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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


lunedì 2 gennaio 2012

Domenica 15.1.2012 – Seconda Domenica del Tempo Ordinario

Gv 1,35-42

Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l'agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì - che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.

Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» - che si traduce Cristo - e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» - che significa Pietro.

 

Il brano in esame rappresenta un esempio tipico di come la tradizione cattolica è stata capace di travisare il significato delle parole nei vangeli seguendo non le intenzioni dell'evangelista, ma le intenzioni dell'interprete.

Giovanni Battista indica Gesù: "Ecco l'agnello" (Gv 1,36); Giovanni, con tale affermazione, vuole dire ai suoi discepoli: ecco colui che dovete assimilare, mangiare tutto per iniziare la vostra liberazione(1). L'affermazione si rifa all'agnello che Mosè aveva comandato ad ogni famiglia di sacrificare nella notte della liberazione (Es 12,3-11), nella notte della Pasqua, e di mangiarlo tutto, perché gli ebrei dovevano iniziare il cammino verso la libertà e c'era bisogno di una carne che desse forza per questo cammino.

Mentre la carne dell'agnello dava la forza per intraprendere questo viaggio, il suo sangue liberava dalla morte (Es 12,23): passava l'angelo sterminatore e uccideva il primogenito degli egiziani; se sullo stipite delle case c'era il sangue dell'agnello, l'angelo sterminatore passava oltre. Anche il sangue di Gesù libererà dalla morte, non dalla morte fisica, ma dalla morte definitiva: questo agnello toglie il peccato (Gv 1,29).

Nella versione liturgica noi diciamo: "agnello di Dio che togli i peccati del mondo" intendendo i peccati degli uomini; la liturgia si rifà all'idea che Gesù è morto per i nostri peccati, che noi siamo tutti colpevoli e così via, concezione del tutto in contrasto con i vangeli(2).

Fin da bambini, quando si vede un crocifisso e un bambino chiede chi è e perché, gli viene sempre data la risposta che Gesù è morto per i nostri peccati. E uno, anche se non si sente coinvolto, dice: «Ma anche per i miei?». «Sì anche per i tuoi». E quindi si diventa sensibili ai sensi di colpa, futuri clienti per gli psicoanalisti o futuri atei.

Nei vangeli Gesù non viene presentato come colui che toglie i peccati, nel senso della vittima che espia i peccati. Gesù toglie, (traducendo dal greco in modo letterale: estirpa), il peccato (non i peccati!!!) costituito dal rifiuto della pienezza di vita che Dio ci dona. Questo è il peccato secondo Giovanni: c'è un Dio che ad ogni uomo fa una proposta di pienezza di vita incondizionata; il rifiuto di questa pienezza di vita è il peccato.

Gesù è venuto a estirpare il peccato effondendo il suo spirito, trasmettendo la sua capacità d'amore. I discepoli di Giovanni che sentono questa definizione di Gesù, di agnello che toglie il peccato dal mondo (Gv 1,29), lo seguono.

Nel testo greco il verbo «seguire» è quello normalmente usato per indicare l'atteggiamento dei discepoli nei confronti del maestro; inoltre il testo mostra il verbo all'aoristo(3) indicando così una decisione definitiva, che i due non metteranno più in questione. A prima vista sono loro che, indirizzati da Giovanni, prendono la decisione di mettersi al seguito di Gesù. Ma non è così: è Gesù che, quando si accorge che essi lo seguono, si rivolge loro chiedendo: «Che cosa cercate. Sebbene lo seguano, sono ancora in cerca di qualcosa che non possiedono. È Gesù per primo che stabilisce con loro un rapporto personale. Alla domanda di Gesù rispondono con una contro-domanda: «Rabbì - che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?». Essi dimostrano così di sapere che Gesù è il vero Maestro (e l'evangelista lo sottolinea dando il termine in ebraico e traducendolo poi in greco) e sanno che quanto cercano può essere conferito solo da lui.

La risposta di Gesù è molto significativa: «Venite e vedrete». è Gesù che li invita ad andare da lui affinché possano «vedere». La voce verbale «venite» indica espressamente la chiamata (cfr. Mc 10,21). La voce verbale «vedrete», alla luce specialmente del prologo (cfr. Gv 1,14: «e noi vedemmo la sua gloria») e della guarigione del cieco nato (cfr.Gv 9,39-41), allude a qualcosa di più del vedere in senso materiale: esso indica un incontro, un coinvolgimento personale, che caratterizza il conseguimento della salvezza. In queste due parole è contenuto il senso profondo della loro vocazione. L'evangelista conclude bruscamente il dialogo dicendo che i due andarono e videro il luogo in cui Gesù abitava e si fermarono da lui quel giorno. In realtà si fermano con lui solo poche ore, perché l'evangelista nota che erano già le quattro del pomeriggio. Giovanni l'evangelista era un uomo sanguigno, impulsivo, ma anche molto, molto preciso. Scrivendo il suo vangelo riferisce anche i minimi dettagli di quel momento che aveva segnato la sua vita.

