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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


lunedì 27 giugno 2011

Domenica 3 luglio 2011 – XIV Domenica tempo Ordinario

Mt 11,25-30

In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Matteo(1), dopo il secondo dei grandi discorsi di Gesù, nel quale è affrontato il tema della missione (c.10), e prima del discorso parabolico (c.13), raccoglie in due capitoli (cc.11-12) una serie piuttosto eterogenea di brani ricavati dal Vangelo di Marco e dalla fonte Q(2), il cui filo conduttore è, da una parte, la crescente ostilità contro Gesù sviluppata dagli scribi e dai farisei, e dall’altra l’atteggiamento positivo di fede dei discepoli, che accolgono la sua parola e lo seguono con un’adesione sempre più profonda.

Le folle, in questa sezione, stanno sullo sfondo: si entusiasmano per i segni che Gesù compie, ma sono incapaci di cogliere il senso della sua attività.

La sezione si apre con l’intervista fatta a Gesù da parte di due discepoli di Giovanni il Battista a cui fa seguito un giudizio di Gesù sullo stesso Giovanni (Mt 11,1-15); viene poi riportato un rimprovero (non proprio un’invettiva, ma quasi) contro la presente generazione e le città del lago (Mt 11,16-24).

A questo punto si situa il brano in esame. Ad esso fa seguito una serie di controversie con i farisei su temi connessi più o meno direttamente con la legge (Mt 12,1-45). Conclude la raccolta il brano sui veri parenti di Gesù (Mt 12,46-50).

Il brano in esame si compone di tre strofe: la lode di Gesù al Padre, la conoscenza reciproca tra il Padre e il Figlio e l’invito di Gesù a prendere il suo giogo. Le prime due si trovano anche in Luca, che le riporta subito dopo il ritorno dei settantadue discepoli dalla missione (Lc 10,21-22 = fonte Q), mentre la terza appartiene al materiale che Matteo ha reperito in esclusiva. È probabile che si tratti di tre detti originariamente indipendenti, poi collegati tra di loro in sede redazionale.

Gesù si rivolge a Dio con queste parole: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra»(3). L’espressione «ti rendo lode» (in greco exomologoumai) esprime un ringraziamento, congiunto a una professione di fede, che ha per oggetto il suo piano salvifico (cfr. Tb 8,15-17).

Nei confronti di Dio Gesù usa l’appellativo di «Padre». Probabilmente questo termine è la traduzione dell’aramaico «abbà» (papà) con il quale i bambini si riferivano al loro genitore (cfr. Mc 14,36): esso manifesta quindi l’intimità filiale di Gesù con Dio. Oltre che Padre, Dio è il Signore del cielo e della terra: questo appellativo mette in luce il ruolo svolto da Dio nella creazione, che fa di lui il sovrano universale. In forza di questa sua prerogativa, Dio è l’unico che conosce i destini ultimi del mondo.

E’ poi data la motivazione di questa lode: «... perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.» (v. 25b). «Queste cose» probabilmente sono “i misteri del regno dei cieli” (cfr. Mt 13,11), che corrispondono al progetto salvifico di Dio, manifestato e attuato da Gesù per mezzo della parola e dell’azione.

La frase si ispira alla letteratura sapienziale, nel cui ambito si era sviluppata l’idea secondo cui la sapienza di Dio è nascosta ai sapienti di questo mondo (cfr. Gb 28,12-13.21; Bar 3,31), ma è inviata da Dio al suo popolo, dove prende dimora sotto le spoglie della legge mosaica (cfr. Pr 8,32-36; Sir 24,8.22).

Gesù si rifà a questa concezione presentando se stesso, e non la legge mosaica, come piena manifestazione della sapienza divina. Questa è preclusa a coloro che ritengono di sapere mentre è disponibile a coloro che, consapevoli dei propri limiti, si aprono spontaneamente ad essa. I piccoli (letteralmente gli ”infanti”) sono dunque in primo luogo i discepoli, e poi tutti coloro che erano disprezzati dai farisei e considerati lontani da Dio, perché non conoscevano e non praticavano la legge (cfr. Mt 9,12-13). I “dotti” sono invece i farisei e gli scribi che si consideravano come gli unici interpreti ufficiali della legge e quindi come i supremi conoscitori dei misteri di Dio.

Questa strofa termina con una nuova lode di Gesù nei confronti del Padre: « Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza», letteralmente «beneplacito» (in greco eudokia); questa è la volontà salvifica di Dio, cioè la sua decisione di salvare l’umanità, che solo i piccoli e gli umili riescono a comprendere.

Nella seconda strofa viene esplicitato quanto era sottinteso nella prima, e cioè il ruolo del Figlio nella rivelazione dei misteri divini. Tutto è stato consegnato a lui dal Padre, e nessuno conosce il Figlio se non il Padre né alcuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare (v. 27). L’affermazione iniziale secondo cui tutto è stato «consegnato» a Gesù richiama il detto postpasquale: «A me è stato dato ogni potere» (Mt 28,18), con la differenza che qui non si tratta di un potere, ma di una conoscenza. Tale conoscenza è analoga a quella di Mosè che secondo i rabbini aveva ricevuto sul monte Sinai tutta la Legge, cioè la Torah sia scritta sia orale. Ma nel caso di Gesù designa un’esperienza profonda del piano salvifico di Dio, frutto di un rapporto personale d’amore con lui. In base al progetto misterioso del Padre questa conoscenza deve essere estesa attraverso il Figlio ai suoi discepoli e a tutti coloro che sono disposti a entrare in comunione con lui.

