Contenuti del blog

Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


lunedì 20 febbraio 2012

Domenica 26.2.2012 – Prima Domenica di Quaresima

Mc 1,12-15

E subito lo Spirito lo sospinse nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

 

Il brano in esame segue immediatamente l'episodio del battesimo di Gesù nel Giordano. L'atto di Gesù di sottoporsi al battesimo ha avuto come risposta da parte di Dio la comunicazione dello suo Spirito, cioè di tutta la sua forza d'amore (cfr Mc 1,9).

Dopo questo avvenimento l'evangelista presenta le immediate conseguenze del battesimo collocando Gesù nel deserto. E' l'unica volta che, nel vangelo di Marco, Gesù viene descritto come "spinto dallo Spirito".

Il deserto descritto dall'evangelista è un po' troppo popolato per essere tale(1): ci sono Gesù, il satana(2), le bestie sevatiche e gli angeli. La descrizione dell'evangelista vuole essere teologica, non certo geografica, trasmettere una verità più che la descrizione di un fatto accaduto, richiamando, attraverso la figura del deserto, l'esodo del popolo di Israele.

Come Dio aveva condotto il popolo d'Israele nel deserto dopo il passaggio del mar Rosso (Dt 8,2), ora è lo Spirito, che Gesù ha ricevuto nel battesimo, a condurlo nel luogo che nella tradizione d'Israele era quello della ribellione e del rifiuto della volontà di Dio(3).

La permanenza di Gesù nel deserto viene indicata dalla cifra quaranta con la quale nella Bibbia si rappresenta una generazione (1Re 2,11;11,42; At 13,21) perché l'evangelista intende riassumere e presentare al lettore tutta l'esistenza di Gesù, durante la quale è stato continuamente tentato; la tentazione che patisce Gesù durante tutta la sua esistenza è quella di essere un Messia figlio di Davide (Mc 12,35-37), e quindi come Davide adoprare la forza e la violenza per inaugurare il regno di Dio (Mc 1,24.34.37; 3,11; 8,11.33; 10,3; 15,29-32), piuttosto che un Messia figlio dell'uomo come è la volontà del Padre. Infatti il deserto era il luogo classico dove si riunivano quanti volevano impadronirsi del potere (At 21,38) ed è lo spazio dove si nascose Davide prima di impadronirsi del trono del re Saul e inaugurare così il grande regno d'Israele (1Sm 23,24;26,3; 1Cr 12,9).

A differenza di Matteo e Luca, Marco non riferisce la vittoria di Gesù sul satana (Mt 4,10-11; Lc 4,12-13) ma sottolinea la continuità della tentazione. La vittoria di Gesù verrà fatta conoscere solo lungo il vangelo (Mc 8,33).

Il satana, che non apparirà più come tale in tutto il vangelo, è per l'evangelista figura di tutti coloro che tenteranno Gesù per distoglierlo dal proposito, espresso col battesimo, di fedeltà al progetto di Dio. Lungo il vangelo, appariranno chiaramente chi saranno questi tentatori di Gesù: all'esterno del suo gruppo i farisei (Mc 12,15), all'interno Simone Pietro (Mc 8,11-32).

Solo Marco riferisce della presenza delle bestie nel deserto della tentazione, rimandando all'immagine del paradiso e del primo uomo (Gen 1,26-29; 2,19-20). Per l'evangelista Gesù è il vero Adamo che non soccombe alla tentazione del serpente (Gen 3) e vive in armonia con il creato non più ostile ma sottomesso (simbolismo delle bestie, vedi Os 2,16-20), e con gli angeli (Sal 91,11-13).

Il primo angelo comparso nel vangelo di Marco viene identificato con Giovanni Battista: "Ecco, io mando il mio messaggero [in greco angelos]" (Mc 1,2). Questi angeli, che compariranno come personaggi in questo vangelo solo in poche occasioni (Mc 8,38; 12,35; 13,27.32), sono figura di quanti aiuteranno Gesù nel suo servizio (Mc 10,45).

Di fatto la stessa attività (il servizio) attribuita all'inizio del vangelo agli angeli viene alla fine attribuita alle donne che accompagnano Gesù: "C'erano anche alcune donne... che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea" (Mc 15,40-41; Mc 1,31).

Marco è l'unico evangelista a non adoperare mai il termine greco diavolo ma sempre la designazione ebraica il satana che in tutto il vangelo appare solo 5 volte (Mc 1,13; 3,23;.26; 4,15; 8,33).

Per conoscere l'identità del satana che tenta Gesù occorre seguire le indicazioni che lo stesso evangelista offre; secondo un metodo letterario conosciuto ed allora molto in uso (metodo dell'inclusione4) Marco collega la prima menzione del satana nel suo vangelo (Mc 1,13) con l'ultima (Mc 8,33), mettendo in stretta relazione i due episodi: "…Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: «va' dietro a me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini»".

Nel tentativo di Pietro si attualizzano le tentazioni del satana nel deserto e il discepolo dimostra così di essere in realtà l'avversario, contrario al piano di Dio. Il comportamento di Pietro è dovuto al fatto che pensa secondo gli uomini e non secondo Dio.