È strano che l'evangelista, il quale è a conoscenza di dettagli che possono venire solo da un testimone oculare, non riporti quello che Gesù ha detto a quelli che saranno i suoi primi discepoli. Ma forse ciò non deve stupire: quella conversazione conteneva in germe tutto quello che egli riferirà nel seguito del suo vangelo. In questo momento però l'evangelista non è tanto interessato a quello che Gesù ha detto, ma al fatto che i due hanno fatto una profonda esperienza personale di lui. La sequela sta precisamente nel rapporto che si instaura tra maestro e discepolo, in forza del quale il secondo si unisce al primo e fa proprie la sua mentalità e le sue scelte, fino a formare una cosa sola con lui.

"Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» - che si traduce Cristo -…"; l'evangelista fa comprendere che anche Simone era discepolo di Giovanni Battista. È strana la reazione di Simone, anzi la mancanza di reazione. Non commenta la frase di Andrea e non mostra neanche entusiasmo per la notizia. Allora il fratello lo deve proprio prendere, sembra quasi di peso, per portarlo da Gesù. Infatti scrive l'evangelista "e lo condusse da Gesù". Seguendo nella lettura c'è una scena che gela perché Gesù maltratta il discepolo.

Scrive l'evangelista: "Fissando lo sguardo su di lui…", il verbo "fissare una persona", significa penetrargli dentro, scoprirne l'intimo. Gesù fissa Simone e lo fotografa e "…disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» e commenta l'evangelista "…che significa Pietro".

Qual'è il significato della reazione di Gesù? Anzitutto abbiamo detto che Gesù non invita questo discepolo a seguirlo perché, dirà l'evangelista, Gesù conosceva cosa c'era nell'intimo delle persone e Gesù capisce subito con chi ha a che fare. Infatti lo fotografa dicendo: "Tu sei Simone, il figlio di Giovanni".

"Figlio", nella cultura ebraica, non indica soltanto colui che è nato da qualcuno, ma soprattutto colui che gli assomiglia nel comportamento. Questo Giovanni è Giovanni il Battista. Figlio di Giovanni quindi significa discepolo, ma qui addirittura l'evangelista mette l'articolo determinativo il, che significa il modello, il principale discepolo di Giovanni.

Mentre il fratello Andrea e l'altro hanno abbandonato Giovanni per seguire Gesù, perché hanno sentito la frase: "questo è l'agnello", Simone non era presente e lui rimane con l'idea del Messia della tradizione giudaica, il Messia predicato dal Battista. Perciò Gesù gli dice: "Tu sei il figlio di Giovanni", sei il discepolo di Giovanni, non sei mio discepolo "e ti chiameranno Cefa, che significa Pietro" (in realtà la traduzione corretta sarebbe "pietra").

Appare qui il soprannome con il quale verrà chiamato Simone, ma Gesù non si rivolgerà mai a Simone chiamandolo Pietro. Questa è una tecnica letteraria usata dagli evangelisti affinchè possiamo subito comprendere e acquisire nella lettura dei vangeli la figura di Simone. Normalmente Simone è presentato con questo soprannome "pietra" che indica la durezza, la cocciutaggine, la testardaggine di questo individuo perché farà sempre esattamente il contrario di quello che Gesù gli chiederà di fare. Fino all'ultimo contraddirà Gesù. Allora potremmo meglio tradurre: ti chiameranno testa dura, testardo, perché questo sarà il suo atteggiamento.

Normalmente nei vangeli Simone è presentato con nome e soprannome. Quando poi fa qualcosa che contraddice Gesù, o qualcosa che gli è contrario, cade il nome e rimane solo il soprannome.

Un'ultima cosa: la vocazione dei primi discepoli è presentata nel vangelo di Giovanni in modo diverso da quello adottato dai sinottici: secondo costoro i primi chiamati sono Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni, due coppie di fratelli pescatori ai quali Gesù rivolge il suo invito mentre stanno svolgendo la loro professione sul lago di Tiberiade, in Galilea (cfr. Mc 1,16-20; Mt 4,18-22), al termine di una pesca particolarmente abbondante, provocata da Gesù stesso (cfr. Lc 5,1-11). I due racconti non sono facilmente conciliabili. Probabilmente in ambedue sono rielaborati antichi ricordi allo scopo di mostrare, con l'esempio dei primi discepoli, come deve essere la risposta di coloro che il Risorto chiama a credere in lui e ad entrare nella sua comunità.

Inoltre l'evangelista Giovanni mette particolarmente in luce il rapporto che essi avevano con Giovanni il Battista, il loro atteggiamento di ricerca, il carattere esperienziale del loro incontro con Gesù, la profonda conoscenza delle sue prerogative messianiche che sta alla base della loro disponibilità a seguirlo.

