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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


lunedì 24 ottobre 2011

Domenica 30 ottobre 2011 - XXXI Domenica Tempo Ordinario

Mt 23,1-12

Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d'onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati «rabbì» dalla gente.

Ma voi non fatevi chiamare «rabbì», perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate «padre» nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare «guide», perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato.

Nei(1) capitoli 21 e 22 Matteo ha raccontato, sulla falsariga di Marco, il ministero pubblico di Gesù a Gerusalemme. Nel capitolo 23, prima del discorso escatologico, riporta invece una raccolta di detti, desunti in gran parte dalla fonte Q(2) (cfr. Lc 11,37-52), che costituiscono una dura requisitoria nei confronti degli scribi(3) e dei farisei, una specie di resa dei conti. La requisitoria si divide in tre parti: prima la condanna della prassi religiosa dei farisei (vv. 1-12) che è riportata nel brano in esame; poi i sette «guai» nei loro confronti (vv. 13-32); ed infine la condanna di Gerusalemme e dei giudei increduli (vv. 33-39). Forse l'evangelista ha voluto contrapporre i sette «guai», coi quali denunzia la falsa religiosità rappresentata dagli scribi e dai farisei, alle sette beatitudini (erano sette nella prima versione, otto nella versione attuale), con cui iniziava il discorso della montagna (Mt 5,1-11).

Per la composizione di questo brano Matteo si è servito di Mc 12,37-39 e di Lc 11,43.46; 20,46 (Q) e per i vv. 2-3.8-10 di materiale proprio.

"Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo…". Gli scribi e i farisei, non figurano tra gli interlocutori; Gesù parla alle folle, ma l'attenzione è diretta ai discepoli che più di tutti sono tentati dalla tradizione. Matteo non parla di un "insegnamento" come fa Marco (Mc 12,38), perché, anche se solo sullo sfondo, ci sono le folle e l'isegnamento è normalmente riservato ai discepoli.

"Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno".

La "cattedra di Mosè" designava, in un tempo successivo a quello dell'evangelista (II–III sec. d.C.), un seggio distinto e ornato nelle sinagoghe, posto di fronte agli altri scranni sul quale potevano sedere soltanto coloro che avevano conseguito il titolo ufficiale di rabbi. Al tempo di Matteo l'espressione aveva forse solo un significato metaforico: i maestri appartenenti al gruppo dei farisei, l'unico sopravvissuto alla catastrofe di Gerusalemme, si erano arrogati il ruolo stesso di Mosè.

Poi Gesù si scaglia con una violenza verbale incredibile contro la casta religiosa che ha impedito al popolo di conoscere l'amore di Dio, di fare esperienza dell'amore di Dio. Infatti hanno convinto i fedeli di essere sempre impuri, di essere sempre nel peccato.

Gesù è violento con la casta religiosa, ma è anche volutamente ironico: "…Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono…".

Infatti Gesù ha già dichiarato che il loro insegnamento non proviene da Dio, ma "insegnano dottrine che sono precetti di uomini" (cfr Mt 15,9), e quindi Gesù non condanna soltanto il comportamento dei capi religiosi, ma rigetta e condanna anche la loro dottrina. Gesù dice che la casta religiosa era riuscita a contrabbandare come volontà di Dio quelle che erano soltanto le sue intenzioni.

Già il profeta Geremia si era scagliato contro costoro "Come potete dire: Noi siamo saggi, la legge del Signore è con noi? A menzogna l'ha ridotta la penna menzognera degli scribi!" (Ger 8,8). La legge, nei vangeli, è sempre uno strumento ad uso e consumo della casta sacerdotale per mantenere ed estendere i propri privilegi e per difendersi. Non c'è una sola volta in cui la legge venga invocata a favore dell‟uomo, ma sempre a favore della casta religiosa(4).

La denuncia che sta facendo Gesù è tremenda: è la casta sacerdotale che ha costruito certe regole per il loro potere, per il loro prestigio, e con l'autorità che ha, approfittando dell'ignoranza del popolo, è riuscita a far credere che le sue dottrine sono la volontà di Dio.

