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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


lunedì 2 gennaio 2012

Domenica 8.1.2012 – Battesimo del Signore

Mc 1,7-11

E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».

Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E subito, uscendo dall'acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento».

Chi parla, in questo breve brano del vangelo di Marco, è Giovanni il Battista. Nei versetti che precedono Marco presenta Giovanni come un profeta fortemente legato alla concezione teologica ebraica, come il redivivo Elia perché come lui veste di peli di cammello con una cintura di pelle ai fianchi (1). Inoltre è presentato come un uomo puro, di quella purità rituale descritta nei libri del Deuteronomio e del Levitico che nulla ha a che vedere con il nostro concetto di purezza.

L'evangelista, per sottolineare questa purezza, specifica il cibo che usava Giovanni, locuste e miele selvatico, cibi sicuramente consentiti (2), oltre ogni ombra di dubbio, dalla legge ebraica(3); per questo Giovanni può battezzare, cioè purificare gli altri.

Il battesimo era un rito di immersione conosciuto in molte religioni antiche, oltre che dal giudaismo; l'immersione in acqua era il simbolo della purificazione rituale. Giovanni, pur ispirandosi a questi riti preesistenti, ne modifica gli scopi, mira ad una purificazione non più rituale ma morale e che rivesta, in un certo senso, l'aspetto di una iniziazione, di un ingresso del battezzando tra coloro che professano un'attesa attiva del Messia e costituiscono in anticipo la sua comunità.

Marco non ricorda la predicazione penitenziale di Giovanni (cfr. Mt 3,7-10 e Lc 3,7-14), ma si limita a riportare il suo annunzio messianico, di fronte al quale tutto il resto scompare. Il Battista parla di uno che viene "dopo" (in greco opisô) di lui; siccome l'espressione "andare dietro" oppure "essere dopo" caratterizza il discepolo (cfr. Mc 1,17.20; 8,34), è possibile che vi sia qui il ricordo di un periodo che Gesù ha trascorso come discepolo del Battista. Questi però lo designa come "più forte" (in greco ischyroteros) di lui: abbiamo qui forse una punta polemica dei primi cristiani nei confronti dei discepoli di Giovanni, che assegnavano il primo posto al loro maestro.

Nei confronti di colui che viene il Battista assume un atteggiamento di grandissimo rispetto, ritenendosi addirittura indegno di sciogliere i legacci dei suoi sandali(4): questo gesto esprime l'umile servizio degli schiavi, considerato così degradante che il padrone non poteva esigerlo da schiavi ebrei.

Giovanni annuncia, "Io vi ho battezzato con acqua…", cioè io vi aiuto a cancellare il passato, ma non basta che venga cancellato il passato, occorre una nuova forza per andare avanti nel presente: "…ma egli vi battezzerà in Spirito Santo".

Forse non c'è bisogno di sottolinearlo, Spirito significa forza e provenendo da Dio è la forza di Dio, cioè l'amore di Dio. Il fatto che sia Santo non è una qualità, ma è la connotazione della sua attività: infatti quanti accolgono lo Spirito, questa forza di Dio, vengono separati (il verbo santificare, consacrare, significa separare) dalla sfera del male e attratti verso la sfera del bene.

Giovanni annuncia Gesù come colui che immerge in una forza che viene da Dio ed ha la capacità di allontanare l'uomo dal male.

Ed ecco che si presenta Gesù; c'è sempre abbastanza imbarazzo nei catechismi, nello spiegare perché Gesù è andato a farsi battezzare: il battesimo serve per il perdono dei peccati, allora anche Gesù aveva dei peccati? E se non li aveva perché è andato a farsi battezzare? Ha fatto finta? Ha fatto finta per darci l'esempio, ma è una spiegazione sciocca.

L'interpretazione odierna, che si basa molto sull'umanità di Gesù, prende lo spunto da un pensiero che era sorto nei primissimi anni del cristianesimo. Secondo quell'idea Gesù sentiva dentro di se la necessità di agire, ma non ne aveva ancora una coscienza chiara. Per questo, sentendo parlare di Giovanni, decide di seguirlo per qualche tempo, per vedere di far emergere e chiarire l'impellenza che sentiva. Per questo, ad un certo punto, chiede il battesimo e sarà per lui il momento cruciale della comprensione del suo destino perché riceverà lo Spirito di Dio.

"Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea…"; la formula "in quei giorni", caratteristica di Marco che la usa qui per la prima volta, indica l'inizio di un compimento di una serie di eventi accaduti in passato; per Marco questo momento è il compimento delle promesse della antica alleanza. Gesù ha lo stesso nome di Giosuè (in ebraico non esiste differenza tra i due nomi. La differenza è stata introdotta dai traduttori per non creare confusione nel lettore). Giosuè è colui che ha condotto il popolo dalla schiavitù dentro la terra promessa e Gesù ha lo stesso nome di colui che ha realizzato questo esodo. Quindi per Marco la venuta di Gesù è il compimento dell'opera di Giosuè.

L'unica informazione su Gesù che Marco fornisce è la sua provienza dalla Galilea e non dalla Giudea, contrariamente a quanto ci si aspettava secondo la tradizione giudaica.

Oggi gli storici sono convinti che Gesù sia nato a Nazareth, anche se due evangelisti lo fanno nascere a Betlemme, forzando la realtà, poiché non era concepibile che il Messia nascesse dalla Galilea, regione disprezzata(5) e non dalla Giudea.

"…e fu battezzato nel Giordano da Giovanni." il battesimo era un simbolo di morte: immergendosi nell'acqua si moriva a tutto quello che si era stati, per iniziare una vita nuova. Così per la tradizione ebraica lo schiavo a cui era stata data la libertà, o il pagano che voleva entrare nell'ambito della religione ebraica, si immergevano completamente in acqua per simboleggiare la morte al proprio passato.

Anche per Gesù il battesimo sarà un simbolo di morte, ma non ad un passato d'ingiustizia che Gesù non ha, ma al futuro. Gesù, con il battesimo, accetta anche la morte in futuro: infatti, secondo la tecnica letteraria degli evangelista, gli stessi termini adoperati nel battesimo, Marco li adopererà poi per descrivere la morte di Gesù.