Dal loro esempio appare che la vocazione è un dono di Dio, ma richiede nel chiamato una disponibilità, un interesse, che lo porta a interagire con colui che lo chiama. La vocazione non implica mai un'adesione cieca e pedissequa, ma una profonda iniziativa personale che, pur adattandosi alle esigenze specifiche del servizio richiesto, spinge continuamente alla ricerca di modalità sempre nuove attraverso cui attuarlo.

 

Note: 1. E' opportuno notare che questo è il concetto fondante dell'Eucaristia che l'evangelista esprimerà in modo più ampio in altra parte del suo vangelo con parole tratte da concetti risalenti alla filosofia gnostica: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui" (Gv 6,56). Nel linguaggio della filosofia gnostica conoscere una persona, comprenderne i pensieri, gli ideali, le intenzioni, le speranze e condividerle era un po' come cibarsi di questa persona in quanto solo nutrendosi di lei era possibile comprenderla integralmente. In questo senso il corpo di Gesù è vero cibo, perché solo così si assimila integralmente la sua parola ed il suo pensiero. – 2. Leggere a questo prosito: Mysterium Paschale di Mons. Franco Giulio Brambilla (pagg. 92 – 93) inserito nella raccolta Il Dio di Gesù Cristo a cura di Davide D'Alessio, Ed Ancora 2008. – 3. Aoristo è una forma verbale presente nel greco indicante un'azione passata senza riferimenti al suo sviluppo, al suo compimento o al suo limite.

Domenica 8.1.2012 – Battesimo del Signore

Mc 1,7-11

E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».

Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E subito, uscendo dall'acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento».

Chi parla, in questo breve brano del vangelo di Marco, è Giovanni il Battista. Nei versetti che precedono Marco presenta Giovanni come un profeta fortemente legato alla concezione teologica ebraica, come il redivivo Elia perché come lui veste di peli di cammello con una cintura di pelle ai fianchi (1). Inoltre è presentato come un uomo puro, di quella purità rituale descritta nei libri del Deuteronomio e del Levitico che nulla ha a che vedere con il nostro concetto di purezza.

L'evangelista, per sottolineare questa purezza, specifica il cibo che usava Giovanni, locuste e miele selvatico, cibi sicuramente consentiti (2), oltre ogni ombra di dubbio, dalla legge ebraica(3); per questo Giovanni può battezzare, cioè purificare gli altri.

Il battesimo era un rito di immersione conosciuto in molte religioni antiche, oltre che dal giudaismo; l'immersione in acqua era il simbolo della purificazione rituale. Giovanni, pur ispirandosi a questi riti preesistenti, ne modifica gli scopi, mira ad una purificazione non più rituale ma morale e che rivesta, in un certo senso, l'aspetto di una iniziazione, di un ingresso del battezzando tra coloro che professano un'attesa attiva del Messia e costituiscono in anticipo la sua comunità.

Marco non ricorda la predicazione penitenziale di Giovanni (cfr. Mt 3,7-10 e Lc 3,7-14), ma si limita a riportare il suo annunzio messianico, di fronte al quale tutto il resto scompare. Il Battista parla di uno che viene "dopo" (in greco opisô) di lui; siccome l'espressione "andare dietro" oppure "essere dopo" caratterizza il discepolo (cfr. Mc 1,17.20; 8,34), è possibile che vi sia qui il ricordo di un periodo che Gesù ha trascorso come discepolo del Battista. Questi però lo designa come "più forte" (in greco ischyroteros) di lui: abbiamo qui forse una punta polemica dei primi cristiani nei confronti dei discepoli di Giovanni, che assegnavano il primo posto al loro maestro.

Nei confronti di colui che viene il Battista assume un atteggiamento di grandissimo rispetto, ritenendosi addirittura indegno di sciogliere i legacci dei suoi sandali(4): questo gesto esprime l'umile servizio degli schiavi, considerato così degradante che il padrone non poteva esigerlo da schiavi ebrei.

Giovanni annuncia, "Io vi ho battezzato con acqua…", cioè io vi aiuto a cancellare il passato, ma non basta che venga cancellato il passato, occorre una nuova forza per andare avanti nel presente: "…ma egli vi battezzerà in Spirito Santo".

Forse non c'è bisogno di sottolinearlo, Spirito significa forza e provenendo da Dio è la forza di Dio, cioè l'amore di Dio. Il fatto che sia Santo non è una qualità, ma è la connotazione della sua attività: infatti quanti accolgono lo Spirito, questa forza di Dio, vengono separati (il verbo santificare, consacrare, significa separare) dalla sfera del male e attratti verso la sfera del bene.

Giovanni annuncia Gesù come colui che immerge in una forza che viene da Dio ed ha la capacità di allontanare l'uomo dal male.

Ed ecco che si presenta Gesù; c'è sempre abbastanza imbarazzo nei catechismi, nello spiegare perché Gesù è andato a farsi battezzare: il battesimo serve per il perdono dei peccati, allora anche Gesù aveva dei peccati? E se non li aveva perché è andato a farsi battezzare? Ha fatto finta? Ha fatto finta per darci l'esempio, ma è una spiegazione sciocca.

