Contenuti del blog

Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


domenica 4 marzo 2012

Domenica 11.3.2012 – Terza Domenica di Quaresima

Gv 2, 13-25

Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori dal tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: "Lo zelo per la tua casa mi divorerà".

Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull'uomo. Egli infatti conosceva quello che c'è nell'uomo.

Voglio premettere subito un concetto che altre volte ho ribadito, ma che sento necessario ripetere: spiegare il vangelo di Giovanni è una cosa completamente diversa dal fare esegesi sui vangeli sinottici (Matteo, Marco e Luca); il fatto che sia stato scritto per ultimo (tra la fine del I secolo e l'inizio del II secolo d.C.) unitamente alle influenze della filosofia greca, ed in particolare gnostica(1), che lo impregnano, ne fanno un vangelo che non va mai letto per come è scritto, ma deve essere interpretato esaminando e comprendendo le immagini simboliche e metaforiche che lo costituiscono.

La prima parte del vangelo di Giovanni, chiamata dagli studiosi "Libro dei segni", ha inizio subito dopo il Prologo (Gv 1,1-18) e termina con il capitolo 12. Essa si apre con una specie di settimana inaugurale, che comprende la testimonianza di Giovanni Battista (Gv 1,19-34), la chiamata dei primi discepoli (Gv 1,35-51) e infine il primo segno compiuto da Gesù, il cambiamento dell'acqua in vino a Cana di Galilea (Gv 2,1-12). A Gerusalemme, in occasione della Pasqua, Giovanni inserisce l'intervento di Gesù nei confronti del Tempio, oggetto del brano di questa domenica.

Prima di esaminare il brano occorre far notare che i vangeli sinottici pongono questo episodio nella settimana conclusiva della vita di Gesù (cfr. ad esempio Mc 11,15-17), mentre Giovanni lo pone all'inizio del ministero di Gesù come atto, per così dire, programmatico.

In effetti questa irruzione nel Tempio è un eclatante atto politico compiuto da Gesù per sottolineare l'opposizione(2) che il proprio movimento manifestava nei confronti della casta sacerdotale che usava il Tempio di Gerusalemme come fonte di guadagno e strumento di affermazione della propria potenza attraverso lo sfruttamento del popolo.

Ho detto atto politico e la cosa non deve meravigliare, anzi, il lettore odierno deve cercare di comprendere una concezione molto lontana dalla sua mentalità: la coincidenza, o meglio l'identificazione, tra politica e religione presente nel mondo antico ed in Iraele in modo particolare.

In questa ottica divene comprensibile la frase iniziale del brano che suona come un'accusa: "Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme".

La Pasqua era la commemorazione (o meglio il memoriale, l'attualizzazione) dell'uscita dall'Egitto, dalla schiavitù; era la festa di tutto il popolo. Giovanni afferma, però, che la Pasqua era ormai divenuta solo "dei Giudei" intendendo con questa parola non tanto gli abitanti della Giudea, quanto gli esponenti della casta sacerdotale ed i loro sostenitori, che aveva occupato il potere religioso, e quindi anche politico, dalla morte di Erode il Grande(3).

Le numerose offerte che quotidianamente si facevano nel Tempio di Gerusalemme e quelle soprattutto fatte in occasione delle feste principali, determinavano una grande richiesta di bestie sacrificali.

A causa delle norme di purità (cfr. Lv 3,1-17) relative a questi animali, i pellegrini erano in pratica costretti ad acquistarli direttamente presso il Tempio; in queste occasioni era consuetudine, per chi poteva permetterselo, comprare anche legni preziosi, profumi e altri oggetti di lusso da destinare alla propria casa o a doni per amici e protettori(4).

I sacrifici e gli olocausti venivano compiuti con tre specie di animali: bestiame grosso (generalmente bovini), bestiame minuto (pecore e capre) e uccelli (tortore e colombi), come previsto dal libro del Levitico (Lv 1,1 e ss). Il popolo comprava l'animale in base a quanto era in grado di spendere e quindi i sacrifici risultavano essere ripartiti in base al censo.

Oltre a questi venditori di animali erano presenti nel Tempio anche i cambiavalute, che scambiavano il denaro romano(5) con la moneta di Tiro, antica e sacra, raffigurante la testa del dio pagano Melkart(6), con la quale i giudei pagavano, una volta all'anno, la tassa al Tempio (Es 30,13).

Le autorità del tempio, che avevano il monopolio della vendita degli animali sacrificali e che riscuotevano le tasse, avevano concesso che i mercanti potessero svolgere la loro attività nell'atrio cosidetto dei gentili, separato con transenne e gradinate dal resto dell'edificio (cfr. Ef 2,14). Ovviamente sia per il clero, che dava le licenze per la vendita degli animali(7), sia per i cambiavalute, che riscuotevano un aggio sul cambio, il commercio nell'area del tempio era fonte di cospicui guadagni.

Il Tempio era quindi il centro della vita economica e del potere religioso/politico di Gerusalemme e, di conseguenza, di tutta la nazione giudaica: numerose persone - le meglio pagate della città - vi lavoravano per il culto e la manutenzione.

Il fatto stesso che tale commercio avvenisse così apertamente all'interno del tempio stesso era sintomatico del generale decadimento che caratterizzava il complesso della istituzione religiosa giudaica(8).

Il cortile, è vero, non era sacro, ma neppure interamente profano, e comunque, utilizzandolo in quel modo, le autorità religiose mostravano chiaramente di voler considerare i gentili come credenti di seconda categoria.

"Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori dal tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi,…". L'azione di Gesù è improvvisa ma, contemporaneamente, selettiva: prima di tutto si munisce di una frusta, che nella tradizione degli scribi era il simbolo del Messia venuto a fustigare i peccatori; poi vengono scacciati a frustate "tutti" (quindi venditori ed acquirenti, come specifica Marco) ma il trattamento più duro lo subiscono i mercanti più ricchi e i cambiavalute, mentre quelli che venivano incontro alle esigenze dei più poveri (venditori di colombe) sono solo redarguiti e invitati ad andarsene: "…e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!»".

