La caratteristica specifica del mandato missionario in Mc 16,15-20, sta nel fatto che viene riportata una serie di segni che accompagneranno coloro che credono: tra essi i più importanti sono quelli di scacciare i demoni e guarire i malati. L'autore del brano sottolinea che effettivamente è avvenuto così. Questa sottolineatura mostra chiaramente che la salvezza annunziata dai missionari si manifesta fin d'ora in un cambiamento che riguarda sia la società (espulsione dei demoni = convincimento o allontanamento degli oppositori) che l'individuo (guarigione = conversione). È proprio questa trasformazione che testimonia l'attendibilità del vangelo e in ultima analisi garantisce la presenza in questo mondo del Risorto, il quale dimostra così di essere diventato veramente partecipe del potere stesso di Dio.
lunedì 14 maggio 2012
La caratteristica specifica del mandato missionario in Mc 16,15-20, sta nel fatto che viene riportata una serie di segni che accompagneranno coloro che credono: tra essi i più importanti sono quelli di scacciare i demoni e guarire i malati. L'autore del brano sottolinea che effettivamente è avvenuto così. Questa sottolineatura mostra chiaramente che la salvezza annunziata dai missionari si manifesta fin d'ora in un cambiamento che riguarda sia la società (espulsione dei demoni = convincimento o allontanamento degli oppositori) che l'individuo (guarigione = conversione). È proprio questa trasformazione che testimonia l'attendibilità del vangelo e in ultima analisi garantisce la presenza in questo mondo del Risorto, il quale dimostra così di essere diventato veramente partecipe del potere stesso di Dio.
lunedì 7 maggio 2012
Domenica 13 maggio 2012 – Sesta domenica di Pasqua.
Gv 15, 9-17
Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.
Il brano di questa domenica è la continuazione di quello di domenica scorsa, nel quale Gesù ha definito se stesso la vera vite, mentre i discepoli di ogni tempo sono i tralci.
"Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi." Il Padre ha amato Gesù attraverso il dono dello Spirito. "Rimanete nel mio amore". Gesù ci invita a una identità e comunione con Dio che è quella che produce una fusione con la divinità. Dio si è fatto uomo perché l'uomo diventi Dio.
Non c'è più un Dio verso cui andare, ma andare verso gli altri con Dio e come Dio, rimanendo in quest'amore, senza rimanere in una situazione contemplativa(1), ma in una azione dinamica verso gli altri.
"Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore,…". Qui sorgono i primi problemi. Nella cena, capitolo 13 dello stesso vangelo, Gesù ha detto "Vi lascio un comandamento nuovo", uno. Perché adesso Gesù parla al plurale? Anzitutto vediamo cos'è che Gesù lascia: Gesù non lascia un nuovo comandamento, ma un comandamento nuovo.
Il termine "nuovo" nella lingua greca si esprime in due maniere: una che indica ciò che è nuovo in quanto aggiunto nel tempo, "neos"(2). Vi è un altro termine greco che significa sempre "nuovo", "kairos", e non indica un qualcosa aggiunto nel tempo, ma una cosa nuova in quanto di qualità migliore e che quindi sostituisce tutto il resto. Quest'ultimo termine è quello usato dall'evangelista, per cui Gesù non dice "vi lascio un nuovo comandamento", cioè avete già quelli di Mosè, adesso vi aggiungo il mio, ma "vi lascio un comandamento nuovo", cioè un comandamento migliore che eclissa tutti gli altri: "Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi.".
E' sorprendente che Gesù comandi l'unica cosa che non può essere comandata all'uomo: agli uomini potete comandare di tutto: di obbedirvi, di servirvi, ma non potete comandare di amare, perché l'amore è un fatto interiore. Tu potrai comandarmi di obbedirti, e ti dovrò obbedire; di servirti, e farò tutto quello che vuoi; ma non potrai comandarmi di volerti bene. Io ti obbedirò, ma ti odierò dentro di me; ti servirò, ma penserò che fai schifo.
Gesù è costretto a chiedere di amare, e questa richiesta la deve chiamare comandamento a causa della connotazione prettamente giuridica della religione ebraica(3) di cui sono impregnati, anzi inzuppati, i discepoli.