Pensa secondo gli uomini chi vuole salvare la propria vita ed è invece destinato a perderla. Pensa secondo Dio chi perde la propria vita per causa del vangelo ed è così capace di salvarsi (Mc 8,35). Il progetto di Pietro conduce alla morte, quello di Gesù alla vita indistruttibile.

Gesù reagisce verso Pietro smascherando il suo comportamento da satana, offrendogli però la possibilità di un cambiamento di comportamento. Per questo non allontana da se il discepolo ma lo invita a occupare il posto che gli spetta: è lui che deve seguire Gesù e non il contrario. Per questo gli rinnova l'invito che gli fece quando insieme al fratello Andrea invitò a seguirlo: "seguitemi..." (Mc 1,17).

Marco introduce(5) la predicazione di Gesù in Galilea con due versetti che rappresentano il primo dei sommari di cui è ricco il suo vangelo: "Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio…".

La notizia secondo cui Gesù ha iniziato il suo ministero pubblico dopo l'arresto di Giovanni il Battista contrasta con quanto riportato dall'evangelista Giovanni nel suo vangelo nel quale ricorda un'attività parallela dei due (cfr. Gv 3,22-24); d'altro canto Marco stesso narrerà solo in seguito l'arresto e la morte di Giovanni (Mc 6,17-29). È probabile che egli voglia qui separare nettamente l'opera del Battista da quella di Gesù per motivi più teologici che storici, mettendo così in luce una tendenza(6) che sarà accentuata maggiormente da Luca (cfr. Lc 3,19-20;16,16).

Invece di recarsi in Giudea, zona densamente abitata e dove avevano sede le principali istituzioni giudaiche, Gesù torna in Galilea, sua terra d'origine. L'evangelista non ignora che in Is 8,23 essa è chiamata «Galilea delle genti», appellativo che all'epoca di Gesù richiamava il carattere misto (ebrei e gentili) della sua popolazione (cfr. Mt 4,15).

Il termine «proclamare», con cui è indicata l'attività di Gesù in Galilea, in greco indica l'azione pubblica fatta da un araldo; con questo termine i primi cristiani indicavano l'annunzio della salvezza fatto dagli apostoli (cfr. At 8,5; Rm 10,8; 1Cor 1,23).

Il lieto annunzio proclamato da Gesù è espresso con una frase molto concisa: prima di tutto egli afferma, con un linguaggio che si ispira all'apocalittica giudaica, che «il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino»; il «tempo», cioè il periodo dell'attesa, è arrivato al termine; di conseguenza il «regno di Dio», cioè l'esercizio pieno e definitivo della sovranità divina in questo mondo, «è vicino», o meglio si è reso prossimo, sta per realizzarsi in questa terra. In altre parole sta ora iniziando il periodo finale della storia, caratterizzato dal fatto che Dio stesso interviene per far riconoscere e accettare pienamente la sua sovranità non solo su Israele, ma su tutta l'umanità.

All'annunzio del lieto messaggio fa eco un invito: «convertitevi e credete nel vangelo». Come già aveva fatto Giovanni Battista, Gesù invita i suoi ascoltatori a «convertirsi» (dal greco metanoein, cambiare mente7) ma per fare ciò è necessario «credere nel vangelo», cioè aprirsi al lieto annunzio ed essere disposti a basare su di esso tutta la propria vita.

La conversione, secondo Gesù, è un orientamento diverso della propria esistenza: le persone vivono centrate su se stesse e Gesù dirà che "Chi vive per sé, si distrugge", perché la persona, sia umanamente che fisicamente, si sviluppa soltanto se vive per gli altri. Credente o no, una persona cresce e si sviluppa quando vive orientato verso gli altri. Gesù, che è venuto a portare la vita, dice: "Se non orientate diversamente la vostra esistenza, non avete nulla a che fare con il regno di Dio".

L'annunzio di Gesù è un «vangelo» in quanto mette in primo piano non ciò che gli uomini devono fare per ottenere il favore di Dio, ma ciò che Dio stesso sta facendo per coinvolgere il suo popolo in un grande progetto di liberazione, che trova nell'antica idea della regalità di Dio il suo carattere distintivo.

 