Infatti prosegue: "Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito" (cfr anche Lc 11,46). Gli scribi si erano assunti il compito di interpretare la legge, composta in un tempo più arcaico, caratterizzato da situazioni economiche e sociali diverse, in modo da renderla praticabile ai loro contemporanei. Le loro interpretazioni erano considerate come «legge orale», il cui valore era identico a quello della «legge scritta». Con lo scopo di interpretare la legge, l'avevano appesantita con minuziose prescrizioni, che avevano lo scopo di garantirne l'esatta osservanza. Così facendo essi però «legavano» sulle spalle della gente, dichiarandoli obbligatori, «pesanti fardelli» cioè incombenze difficili da praticare, che essi, con la loro casistica(5) elusiva, sapevano facilmente evitare.

Oltre a imporre agli altri pesanti fardeli, gli scribi e i farisei si comportano con orgoglio e arroganza: "Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange…"; (cfr. Mc 12,38-40; Lc 20,46;11,43).

I filatteri (in aramaico tefillin) sono piccoli astucci contenenti delle frasi bibliche (normalmente Es 13,1-10.11-16; Dt 6,4-9;11,13-21), che durante la preghiera vengono applicati con strisce di cuoio sulla fronte e sul braccio sinistro; in tal modo viene presa alla lettera l'espressione metaforica di Dt 6,8: "Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi".

Le frange (in aramaico zizit) sono quattro fiocchi (nappe o bordi), appesi agli angoli del mantello (cfr. Nm 15,37-41; Dt 22,12), muniti di un cordoncino di porpora color viola, che aveva lo scopo di richiamare alla mente "tutti i comandi del Signore per metterli in pratica" (Nm 15,39).

Gesù non condanna queste pie usanze, probabilmente praticate anche da lui (cfr. Mt 9,20; 14,36), ma condanna l'ostentazione dei farisei, che per fingersi molto religiosi ampliavano in modo esorbitante le dimensioni di quegli oggetti sacri.

Inoltre, per darsi importanza "…si compiacciono dei posti d'onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati «rabbì» dalla gente".

L'appellativo di "rabbi" significava originariamente "[uomo, maestro] grande". Questo titolo verrà usato solo più tardi, dopo la distruzione di Gerusalemme, per designare i dottori della legge che riceveano a tal fine l'imposizione delle mani al termine degli studi.

Così facendo essi andavano contro la volontà di Dio, che chiede alle persone di operare come lui, e non per se stesse, e per questo comanda di tenere nascoste le loro opere buone (cfr. Mt 6,1-18).

Il comportamento degli scribi e dei farisei è stato descritto così dettagliatamente proprio per ricavarne un'istruzione diretta ai membri della comunità cristiana: "Ma voi non fatevi chiamare «rabbì», perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate «padre» nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste." In contrasto con le pretese dei farisei Gesù proibisce ai discepoli di farsi chiamare non solo con il titolo di «rabbi», ma anche con quelli analoghi di «padre» e di «maestro». I motivi riportati sono rispettivamente questi: i discepoli di Gesù sono tutti fratelli e il loro vero Maestro è uno solo, Dio.

Sullo sfondo di questa direttiva si intravede la profezia della nuova alleanza (Ger 31,31-34), in forza della quale negli ultimi tempi Dio avrebbe scritto la sua legge nel cuore del popolo, divenendo così l'unico Maestro di ciascuno.

"E non fatevi chiamare «guide», perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo."

Bisogna assolutamente evitare gli scribi e i farisei, dice Gesù, non bisogna seguirli perchè sono delle "guide cieche" (cfr Mt 23,16) e chi le segue finisce nel disastro. In quell'epoca un titolo ambito da parte delle autorità religiose era quello di essere "guida dei ciechi(6)". Gesù dice: "Guide dei ciechi? Voi siete guide cieche", e chi segue una guida cieca finisce nel disastro.

Gesù ha già avvertito i suoi discepoli di "guardarsi dalla dottrina dei farisei e sadducei" (Mt 16,5-12). Questa dottrina è la dottrina del merito: erano riusciti a convincere il popolo che l'amore di Dio doveva essere meritarlo attraverso le preghiere e sopratutto attraverso le offerte che andavano nel tempio. Ma la grande novità portata da Gesù, che ancora forse a distanza di duemila anni non abbiamo percepito, è che l'amore di Dio non va meritato, l'amore di Dio va accolto, Dio non guarda i meriti degli uomini, Dio guarda i bisogni. Meriti non tutti li possono avere, bisogni li hanno tutti.