L'invito di Gesù all'amore reciproco viene da lui chiamato "comandamento" per sostituirlo e anteporlo ai dieci comandamenti di Mosè, altrimenti i discepoli non potrebbero comprenderlo e, soprattutto, prenderlo in seria considerazione perché così sono stati educati(4).
Non solo: questo unico comandamento viene nominato al plurale per far risaltare la sostituzione di tutta la Torah, la legge, composta da una miriade di comandamenti.
"…come io ho amato voi.". Avete notato che Gesù non dice "come io vi amerò", cioè l'amore totale definitivo della croce, ma "come io vi ho amato". Gesù si riferisce alla lavanda dei piedi dei discepoli: li ha amati servendoli; l'amore non è reale se non si traduce in servizio verso gli altri.
"Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena." Attenzione: in questa frase c'è la vera essenza del cristianesimo, della vera sequela a Gesù. Questa è davvero la volontà di Dio.
Purtroppo, in passato, per delle deformazioni del messaggio di Gesù, la parola "Dio" è stata associata più al dolore che alla felicità, più alla sofferenza che alla gioia.
Forse sono cattivo, ma se a certi teologi togliete il dolore, la sofferenza e il dispiacere, non sanno più come parlare di Dio. C'è una frase di Karl Barth(5), che afferma: "un teologo senza gioia non è un vero teologo".
Dai Vangeli appare che la gioia, cioè la felicità dell'uomo, appartiene alla volontà di Dio. Dio vuole che l'uomo sia nella gioia. Ma non un gioia normale, una gioia "piena" cioè talmente colma che poi possa traboccare. La volontà di Dio è che noi qui, in questa esistenza terrena, raggiungiamo una pienezza di gioia talmente completa, talmente grande, che possa traboccare, per poi comunicarla agli altri.
Potremmo dire con un termine semplicistico, ma reale, che l'incontro con il Signore ci rende ancora più felici di essere al mondo. L'unica cosa che lui ci chiede è "adesso fa che ogni persona che incontri si senta ancora più felice di essere al mondo".
Allora, non la sofferenza, non la penitenza, non la mortificazione, tutte parole che non appartengono al vocabolario di Gesù, devono essere componenti della vita, ma la gioia! Per ottenere questo ogni discepolo dovrà spendere tutta la vita agendo, lavorando e soprattutto amando, per allontanare le sofferenze e i bisogni dai fratelli(6).
Non è possibile essere seguaci di Gesù e avere certe facce lugubri, certe espressioni tristi, certe figure tetre! Non è possibile. Se una persona è tetra, sia chi sia, significa che non è stata minimamente sfiorata dalla buona notizia di Gesù, ma neanche dall'amore dei fratelli(7).
La religione faceva sì che l'uomo si sentisse sempre in colpa nei confronti di Dio. Presentava un Dio inflessibile, un Dio permaloso, un Dio che ti caricava con tutto un elenco di leggi, di precetti da osservare, e per quanto si cercasse di essere in regola, c'era sempre qualcosa che non si riusciva ad osservare, c'era sempre una mancanza, c'era sempre una colpa; si sentiva sempre in debito, sempre in colpa, con un grande senso di indegnità. La religione rende le persone tristi, perché la religione, con il suo carico di leggi, di prescrizioni, fa sì che l'uomo non si senta mai all'altezza del Signore, gli manca sempre un qualcosa.
Persone che per tutta la vita si sono sentite in colpa ih base a certe norme religiose, persone che hanno schiacciato la propria vita, soffocato la propria affettività per delle interpretazioni erronee del messaggio di Gesù, quando sentono questo è una vera risurrezione! E' una vera rinascita, e veramente la Parola del Signore può compiere miracoli. Questa gioia nasce dal fatto che il credente si sente amato e accettato così com'è, non come lui vorrebbe essere, e neanche come gli altri lo vorrebbero. Ma il Signore lo ama così com'è, perché quest'amore è un amore che non va meritato, ma è un amore che viene regalato.
La gioia di sentirsi tanto amati da Gesù conduce i discepoli a mettersi a servizio degli altri. Ed ecco la relazione nuova, inaudita, che Gesù vuole avere con noi.
"Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando.". E poi continua "Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi.".
"Amicizia", è questa la relazione che Gesù vuole che abbiamo con lui. Amicizia! Non quel rispetto ossequioso verso una divinità, non il servizio verso Dio. L'amicizia presuppone una parità.