Note: 1. Mi permetto di ricordare che nella cultura ebraica si intende per deserto un luogo disabitato indipendentemente che vi sia acqua o meno. – 2. Il satana, in ebraico, non è un nome proprio di persona, ma un nome comune che indica una attività, quella del pubblico ministero, dell'avversario in un processo. Il pubblico ministero ha il compito di far risaltare le accuse, la gravità del comportamento: questa è l'azione del satana nell'A.T., mutuata dall'organizzazione dell'impero persiano (Israele è stata per alcuni secoli sotto il dominio persiano); infatti il satana era un funzionario della corte persiana. Questo funzionario girava per le regioni e guardava il comportamento dei governatori: se uno si comportava bene lo segnalava al re per farlo promuovere, per premiarlo; se uno si comportava male lo segnalava al re per castigarlo, eventualmente anche con la morte. Sempre secondo il pensiero ebraico, per punire gli uomini Dio inviava loro le malattie la cui gravità era proporzionata ai peccati commessi; la malattia era inviata tramite il satana che, a sua volta, demandava l'applicazione della pena ad alcuni dei minori fenici che, in lingua greca, venivano chiamati daimonios come Beelzebùl (Baal Zebub, il dio delle mosche), citato da Luca (Lc 11, 14-23). – 3. Es 17,1-7: "Si chiamò quel luogo Massa e Meriba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?»". – 4. La cosa è visibile in modo chiaro leggendo il testo originale greco. Dopo la traduzione in latino avvenuta nel IV secolo, queste indicazioni interpretative lasciate dagli evangelisti sono rimaste nascoste per secoli fino a quando gli esegeti hanno sentito la necessità di ripartire dai testi originali (cfr Roland Meynet, "Un nuovo metodo per comprendere la Bibbia: l'analisi retorica", Civiltà Cattolica (1994) III, pagg. 121-134). – 5. L'esegesi che segue è stata liberamente ricavata da un articolo di Padre Alessandro Sacchi riportato su Nicodemo.it – 6. Il fatto storicamente accertato che circa cento anni dopo la morte di Gesù esistessero ancora discepoli di Giovanni il Battista che si contrapponevano ai cristiani, fa comprendere come gli evangelisti che hanno scritto verso la fine del I secolo tendessero separare l'attività del Battista da quella di Gesù. – 7. Come già accennato nella nota 4, nel IV d.C. venne effettuata la traduzione dei vangeli dal greco in latino, chiamata in seguito Vulgata e che in parte è opera di Girolamo, sulla quale per secoli la Chiesa cattolica ha basato tutta la sua teologia e la sua spiritualità. In questa traduzione l'invito di Gesù "convertitevi" era tradotto "fate penitenza". Ma Gesù non ha mai chiesto di fare alcuna penitenza, anzi, era contrario a questo tipo di atteggiamenti, cosa confermata anche da Paolo (cfr. Col 2,16-23). La Chiesa si è arroccata su questa traduzione latina anche quando era ormai chiaro che era una traduzione del tutto inesatta e che bisognava ritornare al testo originale greco, creando problemi morali e interpretativi che ancora oggi sta pagando in termini di credibilità e di consenso.

lunedì 13 febbraio 2012

Domenica 19.2.2012 – Settima Domenica del Tempo Ordinario

Mc 2, 1-12

Entrò di nuovo a Cafàrnao, dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola.

Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un'apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Figlio, ti sono perdonati i peccati».

Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?». E subito Gesù, conoscendo nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate queste cose nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire al paralitico «Ti sono perdonati i peccati», oppure dire «Àlzati, prendi la tua barella e cammina»? Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te - disse al paralitico -: àlzati, prendi la tua barella e va' a casa tua». Quello si alzò e subito presa la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».

Nel brano di questa domenica si legge(1) che Gesù "Entrò di nuovo a Cafàrnao, dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola [il messaggio]".

Il testo greco al posto di "la Parola" porta "il messaggio"; capisco che possono essere sinonimi, ma il loro significato, in questo caso, può divergere perchè quando in Marco troviamo il termine "messaggio", il riferimento è alle parole con cui l'evangelista ha dato inizio al suo vangelo (Mc 1,1), la "buona notizia": l'amore di Dio è rivolto a tutti quanti, non c'è nessuno che ne è escluso. Il significato che ne consegue risulta così molto più preciso.

Nelle domeniche precedenti abbiamo visto che questo messaggio ha fatto reagire prima i fondamentalisti, poi ha innalzato le donne a livelli superiori all'uomo, ha purificato un lebbroso e ora arriva un paralitico.

Nella cultura dell'epoca, un paralitico è "un cadavere che respira": mai nella Bibbia, mai nel Talmud, mai nei formulari di preghiera dell'epoca, si trova una sola preghiera per richiedere la guarigione di un paralitico, perché si riteneva che per il paralitico non c'era nessuna possibilità.

Gli ebrei ritenevano la paralisi, analogamente alla lebbra o alla cecità, una pesante punizione di Dio per i peccati commessi da questa persona. Se uno nasceva già malformato o cieco, la spiegazione era semplice: la punizione era ereditata perché il peccato era stato commesso dal padre o da un avo fino alla quarta generazione (cfr. Es 20,5b). Una concezione di una cattiveria senza confini, già considerata assurda da Ezechiele nel VI sec. a.C. (cfr. Ez 18), ma che era giunta quasi inalterata fino all'epoca di Gesù.

"Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro [persone]"; la parola "persone" non c'è nel testo originale. Fino a cinquanta, sessant'anni fa, quando non c'erano gli strumenti di analisi scientifica dei vangeli, Marco veniva poco considerato: era il più breve, non aveva un finale, e poi… era scorretto; ad esempio gli era rimasta la parola "persone" nella penna.

In realtà ormai da tempo si sa che il testo greco è corretto e l'assenza della parola "persone" è una scelta redazionale di Marco ben giustificata: a quell'epoca il numero quattro indicava i quattro punti cardinali, ed era una maniera per dire "tutta l'umanità" al di fuori di Israele. Nelle traduzioni, pensando che il lettore conosca poco la critica letteraria(2), naturalmente correggono e aggiungono la parola "persone", ma l'evangelista non l'ha scritta.

