Contenuti del blog

Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


mercoledì 30 marzo 2011

Domenica 3 aprile 2011 - IV domenica di quaresima – Gv 9,1-41

Passando, vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va' a lavarti nella piscina di Sìloe» - che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l'elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?.Egli rispose: «L'uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: «Va' a Sìloe e làvati!». Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov'è costui?». Rispose: «Non lo so».Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest'uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c'era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l'età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l'età: chiedetelo a lui!».Allora chiamarono di nuovo l'uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da' gloria a Dio! Noi sappiamo che quest'uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l'ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell'uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l'avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell'uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui.Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: «Noi vediamo», il vostro peccato rimane».

L'episodio descritto da Giovanni affronta il problema della sofferenza umana e lo affronta sia dal punto di vista etico che sociale. Nella cultura ebraica la malattia (o la disabilità dell'uomo) era considerata la conseguenza di mancanze nel rispetto della Legge di Mosè, mancanze fatte dal malato (o disabile) oppure dai suoi parenti diretti(1). Il concetto peccato = malattia (o disabilità)(2) è stato sempre oggetto di forte contestazione da parte di Gesù.

Alla domanda dei discepoli, se quell'uomo fosse cieco dalla nascita per un suo peccato personale o per colpa dei genitori, cioè per un peccato ereditato, Gesù dà una risposta che ha lo scopo di mettere in crisi proprio l'identificazione della malattia (o sofferenza) con la colpa, in quanto la sofferenza, per un seguace di Gesù di allora o di oggi, non va mai giustificata ma tolta, e la malattia non è una prova da sopportare con rassegnato stoicismo(3) (come nel caso di Giobbe) ma da superare, cioè un'occasione di crescita umana, in cui si fa leva sulle proprie risorse per tentare di risolvere casi apparentemente insolubili.

Detto questo, ha poca o nulla importanza se la guarigione sia un fatto storico o meno (o sia avvenuta in un modo diverso da come è stata descritta): è assai probabile che essa abbia un valore simbolico, specialmente se guardiamo come è stata realizzata e se la confrontiamo con l'ultima parte del brano ove è certamente prevalente il valore simbolico della cecità.

Il fatto che Gesù prenda del fango, lo impasti e lo sparmi sugli occhi del cieco, ricorda il racconto di Gn 2,7 sulla creazione dell'uomo; inoltre il fatto si svolge di sabato, quindi l'evangelista vuol far comprendere che l'azione di Gesù è una seconda creazione, una liberazione dell'uomo dai vincoli della Legge. In questo caso, quindi, la cecità non è tanto una malattia fisica, ma la impossibilità per l'uomo, legato mani e piedi dalla Legge, di vedere un futuro.

Se con questo racconto Giovanni avesse voluto indicare che solo il Cristo, in virtù dei suoi straordinari poteri taumaturgici, era in grado di poter risolvere un caso del genere, questo avrebbe avvalorato la concezione malattia = colpa contraddicendo il seguito del racconto; viceversa, se con questa guarigione Giovanni ha voluto semplicemente far capire che essa rappresentava una sorta di testimonianza simbolica di un progetto molto più complesso riguardante l'intera collettività, allora esso costituisce una fortissima contestazione a tutta la teologia rabbinica e alla legge mosaica.

Se chi analizza questo brano accettasse solo il senso miracolistico dell'evento, arriverebbe prima o poi a condividere l'idea secondo cui questo racconto non è che una rappresentazione simbolica dell'efficacia del battesimo cristiano(4): questo però andrebbe in stridente contrasto con la successiva parte del racconto che, lo sottolineo ancora una volta, avviene di sabato.

Nel racconto Gesù evita di addossare a qualcuno in particolare (del passato o del presente) la responsabilità di determinati mali sociali o individuali, però lascia intendere che chi non fa nulla per risolverli si rende responsabile della loro presenza e ovviamente delle loro conseguenze.

E' singolare che proprio attorno a un messaggio di carattere così generale l'opinione pubblica degli astanti si sia immediatamente divisa. Giovanni lo dice esplicitamente: alcuni dei farisei dicevano che Gesù non era credibile proprio perché faceva queste guarigioni violando il sabato. Altri invece sostenevano che per fare guarigioni del genere si doveva beneficiare di una sorta di "protezione divina". Giovanni, in sostanza, fa capire, con la sua solita precisione storica e cronologica, che la popolarità dei farisei tra la folla diminuiva man mano che cresceva quella di Gesù.

Egli usa il termine "giudei" in maniera inequivoca: sono i nemici del Cristo(5). Qui il termine viene usato in questo senso, perché la guarigione era stata fatta di sabato, giorno di riposo assoluto, in cui la stragrande maggioranza dei giudei credeva. Tuttavia, dice Giovanni, intorno all'operato di Gesù non tutti la pensavano alla stessa maniera e vi era "dissenso".

In effetti il racconto non narra soltanto di una guarigione portentosa, ma anche della volontà intenzionale del Cristo di trasgredire pubblicamente il precetto del sabato, o comunque l'interpretazione ufficiale che se ne dava, e di farlo all'interno della stessa Gerusalemme in periodo di festività religiosa: infatti, per fare questa guarigione, Cristo aveva scelto la festa autunnale delle capanne (Gv 7,2), che durava otto giorni e durante la quale il sommo sacerdote scendeva in processione nella piscina di Siloe per attingere con un'anfora l'acqua lustrale con cui aspergere l'altare. Siloe era l'unica sorgente di un certo rilievo nell'antica Gerusalemme.

Le grandi festività ebraiche erano l'occasione più favorevole per attirare l'attenzione delle masse e poter discutere di questioni inerenti l'emancipazione del popolo (come nel caso di questo episodio) o la liberazione nazionale. Qui non vi è alcun dibattito tra il Cristo e le autorità costituite probabilmente perché queste ultime conoscevano già il suo programma politico, tant'è che avevano già emanato una sentenza di colpevolezza a suo carico (Gv 8,22).

Il dialogo di Gesù, in queste feste, era soprattutto con la folla. In tal senso la violazione del sabato, che si può dire concluda la sezione iniziata col cap. 7, quella in cui Gesù afferma il proprio umanesimo integrale, è servita per dimostrare la coerenza con quanto Gesù predicava e soprattutto il coraggio politico di tale coerenza. Il superamento dell'ideologia del sabato era consequente all'affermazione, più volte fatta da Gesù, di autonomia di giudizio dell'uomo, cioè alla rivendicazione di una indipendenza dalle interpretazioni del potere sacerdotale dominante.

Va detto che in occasione di tale festa lo scontro tra Gesù e i giudei più conservatori è molto forte e in questo racconto appare chiaramente che molti hanno difficoltà a riconoscerlo come messia soltanto perché hanno timore di essere espulsi dalle sinagoghe da parte di scribi e farisei, il che equivaleva a essere scomunicati.

Gli stessi genitori del mendicante cieco, interpellati perché non si voleva credere alla testimonianza di quest'ultimo, sono terrorizzati e non hanno intenzione di rischiare qualcosa prendendo le difese del figlio risanato.

Le autorità, dal canto loro, non vogliono convincersi che quello fosse davvero cieco dalla nascita e cominciano a chiedergli di giurare e di confermare la versione ufficiale sulla colpevolezza di Gesù di fronte alla Legge.

Sembra qui di assistere alle persecuzioni anticristiane condotte dai tribunali romani. I dettagli sono talmente tanti che l'episodio meriterebbe d'essere rappresentato in una versione teatrale o cinematografica.

E' singolare come il mendicante faccia professione di onestà e sincerità con l'espressione: "Se sia un peccatore non lo so; una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo", ma anche di avvedutezza: da un lato infatti non vuol cedere su un fatto così evidente, che lo riguarda in maniera personale, dall'altro però preferisce non interferire con l'opinione che le autorità si sono fatte di Gesù e si limita a riconoscerlo come "profeta". Ora che è guarito non vuole rischiare una nuova emarginazione.