"E subito, uscendo dall'acqua…" in realtà l'evangelista dice "salendo dall'acqua". La traduzione in italiano non sarebbe stata corretta, ma avrebbe seguito il pensiero di Marco per il quale il battesimo è una discesa nella morte con conseguente risalita a nuova vita, ad una resurrezione.

Questa non è una concezione solo di Marco ma anche degli altri evangelisti che non alluderanno mai alla morte di Gesù senza associarla alla sua resurrezione; la cosa naturalmente non è percepibile ad una lettura un po' frettolosa, ma ad una lettura attenta sì.

"…vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba." E' importante quel "E subito". Mentre Gesù sale dall'acqua, immediatamente dal cielo c'è lo spirito che si fonde con lui.

In alcune traduzioni troverete: i cieli aprirsi. È sbagliato. Il verbo adoperato dall'evangelista è 'squarciare' o 'lacerare', ma non aprire. L'evangelista adopera questo verbo anche per il riferimento al passo del profeta Isaia 63,19: il profeta chiede: "Se tu squarciassi i cieli e discendessi…". Esiste una sostanziale differenza tra il verbo aprire e il verbo squarciare: una cosa che si può aprire poi si può chiudere, una cosa che si è lacerata, o si è squarciata, non si può più ricomporre. Era credenza comune, ai tempi di Gesù, che il Signore, indignato per i peccati del popolo, avesse sigillato la sua dimora. Non c'era più comunicazione fra Dio e gli uomini.

Squarciare i cieli significa che da questo momento, con Gesù e attraverso Gesù, la comunicazione di Dio con gli uomini sarà totale e continuativa. Certo, bisognerà sintonizzarsi su questa lunghezza d'onda per comprendere la voce del Signore.

Lo stesso verbo squarciare lo troviamo nella morte di Gesù, (Mc 15,38) "il velo del tempio si squarciò in due dall'alto in basso". Nel tempio c'era una porta con un velo enorme lungo circa 25 metri, che copriva una stanza vuota dove non c'era niente, dove entrava il sommo sacerdote, una volta l'anno, per pronunziare il nome impronunciabile, il nome di Dio.

In questa stanza si credeva che c'era la gloria di Dio, la presenza di Dio. Immediatamente, appena Gesù muore, il velo del tempio si squarcia: non è più possibile rammendarlo, è rotto. Il Dio che era nascosto dal velo del tempio, si è manifestato ormai definitivamente in Gesù, ma in un Gesù particolare, nel Gesù inchiodato sul patibolo dei delinquenti, nel crocifisso.

La croce è la suprema manifestazione di Dio, di un Dio che stiamo scoprendo non buono, ma esclusivamente buono. È un Dio amore, che desidera soltanto comunicarsi esclusivamente attraverso l'amore e non ha altra maniera per comunicarsi agli uomini.

Un Dio esclusivamente buono che desidera comunicare con l'uomo, non assorbire l'uomo (il Dio della religione è quello che assorbe, che diminuisce l'uomo perché si fa servire), ma per comunicargli la propria energia, la propria capacità di vita.

Se l'uomo, per le sue ragioni esistenziali, si sente indegno, Dio non si ritrae, ma gli comunica abbastanza capacità di vita in modo che questa presunta indegnità dell'uomo venga eliminata.

Il cielo si squarcia, la comunicazione tra Dio e gli uomini è continua e lo Spirito (l'articolo determinativo in questo caso indica la totalità, cioè la totalità di Dio, la totalità della vita di Dio, della forza di Dio) scende su Gesù.

Al momento della morte di Gesù l'evangelista scriverà: Gesù dette un forte grido e spirò. Il verbo spirare ha la stessa radice di spirito (in greco "pneuma"). Gesù, morendo, effonde sugli uomini lo spirito che ha ricevuto nel battesimo e su quanti lo accolgono come modello di comportamento.

Il verbo spirare, prima dei vangeli, non indicava mai la morte di una persona.

Lo Spirito disceso su Gesù come colomba(6), significa che la dimora perpetua, perenne, dello Spirito, della forza di Dio, risiede in Gesù.

Ma non c'è soltanto questo significato. Nel commento rabbinico al libro della Genesi, della creazione, si dice che lo Spirito aleggiava sulle acque, aleggiava come una colomba. Quindi colui che scende su Gesù è lo Spirito creatore che in Gesù porta a compimento la creazione dell'uomo, portandola alla condizione divina. Ecco qual era il vero progetto di Dio sull'umanità: non un uomo che terminasse la sua esistenza nella morte, ma un uomo che, durante l'esistenza terrena, raggiungesse la condizione divina e avendo la condizione divina, potesse superare il fatto della morte.

"E venne una voce dal cielo:…" è la voce di Dio e indica un'esperienza intima, interiore, da parte di Gesù. Questo termine "voce" (in greco "phoné"), la troveremo per due volte nella morte di Gesù: prima il grido del gallo, poi il grido di Gesù.

Il gallo era considerato un animale demoniaco che cantava ogni volta che il satana aveva una vittoria, aveva ottenuto la punizione di una persona: quando Pietro, per la terza volta, ha rinnegato Gesù, il gallo ha cantato. Il grido di Gesù è più forte del tradimento di Pietro e al grido di vittoria delle tenebre, del gallo, corrisponde il grido di vittoria di Gesù. Quello di Gesù, sulla croce, non è lo strazio di un agonizzante, ma un grido di vittoria che annuncia l'effusione dello Spirito di cui Gesù è stato portatore durante la sua esistenza, e la sconfitta della morte con il dono di una vita indistruttibile. E questa voce dice: "…«Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento»".