L'evangelista, sotto la figura del paralitico ci presenta l'umanità pagana e peccatrice che, sentendo questo messaggio di Dio che sta abbattendo tutte le barriere, si rivolge a Gesù. Portano a Gesù questo paralitico, scoperchiando il tetto nel punto dove stava Gesù(3) e glielo conducono davanti.

Gesù ha una reazione strana: "Gesù, vedendo la loro fede…", (Gesù vede la fede dei quattro, cioè dell'umanità), "disse al paralitico: «Figlio, ti sono perdonati i peccati»". Gesù vede la fede dei quattro, ma si rivolge al paralitico: l'evangelista vuole far comprendere che i quattro e il paralitico sono la stessa cosa. È l'umanità che da una parte è paralizzata, ma dall'altra ha un grande desiderio di arrivare a Gesù.

Gesù allora, vedendo questa fede, non dice al paralitico, come ci saremo aspettati, "alzati e cammina", ma dice "Figlio" (e "figlio" vuol dire che ha la stessa vita di Gesù: pensate che lo dice al mondo pagano!) "i tuoi peccati ti sono cancellati(4)"; da questo momento in poi la parola che è stata tradotta con "peccati" scompare dal vangelo di Marco.

La parola "peccato", che usa qui l'evangelista, in greco significa "direzione sbagliata di vita"; se io ho una direzione sbagliata di vita, di comportamento, dal momento che incontro Gesù e do adesione a lui, tutto il mio passato viene completamente cancellato.

In seguito Marco userà le parole "sbaglio" o "mancanza", che vengono perdonate nella misura in cui si perdona gli altri (cfr. Mt 6,12).

"Erano seduti là alcuni scribi…". Anche questo è strano: non abbiamo letto che ci fosse qualcuno installato dentro la casa dove stava Gesù. Eppure risultano seduti all'interno alcuni scribi, e abbiamo visto che tra gli scribi e Gesù non correva buon sangue, perché Gesù li aveva svergognati con il suo insegnamento.

Anche qui Marco usa degli artifizi letterari per farci comprendere qualcosa di più profondo: la sua intenzione è descrivere lo scontro tra la teologia ufficiale e l'insegnamento di Gesù. "…e pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così?..." - vedete che nemmeno lo nominano! - "…Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?»".

I teologi dell'epoca, e non solo dell'epoca, pensavano di sapere esattamente tutto su come Dio si doveva comportare, su cosa doveva esattamente fare! Quando Dio interviene (direttamente o indirettamente) e non si comporta secondo le loro categorie, non fanno una revisione del loro pensiero, ma dicono: "bestemmia!". Qui c'è Gesù, che perdona i peccati; nel loro libro di teologia non hanno trovato che un uomo può perdonare i peccati e perciò "bestemmia!".

E' un dato di fatto che nei vangeli gli unici a percepire la presenza di Dio e ad accogliere la sua azione sono sempre quelli che la gente considera i lontani da Dio.

Allora Gesù li sfida e dice: "Perché pensate queste cose nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire al paralitico «Ti sono perdonati i peccati», oppure dire «Àlzati, prendi la tua barella e cammina»?".

La sfida è tremenda: se si dice ad un paralitico "ti sono perdonati i peccati", che sia o no perdonato da Dio, nessuno lo potrà verificare. Ma dire a un paralitico, uno per il quale nella tradizione di Israele non esisteva una possibile guarigione: "Àlzati, prendi la tua barella e cammina", questo si vede. Il perdono dei peccati non può essere riscontrato, ma un paralitico che si alza e che cammina, sì. Per questo Gesù dice: "Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo(5) ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te - disse al paralitico -: àlzati, prendi la tua barella e va' a casa tua»".

"Quello si alzò e subito presa la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!»".

In questo episodio del paralitico, Marco vuol presentare l'umanità pagana che si avvicina a Dio: un Dio che, nella tradizione ebraica, odiava i pagani; che i pagani siano oggetto dell'amore di Dio, è una cosa clamorosa, fino ad allora mai successa.

Vi è anche un altro elemento clamoroso; Gesù concede il perdono saltando, di pari passo, le condizioni che Dio stesso aveva dato per concedere il perdono: bisognava andare al tempio, sacrificare, digiunare e fare una penitenza(6).

Qui vediamo che al paralitico non viene chiesto nulla, la cancellazione dei peccati non è sottoposta ad alcuna condizione. Gesù elimina tutti quei riti che gli uomini avevano inventato per concedere il perdono da parte di Dio e dice: per il solo fatto che tu ti avvicini a Dio, tutto il tuo passato ti è completamente cancellato.

Questo atteggiamento di Gesù ha profonde conseguenze pratiche. La gente comincia a parlare e a confrontarsi: ha concesso il perdono ad un paralitico? Non lo ha mandato al tempio, non ha chiesto penitenze? Ha detto che, se noi perdoniamo gli altri, Dio ci perdona? Se la gente incomincia a prendere sul serio questo messaggio c'è la cassa integrazione per tutti i sacerdoti!