Facciamo subito una prova se la nostra relazione con Gesù è di amicizia: in occasione di una caduta, di una colpa, di uno sbaglio, di un peccato, cosa facciamo? Quando si sbaglia nei confronti di un amico, se è un vero amico, neanche attende che noi gli chiediamo scusa, ma è lui per primo che non tollera che tra di noi ci sia questa frattura, questa ruggine. Se è un vero amico sarà lui a venirci incontro, a metterci una mano sulla spalla "và, lascia perdere, è passato, continuiamo ad andare avanti!". Invece quante storie si fanno quando pensiamo di aver sbagliato, di aver peccato, di aver commesso una colpa! Significa che questo rapporto di amicizia fra di noi non c'è. L'amicizia rende la vita del credente serena, rende la vita del credente più ricca.
L'amico è quella persona sulla quale in qualunque momento, in qualunque circostanza, uno sa di poter contare e, soprattutto, è quella persona, l'unica forse, alla quale ci possiamo presentare senza maschera, così come siamo, perché l'amico ci accetta così come siamo. Questa amicizia deriva dalla profonda conoscenza della parola del Padre, che è parola di amore.
"Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga…". Ecco in due parole chiare e semplici descritto lo scopo dell'azione di Gesù: costituire un gruppo di persone attive che diffondano l'amore per gli altri per eliminare le sofferenze e i bisogni dell'umanità; tutto questo non in modo estemporaneo (…oggi mi sento buono e faccio un po' di elemosina…) ma duraturo e costante.
"…perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri." In questa azione di amore verso gli altri Gesù assicura l'assistenza costante del Padre; agire nel nome di Gesù vuol dire avere un alleato fedele e costante su cui contare sempre. Ma la condizione, ribadisce Gesù, è sempre questa: "che vi amiate gli uni gli altri." Questo è il criterio fondante del cristianesimo, ben superiore ai miracoli, alla resurrezione e persino alla croce.
Note: 1. La concezione medioevale della vita contemplativa e di adorazione realizzata attraverso alcune forme di monachesimo, non è prevista nei vangeli, anzi, a ben esaminare, è contraria al pensiero di Gesù. Del resto il monachesimo (maschile o femminile) è nato in ambito buddista ed è stato introdotto nel cristianesimo attraverso i contatti culturali e commerciali tra il mondo orientale e l'Egitto (come nel caso di S. Pacomio e dei cenobiti). – 2. Lo adoperiamo anche nella lingua italiana, per esempio neo-nato: un nuovo bambino che si è aggiunto agli altri, cioè è l'ultimo dei nati. – 3. Questa situazione si è purtroppo ripetuta nel cattolicesimo che ha assunto, dal IX – X secolo in poi, una struttura giuridica simile a quella dell'Impero Romano, che non appartiene al cristianesimo. – 4. E' la stessa situazione che si verifica nel cattolicesimo con l'insegnamento del catechismo che, per la forma in cui viene insegnato, non ammette alternative ed obiezioni anche se, in realtà, ve ne sarebbero moltissime da fare. – 5. Karl Barth (1886-1968) è stato un teologo e pastore riformato svizzero di fama mondiale. – 6. Non desidero, in questa sede, affrontare l'immenso problema del male nel mondo, la cui presenza contraddice la frase di Gesù; voglio solo sottolineare che l'uomo, una volta discepolo di Gesù, ha il compito di combattere il male e adoprarsi con tutti i mezzi, il primo dei quali è l'intelletto e quindi la scienza, ad eliminare il male dal mondo. – 7. Mi diceva un amico missionario: "Prima di parlare di Gesù ad un fratello, riempigli lo stomaco. Solo così ti starà a sentire perché avrà visto in pratica quello che stai per predicare". Il miglior veicolo della buona notizia è l'amore dei fratelli, è vedere che qualcuno si preoccupa di te non per dirti quello che puoi o non puoi fare, ma semplicemente per aiutarti a vivere ed accoglierti per quello che sei senza pretendere di cambiarti.
lunedì 30 aprile 2012
Domenica 6 maggio 2012 – Quinta Domenica di Pasqua
Gv 15,1-8
«Io sono la vite vera e il Padre mio è l'agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.