La terza strofa, l’unica esclusiva di Matteo, è formata da due frasi parallele. Anzitutto Gesù invita tutti coloro che sono stanchi affaticati (in greco pephortismenoi, aggravati da pesi) ad andare da lui, promettendo che egli li farà riposare.

Coloro che sono affaticati, perché piegati sotto un pesante fardello, sono quanti sono oppressi dal peso della legge mosaica, che essi non sono in grado di portare.

Il popolo ebraico era veramente affaticato ed oppresso soprattutto dalle autorità religiose che, come Gesù denuncerà più avanti(4), avevano inasprito la Legge caricandola di un’infinità di precetti a cui risultava ormai impossibile ottemperare e che rendevano durissima la vita alle persone(5).

Gesù usa la parola “giogo” richiamando un’espressione rabbinica del suo tempo, “giogo della legge”, molto frequente e conosciuta, già utilizzata nell’AT. Chi lo ascoltava capiva subito a cosa voleva alludere.

Gesù si definisce “mite e umile di cuore”; anche questo è un richiamo all’AT e anche qui chi lo ascoltava ne comprendeva immediatamente il significato; per noi, dopo 2000 anni, queste parole assumono un significato che è lontano dalle intenzioni di Gesù. Gesù non voleva certo intendere di essere una persona silenziosa e umile, quasi sottomessa che è il significato moderno della parola “mite”. Si pensi al gesto dissacrante di entrare nel tempio fustigando i gestori delle attività commerciali li presenti, per smentire clamorosamente questa definizione.

Nell’AT le persone miti e umili di cuore erano i cosiddetti “poveri”, gli stessi citati nelle beatitudini(6); erano le persone prive di potere, prive, quindi, della capacità di influire sul proprio destino e perciò totalmente nelle mani delle persone potenti. Altrove Gesù li definisce “piccoli” o “bambini” perché nella società ebraica non contavano nulla, esattamente come i minorenni, cioè i bambini al disotto dei dodici anni.

Gesù attribuisce a sé questa definizione, rivendica a sé la qualifica di povero, per indicare la strada da seguire. “Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero” afferma Gesù, la mia strada non porta a leggi e precetti innumerevoli, a divieti e sacrifici, a digiuni e mortificazioni. La strada di Gesù è semplicissima: “amatevi l’un l’altro come io vi ho amato”, cioè fatevi servi l’uno dell’altro ed avrete instaurato il regno di Dio.

Purtroppo queste parole non sempre sono state ascoltate; nel corso dei secoli il cristianesimo ha inglobato le culture di altri popoli fino a stravolgere le parole di Gesù e tornare alla concezione ebraica dei precetti e dei divieti.

Anche Paolo aveva avvertito il pericolo di un ritorno alla religione dei divieti e nella lettera ai Colossesi aveva invitato i convertiti a rifiutare queste imposizioni: “Nessuno dunque vi condanni più in fatto di cibo o di bevanda, o riguardo a feste, a noviluni e a sabati: tutte cose queste che sono ombra delle future; ma la realtà invece è Cristo! … Se pertanto siete morti con Cristo agli elementi del mondo, perché lasciarvi imporre, come se viveste ancora nel mondo, dei precetti quali «Non prendere, non gustare, non toccare»? Tutte cose destinate a scomparire con l’uso: sono infatti prescrizioni e insegnamenti di uomini! Queste cose hanno una parvenza di sapienza, con la loro affettata religiosità e umiltà e austerità riguardo al corpo, ma in realtà non servono che per soddisfare la carne”.

S. Agostino riprenderà questi concetti affermando: “Ama e vivi come vuoi”. L’amore prima di tutto; il bene dei fratelli come unico obbiettivo della nostra vita e tutto il resto perde senso, perde significato. L’amore di Dio non deve essere meritato con osservanze di digiuni e mortificazioni, l’amore di Dio arriva sempre su di noi, qualunque cosa facciamo; dobbiamo solo accettarlo e riversarlo sugli altri e con questo avremo adempiuto all’unico comandamento di Cristo.

Il brano si avvicina notevolmente al linguaggio della scuola giovannea, in cui affermazioni analoghe sono frequenti, ma non dipende da essa. Il suo modello di riferimento è piuttosto la tradizione giudaica, che da una parte aveva esaltato la figura di Mosè, sottolineando la sua intimità con Dio a partire da alcuni testi biblici (Es 33,12-13; Nm 12,8; Dt 34,10) e dall’altra aveva personificato la sapienza, presentandola come la suprema manifestazione di Dio all’umanità. Con questo testo attinto da Q, Matteo intende esortare i suoi lettori a mettersi al la scuola di Gesù che, con la sua vita e il suo insegnamento, ha portato a compimento le Scritture.

