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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


martedì 22 maggio 2012

Domenica 27 maggio 2012 – Pentecoste

Gv 15,26-27;16,12-15

Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.

Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.

 

Nel secondo discorso d'addio(1) del vangelo di Giovanni (capp. 15 e 16), dopo aver messo in luce gli effetti positivi del rapporto che ha stabilito con i suoi discepoli, Gesù mostra loro come esso sia destinato ad attirare su di essi l'odio del mondo. Egli sottolinea come questo odio non sia altro che il prolungamento di quello che il mondo ha avuto nei suoi confronti, che a sua volta è espressione del rifiuto colpevole che esso ha opposto a Dio (Gv 15,18-25). All'odio del mondo si oppone però la testimonianza dello Spirito e quella dei discepoli stessi, i quali sono stati con Gesù fin dal principio (Gv 15,26-27); il discorso sulla venuta dello Spirito è ripreso poi in Gv 16,12-13.

Per celebrare la solennità della Pentecoste il liturgista ha costruito il brano di questa domenica cucendo insieme le due parti del vangelo di Giovanni nelle quali Gesù parla di Spirito, non tanto descrivendo la sua essenza, quanto parlando della sua azione.

Anche il Catechismo della Chiesa Cattolica preferisce non definire lo Spirito se non rifacendosi alla definizione trinitaria (cfr. n. 685) e si limita a descriverne le attività.

Per avere una definizione di Spirito occorre rivolgersi ai teologi di questi ultimi anni che, superando le definizioni dogmatiche che sono fortemente limitative nel significato e nella comprensione(2) a fronte degli sviluppi del pensiero moderno, salgono a più alti livelli cercando la diretta sorgente dello Spirito:

"A eccezione dell'uomo, tutti gli esseri viventi nell'espressione della loro energia sono determinati dalla massa corporea. Anche l'energia libera rispetto alla massa corporea che produce il movimento che chiamiamo vita si esprime comunque in modo necessitato, perché è la natura che comanda e che guida mediante gli istinti. Da parte dei viventi non umani non c'è nessuna possibilità di porre qualcosa di imprevedibile, di creativo, di trasgressivo-innovativo. e infatti ripetono oggi quello che facevano all'inizio della loro comparsa sulla terra (a meno che la mutazione dell'ambiente non li abbia costretti a loro volta a mutare, ma anche in questo caso si tratta comunque di mutazioni indotte per necessità, non spontanee, non libere).

Anche gli uomini, per quanto attiene alle strutture basilari del loro essere naturale, ripetono oggi esattamente quello che facevano all'inizio della loro comparsa sulla terra, ma c'è qualcosa di più. Questo «di più» presente nel fenomeno umano è ciò che ha permesso lo sviluppo della civiltà in tutte le molteplici manifestazioni, talora nel male, ma perlopiù nel bene. Questo surplus rispetto alla dimensione biologica che abita il fenomeno uomo si chiama libertà se lo si analizza in senso dinamico («pragmatico», direbbe Kant), oppure spirito se lo si analizza in senso ontologico."(3)

Ecco quindi che lo Spirito è insito nella natura stessa dell'uomo, connaturato alla vita che è dono di Dio, anzi, è la vita di Dio, la sua espressione amorevole nei confronti di ogni uomo. Questa constatazione fa comprendere come il racconto dell'evento pentecostale (At 2,2-4) non si riferisce ad un evento storico, bensì all'effetto che l'amore di Dio ha su ogni uomo per aiutarlo a comprendere sia il senso della vita nel mondo che il suo fine ultimo.

Ecco perché Gesù, in questi due brani, chiama lo Spirito con il nome di Paraclito, tradotto normalmente con il termine «consolatore», che accompagna l'uomo nelle difficoltà della vita(4).

"Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me;…"

Come indica l'espressione «Spirito della verità, che procede dal Padre», la funzione dello Spirito è collegata all'attività rivelatrice di Gesù. Perciò la missione dello Spirito dipende da Gesù che lo manderà «dal» Padre. Egli avrà il compito di rendergli testimonianza nel mondo e di confermare la validità della sua predicazione. Lo Spirito, tuttavia, procede dal Padre, in quanto la sua missione nel mondo, in unione con quella del Cristo, ha la sua origine nell'iniziativa salvifica del Padre.