L'interpretazione odierna, che si basa molto sull'umanità di Gesù, prende lo spunto da un pensiero che era sorto nei primissimi anni del cristianesimo. Secondo quell'idea Gesù sentiva dentro di se la necessità di agire, ma non ne aveva ancora una coscienza chiara. Per questo, sentendo parlare di Giovanni, decide di seguirlo per qualche tempo, per vedere di far emergere e chiarire l'impellenza che sentiva. Per questo, ad un certo punto, chiede il battesimo e sarà per lui il momento cruciale della comprensione del suo destino perché riceverà lo Spirito di Dio.

"Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea…"; la formula "in quei giorni", caratteristica di Marco che la usa qui per la prima volta, indica l'inizio di un compimento di una serie di eventi accaduti in passato; per Marco questo momento è il compimento delle promesse della antica alleanza. Gesù ha lo stesso nome di Giosuè (in ebraico non esiste differenza tra i due nomi. La differenza è stata introdotta dai traduttori per non creare confusione nel lettore). Giosuè è colui che ha condotto il popolo dalla schiavitù dentro la terra promessa e Gesù ha lo stesso nome di colui che ha realizzato questo esodo. Quindi per Marco la venuta di Gesù è il compimento dell'opera di Giosuè.

L'unica informazione su Gesù che Marco fornisce è la sua provienza dalla Galilea e non dalla Giudea, contrariamente a quanto ci si aspettava secondo la tradizione giudaica.

Oggi gli storici sono convinti che Gesù sia nato a Nazareth, anche se due evangelisti lo fanno nascere a Betlemme, forzando la realtà, poiché non era concepibile che il Messia nascesse dalla Galilea, regione disprezzata(5) e non dalla Giudea.

"…e fu battezzato nel Giordano da Giovanni." il battesimo era un simbolo di morte: immergendosi nell'acqua si moriva a tutto quello che si era stati, per iniziare una vita nuova. Così per la tradizione ebraica lo schiavo a cui era stata data la libertà, o il pagano che voleva entrare nell'ambito della religione ebraica, si immergevano completamente in acqua per simboleggiare la morte al proprio passato.

Anche per Gesù il battesimo sarà un simbolo di morte, ma non ad un passato d'ingiustizia che Gesù non ha, ma al futuro. Gesù, con il battesimo, accetta anche la morte in futuro: infatti, secondo la tecnica letteraria degli evangelista, gli stessi termini adoperati nel battesimo, Marco li adopererà poi per descrivere la morte di Gesù.

"E subito, uscendo dall'acqua…" in realtà l'evangelista dice "salendo dall'acqua". La traduzione in italiano non sarebbe stata corretta, ma avrebbe seguito il pensiero di Marco per il quale il battesimo è una discesa nella morte con conseguente risalita a nuova vita, ad una resurrezione.

Questa non è una concezione solo di Marco ma anche degli altri evangelisti che non alluderanno mai alla morte di Gesù senza associarla alla sua resurrezione; la cosa naturalmente non è percepibile ad una lettura un po' frettolosa, ma ad una lettura attenta sì.

"…vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba." E' importante quel "E subito". Mentre Gesù sale dall'acqua, immediatamente dal cielo c'è lo spirito che si fonde con lui.

In alcune traduzioni troverete: i cieli aprirsi. È sbagliato. Il verbo adoperato dall'evangelista è 'squarciare' o 'lacerare', ma non aprire. L'evangelista adopera questo verbo anche per il riferimento al passo del profeta Isaia 63,19: il profeta chiede: "Se tu squarciassi i cieli e discendessi…". Esiste una sostanziale differenza tra il verbo aprire e il verbo squarciare: una cosa che si può aprire poi si può chiudere, una cosa che si è lacerata, o si è squarciata, non si può più ricomporre. Era credenza comune, ai tempi di Gesù, che il Signore, indignato per i peccati del popolo, avesse sigillato la sua dimora. Non c'era più comunicazione fra Dio e gli uomini.

Squarciare i cieli significa che da questo momento, con Gesù e attraverso Gesù, la comunicazione di Dio con gli uomini sarà totale e continuativa. Certo, bisognerà sintonizzarsi su questa lunghezza d'onda per comprendere la voce del Signore.

Lo stesso verbo squarciare lo troviamo nella morte di Gesù, (Mc 15,38) "il velo del tempio si squarciò in due dall'alto in basso". Nel tempio c'era una porta con un velo enorme lungo circa 25 metri, che copriva una stanza vuota dove non c'era niente, dove entrava il sommo sacerdote, una volta l'anno, per pronunziare il nome impronunciabile, il nome di Dio.

In questa stanza si credeva che c'era la gloria di Dio, la presenza di Dio. Immediatamente, appena Gesù muore, il velo del tempio si squarcia: non è più possibile rammendarlo, è rotto. Il Dio che era nascosto dal velo del tempio, si è manifestato ormai definitivamente in Gesù, ma in un Gesù particolare, nel Gesù inchiodato sul patibolo dei delinquenti, nel crocifisso.