Note: 1. L’esegesi qui riportata è liberamente tratta da un’articolo redatto da Padre Alessandro Sacchi su Nicodemo.net. – 2. La fonte Q o documento Q è un'ipotetica "fonte" (in tedesco Quelle, da cui Q) che si suppone sia stata utilizzata nella composizione dei vangeli sinottici. Q conterrebbe una raccolta di detti di Gesù, forse trasmessa per via orale, ma che a un certo punto dovrebbe essere stata posta per iscritto. Questa conclusione è basata sul fatto che il materiale di Q è presente in Matteo e in Luca nello stesso ordine, una volta che si tenga conto dell'abitudine dell'autore di Matteo di riunire il materiale per argomenti, caratteristica che punta alla presenza di una fonte scritta. Molti detti di Q implicano un ambiente culturale e geografico corrispondente a quello palestinese e un punto di vista anti-farisaico: coloro che tramandano la tradizione associata a Q si ritengono rispettosi della Legge e proclamano il giudizio contro città palestinesi (Corazin, Betsaida e Cafarnao) sia all'inizio che alla fine di Q. La teologia di Q sembra dunque indirizzata primariamente ad Israele, e per questo motivo alcuni studiosi ritengono che Q sia stato composto in Palestina, probabilmente nella zona settentrionale. Altri studiosi, pur notando una predilezione per l'ambiente della Galilea, sono più cauti nel localizzare la zona di composizione di Q con quelle terre, facendo notare come molti temi di Q possono aver avuto origine altrove nel mondo dell'ebraismo ellenizzato; del resto la fonte Q sarebbe stata utilizzata per la composizione di due vangeli scritti in lingua greca in Chiese fuori dalla Palestina. La fonte Q presenta alcuni detti contro Gerusalemme e contro il Tempio che, a differenza di altre "profezie" contenute nei vangeli, non presuppongono alcun intervento militare; per tale motivo Q viene datato a prima dell'anno 70 d.C., in cui i Romani assediarono Gerusalemme e distrussero il Tempio. Sebbene una datazione più precisa sia difficile, vi sono alcuni indizi che suggeriscono una data tra il 40 e il 50. Q nacque in un ambiente che comprendeva sia predicatori erranti del movimento di Gesù che lo sviluppo di congregazioni locali, dunque un ambiente esistente a ridosso degli inizi del movimento, addirittura prima della Pasqua. La fonte dei detti di Q presuppone una persecuzione degli ebrei palestinesi nei riguardi dei gruppi appena fondati; Paolo di Tarso parla di una persecuzione dei cristiani giudei come già avvenuta in 1Tessalonicesi lettera datata al 50, mentre l'esecuzione del capo della Chiesa di Gerusalemme, Giacomo il Giusto, da parte del re giudeo Erode Agrippa I avvenne intorno al 44. Infine Q presenta i gentili in buona luce, ad indicare che la predicazione presso di loro era probabilmente già iniziata, cosa che avvenne proprio tra il 40 e il 50. – 3. Il grido di giubilo è un inno stupendo di lode, rivolto da Gesù al Padre, perché gli ha accordato la possibilità di diffondere, mediante la sua predicazione, la rivelazione del regno tra i piccoli. – 4. Mt 23, 4: “Legano pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito”. – 5. La situazione in allora non sembra molto diversa da quella attuale: anche la Chiesa cattolica ha aggiunto, rifacendosi alla tradizione e non ai vangeli, precetti e precetti sopra quell’unico comandamento lasciato da Gesù e, in pratica, soffocandolo. La differenza sostanziale è nella reazione del popolo che, in luogo della disperazione dei fratelli ebrei, ha innalzato il velo dell’indifferenza e del rifiuto come arma di salvezza personale. Di questo rifiuto, come dice il Concilio Vaticano II, unica colpevole è la Chiesa cattolica (vedi Gaudium e Spes n. 19). – 6. Mt 5,3 e seguenti.

martedì 21 giugno 2011

Domenica 26.06.2011 – Santissimo Corpo e Sangue di Cristo

Gv 6, 51-58

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Come al solito è necessario partire da diversi versetti prima per comprendere il brano letto. Nel vangelo di Giovanni non vi è il racconto dell’istituzione dell’eucaristia; forse l’evangelista riteneva inutile ripetere quanto gli altri vangeli, tra cui Marco scritto quasi cinquant’anni anni prima, avevano ampiamente descritto e al tempo in cui Giovanni scrive, le chiese cristiane celebravano l’eucaristia da più di mezzo secolo.

A Giovanni interessa far risaltare il significato dell’eucaristia ed inserisce qui, come nel grande discorso di addio della cena di pasqua, una descrizione, profondissima, del senso dell’eucaristia.

Siamo a Cafarnao, nella sinagoga o probabilmente nel cortile di accesso, vista la difficoltà che aveva Gesù ad entrare nelle sinagoghe perché non era sposato(1).

Gesù è reduce da un atto che lo ha portato all’ammirazione del popolo: la moltiplicazione dei pani (Gv 6,1-13). Ha dimostrato come è possibile, condividendo il poco che ciascuno ha, sfamarsi e superare le difficoltà. La folla lo rincorre, non vuole mollare un uomo così utile, vuole farlo re(2). Gesù rinfaccia subito alla folla questa intenzione: “voi mi cercate perché vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà”(Gv 6,26-27).

Da qui parte un serrato batti e ribatti tra Gesù e il popolo, che non ha capito nulla del discorso di Gesù: il popolo ha il problema del pane quotidiano e non è tanto disposto ad ascoltare discorsi filosofici, specialmente quando Gesù afferma: “io sono il pane della vita”.