Il tempio di Gerusalemme viveva sul peccato della gente che, per farsi perdonare, comperava gli animali negli allevamenti gestiti dal sommo sacerdote, poi li portava al sacerdote di turno e questo li prendeva, li sgozzava, dava al penitente una spruzzatina con il sangue, perdonava i peccati e si prendeva gli animali che erano ceduti alle macellerie. I penitenti e le loro famiglie, se volevano mangiare, dovevano andare in macelleria a comperare la carne degli animali che avevano offerto: così pagavano due o anche tre volte la stessa bestia(7).

Gesù è un pericolo pubblico per la società religiosa, perché la distrugge alle sue basi, alle sue fondamenta: se la gente dà retta a Gesù, si mette in crisi tutta l'istituzione; non arrivano più le offerte, la gente non frequenta più il tempio; addirittura Gesù dice che, se una persona vuole rivolgersi a Dio, lo può fare direttamente, senza alcun intermediario e senza recarsi in nessun luogo particolare (cfr. Gv 4,23-24). Si capisce perfettamente perché tutti vorranno assassinare Gesù.

L'ultimo ordine, quello che potrebbe sembrare superfluo, dice "vai a casa tua". Gesù sta nella casa, che è la casa d'Israele(8). Per lui l'umanità peccatrice che ha scoperto Gesù e lo ha incontrato nella casa d'Israele (Giovanni nel suo vangelo dirà - Gv 4,22b - "la salvezza viene dai giudei", cioè grazie a loro scopriamo Gesù) non è necessario che rimanga nella casa d'Israele.

I peccatori e i pagani che entrano nel Regno, non devono integrarsi in Israele, nè accettare la cultura religiosa d'Israele, né dipendere da essa. Il Regno di Dio può esistere in qualunque cultura e in qualunque popolo e tutti partecipano al Regno con lo stesso diritto dei giudei. Gesù smentisce uno dei principi più tenacemente sostenuto dalla dottrina ufficiale degli scribi: "non c'è salvezza fuori d'Israele"; identica affermazione sostenuta fino al Concilio Vaticano II(9): "non c'è salvezza fuori della Chiesa Cattolica".

Questa affermazione ha delle implicazioni drammatiche: i pagani di oggi che vogliono avvicinarsi a Gesù, possono vivere pienamente la comunione con Gesù senza far parte della chiesa.

Vedete che il vangelo è materiale esplosivo, distrugge le più radicate convinzioni e proprio per questo è parola di libertà. Non per nulla la sua lettura, fino al 1962, era vietata ai laici(10): è materiale che scotta.

Note: 1. L'esegesi che segue, è liberamente tratta dalla confernza sul tema "Personaggi anonimi nel Vangelo di Marco" tenuta in Assisi da Padre Alberto Maggi dal 9 all'11 settembre 1994. – 2. Io che spesso sono malizioso, penso che sia più facile correggere il testo del vangelo piuttosto che spiegare le motivazioni dell'evangelista, come se i vangeli fossero dei romanzi e non dei testi teologici. – 3. Qui l'analisi andrebbe approfondita; lo faccio tramite una nota per non sovraccaricare le spiegazione del brano principale; Marco è fatto così, il suo racconto procede in modo complesso e ad incastro, un concetto dentro l'altro: è forse il vangelo più ricco di concetti teologici. Il desiderio dell'umanità di avvicinarsi a Gesù trova come ostacolo la folla che sbarra la porta della casa. La costruzione letteraria originale "…scoperchiarono il tetto dove stava Gesù…" è strana perché Gesù non sta nel tetto, ma sta nella casa. Questo uso improprio mostra che l'evangelista identifica la casa con il tetto, cioè la casa d'Israele copre Gesù impedendogli l'incontro con i pagani, con i non israeliti. Se leggiamo gli Atti degli Apostoli vediamo qual'era il dramma della chiesa primitiva, in quel momento irrisolto, che Marco sintetizza in questa frase: i pagani volevano entrare e dare adesione a Gesù, ma i primi cristiani imponevano loro di osservare prima le prescrizioni di Mosè, al che i pagani si ribellarono (cfr. At 15,1.5). Nel Concilio di Gerusalemme (circa 48 d.C.) le due fazioni arrivarono ad un ottimo compromesso, ma la prima stesura del vangelo di Marco è stata fatta prima del Concilio di Gerusalemme.La parola dei vangeli è attualissima: allora, come oggi, c'è una umanità desiderosa d'incontrare Gesù, ma trova i cristiani come ostacolo all'incontro con il Signore. Essi se ne sono appropriati, ne rivendicano il predominio assoluto della conoscenza (Extra ecclesia nulla salus = nessuna salvezza fuori della chiesa ). Leggendo il vangelo di Marco, ogni qualvolta l'evangelista dice: "andarono all'altra sponda", significa andare dai pagani e la cosa è facilmente confermabile verificando su una carta geografica; ma tutte le volte che l'evangelista dice questo, c'è sempre un incidente che rappresenta la resistenza dei discepoli di andare dai pagani. – 4. E' questa la traduzione più aderente al testo greco originale, ma dato che essa sarebbe in contrasto con la concezione teologica della "pena temporale" (cioè della pena che si dovrà scontare in Purgatorio anche per i peccati confessati e perdonati - cfr. Concilio di Trento, sess. 14a, Canones de sacramento Paenitentiae, canoni 12-13, DS 1712-1713 e sess. 25a, Decretum de Purgatorio, DS 1820), il testo CEI 2008 preferisce l'espressione "ti sono perdonati i peccati" perchè l'atto del perdono non comporta la cancellazione del paccato. – 5. E' doveroso sottolineare che Gesù perdona i peccati non come Figlio di Dio, ma come Figlio dell'Uomo; ciò significa che ognuno di noi che perdona al fratello qualunque atto abbia commesso contro di lui, diviene un'uomo con una vita così piena e completa da somigliare a Dio perché agisce come Dio avrebbe agito al suo posto. Ricordo inoltre che, secondo Gesù, i peccati non sono un'offesa a Dio, ma a se stessi come ha chiaramente specificato il Concilio Vaticano II (cfr. Gaudium e spes n. 13). – 6. Condizioni sviluppate dalla teologia farisaica e confermate dagli scribi (Cfr. Tosifta Joma V, 9 e Ber. 5 a). – 7. Per questo Gesù "…insegnava loro dicendo: «Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri!» (Mc 11,17). – 8. Ricordo che la casa di Cafarnao dove viveva Gesù era la casa di Simone (Pietro) che Gesù ha chiamato "figlio di Giovanni" cioè persona legata in modo imndissolubile alla tradizione religiosa ebraica e che rappresenta in modo perfetto Israele. – 9. Cfr. Lumen Gentium nn. 15 e 16. – 10. Bolla di Pio IV del 1580: "… per esperienza è risultato chiaro che se la Sacra Bibbia è permessa senza discriminazione in lingua volgare, ne deriva maggior male che bene a causa della fragilità umana …".