Le parole con cui Gesù accompagna il suo gesto non alludono, come quelle riportate da Marco(9), a Is 56,7 («Perché il mio tempio si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli») e a Ge 7,11 («Forse è una spelonca di ladri ai vostri occhi questo tempio che prende il nome da me?»), ma piuttosto a Zc 14,21: «In quel giorno non ci sarà neppure un cananeo(10)». Quindi, secondo Giovanni, Gesù rimprovera i giudei non perché oltraggiano il Padre, ma perché servendosi del Tempio per usi commerciali, rubano denaro ai fedeli, sfruttandoli.

I discepoli non sembrano partecipare attivamente all'azione, tuttavia la loro presenza è innegabile, tant'è che nel suo vangelo, descrivendo lo stesso episodio, Marco lo dice esplicitamente in tre versetti (Mc 11,15.19.27).

Giovanni aggiunge che i discepoli si ricordarono una frase della Scrittura che dice: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà» (cfr. Sal 69,10). Questo testo fa parte di una preghiera di supplica, nella quale un salmista si lamenta con Dio per la persecuzione che subisce da parte dei suoi avversari; nel versetto 10 egli sottolinea come sia pieno di un amore senza confini per il tempio di Dio (cioè per Dio stesso), e lascia intendere che proprio per questo è stato perseguitato: infatti nella versione dei LXX viene usato il vocabolo greco katephagen, cioè "divorato", al tempo verbale aoristo. In Giovanni invece il verbo "divorare" non è all'aoristo, ma al futuro alludendo così alla morte a cui Gesù va incontro per rispettare la volontà del Padre. In quel momento i discepoli non potevano capirlo, ma se ne renderanno conto dopo la sua morte.

Del tutto inaspettato da parte delle guardie del tempio e della guarnigione romana (che sorvegliava il tempio dall'alto della fortezza Antonia), l'attacco fu sostanzialmente condiviso a livello popolare: gli unici a protestare furono infatti i sommi sacerdoti, gli anziani e gli scribi (cioè i Giudei, secondo la dizione giovannea): "Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?».

Neppure i mercanti reagirono. Questo a testimonianza che tantissimi ebrei nutrivano ormai un rispetto solo formale nei confronti del Tempio e della casta sacerdotale che, pur di restare al loro posto, aveva accettato ampi compromessi con le forze occupanti.

Tuttavia nessun ebreo, prima di allora, aveva mai osato prendere un'iniziativa del genere, anche perché i mercanti e i cambiavalute agivano grazie alla copertura degli amministratori del Tempio; chiunque l'avesse fatto avrebbe rischiato di passare, agli occhi del potere costituito, per un nemico dell'ordine pubblico, se non per un traditore della patria, soprattutto in quel frangente storico.

"Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere»…". Il significato di questa frase va intepretato, poiché sia la versione di Giovanni che quella dei sinottici risentono di un intervento redazionale chiaramente apologetico(11).

La frase è un'espressione che può voler dire molte cose. L'interpretazione tradizionale equipara il tempio al corpo di Cristo crocifisso e i tre giorni a quelli che occorsero agli apostoli per accorgersi della tomba vuota, e poggia la sua validità sulla successiva glossa "Ma egli parlava del tempio del suo corpo"; questa validità, però, sembrerebbe solo apparente.

In realtà, ammesso che Gesù abbia detto una frase di questo genere, è difficile pensare che, in un'occasione così cruciale per i destini del suo movimento, egli abbia voluto posporre la comprensione della frase, rimandandola al giorno della sua resurrezione. Tant'è che quando i Giudei gli obiettano: "«Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?»", essi dimostrano di aver capito bene che Gesù voleva sostituirsi al primato del tempio(12). Senonché per loro era meglio avere un tempio corrotto ma potente, piuttosto che un leader onesto e coraggioso ma privo di autorità ufficialmente riconosciuta.

Qui dunque si può solo ipotizzare che il significato di quell'espressione sia stato un invito pressante a eliminare lo sfruttamento del popolo e il collaborazionismo con i romani di chi amministrava il Tempio(13).

D'altra parte gli ambienti esseno, battista e zelota avevano già capito che aveva poco senso fare riferimento al primato politico-religioso del Tempio quando, di fatto, esso era già stato distrutto dalla corruzione di chi lo amministrava.

Il vero problema era diventato come trasformare l'uomo in "tempio di se stesso" (anche il Battista, con la pratica del battesimo, puntava allo stesso obiettivo): la rigenerazione morale degli uomini e la conseguente capacità di giudicare in autonomia - preludio della rivoluzione politica - avrebbe dovuto sostituire la difesa ad oltranza di un'istituzione ormai morente (Gesù lo dirà chiaramente alla samaritana del pozzo di Giacobbe14). La differenza tra Gesù e il Battista stava tutta nel fatto che quest'ultimo non arrivò mai a compiere il passaggio decisivo dalla strategia pre-politica, vissuta lungo le acque del Giordano e nel deserto, a quella propriamente politica vissuta nel cuore stesso della capitale.

Purtroppo la reazione dell'intellighenzia politica al gesto di Gesù non fu così positiva come ci si sarebbe potuti attendere: la maggior parte del movimento battista non ebbe il coraggio di appoggiare pubblicamente l'iniziativa, pur condividendone le motivazioni etiche, perché si era impoverito in quanto alcuni capi avevano già lasciato il movimento battista per diventare seguaci Gesù (cfr. Gv 1,37 e ss.). Solo una minoranza del movimento fariseo (capeggiata da Nicodemo) si limitò a incontrare Gesù privatamente, in forma del tutto ufficiosa (Gv 3,1-21), continuando a vedere nel Tempio una delle risorse insostituibili per l'aggregazione del popolo, specie in occasione delle grandi feste e ricorrenze, nonostante che proprio i farisei avessero sviluppato molto l'uso delle sinagoghe, in luogo del Tempio, nelle zone decentrate del paese. Dell'atteggiamento tenuto dal movimento zelota, i vangeli non parlano(15).