Così come in Matteo, anche nel vangelo secondo Marco, le parole dette dalla "voce dal cielo" sono le stesse; nel vangelo secondo Luca invece il testo originale sembra essere stato «Tu sei mio Figlio, l'amato, oggi ti ho generato», come riporta la Bibbia di Gerusalemme nelle traduzioni non italiane. Tale testo è stato poi modificato rendendolo conforme agli altri vangeli. Questa modifica è dimostrata da diversi documenti: in un manoscritto greco (Codex Bezae Cantabrigensis7) e in alcuni manoscritti latini, le parole della voce celeste sono «Tu sei mio Figlio, oggi ti ho generato».

Il testo in questa forma era inoltre molto diffuso presso i Padri della Chiesa tra il II e il III secolo, cosa che costituisce una testimonianza importante in quanto la maggior parte dei manoscritti del Nuovo Testamento che sono giunti fino a noi è posteriore a queste testimonianze; ebbene, in quasi tutti i casi, in testimonianze che vengono dalla Spagna alla Palestina e dalla Gallia al Nordafrica, è la forma «oggi ti ho generato» ad essere attestata. Depone inoltre a favore dell'autenticità di questa versione il fatto che l'altra parte della frase è identica a quella riportata in Marco e la convinzione che coloro che copiavano tendevano ad uniformare i testi, invece che a introdurvi discostamenti.

La ragione della modifica del testo da «Tu sei mio Figlio, oggi ti ho generato», la versione originale di Luca, a «Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto» sarebbero da ricondurre a un tentativo di rimuovere ogni possibile appiglio agli Adozionisti, una corrente delle origini del cristianesimo per la quale Gesù non era nato Figlio del Padre ma era stato da lui adottato all'atto del battesimo nel Giordano; rimuovendo il riferimento alla «generazione» dal vangelo di Luca, si toglieva forza alla posizione degli adozionisti(8). È anche interessante notare un altro fatto. Epifanio di Salamina, un cristiano del IV secolo che compose un'opera contro le eresie, narra che nel Vangelo degli Ebioniti (un vangelo utilizzato dalla corrente cristiana degli Ebioniti(9) nel II secolo, e ora andato perduto) vi era scritto: "E mentre usciva dall'acqua, i cieli furono aperti, ed egli vide lo Spirito Santo discendere nella forma di una colomba ed entrare in lui. E una voce dal cielo disse «Tu sei il mio figlio prediletto; in te mi sono compiaciuto»; e, continuando, «Oggi ti ho generato»(10).

Come si vede, gli Ebioniti tentarono di risolvere le contraddizioni tra le varie versioni facendole confluire in un'unica versione che diceva tutte e due le cose. Non diversamente da molti esegeti moderni o presunti tali!

Nella forma riportata dalla CEI, il grido è la citazione di un salmo, il salmo 2,7 dove Dio si rivolge al re che lui stesso ha stabilito. La discesa dello Spirito significa che Gesù è stato consacrato e costituito da Dio come il Re, Messia, l'atteso, e Dio stesso lo sostiene contro i suoi nemici. Nel salmo si diceva che Dio dava a questo re tutta la sua protezione contro i nemici. Il Padre, con questa voce dal cielo, dichiara un amore senza limiti per Gesù, accomunando ben tre termini. Questa esplosione d'amore divino è la risposta all'impegno di Gesù e l'approvazione piena della linea che Gesù ha deciso di seguire. L'amore del Padre per Gesù viene espresso nella comunicazione del suo Spirito, dice "Tu sei mio figlio, l'amato". La definizione di "Figlio", come si è visto più volte nel contesto ebraico, non significa soltanto chi è nato da qualcuno, ma soprattutto colui che gli assomiglia nel comportamento. Questo ci permette uno sguardo sul volto di Dio: se Gesù viene chiamato figlio è perché assomiglia al Padre, questo ci fa capire chi è il Padre. La dedizione di Gesù agli uomini, anche a costo di incontrare la morte, diventa la rivelazione dell'amore di Dio per l'umanità. L'espressione "tu sei mio figlio" non indica tanto chi è Gesù, quanto chi è Dio.

Note: 1. Vedere 2Re 1,8 e seguenti – 2. Vedere Lv 11, 22. – 3. Da notare che le locuste erano consentite, ma la lepre no. Il fatto che Marco indichi nelle locuste il cibo normalmente usato da Giovanni è una forzatura letteraria che gli consente di rimarcare la stretta osservanza della Legge da parte del personaggio. – 4. Esiste un'ulteriore interpretazione che fa riferimento alla legge del levirato. – 5. La Galilea è lontana dal centro del potere politico e religioso, è regione di frontiera con una popolazione che è una mescolanza di giudei e di pagani, e quindi di impuri, di peccatori, di reietti. Il territorio è arido e brullo; i suoi abitanti sono rozzi e duri. I galilei si distinguono per essere tra i più temerari e feroci affiliati alla setta degli zeloti, i fanatici fautori della lotta armata contro l'invasore romano, e Nazareth è proprio uno dei loro covi. I giudei non nascondono il loro disgusto per i rozzi galilei e lo manifestano apertamente con una ricca serie di proverbi, racconti e detti popolari. (cfr Talmud, 'Erubim B. 53a, 53b.). – 6. Naturalmente queste sono delle immagini metaforiche che l'evangelista adopera; infatti l'attaccamento della colomba al suo nido originale era proverbiale; c'era un proverbio ebraico che diceva: "come amor di colomba al suo nido", per indicare proprio questo attaccamento. – 7. Il Codex Bezae Cantabrigensis è un importante codice del Nuovo Testamento datato 380 - 420 (secondo altri è più tardo, V-VI secolo). È scritto in latino e greco. Contiene in maniera frammentaria solo i Vangeli, gli Atti degli Apostoli, la Terza lettera di Giovanni. – 8. Vedi anche: Bart Ehrman, Gesù non l'ha mai detto: millecinquecento anni di errori e manipolazioni nella traduzione dei vangeli, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2007. pp. 183-185. – 9. Ebioniti è il nome con cui alcuni scrittori cristiani indicano un gruppo di fedeli, di orientamento giudaizzante, dapprima considerati scismatici e quindi eretici da diversi Padri della Chiesa; rifiutavano la predicazione e l'ispirazione divina di Paolo. – 10. Vangelo degli Ebioniti, citato nel testo: Epifanio di Salamina, Contro gli eretici, 30/13,7-8.

lunedì 26 dicembre 2011

Domenica 1 gennaio 2012 – Maria Santissima Madre di Dio

Lc 2, 16-21

In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.

Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.

I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro.

Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima che fosse concepito nel grembo.

Il brano in esame è la prosecuzione di quello letto la notte di Natale; per comprenderlo meglio occorre leggere anche il versetto 15 che il liturgista ha, incomprensibilmente, saltato:

"Appena gli angeli partirono da loro per il cielo, i pastori si dicevano l'un l'altro: andiamo dunque fino a Betlemme e vediamo questo avvenimento, l'accaduto che il Signore ci ha fatto conoscere". Domenica scorsa avevamo detto che i pastori sono il simbolo, il prototipo dei peccatori incalliti, quelli senza alcuna speranza di redenzione(1). Luca afferma che questi peccatori, ricevuto il messaggio che l'amore di Dio è per tutti, anche per loro, cambiano totalmente atteggiamento e vogliono andare sino in fondo, vogliono toccare con mano il dono che è stato fatto loro. Da questa loro decisione si sviluppa un altro avvenimento: la sorpresa da parte dei genitori di Gesù.

"…andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro".

La prima sorpresa è il fatto che Giuseppe li accolga e li ascolti; la seconda che sia presente anche Maria ed il bambino, una vera rivoluzione nelle usanze ebraiche. Giuseppe è un giusto(2) (Mt 1,19), un attento esecutore di quanto previsto dalla Legge, eppure Luca non accenna ad alcun moto di repulsione di Giuseppe quando vede arrivare i pastori, persone sicuramente impure: infatti, più che una situazione reale, Luca sta descrivendo quale sarà (o dovrebbe essere) il comportamento degli uomini con la venuta del Messia che annullerà ogni legge, ogni precetto, ogni usanza che risulti contraria al benessere ed alla felicità degli uomini(3).

"Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori."

Guardate cosa sta dicendo Luca(4): tutti quelli che avevano ascoltato si stupirono, tutti, compresa Maria e compreso Giuseppe, "…delle cose dette loro dai pastori". Sono stupiti perché c'è qualcosa che non quadra: c'era tutta una tradizione di un Dio che detestava i peccatori, di un Dio che voleva sterminare i peccatori (Sal 37,22.38); c'era la tradizione che attendeva il Messia come il giustiziere che avrebbe fatto piazza pulita dei peccatori (Mt 3,10-12); adesso si presentano i peccatori per eccellenza e dicono: siamo stati avvolti dall'amore del Signore e Dio ha detto che è nato quello che per noi sarà la salvezza.

Tutti, Maria compresa, si stupiscono di questo.

Da qui in poi ha inizio la descrizione dell'incomprensione da parte di Maria e da parte di Giuseppe: più volte Luca dirà che essi con capivano queste cose ma proprio di qui inizia e si sviluppa quella che sarà la grandezza di Maria: Gesù le presenterà qualcosa di nuovo, qualcosa di inaudito, le presenterà un Dio differente da quello che lei aveva conosciuto dalla tradizione e Maria lo accetterà.

Nel vangelo più antico, quello di Marco, è riportato un episodio drammatico: tutto il clan familiare ha deciso di catturare Gesù ritenuto ormai demente (Mc 3,21-35). Gesù, presentatosi come l'inviato del Signore (Lc 4,18-21), si è comportato infatti come un nemico di Dio, trasgredendo i precetti e comandamenti più sacri (Mc 3,5.22; 7,15-23), e mentre le autorità religiose lo bollano come bestemmiatore eretico ed indemoniato (Mt 9,3), per la gente è solo un pazzo a cui lanciare pietre (Gv 8,59).

La richiesta dei famigliari di Gesù "Tua madre e i tuoi fratelli ti vogliono", è interrotta dalla fredda risposta del Cristo: "Chi è mia madre?..."

Per Gesù suoi intimi sono solo quelli che lo seguono e come lui vivono la volontà del Padre traducendola in un amore incondizionato che si rivolge a tutti, prescindendo da categorie religiose, morali e sessuali (Lc 10,29-37).

Maria deve scegliere: o resta con il clan famigliare, che ritiene Gesù un matto, e salva così la sua reputazione, o segue il figlio, conosciuto per essere "un mangione e un beone, amico di pubblicani e peccatori" (Mt 11,19).

A Nazaret Maria s'era fidata dell'invito rivoltole dal suo Signore e da questo suo assenso era nato il Messia di Dio. In questa seconda annunciazione(5), più sofferta e matura, Maria risponde ancora con un sì all'invito alla pienezza di vita che le viene da Gesù e che la condurrà a una nuova nascita: la sua.

Ora sarà la madre che rinascerà dal figlio: nuova nascita che avverrà "dall'alto" (Gv 3,3), da colui che, innalzato in croce, trasformerà la madre nella fedele discepola (Gv 19,25-27).

Coronamento della prima annunciazione era stata la beatitudine con la quale si aprono i vangeli: "Beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore" (Lc 1,45); la seconda annunciazione troverà la sua formulazione nella beatitudine con la quale i vangeli si chiudono: "Beati quelli che pur non avendo visto crederanno" (Gv 20,29).

Mentre l'annunciazione di Nazaret culmina a Betlemme, dove lo sfolgorio di luce della gloria del Signore avvolge la nascita del Figlio, e pastori e magi sono in adorazione (Lc 2,1-21; Mt 2,1-12), l'altra sfocerà nelle tenebre di Gerusalemme (Mc 15,33), dove bestemmie e sberleffi accompagnano la morte del Cristo e la rinascita di Maria (Mc 15,29-32; Gv 19,27).

Presso la croce l'evangelista non presenta una madre schiacciata dal dolore, che comunque sta vicina al figlio anche se questo è un criminale, ma la coraggiosa discepola che ha scelto di seguire il maestro a rischio della propria vita, mentre gli apostoli, che avevano giurato di esser pronti a morire per lui (Mc 14,29-31), sono vigliaccamente fuggiti (Mt 26,56).