lunedì 6 febbraio 2012

Domenica 12.2.2012 – Sesta Domenica del Tempo Ordinario

Mc 1, 40-45

Venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va', invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

 

Con questo brano Marco continua a presentare il comportamento di Gesù nei confronti delle varie categorie di persone che incontra nella sua predicazione. Ha iniziato con gli indemoniati, cioè i fondamentalisti, coloro che sono radicati nella tradizione religiosa; poi è passato agli emerginati e ha iniziato con le donne guarendo la suocera di Pietro; ora, sempre rimanendo nel gruppo degli emarginati, parla ad un lebbroso.

La lebbra, nella cultura ebraica, non era considerata una malattia, ma una terribile punizione scagliata da Dio come conseguenza dei peccati di un individuo e un lebbroso, secondo il pensiero ebraico, per essere tale doveva aver commesso peccati orrendi.

Il lebbroso era quindi considerato un maledetto, un cadavere vivente; la lebbra, nel libro di Giobbe, è chiamata "il figlio primogenito della morte"(1): non può vivere nel paese, deve stare appartato; quando vede delle persone da lontano deve gridare "immondo, immondo, scostatevi e non toccatemi", poiché i lebbrosi erano ritenute persone impure e ciò che toccavano diveniva a sua volta impuro.

Vi era una procedura istituzionalizzata per dichiarare che una persona era lebbrosa e per indicargli come doveva comportarsi: "il sacerdote lo esaminerà: se riscontra che il tumore della piaga nella parte calva del cranio o della fronte è bianco-rossastro, simile alla lebbra della pelle del corpo, quel tale è un lebbroso; è impuro e lo dovrà dichiarare impuiro; il male lo ha colpito al capo. Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto, velato fino al labbro superiore e andrà gridando: Impuro! Impuro!..." (Lev 13,43-45).

La guarigione dalla lebbra era considerata un evento straordinario, praticamente impossibile, soltanto Dio poteva guarire dalla lebbra. Dio, in tutta la storia dell'AT, ha guarito dalla lebbra soltanto due persone: la sorella di Mosè, Maria (Nm 12,10), e un ufficiale pagano, Naaman il Siro (2Re 5,1).

La situazione del lebbroso è senza speranza, perché l'unico che lo può guarire è Dio, ma il lebbroso, poiché è impuro, non può entrare nel tempio di Gerusalemme e non può offrire nulla a Dio, poichè soltanto se uno è puro può entrare nel tempio e rivolgersi a Dio (2Cr 23,6).

Con questa situazione chiara di fronte a noi, esaminiamo il brano di questa domenica.

"Venne da lui un lebbroso …". Non si sa chi sia questa persona, è un anonimo. Nei vangeli, ogni personaggio anonimo è una persona che rappresenta tante persone, una categoria di persone tutte con lo stesso problema o con problemi similari nei quali si possono riconoscere anche oggi molte persone(2).

Prima di tutto il lebbroso trasgredisce la legge che gli imponeva di allontanarsi alla vista delle persone e "…lo supplicava in ginocchio…". La disperazione di questa persona è così profonda che lo spinge a trasgredire la legge rischiando punizioni severe, forse la morte.

Lo fa perché evidentemente la buona notizia predicata da Gesù ("guarda che Dio ti ama, indipendentemente dalla tua condotta"), l'ha recepita anche lui; quindi si avvicina a Gesù e lo supplica in ginocchio.

Questa posizione non era usuale: mai un ebreo pregherà una persona, neanche Dio, ponendosi in ginocchio(3). Il lebbroso lo fa perché in questa posizione, rannicchiata, può proteggersi più facilmente dai colpi di un eventuale bastonatura perché non conosceva quale poteva essere la reazione di Gesù di fronte ad una evidente trasgressione delle norme.