Al termine del brano vengono riportate due massime che ricorrono anche in altri contesti: "Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato". La prima massima è riportata anche in Mt 20,26-27, essa contiene un forte richiamo ad abbandonare situazioni di privilegio per mettersi umilmente al servizio dei fratelli, esattamente come ha fatto Gesù nei confronti dell'umanità.

La seconda appare cinque volte nella Bibbia (Ez 21,31; Pr 29,23; Gb 22,29; Is 3,17;10,33; Lc 2,51-52): essa preannunzia che nel giudizio escatologico(7) vi sarà un radicale rovesciamento delle situazioni in cui si trovano le persone, sulla linea di quanto affermato nelle beatitudini (Mt 5,3-10).

Note: 1. Questa esegesi è stata liberamente formulata traendola da due documenti: un'articolo di Padre Alessandro Sacchi e la conferenza "Spiritualità per insoddisfatti" tenuta in Assisi il 5-7 settembre 2008 da Padre Andrea Maggi. – 2. La fonte Q o documento Q è un'ipotetica "fonte" (in tedesco Quelle, da cui Q) che si suppone sia stata utilizzata nella composizione dei vangeli sinottici. Q conterrebbe una raccolta di detti di Gesù, forse trasmessa per via orale, ma che a un certo punto dovrebbe essere stata posta per iscritto. Questa conclusione è basata sul fatto che il materiale di Q è presente in Matteo e in Luca nello stesso ordine, caratteristica che punta alla presenza di una fonte scritta. Molti detti di Q implicano un ambiente culturale e geografico corrispondente a quello palestinese e un punto di vista anti-farisaico: coloro che tramandano la tradizione associata a Q si ritengono rispettosi della Legge e proclamano il giudizio contro città palestinesi (Corazin, Betsaida e Cafarnao) sia all'inizio che alla fine di Q. La teologia di Q sembra dunque indirizzata primariamente ad Israele, e per questo motivo alcuni studiosi ritengono che Q sia stato composto in Palestina, probabilmente nella zona settentrionale. Altri studiosi, pur notando una predilezione per l'ambiente della Galilea, sono più cauti nel localizzare la zona di composizione di Q con quelle terre; del resto la fonte Q sarebbe stata utilizzata per la composizione di due vangeli scritti in lingua greca in Chiese fuori dalla Palestina.

Q presenta alcuni detti contro Gerusalemme e contro il Tempio che, a differenza di altre "profezie" contenute nei vangeli, non presuppongono alcun intervento militare; per tale motivo Q viene datato a prima dell'anno 70 d.C., in cui i Romani assediarono Gerusalemme e distrussero il Tempio. Sebbene una datazione più precisa sia difficile, vi sono alcuni indizi che suggeriscono una data tra il 40 e il 50. Q nacque in un ambiente che comprendeva sia predicatori erranti del movimento di Gesù che lo sviluppo di congregazioni locali, dunque un ambiente esistente a ridosso degli inizi del movimento, addirittura prima della Pasqua. La fonte dei detti di Q presuppone una persecuzione degli ebrei palestinesi nei riguardi dei gruppi appena fondati; Paolo di Tarso parla di una persecuzione dei cristiani giudei come già avvenuta in 1Tessalonicesi lettera datata al 50, mentre l'esecuzione del capo della Chiesa di Gerusalemme, Giacomo il Giusto, da parte del re giudeo Erode Agrippa I, avvenne intorno al 44. Infine Q presenta i gentili in buona luce, ad indicare che la predicazione presso di loro era probabilmente già iniziata, cosa che avvenne proprio tra il 40 e il 50. – 3. A metà del V secolo a.C., il riformatore Esra istituisce in Israele la Magna Congregazione con il compito di studiare ed approfondire la Legge (Torà). Nel corso dei secoli i componenti di questa congregazione divengono sempre più importanti e all'epoca di Gesù si chiamavano Dottori della Legge o Scribi ed erano "ordinati" nel tempio con l'imposizione delle mani dopo 40 anni di studio, cioè praticamente alla fine della loro vita. – 4. Paolo nella lettera ai Galati dirà: "Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge" (Gal 3,13). – 5. La casistica degli scribi (o rabbì) farisei è famosa: con una serie di cavilli riuscivano a dimostrare che alcuni precetti potevano non essere osservati sostituendoli con altri meno gravosi o sospendendoli con una qualche dichiarazione. Ovviamente questi cavilli li conoscevano solo gli scribi (cfr Mt 15,5). – 6. Ovvero guida delle persone che non sanno e che non hanno voce in capitolo; queste persone, non sapendo come comportarsi, si affidavano ai "rabbì". Ecco perché Gesù compirà dei segni "ridando la vista ai ciechi", cioè insegnando alla gente a ragionare con la propria testa e quindi imparando a non farsi manovrare dal potere. – 7. L'idea di un giudizio alla fine dei tempi (giudizio ecatologico) è una caratteristica tipica di Matteo e si rifà alla cultura ebraica e farisaica in particolare.