La croce è la suprema manifestazione di Dio, di un Dio che stiamo scoprendo non buono, ma esclusivamente buono. È un Dio amore, che desidera soltanto comunicarsi esclusivamente attraverso l'amore e non ha altra maniera per comunicarsi agli uomini.

Un Dio esclusivamente buono che desidera comunicare con l'uomo, non assorbire l'uomo (il Dio della religione è quello che assorbe, che diminuisce l'uomo perché si fa servire), ma per comunicargli la propria energia, la propria capacità di vita.

Se l'uomo, per le sue ragioni esistenziali, si sente indegno, Dio non si ritrae, ma gli comunica abbastanza capacità di vita in modo che questa presunta indegnità dell'uomo venga eliminata.

Il cielo si squarcia, la comunicazione tra Dio e gli uomini è continua e lo Spirito (l'articolo determinativo in questo caso indica la totalità, cioè la totalità di Dio, la totalità della vita di Dio, della forza di Dio) scende su Gesù.

Al momento della morte di Gesù l'evangelista scriverà: Gesù dette un forte grido e spirò. Il verbo spirare ha la stessa radice di spirito (in greco "pneuma"). Gesù, morendo, effonde sugli uomini lo spirito che ha ricevuto nel battesimo e su quanti lo accolgono come modello di comportamento.

Il verbo spirare, prima dei vangeli, non indicava mai la morte di una persona.

Lo Spirito disceso su Gesù come colomba(6), significa che la dimora perpetua, perenne, dello Spirito, della forza di Dio, risiede in Gesù.

Ma non c'è soltanto questo significato. Nel commento rabbinico al libro della Genesi, della creazione, si dice che lo Spirito aleggiava sulle acque, aleggiava come una colomba. Quindi colui che scende su Gesù è lo Spirito creatore che in Gesù porta a compimento la creazione dell'uomo, portandola alla condizione divina. Ecco qual era il vero progetto di Dio sull'umanità: non un uomo che terminasse la sua esistenza nella morte, ma un uomo che, durante l'esistenza terrena, raggiungesse la condizione divina e avendo la condizione divina, potesse superare il fatto della morte.

"E venne una voce dal cielo:…" è la voce di Dio e indica un'esperienza intima, interiore, da parte di Gesù. Questo termine "voce" (in greco "phoné"), la troveremo per due volte nella morte di Gesù: prima il grido del gallo, poi il grido di Gesù.

Il gallo era considerato un animale demoniaco che cantava ogni volta che il satana aveva una vittoria, aveva ottenuto la punizione di una persona: quando Pietro, per la terza volta, ha rinnegato Gesù, il gallo ha cantato. Il grido di Gesù è più forte del tradimento di Pietro e al grido di vittoria delle tenebre, del gallo, corrisponde il grido di vittoria di Gesù. Quello di Gesù, sulla croce, non è lo strazio di un agonizzante, ma un grido di vittoria che annuncia l'effusione dello Spirito di cui Gesù è stato portatore durante la sua esistenza, e la sconfitta della morte con il dono di una vita indistruttibile. E questa voce dice: "…«Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento»".

Così come in Matteo, anche nel vangelo secondo Marco, le parole dette dalla "voce dal cielo" sono le stesse; nel vangelo secondo Luca invece il testo originale sembra essere stato «Tu sei mio Figlio, l'amato, oggi ti ho generato», come riporta la Bibbia di Gerusalemme nelle traduzioni non italiane. Tale testo è stato poi modificato rendendolo conforme agli altri vangeli. Questa modifica è dimostrata da diversi documenti: in un manoscritto greco (Codex Bezae Cantabrigensis7) e in alcuni manoscritti latini, le parole della voce celeste sono «Tu sei mio Figlio, oggi ti ho generato».

Il testo in questa forma era inoltre molto diffuso presso i Padri della Chiesa tra il II e il III secolo, cosa che costituisce una testimonianza importante in quanto la maggior parte dei manoscritti del Nuovo Testamento che sono giunti fino a noi è posteriore a queste testimonianze; ebbene, in quasi tutti i casi, in testimonianze che vengono dalla Spagna alla Palestina e dalla Gallia al Nordafrica, è la forma «oggi ti ho generato» ad essere attestata. Depone inoltre a favore dell'autenticità di questa versione il fatto che l'altra parte della frase è identica a quella riportata in Marco e la convinzione che coloro che copiavano tendevano ad uniformare i testi, invece che a introdurvi discostamenti.