Tuttavia i giudei insistono (e qui si sente, anche se inespressa, la pressione delle autorità), sperando di cogliere il risanato in aperta contraddizione, per indurlo a confessare diversamente la dinamica dei fatti.

A questo punto il mendicante replica con una battuta di spirito: "Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?". Cioè egli interpreta ironicamente l'eccessivo interesse per il suo caso non come una manifestazione dell'odio che i farisei covavano nei confronti di Cristo, ma, al contrario, come malcelata speranza (mista a invidia e gelosia) di poter diventare suoi discepoli.

La reazione delle autorità è dura: per loro esiste una netta contrapposizione tra Gesù e Mosè: "Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia".

Gesù insomma veniva rifiutato perché non era un uomo appartenente agli ambienti del potere giudaico istituzionale, cioè non era un sacerdote, un sadduceo, un anziano, uno scriba, un fariseo, un levita... né era mai sceso a compromessi con almeno una delle componenti di tale potere.

Il vangelo di Giovanni sostiene che al movimento di Gesù aderirono, nella fase iniziale, rappresentanti del movimento battista, ed è altresì certo che vi siano confluiti rappresentanti del movimento zelota(6), ma i vangeli, nel complesso, sono molto parchi nel descrivere alleanze di tipo politico. Qui infatti ci si limita ad affermare che l'impossibilità di inquadrare Gesù in una categoria politica tradizionale era sufficiente per bollare negativamente il suo operato, di qualunque natura esso fosse.

In tal senso la reazione del risanato, essendo slegata da interessi di potere, risulta molto più obiettiva: egli sa rispondere in modo argomentato ai suoi inquirenti, tradendo una cultura insospettata per un povero mendicante. Non vuole colpevolizzare i farisei ma semplicemente ridimensionare le loro pretese di giudizio, riconducendole entro i binari del buon senso: di fronte a un favore così grande, ricevuto inoltre in maniera gratuita, sarebbe stato meglio porsi in un atteggiamento di dialogo e non di rifiuto preconcetto.

Agli occhi dei farisei quest'uomo deve essere apparso quanto meno un ingenuo: egli infatti non ha minimamente pensato che una persona dotata di così grandi poteri taumaturgici potresse anche rivendicare un potere personale di tipo politico.

I farisei comunque non vogliono prendere lezioni di comportamento da chi, a loro giudizio, "è nato tutto nei peccati"(7), sicché decidono di scomunicarlo; infatti non potevano permettere che venissero messi in discussione né l'identità di malattia e colpa, né il primato del sabato sull'uomo, né il sospetto di eresia e di minaccia eversiva a carico di Gesù.

L'incontro successivo di Gesù col risanato diviene, a questo punto, inevitabile. Significativo che in occasione del secondo incontro il risanato si convinca che Cristo era grande non perché "timorato di Dio" (come prima aveva detto), ma perché "vero figlio d'uomo". Gesù stesso gli fa capire che i suoi poteri gli provenivano non dal fatto di compiere "la volontà di Dio", ma piuttosto dal fatto d'essere "integralmente uomo", e quindi capace, proprio per questo, di giudicare in maniera autonoma, "affinché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi". Ecco la chiave interpretativa del racconto: la cecità guarita da Gesù è l'incapacità di ragionare con la propria testa per mettere a tacere coloro che basano il proprio potere sul silenzio degli altri. Non ci stanno i farisei che temono il diffondersi di questa parola: "Siamo ciechi anche noi?". La risposta di Gesù è sferzante: la cecità non è dovuta a una colpa, ma usarla per opprimere gli altri è il vero peccato.

Note: 1. Es 20,5: "…Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano…". Questo versetto, che fa parte della Legge data a Mosè sul Sinai, fu contestato vivacemente dal profeta Ezechiele che ne dichiarò l'assoluta falsità proclamando la responsabilità personale di ciascuno (Ez 18, 1-32). Nonostante questo, al tempo di Gesù e cioè circa 400 anni dopo Ezechiele, ancora si insisteva sull'ereditarietà della colpa. – 2. Mi sembra opportuno ricordare che fino a pochi anni fa (ma questo sentimento non è ancora scomparso), molti si vergognavano di rendere pubblica l'esistenza di una malattia considerandola una diminuzione della propria dignità. – 3. Questa folle concezione della sofferenza, sorta nel cristianesimo intorno al IX-X secolo, ha distrutto milioni di persone ed impedito loro di vivere sereni; ancora negli anni 80-90 del secolo scorso si facevano difficoltà a somministrare ai malati terminali la morfina in nome di una validità etica della sofferenza (sofferenza = redenzione dai peccati). Dio abbia misericordia di quei teologi che hanno avallato questa credenza e di quei medici che li hanno assecondati! - 4. La storia dell'esegesi di questa racconto mostra che è stato riferito, allegoricamente, alla pratica del battesimo cristiano sin dai primissimi Padri della Chiesa in quanto contiene il lavacro presso la piscina di Siloe. In realtà la guarigione che vi è descritta vuole rappresentare la risposta del movimento di Gesù al problema etico-sociale della sofferenza umana. – 5. In realtà il termine "giudei" nel vangelo di Giovanni non è sempre usato così. Il più delle volte, in senso lato, sta a significare le autorità giudaiche, inclusi i farisei, e tra queste Giovanni distingue soltanto l'atteggiamento di Nicodemo e di Giuseppe di Arimatea; in senso proprio sta a indicare che una parte di popolazione ebraica (autorità e cittadini) era sì ostile al Cristo, ma un'altra parte gli era favorevole (Gv 8,31; 11,45.56; 12,9). In entrambi i modi il termine "giudei" viene usato nell'accezione politica, solo che nel primo modo, a differenza del secondo, il lettore ha l'impressione di una contrapposizione più ideologica che politica tra "cristiani" e "giudei" (e forse anche tra "giudei" e "galilei" o tra "giudei" e tutte le altre etnie della Palestina). Le interpretazioni storicamente e politicamente più corrette sono possibili solo se si intende il termine nella seconda accezione. – 6. Erano certamente zeloti sia Giuda Iscariota (= portatore di pugnale) che Simone il cananeo detto anche lo zelota. – 7. Continuano ad applicare la tradizionale eguaglianza malattia = peccato.

mercoledì 23 marzo 2011

Domenica 27 marzo 2011 - Terza domenica di quaresima – Gv 4,5-42

Giunse così a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c'era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: «Dammi da bere!», tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest'acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell'acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore - gli dice la donna -, dammi quest'acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va' a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: «Io non ho marito». Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l'ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l'ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui. Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l'un l'altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Voi non dite forse: «Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura»? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l'altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica». Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

Prima di iniziare l'analisi del brano, è necessario sapere come venivano considerate, nel mondo ebraico del primo secolo, due categorie di persone, i samaritani e le donne.

I samaritani: dal un punto di vista strettamente storico i samaritani sono i discendenti di quanti, fra le popolazioni ebraiche delle nove tribù del regno settentrionale di Israele, rimasero sul posto al momento della deportazione delle élite urbane esiliate dagli Assiri nel 721 a.C.(1). Questa popolazione di "rimasti" si fuse, nel corso dei secoli, con una parte delle popolazioni pagane a loro volta deportate nel nord di Israele dalla Siria e dai territori intorno a Tiro.

Gli ebrei di Samaria, lungi dal convertirsi al paganesimo o abbandonarsi al sincretismo secondo l'accusa rivolta loro da alcuni ebrei di Giuda, si preoccuparono di preservare il culto di Yahweh, fino ad arrivare a costruire (in una data non determinabile del IV secolo a.C.) un loro tempio, separato da quello di Gerusalemme, sul monte Garizim.

Secondo la versione dei fatti fornita dalla Bibbia, dopo il ritorno dall'esilio babilonese (seconda metà del VI secolo a.C.), i Samaritani tentarono di opporsi alla ricostruzione del Tempio di Gerusalemme, e sotto Antioco IV si allearono con i pagani contro i giudei.