lunedì 17 ottobre 2011

Domenica 23 ottobre 2011 - XXX Domenica Tempo Ordinario

Mt 22,34-40

Allora i farisei, avendo udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Nel brano di vangelo che precede, Gesù ha avuto una dura discussione con i sadducei(1) sulla risurrezione con il racconto della vedova ammazzamariti (Mt 22,23-33). Il tentativo dei sadducei di metterlo in difficoltà ebbe come risultato l'aumento di considerazione delle folle nei confronti di Gesù.

E' la volta ora di uno scriba, di un dottore della legge che viene incaricato di saggiare Gesù sulla sua aderenza alla dottrina ufficiale. Lo scopo è quello di dichiararlo eretico.

Per comprendere il brano è necessario immergersi nella tradizione religiosa ebraica dell'epoca che è molto diversa dalla nostra. Per esempio noi cattolici, appena sentiamo parlare di comandamenti pensiamo immediatamente ai comandamenti dati a Mosè sul Sinai; un ebreo del primo secolo non pensava a quelli, o per lo meno non solo a quelli, ma ai 613 precetti di cui 365 negativi (uno per ogni giorno dell'anno) e i restanti positivi (uno per ogni osso dell'essere umano) che ogni pio israelita doveva osservare tutti i giorni. E questi precetti per la maggior parte non si trovavano nell'AT, ma in testi posteriori (del I e II secolo a.C.) oggi considerati in parte apocrifi dal giudaismo.

«Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Maestro… la frase comincia con un gesto di riverenza, ma la domanda è di quelle da far tremare i polsi.

Gesù ha distrutto i comandamenti di Mosè proclamando le beatitudini come unica direzione di vita (Mt 5,1-12); non solo, ma ha anche detto che questa nuova legge è superiore a quella antica (Mt 5,29-48) facendo un lungo elenco di casi nei quali i comandamenti di Mosè non sono sufficienti per condurre una vita per il regno.

Se Gesù riafferma le beatitudini viene dichiarato un eretico; al contrario se convalida i comandamenti di Mosè dichiara che tutto quello che ha predicato finora è falso. La situazione è esattamente la stessa che si era verificata prima, quando gli era stato domandato se era lecito pagare le tasse ai romani (Mt 22,15-21).

Gesù risolve rapidamente il dilemma saltando a piè pari i comandamenti e citando l'inizio della preghiera fondamentale del pio israelita, la "Shemah Israel", ovvero Ascolta Israele (Dt 6,4-7): "Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente."

Gesù in tutta la sua predicazione e quindi in tutti i vangeli, non ha mai invitato le folle ad amare Dio non perché questo sia sbagliato, ma perché l'amore verso Dio richiede un servizio verso Dio, mentre il Padre che ci ha presentato Gesù è un Dio al servizio dell'uomo, cioè l'esatto contrario.

Non poteva però rivolgersi allo scriba in modo diverso, non lo avrebbe capito; così invece parte da un dato condiviso, accettato dallo scriba perché fa parte delle sue conoscenze e del suo modo di ragionare e questo permette a Gesù di insinuare in lui un dubbio che lo potrebbe avvicinare alle posizioni della nuova legge: "…Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso…."

Ricava il secondo precetto dal libro del Levitico (Lv 19,18) altra cosa che lo scriba conosce e non può certo rinnegare. Ma tra le due affermazioni Gesù crea un collegamento nuovo, imprevisto che soprende lo scriba.

