Gesù si affida alla parola che esce dalla bocca di Dio, parola con la quale il Signore manifesta la sua volontà, che è la garanzia della protezione divina. Quindi non usare a proprio vantaggio i benefici, ma usare tutte le proprie capacità a vantaggio degli altri. Questa tentazione si ripeterà abbondantemente lungo tutta la vita di Gesù.

Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra». Gesù aveva risposto alla prima tentazione ponendo una fiducia totale nel Padre. Gesù sa che non c'è da affannarsi, lo dirà lui stesso, su cosa mangeremo, perché il Padre tutte queste cose le dà in abbondanza (Mt 6,25-34). Perciò il tentatore, preso atto di questa fiducia, la spinge agli estremi, lo conduce sul pinnacolo del tempio e lo invita a buttarsi di sotto, citando un salmo (Sal 91,11-12). Questo diavolo si dimostra un esperto conoscitore della Bibbia, un teologo competente, esattamente come lo erano i farisei e gli scribi avversari di Gesù. È una tecnica che l'evangelista usa per dire che a questo diavolo che capisce tanto la Bibbia, che sa ribattere prontamente a Gesù, Gesù sì rivolge con la parola di Dio e il diavolo, prontamente, ribatte con un altro passo; cosa tipica delle dispute tra i rabbini.

Quindi, il diavolo lo porta sul pinnacolo del tempio, cioè il punto più alto del tempio e gli dice di buttarsi giù; perché? Queste non sono tentazioni grossolane, ma molto fini realizzate per far vibrare le corde profonde dei credenti ebrei, perché la tradizione religiosa diceva: quando il Messia apparirà, apparirà improvvisamente sul pinnacolo del tempio, cioè ci sarà un intervento prodigioso, straordinario da parte di Dio. Il tentatore non fa altro che dire a Gesù: "Fai quello che la gente si aspetta da te: vuoi essere riconosciuto come il Messia? Guarda che il Messia, te lo dico io, arriverà mostrandosi sul pinnacolo del tempio. Allora va' sul pinnacolo del tempio e, già che ci sei, metti un pizzico di prodigio in più e scendi volando sulle ali degli angeli".

Ebbene, Gesù rifiuta di fare quello che la gente si attende e rifiuta, soprattutto, un Dio che si manifesta attraverso segni di potere.

Questo è importante anche per noi oggi. Chi pensa a un Dio di potere, chi attende di vedere i suoi segni come segni prodigiosi di potere, non li vedrà mai, perché Dio è un Dio di amore e i suoi segni sono quelli dell'amore. Chi si aspetta di vedere l'intervento di Dio nella propria esistenza, attraverso dei prodigi, miracoli straordinari o cose che destino sensazione, non vedrà mai Dio, perché Dio non è il potere, non si può manifestare nel potere, ma Dio è amore e si manifesta unicamente nell'amore e l'amore, normalmente, non fa chiasso e non sbraita.

Questa tentazione che ora il diavolo fa a Gesù, gli sarà poi rivolta sulla croce dai sommi sacerdoti, dagli scribi, dagli anziani e da tutto il popolo: "Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!" (Mt 27,40). Questo è il dio del potere; del resto chi di noi, almeno quando eravamo piccoli, non ha desiderato che Gesù, una volta crocifisso, avesse fulminato tutti i suoi avversari, o fosse sceso giù dalla croce per fare una strage di coloro che lo avevano inchiodato? Questo è il dio del potere, quello che la gente vuole, un dio che manifesta la sua divinità attraverso un potere eclatante.

Gesù, invece, esala il suo ultimo respiro e muore come un maledetto da parte di Dio.

