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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


lunedì 26 marzo 2012

Domenica 1° aprile 2012 – Domenica delle Palme

Vangelo (Mc 11,1-10) - Passione e morte di Gesù (Mc 14,1–15,47)

(si omette il testo della Passione a causa della sua lunghezza)

Quando furono vicini a Gerusalemme, verso Bètfage e Betània, presso il monte degli Ulivi, mandò due dei suoi discepoli e disse loro: «Andate nel villaggio di fronte a voi e subito, entrando in esso, troverete un puledro legato, sul quale nessuno è ancora salito. Slegatelo e portatelo qui. E se qualcuno vi dirà: "Perché fate questo?", rispondete: "Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito"».

Andarono e trovarono un puledro legato vicino a una porta, fuori sulla strada, e lo slegarono. Alcuni dei presenti dissero loro: «Perché slegate questo puledro?». Ed essi risposero loro come aveva detto Gesù. E li lasciarono fare.

Portarono il puledro da Gesù, vi gettarono sopra i loro mantelli ed egli vi salì sopra. Molti stendevano i propri mantelli sulla strada, altri invece delle fronde, tagliate nei campi. Quelli che precedevano e quelli che seguivano, gridavano: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli!».

 

Per evitare lunghe ripetizioni, si invitano i lettori a consultare l'esegesi che riporta la data di Domenica 17 aprile 2011.

In quella occasione è stata esaminato il brano Mt 21,1-11 del tutto simile a quello di Marco, come pure l'analisi delle cause e delle conseguenze della condanna e della morte di Gesù si adattano perfettamente anche alla passione descritta da Marco.

lunedì 19 marzo 2012

Domenica 25 marzo 2012 – Quinta Domenica di Quaresima

Gv 12, 20–33

 

In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c'erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù».

Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l'ora che il Figlio dell'uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l'anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest'ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest'ora! Padre, glorifica il tuo nome».

Venne allora una voce dal cielo: «L'ho glorificato e lo glorificherò ancora!».

La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

 

Nella terza parte(1) del capitolo 12 del vangelo di Giovanni, dopo l'unzione di Betania e l'ingresso in Gerusalemme, l'evangelista riporta una breve sezione che rappresenta la conclusione del cosidetto "Libro dei segni". Essa si divide in due parti che contengono rispettivamente un annunzio della glorificazione di Gesù attraverso la morte (vv. 20-36), e una nuova condanna dei giudei per la loro incredulità (vv. 37-50). La liturgia si limita a proporre per questa domenica la prima di queste due parti conclusive.

"…tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c'erano anche alcuni Greci." Non è facile stabilire chi fossero, sulla loro identità le ipotesi sono tante, ma nessuna è considerata definitiva. Giovanni usa la parola greca Hèllēnes(2), ma non sono ellenisti, cioè ebrei della diaspora che parlano greco (cfr. At 6,1;9,29;11,20). Si potrebbe trattare di timorati di Dio, cioè persone simpatizzanti dell'ebraismo in quanto attratte dal monoteismo religioso: essi pur essendo incirconcisi e quindi giuridicamente pagani, praticavano alcuni atti come i pellegrinaggi(3). Oppure potrebbero essere proseliti cioè convertiti al giudaismo tramite la circoncisione, ma non del tutto equiparati agli ebrei: potevano compiere riti di purificazione (cfr. At 2,11;6,5;13,43), partecipare alle feste stando nell'atrio più esterno del Tempio di Gerusalemme, detto appunto il recinto dei pagani(4). Potrebbe infine trattarsi di greci di origine e di lingua, ai quali era vietato l'accesso al Tempio, che nella parte più esterna era delimitato da transenne e balaustre che ne impedivano il passaggio pena la morte(5).

Perché dare tanta importanza a questi personaggi? Perché costituiscono la scintilla di una decisione fondamentale per Gesù, quella di consegnarsi al Sinedrio per andare, volontariamente, incontro alla morte.

"Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù».