Sul Gòlgota, più che una madre che soffre per il figlio, Giovanni mostra infatti la discepola che soffre con il suo maestro, la donna che condivide la pena dell' "Uomo dei dolori" (Is 53,3; Rm 8,17). Maria ha preso la sua croce, e si è posta a fianco del giustiziato contro chi lo ha crocifisso, schierandosi per sempre a favore degli oppressi e dei disprezzati.

Non è stato facile per Maria.

Per schierarsi col crocifisso si è messa contro la propria famiglia e ha dovuto rompere con la religione che, nella persona del suo rappresentante più alto, il Sommo sacerdote, aveva scomunicato Gesù (Mt 26,65; Mc 3,22). Infine, scegliendo il condannato, ha osato pure mettersi contro il potere civile che giustiziava quel galileo come pericoloso rivoluzionario (Mt 27,38). Maria presso il patibolo aderisce attivamente a Colui che "rovescia i potenti dai troni" (Lc 1,52): sta dalla parte delle vittime di questi potenti e fa sua la croce, cioè accetta, come Gesù, di essere considerata un rifiuto della società pur di non venire meno all'impegno di essere presenza dell'amore di Dio in mezzo al mondo (Mc 8,34).

La grandezza di Maria non consiste nell'aver dato alla luce Gesù, ma di essere stata capace poi di diventare la sua discepola.

Tutti erano sconvolti, ma "Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.". Il cuore nel mondo ebraico è la mente, la sede del pensiero e delle emozioni. Anche Maria è sconvolta, c'è qualcosa che non quadra ma non rifiuta nulla: ci pensa, ci riflette nel suo cuore.

"I pastori poi se ne tornarono…" e qui Luca scrive qualcosa di incredibile, qualcosa di straordinario che cambierà per sempre il nostro rapporto con Dio e di conseguenza anche quello con gli altri. Scrive Luca: "I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro".

Dopo aver fatto l'esperienza del Dio amore, è possibile anche ai pastori, quelli che la religione riteneva i più lontani da Dio, lodarlo e glorificarlo, cioè essere gli intimi di Dio.

"Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima che fosse concepito nel grembo". E' la conclusione della vicenda familiare; d'ora in poi tutto quello che riguarda Gesù sarà pubblico, a cominciare dalla sua presentazione al Tempio.

Note: 1. Vivendo tra le bestie, i pastori diventavano persone abbrutite, erano considerati come dei criminali, dei ladri; si rubavano il bestiame tra di loro, si uccidevano e, secondo il Talmud, erano considerati non-persone, non godevano di nessun diritto civile. Naturalmente, abbrutiti da questo lavoro, essi non avevano né il tempo, né la possibilità di fare le purificazioni quotidiane o di andare al tempio, cosa che li emarginava sempre di più. – 2. Con il termine giusto, zaddiq in ebraico, non s'intende una persona retta, una persona di buona moralità: nel mondo ebraico i giusti erano una specie, diciamo così, di confraternita, di persone laiche, molto devote, che s'impegnavano ad osservare nella loro vita quotidiana tutti quei 613 precetti che i farisei avevano ricavato dalla legge di Mosè. Ne consegue che Giuseppe non avrebbe potuto parlare con degli impuri senza diventarlo anche lui e che Maria, come tutte le donne, non avrebbe potuto intrattenersi con persone estranee alla famiglia sia pure in presenza di Giuseppe. – 3. Con ragione ha scritto Paolo: "Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge" (Gal 3,13). Il grande problema della Chiesa Cattolica è l'aver ricostruito, imitando i farisei del I secolo, la rete di precetti, obblighi e dogmi contro i quali si era battuto Gesù, dimenticando che l'unico imperativo morale, come ha insegnato Cristo, è il benessere e la felicità dell'uomo. – 4. L'analisi che segue è liberamente tratta da un articolo di P. Alberto Maggi "Maria, la fantasia di Dio". – 5. L'episodio riportato da Marco (Mc 3,31-35) è considerato dai teologi la seconda annunciazione a Maria certamente più importante della prima in quanto non è vissuta passivamente (o quasi), ma ha comportato un'intima, corraggiosa decisione autonoma.

lunedì 19 dicembre 2011

Domenica 25 dicembre 2011 – Natale del Signore

Massa della Notte – Lc 2,1-14

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città.

Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.

Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto nell'alloggio.

C'erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all'aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l'angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».

E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

Messa del Giorno – Gv 1, 1-18

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.

Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta.

Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui.

Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce.

Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto.

Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto.

A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.

Giovanni gli dà testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me».

Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia.

Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.

Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.

Per quanto riguarda l'analisi del brano di vangelo per la Messa del Giorno vi invito a vedere quanto riportato la domenica 2 gennaio 2011. Passiamo quindi all'esame del brano che il liturgista ha scelto per la Messa della notte. Per comprendere a pieno la narrazione della nascita di Gesù bisogna un po' distaccarsi dalle tradizioni, dalle pie leggende, dalle devozioni che l'hanno accompagnata, avvolta ed addirittura offuscata per secoli. Infatti per la maggior parte dei cristiani, la nascita di Gesù è più quella che viene narrata nei presepi che quella descritta nei Vangeli, in particolare quello di Luca.