Di fronte a questa affermazione della divinità di Gesù(3), di fronte alla apparente bestemmia, non è più il popolo a rispondere, ma i “Giudei”, cioè gli scribi e i farisei presenti in mezzo alla folla(4). Cafarnao non è molto distante da Nazareth, per cui vi erano sicuramente persone che conoscevano la famiglia di Gesù, sapevano da dove veniva e non potevano quindi accettare un’affermazione del genere. A loro Gesù risponde in modo molto duro, dichiarandoli ormai esclusi dalla salvezza: voi non credete, perché per credere a me è necessario l’intervento del Padre. Voi siete destinati a rimanere quello che siete, dei morti, perché chi crede in me ha la vita eterna.

Subito dopo Gesù riprende l’affermazione del v. 48 riformulandola in questo modo: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo» (v. 51a). E prosegue: «Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (v. 51b).

In quest’ultima affermazione il pensiero fa un passo in avanti: il pane che Gesù darà non solo si identifica con la sua persona, ma è la sua stessa carne che deve essere mangiata perché possa comunicare la vita.

Qui vi sono due concetti da sottolineare, uno derivato dal linguaggio biblico ed il secondo dalla filosofia greca e per la precisione dalla filosofia gnostica(5).

Nel linguaggio biblico la carne non è altro che la persona umana, vista però in tutta la sua limitatezza e fragilità. In Gesù il Verbo (il progetto di Dio) si è fatto carne (cfr. Gv 1,14), e ora dà la sua carne in cibo all’umanità; in questa frase il verbo «dare» e la particella «per» (in greco hyper, in favore di) richiamano il dono di sé che il servo di Jahweh fa per riportare il suo popolo a Dio (cfr. Is 53,10-11 nella traduzione dei LXX); di conseguenza, nel linguaggio della chiesa primitiva (cfr. Gal 1,4) e dello stesso Giovanni (cfr. Gv 3,16), questi termini indicano la morte di Gesù in croce, il cui scopo è quello di mettere la vita eterna a disposizione del mondo, cioè di tutta l’umanità. L’identificazione del pane della vita con la «carne» di Gesù orienta l’attenzione del lettore al pane che nell’ultima cena Gesù darà ai suoi discepoli come segno del suo corpo. Giovanni però preferisce usare il termine «carne» che per lui indica l’essere umano vivente, mentre parla di «corpo» soltanto in riferimento al cadavere di Gesù (cfr. Gv 19,38.40; 20,12).

Nel linguaggio della filosofia gnostica conoscere una persona, comprenderne i pensieri, gli ideali, le intenzioni, le speranze e condividerle era un po’ come cibarsi di questa persona in quanto solo nutrendosi di lei era possibile comprenderla integralmente. In questo senso il corpo di Gesù è vero cibo, perché solo così si assimila integralmente la sua parola ed il suo pensiero. Come si vede i due concetti si intersecano completandosi a vicenda nel discorso di Gesù.

Nel brano successivo Gesù focalizza la sua attenzione su questo aspetto del suo annunzio. I giudei esprimono nuovamente la loro incredulità chiedendosi: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?» (v. 52).

Gesù non risponde alla loro domanda, ma prosegue: «In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita» (v. 53). Con queste parole Gesù, invece di attenuare il senso dell’affermazione precedente, ne accentua il carattere realistico sottolineando come per avere la vita sia necessario non solo mangiare la sua carne ma anche bere il suo sangue. Nel linguaggio biblico l’espressione «carne e sangue» designa la persona umana nella sua totalità (cfr. Gv 1,13). Il fatto che la carne sia disgiunta dal sangue rimanda alle parole della cena e più a monte allude da una parte ai sacrifici del tempio, nei quali carne e sangue venivano separati, e dall’altra alla morte di Gesù in croce, interpretata in chiave sacrificale. Sullo sfondo è presente anche il tema biblico del banchetto escatologico (cfr. Is 55,1-2) e del banchetto della sapienza (cfr. Pr 9,5; Sir 24,20), dove si parla non solo di cibo, ma anche di bevanda. La disgiunzione della carne da mangiare dal sangue da bere comporta una grave provocazione nei confronti del mondo giudaico, per il quale il sangue non poteva essere bevuto (cfr. Gen 9,4; Lv 3,17; Dt 12,16.23-25).

Nei due versetti successivi Gesù prosegue: «Chi mangia (in greco ho trôgôn) la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda» (vv. 54-55). Con queste espressioni egli non fa altro che ribadire quanto affermato precedentemente, sottolineando che la sua carne è «vero» cibo e il suo sangue è «vera» bevanda: il verismo del mangiare, accentuato mediante l’uso del verbo greco trôgein, «masticare», non elimina però il significato simbolico dell’affermazione. L’effetto di questo mangiare e bere è la vita eterna che appare come una realtà già presente e al tempo stesso futura, in quanto coincide con la risurrezione che avrà luogo «nell’ultimo giorno(6)».

Il significato della vita promessa a chi mangia la sua carne e beve il suo sangue viene ulteriormente specificato da Gesù con queste parole: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per (mezzo di) il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per (mezzo di) me» (vv. 56-57).

Tra Gesù e colui che mangia il suo corpo e beve il suo sangue, si instaura dunque un’intima comunione di vita, che si modella su quella che unisce Gesù al Padre, anzi ne è la conseguenza e lo sviluppo logico: come il Figlio, che è stato mandato dal Padre, attinge da lui tutta la sua vita, così chi mangia il Figlio attinge da lui quella stessa vita che egli ha ricevuto dal Padre.