La domanda dei Greci è fatta attraverso la mediazione di Filippo e Andrea(6), gli unici due apostoli con nome greco, quasi a dire che il desiderio di Dio non è più appannaggio di Israele, ma dei popoli pagani che non posseggono né storia di alleanza né Scritture sacre. E' il desiderio dell'umanità intera, ma non di Israele, che è raffigurata nella richiesta dei Greci.

Gesù è solo; è al termine della sua predicazione, della sua vita in mezzo alle folle e si rende conto della sua sconfitta: tutta la sua opera non è servita a nulla. Gli unici che lo seguono, che vogliono conoscerlo, sono persone non appartenenti al suo popolo, il quale non solo non lo vuole seguire, ma nemmeno ascoltare(7) da quando si è accorto che Gesù non vuole riconquistare il regno di Israele, ma vuole insegnare loro a vivere senza la Legge, accogliendo l'amore di Dio.

Gesù è un fallito, le sue parole si disperdono al vento; in quel momento comprende che esiste una sola cosa che convincerà i suoi compatrioti della verità racchiusa nel suo messaggio, se egli accetterà di morire a causa delle sue parole.

Il Sinedrio(8) aveva condannato Gesù molto tempo prima di catturarlo, come si legge sul Talmud(9), e per quaranta giorni il banditore aveva percorso le strade di Gerusalemme annunciando la sua condanna. Gesù sapeva sicuramente di questa condanna, ma non fugge, anzi, compie un atto clamoroso: fa il suo ingresso in Gerusalemme tra due ali di folla esultante.

Finora era fuggito "per paura dei Giudei", si era rifugiato prima in Galilea, poi nel territorio di Tiro e Sidone, ed infine dai samaritani. Ora non più, ora entrerà in Gerusalemme sfidando il Sinedrio che lo ha condannato: "Gesù rispose loro: «È venuta l'ora che il Figlio dell'uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. ….Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me»".

La risposta di Gesù è apparentemente illogica perché non riguarda la richiesta dei due mediatori. L'ora e la glorificazione di cui parla Gesù è l'ora della morte perché nei due versetti successivi Giovanni introduce questo tema: "In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna".

Con il desiderio dei Greci di "vedere Gesù", l'evangelista attribuisce al rabbì di Nazareth la qualifica del Dio d'Israele, quel Dio la cui gloria Mosè chiese di vedere (Es 33,18-19.22), la stessa che Elia intuì (1Re 19,11-13)(10), la medesima che l'esule simbolo degli esuli di tutti i tempi brama sognando il Tempio (Sal 42/41,2-3)(11) e quella infine degli sposi del Cantico dei Cantici, simbolo di ogni coppia che anela contemplarsi nell'amplesso dell'amore (Ct 2,14 e seguenti)(12).

Nella richiesta di "visione" c'è tutta la tensione della prima comunità di fronte alla questione teologica dell'accoglienza dei pagani di lingua greca: gli ebrei che avrebbero dovuto riconoscere il sigillo di Dio sono immersi nelle tenebre perché "venne fra la sua gente, ma i suoi non lo hanno accolto" (Gv 1,11), mentre i pagani che nulla sanno di Abramo e di rivelazione, che non hanno sperimentato la Shekinàh (Dimora - Presenza nella Tenda13) sanno riconoscere l'identità del Figlio di Dio e ne manifestano il desiderio di vederlo attraverso la mediazione apostolica.

Non è semplicemente un tentativo "di contattare Gesù" come afferma in modo abbastanza sbrigativo Joseph Ratzinger nel suo libro(14), non cogliendo la portata travolgente di questa richiesta. Per lui i due apostoli sono solo "due uomini con nomi greci, Filippo e Andrea, ai quali la domenica delle Palme si rivolgeranno poi, appunto, i visitatori di lingua greca venuti per la Pasqua, per cercare di contattare Gesù"(15).

Per avere la conferma che questo non è un semplice tentativo "di contattare Gesù", basta guardare il suo comportamento: non risponde direttamente alla domanda dei Greci presentata da Filippo e Andrea, ma rimanda alla sua morte. Questo comportamento di Gesù è strano perché dà l'impressione non di uno che ascolta, ma di uno che sta seguendo un proprio pensiero.