Gesù, questa volta "gli rispose: «Sta scritto anche: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo». Nelle tentazioni si rivivono gli episodi del popolo ebraico nel deserto: ad un certo punto il popolo si trova in una località, chiamata Massa, dove non c'era acqua ed allora si ribella contro Mosè e contro Dio: ci hai portati in questo deserto a morire di sete, era meglio rimanere in Egitto, almeno là mangiavamo e bevevamo. Il popolo si chiese inoltre: ma questo Dio è in mezzo a noi o no? (Es 17,1-7). Nel libro del Deuteronomio si trova l'espressione: "Non tenterete il Signore vostro Dio come lo tentaste a Massa" (Dt 6,16). Gesù non ha bisogno di chiedersi se Dio è con lui oppure no. In questo brano l'evangelista anticipa il momento di Gesù sulla croce, dove egli non ha il dubbio se Dio è con lui, oppure se lo ha abbandonato e non ha bisogno di chiedere interventi straordinari che confermino la Sua presenza. Gesù ha la certezza che Dio è sempre dalla sua parte.

Terza tentazione: le tentazioni sono tre perché il numero tre nella cultura ebraica non è il tre matematico, ma significa la completezza, ossia sta ad indicare che per tutta la sua vita Gesù ha avuto queste tentazioni, come quando gli chiedono: noi ti crediamo, facci solo un segno prodigioso dal cielo e così veniamo tutti con te. Ma Gesù rifiuta sempre!

"Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai»". È la tentazione suprema. L'ultima tentazione è posta su un monte, cioè il luogo di abitazione della divinità. Questo monte, definito molto alto, è perciò il massimo della divinità. Nella cultura di quell'epoca, ogni persona che deteneva una qualunque forma di potere aveva la condizione divina. L'imperatore infatti veniva considerato un dio, un figlio di dio, e così il re, il faraone. Tutti coloro che detenevano il potere erano considerati di natura divina, ma per Gesù la sua natura divina, la sua figliolanza con Dio non si manifesterà nel potere, nel dominio, ma nell'amore e nel servizio.

Il tentatore mostra a Gesù tutti i regni, allo stesso modo in cui Dio mostra a Mosè, salito sul monte Nebo, tutto il paese (Dt 34,1-4). Nel rispondere, Gesù demolisce, in un sol colpo, tutta la tradizione religiosa ebraica di Israele come popolo eletto, chiamato a dominare tutti gli altri popoli. C'è un salmo in cui Dio dice al suo Messia: "Ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra. Le spezzerai con scettro di ferro, come vasi di argilla le frantumerai" (Sal 2,8-9). Il Messia della tradizione è un Messia che impone l'ordinamento di Dio attraverso la violenza. Di conseguenza, le tentazioni non sono qualcosa di cattivo che è facile per Gesù evitare, ma viene a lui proposta la tradizione religiosa di Israele, quella radicata nel popolo. Guarda che è il salmo, la stessa parola di Dio che dice questo! Sei il Messia? Devi dominare le nazioni e, addirittura, le dovrai spezzare con scettro di ferro e frantumarle come vasi di argilla. In molte immagini dell'antichità è tipico vedere il faraone o il re con in mano lo scettro, con il quale spacca la testa del popolo che ha conquistato. Perciò il tentatore non è il diavolo della nostra tradizione che si presenta in maniera orribile - ed è perciò facile dire "Vade retro Satana" -, ma i tentatori sono i farisei, la parte più spirituale del popolo, sono gli scribi, questi teologi che parlano con autorità e con mandato divino. Essi dicono: "Sei il Messia, sei il figlio di Dio? Guarda che il Salmo 2, la parola di Dio, dice che il Messia dovrà dominare e schiacciare gli altri popoli". Ecco la tentazione proposta a Gesù: quella di conformarsi ad una tradizione religiosa, umana e spirituale.

Gesù, invece, si sbarazza di questa logica; le sue ultime parole, quando inviterà i suoi discepoli ad andare in tutto il mondo, non saranno di dominio, ma di mettersi al servizio. Gesù dirà: "Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nell'amore del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo" (Mt 28,19). Quindi, c'è sì da andare verso altri popoli pagani, ma non con un atteggiamento di dominio, ma di servizio. Gesù non accetta ed elimina l'arroganza di una tradizione religiosa che presumeva il popolo di Israele come preferito da Dio, a dispetto di altri popoli, come un popolo chiamato a dominare.

Gesù risponde al tentatore: «Vattene, Satana(17)! Sta scritto infatti: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto».