Da qui e da altri scontri di carattere dottrinale è nata e si è ingigantita una sorta di repulsione tra i due popoli che può essere esemplificata dal fatto che dare ad un ebreo del "samaritano" era considerato il peggiore insulto, l'unico insulto che la giustizia ebraica punisse con le 39 frustate, pena oltre la quale c'era solo la condanna a morte.

La donna: la Bibbia è parola di Dio, ma è stata scritta da maschi, e qualcosa di loro ce l'hanno pur messo a scapito, naturalmente, delle donne. La Bibbia non è un libro calato dal cielo, ma una serie di libri dove un autore talvolta contesta l'altro, spesso all'interno dello stesso libro. Gli autori sacri non si sono messi d'accordo neanche sulla creazione della donna: infatti nella sacra scrittura vi sono due filoni teologici portanti, il primo che fa capo al Dio legislatore e che viene portato avanti dagli scribi e dai sacerdoti, il secondo, quello del Dio creatore, che è portato avanti dai profeti(2). Questi due filoni si notano nella creazione della donna: i primi a descrivere la creazione della donna sono stati i profeti che hanno dato un'immagine straordinaria, che non poteva certo essere compresa dalla realtà patriarcale dell'epoca. Si legge che "..Dio creò l'uomo a sua immagine e somiglianza, maschio e femmina li creò..", quindi in perfetta parità nei confronti di Dio(3).

Questa parità era troppo dura da digerire per una mentalità patriarcale che vedeva la donna come una specie di essere "sub-umano"; quindi questa definizione della creazione viene corretta dai sacerdoti, che riscrivono il testo della creazione (nel Libro della Genesi si trovano tutti e due) contraddicendo l'altro: non è vero che Dio ha creato l'uomo e la donna a sua immagine e somiglianza; solo l'uomo è a sua immagine e somiglianza, mentre la donna l'ha creata da un costola dell'uomo, cioè è una parte dell'uomo, per cui non è vero che hanno pari dignità, ma la donna dipende dall'uomo.

Nella sacra scrittura, quello che sconcerta, è che Dio non rivolge mai la parola a una donna, o meglio, una volta le si è rivolto, ma sembra si sia talmente pentito che poi non ha parlato più alle donne. Dio si era rivolto a Sara, la moglie di Abramo, ma questa gli aveva risposto con una innocentissima bugia; Dio le aveva detto "tu e tuo marito avrete un figlio...", Sara sghignazza pensando che suo marito era ormai vecchio e lei era sterile. Dio si accorge del suo riso e domanda "hai riso?", ma lei nega, Dio se la è legata talmente al dito che per tutta la storia d'Israele non ha rivolto più la parola a una donna!

La donna veniva considerata incapace di testimoniare perchè non credibile (si faceva riferimento proprio all'episodio di Sara) e soprattutto causa di tutti i mali dell'umanità. Uno dei libri più recenti dell'antico testamento arriva a dire che la morte è entrata nel mondo a causa del peccato della donna (dimenticandosi della partecipazione attiva dell'uomo).

Ogni ebreo maschio deve fare, nella sua giornata, una triplice benedizione e una di queste benedizioni è "ti ringrazio per avermi creato maschio"; la donna, poverina, dice invece "ti ringrazio per avermi creato secondo la tua volontà". Questa è la condizione della donna nella bibbia, per cui il fatto che Gesù si rivolga ad una donna, e per di più samaritana(4), lascia sconcertati i discepoli.

Già l'inizio ci fa comprendere che c'è qualcosa di strano in quest'episodio, scrive l'evangelista: "Giunse così a una città della Samaria chiamata Sicar", egli si trovava al nord, nella Galilea e doveva raggiungere la Giudea a sud, non era necessario passare per la Samaria; normalmente i viaggiatori ed i pellegrini evitavano di entrare nella Samaria e passavano a fianco, lungo la valle del Giordano, perché a causa della grande ostilità tra i due popoli si rischiava di rimanere uccisi.

Questo viaggio, quindi, non fa parte di un itinerario geografico bensì di un "itinerario d'amore" compiuto da Gesù che va a riconquistare la "sposa adultera".

La chiave di interpretazione di questo episodio è data dal termine "donna" con il quale Gesù, nella parte finale dell'episodio, si rivolge alla samaritana.

Sono tre i personaggi femminili, nel vangelo di Giovanni, ai quali Gesù si rivolge chiamandoli "donna": Maria sua madre, Maria di Magdala e la samamritana..

"Donna", in ebraico, ha il significato di "moglie", "donna sposata". Il primo personaggio al quale Gesù si rivolge chiamandolo donna è Maria alle nozze di Cana(5); un figlio non si rivolgeva alla madre chiamandola donna, cioè moglie; Gesù si rivolge a sua madre in questo modo perché la madre di Gesù rappresenta la parte fedele d'Israele, sposa di Dio, che non ha mai tradito il suo Signore, che è sempre rimasta fedele e che è in pena per la situazione del suo popolo e per il quale dice "non hanno più vino".

Nella cerimonia del matrimonio ebraico (non nel successivo banchetto), ancora oggi, l'evento culminante è quando lo sposo e la sposa bevono entrambi da un bicchiere pieno di vino, perché il vino è simbolo dell'amore tra gli sposi. Infatti, la madre di Gesù non dice "non abbiamo più vino", perché lei ce l'ha, rappresentando quell'Israele che è stato sempre fedele a Dio, ma è preoccupata per la situazione del resto di Israele e degli altri popoli e per questo dice "non hanno più vino", cioè in questo matrimonio (tra Dio e il suo popolo) non c'è più amore.

Il secondo personaggio è la donna samaritana, una sposa che è adultera, che ha tradito ripetutamente il suo sposo e che Dio riconquista con il suo amore.

Infine Maria di Magdala, ultimo personaggio femminile alla quale Gesù si rivolge chiamandola "donna" e che rappresenta la sposa della nuova comunità. I tre personaggi quindi sono: la sposa fedele, la sposa adultera e la sposa della nuova comunità.

Continuando il brano, l'evangelista scrive "Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua."

Se Gesù fosse stato una pia persona avrebbe dovuto schizzare via perché era una donna, e le donne sono sempre sospettate di essere impure. Inoltre, Gesù aveva davanti a sé non solo una donna, ma aveva una samaritana, che era l'essere più schifoso e più ripugnante agli occhi di un giudeo. Bene, Gesù si rivolge alla donna e le chiede: "Dammi da bere".

Gesù, che non riconosce le barriere razziali, le differenze tra nazione e nazione, tra pagani e stranieri, non si rivolge dall'alto della sua superiorità di maschio giudeo nei confronti di una donna, e per di più samaritana, bensì dal basso come un uomo bisognoso chiedendo un favore "dammi da bere".

Questa è l'azione tipica di Gesù, quando si avvicina alle persone: non si rivolge dall'alto della sua condizione divina, ma dal basso. Questo concetto verrà poi espresso nel cap. 13 con la lavanda dei piedi, dove l'azione di servizio di Gesù comincia dalla parte più sporca e impura dell'uomo.

Continuando il brano, si nota che la donna è polemica e dice: "Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna (non c'era bisogno che sottolineasse che era una donna, visto che si vedeva) e samaritana?". Era infatti successo qualcosa di inconcepibile… tu, il superiore, la razza eletta chiedi da bere a me che sono donna e samaritana?

L'evangelista, perché tutti quanti capiscano, si sente obbligato a spiegare e scrive "I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani."; questa è un'espressione molto diplomatica che tradotta in linguaggio semplice significa: se le danno di santa ragione! E voi sapete che non si ammazza mai con tanto gusto come quando si ammazza in nome di Dio.

Gesù non accoglie la provocazione e risponde "Se tu conoscessi il dono di Dio"; è lo sposo che cerca di conquistare la sposa(6), l'adultera, e non le rimprovera le sue malefatte, ma le offre un regalo.