Probabilmente i farisei rappresentavano allora il movimento popolare tradizionale più rappresentativo o almeno quello più influente sulle masse. Essi tuttavia erano molto scettici sulla possibilità di liberarsi dei romani, o comunque aspiravano a un mutamento che non stravolgesse le istituzioni della società giudaica, al cui interno, essi, non senza fatica, si erano costruiti una loro identità politica: Gesù, per loro, appariva troppo "radicale". Gli fecero infatti capire che avrebbero accettato le conseguenze della "purificazione del tempio" solo a condizione di vedere un altro gesto ancora più significativo, che dimostrasse in maniera inequivoca ch'egli era il messia tanto atteso. In Gv 3,18 la domanda che gli pongono è abbastanza eloquente: "Quale segno ci mostri per fare queste cose?".

L'ipocrisia stava proprio in questo: che da un lato i farisei si rendevano conto delle contraddizioni insostenibili del Tempio, e dall'altro non si aveva il coraggio di risolverle in maniera decisiva e, nonostante ciò, ci si opponeva a chi prendeva una decisione senza avere ottenuto il loro consenso preventivo.

La domanda che nei sinottici Gesù rivolge alle autorità, in merito al destino del Battista(16), può, sotto questo aspetto, essere interpretata nel modo seguente: "Se quello che ho fatto nel tempio lo considerate moralmente inaccettabile o giuridicamente illecito o politicamente inopportuno perché chiedere un segno che ne legittimi il senso e non intervenite immediatamente per eliminare lo scandalo dello sfruttamento del popolo?"

Atteggiamento analogo i farisei avevano tenuto nei confronti del Battista (Gv 1,19 e ss). Ai farisei interessava non tanto il messaggio di Giovanni quanto piuttosto il consenso che il suo programma religioso-politico poteva avere nelle masse.

I farisei, con Nicodemo, s'erano limitati a un incontro informale; successivamente invece, essendosi accorti che, in seguito della sua azione, Gesù stava facevano più discepoli di Giovanni(17), volevano negoziare un'intesa vera e propria. Per tutta risposta Gesù, che non si fidava più di loro, lasciò la Giudea coi suoi discepoli e si diresse di nuovo verso la Galilea.

Per concludere, l'epurazione del tempio fu l'evento più importante del primo anno di diffusione del vangelo di liberazione. Praticamente si erano poste le basi di quella che sarebbe potuta diventare una rivoluzione non solo religiosa ma anche politica.

Però, come "prova generale" della imminente sollevazione antiromana, fu un fallimento e tuttavia molti cominciarono a vedere in Gesù un nuovo leader politico. Fra questi i più convinti furono i galilei, giunti a Gerusalemme a motivo della Pasqua(18).

Al termine del racconto l'evangelista osserva: "Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull'uomo. Egli infatti conosceva quello che c'è nell'uomo".

A Gerusalemme i segni da lui operati hanno suscitato interesse ed talora entusiasmo. Essi però si rivelano segni essenzialmente ambigui: vedendoli si inizia a credere in Gesù e grazie ad essi si può andare incontro al Maestro, al Profeta, o anche al Messia a seconda della propria comprensione; ma questo primo movimento di simpatia testimonia una fiducia ancora imperfetta, perché porta ad ammirare il taumaturgo oppure il rabbì o l'uomo politico senza raggiungere il figlio di Dio, l'unico oggetto possibile della fede secondo Giovanni. È questo che egli suggerisce con l'opposizione letteraria tra il «credettero nel suo nome» e il «non si fidava (non credeva in) di loro». Utilizzando il medesimo verbo greco «credere» (pisteuein) in due significati differenti, il narratore orienta il lettore verso uno dei punti centrali dei due episodi successivi (vedi capitoli 3 e 4): all'apparizione di Dio in Gesù si può e si deve reagire solo con una fede sincera e autentica.