"In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra". Cesare Ottaviano era nipote adottivo di Giulio Cesare ed è stato il primo imperatore che si fece insignire del titolo di Augusto, che significa sublime, per indicare che la sua condizione non era semplicemente umana, ma era una condizione divina(1). Augusto si faceva chiamare anche figlio di dio e questo è importante per comprendere quello che l'evangelista sta scrivendo; un altro dei suoi titoli era salvatore del mondo. Questo grande rapinatore, questo assassino, questo uomo che distruggeva persone, case e popoli, si faceva chiamare il salvatore del mondo; Cesare Augusto celebra il suo potere indicendo il censimento di tutta la terra abitata. La finalità del censimento è chiara: tutti quanti dovevano essere schedati e censiti, affinché nessuno potesse sfuggire al pagamento delle imposte; quindi il salvatore del mondo, Cesare Augusto, celebra il suo trionfo mediante quella che si configura come una grande rapina perché in allora le tasse non servivano a realizzare servizi ai cittadini, ma ad arricchire l'imperatore e a finanziare le guerre di occupazione. In questo momento in cui l'impero manifesta tutto il suo splendore, nasce il bambino che, con il suo insegnamento dell'amore opposto ad ogni potere e dominazione, ne minerà le basi e lo farà crollare, come dirà più avanti Zaccaria: "Sta per sorgere colui che sarà la luce di coloro che camminano nelle tenebre" (Lc 1,79). Zaccaria non sta parlando dell'oscurità del peccato, come erroneamente insegnavano i teologi del medioevo, ma sta parlando dell'oscurità dell'oppressione, quando la vita è difficile e non si vede ancora la luce in fondo al tunnel. "Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria". Questa precisazione di Luca ci permette una datazione: dopo il 6 d.C., data confermata da Giuseppe Flavio, storico ebreo del I sec. d.C.(2).

"Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide…". Fermiamoci un attimo perché la denominazione che segue "…chiamata Betlemme…" è per lo meno strana: nella Bibbia la città di Davide è sempre considerata Gerusalemme; evidentemente questa stranezza sottintende un significato che Luca vuole trasmettere. La città di Davide si chiama Betlemme perché se Gerusalemme è stata la città dove Davide fu re, Betlemme è stata la città dove Davide fu pastore (Cfr. 1Sam 16,1-13). Luca vuol far capire che colui che nascerà non avrà i tratti del Davide monarca, ma sarà il pastore, il pastore atteso (Ez 34,23) che era il terrore dei sommi sacerdoti: infatti le profezie, da Ezechiele in poi, dicevano che il Signore, riferendosi ai pastori (i governanti allora venivano chiamati pastori!), diceva: ecco io mando un pastore che farà piazza pulita di tutti voi, falsi pastori (Ez 34,10). "...egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta". La traduzione purgata della CEI non inganni: Luca adopera lo stesso termine che usa all'annunzio dell'angelo, "promessa sposa" anche se la traduzione parla di "sposa". Quindi Maria e Giuseppe si trovano ancora nella prima parte del matrimonio e non sono passati alla seconda. Questo crea sconcerto perché due che erano nella prima parte del matrimonio non potevano convivere ed era inammissibile, scandaloso, che potessero fare un viaggio insieme. Ebbene Luca ci presenta qui una coppia che è irregolare, una coppia che non ha compiuto tutti i termini del matrimonio(3). "Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto." È importante sottolineare tutte le piccole cose; forse sono troppo pedante, ma lo faccio per sbarazzarci di tutte le leggende che hanno offuscato la bellezza di questo brano: ricordo che alle elementari, in occasione del Natale, ci facevano imparare una filastrocca, mi pare di Gozzano, che metteva angoscia; presentava Maria e Giuseppe come una coppia di sprovveduti che arriva a Betlemme proprio il giorno che doveva partorire il figlio; è mezzanotte ed ancora non sanno dove andare, bussano di là, no, non c'è posto e così via. Ecco questo fa parte dell'immaginario popolare che nulla ha a che fare con la serietà dei Vangeli. Infatti Luca non scrive che mentre arrivavano là o mentre giungevano là arrivarono le doglie, ma "mentre si trovavano in quel luogo". Una donna in quello stato di gravidanza non poteva percorrere tutti quei chilometri che separavano Nazareth da Betlemme, circa 140, tanto più che l'immagine di Giuseppe a piedi e Maria sull'asinello non si sarebbe mai potuta verificare in oriente: in oriente, ancor oggi, vedrete l'uomo sull'asino e la donna incinta a piedi e con i bagagli sulla testa o sulle spalle(4). Non era ammissibile che una donna sedesse su un mezzo di trasporto perché la donna non era considerata allo stesso livello del maschio, ma a livello della bestia da soma. Di conseguenza una donna in avanzato stato di gravidanza non poteva percorrere tutti quei chilometri a piedi e pertanto il viaggio da Nazareth a Betlemme è sicuramente avvenuto nei primi mesi di gravidanza, quando per una donna incinta era ancora possibile percorrere a piedi questo tragitto.

"Diede alla luce il suo figlio primogenito": perché questa espressione primogenito, significa che poi ce ne furono altri? I Vangeli e gli altri scritti del NT lo affermano (Mc 3,31-34.5,3-4; Mt 12,46-50.13,55-56; Lc 8,19-21; Gv 2,12.7,3-10; Att 1,14; 1Cor 9,5; Gal 1,19), ma la tradizione della Chiesa lo esclude. Comunque sia, Luca adopera l'espressione primogenito perché, secondo la tradizione ebraica, ogni primogenito veniva consacrato al Signore (Es 13,2) e questo rito, unitamente alla purificazione di Maria, viene descritto da Luca più avanti (Lc 2,22-38).

"..lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto nell'alloggio". Con la traduzione CEI 2008 finalmente è stata eliminata la parola albergo e sostituita dalla parola alloggio! Sinceramente continuo ancora a chiedermi dove l'avevano trovata la parola albergo perché nel testo greco originale non esiste(5).

E' importante una esatta traduzione dei testi biblici perché proprio da una errata interpretazione del testo nacque poi la leggenda che non c'era posto per loro nell'albergo di Betlemme; Luca adopera lo stesso termine che usa per l'ultima cena di Gesù: "ha detto il Maestro, dov'è la stanza dove posso mangiare la Pasqua con i miei discepoli?" (Lc 22,11), e non usa il termine greco che si può tradurre con locanda che è il termine che troviamo nella parabola del buon samaritano (Lc 10,29-37), dimostrazione, ammesso che ce ne fosse bisogno, che Luca conosceva perfettamente la differenza di significato tra i due vocaboli.