Vi è però una condizione che spesso sfugge, o che allontaniamo dai nostri pensieri perché non siamo tanto disposti ad accettarla. Mangiare il Corpo di Cristo non è un rito magico; l’atto di accogliere Cristo in noi significa che vogliamo(7) entrare in comunione con lui, significa che noi condividiamo in tutto e per tutto la Parola di Cristo, anche e soprattutto quell’unico comandamento che ci ha lasciato: amatevi l’un l’altro come io vi ho amato (Gv 13,34) ”; il comandamento che ha sostituito ed superato i comandamenti del Sinai.

Quel comandamento è stato annunciato pochi minuti dopo che Gesù aveva lavato i piedi ai suoi discepoli (Gv 13,5-11), e questo non era un servizio piacevole, visto che si camminava praticamente scalzi e le vie della città erano anche le fogne.

Accostarsi all’eucaristia vuol dire accettare di fronte a Dio e a tutta la comunità di divenire noi stessi pane per gli altri, di aiutare gli altri ovunque vi sia bisogno, anche a scapito dei nostri interessi, anche se l’altro non merita nemmeno di essere guardato, anche se abbiamo ricevuto da lui il più feroce dei torti.

È questa la condizione fondamentale per accostarsi alla mensa di Cristo, è questo l’abito nuziale di cui parla Matteo ( 8); è per far comprendere questo che Paolo ha sottolineato con gravità “chi mangia e beve senza riconoscere(9) il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna (1Cor 11,29)

Se noi ci nutriamo del corpo di Cristo, se noi diveniamo pane per gli altri, adeguandoci quindi alla volontà di Dio, riceviamo l’adempimento della promessa di Cristo: la vita eterna.

Più che un dogma, più che una morale, più che una ideologia, il cristianesimo è questo: la divinizzazione dell’uomo!

Il discorso giunge così alla sua conclusione: «Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i vostri padri e morirono. Chi mangia (ho trôgôn) questo pane vivrà in eterno» (v. 58). Con queste parole Gesù, riprendendo espressioni già usate precedentemente (cfr. Gv. 6,31-33.49-50), afferma di essere lui il pane disceso dal cielo, perché, diversamente dalla manna, dà una vita che dura eternamente. La sua persona, donata sulla croce per tutta l’umanità e rappresentata nei segni eucaristici del pane e del vino, è dunque il nutrimento dei tempi escatologici, dal quale scaturisce la vita piena nella comunione con il Padre.

Note: 1. Nel mondo ebraico il matrimonio non era una scelta dell’individuo, ma un obbligo in ottemperanza al comandamento di Dio che diceva: “crescete e moltiplicatevi” (Gen 2,28. La legge (Talmud, Qid. B, 29b) aveva stabilito l’età per il matrimonio: 18 anni per il ragazzo e 12 per la ragazza e considerava colui che non si sposava un maledetto da Dio, un omicida, a meno che uno non avesse dei problemi dal punto di vista sessuale, e quindi fosse un eunuco. Proprio perché probabilmente girava su di lui questa voce (dai Vangeli non risulta che Gesù fosse sposato) in risposta a questa accusa, Gesù dice "C’è chi nasce eunuco, chi diventa eunuco a causa degli uomini e ci sono quelli che si sono fatti eunuchi per il regno di Dio" (Mt 19,12). L’essere considerato maledetto da Dio non consentiva l’accesso alla preghiera e quindi alla Sinagoga. Anche i monaci esseni, contemporanei di Gesù, erano sposati, come dimostrano le tombe ritrovate nel monastero di Qumran che contengono nello stesso loculo lo scheletro di un uomo e quello di una donna. – 2. La concezione ebraica della figura del re è diversa da quella occidentale. Per gli ebrei il re è la persona a cui Dio affida il popolo, colui che deve provvedere al popolo in nome e per conto di Dio (1Sam 10); per questo è adottato da Dio (diviene figlio di Dio) intendendo con ciò che Dio agirà sempre al suo fianco. Questa concezione, profondamente inserita nella cultura e condivisa da tutti gli ebrei, permetterà a Gesù di annunciare, con la certezza di essere immediatamente compreso, l’inizio del “Regno di Dio”, cioè la condizione in cui l’uomo può contare sull’amore di Dio in qualunque atto ed esigenza della propria vita. Nel Regno di Dio non vi è un uomo nominato re a provvedere agli altri uomini, ma Dio stesso. È un significato che sfugge completamente a noi occidentali che, per darne una spiegazione, abbiamo istintivamente trasferito il Regno di Dio nell’aldilà, falsando completamente il pensiero di Gesù. – 3. Io sono, in ebraico suona “yahweh”, il nome di Dio rivelato a Mosè nel roveto ardente. – 4. Per Giovanni il termine Giudei non ha solo il significato di abitanti della Giudea, ma soprattutto di oppositori di Gesù, di increduli che provengono dal giudaismo e non riconoscono Gesù come messia, generalmente scribi e farisei. – 5. Una definizione di gnosticismo potrebbe essere: nome collettivo indicante un gran numero di sette paternalistico-idealistiche fortemente diverse tra loro che furono attive da poco prima dell'Era cristiana al V secolo d.C. e che, prendendo in prestito la fraseologia ed alcuni dei dogmi delle principali religioni a loro contemporanee, specialmente del cristianesimo, sostenevano che la materia fosse un deterioramento dello spirito e l'intero universo una depravazione della Divinità, ed insegnavano che il fine ultimo di ogni essere era il superamento della bassezza della materia ed il ritorno allo spirito Genitore; tale ritorno, sostenevano, era stato facilitato dall'apparizione di alcuni Salvatori inviati da Dio. Lo strumento per tale superamento era la conoscenza, da cui il nome del movimento filosofico (che significa conoscere in greco). – 6. La locuzione ultimo giorno proviene esclusivamente dalla tradizione ebraica e non è presente nei vangeli sinottici. Risulta anche in contrasto con il significato del brano relativo a Lazzaro (cfr. Gv 11, 1-45). Queste discrepanze non devono meravigliare perché il vangelo di Giovanni è stato scritto a più mani sia pure ricalcando gli scritti lasciati da Giovanni. – 7. La componente della volontà, dell’atto fatto per propria decisione e non subìto, è fondamentale nel sacramento dell’Eucaristia. Cristo ha detto ”prendente e mangiate”; non ha detto “aprite le labbra che vi imbocco”; imboccare è l’atto che si compie a favore dei bambini, degli inconsapevoli. Il gesto di accogliere la particola nelle nostre mani e di portarla noi, liberi nella nostra specifica decisione, alla bocca, sottolinea la nostra comunione consapevole con il Cristo, con tutto quello che questo comporta. Sulla stessa linea è il fatto di riceve il sacramento in piedi, da figli e non da servi come nel caso di riceverlo in ginocchio. – 8. Mt 22, 11-12. La parabola del banchetto nuziale. – 9. Il senso del verbo conoscere, o riconoscere, nella mentalità orientale ed ebraica in particolare, supera notevolmente quello che ha nella lingua italiana. Tale verbo indica non solo il verificare l’identità dell’altro, ma sottolinea soprattutto l’unione stretta fra due individui; nel caso di un uomo ed una donna esprime infatti l’unione sessuale.