In questo sta l'importanza del brano, perché l'azione con la quale Gesù si rivolge alle persone che lo hanno tradito, cioè a coloro che sono peccatori, non è una richiesta di pentimento attraverso l'atto di dolore, bensì l'offerta di un regalo: hai peccato, hai fallito, sei stato infedele, io non ti chiedo di fare penitenza ma ti dico "guarda quanto ti amo, forse non avevi capito quanto era grande il mio amore". Come Osea aveva capito che sua moglie gli scappava perché lui era il padrone e lei cercava amore, così Gesù dice "vieni, ti faccio vedere questa nuova relazione nella quale non mi chiamerai più padrone, ma marito". Quando Gesù si avvicina all'uomo peccatore non è mai per rimproverarlo e neanche per chiedergli conto delle sue malefatte, ma per offrirgli un regalo più grande di quello che lui possa immaginare(7).

Gesù, a questa donna samaritana, adultera, che lo ha tradito, dice: "Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: «Dammi da bere!», tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva".

E' un'espressione incongruente: davanti a un pozzo e Gesù dice "se tu accetti questo mio dono io ti do un'acqua zampillante, non l'acqua del pozzo". Questa donna concreta, realistica replica: "Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest'acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?".

Gesù gli ha fatto una nuova proposta d'amore, una nuova offerta perché Dio non distingue tra eretici ed ortodossi, tra pagani e giudei, tra peccatori e giusti, ma Dio a tutti comunica incessantemente il suo amore. La donna conosce soltanto il dono di Giacobbe, il pozzo (tirare su l'acqua dal pozzo significa abbeverarsi con il proprio sforzo) e non riconosce, né immagina un dono gratuito da parte di Dio.

Qui ricorre la differenza tra fede e religione: nella religione ciò che conta è lo sforzo dell'uomo, nella fede è il dono gratuito da parte di Dio. L'amore di Dio non va meritato per i nostri sforzi, ma va accolto come dono gratuito del suo grande amore.

E Gesù risponde: "Chi beve di quest'acqua avrà di nuovo sete", cioè chi cerca di avere l'amore di Dio attraverso lo sforzo umano si troverà sempre e sempre da capo, ogni volta si troverà di nuovo a ricominciare. Gesù continua: "chi beve dell'acqua che io vi darò non avrà più sete". C'è un'acqua che disseta la persona in maniera definitiva e Gesù prosegue dicendo: " Anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna ".

Ecco di nuovo la fede e la religione messe in contrapposizione tra di loro. Chi cerca di ottenere le propria pienezza di vita, la propria santità attraverso gli sforzi si trova sempre da capo, non riesce mai a raggiungere lo scopo; chi invece accoglie il dono gratuito d'amore da parte di Dio, afferma Gesù, sente che dentro di sé comincia a sgorgare (sono naturalmente immagini) una sorgente d'acqua che zampilla in maniera crescente e progressiva per sempre. Quindi, alla donna che deve andare ogni giorno a tirare, con il proprio sforzo, l'acqua fuori dal pozzo, Gesù dice "…guarda che ti posso dare, se vuoi questo è il mio regalo, una sorgente che dentro di te zampillerà in maniera continua e crescente per la vita eterna". Questo dono, che Gesù raffigura con l'acqua, è il dono dello Spirito.

Dio non governa gli uomini emanando delle leggi, che loro devono osservare e quindi sforzarsi, impegnarsi, stare attenti e ricominciare sempre da capo; bensì Dio governa gli uomini comunicando loro il suo Spirito con la sua stessa capacità d'amore. Ecco, questa è la grande differenza, noi non dobbiamo obbedire alle leggi, ma assomigliare al Padre. Una volta che noi accogliamo questo dono e lo traduciamo in altrettanto amore per gli altri, la sorgente d'acqua zampilla con ancora più potenza! Più traduciamo l'amore che noi accogliamo da Dio, in amore che, volontariamente, liberamente, si fa servizio agli altri, tanto più, questa fontana d'acqua zampilla in maniera crescente e continua.

E' quello che altri evangelisti hanno detto con altre immagini; il messaggio dei vangeli è identico, le forme per esprimerlo sono differenti.

Gesù, nel vangelo di Marco, dice "perché la misura con cui misurate vi sarà restituita…", ma con un'aggiunta, con un regalo. Le persone di una certa età forse ricordano quando nei negozi alimentari nessun prodotto era confezionato e se uno voleva mezzo chilo di farina c'era la "misura", una specie di mestolo che era il mezzo chilo. Allora, Gesù sta dicendo che la misura con cui misuriamo ci sarà restituita, cioè l'amore che noi diamo agli altri prontamente ci viene restituito dal Padre, ma siccome Dio non si lascia vincere in questa gara d'amore e di generosità, ci sarà data un'aggiunta. Cioè se io do 50 all'altro, mi viene prontamente restituito il 50, ma con l'aggiunta magari di un altro 25 e così io ho 75; se io questo 75 lo do all'altro, non mi viene restituito il 75, ma il 100, in definitiva l'amore è la norma di crescita dell'individuo. L'individuo che, sentendosi gratuitamente amato dal Padre, traduce questo amore in altrettanto amore per gli altri, inizia quel processo di crescita che non avrà mai fine.

Il limite a questa azione divina nella nostra esistenza lo mettiamo noi: tutto lo spazio che nella nostra esistenza è occupato dall'interesse, dall'egoismo, dal rancore, non può fecondare e quindi diventa zona morta, ma se noi progressivamente ci lasciamo invadere da questo amore, più amiamo gli altri e più scopriremo dentro di noi delle energie sconosciute.

Credo che ci sia una esperienza che molti, se non tutti, hanno fatto: quando abbiamo una persona cara che sta male, non avete scoperto, dentro di voi, delle energie delle capacità, una resistenza che non sapevate di avere? E' stata quell'emergenza, quell'occasione d'amore, a produrre una resistenza, una forza, una capacità d'amore che era sconosciuta, perché è nel momento dell'amore che si sviluppa l'uomo.

La linea di sviluppo dell'individuo, secondo Gesù, è l'amore che si dona, non ne esistono altri! Quindi più noi aiutiamo gli altri, più cresciamo e questo senza fine. La sfida che Gesù ci propone è "sentitevi responsabili della felicità degli altri e permetterete a Dio di sentirsi responsabile della vostra". E' un cambio meraviglioso!

Di fronte a questo dono: "Signore - gli dice la donna -, dammi quest'acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua ".

Gesù, a sorpresa, (sembra strano perché passa di palo in frasca), cambia argomento e dice: "Va' a chiamare tuo marito e ritorna qui". Cosa c'entra il marito? E infatti la donna gli risponde: " Io non ho marito".

Sembra che Gesù stia facendo il bacchettone, il moralista e continua: "Hai detto bene: «Io non ho marito». Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero". Questa è l'unica volta nei vangeli che Gesù indossa i panni del moralista e rimprovera qualcuno; non l'ha mai fatto. Ricordate come si è comportato con la peccatrice, con l'adultera, come mai a questa donna getta in faccia la sua vita un po' focosa, un po' vivace?

Ricordo che gli evangelisti, non intendono trasmettere delle cronache storiche che riguardano episodi di duemila anni fa e che a noi non possono dire più di tanto, ma delle profonde verità, degli insegnamenti che riguardano la comunità dei credenti di tutti i tempi.

Questo numero cinque è importante. Perché la donna viene rimproverata da Gesù di avere avuto cinque mariti più quello che ha ora, quindi sei in tutto? Allora, ricordiamo che i samaritani erano nati quando la Siria invase questa regione e deportò gran parte degli abitanti per poi sostituirli con dei coloni provenienti da altre aree territoriali. Ognuno di questi ceppi di coloni si portò il suo dio, per cui entrarono nella Samaria cinque ceppi e ognuno si portò la sua divinità. Sui cinque colli della Samaria costruirono cinque templi alle proprie divinità, più il tempio al Dio di Israele, Yhavè, sul monte Garizim. Ecco cosa Gesù rimprovera: l'idolatria!