Altra traduzione imprecisa, che non è stata ancora corretta, è "mangiatoia" perché oggi tutti gli esegeti parlano di "scaffale" anche perchè una mangiatoia non è mai posizionata dentro una casa. Ma andiamo con ordine.

Vediamo qual è il significato della frase "perché per loro non c'era posto nell'alloggio".

Leggendo il Vangelo, dovremo sempre fare lo sforzo di collocarlo nell'ambiente palestinese, nel quale è nato. Ancor oggi possiamo vedere i resti delle case palestinesi dell'epoca: c'era la parte posteriore della casa che era scavata nella roccia ed era la parte più sana, più sicura e più protetta, anche dal caldo nella stagione estiva. Lì c'era il magazzino, la dispensa, gli alimenti disposti sopra scaffali per non farli divenire preda di animali che potevano entrare. Sul davanti c'era, costruita in muratura, una stanza dove tutta la famiglia viveva. Lì si cucinava, si mangiava e la sera si gettavano delle stuoie per terra e tutta la famiglia, che normalmente comprendeva anche i genitori del marito e, alle volte, anche cugini e zii, vi dormiva(6).

In questa stanza dove tutti dormono, dove tutti alloggiano, non c'è posto "per loro" (ovvero per la madre e il neonato) perché la legge ebraica segnalava che la donna al momento del parto era impura(7). Impuro significa che le viene impedita la comunione con Dio. Perciò, sempre secondo la tradizione ebraica, una donna che partorisce non può stare in mezzo agli altri, perché essendo impura, rende impuro tutto ciò che tocca e tutti quelli che si avvicinano a lei o entrano in contatto con lei. Maria e il bambino vengono quindi confinati in questa parte della casa che oltretutto era anche la più pulita poiché ci stavano gli alimenti.

Immaginare che Giuseppe si accosti a Maria e al neonato come si vede nei presepi vuol dire non conoscere la leggi rituali ebraiche scritte nella Bibbia.

La descrizione che Luca ne fa è molto sobria, appena due versetti, ma tutta la descrizione serve a preparare la incredibile novità che adesso viene presentata.

"C'erano in quella regione alcuni pastori…": i pastori(8) dell'epoca non erano come le nostre figurine del presepio, tanto bellini e carini con i loro agnellini sulle spalle: vivendo tra le bestie diventavano persone abbrutite, erano considerati come dei criminali, dei ladri; si rubavano il bestiame tra di loro, si uccidevano e, secondo il Talmud, erano considerati non-persone, non godevano di nessun diritto civile e, dice sempre il Talmud, se per strada trovi un pastore che è caduto in dirupo, non tirarlo fuori: tanto per lui non c'è speranza di resurrezione e allora lascialo lì. Naturalmente, abbrutiti da questo lavoro, essi non avevano né il tempo, né la possibilità di fare le purificazioni quotidiane o di andare al tempio, cosa che li emarginava sempre di più.

Gli ebrei attendevano la venuta del Messia e avevano redatto un elenco di dieci cose che il Messia avrebbe fatto alla sua venuta; tra queste cose c'era l'eliminazione fisica di tutti i peccatori: al primo posto, nella lista dei peccatori, c'erano i pastori.

I pastori erano perciò l'immagine dei peccatori per i quali non c'è nessuna speranza. "..che, pernottando all'aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce"(9). Leggendo i salmi, (ad esempio nel salmo 37 si legge: tutti i peccatori saranno distrutti; oppure un altro che dice: il Signore si alza al mattino e distrugge tutti i peccatori della terra), è possibile prevedere solo terrore per i pastori: è arrivata la fine, perché queste erano sicuramente tra le persone che andavano eliminate. Invece ecco la novità clamorosa, sconvolgente, "...e la gloria del Signore li avvolse di luce". La gloria del Signore è la manifestazione visibile, concreta di ciò che Lui è, ed il Signore è amore(10).

I pastori, immagine dei peccatori per eccellenza, coloro che andavano castigati da Dio, quando Dio li incontra non solo non li castiga, ma li avvolge con il suo amore.

Qui c'è qualcosa che non va: non c'è più religione! Nell'AT ci viene presentato un Dio che castiga e che premia (e purtroppo ancora oggi molti cristiani hanno ancora questa idea in testa). Lo troviamo anche nelle conversazioni quotidiane, quando sentite una persona che è scampata o è sfuggita alla giustizia, sentirete sempre quelle persone che dicono: si, ma non sfuggirà alla giustizia divina: sei scampato agli uomini, ma prima o poi ti arriverà addosso la giustizia divina.

Ecco, Luca smentisce questa immagine: Dio è amore e l'unica maniera che ha Dio di relazionarsi, di comportarsi con gli uomini è quella di una comunicazione incessante di amore. L'uomo lo ama? L'uomo lo odia? Dio non cambia il comportamento: Lui è soltanto comunicazione incessante di amore. Ecco perché, quando si presenta a questi uomini, ai pastori, a questi peccatori, non li avvolge con la sua ira, il castigo di Dio, ma li avvolge con il suo amore.

L'AT insegna che l'uomo deve essere puro per avvicinarsi a Dio; Gesù al contrario insegna: accogli il Signore e diventerai puro(11).

Loro però furono presi da grande spavento, meglio non fidarsi, ci hanno sempre detto che questo qui ci farà fuori. Allora l'angelo deve prendere delle precauzioni.

"«Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia»."

Quante persone, ancor oggi, vivono con l'angoscia di un giudizio da parte di Dio! Se queste persone leggessero il Vangelo, vedrebbero che da parte di Dio non c'è nessun giudizio. Dio non giudica, Dio ama e nell'amore non c'è nessun giudizio. Dio non ha mandato il Figlio per giudicare il mondo, dice Giovanni nel suo Vangelo, ma per salvare il mondo. Gesù non è venuto a distruggere ma a vivificare, a dar vita a quello che è morto.

Ma non è finita qui: "E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama»".