La ragione della modifica del testo da «Tu sei mio Figlio, oggi ti ho generato», la versione originale di Luca, a «Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto» sarebbero da ricondurre a un tentativo di rimuovere ogni possibile appiglio agli Adozionisti, una corrente delle origini del cristianesimo per la quale Gesù non era nato Figlio del Padre ma era stato da lui adottato all'atto del battesimo nel Giordano; rimuovendo il riferimento alla «generazione» dal vangelo di Luca, si toglieva forza alla posizione degli adozionisti(8). È anche interessante notare un altro fatto. Epifanio di Salamina, un cristiano del IV secolo che compose un'opera contro le eresie, narra che nel Vangelo degli Ebioniti (un vangelo utilizzato dalla corrente cristiana degli Ebioniti(9) nel II secolo, e ora andato perduto) vi era scritto: "E mentre usciva dall'acqua, i cieli furono aperti, ed egli vide lo Spirito Santo discendere nella forma di una colomba ed entrare in lui. E una voce dal cielo disse «Tu sei il mio figlio prediletto; in te mi sono compiaciuto»; e, continuando, «Oggi ti ho generato»(10).

Come si vede, gli Ebioniti tentarono di risolvere le contraddizioni tra le varie versioni facendole confluire in un'unica versione che diceva tutte e due le cose. Non diversamente da molti esegeti moderni o presunti tali!

Nella forma riportata dalla CEI, il grido è la citazione di un salmo, il salmo 2,7 dove Dio si rivolge al re che lui stesso ha stabilito. La discesa dello Spirito significa che Gesù è stato consacrato e costituito da Dio come il Re, Messia, l'atteso, e Dio stesso lo sostiene contro i suoi nemici. Nel salmo si diceva che Dio dava a questo re tutta la sua protezione contro i nemici. Il Padre, con questa voce dal cielo, dichiara un amore senza limiti per Gesù, accomunando ben tre termini. Questa esplosione d'amore divino è la risposta all'impegno di Gesù e l'approvazione piena della linea che Gesù ha deciso di seguire. L'amore del Padre per Gesù viene espresso nella comunicazione del suo Spirito, dice "Tu sei mio figlio, l'amato". La definizione di "Figlio", come si è visto più volte nel contesto ebraico, non significa soltanto chi è nato da qualcuno, ma soprattutto colui che gli assomiglia nel comportamento. Questo ci permette uno sguardo sul volto di Dio: se Gesù viene chiamato figlio è perché assomiglia al Padre, questo ci fa capire chi è il Padre. La dedizione di Gesù agli uomini, anche a costo di incontrare la morte, diventa la rivelazione dell'amore di Dio per l'umanità. L'espressione "tu sei mio figlio" non indica tanto chi è Gesù, quanto chi è Dio.

Note: 1. Vedere 2Re 1,8 e seguenti – 2. Vedere Lv 11, 22. – 3. Da notare che le locuste erano consentite, ma la lepre no. Il fatto che Marco indichi nelle locuste il cibo normalmente usato da Giovanni è una forzatura letteraria che gli consente di rimarcare la stretta osservanza della Legge da parte del personaggio. – 4. Esiste un'ulteriore interpretazione che fa riferimento alla legge del levirato. – 5. La Galilea è lontana dal centro del potere politico e religioso, è regione di frontiera con una popolazione che è una mescolanza di giudei e di pagani, e quindi di impuri, di peccatori, di reietti. Il territorio è arido e brullo; i suoi abitanti sono rozzi e duri. I galilei si distinguono per essere tra i più temerari e feroci affiliati alla setta degli zeloti, i fanatici fautori della lotta armata contro l'invasore romano, e Nazareth è proprio uno dei loro covi. I giudei non nascondono il loro disgusto per i rozzi galilei e lo manifestano apertamente con una ricca serie di proverbi, racconti e detti popolari. (cfr Talmud, 'Erubim B. 53a, 53b.). – 6. Naturalmente queste sono delle immagini metaforiche che l'evangelista adopera; infatti l'attaccamento della colomba al suo nido originale era proverbiale; c'era un proverbio ebraico che diceva: "come amor di colomba al suo nido", per indicare proprio questo attaccamento. – 7. Il Codex Bezae Cantabrigensis è un importante codice del Nuovo Testamento datato 380 - 420 (secondo altri è più tardo, V-VI secolo). È scritto in latino e greco. Contiene in maniera frammentaria solo i Vangeli, gli Atti degli Apostoli, la Terza lettera di Giovanni. – 8. Vedi anche: Bart Ehrman, Gesù non l'ha mai detto: millecinquecento anni di errori e manipolazioni nella traduzione dei vangeli, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2007. pp. 183-185. – 9. Ebioniti è il nome con cui alcuni scrittori cristiani indicano un gruppo di fedeli, di orientamento giudaizzante, dapprima considerati scismatici e quindi eretici da diversi Padri della Chiesa; rifiutavano la predicazione e l'ispirazione divina di Paolo. – 10. Vangelo degli Ebioniti, citato nel testo: Epifanio di Salamina, Contro gli eretici, 30/13,7-8.

lunedì 26 dicembre 2011

Domenica 1 gennaio 2012 – Maria Santissima Madre di Dio

Lc 2, 16-21

In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.

Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.

I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro.

Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima che fosse concepito nel grembo.