L'adulterio, nella bibbia, non viene mai inteso nel senso delle corna del marito verso la moglie o della moglie verso il marito, ma è un'immagine dell'idolatria. Se Dio è lo sposo e il popolo è la sua sposa, adorare altre divinità è idolatria. Allora, alla donna che si è dichiarata disposta a ricevere il dono di Dio, Gesù sta dicendo che c'è una difficoltà dalla quale si deve liberare: non può ricevere con pienezza il dono di Dio, fintanto che convive con gli idoli, perché gli idoli producono morte, al contrario del Dio di Gesù che produce vita. È incompatibile il Dio della vita con gli dei della morte perché pretendono che l'uomo si tolga qualcosa per sacrificarlo a loro e essi, essendo falsi, chiedono anche il sacrificio umano. Mentre il Dio di Gesù è colui che comunica vita, gli idoli sono coloro che la tolgono.

Rileggendo questo episodio non dobbiamo pensare con orrore, ad episodi di duemila anni fa in cui c'erano i sacrifici umani, perché gli idoli, come i farisei, si clonano geneticamente, cambiano, ma continuano. Chi possono essere oggi gli idoli che ci impediscono la pienezza di vita? Per idolo, dice la Bibbia, si intende tutto ciò che prende all'uomo e lo assorbe al punto di arrivare a chiedergli sacrifici umani, al punto di sacrificargli la propria vita. Ognuno di noi sa che ci possono essere mille gli idoli che la società ci propone. C'è, per esempio, la dea discoteca, che sposata con il dio velocità, settimanalmente pretendono la vita di venti, trenta giovani tra i venti e i trent'anni.

A noi fa orrore sapere che una volta sacrificavano i giovani alle divinità, ma oggi è uguale, per questo è importante l'affermazione del vero Dio che comunica vita per l'eliminazione dei falsi idoli, che naturalmente non si presentano come idoli malefici, ma si presentano in maniera attraente, alettante.

Uno degli idoli attuali che annienta e sacrifica la vita dell'individuo è l'idolo del lavoro. C'è molta gente che vive per lavorare, per ammassare e per guadagnare e distrugge la propria esistenza e l'esistenza delle persone che gli stanno accanto.

Ecco, soltanto alcuni esempi, di quei cinque mariti che forse anche noi ci portiamo dentro nella nostra esistenza, quegli idoli che ci impediscono di avere la sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna.

Gesù non sta rimproverando una donna un po' vivace per il suo passato esuberante, ma rinfaccia alla Samaria il peccato di idolatria. Non puoi ricevere quest'acqua fintanto che la tua esistenza è occupata da queste cinque divinità.

La donna capisce subito l'insegnamento(8) di Gesù e dice: "Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare". La samaritana crede che la relazione con Dio sia favorita dal culto ed è disposta a trovare il vero Dio ma domanda "Dove? Noi adoriamo dio su questo monte, il monte Garizim, voi lo adorate a Gerusalemme, io sono disposta ad andare dal vero Dio, ma dimmi dove, dov'è il vero culto?"

Le parole di Gesù che seguono sono solenni, sono importanti e sono valide per sempre; Gesù annunzia: "Credimi, donna (cioè sposa), viene l'ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre (non Dio, ma il Padre). Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l'ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità". Con queste parole Gesù proclama la fine dei santuari e dei pellegrinaggi, non c'è più bisogno di andare in un determinato posto per ricevere una grazia particolare, per fare un'esperienza particolare di Dio!

Non c'è più bisogno di andare né sul monte Garizim, né a Gerusalemme, è finita quell'epoca. Gesù non sta parlando di Dio, che ha bisogno di un tempio e di un culto, lui sta parlando del Padre e il Padre ha bisogno di figli che gli assomiglino nell'amore. L'espressione greca "spirito e verità", traduce l'espressione ebraica che significa "amore fedele". Questa è la caratteristica di Dio, Dio è colui che nel suo amore è fedele; il suo popolo potrebbe essere infedele, ma Dio è fedele. Allora Gesù sta dicendo che i veri adoratori adoreranno il Padre con un amore fedele e il Padre desidera, cerca, che tali siano quelli che lo adorano.

Continua Gesù: "Dio è Spirito e quelli che lo adorano devono adorarlo in Spirito e verità". Dio è amore e coloro che vogliono adorarlo devono adorarlo con un amore fedele non rivolto a Dio, ma agli uomini. L'unico punto che il Padre cerca è il prolungamento del suo "dinamismo d'amore" che lui stesso è e che comunica all'uomo. Alla donna che desiderava sapere dove recarsi per offrire culto a Dio, (andare al santuario significa offrire qualcosa a Dio), Gesù risponde dicendo che è Dio che si offre a lei, ecco di nuovo il confronto tra la religione e la fede.

Nella religione l'uomo offre a Dio, nella fede è Dio che si offre all'uomo, donandogli la sua stessa capacità d'amore. L'esperienza dell'amore, quindi l'unico culto che Dio ci richiede, non è rivolto verso lui, ma è accogliere questo amore fedele e trasmetterlo agli altri. Prolungare questa esperienza d'amore produce, in ogni uomo, la capacità di amare generosamente così come si sente amato e inizia un processo di somiglianza al Padre. Più noi siamo capaci d'amare e più diventiamo somiglianti a Dio! Come abbiamo accennato, essendo l'amore la linea di sviluppo dell'uomo, questa crescita d'amore dell'uomo realizza in ogni persona il progetto del Creatore. Il progetto di Dio è che l'uomo raggiunga la sua stessa condizione divina: diventare figlio di Dio.

Il culto dell'A.T. esigeva dall'uomo la rinuncia ai beni esteriori, il Dio della religione è il Dio che dice "il tuo figlio primogenito consacralo a me, dammi la decima di tutti i campi (oggi la chiamano "otto per mille" ma è la stessa realtà), questo giorno particolare lo devi consacrare a me, non devi fare nessun lavoro", è un Dio che toglie all'uomo, che lo diminuisce.

Il nuovo culto non umilia l'uomo, non lo diminuisce, ma lo potenzia. Non è più l'uomo che si deve togliere il pane per offrirlo a Dio , ma è Dio che si fa pane per offrirsi all'uomo.

Continuando il nostro brano vediamo che la donna, esterrefatta da questo dono, dice "So che deve arrivare il Messia" e Gesù fa qualcosa di inaudito. Abbiamo detto che le donne non erano credibili nei processi e nelle testimonianze, e Gesù, per la prima volta, si rivela come manifestazione di Dio e come messia a questa donna. La donna va in città e dice: "Venite a vedere (non dice un giudeo ma lo definisce un uomo) un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto". Arrivano i samaritani, la ascoltano, si entusiasmano e cosa dicono a questa donna? "Adesso non crediamo più per quello che ci hai detto, ma perché noi abbiamo sperimentato che costui è il Salvatore del mondo". Quello che gli ebrei ortodossi ed i giudei non hanno capito, non hanno compreso, pensavano infatti che il Messia dovesse salvare Israele, lo capiscono gli eretici: più si è lontani dalla religione e più è facile comprendere le manifestazioni di Dio! Gli eretici e i disprezzati samaritani capiscono quello che i sommi sacerdoti non hanno compreso, quello che neanche i discepoli hanno compreso: Gesù non è il re d'Israele, bensì il Salvatore del mondo, questo dono d'acqua viva viene offerto a tutta l'umanità.

Incastrato in questo episodio, quasi uno sfondo, è posizionato il comportamento dei discepoli: "In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna." Se per Gesù non vi sono distinzioni tra una persona e un'altra, i discepoli sono ancora agganciati alla tradizione, ma esteriormente non reagiscono e invitano il maestro a mangiare.

Gesù ne approfitta per aprire gli occhi dei discepoli sulla sua opera, sulla volontà del Padre di ricondurre a Lui tutte le genti e, rendendosi conto che le genti di quella città possono essere convertite, parla di messe matura da raccogiere usando quella splendida immagine della gioia comune del mietitore e del seminatore.