In Marco, che per primo ha riportato questo racconto, si vede lo scriba condividere la risposta di Gesù quasi con sorpresa e poi con soddisfazione al punto che Gesù lo dichiara vicino al regno.

Matteo non riporta la reazione dello scriba, ma aggiunge un particolare che solo un dottore della legge come Matteo poteva citare: "Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti". L'alleanza(2) con Dio non può prescindere dall'amore verso l'altro.

Amore: parola ambigua, termine logoro ed abusato: si "fa" l'amore, si "amano" luoghi e colori, vestiti e animali; termine che richiama emozione e sentimento, travolgimento e passione, termine che suscita nostalgia e disincanto.

E' splendida questa cosa: Gesù ci chiede di amare, cioè di vivere esattamente ciò che per ciascuno è il più grande sogno della vita, l'anelito ultimo di ogni uomo; noi e Dio desideriamo la stessa cosa, Dio ci chiede di vivere il sogno che ciascuno di noi nasconde nel cuore.

Dobbiamo allora riflettere meglio: credo che la risposta di Gesù vada inserita in ciò che tutto il vangelo vuole dirci. Mi spiego: se dovessimo sintetizzare tutto il vangelo in un'affermazione cosa diremmo? Semplicemente questo: Dio ti ama, lasciati amare.

Passatemi allora una provocazione che non vuole stravolgere il vangelo. Esiste un comandamento prima del primo, prima non nel senso di importanza, ma di tempo. Ed è questo: "lasciati amare da Dio, lasciati sedurre da Dio, abbandona la tua piccola idea di Dio per aprirti alla grande novità del vangelo". Fino a quando non percepiremo, fino alla stretta del cuore, questo amore che Dio continuamente riversa nel nostro cuore, non potremo capire che la cosa più importante della vita è restituire l'amore di Dio e manifestarlo ai fratelli.

Di più: Gesù pone al centro della sua vita l'amore stesso. Se provassimo a vedere la nostra fede non più come una serie di rapporti sacro-morali con una divinità ma come un itinerario di vita, una scuola di felicità, propostaci non da un grande maestro spirituale ma da Dio stesso? Orientare la nostra vita sull'amore è l'unica cosa che ci può dare felicità. Accogliere, anzitutto l'amore di Dio per poi riversarlo sul fratello e su di noi.

Mi spiego: l'amore che Cristo chiede per i fratelli (arriverà a chiederlo per i nemici) non è uno sforzo di volontà che devo attuare a malincuore. Diventa un comunicare quell'amore che io per primo ho ricevuto e che posso dare al fratello nel quale riconosco l'impronta di Dio. Di più: quella sottile annotazione ("come te stesso") ci spalanca a orizzonti ancora più ampi.
Mi faceva notare un'amica psicologa che questa affermazione è, in un certo modo, il fondamento stesso del benessere psicologico scoperto dalla scienza e che Gesù già conosceva. Posso amare solo se mi amo. Posso accogliere solo se mi sono accettato. E, di nuovo, questo non mi viene come un atteggiamento spontaneo. Posso anche considerarmi non amabile, ma Cristo mi dice che Dio ama me, con le mie fatiche, i miei limiti, le mie storie, il mio fango, nel quale rischio ogni giorno di affogare.

Infine: l'amore è sentimento, gioia, passione, pazzia, certo. Ma poi cresce diventa adulto, diventa dono, diventa passare da me che gioisco a te che voglio far gioire a noi che doniamo la gioia che ci scambiamo. L'amore, cioè, da emozione diventa scelta, anche sofferta, come la madre che non è certo emotivamente entusiasta di alzarsi nel cuore della notte per allattare il proprio figlio e che pure considera quel gesto come un dono d'amore: la fede è proprio solo una questione d'amore. Ricevuto e donato.