Per prevenire, quindi, il castigo di Gesù, si mette in ginocchio e formula così la sua richiesta: "…e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!»…"

"Se vuoi…", il lebbroso non è sicuro, perché lui è considerato un maledetto, un peccatore, "…puoi purificarmi" nel brano non si parla mai di guarire, e l'evangelista usa un verbo greco che, tradotto letteralmente, significa "liberare dalla colpa, del peccato, purificare".

Non chiede di essere guarito, perché la guarigione soltanto Dio poteva darla, ma lui chiede a quest'uomo di Dio, a questo profeta, di essere purificato, di togliergli quella macchia d'impurità che gli impediva di accedere a Dio.

La risposta di Gesù è, "Ne ebbe compassione". L'evangelista adopera un verbo che nell'AT era riservato soltanto a Dio. Gli uomini possono solo avere misericordia. L'avere compassione significa restituire vita, là dove vita non c'è più. Gesù, nel quale si manifesta la pienezza di Dio, quando vede un individuo che era ritenuto maledetto da Dio, non lo allontana, non gli dice te lo sei meritato, ti sta bene, sconta e soffri per i tuoi peccati. Vedendo una persona in queste condizioni, in Gesù si muove la compassione. Il termine ebraico, che sottende al termine greco, significa "un amore che coinvolge le viscere materne dell'individuo", quindi, Gesù si manifesta con un atto materno.

In Dio sono presenti contemporaneamente i due aspetti della paternità e della maternità. La maternità è quel sentimento per il quale "la madre accetta il figlio così com'è"; può essere un lazzarone, un delinquente, ma per la madre è sempre ben accetto. Gesù, dunque, di fronte al peccatore che gli si avvicina, non s'indigna, non lo caccia, non lo allontana, ma si muove a compassione.

L'effetto della compassione è "tese la mano". Non ce n'era bisogno! Quante volte Gesù, guarisce o purifica le persone, con la sua semplice parola! L'evangelista, in questo brano, vuole creare un'opposizione tra la teologia dell'AT (il Dio presentato dai sacerdoti), e il Dio che si manifesta in Gesù. Nell'AT, il verbo "tendere la mano", si rifà alle dieci piaghe d'Egitto, dove Dio stese la mano sull'Egitto e lo punì (Es 3,20): i peccatori vanno puniti!

Ancora oggi questa è la mentalità che hanno tanti cristiani, quando si parla della misericordia, dell'amore e del perdono, c'è sempre qualcuno che tira fuori la frase "si, ma non scamperà alla giustizia divina". Non c'è niente di questo in Gesù! Era il Dio dell'AT, che tendeva la mano contro i nemici e li distruggeva.

Gesù a quest'uomo (ricordiamoci che è un peccatore, almeno è considerato peccatore e maledetto da Dio) tende la mano e lo tocca. Non è necessario toccarlo, lo fa in contrapposizione con quanto è riportato nel libro del Levitico (Lv 22,4).

Gesù lo tocca, dicendo "lo voglio": la volontà di Dio, espressa da Gesù si formula nell'eliminazione di ogni traccia di sofferenza nell'individuo. Sull'istante la lebbra lo lasciò e fu purificato. Toccando il lebbroso e dicendo lo voglio, Gesù dimostra che la legge, emarginando l'individuo, non esprimeva la volontà di Dio; esprimeva soltanto le paure e gli egoismi di una società centrata solo sul proprio benessere.

Con questo episodio, l'evangelista ci insegna qualcosa di fondamentale e di grande importanza teologica, che è valida per sempre: la religione insegnava che una persona come il lebbroso, impuro, doveva essere puro per potersi avvicinare a Dio. Gesù, invece, dimostra il contrario, avvicinati e diventerai puro.

L'accoglienza da parte di Dio non è una conseguenza della purezza dell'uomo, ma la precede: questo il NT lo dice chiaramente, non sono stati gli uomini ad amare Dio, ma è stato Dio ad amare gli uomini, quando erano ancora peccatori (Rm 5,8).

Adesso facciamo attenzione, vi è una stranezza, una incongruenza: abbiamo visto un Gesù, finora, che trasuda amore, si commuove, si avvicina, lo tocca, lo purifica, e poi improvvisamente, Gesù fa qualcosa di strano, che non si riesce a capire, "E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse …"

Gesù rimprovera il lebbroso: come ho spesso detto quelle cose che possono sembrare apparentemente delle incongruenze, in realtà sono dei profondi insegnamenti teologici. Gesù, rimprovera, ammonisce il lebbroso, come a dire "ma come hai potuto credere che Dio ti avesse abbandonato. Come hai potuto credere che Dio ti avesse escluso, emarginato. Il rifiuto di Dio non è mai esistito, ma c'è un ambiente nel quale questo è insegnato e applicato ed è la sinagoga, il luogo della diffusione di questo messaggio negativo".

Gesù, quindi, lo allontana e gli dice "Guarda di non dire niente a nessuno"; Gesù vuole che l'uomo, prima di parlare, prenda piena coscienza della totale opposizione che c'è tra il modo di agire di Dio e quello della casta sacerdotale che pretendeva di rappresentarlo.