Note: 1. Gnosi, dal greco gnosis ("conoscenza"). La gnosi è la conoscenza pervenuta al sapiente per vie divine o sapienziali. Lo gnostico era in epoca antica il sapiente, colui il quale possedeva la conoscenza per averla ricevuta direttamente da una rivelazione degli dei. Nel II secolo d.C. la filosofia gnostica fu la corrente religiosa che predicava la possibilità di attingere ai motivi più profondi del Cristianesimo attraverso la ragione (atteggiamento razionale). – 2. L'ostilità di Gesù nei confronti del Tempio ha un altro esempio in Mc 12, 41-44 e in Lc 21, 1-4. Entrambi gli episodi, relativi alla vedova che dona al Tempio pochi spiccioli, sono inseriti tra due invettive contro gli scribi ed il Tempio (tecnica del trittico). – 3. Erode il Grande (73 a.C. - 4 a.C.)fu re della Giudea sotto il protettorato romano dal 37 a.C. fino alla morte. – 4. E' probabile che questa sia la sorgente principale, anche se non l'unica, della nostra abitudine a scambiarci regali in occasione del Natale. – 5. Queste monete avevano corso legale in Israele, ma non potevano entrare nel Tempio per questioni di purità poiché recavano incisa l'effige dell'imperatore romano. Da notare l'incongruenza: la moneta del Tempio, considerata sacra, recava incisa l'effige di un dio fenicio!! (vedi nota seguente). – 6. Una moneta usata per il pagamento della tassa del tempio è stata rinvenuta per la prima volta in Gerusalemme nel febbraio del 2008 durante gli scavi diretti da Eli Shukron dell'Israel Antiquities Authority e dal professor Ronny Reich dell'Università di Haifa. La moneta, del valore di mezzo shekel (sciclo), pesa 13 grammi, raffigura sul diritto la testa di Melqart, il dio principale della città di Tiro, e sul rovescio un'aquila sulla prua di una nave. Melqart (oppure meno accuratamente Melkart, Melkarth o Melgart), in accadico Milqartu, era il nume tutelare della città fenicia di Tiro. Il nome deriva da una leggera compressione del fenicio Milk-Qart che significa "Il Re della Città". È probabile che Melqart sia quel particolare Baal che si trova in 1Re 16,31.18,25-26 il cui culto fu introdotto in Israele dal Re Achab (prima metà del IX secolo a.C.) e poi quasi totalmente sradicato dal Re Jehu (seconda metà del IX secolo a.C.). – 7. Fonti rabbiniche citano la famiglia del sommo sacerdote Anna come fortemente coinvolta in questi commerci. – 8. Marco, narrando lo stesso episodio (Mc 11,15-16) così si esprime: "Ed entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e comperavano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio", a testimonianza che le usanze primigenie non prevedevano un uso commerciale delle aree del tempio, altrimenti vi sarebbero state previste vie di accesso diverse. Gli Esseni, proprio a causa della corruzione introdotta dai sommi sacerdoti, rifiutavano nettamente i sacrifici degli animali, anzi non partecipavano a nessun culto, e dalla loro comunità, che viveva nel deserto, sembra siano usciti i discepoli del Battista, che battezzavano lungo il Giordano, continuando a rifiutare il culto e i sacrifici del tempio; Gesù, con alcuni discepoli del Battista costituirà il movimento nazareno, la cui prima iniziativa politica, secondo Giovanni, fu proprio l'epurazione del Tempio descritta in questo brano. – 9. Mc 11,17: «Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri!». – 10. Sia Aquila (Targum), che la Volgata riportano, al posto di un cananeo, la parola mercante e con questo la frase calzerebbe a pennello. – 11. Per apologia si intende un discorso in difesa di una persona o di un'idea. Con il tempo il vocabolo ha assunto anche il significato di atto commemorativo o di lode. - 12. La frase «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere» sembra evidentemente un modo allegorico di dire: "Eliminate il potere della casta sacerdotale (Tempio) e immediatamente (tre giorni) affidatevi a me". – 13. Vedi nota precedente. – 14. Gv 4,21-24: "Le dice Gesù: «Credimi, donna, che viene un'ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete; noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene un'ora, ed è adesso, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e verità; infatti il Padre cerca tali persone che l'adorino. Dio è Spirito e coloro che lo adorano, devono adorarlo in Spirito e verità »". – 15. Il movimento zelota si farà parte attiva nella rivolta del 69-70 d.C. e verrà spazzato via dalla reazione romana dopo aver combattuto valorosamente nella difesa di Gerusalemme. – 16. Ad esempio Mc 11,27-33: "Andarono di nuovo a Gerusalemme. E mentre egli si aggirava per il tempio, gli si avvicinarono i sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani e gli dissero: «Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l'autorità di farlo?». Ma Gesù disse loro: «Vi farò anch'io una domanda e, se mi risponderete, vi dirò con quale potere lo faccio. Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi». Ed essi discutevano tra sé dicendo: «Se rispondiamo "dal cielo", dirà: Perché allora non gli avete creduto? Diciamo dunque "dagli uomini"?». Però temevano la folla, perché tutti consideravano Giovanni come un vero profeta. Allora diedero a Gesù questa risposta: «Non sappiamo». E Gesù disse loro: «Neanch'io vi dico con quale autorità faccio queste cose»". - 17. Cfr. Gv 4, 1-3: "Quando il Signore venne a sapere che i farisei avevan sentito dire: Gesù fa più discepoli e battezza più di Giovanni - sebbene non fosse Gesù in persona che battezzava, ma i suoi discepoli -, lasciò la Giudea e si diresse di nuovo verso la Galilea". – 18. Cfr. Gv 4,45: "Quando però giunse in Galilea, i Galilei lo accolsero con gioia, poiché avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme durante la festa; anch'essi infatti erano andati alla festa".

lunedì 27 febbraio 2012

Domenica 4.3.2012 – Seconda Domenica di Quaresima

Mc 9,2-10

Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l'amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.

Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell'uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

 

Il brano(1) di questa domenica segue quello (Mc 8,31-33) nel quale è riportato uno scontro violento tra Gesù e i discepoli rappresentati da Pietro. Gesù annuncia che va a Gerusalemme per morire, Pietro lo strattona e gli dice: «questi sono pensieri del diavolo»; Gesù gli risponnde secco: «sei tu il diavolo, torna a metterti dietro di me».

Naturalmente quello che Gesù ha detto(2) non viene accolto dai discepoli; Gesù si trova a combattere con una mentalità e una tradizione religiosa, che faceva sì che lo lasciassero parlare ma, come Gesù dirà più volte, si comportassero come coloro che "hanno orecchi e non intendono, hanno occhi e non vedono", che, detto in parole moderne, significa "da un orecchio entra e dall'altro esce".

Gesù comprende che tutta la difficoltà dei discepoli è l'idea blasfema di un Messia che va a morire(3). Gesù quindi si trova nella necessità di far comprendere ai discepoli qual è l'effetto della morte perché la morte non distrugge la persona, ma l'abbraccio di Dio la potenzia.

"Sei giorni dopo": l'indicazione del numero è importante, niente nella Bibbia è messo a caso, ogni particolare ha un suo significato. Che la trasfigurazione sia avvenuta tre giorni dopo o sei giorni dopo a noi può sembrare indifferente, non per l'evangelista. Marco adopera il numero sei, il sesto giorno, perché costruisce la sua narrazione sullo schema della salita di Mosè sul monte Sinai e la locuzione 'sei giorni', richiama la manifestazione di Dio sul Sinai: "La Gloria del Signore venne a dimorare sul monte Sinai e la nube lo coprì per sei giorni" (Es 24,16a). Non solo, il sesto giorno, nel libro della Genesi, è anche il giorno della creazione dell'uomo. L'evangelista, unendo queste due indicazioni, vuole affermare che nella creazione dell'uomo si manifesta la gloria di Dio e Dio si manifesta in una vita che è capace di superare la morte.

"Gesù prese con sé Pietro…"; questo discepolo si chiama Simone e gli evangelisti lo chiamano con il suo nome quando è in sintonia con Gesù, cioè praticamente mai. Quando fa qualcosa completamente contraria a Gesù, viene indicato soltanto con il suo sopranome negativo Pietro, che significa testardo.