Il brano di questa domenica è in stretta relazione con quello della lavanda dei piedi (Gv 13,1-15), dimostrazione pratica dell'amore che si esprime nel servizio agli altri. Gesù, dopo aver lavato loro i piedi annunzia ai suoi discepoli: "Io sono la vite vera e il Padre mio è l'agricoltore".
Tra le tante piante(1) a cui riferirsi, Gesù ha scelto la vite. Vuole evidentemente sottolineare la trasmissione della linfa vitale che passa attraverso i rami e si trasforma in frutto. Gesù parla di vera vite(2) e del Padre suo come vignaiolo. Ed ecco la prima dichiarazione di Gesù: "Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia".
E' opportuno collocare questo insegnamento di Gesù all'interno del gesto che ha fatto: Gesù ha lavato i piedi ai discepoli, ha comunicato loro tutto il suo amore attraverso questo servizio. Lui è la vite, la linfa vitale di questo amore si trasmette al tralcio. Ma il tralcio - cioè il componente della comunità cristiana che, pur ricevendo questo servizio d'amore da parte di Gesù, rifiuti di servire gli altri - il tralcio che pur avendo ricevuto nell'eucaristia il Gesù che si fa pane spezzato per noi, a sua volta non si fa pane spezzato per gli altri, dice Gesù: "E' un tralcio completamente inutile".
Il valore della persona risiede tutto nel bene concreto che fa agli altri. Gesù non valuta il valore di una persona per le sue devozioni, per le sue preghiere, per la sua spiritualità, per la lunghezza delle sue orazioni, per l'assiduità della frequenza al culto. Gesù valuta la persona nella sua capacità di mettere la propria vita a servizio degli altri.
L'unico criterio che Gesù ha per indicare il valore di una persona, è la generosità: tutti possono essere generosi. La generosità non dipende dalla cultura, non dipende dalla salute, non dipende nemmeno da quanto uno possiede, perché un atto di compassione non costa denaro.
Gesù, nella sua comunità, vuole tutti Signori; Signore è colui che dà. Non c'è posto per i ricchi: il ricco è colui che ha. Chi tiene per sé, non ha posto nella comunità di Gesù: vi sono tutti Signori, cioè tutti capaci di dare.
Gesù sottolinea che il tralcio, pur restando unito a lui e ricevendo questa linfa vitale del suo servizio e del suo amore, non la trasforma in frutto per gli altri, è inutile. La conseguenza è che il Padre, l'agricoltore, lo taglia.
Nessuno è giudice della crescita e del frutto dei fratelli se non il Padre. Guai chi si sente autorizzato a giudicare il proprio fratello.
Ognuno di noi potrà produrre frutto, ma in tempi e con modalità differenti, perché dipende dalla nostra vita, dipende dal nostro tessuto spirituale, morale, sociale, dipende dalla nostra storia.
Gesù è chiaro: il tralcio non viene eliminato né giudicato dagli altri tralci, non viene eliminato neanche da Gesù, ma dal Padre. Il Padre sa se la linfa, che è ricevuta, porta frutto o non porta frutto e in questo caso lo elimina.
"…ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto…"
Nel testo greco non c'è la parola "potare", ma "purificare". Questa traduzione, assolutamente errata, ha dato origine alle immagini più tremende di Dio: il tralcio che porta frutto il Padre lo pota. Dio vene presentato come un vignaiolo pazzo che va nella vigna e, trovato un bel tralcio carico di frutti, zach, lo taglia.
Chi ha letto S. Agostino conosce questa questione perché Agostino, che è vissuto tra il IV ed il V secolo, e ha potuto leggere i vangeli in una traduzione latina priva dell'influenza penitenziale del IX secolo, parla appunto di "purificare".
Le persone esperte in viticultura sanno che se c'è una attività difficilissima è quella della potatura perché una potatura sbagliata può causare danni irrimediabili alla vite ed inoltre la potatura non va mai fatta durante la fruttificazione.
Sotto la spinta di quella traduzione sbagliata, tutto quello che accadeva di brutto nella vita veniva considerato una potatura che il Signore aveva dato: il Signore, per farti crescere, per farti santificare, ti ha potato, ti ha tolto quel figlio, ti ha tolto la salute, ti ha tolto il coniuge, cioè la sofferenza come strumento di crescita. La croce.