Gesù scaccia il diavolo con le parole del "Padre nostro" di Israele, lo "Shemà Israél", ed è la professione di fede nella quale si afferma l'unicità di Dio (Dt 6,13). Gesù si rifiuta di adorare il potere e si rimette al Dio che lui ha conosciuto, al Padre che lo ha investito con il Suo Spirito nel battesimo.

"Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco, degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano". Il diavolo lascia definitivamente la scena per non comparire mai più nel Vangelo: la sua funzione è finita(18).

Sottolineo quello che ho detto all'inizio: il diavolo nei vangeli ha uno spazio relativamente marginale. La sua azione, però, sarà sempre presente lungo tutta l'esistenza di Gesù. Essa verrà incarnata, all'esterno, dai farisei e dagli scribi, i tentatori; quante volte nel vangelo troviamo l'espressione "si avvicinarono a Gesù per tentarlo". Ma quello che è più grave è che la tentazione verrà manifestata anche all'interno del gruppo di Gesù dagli stessi discepoli, in particolare da Simone Pietro, l'unico verso il quale Gesù dirigerà le stesse parole usate per il diavolo. Gesù a Pietro dirà la stessa espressione "Vattene Satana(19)!", ma con un'apertura: "torna a metterti dietro di me" (Mt 16,23).

Gli angeli, il segno della protezione divina, esercitano allora il loro servizio, confermando la fiducia che Gesù aveva nel Padre. Il tentatore gli diceva "manifesta qualcosa di straordinario e gli angeli si metteranno al tuo servizio"; Gesù rifiuta lo straordinario, si mette in un atteggiamento d'amore e gli angeli si manifestano.