Note: 1. I Sadducei costituivano una importante corrente spirituale del tardo giudaismo che diviene anche una distinta fazione politica verso il 130 a.C. sotto la dinastia asmodea. Il gruppo dei sadducei era costituito prevalentemente da aristocratici di antiche famiglie, nell'ambito delle quali venivano reclutati i sacerdoti dei ranghi più alti, nonché, in particolare, il Sommo sacerdote; il nome sadducei si richiamava all'antico e leggendario Sadoc (scritto anche Sadoq o Zadoq), sommo sacerdote al tempo di Salomone. Cercavano di vivere un giudaismo illuminato, e quindi di trovare un compromesso anche con il potere romano. Dei sadducei e della loro spiritualità non conosciamo molto, perché la loro fazione, ritenuta colpevole di collaborazionismo nei confronti dei romani, fu letteralmente sterminata, durante la rivolta giudaica del I secolo d.C., dagli insorti più esagitati e violenti, come narra lo storico Flavio Giuseppe, in quella prima guerra giudaica che, oltre ad essere una lotta di liberazione dalla dominazione straniera, fu anche una vera e propria cruenta e spietata guerra civile. I residui superstiti dei sadducei o furono assimilati dalla società romano-ellenica nella quale si rifugiarono, oppure si convertirono al cristianesimo. Sul piano dottrinale, si ritiene, in base alle scarse informazioni pervenuteci, che i sadducei, a differenza dei farisei considerassero vincolante solamente la cosiddetta Legge scritta, ossia quanto tramandato nei libri del Pentateuco della Bibbia ebraica, o Torah, per cui non accettavano la risurrezione dai morti in quanto non presente nel Pentateuco. – 2. La dicitura "Legge e Profeti" (e non "Legge o Profeti" come talora è erroneamente tradotto) nel pensiero degli scribi e nel sentimento comune del popolo significava l'Alleanza, quindi la promessa di Dio nei confronti di Israele.

lunedì 10 ottobre 2011

Domenica 16 ottobre 2011 - XXIX Domenica Tempo Ordinario

Mt 22,15-21

Allora i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come coglierlo in fallo nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di' a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l'iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Dopo aver ascoltato la parabola degli invitati al banchetto nuziale, parabola tremenda che li ha messi con le spalle al muro, l'elite ebraica si riunisce per decidere cosa fare per fermare Gesù.

La discussione avuta con Gesù li ha convinti che, se la predicazione di Gesù prosegue liberamente, il popolo comincerà a ragionare con la propria testa, si renderà conto che il meccanismo della Legge è stato costruito per mantenere il potere nelle mani di poche persone e si libererà dal loro giogo non facendo la rivoluzione come volevano gli zeloti(1), ma semplicemente ignorando la loro presunta santità, ignorando il tempio, i riti e quel meccanismo sanguisuga(2) che, grazie all'obbligatorietà dei sacrifici, prendeva dal popolo per darlo alle famiglie sacerdotali e agli anziani. Non si può aspettare oltre, Gesù va eliminato.

I primi che prendono questa decisione sono i farisei(3) che vengono aiutati dal partito che appoggiava Erode, gli erodiani(4); la decisione è quella di provocare Gesù in modo che manifesti un'intenzione antiromana davanti a testimoni: la conseguente denuncia avrebbe certamente portato Gesù al patibolo. Per farlo non si espongono i personaggi più in vista, lasciandosi così le mani libere per ogni altra iniziativa, ma mandano gli allievi delle scuole bibliche, i discepoli.

Dobbiamo darne atto, la trappola che viene tesa a Gesù dai farisei è geniale: dobbiamo pagare le tasse ai romani o no? In un paese occupato, in cui i venti della rivolta soffiavano impetuosi, l'umiliazione del pagare le tasse al potere romano era insostenibile: se Gesù avesse risposto "sì", avrebbe avvallato l'occupazione ponendosi contro il popolo ebraico; rifiutarsi di pagarle lo avrebbe subito schierato nel gruppo degli estremisti zeloti, nemici giurati dei romani. Non c'era scampo.

"«Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di' a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?»".

I miei capelli bianchi mi hanno insegnato che quando una persona inizia a parlare lodandoti, vuol dire che o ti ha già fatto qualche mascalzonata o te la sta per fare: ed infatti la domanda esplode come una bomba.

"Ipocriti", risponde Gesù facendosi dare una di quelle monete che i farisei si rifiutavano di restituire a Cesare ma che riempivano le loro tasche: ipocriti e opportunisti. E, come sempre, Gesù cerca di riportare la riflessione ad un livello superiore, di andare all'origine delle scelte, di fondare una scelta politica: date a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio.