Ed in effetti Gesù sta già valutando la portata della sua decisione, i costi di questo sacrificio che diviene così l'unica "porta" attraverso la quale tutta la sua predicazione prende senso, diviene verità e verità dimostrata. Per questo in Mt 27,54 e in Mc 15,39, dopo la morte di Gesù c'è l'affermazione "davvero costui era figlio di Dio", perché il consegnarsi, il soffrire senza invocare aiuto(16) e, soprattutto, il morire in quel modo, sono l'atto di attestazione della figliolanza divina; per tutti, da quel momento in poi, Gesù sarà Figlio di Dio.

Il vangelo di Giovanni ci racconta anche l'esperienza di Gesù in quell'ora; più che una descrizione drammatica è un ritratto visto dell'interno di Gesù che parla a voce alta con la sua coscienza e matura la sua scelta in cinque momenti successivi:

"Adesso l'anima mia è turbata". Gesù esprime l'esperienza del disgusto di fronte alla morte, mentre gli si fa presente con concretezza.

"Che cosa dirò?" L'interrogativo sottolinea il suo sperimentare l'incertezza e la fatica della scelta: se sottrarsi alla morte o confermare la sua opera immolandosi.

"Padre, salvami da quest'ora?"; alcuni studiosi dicono di non capire l'interrogativo e lo sostituiscono con l'esclamativo perché Gesù ha veramente chiesto, secondo i sinottici, che "passi da me questo calice".

"Ma proprio per questo sono giunto a quest'ora": indica la consapevolezza di Gesù della necessità del dono della propria vita e per questo si affida interamente al Padre:

"Padre, glorifica il tuo nome".

Il Padre è vicino alla passione di Gesù e Giovanni fa accadere proprio qui la teofania facendo sentire la voce consenziente del Padre per l'unica volta nel suo vangelo: "L'ho glorificato e lo glorificherò ancora".

"Questa voce non è venuta per me, ma per voi" si affretta a precisare Gesù. La parola "glorificare" usata due volte, prima al passato e poi al futuro, è una sintesi del mistero pasquale che il Padre dà già come attuato. Gesù rivela le tre conseguenze dell'ora già compiuta: "Ora è il giudizio di questo mondo"; tutto quello che avverrà sarà la conseguenza dell'incapacità di amare del popolo. "Ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori"; sarà proprio la sua morte a corrodere il potere perchè: "E io, quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me". E' lo scopo della sua morte, la dimostrazione che con l'amore e non con la violenza si può davvero vincere; ma è anche la potenza della risurrezione che è salvezza dalla morte per tutti secondo la felicissima espressione del Concilio: "dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire a contatto, nel momento che Dio conosce, col mistero pasquale" (Gaudium e Spes, 22).

E l'evangelista commenta: "Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire".

Abbiamo qui il terzo annunzio della morte in croce, presentata come un innalzamento: questo, rappresenta il vero successo di Gesù, il quale, morendo sulla croce, unisce a sé tutta l'umanità, coinvolgendola nel suo ritorno al Padre; di riflesso la morte in croce è presentata come un "giudizio" mediante il quale sono vinti i potenti che dominano il mondo.

 