E poi, guardate che cosa prescrive Gesù, "…va', invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione…" fa che il sacerdote ti esamini e fai l'offerta per la tua purificazione.

Gesù ha purificato questo individuo, allora perché gli dice "vai dal sacerdote e offri quello che Mosè ha prescritto per ricevere la purificazione", che bisogno c'è, perché Gesù fa questo?

Analizziamo attentamente ciò che Gesù ha detto(4): "offri quello che ha prescritto Mosè". Prescrizioni, che si trovano nel libro sacro degli ebrei, il Talmud. Gesù, qui dice che la prescrizione non è stato Dio a darla, è stato Mosè! Questa legge non esprime la volontà di Dio, ma esprime l'idea di Mosè. La legge, che imponeva costose condizioni per uscire dall'emarginazioni, non rifletteva la volontà di Dio, ma solamente l'egoismo e la durezza della società, che temeva ed emarginava il diverso.

Chi conosce il greco, sa che è una lingua che fornisce allo stesso termine una infinita possibilità di traduzioni. Bisogna vedere com'è costruita la frase, la grammatica, la sintassi, tutta una serie di cose. Dico questo perché a questo punto diversi teologi e bibblisti, traducono la frase "come testimonianza per loro", con la frase "come prova contro di essi" e mi sembra più esatto. Questa espressione la troviamo anche nel vangelo di Matteo, dove Gesù, parlando ai scribi e ai farisei, dice: che così testimoniate contro voi stessi.

La prova che Gesù dichiara rivolta contro i sacerdoti è questa: tu sei purificato, ma va e paga quello che i sacerdoti prescrivono per la tua purificazione e confronta. Confronta il Dio che ti purifica gratuitamente e confronta il Dio dei sacerdoti, che ti purifica dietro pagamento! La prova contro i sacerdoti è che Dio agisce esattamente al contrario di quello che loro insegnano. Allora l'ex-lebbroso, prima di parlare, deve prendere coscienza di questa opposizione.

Ma ecco il colpo di scena "…si mise a proclamare…". Il lebbroso una volta compreso l'amore di Dio, si allontana e si mette a predicare! Da notare che all'inizio Gesù per tutta la Galilea predicava nelle loro sinagoghe; il lebbroso una volta guarito si mette anche lui a predicare. Le persone che sono liberate da Gesù, le persone che rinascono grazie a questa effusione d'amore svolgono e continuano la stessa attività di Gesù. Gesù non è venuto a fare tutto da solo, ha bisogno di collaboratori, il primo collaboratore che Gesù si sceglie, è la persona che noi avremmo escluso, uno chiacchierato e conosciuto come peccatore, ha la lebbra e perciò è maledetto da Dio, chissà che cosa avrà combinato! Il primo collaboratore di Gesù, il primo predicatore del vangelo, è un lebbroso!

È questa la buona notizia, che ogni persona liberata e purificata, deve portare agli altri instancabilmente. L'esperienza dell'amore di Dio, dal quale il lebbroso pensava di essere escluso, causa in quest'uomo una allegria che non si può contenere. Dio non discrimina gli uomini, offre a tutti il suo amore.

"… al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città…". Dato che Gesù ha toccato un lebbroso, giuridicamente e ritualmente, diventa un impuro e ormai lo sanno tutti. L'impuro non può entrare nella città! E così"…se ne stava fuori, in luoghi deserti, e venivano a lui da ogni parte."

Leggi di questo tipo possono essere scritte solo da imbecilli; e la madre degli imbecilli, si sa, è sempre incinta.

 

Note: 1. Gb 18,13: "Un malanno divorerà la sua pelle, il primogenito della morte roderà le sue membra." – 2. Anche nel nostro tempo vi sono dei lebbrosi o meglio persone considerate tali dalle autorità religiose: a me vengono in mente i conviventi, i divorziati, gli omosessuali, i preti sposati, ma le categorie in situazioni simili sono numerose. – 3. Se guardiamo i primi cristiani, ritratti negli affreschi nelle chiese primitive, vediamo che pregavano in piedi con le braccia larghe in segno di abbraccio al Padre. Il Concilio di Nicea (325 d.C.) vietò la preghiera in ginocchio, che iniziava a diffondersi in omaggio alle concezioni neoplatoniche (il corpo era considerato la parte indegna dell'uomo), perché in contrasto con la dignità di figli di Dio. Solo con Carlo Magno si consolidò questa abitudine per una questione di sicurezza: se la persona sta in ginocchio davanti al re è inoffensivo in quanto non può estrarre la spada dal fodero e, comunque, per dare un fendente deve prima alzarsi esponendosi ai colpi altrui. Se questo lo si faceva di fronte all'Imperatore a maggior ragione lo si doveva fare di fronte a Dio; l'uso di pregare a mani giunte è grosso modo dello stesso periodo e simboleggia la schiavitù della persona perché le mani giunte sono pronte ad essere legate al carro del re, con buona pace dell'insegnamento di Gesù: "Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici…"(Gv 15,15). – 4. Il modo di scrivere di Marco è estremamente complicato perché in poche parole e con alcune costruzioni particolari delle frasi riesce ad esprimere decine di concetti teologici.