"…Giacomo e Giovanni…": sono discepoli ai quali Gesù ha messo un sopranome negativo. Abbiamo detto che Simone è chiamato "il testa dura"; Giacomo e Giovanni, fanatici violenti, sono chiamati "i figli del tuono"(4). Sono quelli più resistenti all'insegnamento di Gesù, ma sono anche i più influenti nel gruppo. Io li ho sempre soprannominati "i tre discoli".

"…e li condusse su di un alto monte…"; non è un'indicazione topografica, ma teologica, inutile cercare questo monte. Il monte, nell'antichità, essendo il luogo della terra più elevato verso il cielo, è considerato il luogo della manifestazione divina o della dimora divina. "…in disparte, loro soli." Quando troviamo nel vangelo l'espressione "in disparte" è sempre in senso negativo, significa che questi discepoli hanno fatto qualcosa di sbagliato.

"Fu trasfigurato…" sarebbe meglio tradurre "si trasformò"(5) perché farebbe comprendere che questa è la trasformazione che attende anche noi al momento della morte e non un caso unico e specifico di Gesù.

"…davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche."

Molti commentatori hanno rimproverato Marco di essere banale: sta parlando della trasfigurazione di Gesù e l'esempio che fa è di un lavandaio sulla terra. Non poteva usare un'immagine più bella, più altisonante? Non so, per esempio "e le sue vesti divennero splendenti, candide che sembrava il sommo sacerdote!". Guardate invece come cade in basso: "che nessun lavandaio sulla terra potrebbe rendere così bianche".

In realtà l'evangelista sa quello che fa, la menzione del lavandaio non è una caduta di tono o di stile. Serve per spiegare che questo biancore straordinario - la gloria di Dio che si mostra in Gesù - non è frutto dello sforzo umano come "un lavandaio sulla terra", ma l'effetto dell'azione divina in risposta all'impegno di Gesù a favore degli altri. Sono chiaramente immagini simboliche e, attraverso queste immagini, l'evangelista vuol mostrare qual'è la condizione dell'uomo che è passato attraverso la morte.

La morte, non solo non diminuisce la persona, ma la potenzia. La morte non distrugge la persona, ma gli dà un'energia vitale sconosciuta prima. La resurrezione non è la rianimazione di un cadavere, ma è una nuova creazione dell'individuo da parte di Dio. Gesù mostra ai suoi discepoli che sono tanto preoccupati per la sua morte: «guardate, passando attraverso la morte non solo non vengo limitato ma vengo potenziato».

L'azione di Dio sarà la stessa in quanti daranno adesione a Gesù; nella lettera di Paolo ai Corinzi (2Cor 3,18) c'è una bellissima espressione: "noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati…" - il verbo è lo stesso da cui viene il termine italiano trasfigurato - "…in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore".

La trasfigurazione non è un avvenimento che arriva a un certo momento dell'esistenza, dopo la morte, ma inizia dal momento che si dà adesione a Gesù: più si accoglie l'amore di Dio e più ci si trasforma, perchè si rende visibile l'amore che si è ricevuto comunicandolo agli altri. Lo diciamo anche nel linguaggio popolare: "è una persona splendida", perché è una persona piena di vita e che, soprattutto, dona vita.

"E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù." I due personaggi che appaiono ai discepoli raffigurano la tradizione d'Israele: Mosè il grande legislatore, Elia il riformatore religioso, che attraverso la violenza(6) ha imposto la legge di Mosè. La presenza di Mosè e di Elia si deve anche al fatto che, secondo la tradizione, erano uomini che non erano morti ma era stati rapiti in cielo.

Inoltre Mosè ed Elia sono i due grandi personaggi dell'Antico Testamento che hanno parlato con Dio sul monte Sinai. Notate la tecnica di Marco, tutti gli attributi di Dio vengono trasmessi a Gesù: Mosè ed Elia, prima parlavano con Dio, adesso parlano con Gesù.

In Gesù si manifesta la pienezza di Dio ed ecco l'incidente: "Prendendo la parola, [ il ]7 Pietro…" - l'evangelista addirittura ci mette l'articolo per sottolineare il soprannome – "…disse a Gesù: «Rabbì,…" Pietro si rivolge a Gesù chiamandolo rabbì e rabbì indica colui che si attiene alla tradizione degli antichi.

Ci sono solo due persone nel vangelo di Marco che si rivolgono a Gesù chiamandolo "rabbì": Pietro e Giuda, due discepoli che, sia pure in diversa misura, lo hanno tradito. Sono coloro che vogliono il rispetto della tradizione e non accettano la novità. Il testardo lo chiama rabbì, colui che si deve attenere alla tradizione degli antichi, non capisce che Gesù è un Maestro. Gesù il Maestro annuncia il nuovo, il rabbì insegna l'antico, cioè predica il patrimonio tradizionale di Israele.

Pietro si rivolge a Gesù: "…è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne,…" perché tre capanne? Nella tradizione ebraica si immaginava che il Messia sarebbe venuto durante la festa delle capanne(8); Pietro pensa a questo mentre dice: "facciamo tre capanne", cioè manifestati adesso come Messia; ma quello che è grave è l'aggiunta seguente "…una per te, una per Mosè e una per Elia»". Nella cultura ebraica, quando ci sono tre personaggi, il più importante sta sempre al centro; per Pietro al centro non c'è Gesù, c'è Mosè. E' come se Pietro dicesse: "Ti ho chiamato rabbì quindi rimani nella tradizione e manifestati durante la festa delle capanne come un Messia che segue la legge di Mosé. Quindi, sii il Messia della legge come Elia, il riformatore che ha usato la forza per imporla".

"Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati." Spaventati da cosa? Non tanto, come diceva l'esegesi di qualche anno fà, dalla manifestazione divina, sono spaventati perché hanno la coda di paglia!

C'era stato lo scontro più violento di tutto il vangelo, nel quale Gesù dice a Pietro "satana". Ma anche con Giovanni c'erano stati dei problemi perché, tra l'altro, voleva impedire di agire ad una persona che liberava gli indemoniati(9). Perciò quando vedono che in Gesù si manifesta la pienezza della divinità, abituati alla mentalità dell'AT dove Dio punisce i traditori, i disobbedienti, si aspettano un castigo. La manifestazione di Gesù era una dimostrazione d'amore per loro, eppure i discepoli, che si sentono in colpa, la intendono come un possibile castigo.