Si diceva, tutti quanti hanno una croce, una prova per dimostrare l'amore che si ha per Dio, la propria fedeltà. E' una immagine che, associata alla volontà di Dio, non poteva non provocare un sordo rancore verso questo Dio assurdo ed inumano che pota le persone e pota gli affetti familiari.
La gente dice: sia fatta la volontà di Dio, quando non riesce a fare altrimenti, quando, di fronte a una malattia, a una situazione brutta, si trova con le spalle al muro: sia fatta la volontà di Dio!! La volontà di Dio coincide sempre con gli avvenimenti tristi della propria esistenza. Veniva spiegato che è il Signore che pota(3).
Gesù non dice che il Padre, il vignaiolo, pota, ma il Padre purifica. L'azione del Padre, importantissima, è la liberazione costante, crescente e progressiva di tutti quegli elementi nocivi che impediscono al tralcio di portare più frutto. E' interesse del vignaiolo che il tralcio porti un frutto sempre più abbondante; quando il Padre individua nel tralcio un elemento nocivo, un qualcosa che gli impedisce di portare più frutto, è lui che toglie l'impedimento, è lui che purifica il tralcio.
Non è l'uomo che deve scrutare se stesso, vedere i propri difetti, impegnarsi attraverso l'ascetismo, individuare le tendenze negative che ha e cercare di estirparle. Nulla di tutto questo. Gesù ci chiede invece questo: voi preoccupatevi soltanto di aumentare il vostro amore e il servizio agli altri. Se c'è qualcosa di negativo nella vostra esistenza, se c'è qualcosa di nocivo, non voi, ma il Padre lo eliminerà. L'individuo non deve più individuare i propri aspetti negativi e cercare di estirparli anche perché può causare dei disastri tremendi nella propria esistenza.
Nella prima lettera a Giovanni, c'è una espressione che è straordinaria, invita ad amare: "Da questo conosceremo che siamo nati dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore" - il cuore, nel mondo ebraico, non è la sede dell'affetto, ma è quella che noi oggi chiamiamo la coscienza – "qualunque cosa esso ci rimprovera, Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa" (1Gv 3,19-20).
E' un'affermazione straordinaria. La nostra coscienza viene modellata dalla morale corrente che ci fa ritenere buone certe cose, negative altre. Ma dice l'autore di questo brano: anche se la tua coscienza ti rimprovera qualcosa, Dio è infinitamente più grande della tua coscienza. Tu preoccupati soltanto di amare. Se nella tua vita ci sono aspetti negativi, non te, non gli altri tralci devono fare i giudici dei fratelli, e neanche Gesù, perché Gesù è comunicazione d'amore, ma sarà compito del Padre la eliminazione costante e progressiva di questi elementi nocivi(4). Se questi elementi rimangono, si vede che, agli occhi del Signore, non sono poi così nocivi.
Questo è un versetto che può dare tanta serenità e cambiare il nostro rapporto con Dio.
Gesù elimina l'idea della perfezione spirituale, quel piedistallo al proprio io al quale non si riesce mai ad arrivare. Occorre mettere via l'idea della perfezione spirituale, e mettersi invece a servizio degli altri in modo immediato e concreto.
Annuncia ancora Gesù: "Voi siete già puri, - cioè liberi - a causa della parola che vi ho annunciato". C'è una purezza iniziale che viene dalla accoglienza del messaggio di Gesù.
E ancora: "Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me".
Qui c'è la grande domanda che dobbiamo avere il coraggio di fare: ma Dio è onnipotente o no? Dipende tutto da noi: nella vite scorre la linfa vitale, se la linfa trova dei tralci che la accolgono, questa si trasforma in frutto, ma se i tralci non sono attaccati alla vite, la vite può avere tutta la linfa vitale che vuole, ma non riesce produrre niente.
E continua Gesù: "Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla". Senza l'amore l'uomo non vale assolutamente niente. L'unica cosa che vale nella vita, è il bene concreto che si è fatto agli altri. Tutto il resto non vale niente.
Avete capito perché Gesù ha parlato proprio di vite? Ora ce lo fa capire: "Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano". Gesù si è rifatto alle immagini della vite, perché nel libro del profeta Ezechiele Dio che dice: "Che pregi ha il legno della vite di fronte a tutti gli altri legni della foresta? Si adopera forse quel legno per farne un oggetto?" (Ez 15,2-3).