Ricordate in passato, l'errata traduzione che era espressione di una certa mentalità religiosa, che deformava anche il contenuto del Vangelo pur di affermare il proprio pensiero: "agli uomini di buona volontà". Solo a chi se lo merita, a quelli di buona volontà! E' l'idea che l'amore di Dio va meritato. Vedete come una mentalità, una ideologia, può travisare persino il significato del testo evangelico, ma nelle vostre Bibbie trovate ormai la traduzione esatta: "sulla terra pace agli uomini, che egli ama"

Attenzione: per una completa comprensione occorre conoscere che il termine pace deriva da una parola ebraica che molti conoscono, shalòm, che significa pienezza di vita. Pace perciò non significa soltanto assenza di conflitti, ma significa tutto quello che concorre alla pienezza di vita dell'uomo: felicità, salute, lavoro, sazietà, amore.

Smentendo una mentalità che vedeva un Dio aguzzino, che godeva nel far soffrire gli uomini, un Dio che puniva mandando disgrazie, Luca ci dice che la pace, cioè la felicità degli uomini, è lo scopo del progetto di Dio.

Note: 1. L'analisi del brano è liberamente tratta dalla conferenza "I vangeli del Natale: storia o teologia?" tenuta da P. Alberto Maggi il 18 dicembre 2009 a Padova. – 2. Come già spiegato domenica scorsa, i primi due capitoli di Matteo e i primi due capitoli di Luca non vanno d'accordo: non è possibile conciliare la nascita di Gesù come è scritta da Matteo e la nascita di Gesù come è descritta da Luca perché sono due realtà differenti. Quella di Matteo è drammatica: Gesù nasce ed Erode decide di ammazzare il bambino e la sua famiglia fugge in Egitto; questo fatto pone la nascita di Gesù prima del 4 a.C., anno della morte di Erode; Matteo inoltre pone la nascita di Gesù a Betlemme senza spiegarne il motivo. Invece secondo Luca Gesù nasce a Betlemme a causa del censimento il che pone il tempo della nascita dopo il 6 d.C., quindi almeno dieci anni dopo, cosa che lo mette al sicuro dalle reazioni di Erode. Inoltre Matteo fa di tutto per escludere ogni responsabilità di Giuseppe nel concepimento (cfr Mt 1,25) mentre Luca non sembra escluderla (anche se la Chiesa l'ha poi esclusa a partire dal VI secolo d.C. nel Concilio di Costantinopoli). In effetti gli Evangelisti non fanno una cronistoria esatta di quello che è successo, come oggi si usa nel giornalismo, ma vogliono trasmettere ai credenti di tutti i tempi la profonda verità di questo messaggio, cioè che in Gesù si realizza la nuova, vera, definitiva creazione. – 3. Questa sottolineatura di Luca lascia intravedere conoscenze di fatti che Luca non riporta e che saranno oggetto di innumerevoli scritti (molti chiaramente leggendari) riportati nei vangeli aposcifi come il Protovangelo di Giacomo. I vangeli apocrifi, anche se non sono considerati ispirati, ci forniscono interessanti notizie storiche che facilitano l'interpretazione dei vangeli canonici. – 4. Studi risalenti agli anni '70 (cfr. per esempio Yigal Shiloh, The Population of Iron Age Palestine in the Light of a Sample Analysis of Urban Plans, Areas, and Population Density, Bulletin of the American Schools of Oriental Research , No. 239, 1980) indicano in circa 25 anni la vita media della donna del I secolo in Israele, conseguenza delle gravidanze (almeno dieci), della fatica e della riduzione drastica delle ore di sonno (Pr 31, 15-18). La vita media dell'uomo nello stesso periodo è stimata in circa 40 anni. A titolo di confronto oggi la vita media in Italia è di 84,3 anni per la donna e 79,1 per l'uomo (fonte ISTAT anno 2010). – 5. Il termine greco katalyma può indicare una stanza, al limite un alloggio, mai una locanda (che in greco si dice pandocheion). Vedere anche la nota riportata nella Bibbia di Gerusalemme, ed. 2009, a pag. 2439 punto 2,7. – 6. Luca mette in evidenza questo fatto quando Gesù, parlando della preghiera, dice: immaginate uno che va a bussare a notte fonda ad una porta e dall'interno un uomo dice no, non posso venire alla porta perché sveglierei i miei bambini, perché sono tutti quanti sulle stuoie e andare alla porta significa disturbare qualcuno (Lc 11,5-8). – 7. Una donna, quando partoriva un bambino, era impura per 7 giorni (se era un maschietto, ma 14 se era femmina) e poi per 33 giorni doveva fare continue abluzioni per purificarsi, al solito 33 giorni se era un maschio, 66 se era una femmina (Lv 12,1-8). Prima del Concilio Vaticano II, queste cose c'erano anche nella nostra tradizione: le mamme, dopo il parto, prima di entrare in chiesa, avevano bisogno di una benedizione. Questo è il crimine orrendo che può compiere una tradizione male intesa: il miracolo della vita considerato impuro. – 8. In questo caso si sta parlando delle persone che gestiscono le greggi e non dei governanti di Israele: l'ebraico antico ha solo 900 vocaboli e, se non si sta attenti, si possono creare confusioni. Anche Luca, pur scrivendo in greco, per chiarezza, specifica quale era il loro lavoro, dato che i lettori erano prevalentemente greci di tradizione semitica. – 9. Ricordo che "l'angelo del Signore" è una espressione con la quale non si intende mai un messaggero inviato da Dio, ma Dio stesso quando entra in contatto con gli uomini. – 10. Cfr. "Deus Caritas est" lettera enciclica di Benedetto XVI del 2006. – 11. Ricordate Gesù che lava i piedi ai discepoli (Gv 13, 1-20): questo è un gesto di enorme importanza perché i piedi degli individui erano la parte più impura del corpo umano, perché allora prevalentemente camminavano scalzi e le strade, i sentieri dell'epoca erano polvere, escrementi, sudore; ebbene Dio non attende che l'uomo si purifichi, ma scende lui in basso per purificarlo e per innalzarlo. Questa è la grande novità e non per niente il Vangelo è stato chiamato la buona notizia.