Il brano in esame è la prosecuzione di quello letto la notte di Natale; per comprenderlo meglio occorre leggere anche il versetto 15 che il liturgista ha, incomprensibilmente, saltato:

"Appena gli angeli partirono da loro per il cielo, i pastori si dicevano l'un l'altro: andiamo dunque fino a Betlemme e vediamo questo avvenimento, l'accaduto che il Signore ci ha fatto conoscere". Domenica scorsa avevamo detto che i pastori sono il simbolo, il prototipo dei peccatori incalliti, quelli senza alcuna speranza di redenzione(1). Luca afferma che questi peccatori, ricevuto il messaggio che l'amore di Dio è per tutti, anche per loro, cambiano totalmente atteggiamento e vogliono andare sino in fondo, vogliono toccare con mano il dono che è stato fatto loro. Da questa loro decisione si sviluppa un altro avvenimento: la sorpresa da parte dei genitori di Gesù.

"…andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro".

La prima sorpresa è il fatto che Giuseppe li accolga e li ascolti; la seconda che sia presente anche Maria ed il bambino, una vera rivoluzione nelle usanze ebraiche. Giuseppe è un giusto(2) (Mt 1,19), un attento esecutore di quanto previsto dalla Legge, eppure Luca non accenna ad alcun moto di repulsione di Giuseppe quando vede arrivare i pastori, persone sicuramente impure: infatti, più che una situazione reale, Luca sta descrivendo quale sarà (o dovrebbe essere) il comportamento degli uomini con la venuta del Messia che annullerà ogni legge, ogni precetto, ogni usanza che risulti contraria al benessere ed alla felicità degli uomini(3).

"Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori."

Guardate cosa sta dicendo Luca(4): tutti quelli che avevano ascoltato si stupirono, tutti, compresa Maria e compreso Giuseppe, "…delle cose dette loro dai pastori". Sono stupiti perché c'è qualcosa che non quadra: c'era tutta una tradizione di un Dio che detestava i peccatori, di un Dio che voleva sterminare i peccatori (Sal 37,22.38); c'era la tradizione che attendeva il Messia come il giustiziere che avrebbe fatto piazza pulita dei peccatori (Mt 3,10-12); adesso si presentano i peccatori per eccellenza e dicono: siamo stati avvolti dall'amore del Signore e Dio ha detto che è nato quello che per noi sarà la salvezza.

Tutti, Maria compresa, si stupiscono di questo.

Da qui in poi ha inizio la descrizione dell'incomprensione da parte di Maria e da parte di Giuseppe: più volte Luca dirà che essi con capivano queste cose ma proprio di qui inizia e si sviluppa quella che sarà la grandezza di Maria: Gesù le presenterà qualcosa di nuovo, qualcosa di inaudito, le presenterà un Dio differente da quello che lei aveva conosciuto dalla tradizione e Maria lo accetterà.

Nel vangelo più antico, quello di Marco, è riportato un episodio drammatico: tutto il clan familiare ha deciso di catturare Gesù ritenuto ormai demente (Mc 3,21-35). Gesù, presentatosi come l'inviato del Signore (Lc 4,18-21), si è comportato infatti come un nemico di Dio, trasgredendo i precetti e comandamenti più sacri (Mc 3,5.22; 7,15-23), e mentre le autorità religiose lo bollano come bestemmiatore eretico ed indemoniato (Mt 9,3), per la gente è solo un pazzo a cui lanciare pietre (Gv 8,59).

La richiesta dei famigliari di Gesù "Tua madre e i tuoi fratelli ti vogliono", è interrotta dalla fredda risposta del Cristo: "Chi è mia madre?..."

Per Gesù suoi intimi sono solo quelli che lo seguono e come lui vivono la volontà del Padre traducendola in un amore incondizionato che si rivolge a tutti, prescindendo da categorie religiose, morali e sessuali (Lc 10,29-37).

Maria deve scegliere: o resta con il clan famigliare, che ritiene Gesù un matto, e salva così la sua reputazione, o segue il figlio, conosciuto per essere "un mangione e un beone, amico di pubblicani e peccatori" (Mt 11,19).

A Nazaret Maria s'era fidata dell'invito rivoltole dal suo Signore e da questo suo assenso era nato il Messia di Dio. In questa seconda annunciazione(5), più sofferta e matura, Maria risponde ancora con un sì all'invito alla pienezza di vita che le viene da Gesù e che la condurrà a una nuova nascita: la sua.

Ora sarà la madre che rinascerà dal figlio: nuova nascita che avverrà "dall'alto" (Gv 3,3), da colui che, innalzato in croce, trasformerà la madre nella fedele discepola (Gv 19,25-27).

Coronamento della prima annunciazione era stata la beatitudine con la quale si aprono i vangeli: "Beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore" (Lc 1,45); la seconda annunciazione troverà la sua formulazione nella beatitudine con la quale i vangeli si chiudono: "Beati quelli che pur non avendo visto crederanno" (Gv 20,29).