Note: 1. La frase "Questo è mio figlio prediletto" era tradizione che fosse pronunciata dall'imperatore romano per nominare il successore che veniva così adottato e ereditava tutto l'impero. – 2. Gc 1,13-14: " Nessuno, quando è tentato, dica: «Sono tentato da Dio»; perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male. Ciascuno piuttosto è tentato dalle proprie passioni che lo attraggono e lo seducono". – 3. Secondo la concezione ebraica, il premio o la punizione delle azioni di un uomo venivano date da Dio durante la vita; il premio consisteva in una vita serena (molti figli, il granaio e gli otri pieni ed una morte quando era "sazio di anni"). La punizione erano le malattie. Gli ebrei non pensavano esistesse una vita dipo la morte. Solo dopo la metà del II sec. a.C. si inizia a diffondere in Israele l'idea di una possibile resurrezione dei giusti, ovvero la prosecuzione della vita nel "seno di Abramo" dopo la morte fisica. – 4. E' opportuno sottolineare che il concetto di peccato nell'ebraismo è totalmente diverso dal concetto di peccato nel cristianesimo: il peccato ebraico consisteva nel contravvenire la legge di Dio e quindi il peccato era contro Dio. Nel pensiero di Cristo il peccato consiste nel rifiuto di amare gli altri e quindi si pecca contro gli uomini. Nel cattolicesimo il concetto di peccato si posiziona a metà strada tra il pensiero ebraico e quello di Cristo. – 5. La frase "scacciare di demoni" significa, nella mentalità ebraica, "guarire le malattie". Scacciare i demoni, quindi, nei vangeli, è sinonimo di "guarire le malattie" e, quindi, anche di "perdonare i peccati" che erano stati la causa delle malattie. – 6. Ovvero, "…nel tuo nome guariamo le malattie". – 7. Il termine "demònio" deriva dal latino tardo daemonium traduzione del greco daimónion ("appartenente agli dèi") e quindi collegato a dáimōn il cui significato originario in lingua greca è quello di demone. Nella Septuaginta tale termine occorreva ad indicare l'ebraico schedim (idoli vendicativi) e seîrim (satiri). – 8. Il termine "diavolo" deriva dal latino tardo diabŏlus, traduzione fin dalla prima versione della Vulgata (V secolo d.C.) del termine greco diábolos, ("calunniatore", "accusatore"; derivato dal greco diaballein anche qui nell'accezione di "calunniare", "diffamare", "indurre verso una opinione contrapposta"), a sua volta traduzione nei Settanta (II secolo a.C.) del termine ebraico saṭan (avversario in un processo, nemico). Da notare che Matteo usa talvolta diábolos e talaltra saṭan preferendo quest'ultima in funzione vocativa. – 9. Con questa espressione si intende che sia Marco che Matteo danno forma di uomo ai sentimenti umani per rendere chiaro il pensiero di Cristo. Si ricorda che questa operazione era in allora normale anche nella lingua parlata e lo è tutt'ora nel Medio Oriente a causa della difficoltà che ha la mente orientale a pensare tramite concetti astratti. – 10. Cfr Mc 1, 21-28. – 11. "Lucifero" con il suo significato di "portatore di luce" fu nei primi secoli cristiani un titolo di Gesù, e nel Nuovo Testamento "stella del mattino" è una delle immagini del Signore (2Pt 1,19) che, nell'Apocalisse, Gesù applica a se stesso (Ap 22,16). Anche nel canto dell'Exultet si celebra Cristo come "Lucifer matutinus" e nelle litania lauretane "stella del mattino" è applicata alla Madonna. – 12. Is 12,13-14: "Come mai sei caduto dal cielo, Lucifero, figlio dell'aurora? Come mai sei stato steso a terra, signore di popoli? Eppure tu pensavi: Salirò in cielo, sulle stelle di Dio innalzerò il trono, dimorerò sul monte dell'assemblea, nelle parti più remote del settentrione". – 13. Ez 26,18: "Ora le isole tremano, nel giorno della tua caduta, le isole del mare sono spaventate della tua fine". – 14. L'esegeta Jean Pirot non accetta l'identificazione operata nel cattolicesimo, attraverso le omelie di Gregorio Magno, di Maria di Magdala (Maddalena) con la peccatrice citata in Lc 7,36-50. L'assimilazione di Maria di Magdala ad una peccatrice, secondo Jean Pirot, è conseguenza di un errore di interpretazione del passaggio di Lc 8,2 che dichiara Maria posseduta da sette demoni. Jean Pirot spiega che questo "possesso" non era legato all'idea di peccato ma piuttosto ad una nevrosi, come del resto le parole greche utilizzate da Luca lasciano facilmente intuire. Questi errori sono la conseguenza del modestissimo livello culturale del cattolicesimo che è durato fino alla seconda metà del XX secolo. – 15. Attenzione, data la cultura ebraica di Matteo, è bene ricordare che "Figlio di Dio" in questo passo non indica la natura divina di Gesù, ma indica la protezione che Dio accorda ai suoi figli. La differenza è fondamentale e per comprenderla è opportuno rifarsi alla tradizione regale riportata nei due libri di Samuele; altrimenti non si comprenderebbe neppure il senso di tentare Dio che è "santo" per eccellenza, cioè separato dal male. – 16. L'interpretazione dell'episodio della moltiplicazione dei pani, considerato da molti il manifesto politico di Gesù, come invito ed esempio alla condivisione per conseguire il benessere del popolo, è facilmente realizzabile alla luce delle beatitudini e se si mette un momento in ombra la componente miracolistica della esegesi tradizionale. – 17. L'uso di questo termine, da parte di Gesù, potrebbe trarre in inganno; il dubbio scompare se si ricorda il significato aramaico della parola "satan" che in italiano suona anche "avversario" e come tale il diavolo finora si è comportato. Vedere anche la nota 8. – 18. Secondo Luca (Lc 4,13), il tentatore ritornerà al momento fissato. Luca fa riferimento alla Passione, quando i sommi sacerdoti, gli scribi, gli anziani e tutto il popolo gli dirà: "Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!" (Mt 27,40; ma anche Lc 23, 35-38). – 19. Vedi nota 8 e 16.

martedì 1 marzo 2011

Domenica 6 marzo 2011

IX domenica Tempo Ordinato - Mt 7, 21-27

Non chiunque mi dice: «Signore, Signore», entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: «Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?». Ma allora io dichiarerò loro: «Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l'iniquità!». Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande».