Un'affermazione che ci pone di fronte allo scottante problema del rapporto tra la fede e le realtà del mondo e, in particolare, tra la fede e la realtà politica.

"Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare…": le realtà terrene hanno una loro autonomia, una loro logica interna, non c'è bisogno di coinvolgere Dio direttamente nelle decisioni che dobbiamo prendere.

Dio Creatore costruisce dal nulla il cosmo e lo rende autonomo, tocca a noi di scoprirne il funzionamento e le leggi intrinseche. Di più: ciò che è creato è "buono" in sé (Gen 1,31), l'uomo è chiamato a custodire questa bontà, questa bellezza usando la sua intelligenza, nella visione biblica che sa che l'armonia è fragile e minata dal delirio di onnipotenza dell'uomo.

Siamo, perciò, chiamati a scrutare le cose e la vita per capirne il significato, non abbiamo la verità in tasca, dobbiamo attuare quella splendida virtù che è il dialogo per vivere con gli altri; non possiamo appellarci a Dio per far passare qualche nostra opinione, non siamo autorizzati ad imporre agli altri il nostro credo(5), e gli altri non ci devono imporre il loro.

Se noi pensiamo che una legge sia sbagliata, la soluzione è semplice, noi non utilizzeremo le opportunità previste dalla legge(6). L'esempio è la forza più dolce ed efficace per convincere.

Dio, ottimista, ci crede capaci di gestire al meglio la splendida vigna in cui ci ha messi a vivere.

Nel presunto e pretestuoso conflitto di civiltà in atto, la soluzione è, ancora, riunire i veri credenti, non quelli che brandiscono Dio come un'arma, per trovare nel dialogo la forma della politica.

Date a Cesare quel che è di Cesare: Gesù dice che siamo adulti, che Dio non ci allaccia le scarpe né ci soffia il naso, che ci è data la capacità di affrontare le difficoltà, che siamo considerati capaci di vivere.

I farisei restano con un pugno di mosche in mano: il Rabbì non risponde alla loro provocazione, lascia a loro decidere cosa fare.

"…e a Dio quello che è di Dio.": meditando il vangelo e le lettere di Paolo, ci si rende conto che Gesù pone l'amore del Padre come origine di ogni scelta. E' come se Gesù dicesse: "Occupati anzitutto del tuo dentro, della tua interiorità, del grande progetto che Dio ha su di te come creatore del bene degli altri, il resto verrà di conseguenza".

Il rapporto con la realtà, in particolare quella politica, si gioca tutto in questo difficile equilibrio: mantenere l'autonomia delle realtà mondane, lasciando che esse ritrovino, in modo sereno e naturale sulla base del nostro esempio, la loro origine in Dio.

Alieno al vangelo è l'atteggiamento di chi rifiuta il mondo rifugiandosi nel suo Dio: Gesù si è schierato, ha denunciato l'ipocrisia del gioco politico, è stato spazzato via a causa della sua franchezza. Ma alieno al vangelo è anche l'atteggiamento di chi si compromette col mondo, di chi usa la politica e il potere (anche religioso) per ottenere dei privilegi, di chi vagheggia una teocrazia o pensa di imporre la fede agli altri. Ci è chiesto, invece, l'atteggiamento ben più difficile di lavorare al dialogo per ricondurre a verità ogni cosa.

Nella Bibbia non troveremo nozioni di economia o di genetica, ma ispirandoci al Vangelo potremo giudicare la realtà.

Il mondo dice: al centro dell'economia vi è il profitto. Il vangelo dice: al centro dell'economia vi è l'uomo. Viene prima il benessere dell'uomo e solo dopo, il giusto profitto(7).

La scienza dice: ciò che è possibile è lecito. Il vangelo dice: la vita ha una sua sacralità che va riconosciuta, che va rispettata ed ogni atto sulla vita va ponderato e soppesato più e più volte prima di agire.

La politica dice: la ragione va imposta con la forza della democrazia. Gesù dice: la condivisione e l'amore superano la ragione.

Certo, di questi tempi, in questo momento storico, il rischio non è certo quello del compromesso con le realtà mondo, ma piuttosto il rischio del rifugio intimistico nella religiosità disincarnata.