Mentre l'annunciazione di Nazaret culmina a Betlemme, dove lo sfolgorio di luce della gloria del Signore avvolge la nascita del Figlio, e pastori e magi sono in adorazione (Lc 2,1-21; Mt 2,1-12), l'altra sfocerà nelle tenebre di Gerusalemme (Mc 15,33), dove bestemmie e sberleffi accompagnano la morte del Cristo e la rinascita di Maria (Mc 15,29-32; Gv 19,27).

Presso la croce l'evangelista non presenta una madre schiacciata dal dolore, che comunque sta vicina al figlio anche se questo è un criminale, ma la coraggiosa discepola che ha scelto di seguire il maestro a rischio della propria vita, mentre gli apostoli, che avevano giurato di esser pronti a morire per lui (Mc 14,29-31), sono vigliaccamente fuggiti (Mt 26,56).

Sul Gòlgota, più che una madre che soffre per il figlio, Giovanni mostra infatti la discepola che soffre con il suo maestro, la donna che condivide la pena dell' "Uomo dei dolori" (Is 53,3; Rm 8,17). Maria ha preso la sua croce, e si è posta a fianco del giustiziato contro chi lo ha crocifisso, schierandosi per sempre a favore degli oppressi e dei disprezzati.

Non è stato facile per Maria.

Per schierarsi col crocifisso si è messa contro la propria famiglia e ha dovuto rompere con la religione che, nella persona del suo rappresentante più alto, il Sommo sacerdote, aveva scomunicato Gesù (Mt 26,65; Mc 3,22). Infine, scegliendo il condannato, ha osato pure mettersi contro il potere civile che giustiziava quel galileo come pericoloso rivoluzionario (Mt 27,38). Maria presso il patibolo aderisce attivamente a Colui che "rovescia i potenti dai troni" (Lc 1,52): sta dalla parte delle vittime di questi potenti e fa sua la croce, cioè accetta, come Gesù, di essere considerata un rifiuto della società pur di non venire meno all'impegno di essere presenza dell'amore di Dio in mezzo al mondo (Mc 8,34).

La grandezza di Maria non consiste nell'aver dato alla luce Gesù, ma di essere stata capace poi di diventare la sua discepola.

Tutti erano sconvolti, ma "Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.". Il cuore nel mondo ebraico è la mente, la sede del pensiero e delle emozioni. Anche Maria è sconvolta, c'è qualcosa che non quadra ma non rifiuta nulla: ci pensa, ci riflette nel suo cuore.

"I pastori poi se ne tornarono…" e qui Luca scrive qualcosa di incredibile, qualcosa di straordinario che cambierà per sempre il nostro rapporto con Dio e di conseguenza anche quello con gli altri. Scrive Luca: "I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro".

Dopo aver fatto l'esperienza del Dio amore, è possibile anche ai pastori, quelli che la religione riteneva i più lontani da Dio, lodarlo e glorificarlo, cioè essere gli intimi di Dio.

"Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima che fosse concepito nel grembo". E' la conclusione della vicenda familiare; d'ora in poi tutto quello che riguarda Gesù sarà pubblico, a cominciare dalla sua presentazione al Tempio.

Note: 1. Vivendo tra le bestie, i pastori diventavano persone abbrutite, erano considerati come dei criminali, dei ladri; si rubavano il bestiame tra di loro, si uccidevano e, secondo il Talmud, erano considerati non-persone, non godevano di nessun diritto civile. Naturalmente, abbrutiti da questo lavoro, essi non avevano né il tempo, né la possibilità di fare le purificazioni quotidiane o di andare al tempio, cosa che li emarginava sempre di più. – 2. Con il termine giusto, zaddiq in ebraico, non s'intende una persona retta, una persona di buona moralità: nel mondo ebraico i giusti erano una specie, diciamo così, di confraternita, di persone laiche, molto devote, che s'impegnavano ad osservare nella loro vita quotidiana tutti quei 613 precetti che i farisei avevano ricavato dalla legge di Mosè. Ne consegue che Giuseppe non avrebbe potuto parlare con degli impuri senza diventarlo anche lui e che Maria, come tutte le donne, non avrebbe potuto intrattenersi con persone estranee alla famiglia sia pure in presenza di Giuseppe. – 3. Con ragione ha scritto Paolo: "Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge" (Gal 3,13). Il grande problema della Chiesa Cattolica è l'aver ricostruito, imitando i farisei del I secolo, la rete di precetti, obblighi e dogmi contro i quali si era battuto Gesù, dimenticando che l'unico imperativo morale, come ha insegnato Cristo, è il benessere e la felicità dell'uomo. – 4. L'analisi che segue è liberamente tratta da un articolo di P. Alberto Maggi "Maria, la fantasia di Dio". – 5. L'episodio riportato da Marco (Mc 3,31-35) è considerato dai teologi la seconda annunciazione a Maria certamente più importante della prima in quanto non è vissuta passivamente (o quasi), ma ha comportato un'intima, corraggiosa decisione autonoma.