"Venne una nube…" - la nube è sempre segno della presenza di Dio(10) – "…che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio,…" - figlio significa colui che mi assomiglia, quindi né Mosè né Elia – "…l'amato: ascoltatelo!»." Pietro, Giacomo e Giovanni volevano ascoltare Mosè ed Elia; il Padre non è d'accordo: colui che è da ascoltare è soltanto Gesù. Perché mentre Mosè ed Elia sono servi del Signore ed hanno elaborato un'alleanza tra dei servi e il loro Signore, Gesù "il figlio di Dio", elabora un'alleanza tra dei figli e il loro Padre.

"E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno,…" i discepoli ci rimangono male, perché non vedono più nessuno! Mosè ed Elia gli davano sicurezza; notate la delusione "…se non Gesù solo, con loro."

Sono rimasti proprio male; era apparso Mosè, era apparso Elia così hanno pensato: non ce li facciamo scappare più. Ma c'è stato l'intervento del Padre che ha detto: "questi è il figlio mio, quello amate, lui ascoltate"(11), nessun altro.

Marco insiste su questo perché evidentemente si trova alle prese con dei problemi della sua comunità, che ha accolto il messaggio di Gesù, ma fa difficoltà a rinunciare al patrimonio di quello che noi chiamiamo l'AT. La risposta di Dio è chiara, "lui ascoltate", ascoltate Gesù.

Il modello di comportamento per il credente non è la legge di Mosè, ma l'insegnamento di Gesù. Se poi ci sono nell'AT delle indicazioni in sintonia con le novità di Gesù, benissimo, vanno prese, altrimenti vanno lasciate.

"Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell'uomo fosse risorto dai morti". Gesù comprende che i discepoli non hanno capito, per questo li frena: aspettate, parlerete di questa visione quando sarò risuscitato dai morti, perché allora avrete visto in che modo sarò morto! E comprenderete solo allora cosa significa risuscitare dai morti.

Occorre però sottolineare una cosa: il Padre ha riconosciuto, ha confermato Gesù quale figlio suo: "questi è il figlio mio, l'amato", sono le stesse parole del battesimo; Gesù, però, riferisce la risurrezione al figlio dell'uomo. L'evangelista identifica i due termini Figlio dell'uomo e Figlio di Dio, per Marco sono la stessa cosa, sono la realizzazione del progetto di Dio sull'umanità. Il destino dei discepoli sarà quindi lo stesso di Gesù. L'attività dei discepoli di Gesù a favore degli uomini comporterà l'opposizione da parte delle autorità giudaiche che potranno anche ucciderli, come di fatto li uccideranno. Però anche essi raggiungeranno lo stato glorioso di Gesù. E come per i discepoli, raggiungere questo stato è anche il nostro destino.

"Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti." Perché risorgere significa che prima si deve morire. Ma come fa il Messia a morire? Non riescono ad ammetterlo, a tollerarlo perché tutta la tradizione diceva il contrario. E' il dramma dell'uomo, anche al giorno d'oggi: l'incapacità di abbandonare la tradizione per affidarsi al nuovo. Tutta la storia della Chiesa Cattolica ne è una conferma.

 

Note: 1. L'esegesi che segue è liberamente tratta da alcuni appunti redatti nel 2007 da Padre Andrea Maggi. – 2. "E cominciò a insegnar loro che il Figlio dell'uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare. Gesù faceva questo discorso apertamente." (Mc 8,31-32a). – 3. Una delle prove che gli ebrei ancora oggi portano per dimostrare che Gesù non era il messia atteso, è che è morto. Il Messia, essendo un inviato da Dio, sarebbe vissuto eternamente. Era inconcepibile l'idea di un Messia che andasse a morire. – 4. Mc 3,16-17: "Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro; poi Giacomo di Zebedèo e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè figli del tuono". – 5. Questa è la trduzione letterale dell'originale greco. – 6. Cfr 1Re 18,22-23.38-40: "Elia aggiunse al popolo: «Sono rimasto solo, come profeta del Signore, mentre i profeti di Baal sono quattrocentocinquanta. Dateci due giovenchi; essi se ne scelgano uno, lo squartino e lo pongano sulla legna senza appiccarvi il fuoco. Io preparerò l'altro giovenco e lo porrò sulla legna senza appiccarvi il fuoco… Cadde il fuoco del Signore e consumò l'olocausto, la legna, le pietre e la cenere, prosciugando l'acqua del canaletto. A tal vista, tutti si prostrarono a terra ed esclamarono: «Il Signore è Dio! Il Signore è Dio!». Elia disse loro: «Afferrate i profeti di Baal; non ne scappi uno!». Li afferrarono. Elia li fece scendere nel torrente Kison, ove li scannò". – 7. L'articolo "il", pur essendo presente nel testo originale greco, non è stato riportato nella traduzione CEI 2008. – 8. Questa festa, che si svolgeva tra settembre e ottobre e che ancora oggi si celebra in Israele, all'inizio era una festa agricola, la fine della vendemmia; in seguito fu trasformata in festa religiosa come ringraziamento della liberazione dalla schiavitù egiziana; le capanne ricordano la permanenza del popolo d'Israele nel deserto. – 9. Cfr Mc 9,38-40: "Giovanni gli disse: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demòni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri». Ma Gesù disse: «Non glielo proibite, perché non c'è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Chi non è contro di noi è per noi". – 10. Cfr Es 13,21-22: "Il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere, e di notte con una colonna di fuoco per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte. Di giorno la colonna di nube non si ritirava mai dalla vista del popolo, né la colonna di fuoco durante la notte". – 11. La frase qui riportata è la traduzione letterale del testo originale greco.

lunedì 20 febbraio 2012

Domenica 26.2.2012 – Prima Domenica di Quaresima

Mc 1,12-15

E subito lo Spirito lo sospinse nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

 

Il brano in esame segue immediatamente l'episodio del battesimo di Gesù nel Giordano. L'atto di Gesù di sottoporsi al battesimo ha avuto come risposta da parte di Dio la comunicazione dello suo Spirito, cioè di tutta la sua forza d'amore (cfr Mc 1,9).