Note: 1. Il re assiro Sargon II si vanta, in una sua iscrizione, di avere deportato dalla regione in tutto 27.290 persone, quindi palesemente non l'intera popolazione. – 2. Gesù prenderà parte alla linea dei profeti, in contrapposizione a quella del Dio legislatore. – 3. E' proprio su questa base che si fonda il mio convincimento che è assurdo, se non blasfemo, dichiarare impossibile ordinare presbitero una donna. Nei primi secoli alcune donne erano state evidentemente ordinate presbiteri se nel Concilio di Laodicea del 352 d.C. fu stabilito che alle donne non era più concesso di essere ordinate perché "mestruate". Da notare però che papa Gelasio Primo (492-496), in una lettera inviata nel 494 ai Vescovi dell'Italia meridionale, si rammaricava che le ordinazioni di donne presbitero continuassero. – 4. Dice il Talmud: "Le samaritane sono già impure fin dalla nascita", quindi sono delle persone repellenti con le quali non si può avere nessun contatto. – 5. Il racconto delle nozze di Cana (Gv 2,1-12) è chiaramente un episodio non storico, ricco di simbolismi con i quali si annuncia la nuova alleanza sancita da Dio con gli uomini tramite Cristo. La chiave di lettura che permette l'interpretazione di questo episodio è la dichiarata presenza di Maria alle nozze, cosa impossibile nel mondo ebraico in quanto alla donna non era permessa la presenza al banchetto nuziale nemmeno per servire: al banchetto di nozze non poteva essere presente nemmeno la sposa. – 6. Giovanni, scrivendo il cap. 4, si ispira alla storia e all'insegnamento di uno dei profeti più importanti dell'A.T., il profeta che aveva detto "imparate, misericordia io voglio, e non sacrifici": è il profeta Osea (VIII sec. a.C.), colui che ha raffigurato, per la prima volta, il rapporto di Dio con il suo popolo come un rapporto tra uno sposo ed una sposa. Dio è lo sposo ed il popolo d'Israele la sposa, ma quello che è stupefacente è che Osea è arrivato a comprendere questo da una storia familiare che più tragica non poteva essere. La moglie si chiamava Gomer e gli aveva dato tre figli ma, "..era come una cammella in calore", come fiutava l'odore del maschio scappava via. Osea era innamorato della moglie e ogni volta la andava a riprendere, ma non c'era niente da fare, la volta dopo era sempre la stessa storia, scappava e lasciava a casa i figli. Osea un giorno perde la pazienza, all'ennesima fuga della donna la rintraccia e le fa il processo, la pena prevista per le donne adultere era lo strangolamento. Osea, che stavolta aveva perso la pazienza, le elenca tutte le malefatte di moglie infedele, di madre snaturata che con tre figli andava ancora in cerca di uomini, di maschi ed arrivato alla sentenza dice "perciò..." (e qui avrebbe dovuto seguire "…ti condanno alla pena di morte…"), ma l'amore del profeta verso la moglie, è più forte dei crimini e dei tradimenti da lei compiuti nei suoi confronti e arriva a farle una nuova proposta d'amore, "…andiamo a fare un altro viaggio di nozze ti porterò nel deserto e saremo noi due soli". Finalmente Osea capisce perché la donna lo tradisce ancora e continua "là non mi chiamerai più padrone mio, ma marito mio". Osea capisce che se la donna scappava era perché cercava amore e affetto, quell'amore e quell'affetto che un padrone non poteva dare. Soprattutto una cosa è importante per la comprensione del brano che adesso esaminiamo, alla quale Gesù stesso si riallaccia, Osea comprende che mentre nella religione la conversione, il pentimento era una condizione per ottenere il perdono delle proprie colpe, al contrario il perdono fatto con amore, deve precedere la conversione. – 7. Un altro insegnamento di Gesù su questo argomento: nella parabola del figliol prodigo quando il figlio torna, e torna per interesse, torna perché ha fame, il padre non lo rimprovera, non lo minaccia, non gli mette delle condizioni, ma gli dice senti quanto ti voglio bene, senti quanto è grande il mio amore e gli fa festa. – 8. Non deve meravigliare che una donna, sicuramente non colta, comprenda un ragionamento per immagini e simboli come quello portato avanti da Gesù perché allora, ma anche oggi, in Oriente era un modo normale di parlare tra due persone; questo è il grande problema che si incontra nella lettura dei vangeli.

martedì 15 marzo 2011

Domenica 20 marzo 2011 -

Seconda domenica di quaresima – Mt 17,1-9

Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.

Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti».

Il brano inizia subito con una chiave di lettura(1): "Sei giorni dopo". Nei vangeli le indicazioni, che di per sé non sembrano strettamente necessarie per la comprensione dell'episodio (che la trasfigurazione avvenga dopo sei giorni o dopo tre, in effetti, non sembra avere molta importanza) in realtà, nel linguaggio simbolico, sono molto importanti.

Il numero sei, il sesto giorno, è il giorno della creazione dell'uomo; non solo, è il giorno in cui Dio si è manifestato nel Sinai: in Es 24,16 si legge "la gloria di Jahve venne a dimorare sul monte Sinai e la nube" (ricordiamoci di questa nube che tra poco incontreremo) "lo ricoprì per sei giorni".

Mettendo questa indicazione "sei giorni" l'evangelista unisce e richiama questi due momenti: il giorno della creazione dell'uomo e il giorno della manifestazione della gloria di Jahve sul monte Sinai. Fino dalle prime battute del suo vangelo, l'evangelista vede in Gesù la piena realizzazione della creazione da parte di Dio.

"Sei giorni dopo, Gesù prese con sé…": in un episodio precedente (Mt 16,21-22), è Pietro che prende Gesù dalla sua parte; Gesù fa ora il contrario. Inoltre l'evangelista ci fa capire che le cose non si mettono bene per Simone: il discepolo non è presentato con nome e soprannome, ma unicamente con il soprannome dispregiativo "Pietro"(2) il che fa comprendere che farà qualcosa di contrario a Gesù. Non solo, ma nel testo greco è presentato come "il Pietro", addirittura con l'articolo determinativo, il testardo, una forma di sottolineatura che mette in guardia il lettore.

"…Giacomo e Giovanni suo fratello…" Gesù prende questi tre discepoli perché sono quelli che nel vangelo di Matteo hanno il ruolo di tentatori di Gesù. Nel deserto il diavolo prese Gesù e lo portò su un monte alto e gli offrì, se lo avesse servito, tutta la gloria di questo mondo; questa volta è Gesù che prende lui i tentatori e li porta lui sul monte alto e vedremo poi perché.

Vediamo innanzitutto questi personaggi: Pietro, Giacomo e Giovanni sono coloro che, dominati dalla tradizione, avranno le maggiori difficoltà a seguire Gesù. Pietro è stato chiamato satana. Giacomo e Giovanni, quando chiederanno i posti d'onore nel suo regno, si sentiranno rispondere da Gesù che l'unico posto d'onore è quello accanto alla croce e scompariranno dal vangelo. Sono anche i tre che Gesù prenderà con se nel momento drammatico che precede il suo arresto nel Getsemani.

"…prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte…". Queste non sono indicazioni storiche e neanche topografiche; nell'antichità il monte era considerato il luogo di congiunzione tra la terra e il cielo e, quindi, la dimora divina. In tutte le mitologie (vedi l'Olimpo nella cultura greca) e le religioni, le divinità abitano tutte in cima ad un monte. Ugualmente anche oggi i santuari sono per lo più costruiti in cima ad un monte perché il monte è il luogo della terra più elevato e più vicino al cielo.

Gesù portandoli su un monte alto, contrappone questo monte al monte del deserto. Lì il diavolo lo aveva portato su un monte, offrendogli tutto il successo attraverso il potere. Gesù li porta su un monte alto e mostra loro che la condizione divina non si ottiene attraverso il domino e il potere, ma attraverso il servizio e il dono di sé.

"…in disparte…" Tutte le volte che nei vangeli troviamo questa indicazione, essa ha sempre un valore negativo. Significa che Gesù sottrae i discepoli dal resto del gruppo, dalla folla, perché sono pericolosi, perché non capiscono.