martedì 14 giugno 2011

Domenica 19 giugno 2011 - Santissima Trinità – Gv 3, 16-18

 

In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo:

«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.

Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio».

 

Sicuramente mi ripeto, ma affermo sinceramente che non sono in grado di comprendere la logica che guida i liturgisti nella scelta del brano di vangelo da proporre alle comunità cristiane in occasione di specifiche festività. A me non sembra che questo brano sia rappresentativo della teologia della Trinità ed inoltre il brano, già difficile di per se, diventa del tutto incomprensibile se non lo si legge nella sua interezza (Gv 3, 1-21):

 

Vi era tra i farisei(1) un uomo di nome Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei. Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui». Gli rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall'alto, non può vedere il regno di Dio».Gli disse Nicodèmo: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». Rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall'alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito». Gli replicò Nicodèmo: «Come può accadere questo?». Gli rispose Gesù: «Tu sei maestro d'Israele e non conosci queste cose? In verità, in verità io ti dico: noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio.

E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

 

Il brano, per quanto possa apparire strano agli occhi di un lettore moderno, è un tentativo di contatto e di accordo tra due "partiti politici" che in quel momento andavano per la maggiore in Israele, quello dei farisei ed il movimento di Gesù. Ho detto partiti politici per cercare di rendere comprensibile al lettore odierno una concezione molto lontana dalla sua mentalità: la coincidenza, o meglio l'identificazione, tra politica e religione presente nel mondo antico ed in Iraele in modo particolare.

I farisei si erano stupiti del coraggio manifestato da Gesù al momento della sua irruzione nel Tempio di Gerusalemme per cacciare i mercanti (Gv 2,13-17) dando, con questo gesto, un segnale significativo anche per la classe sacerdotale.

In effetti, opponendosi risolutamente al potere dei partiti ebraici conservatori (e, almeno in parte, collaborazionisti con Roma), Gesù aveva saputo destare l'attenzione della fazione farisaica, di tendenze più nazionalistiche, anche se questa attenzione non si era tradotta al momento in un appoggio esplicito al suo movimento. Proprio per questo uno dei loro capi, Nicodemo, va a trovarlo "di notte", cioè di nascosto, in privato, per valutare la possibilità di una intesa.

Nicodemo è un tipico rappresentante della religiosità, della cultura e del diritto giudaico. Ha forti difficoltà, però, ad entrare nello spirito delle parole di Gesù, nonostante sia anch'egli possessore della cultura ebraica; Gesù infatti applica una ermeneutica nuova, una nuova interpretazione della Scritture e invita i suoi interlocutori a non fermarsi alla lettera degli scritti ma a coglierne lo spirito ed i sensi più veri.

Nicodemo si trova così spiazzato e Gesù è costretto ad andagli incontro aprendo un'area di dialogo sull'amore di Dio-Padre per il mondo intero e sulla comprensione della sua figura e sulla sua missione. Vediamo come questo avviene:

«Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; …».

La frase di Nicodemo riflette chiaramente l'intento d'incasellare il gesto eversivo di irruzione nel Tempio in uno schema precostituito: "Sappiamo che sei un maestro venuto da Dio". I farisei hanno compreso che Gesù ha una ispirazione divina, ma i farisei si guardarono bene dal mostrarlo pubblicamente.

Ispirazione divina si, ma da parte di quale Dio? O meglio, di quale interpretazione di Dio(2)? Un uomo "timorato di Dio(3)" avrebbe forse avuto il coraggio di opporsi al potere politico-religioso dei sacerdoti, fino al punto d'entrare con la forza nel recinto sacro del tempio? Forse Gesù aveva voluto "purificare" il tempio solo perché mosso da uno sdegno di tipo morale?