Gesù ha da poco fatto il discorso delle beatitudini proclamando il progamma di vita del cristiano; (1)Matteo fa seguire al discorso tre raccolte di detti relative rispettivamente alla nuova giustizia (Mt 5, 17.48), alle opere generate dall'applicazione delle beatitudini (Mt 6, 1-34) ed infine la raccolta di detti che esortano alla fedeltà alla parola di Gesù (Mt 7, 24-29). Il vangelo di oggi è realtivo a questa terza parte con il richiamo a compiere la volontà di Dio come conseguenza dell'applicazione della parola (la parabola delle due case).

In questo brano si approfondisce la necessità di «operare», cioè di produrre quei frutti dai quali si riconosce il rapporto che lega il discepolo a Gesù.

L'impegno pratico viene qui contrapposto alla semplice attribuzione a Gesù del titolo di «Signore». L'esaltazione verbale di Gesù non viene condannata in via di principio, ma si sottolinea la necessità, per entrare nel regno, di compiere la volontà del Padre sulla linea dell'insegnamento di Gesù.

Questa parte è riportata anche da Luca, il quale però la inserisce in un altro contesto (cfr. Lc 13,26-27). Si conferma così che sia stato Matteo a collocarla in questo punto del discorso. In essa si dice: "In quel giorno molti mi diranno: «Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?». Ma allora io dichiarerò loro: «Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l'iniquità!" (vv. 22-23).

Coloro che si rivolgono a Gesù sono dunque persone che hanno avuto uno stretto rapporto con lui, in quanto nel suo nome hanno profetato e hanno guarito le malattie(2). Si tratta quindi di discepoli, incaricati da lui di proclamare la venuta imminente del regno e di fare i segni che ne indicano la natura (cfr. Mt 10,6-8). Sembra che essi, da quanto dicono, hanno portato a termine il compito da loro ricevuto.

Tuttavia alla fine saranno rifiutati per motivi che non sono espressamente indicati; si può ipotizzare che si tratti di mancanza di coerenza tra fede e vita, che potrebbe manifestarsi nel subordinare l'annunzio evangelico a interessi personali di tipo materiale.

Nella sua essenzialità il detto mette in luce come sia possibile, anche all'interno di una vita totalmente consacrata al Signore, allontanarsi da lui e tradire il suo messaggio. Secondo l'evangelista questo pericolo c'era già ai tempi di Gesù, ma si è fatto più forte nella vita della comunità.

La conclusione contiene una esortazione in forma di similitudine: «Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia…".

La casa costruita sulla roccia è simbolo della fiducia in Dio ("fede"), mediante la quale la persona aderisce a Cristo e si lascia guidare dal suo insegnamento, dando così un senso alla sua vita. La casa costruita sulla sabbia è simbolo di una fede solo di facciata, che non aiuta a superare le difficoltà e le tribolazioni della vita.

Nella Fonte Q(3) questo brano era collegato con il rimprovero rivolto da Gesù a coloro che lo chiamano «Signore, Signore» e non fanno quello che dice (cfr. Lc 6,46-49), e faceva parte di una piccola sezione riguardante la pratica dell'insegnamento di Gesù.

Matteo lo ha staccato dal suo contesto originario e ne ha fatto la conclusione del discorso della montagna, mettendo così in luce come per il cristiano la vera sapienza consista ormai nell'ascoltare e nel praticare l'insegnamento di Gesù in esso contenuto.

E' evidente che la comunità di Matteo considerava questo discorso come un testo fondante sulla cui osservanza si basava la possibilità non solo di raggiungere la vera giustizia, ma anche di esistere e di svolgere un ruolo nel mondo al servizio del regno di Dio.

A Gesù non interessa un'adesione puramente formale al suo insegnamento e alla sua persona, ma piuttosto un modo di vivere ispirato alla logica del regno di Dio, che quindi sia capace di trasformare le realtà di questo mondo.

Se si va a leggere i due versetti, non compresi nel brano liturgico, ma che concludono il brano (vv. 28-29), in cui si dice che le folle restarono stupite del suo insegnamento perché Gesù insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi, ci si rende conto come la comunità di Matteo vedesse la coincidenza tra volontà del Padre e insegnamento di Gesù: in Gesù, nuovo Mosè, è contenuta la volontà definitiva di Dio per tutta l'umanità.