Note: 1. L'esegesi di questo brano è stata redatta facendo riferimento a due documenti: l'intervento di don Paolo Farinella "Vogliamo vedere Gesù" durante il Seminario interdisciplinare della Pontificia Università Lateranense, Cattedra Gloria Crucis, sul tema «La visione del Dio invisibile nel volto del Crocifisso», svoltosi a Roma il 23 aprile 2007, e un articolo di P. Alessandro Sacchi pubblicato su Nicodemo.net. – 2. In Mc 7,26 è chiamata hellēnìs la donna siro-fenicia, il che fa comprendere che l'unica cosa certa è che non sono ebrei residenti in Israele. – 3. Cfr. Giuseppe Flavio, Guerre Giudaiche, VI, 427. – 4. Cfr. X.L. Dufour, Dizionario del Nuovo Testamento, Queriniana, Brescia 1978 alle voci Timorato di Dio e Proselito. – 5. Come testimonia l'iscrizione in greco trovata nel 1871 dall'archeologo Clermont–Ganneau: «Nessuno straniero metta piede entro la balaustrata che sta attorno al Tempio e nel recinto. Colui che vi fosse sorpreso, sarà la causa per se stesso della morte che ne seguirà» (Clermont–Ganneau, Revue Archéologique XXIII, 1872, 214-234; cfr. E. Gabba, Iscrizioni greche e latine per lo studio della Bibbia, Casale, 1958, 83-86). – 6. Secondo John Paul Maier (J. P. Maier, Un ebreo marginale, vol. 3, 204) la presenza dei due discepoli greci, all'inizio (Gv 1,35-40.43-44), al centro (Gv 6,6-9) e alla fine (Gv 12,20-22) del "Libro dei segni" potrebbe essere la spia che "l'abile mano teologica dell'evangelista" utilizza per "fungere da portavoce o simbolo della teologia giovannea". Sono quindi coloro che, con le loro azioni, descrivono il pensiero teologico di Giovanni. – 7. Gv 6, 66-67: "Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Forse anche voi volete andarvene?»". – 8. Il Sinedrio era una assemblea di anziani e maggiorenti giudaici a cui i romani avevano concesso di governare Israele dal punto di vista religioso ed amministrativo. Il Sinedrio era presieduto dal Sommo Sacerdote in carica (scelto in pratica dai romani), da rappresentanti della casta sacerdotale e delle altre caste influenti nel paese. Aveva anche funzioni giudiziarie ma non poteva comminare la pena di morte né, tanto meno, eseguirla. – 9. "Un araldo, per quaranta giorni, prima dell'esecuzione, uscì gridando: Sarà lapidato perché ha praticato la stregoneria e ingannato Israele per sviarlo" (Sanh.,B.,43a). L'accusa a Gesù di essere "uno stregone che ingannava la gente" durerà a lungo (Giustino, Dialogo con Trifone, 69, 7). Ancora nel IV secolo Girolamo scrive in una lettera che "mago è un altro nome dato dai Giudei al mio Signore" (Lettera XLV, 6, Ad Asella). – 10. Cfr J. P. Maier, Un ebreo marginale, vol. 2, 1124-1125 (sull'equiparazione di Gesù a Yahweh cfr 1129-1130.1134.1150. 1154). – 11. "Come la cerva anela ai corsi d'acqua, così l'anima mia anela a te, o Dio. L'anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?". – 12. "O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave, il tuo viso è leggiadro….". – 13. Il riferimento è, ovviamente, agli anni trascorsi nel deserto a contatto costante con la Presenza di Dio che Dimorava con Israele. – 14. Gesù di Nazaret, Rizzoli, Milano 2007, 213. – 15. Papa Benedetto XVI, come Joseph Ratzinger, presenta nel libro una ricerca personale "dopo un lungo cammino interiore" che attraversa tutta la sua vita. Con le sue affermazioni si inserisce nel dibattito esegetico-teologico pur non essendo esegeta e rischia di fare affermazioni generiche e senza fondamento scientifico con possibili attribuzioni di significati estranei ai vangeli; un esempio banale: l'espressione "domenica delle Palme" è una semplificazione liturgica priva di fondamento evangelico, ma forse Joseph Ratzinger voleva intendere "festa delle Capanne". Il capitolo di Gv 12, infatti, non è resoconto giornalistico, ma il risultato di lunga elaborazione che unisce elementi eterogenei: la festa ebraica di Sukkôt (autunno) come in Gv 12,12-19 (che starebbe più logicamente nel contesto di Gv 7), la festa di Pesàch (primavera) come in Gv 12,20-28 e vari appunti redazionali come in Gv 12,37-50 (per approfondire questa problematica vedere R. Fabris, Giovanni 670-671, mentre sulla collocazione di Gv 12 vedere F.Manns, L'Évangile 235-239). – 16. In prossimità della Pasqua vi erano in Gerusalemme decine di migliaia di pellegrini, molti dei quali Galilei, con i quali non si poteva scherzare. I Galilei erano teste calde, quasi tutti armati e quasi tutti appartenenti al movimento degli zeloti, pronti a difendere un loro concittadino dalle malsane idee dei fratelli della tribù di Giuda. Arrivano a catturarlo in ottocento il che dimostra la paura che avevano di una eventuale insurrezione da parte dei galilei e Gesù si consegna spontaneamente stroncando sul nascere qualunque tentativo di reagire dei suoi.