"…nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui". Ecco lo schema precostituito applicato alla realtà: Gesù aveva compiuto un'azione che anche un vero fariseo, virtualmente, avrebbe dovuto compiere. Nicodemo è dunque andato a trovarlo per convincerlo a diventare un seguace del proprio partito.

Gesù declina l'offerta e ribatte: "…se uno non nasce dall'alto, non può vedere il regno di Dio." Cioè, trasformandolo in linguaggio moderno: per poter avere una politica alta, veramente rivoluzionaria, occorre vivere anche una prassi rivoluzionaria; infatti il popolo non sa che farsene delle buone intenzioni dei farisei, se ad esse non corrispondono azioni concrete e coerenti.

Nicodemo si giustifica dicendo: "Come può un uomo nascere quando è vecchio?". Nicodemo fa riferimento alle sconfitte subite fino ad allora dai farisei: è giusto pretendere una maggiore coerenza da un partito che lotta per la liberazione antiromana, ma bisogna anche considerare le grandi delusioni sofferte nel passato.

Maggiore coerenza esisteva quando il movimento farisaico era giovane, ora però si può sperare di sopravvivere solo cercando il compromesso. Ecco perché non si può appoggiare pubblicamente un'iniziativa così radicale come quella dei nazareni.

Se le cose stanno così, obietta Gesù, il vostro partito non potrà far nulla per la liberazione d'Israele: "…se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall'alto…".

Il destino dei farisei, per Gesù, è segnato: o si rinnovano o periscono; ma per potersi rinnovare essi devono accettare una verità difficile: "…Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito…" In altre parole: o i farisei ridimensionano la loro pretesa di porsi come unico partito alternativo al potere dominante, oppure saranno emarginati da nuove forze sociali, più giovani e più coraggiose, soprattutto più coerenti con gli ideali di giustizia e liberazione nazionale. In ogni caso rischiano di vivere un ruolo subalterno, all'ombra dei partiti più conservatori.

Nicodemo insomma dovrebbe accettare, secondo Gesù, l'idea di una pluralità di forze sociali, tra loro paritetiche, provenienti da esperienze eterogenee, in grado di opporsi, in maniera più o meno efficace, con mezzi e strumenti diversi, al sistema dominante.

Nicodemo però resta scettico: "Come può accadere questo?", com'è possibile che forze non istituzionalizzate possano lottare per la realizzazione del regno di Dio? Come potranno queste forze, una volta cacciati i romani e sconfitti i collaborazionisti, governare il Paese? Come può il popolo governare se stesso?

"Tu sei maestro d'Israele e non conosci queste cose?" risponde Gesù, se il movimento di Nicodemo non è capace d'insegnare al popolo ignorante come vivere senza padroni, come può pretendere che il popolo lo ascolti? Come potranno i farisei lottare per l'indipendenza nazionale se sin da adesso non sono capaci di pensare in modo democratico?

"…noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto...", dice Gesù, perchè il movimento nazareno vive tra le masse e non nel palazzo o non solo nelle sinagoghe.

"…ma voi non accogliete la nostra testimonianza…" certo non allo stesso modo dei partiti conservatori, che la rifiutano a priori, ma quasi. Se aveste appoggiato la cacciata dei mercanti del tempio, ora saremmo per tutti degli interlocutori credibili, perché temuti. 

"Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo". Se non seguite le mie indicazioni nelle piccole cose, come potrete seguirmi nelle cose più alte? Solo io vi posso parlare del nostro futuro, ma per far questo "E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna" dovrò essere ucciso perché diventi chiaro a tutti che le mie parole contengono la verità per non rinnegare la quale si può anche morire.

La breve pericope di Gv 3,16-18 ci offre un elemento connotativo della figura di Dio Padre: "Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna".

Sono versetti che spiegano la concezione politco-religiosa di Gesù e che implicitamente invitando ad una sorta di rilettura di alcune parti dell'AT.

Il dono del Figlio che indica agli uomini come rendere felice la propria vita(4), è il dono più grande del Padre: "…Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio…" Gesù compiange chi non ha il coraggio di accogliere il suo messaggio e, finalmente, vivere sereno, senza la condanna dell'ansia e della paura.

L'enfasi posta sul verbo amare al tempo passato solleva un velo sull'atteggiamento di amore che Dio ha sempre nutrito nei confronti dell'umanità e che costituisce il filo conduttore dell'AT.

Il verbo amare risulta così la insondabile chiave di lettura delle Scritture bibliche e non mancano sorprendenti e utili implicazioni ecumeniche sia nei rapporti ebraico-cristiani, sia in riferimento all'intero quadro dei rapporti interreligiosi con le altre fedi.

Lo scopo di questa base biblica rimane quella di voler segnalare che Dio è amore, non nel senso romantico o confessionale del termine. Egli rivolge la sua attenzione salvifica verso tutti gli uomini e verso tutte le culture alle quali potrebbe porsi come risposta alle loro domande espresse o implicite.

A questo punto è necessario accennare ai 'semi del Verbo', cioè a quei tratti esigui di verità cristiana presenti nelle grandi culture da noi dette pagane. Da Giustino (100-165 d.C.) a Jacques Dupuis(5)(1923-2004) quella dei 'semi del Verbo' è una ricerca che, a vario titolo, impegna teologi e studiosi di ogni epoca; ma senz'altro oggi più di ieri: quello dei 'semi del Verbo' è un orientamento di ricerca che impegna teologi e studiosi anche in questo nostro tempo.