Dove sono i veri cristiani nell'economia, nella politica, nella scienza? Mettiamo la nostra preparazione e la nostra intelligenza a servizio dell'uomo e del vangelo, lasciamo dialogare la verità di Dio con le cose di cui abbiamo competenza.

Cittadini del mondo, toccati dalla gioia di avere conosciuto il Cristo, chiediamo di essere ascoltati e di ascoltare, di portare una luce diversa sulla realtà, una prospettiva che ci conduce più in alto, senza fanatismi o rigidità, condividendo la stessa umanità, senza rinunciare allo splendido volto di Dio che ci ha convertito.

Note: 1. Gruppo politico-religioso giudaico apparso all'inizio del primo secolo, erano partigiani accaniti dell'indipendenza politica del regno ebraico, nonché difensori dell'ortodossia e dell'integralismo ebraici. Considerati dai romani alla stregua di terroristi, si ribellavano con le armi alla presenza romana in Palestina. Fondati da Giuda il Galileo ebbero stretti rapporti con la comunità essena di Qumran di cui furono il braccio armato. Svolsero un ruolo importante nella grande rivolta del 66-70 d.C., la maggior parte di essi perì durante la presa di Gerusalemme da parte di Tito Flavio Vespasiano. – 2. Le persone per essere gradite a Dio dovevano fare un pellegrinaggio a Gerusalemme tre volte all'anno, portare in offerta alimenti, in particolare bestiame. Un abitante di Nàzaret non si portava certo dietro l'agnello o la capra da sacrificare al tempio, ma lo comperava a Gerusalemme anche perché le bestie dovevano rispettare certe regole di perfezione. L'appalto per la vendita degli animali per i sacrifici l'aveva la famiglia del sommo sacerdote. L'uomo arrivava, comperava l'animale nel monte degli Ulivi, dove c'era l'accampamento col bestiame da vendere, lo portava al tempio dove veniva sgozzato, così la persona riceveva il perdono dei suoi peccati; le interiora venivano bruciate sull'altare ed il resto dell'animale veniva spartito fra i sacerdoti. Siccome c'era un esubero di produzione, la carne che avanzava veniva venduta nelle macellerie di Gerusalemme, tutte appartenenti alla famiglia del sommo sacerdote e dei notabili. Perciò, il poveretto che andava al pellegrinaggio si trovava a pagare praticamente tre volte lo stesso agnello se voleva poi mangiare. – 3. La corrente dei farisei costituisce, probabilmente, il gruppo religioso più significativo all'interno del giudaismo nel periodo che va dalla fine del II sec. a.C. all'anno 70 d.C. ed oltre. Sul piano dottrinale, caratteristica dei farisei è l'intransigenza sulla sostanza della fede e della legge, ma si mostrano duttili sulle sue applicazioni. Le tendenze progressiste dei farisei si ritrovano sul piano teologico; anzitutto sullo sviluppo dell'escatologia, ovvero del fine ultimo di ogni uomo, nel quale vedono la risurrezione e il premio o la pena comminate da Dio. – 4. Da notare che farisei ed erodiani erano agli estremi dello schieramento politico di allora e nel Sinedrio tra loro scoccavano scintille. Gesù metteva tanta paura da mettere d'accordo anche gli opposti estremi politici. – 5. Mt 16,24b: "…Se qualcuno vuole venire dietro a me…". La sequela di Cristo è una ibera scelta che non condiziona il nostro futuro (cfr Costituzione Lumen Gentium n. 16), ma ci consente di raggiungere la pienezza di vita e quindi la felicità nella nostra vita terrena. – 6. La presenza di una legge dello stato che consente, per esempio, di divorziare non intacca nel modo più assoluto la vita di un cattolico il quale, per seguire le indicazioni provenienti dalla sua tradizione, non utilizzerà le opportunità descritte dalla legge in questione, consentedo viceversa ad altri, non cattolici, di utilizzarle. – 7. "Il profitto e` utile se, in quanto mezzo, e` orientato ad un fine che gli fornisca un senso tanto sul come produrlo quanto sul come utilizzarlo. L'esclusivo obiettivo del profitto, se mal prodotto e senza il bene comune come fine ultimo, rischia di distruggere ricchezza e creare poverta`". Benedetto XVI, enciclica "Caritas in veritate" 2009, n.21.