martedì 13 marzo 2012

Domenica 18.3.2012 – Quarta Domenica di Quaresima

Gv 3, 14 – 21

E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio.

E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Sicuramente mi ripeto, ma affermo sinceramente che non sono in grado di comprendere la logica che guida i liturgisti nella scelta del brano di vangelo da proporre alle comunità cristiane in occasione di specifiche ricorrenze. A me non sembra che questo brano sia idoneo per un periodo di Quaresima ed inoltre il brano, già difficile di per se, diventa del tutto incomprensibile se non lo si legge nella sua interezza; forse sono prevenuto, ma ho il sospetto che al litugista non interessi eccessivamente che i fedeli comprendano il brano di vangelo. Facciamone una lettura integrale (Gv 3, 1-21):

Vi era tra i farisei(1) un uomo di nome Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei. Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui». Gli rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall'alto, non può vedere il regno di Dio».Gli disse Nicodèmo: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». Rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall'alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito». Gli replicò Nicodèmo: «Come può accadere questo?». Gli rispose Gesù: «Tu sei maestro d'Israele e non conosci queste cose? In verità, in verità io ti dico: noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio.

E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Come già ho detto domenica scorsa, il vangelo di Giovanni non deve mai essere letto per come è scritto, ma deve essere interpretato esaminando e comprendendo le immagini simboliche e metaforiche che lo costituiscono.

Il brano, per quanto possa apparire strano agli occhi di un lettore moderno, è un tentativo di contatto e di accordo tra due "partiti politici" che in quel momento andavano per la maggiore in Israele, quello dei farisei ed il movimento di Gesù.

Ho detto partiti politici per cercare di rendere comprensibile al lettore odierno una concezione molto lontana dalla sua mentalità: la coincidenza, o meglio l'identificazione, tra politica e religione presente nel mondo antico ed in Iraele in modo particolare.

I farisei si erano stupiti del coraggio manifestato da Gesù al momento della sua irruzione nel Tempio di Gerusalemme per cacciare i mercanti (Gv 2,13-17) dando, con questo gesto, un segnale significativo anche per la classe sacerdotale.

In effetti, opponendosi risolutamente al potere dei partiti ebraici conservatori(2) (e, almeno in parte, collaborazionisti con Roma), Gesù aveva saputo destare l'attenzione della fazione farisaica, di tendenze più nazionalistiche, anche se questa attenzione non si era tradotta al momento in un appoggio esplicito al suo movimento. Proprio per questo uno dei loro capi, Nicodemo, va a trovarlo "di notte", cioè di nascosto, in privato, per valutare la possibilità di una intesa.

Nicodemo è un tipico rappresentante della religiosità, della cultura e del diritto giudaico. Ha forti difficoltà, però, ad entrare nello spirito delle parole di Gesù, nonostante sia anch'egli possessore della cultura ebraica; Gesù infatti applica una ermeneutica nuova, una nuova interpretazione della Scritture e invita i suoi interlocutori a non fermarsi alla lettera degli scritti ma a coglierne lo spirito ed il senso più vero.

Nicodemo si trova così spiazzato e Gesù è costretto ad andagli incontro aprendo un'area di dialogo sull'amore di Dio-Padre per il mondo intero e sulla comprensione della sua figura e sulla sua missione. Vediamo come questo avviene:

«Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; …».

La frase di Nicodemo riflette chiaramente l'intento d'incasellare il gesto eversivo di irruzione nel Tempio in uno schema precostituito: "Sappiamo che sei un maestro venuto da Dio".