"E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

La comunità cristiana secondo il vangelo di Giovanni deve essere il luogo dove splende la luce. La luce non lotta contro le tenebre, la luce deve splendere. E quando la luce allarga il raggio d'azione della sua luminosità, la tenebra si ritira.

Allora, quanti vivono secondo una direzione sbagliata di vita e vedono brillare la luce di questa comunità e se ne sentono attratti ed entrano entro il raggio d'azione di questa luce, il loro passato viene completamente cancellato.

Quanti al contrario sono nelle tenebre e vedono in questa luce una minaccia al loro interesse, al loro prestigio, man mano che la luce si allarga, si ritirano sempre più nelle tenebre, vanno sempre più nella parte più tenebrosa, perché come ha detto Gesù chi fa il male odia la luce.

 

Note: 1. La corrente dei farisei costituisce, probabilmente, il gruppo religioso più significativo all'interno del giudaismo nel periodo che va dalla fine del II sec. a.C. all'anno 70 d.C. ed oltre. i farisei corrispondono ad una nuova aristocrazia fondata sulla cultura, ossia sulla conoscenza della Scrittura. Con essi si viene così a creare nella società ebraica una classe di intellettuali e di persone colte, in opposizione alla vecchia aristocrazia chiusa e tradizionalista. L'ambiente fariseo comprendeva gli scribi, vale a dire quanti insegnavano la Legge; ma gli scribi non erano necessariamente farisei. Pur annoverando nel suo seno individui spregiudicati, il movimento fariseo rappresentava nel giudaismo la corrente più fervente, più aperta e più moderata; furono chiamati da Giuseppe Flavio col nome di farisei (in ebraico pherushim, in greco pharisaion), ossia i "separati" o i "dissidenti". Probabilmente il termine fu coniato dagli oppositori con intento dispregiativo; tra loro si chiamavano invece chaverìm (congregati, compagni).

Sul piano dottrinale, i farisei erano intransigenti sulla sostanza della fede e della legge, ma duttili sulle sue applicazioni. Grandi figure di farisei hanno costellato il periodo ellenistico-romano: Hillel sotto il regnodi Erode, fu l'iniziatore della cultura farisea; di posizioni moderate, aveva in Shammaii un interlocutore dalle rigide tesi dottrinali.

  

Fallita la ribellione dei giudei contro i romani che comportò la distruzione di Gerusalemme, i farisei emersero dalla catastrofe che aveva travolto la loro nazione quale unica corrente spirituale vitale, capace di coagularne attorno a sé i resti che non vennero assimilati dalla società romano-ellenica o che non si convertirono al cristianesimo. Dai farisei trae origine l'ebraismo rabbinico o moderno. – 2. La domanda è essenziale perché i farisei e il movimento di Gesù avevano due interpretazioni di Dio del tutto diverse. I farisei avevano una comprensione di Dio di tipo giuridico, cioè legata alla Legge. I secondi vedevano Dio come emanazione di amore svincolata da ogni legge e costrizione. – 3. Il concetto di uomo "timorato di Dio", tipicamente farisaico, è molto simile al concetto di "giusto", cioè di uomo che segue la Legge in modo rigido, quasi ossessivo. E' evidente che nel movimento di Gesù non potevano esistere uomini "timorati di Dio" perché tutti si sentivano amati da Dio. – 4. L'allocuzione "vita eterna", che non rappresenta la migiore traduzione dal greco, deve intendersi come una vita di una qualità tale da superare la morte e quindi divenire eterna. Come è facilmente riscontrabile leggendo gli scritti dei primi cristiani, la vita eterna comincia per ogni uomo nel momento della nascita e non del concepimento come oggi si ritiene in ambito cattolico, in quanto la parola vita nei vangeli è sempre collegata alla vita intellettiva di relazione, inesistente nel feto (secondo S.Agostino fino al terzo mese di gravidanza). Questa interpretazione del verbo greco zao (vivere) è abbastanza recente. In passato lo si riteneva un sinonimo di byoo ed in italiano era entrato in uso con questo significato (ad esempio: giardino zoologico). Oggi, sulla base dell'esame di migliaia di testi antichi possibile solo con le tecnologie moderne, si attribuisce a questo verbo un significato più preciso volto a descrivere una vita fatta di relazione con il mondo e con gli altri ad un livello superiore e distinto dalla vita biologica. Interessante il fatto che nella traduzione dall'ebraico al greco detta dei Settanta (II secolo a.C.), quando nella Genesi Dio crea l'uomo e gli dà la vita con il proprio alito, il traduttore usa il termine zoe e non byos. Gli studi proseguono perché da questa constatazione potrebbe derivare una diversa definizione di "persona umana". – 5. Gesuita belga esperto nel dialogo interreligioso con l'induismo. Nel 2001 il suo libro Toward a Christian Theology of Religious Pluralism condusse Dupuis ad essere censurato dalla Congregazione della Dottrina della Fede: erano state notate alcune ambiguità per le quali sono stati chiesti chiarimenti, ma Dupuis non è mai stato condannato. Nello stesso anno Papa Giovanni Paolo II ha riconosciuto il lavoro pionieristico di Padre Dupuis nell'aprire la strada al significato delle altre religioni, in God's plan of salvation of mankind.