In precedenza, nel cap. 16 del vangelo di Matteo, si narra che questi discepoli non accettano la morte di Gesù; per questo Gesù li prende in disparte, li porta su un monte alto, segno della condizione divina, e, scrive l'evangelista, "…fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce".

L'evangelista scrive che Gesù "fu trasfigurato"(3): è Dio che lo trasforma, in lui l'azione creatrice di Dio viene portata a compimento realizzando in Gesù una trasformazione o meglio un cambiamento luminoso, durante il quale il suo volto brilla come il sole.

Attraverso queste immagini: il sole, la luce, le vesti bianche, ecc., l'evangelista intende mostrare - questo è importante anche per le comunità dei credenti di tutti i tempi – che la condizione dell'uomo che è passato attraverso la morte(4) non diminuisce la persona, ma la trasforma consentendole di manifestare tutto il suo massimo splendore.

In questo episodio, l'evangelista anticipa gli effetti della morte in Gesù: la morte non ha distrutto Gesù, ma gli ha consentito di manifestare quello splendore che durante l'esistenza non gli era stato possibile manifestare. La morte, secondo i vangeli, non distrugge l'individuo, ma gli consente di liberare tutte le energie, tutte le sue potenze vitali e di realizzarsi in una maniera completamente nuova.

Scrive Paolo, nella seconda lettera ai Corinzi, che questa trasformazione, questa metamorfosi, non inizia con la morte, ma inizia già durante la vita: "E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore" (2Cor 3,18). I primi cristiani non credevano che sarebbero resuscitati dopo la morte, ma credevano di essere già resuscitati e dicevano «se non si risuscita finché si è vivi, quando si è morti non si resuscita più».

I primi cristiani credevano di avere una vita di una qualità tale che, attraverso un processo di trasformazione che si operava già in questa esistenza(5), la persona raggiungeva quella che è la soglia definitiva.

In questo avvenimento in cui Gesù dimostra qual è la condizione dell'uomo che passa attraverso la morte, "Ed ecco apparvero loro" (quindi a Pietro, Giacomo e Giovanni) "Mosè ed Elia" - attenzione all'indicazione che dà l'evangelista - "che conversavano con lui".

Questi due personaggi vengono proprio per aiutare i tre discepoli indecisi(6): gli ebrei chiamano "la Legge e i Profeti", quello che noi chiamiamo A.T.(7); la Legge era stata data a Mosè e i Profeti erano rappresentati da quello che era considerato il massimo profeta, Elia. Qui appare, detto con il nostro linguaggio, tutto l'Antico Testamento (Mosè ed Elia) che conversano - non con Pietro, non con Giacomo, non con Giovanni - ma soltanto con Gesù. Mosè ed Elia non hanno più nulla da dire alla comunità cristiana, ma possono soltanto dialogare con Gesù.

Questa definizione che dà l'evangelista è importante perché tutti gli atteggiamenti negativi di Pietro, di Giacomo e di Giovanni vengono dall'attaccamento alle tradizioni religiose che si erano consolidate nell'A.T.(8), dalla concezione che il regno d'Israele dovesse diventare dominatore di tutti gli altri popoli pagani, ed il Messia inviato da Dio attraverso il potere. Tutto questo è finito. Né Mosè, né Elia, quindi né la Legge, né i Profeti, hanno più nulla da dire alla comunità cristiana se non in quelle parti (sono poche, ma ci sono) che sono conciliabili con l'insegnamento e l'attività di Gesù.

Di fronte a questa scena (Mosè ed Elia che conversano con Gesù) "Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù" - compare col solo soprannome dispregiativo e con l'articolo(9), perciò sappiamo che quello che propone non è in sintonia con Gesù - «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia».

Ancora una volta Simone svolge il suo ruolo di tentatore di Gesù, e seguita a essere non la pietra da costruzione(10), ma la pietra di inciampo.

Per comprendere la tentazione che Pietro fa a Gesù (o la seduzione, se preferite) bisogna rifarsi alla mentalità dell'epoca. Tra le feste che c'erano in Israele, ce ne era una talmente importante, la più conosciuta, la più popolare al punto che non veniva neanche nominata, veniva semplicemente detta "la festa": era la festa delle capanne. Era una festa di origine agricola: in autunno, una volta terminata la vendemmia, si celebrava il raccolto dimorando per sette giorni sotto delle frasche; nel corso dei secoli questa festa agricola venne trasformata in festa religiosa in ricordo della liberazione dalla schiavitù egiziana. Come il popolo aveva vissuto nomade nel deserto, così la comunità israelita, per una settimana, riviveva questa festa della liberazione vivendo sotto delle capanne fatte di frasche. È una festa ancora attuale in Israele.

Essendo la festa della liberazione dalla schiavitù, c'era tutta una tradizione ebraica che diceva: il Messia, nessuno sa né da dove viene, nè quando verrà; si sa soltanto che apparirà improvvisamente durante la festa delle capanne. Ecco cosa vuole Pietro.

Pietro, che vede Gesù con Mosè, cioè la Legge, e con Elia, cioè i Profeti, dice: facciamo tre capanne, cioè manifestati come Messia, come liberatore di Israele. Notate l'ordine: quando ci sono tre personaggi, il più importante, nella mentalità ebraica, sta sempre al centro(11). Per Pietro, non è importante Gesù, per Pietro è importante Mosè: "facciamo tre capanne: una per te, una per Mosè" - al centro – "e una per Elia". Pietro è ancora condizionato da questa mentalità della Legge di Mosè, e pensa che il Messia sia colui che deve far osservare la Legge.

La novità portata da Gesù è stata definita "vino nuovo"(12) ed è incompatibile con le vecchie strutture religiose, con gli "otri vecchi". La relazione che Gesù è venuto a portare tra gli uomini e Dio, non è possibile farla inserire nelle strutture religiose determinate dalla Legge. Sia Mosè che Elia venivano definiti servi del Signore, e Mosè aveva stabilito un patto, un'alleanza, un rapporto tra gli uomini e Dio come quella di un servo nei confronti di un Signore basata sull'obbedienza e sull'offerta.

Con Gesù tutto questo è terminato. Gesù viene ad inaugurare una nuova alleanza che non sarà basata sull'obbedienza come quella di un servo, ma su un processo di assomiglianza; non più sull'offerta di doni a Dio, ma presenterà un Dio che si offre agli uomini.

Quindi sono due vie completamente differenti. Pietro, però, vuol mettere la novità portata da Gesù dentro gli "otri vecchi" della religione e della Legge. Ma Legge e insegnamento di Gesù sono assolutamente incompatibili. Il processo di Gesù è di liberare le persone dalla Legge(13), dalla religione, per trasportarle nell'ambito della fede. Non più ciò che l'uomo deve fare nei confronti di Dio, ma ciò che Dio fa nei confronti dell'uomo.

"Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra". La nube era uno dei simboli della presenza di Dio come già accennato(14).

"Ed ecco una voce dalla nube che diceva:…". Pietro sta ancora parlando e viene interrotto; questa, da ora in poi, sarà il comportamento di Dio e dello Spirito Santo con Pietro.

Gesù è stato paziente con Pietro, lo Spirito Santo e il Padreterno un po' meno. Ogni volta che Pietro parla, arriva lo Spirito Santo che lo interrompe perchè non è d'accordo con quello che sta dicendo Pietro(15). In questo caso, è Dio stesso che non è d'accordo sulla tentazione o sulla seduzione proposta da Pietro.

"…Questi è il Figlio mio, l'amato…": il rapporto con Dio non è più quello dei servi nei confronti del loro Signore basato sull'obbedienza, ma quello dei figli con il loro padre, basato sull'amore. È una relazione completamente differente. La voce di Dio dice: "questi è il figlio mio", cioè quello che mi assomiglia, vedendo lui capite chi sono io. Potremmo tradurre anche "questi è il mio unico erede" perché questo era allora il significato della frase; unico erede significa colui che ha tutto ciò che ha il Padre. Questo è avvenuto nel momento del battesimo, quando Dio gli ha riversato sopra tutta la sua capacità d'amare, tutto il suo essere amore, cioè lo Spirito Santo: ecco l'eredità di Gesù.