I farisei hanno compreso che Gesù ha una ispirazione divina, ma i farisei si guardarono bene dal mostrarlo pubblicamente.

Ispirazione divina si, ma da parte di quale Dio? O meglio, di quale interpretazione di Dio(3)? Un uomo "timorato di Dio(4)" avrebbe forse avuto il coraggio di opporsi al potere politico-religioso dei sacerdoti, fino al punto d'entrare con la forza nel recinto sacro del tempio? Forse Gesù aveva voluto "purificare" il tempio solo perché mosso da uno sdegno di tipo morale?

"…nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui". Ecco lo schema precostituito applicato alla realtà: Gesù aveva compiuto un'azione che anche un vero fariseo, virtualmente, avrebbe dovuto compiere. Nicodemo è dunque andato a trovarlo per convincerlo a diventare un seguace del proprio partito.

Gesù declina l'offerta e ribatte: "…se uno non nasce dall'alto, non può vedere il regno di Dio." Cioè, trasformandolo in linguaggio moderno: per poter avere una politica alta, veramente rivoluzionaria, occorre vivere anche una prassi rivoluzionaria; infatti il popolo non sa che farsene delle buone intenzioni dei farisei, se ad esse non corrispondono azioni concrete e coerenti.

Nicodemo si giustifica dicendo: "Come può un uomo nascere quando è vecchio?". Nicodemo fa riferimento alle sconfitte subite fino ad allora dai farisei: è giusto pretendere una maggiore coerenza da un partito che lotta per la liberazione antiromana, ma bisogna anche considerare le grandi delusioni sofferte nel passato.

Maggiore coerenza esisteva quando il movimento farisaico era giovane, ora però si può sperare di sopravvivere solo cercando il compromesso. Ecco perché non si può appoggiare pubblicamente un'iniziativa così radicale come quella dei nazareni.

Se le cose stanno così, obietta Gesù, il vostro partito non potrà far nulla per la liberazione d'Israele: "…se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall'alto…".

Il destino dei farisei, per Gesù, è segnato: o si rinnovano o periscono; ma per potersi rinnovare essi devono accettare una verità difficile: "…Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito…" In altre parole: o i farisei ridimensionano la loro pretesa di porsi come unico partito alternativo al potere dominante, oppure saranno emarginati da nuove forze sociali, più giovani e più coraggiose, soprattutto più coerenti con gli ideali di giustizia e liberazione nazionale. In ogni caso rischiano di vivere un ruolo subalterno, all'ombra dei partiti più conservatori.

Nicodemo insomma dovrebbe accettare, secondo Gesù, l'idea di una pluralità di forze sociali, tra loro paritetiche, provenienti da esperienze eterogenee, in grado di opporsi, in maniera più o meno efficace, con mezzi e strumenti diversi, al sistema dominante.

Nicodemo però resta scettico: "Come può accadere questo?", com'è possibile che forze non istituzionalizzate possano lottare per la realizzazione del regno di Dio? Come potranno queste forze, una volta cacciati i romani e sconfitti i collaborazionisti, governare il Paese? Come può il popolo governare se stesso?

"Tu sei maestro d'Israele e non conosci queste cose?" risponde Gesù, se il movimento di Nicodemo non è capace d'insegnare al popolo ignorante come vivere senza padroni, come può pretendere che il popolo lo ascolti? Come potranno i farisei lottare per l'indipendenza nazionale se sin da adesso non sono capaci di pensare in modo democratico?

"…noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto...", dice Gesù, perchè il movimento nazareno vive tra le masse e non nel palazzo o non solo nelle sinagoghe.

"…ma voi non accogliete la nostra testimonianza…" certo non allo stesso modo dei partiti conservatori, che la rifiutano a priori, ma quasi. Se aveste appoggiato la cacciata dei mercanti del tempio, ora saremmo per tutti degli interlocutori credibili, perché temuti.

"Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo". Se non seguite le mie indicazioni nelle piccole cose, come potrete seguirmi nelle cose più alte? Solo io vi posso parlare del nostro futuro, ma per far questo(5) "…come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna" dovrò essere ucciso perché diventi chiaro a tutti che le mie parole contengono la verità per non rinnegare la quale si può anche morire.

La breve pericope di Gv 3,16-18 ci offre un elemento connotativo della figura di Dio Padre: "Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna".

Sono versetti che spiegano la concezione politco-religiosa di Gesù e che implicitamente invitando ad una sorta di rilettura di alcune parti dell'AT.

Il dono del Figlio che indica agli uomini come rendere felice la propria vita(6), è il dono più grande del Padre: "…Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio…" Gesù compiange chi non ha il coraggio di accogliere il suo messaggio e, finalmente, vivere sereno, senza la condanna dell'ansia e della paura.

L'enfasi posta sul verbo amare al tempo passato(7) solleva un velo sull'atteggiamento di amore che Dio ha sempre nutrito nei confronti dell'umanità e che costituisce il filo conduttore dell'AT. Il verbo amare risulta così la insondabile chiave di lettura delle Scritture bibliche e non mancano sorprendenti e utili implicazioni ecumeniche sia nei rapporti ebraico-cristiani, sia in riferimento all'intero quadro dei rapporti interreligiosi con le altre fedi.

Lo scopo di questa base biblica rimane quella di voler segnalare che Dio è amore, non nel senso romantico o confessionale del termine. Egli rivolge la sua attenzione salvifica verso tutti gli uomini e verso tutte le culture alle quali potrebbe porsi come risposta alle loro domande espresse o implicite.

A questo punto è necessario accennare ai 'semi del Verbo', cioè a quei tratti esigui di verità cristiana presenti nelle grandi culture da noi dette pagane.

Da Giustino (100-165 d.C.) a Jacques Dupuis(8) (1923-2004) quella dei 'semi del Verbo' è una ricerca che, a vario titolo, impegna teologi e studiosi di ogni epoca; ma senz'altro oggi più di ieri: quello dei 'semi del Verbo' è un orientamento di ricerca che impegna teologi e studiosi anche in questo nostro tempo.

"E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

La comunità cristiana secondo il vangelo di Giovanni deve essere il luogo dove splende la luce. La luce non lotta contro le tenebre, la luce deve splendere. E quando la luce allarga il raggio d'azione della sua luminosità, la tenebra si ritira.

Allora, quanti vivono secondo una direzione sbagliata di vita e vedono brillare la luce di questa comunità e se ne sentono attratti ed entrano entro il raggio d'azione di questa luce, il loro passato viene completamente cancellato.

Quanti al contrario sono nelle tenebre e vedono in questa luce una minaccia al loro interesse, al loro prestigio, man mano che la luce si allarga, si ritirano sempre più nelle tenebre, vanno sempre più nella parte più tenebrosa, perché come ha detto Gesù chi fa il male odia la luce.