Dopo questo avvenimento l'evangelista presenta le immediate conseguenze del battesimo collocando Gesù nel deserto. E' l'unica volta che, nel vangelo di Marco, Gesù viene descritto come "spinto dallo Spirito".

Il deserto descritto dall'evangelista è un po' troppo popolato per essere tale(1): ci sono Gesù, il satana(2), le bestie sevatiche e gli angeli. La descrizione dell'evangelista vuole essere teologica, non certo geografica, trasmettere una verità più che la descrizione di un fatto accaduto, richiamando, attraverso la figura del deserto, l'esodo del popolo di Israele.

Come Dio aveva condotto il popolo d'Israele nel deserto dopo il passaggio del mar Rosso (Dt 8,2), ora è lo Spirito, che Gesù ha ricevuto nel battesimo, a condurlo nel luogo che nella tradizione d'Israele era quello della ribellione e del rifiuto della volontà di Dio(3).

La permanenza di Gesù nel deserto viene indicata dalla cifra quaranta con la quale nella Bibbia si rappresenta una generazione (1Re 2,11;11,42; At 13,21) perché l'evangelista intende riassumere e presentare al lettore tutta l'esistenza di Gesù, durante la quale è stato continuamente tentato; la tentazione che patisce Gesù durante tutta la sua esistenza è quella di essere un Messia figlio di Davide (Mc 12,35-37), e quindi come Davide adoprare la forza e la violenza per inaugurare il regno di Dio (Mc 1,24.34.37; 3,11; 8,11.33; 10,3; 15,29-32), piuttosto che un Messia figlio dell'uomo come è la volontà del Padre. Infatti il deserto era il luogo classico dove si riunivano quanti volevano impadronirsi del potere (At 21,38) ed è lo spazio dove si nascose Davide prima di impadronirsi del trono del re Saul e inaugurare così il grande regno d'Israele (1Sm 23,24;26,3; 1Cr 12,9).

A differenza di Matteo e Luca, Marco non riferisce la vittoria di Gesù sul satana (Mt 4,10-11; Lc 4,12-13) ma sottolinea la continuità della tentazione. La vittoria di Gesù verrà fatta conoscere solo lungo il vangelo (Mc 8,33).

Il satana, che non apparirà più come tale in tutto il vangelo, è per l'evangelista figura di tutti coloro che tenteranno Gesù per distoglierlo dal proposito, espresso col battesimo, di fedeltà al progetto di Dio. Lungo il vangelo, appariranno chiaramente chi saranno questi tentatori di Gesù: all'esterno del suo gruppo i farisei (Mc 12,15), all'interno Simone Pietro (Mc 8,11-32).

Solo Marco riferisce della presenza delle bestie nel deserto della tentazione, rimandando all'immagine del paradiso e del primo uomo (Gen 1,26-29; 2,19-20). Per l'evangelista Gesù è il vero Adamo che non soccombe alla tentazione del serpente (Gen 3) e vive in armonia con il creato non più ostile ma sottomesso (simbolismo delle bestie, vedi Os 2,16-20), e con gli angeli (Sal 91,11-13).

Il primo angelo comparso nel vangelo di Marco viene identificato con Giovanni Battista: "Ecco, io mando il mio messaggero [in greco angelos]" (Mc 1,2). Questi angeli, che compariranno come personaggi in questo vangelo solo in poche occasioni (Mc 8,38; 12,35; 13,27.32), sono figura di quanti aiuteranno Gesù nel suo servizio (Mc 10,45).

Di fatto la stessa attività (il servizio) attribuita all'inizio del vangelo agli angeli viene alla fine attribuita alle donne che accompagnano Gesù: "C'erano anche alcune donne... che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea" (Mc 15,40-41; Mc 1,31).

Marco è l'unico evangelista a non adoperare mai il termine greco diavolo ma sempre la designazione ebraica il satana che in tutto il vangelo appare solo 5 volte (Mc 1,13; 3,23;.26; 4,15; 8,33).

Per conoscere l'identità del satana che tenta Gesù occorre seguire le indicazioni che lo stesso evangelista offre; secondo un metodo letterario conosciuto ed allora molto in uso (metodo dell'inclusione4) Marco collega la prima menzione del satana nel suo vangelo (Mc 1,13) con l'ultima (Mc 8,33), mettendo in stretta relazione i due episodi: "…Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: «va' dietro a me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini»".

Nel tentativo di Pietro si attualizzano le tentazioni del satana nel deserto e il discepolo dimostra così di essere in realtà l'avversario, contrario al piano di Dio. Il comportamento di Pietro è dovuto al fatto che pensa secondo gli uomini e non secondo Dio.

Pensa secondo gli uomini chi vuole salvare la propria vita ed è invece destinato a perderla. Pensa secondo Dio chi perde la propria vita per causa del vangelo ed è così capace di salvarsi (Mc 8,35). Il progetto di Pietro conduce alla morte, quello di Gesù alla vita indistruttibile.

Gesù reagisce verso Pietro smascherando il suo comportamento da satana, offrendogli però la possibilità di un cambiamento di comportamento. Per questo non allontana da se il discepolo ma lo invita a occupare il posto che gli spetta: è lui che deve seguire Gesù e non il contrario. Per questo gli rinnova l'invito che gli fece quando insieme al fratello Andrea invitò a seguirlo: "seguitemi..." (Mc 1,17).

Marco introduce(5) la predicazione di Gesù in Galilea con due versetti che rappresentano il primo dei sommari di cui è ricco il suo vangelo: "Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio…".