"…in lui ho posto il mio compiacimento…" Il Padre non si è compiaciuto in Mosè, non si è compiaciuto in Elia, che sono espressioni parziali della religione e la religione non riuscirà mai a dare l'idea di chi è Dio perchè Dio è al di fuori della religione.

Se Gesù è stato ammazzato è perché lui non è un riformatore religioso, Gesù non è un profeta che è venuto a portar avanti il cammino degli uomini, sempre nell'ambito della religione. Gesù è al di fuori della religione, ha estratto le radici marce della religione e ha dimostrato che quello che gli uomini credevano favorisse la comunione con Dio, era ciò che la impediva. Per questo tutta la società si è rivoltata contro Gesù: la società religiosa, la società civile e la sua stessa famiglia(16), perché ha distrutto le basi del potere.

Poi l'ordine, con il verbo espresso al tempo imperativo: "Ascoltatelo".

Sarebbe molto più corretto seguire la costruzione greca "Lui ascoltate" perché rende meglio il senso voluto da Matteo: non ascoltate né Mosè, né Elia, quindi né la Legge né i Profeti, "Lui ascoltate". Matteo, attraverso questo brano, invita la sua comunità a prendere le distanze da Mosè e da Elia, profeta riformatore, per fissare l'attenzione soltanto in Gesù, l'unico che va ascoltato, perché è l'unico che riflette pienamente la volontà di Dio. Quindi è un invito alla comunità cristiana a fissare l'attenzione su Gesù, sul suo insegnamento e sulle sue opere.

"All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra". La traduzione letterale dice "caddero sulla loro faccia", che è una espressione strana. Cadere sulla faccia è una formula che indica una sconfitta, i tre discepoli si sentono sconfitti. Pensavano di seguire un Messia riformatore della legge di Mosè, un Messia violento sulla scia di Elia che si vantava di aver scannato, da solo, centinaia di sacerdoti pagani!(17).

Vedono che Dio non è d'accordo, e cadono sulla faccia in segno di sconfitta "…e furono presi da grande timore": non hanno capito Gesù, lo hanno contraddetto, lo hanno tentato e adesso si attendono una punizione da parte di Dio.

Nonostante tutto lo sforzo di Gesù di trasportarli dalla religione alla fede, da un rapporto con Dio basato sull'obbedienza e sul timore dei suoi castighi, ad un rapporto con il Padre basato su un amore misericordioso e compassionevole, nonostante che seguono Gesù, rimangono ancora vittime dell'idea religiosa.

Questo fa capire quanto è difficile sradicare dalla nostra vita quelle idee perverse, che la religione ci ha messo, del castigo di Dio, della condanna di Dio, di un Dio scontento, di un Dio offeso. Si sono impauriti perché adesso aspettano i guai, si aspettano che il Signore li castighi.

"Ma Gesù si avvicinò, li toccò…" Gesù li tocca, li tocca come tocca gli infermi e i morti per restituire vita. Gesù non si arrabbia, non si offende, non minaccia e non castiga. Di fronte a questi discepoli che cadono come morti, comunica loro la sua vita, e "…disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo."

I discepoli sollevano gli occhi e scoprono di aver perso la loro sicurezza: Mosè ed Elia davano ad essi la sicurezza di essere nel giusto. Vedono Gesù solo, è un altro segno di desolazione. "Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione…" Matteo vuole sottolineare che questo non è un episodio reale, storico, ma una visione, "…prima che il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti":

Detto con parole di oggi, Gesù dice: "Voi avete visto qual è la condizione dell'uomo, di me, che passa attraverso la morte, ma non dite niente a nessuno, perché prima dovete assistere alla crocifissione". Questa condizione non si ottiene per un prodigio da parte di Dio, ma attraverso la umiliazione della morte più infame che, nel mondo ebraico, era riservata ai banditi, ai fuorilegge. Gesù proibisce ai discepoli di fare alcun cenno della loro esperienza perché essi sono ancora incapaci di seguirlo sulla croce e non comprendono che la condizione divina passa attraverso la morte. Solo quando Gesù sarà stato già resuscitato, tutto sarà chiaro e, scrive Matteo, potranno parlare di quanto hanno sperimentato. Questo sarà un processo lungo, quasi interminabile. Ci vorrà di nuovo l'intervento di Dio perché questo processo di maturazione avvenga.

La lettura degli Atti degli Apostoli dimostra come Gesù non ha abbandonato Pietro, ma lo ha seguito passo passo nel percorso difficile, accidentato della sua conversione. Pietro sarà l'ultimo degli apostoli a convertirsi.

Note: 1. Questa tecnica che tutti gli evangelisti hanno seguito consiste nell'inserire una chiave di lettura immediatamente prima degli episodi che richiedono una attenta comprensione del testo. Nel I e II secolo tutti i lettori avevano la sensibilità di riconoscere queste chiavi, sensibilità che si è persa nel III secolo con la traduzione in latino e con la perdita della conoscenza delle tradizioni ebraiche conseguenza di una latente forma di razzismo. Nella prima metà del XX secolo è' stato possibile recuperare questa sensibilità dopo il reperimento in Palestina, ad opera di alcuni archeologi, di un testo del rabbino Hillel, coevo di Gesù, nel quale si spiegavano le 18 regole che dovevano essere seguite per scrivere un testo teologico. Si è allora scoperto che tutti gli evangelisti hanno seguito le 18 regole di Hillel. – 2. Ricordo che il soprannome Pietro (Cefa) nella cultura ebraica significa testardo, cocciuto, pieno di sé, ma anche, in alcuni casi, assume il significato di irremovibile nelle prorie idee. – 3. Nel testo greco non si parla di "trasfigurazione" ma di "metamorfosi", vocabolo questo sicuramente più coerente all'evento ed al senso che vuole trasmettere Gesù. Talvolta si ha la sensazione che chi traduce non abbia chiaro il significato dell'episodio in traduzione. – 4. La metamorfosi di Gesù serve a Matteo per presentare l'uomo che passa attraverso la morte; Matteo in questo modo fa dire a Gesù: voi avete paura della morte, voi non volete la mia morte perché pensate che la morte sia la distruzione della persona. – 5. Per questo Paolo dice "di gloria in gloria", ed è la manifestazione visibile dell'amore per gli altri. – 6. Io sono solito chiamarli i tre discoli, più che i tre discepoli, visto i problemi che hanno creato a Gesù. – 7. Con tale dicitura gli ebrei intendono l'alleanza con Dio e l'insieme delle promesse collegate con l'alleanza e manifestate dai Profeti. L'alleanza è la premessa della Legge, ma non è la Legge. – 8. Questa situazione si ripete oggi nella Chiesa Cattolica che, non riuscendo a staccarsi dalle sue tradizioni, si trova ad essere così distante dalla vita odierna degli uomini da essere da loro rifiutata (Vedi Gaudium e Spes n. 19). Se la Chiesa Cattolica recuperasse la parola di Cristo e la mettesse in pratica, riacquisterebbe il suo posto nella mente di ogni uomo, perché tradizione e parola di Cristo sono spesso in contrasto tra di loro. – 9. Nel testo greco l'articolo è presente anche in questo caso. – 10. Cfr Mt 16,18: "…Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa…" in realtà nel testo greco la seconda "pietra" non può essere tradotta in questo modo, ma significa mattone da costruzione e Matteo riprende questa frase da Paolo. – 11. Vedere, a questo proposito, la disposizione delle croci sul Golgota: Gesù è crocifisso al centro. – 12. Vedi Mt 9,16-17. – 13. Paolo dirà: "Cristo ci ha liberati dalla maledizione della Legge…" (Gal 3,10). – 14. Cfr Es 24,16. – 15. Questo atteggiamento di Dio nei confronti di Pietro sarà evidente negli Atti degli Apostoli e terminerà con la sua conversione (At 10,9-16). – 16. Cfr Mc 3, 20 –21.31-35. – 17. Cfr 1Re 18,38-40.