Note: 1. La corrente dei farisei costituisce, probabilmente, il gruppo religioso più significativo all'interno del giudaismo nel periodo che va dalla fine del II sec. a.C. all'anno 70 d.C. ed oltre. i farisei corrispondono ad una nuova aristocrazia fondata sulla cultura, ossia sulla conoscenza della Scrittura. Con essi si viene così a creare nella società ebraica una classe di intellettuali e di persone colte, in opposizione alla vecchia aristocrazia chiusa e tradizionalista. L'ambiente fariseo comprendeva gli scribi, vale a dire quanti insegnavano la Legge; ma gli scribi non erano necessariamente farisei. Pur annoverando nel suo seno individui spregiudicati, il movimento fariseo rappresentava nel giudaismo la corrente più fervente, più aperta e più moderata; furono chiamati da Giuseppe Flavio col nome di farisei (in ebraico pherushim, in greco pharisaion), ossia i "separati" o i "dissidenti". Probabilmente il termine fu coniato dagli oppositori con intento dispregiativo; tra loro si chiamavano invece chaverìm (congregati, compagni). Sul piano dottrinale, i farisei erano intransigenti sulla sostanza della fede e della legge, ma duttili sulle sue applicazioni. Grandi figure di farisei hanno costellato il periodo ellenistico-romano: Hillel sotto il regno di Erode, fu l'iniziatore della cultura farisea; di posizioni moderate, aveva in Shammai un interlocutore dalle rigide tesi dottrinali. Fallita la ribellione dei giudei contro i romani che comportò la distruzione di Gerusalemme, i farisei emersero dalla catastrofe che aveva travolto la loro nazione quale unica corrente spirituale vitale, capace di coagularne attorno a sé i resti che non vennero assimilati dalla società romano-ellenica o che non si convertirono al cristianesimo. Dai farisei trae origine l'ebraismo rabbinico o moderno. – 2. I partiti conservatori di quel periodo erano i sadducei, gli erodiani e i sacerdoti, questi ultimi talora appartenenti contemporaneamente agli altri due. I farisei erano riformatori moderati. I movimenti radicali erano i battisti, gli esseni, il movimento di Gesù e, come radicalismo estremo, gli zeloti; nel movimento di Gesù erano confluiti anche alcuni zeloti come Giuda Iscariota e Simone detto Zelota. – 3. La domanda è essenziale perché i farisei e il movimento di Gesù avevano due interpretazioni di Dio del tutto diverse. I farisei avevano una comprensione di Dio di tipo giuridico, cioè legata alla Legge. I secondi vedevano Dio come emanazione di amore svincolata da ogni legge e costrizione. – 4. Il concetto di uomo "timorato di Dio", tipicamente farisaico, è molto simile al concetto di "giusto", cioè di uomo che segue la Legge in modo rigido, quasi ossessivo. E' evidente che nel movimento di Gesù non potevano esistere uomini "timorati di Dio" perché tutti si sentivano amati da Dio. – 5. Con questo siamo finalmente al brano di questa domenica; penso che ora vi possiate rendere conto come sarebbe stato difficile spiegare questo brano senza la conoscenza del significato di quanto lo precede. – 6. L'allocuzione "vita eterna", che non rappresenta la migiore traduzione dal greco, deve intendersi come una vita di una qualità tale da superare la morte e quindi divenire eterna. Come è facilmente riscontrabile leggendo gli scritti dei primi cristiani, la vita eterna comincia per ogni uomo nel momento della nascita e non del concepimento come oggi si ritiene in ambito cattolico, in quanto la parola vita nei vangeli è sempre collegata alla vita intellettiva di relazione, inesistente nel feto (secondo S.Agostino fino al quarantaseiesimo giorno di gravidanza). Questa interpretazione del verbo greco zao (vivere) è abbastanza recente. In passato lo si riteneva un sinonimo di byoo ed in italiano era entrato in uso con questo significato (ad esempio: giardino zoologico). Oggi, sulla base dell'esame di migliaia di testi antichi possibile solo con le tecnologie moderne, si attribuisce a questo verbo un significato più preciso volto a descrivere una vita fatta di relazione con il mondo e con gli altri ad un livello superiore e distinto dalla vita biologica. Interessante il fatto che nella traduzione dall'ebraico al greco detta dei Settanta (II secolo a.C.), quando nella Genesi Dio crea l'uomo e gli dà la vita con il proprio alito, il traduttore usa il termine zoe e non byos. Gli studi proseguono perché da questa constatazione potrebbe derivare una diversa definizione di "persona umana". – 7. "Dio ha tanto amato il mondo…". – 8. Gesuita belga esperto nel dialogo interreligioso con l'induismo. Nel 2001 il suo libro Toward a Christian Theology of Religious Pluralism condusse Dupuis ad essere censurato dalla Congregazione della Dottrina della Fede: erano state notate alcune ambiguità per le quali sono stati chiesti chiarimenti, ma Dupuis non è mai stato condannato. Nello stesso anno Papa Giovanni Paolo II ha riconosciuto il lavoro pioneristico di Padre Dupuis nell'aprire la strada al significato delle altre religioni, in God's plan of salvation of mankind.