Il legno della vite è inutilizzabile, perché non ci si può fare un manico, un piolo, un appendiabilti, qualcosa che possa servire. Il legno della vite è buono soltanto per trasportare e trasmettere la linfa, ma non serve assolutamente ad altro e va bruciato. Gesù si rifà a questa immagine della vite perché dice: "il tralcio ha valore soltanto nella misura che riesce a produrre frutto, altrimenti non vale niente, lo gettano nel fuoco e lo bruciano".
Gesù ha scelto un albero che o porta frutto o non serve assolutamente a niente: la nostra esistenza è fatta per portare frutto agli altri, in caso contrario la nostra è un'esistenza fallita. La persona vale e cresce nella misura che generosamente si è donata agli altri, perché il criterio di crescita e il valore della persona per Gesù è la generosità. Generosi tutti possono esserlo, meno una categoria di persone: i ricchi. I ricchi non possono essere generosi, perché se fossero generosi, non sarebbero ricchi.
"Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto". Noi siamo molto abili nel selezionare le parti del vangelo che ci interessano e chissà perché abbiamo imparato benissimo la seconda parte di questo versetto: chiedete quel che volete e vi sarà dato. Però ci siamo dimenticati quella condizione: se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi. Infatti c'è il rischio di persone che sono devote di Gesù, persone entusiaste di Gesù e della sua figura, hanno una devozione verso Gesù, ma non pensano minimamente di lasciare trasformare la propria esistenza dal suo messaggio. Per loro Gesù è un'immagine, un idolo, o Dio senza ombra di dubbio, a cui dare una devozione affettiva. Ma non pensano minimamente di lasciare trasformare la propria esistenza dall'insegnamento di Gesù. Gesù per evitare questo pericolo dice: se dimorate in me e le mie parole rimangono in voi…..
Non basta dare adesione a Gesù, bisogna che le sue parole modifichino la nostra esistenza. Se dopo tanti anni di ascolto del messaggio di Gesù, di conoscenza del vangelo, la nostra vita non è stata modificata, significa che non è stata data adesione a Gesù.
Gesù assicura: se ci sono queste condizioni, chiedete quel che volete e vi sarà dato, perché, continua Gesù, "In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli".
Qui Gesù tocca un altro dei punti vitali, delicati della religione. Nella religione la gloria di Dio si manifesta nella magnificenza di un tempio, di un culto, di una celebrazione: più una cosa luccica, più è straordinaria, lì si manifesta la gloria di Dio.
Gesù dice no! In questo - ed è la parola di Dio stesso – in questo glorificate il Padre mio: "che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli". La gloria di Dio non si manifesta nello splendore, nelle azioni straordinarie, nelle ricchezze. La gloria di Dio si manifesta in un individuo, in una comunità che aumenta la sua capacità d'amore. Essendo Dio amore, la sua gloria si può manifestare soltanto nell'amore.
Note: 1. L'esegesi riportata è stata liberamente tratta dalla conferenza dal titolo "Il Padre non pota, libera" tenuta da P. Alberto Maggi il 16 ottobre 2009 presso l'Aula magna della Facoltà Teologica Valdese di Roma. – 2. Frase in evidente polemica con le concezioni del tempo: per gli isreaeliti la vite era una delle piante con cui identificavano Isreaele; dichiarandosi "vera" vite Gesù definisce, in pratica, "falsa" l'immagine di Israele popolo eletto. – 3. Questa concezione assurda di un Dio assetato di sofferenze, desideroso di contrastare la felicità dell'uomo, non è cristiana, ma è stata introdotta in occidente attraverso due correnti di pensiero pagane, il neo-platonismo greco con l'identificazione del corpo con il male, e il concetto penitenziale celtico importato da Carlo Magno nel IX secolo. 4. Ho avuto la possibilità di verificare personalmente i danni creati da un confessore entrato con gli scarponi chiodati nella coscienza di un penitente, distruggendo tutto il buono che vi era in quella persona "a maggior gloria di Dio" facendola allontanare definitivamente dalla fede. Aveva ragione, una volta tanto, Agostino a definire assurda e blasfema la pretesa di imporre la confessione orale da uomo ad uomo.