La notizia secondo cui Gesù ha iniziato il suo ministero pubblico dopo l'arresto di Giovanni il Battista contrasta con quanto riportato dall'evangelista Giovanni nel suo vangelo nel quale ricorda un'attività parallela dei due (cfr. Gv 3,22-24); d'altro canto Marco stesso narrerà solo in seguito l'arresto e la morte di Giovanni (Mc 6,17-29). È probabile che egli voglia qui separare nettamente l'opera del Battista da quella di Gesù per motivi più teologici che storici, mettendo così in luce una tendenza(6) che sarà accentuata maggiormente da Luca (cfr. Lc 3,19-20;16,16).

Invece di recarsi in Giudea, zona densamente abitata e dove avevano sede le principali istituzioni giudaiche, Gesù torna in Galilea, sua terra d'origine. L'evangelista non ignora che in Is 8,23 essa è chiamata «Galilea delle genti», appellativo che all'epoca di Gesù richiamava il carattere misto (ebrei e gentili) della sua popolazione (cfr. Mt 4,15).

Il termine «proclamare», con cui è indicata l'attività di Gesù in Galilea, in greco indica l'azione pubblica fatta da un araldo; con questo termine i primi cristiani indicavano l'annunzio della salvezza fatto dagli apostoli (cfr. At 8,5; Rm 10,8; 1Cor 1,23).

Il lieto annunzio proclamato da Gesù è espresso con una frase molto concisa: prima di tutto egli afferma, con un linguaggio che si ispira all'apocalittica giudaica, che «il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino»; il «tempo», cioè il periodo dell'attesa, è arrivato al termine; di conseguenza il «regno di Dio», cioè l'esercizio pieno e definitivo della sovranità divina in questo mondo, «è vicino», o meglio si è reso prossimo, sta per realizzarsi in questa terra. In altre parole sta ora iniziando il periodo finale della storia, caratterizzato dal fatto che Dio stesso interviene per far riconoscere e accettare pienamente la sua sovranità non solo su Israele, ma su tutta l'umanità.

All'annunzio del lieto messaggio fa eco un invito: «convertitevi e credete nel vangelo». Come già aveva fatto Giovanni Battista, Gesù invita i suoi ascoltatori a «convertirsi» (dal greco metanoein, cambiare mente7) ma per fare ciò è necessario «credere nel vangelo», cioè aprirsi al lieto annunzio ed essere disposti a basare su di esso tutta la propria vita.

La conversione, secondo Gesù, è un orientamento diverso della propria esistenza: le persone vivono centrate su se stesse e Gesù dirà che "Chi vive per sé, si distrugge", perché la persona, sia umanamente che fisicamente, si sviluppa soltanto se vive per gli altri. Credente o no, una persona cresce e si sviluppa quando vive orientato verso gli altri. Gesù, che è venuto a portare la vita, dice: "Se non orientate diversamente la vostra esistenza, non avete nulla a che fare con il regno di Dio".

L'annunzio di Gesù è un «vangelo» in quanto mette in primo piano non ciò che gli uomini devono fare per ottenere il favore di Dio, ma ciò che Dio stesso sta facendo per coinvolgere il suo popolo in un grande progetto di liberazione, che trova nell'antica idea della regalità di Dio il suo carattere distintivo.

 

Note: 1. Mi permetto di ricordare che nella cultura ebraica si intende per deserto un luogo disabitato indipendentemente che vi sia acqua o meno. – 2. Il satana, in ebraico, non è un nome proprio di persona, ma un nome comune che indica una attività, quella del pubblico ministero, dell'avversario in un processo. Il pubblico ministero ha il compito di far risaltare le accuse, la gravità del comportamento: questa è l'azione del satana nell'A.T., mutuata dall'organizzazione dell'impero persiano (Israele è stata per alcuni secoli sotto il dominio persiano); infatti il satana era un funzionario della corte persiana. Questo funzionario girava per le regioni e guardava il comportamento dei governatori: se uno si comportava bene lo segnalava al re per farlo promuovere, per premiarlo; se uno si comportava male lo segnalava al re per castigarlo, eventualmente anche con la morte. Sempre secondo il pensiero ebraico, per punire gli uomini Dio inviava loro le malattie la cui gravità era proporzionata ai peccati commessi; la malattia era inviata tramite il satana che, a sua volta, demandava l'applicazione della pena ad alcuni dei minori fenici che, in lingua greca, venivano chiamati daimonios come Beelzebùl (Baal Zebub, il dio delle mosche), citato da Luca (Lc 11, 14-23). – 3. Es 17,1-7: "Si chiamò quel luogo Massa e Meriba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?»". – 4. La cosa è visibile in modo chiaro leggendo il testo originale greco. Dopo la traduzione in latino avvenuta nel IV secolo, queste indicazioni interpretative lasciate dagli evangelisti sono rimaste nascoste per secoli fino a quando gli esegeti hanno sentito la necessità di ripartire dai testi originali (cfr Roland Meynet, "Un nuovo metodo per comprendere la Bibbia: l'analisi retorica", Civiltà Cattolica (1994) III, pagg. 121-134). – 5. L'esegesi che segue è stata liberamente ricavata da un articolo di Padre Alessandro Sacchi riportato su Nicodemo.it – 6. Il fatto storicamente accertato che circa cento anni dopo la morte di Gesù esistessero ancora discepoli di Giovanni il Battista che si contrapponevano ai cristiani, fa comprendere come gli evangelisti che hanno scritto verso la fine del I secolo tendessero separare l'attività del Battista da quella di Gesù. – 7. Come già accennato nella nota 4, nel IV d.C. venne effettuata la traduzione dei vangeli dal greco in latino, chiamata in seguito Vulgata e che in parte è opera di Girolamo, sulla quale per secoli la Chiesa cattolica ha basato tutta la sua teologia e la sua spiritualità. In questa traduzione l'invito di Gesù "convertitevi" era tradotto "fate penitenza". Ma Gesù non ha mai chiesto di fare alcuna penitenza, anzi, era contrario a questo tipo di atteggiamenti, cosa confermata anche da Paolo (cfr. Col 2,16-23). La Chiesa si è arroccata su questa traduzione latina anche quando era ormai chiaro che era una traduzione del tutto inesatta e che bisognava ritornare al testo originale greco, creando problemi morali e interpretativi che ancora oggi sta pagando in termini di credibilità e di consenso.