Il discorso della montagna è rivolto non tanto alle folle della Palestina, ma alla comunità cristiana nel suo complesso, chiamata ad essere fedele al suo Maestro, tenendo vivo nei secoli l'annunzio evangelico del regno di Dio.

Nel periodo in cui i rabbini stavano raccogliendo la tradizione dei padri, presentandola come l'espressione definitiva della volontà di Dio per il suo popolo, Matteo ha voluto dunque presentare Gesù come il vero Mosè che promulga la legge messianica al suo popolo. Con una differenza essenziale: l'opera di Gesù non si colloca infatti sul piano delle leggi o delle norme, ma su quello ben più profondo di una prassi che coinvolge l'uomo in un rapporto nuovo con Dio, trasformando radicalmente il suo cuore e tutta la sua vita.

Non si può negare però che, pur non avendo promulgato precetti e norme, Gesù ha dato, con le sue parole e le sue opere, importanti direttive di vita valide sia per suoi contemporanei, sia per tutti coloro che in seguito alla sua morte e risurrezione avrebbero creduto in lui. In altre parole, egli ha insegnato a scoprire il modo stesso in cui Dio agisce nelle vicende umane, mostrando come la vera grandezza dell'uomo consista nell'imitare l'infinito amore di Dio per tutti gli uomini.

Il suo insegnamento, proprio perché non scende nei dettagli della vita quotidiana, resta valido per tutti i tempi, sia in campo individuale che politico e sociale.

Nella prospettiva biblica fatta propria da Gesù, quello che conta non sono le elaborazioni concettuali, le teorie, le spiegazioni filosofiche, ma l'imitazione creativa di quello che Gesù è stato e di quanto ha fatto nella sua vita terrena. La verità di questa constatazione si verificherà puntualmente nella storia del cristianesimo, dove proprio le elaborazioni dottrinali, sia le più semplici che quelle più sofisticate, hanno spesso rappresentato l'occasione di tensioni, lotte e tragedie all'interno della comunità cristiana (in luogo della gioia auspicata da Gesù), e anche nei rapporti con altri gruppi umani le cui tradizioni sono state soffocate in funzione di un credo a loro spesso incomprensibile.

Note: 1. Quanto segue è liberamente tratto dal sito Nicodemo.net. – 2. La frase "scacciare di demoni" significa, nella mentalità ebraica, "guarire le malattie". Gli ebrei pensavano che Dio inviasse il satana per esaminare il comportamento di ciascuno (cfr Gb 1) e quindi punirli dei loro peccati. Satana, in ebraico, non è un nome proprio di persona, ma un nome comune che indica una attività, quella del pubblico ministero, dell'avversario in un processo. Il pubblico ministero ha il compito di far risaltare le accuse, la gravità del comportamento: questa è l'azione del satana nell'A.T., mutuata dall'organizzazione dell'impero persiano (Israele è stata per alcuni secoli sotto il dominio persiano); infatti il satana era un funzionario della corte persiana. Questo funzionario girava per le regioni e guardava il comportamento dei governatori: se uno si comportava bene lo segnalava al re per farlo promuovere, per premiarlo; se uno si comportava male lo segnalava al re per castigarlo, eventualmente anche con la morte. Sempre secondo il pensiero ebraico, per punire gli uomini Dio inviava loro le malattie la cui gravità era proporzionata ai peccati commessi; la malattia era inviata tramite il satana che, a sua volta, demandava l'applicazione della pena ad alcuni dei minori fenici che, in lingua greca, venivano chiamati demonos come Beelzebùl (Baal Zebub, il dio delle mosche), citato da Luca (Lc 11, 14-23). Scacciare i demoni, quindi, nei vangeli, è sinonimo di "guarire le malattie" e, quindi, anche di "perdonare i peccati". – 3. La raccolta dei detti di Gesù denominata Fonte Q non ci è pervenuta, ma è stata ricostruita dagli specialisti per un buon 90%.