Gesù prosegue: "…e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio". I discepoli testimonieranno in favore di Gesù tenendo vivo, mediante il rapporto vitale con lui, il suo messaggio e attuando il suo progetto. La loro testimonianza quindi non sarà costituita solo da parole, ma anche e soprattutto da opere, che rappresentano il «frutto» della loro unione con lui. La testimonianza dei discepoli non è separata da quella dello Spirito, perché questi parlerà per bocca loro (cfr. Mc 3,11 e At 5,3.32;15,28). È attraverso i discepoli che lo Spirito testimonierà in favore di Gesù, dimostrando la fondatezza (la verità) della sua parola.

Da notare che nelle parti tralasciate dal liturgista, la testimonianza dello Spirito è preceduta e seguita da un riferimento alle persecuzioni contro i discepoli (cfr. Gv 15,18-25;16,1-4a). Lo Spirito avrà il compito di assistere i discepoli nella proclamazione del vangelo, rendendola efficace e convincente. Essi saranno quindi i mediatori e gli strumenti della missione o testimonianza che lo Spirito renderà a Gesù.

Sempre nei versetti non riportati nel brano liturgico, dopo aver concluso il tema della persecuzione che attende i discepoli, Gesù riprende a parlare dello Spirito che egli invierà dopo essere ritornato al Padre. Egli afferma anzitutto che il compito dello Spirito sarà quello di convincere il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio: il peccato consiste nel non credere in lui, la giustizia nel fatto che egli va al Padre, e il giudizio nel fatto che il principe di questo mondo è stato condannato (cfr. Gv 16,8-9). In altre parole lo Spirito, mostrando nella vita dei discepoli la realtà della giustizia (fedeltà5) di Dio rivelata nel ritorno di Gesù al Padre, smaschera di riflesso il peccato di coloro che l'hanno rifiutato e al tempo stesso sconfigge il desiderio di potere(6) che l'ha provocato.

Nella restante parte del testo liturgico, Gesù prosegue poi osservando "Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso".

Questa frase funge da transizione con il brano seguente, nel quale lo Spirito viene presentato nella suo ruolo di guida dei discepoli. Essa sembra in contrasto con quello che Gesù aveva detto poco prima: «Vi ho detto amici, poiché vi ho fatto conoscere tutto ciò che ho udito dal Padre mio» (Gv 15,15). Questo contrasto si illumina distinguendo due fasi della rivelazione, quella connessa con la sua vita terrena e quella successiva al suo ritorno al Padre. La prima ora sì completa, ma era rimasta oscura ed enigmatica per l'incapacità dei discepoli a coglierne il senso profondo.

Gesù sta preparando i discepoli a quello che accadrà, soprattutto alla sua passione. Sa che, una volta soli, si troveranno in balia degli eventi e sa, soprattutto, che i discepoli non hanno compreso molto del suo messaggio(7). È questo un dato caratteristico del vangelo di Giovanni, presente, sia pure con minore intensità, anche negli altri vangeli: la incapacità di comprendere dei discepoli(8).

Essi sono ancorati ancora alla tradizione del pensiero ebraico, quello che attendeva il Messia re, il condottiero che avrebbe ricostruito e liberato Israele, un uomo possente ed invincibile: come è possibile che questo uomo venga messo a morte? E sopratutto, che cosa vuole dire quando parla di risurrezione(9)?

Gesù vorrebbe approfondire il proprio insegnamento, rendere i discepoli protetti dai problemi che incontreranno e dalle persecuzioni cui andranno incontro(10), ma i discepoli non sono in grado di seguirlo su questa strada; potranno solo farlo quando il Padre manderà il suo Spirito.

"Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future."

È la quinta ed ultima promessa del Paraclito; egli dovrà guidare i discepoli in futuro, illuminandoli sulla pienezza della "verità"(11), cioè facendo comprendere la rivelazione di Cristo in tutte le sue dimensioni, mostrando loro che sono giunte a compimento le Scritture e svelando il senso ultimo della storia della salvezza.

Nell'AT JHWH è descritto come pastore e guida del popolo di Israele nell'esodo dall'Egitto; Gesù si è proclamato buon Pastore che conduce le sue pecore (Gv 10,16); ora è lo Spirito della verità che viene presentato come colui che guida i discepoli alla piena verità.

Lo Spirito non ha il compito di annunziare cose nuove, che servano ad integrare o ampliare quanto Gesù ha già detto, ma di dare una più piena e personale comprensione delle parole di Gesù. La sua funzione specifica sarà quella di far assimilare ai discepoli la rivelazione di Gesù, per abilitarli alla loro missione.

"Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà."

Gesù conclude osservando che lo Spirito lo glorificherà, poiché riceverà del suo e lo annunzierà ai discepoli; e specifica che ciò deve avvenire perché tutto quello che il Padre possiede è suo. Per la sua intima unione con il Padre, Gesù è stato il rivelatore per eccellenza del Padre e la guida verso di lui; Gesù aveva svolto la sua missione di glorificare il Padre annunziando e attuando il suo disegno di salvezza; di riflesso lo Spirito santo «glorificherà» Gesù manifestando la sua grandezza alla destra del Padre.

Con l'andare del tempo, sulla scorta dai ricordi ricevuti dai primi testimoni e illuminati dalle esperienze fatte, i credenti hanno capito sempre meglio non solo la persona di Gesù, ma anche le implicazioni del suo insegnamento nelle nuove situazioni in cui venivano a trovarsi. Questo progresso nella conoscenza è stato attribuito da Giovanni, e in genere dal cristianesimo primitivo, all'opera dello Spirito, in cui trova forma l'attrattiva profonda che l'esempio e le parole di Gesù hanno esercitato nei credenti. Il vangelo di Giovanni è esso stesso un tentativo di esprimere la vita e l'insegnamento di Gesù alla luce di questa nuova e più profonda comprensione che è data dallo Spirito. Perciò è chiamato "vangelo spirituale".

 

Note: 1. L'esegesi che segue è stata redatta utilizzando parte di un articolo pubblicato su Nicodemo.net da P. Alessandro Sacchi. – 2. L'aver vincolato la dottrina in dogmi immutabili è una grande palla al piede del cattolicesimo. Questo fatto ha impedito lo sviluppo libero del pensiero teologico nell'ambito della Chiesa cattolica e quindi lo sviluppo della fede verso più alti stadi di spiritualità, favorendo l'allontanamento delle menti migliori. – 3. Vito Mancuso, Io e Dio, Garzanti Ed., 2011, pag. 422. – 4. Il termine greco Parakletos (che solo in Giovanni designa lo Spirito Santo), può essere tradotto con il termine Consolatore, ma il suo significato originario è "avvocato", "difensore", "intercessore". Il termine evoca anche il proclamatore della sinagoga che, dopo aver compreso il testo biblico, lo spiega a tutti ("vi insegnerà ogni cosa"). La traduzione con il termine Consolatore è più vicina al contesto dei discorsi dell'addio, in quanto si dice che lo Spirito rimarrà con i discepoli, quasi a "consolarli". – 5. Ricordo che nella mentalità ebraica la parola "giustizia" non indica un'attività di giudizio con conseguente assoluzione o condanna come noi la intendiamo, ma semplicemente la fedeltà alla parola data. – 6. Ricordo inoltre che in tutti i vangeli quando si parla di principe di questo mondo ma anche di satana, diavolo o demonio, si intende sempre il potere o il desiderio di potere sugli altri. – 7. Basti come esempio quello che poco prima ha chiesto Filippo (Gv 14,8): "Mostraci il Padre e ci basta". – 8. In At 1,1-8 Luca, a dimostrazione di questa difficoltà a comprendere, pospone l'ascensione di Gesù di quaranta giorni durante i quali egli ripropone ai discepoli tutto il suo messaggio, in una sorta di "ripetizione" generale. – 9. È evidente l'incapacità dei discepoli di accettare la resurrezione, nonostante che gli ultimi libri della Bibbia, scritti poco più di un secolo prima e noti a tutto il popolo che frequentava le sinagoghe, avessero presentato questa possibilità come il destino comune a tutti. A scusante dei discepoli, bisogna però dire che erano occorsi più di 18 secoli prima che il popolo ebreo arrivasse a concepire, sotto la spinta della filosofia platonica ed aristotelica, una vita dopo la morte; per cui pensare che in un secolo si arrivasse ad accettare anche la risurrezione era certamente superiore alle povere forze di un gruppo di pescatori galilei. – 10. In questa parte del Vangelo di Giovanni si riflette la situazione della comunità cristiana che, verso la fine del primo secolo (periodo nel quale è stato divulgato il Vangelo di Giovanni) sperimenta la persecuzione da parte dei Romani e dei Giudei. Infatti verso il 90 d.C. i cristiani sono espulsi dalle sinagoghe, mentre già dal 64 d.C., sotto il regno di Nerone (54-68 d.C.), erano iniziate a Roma le persecuzioni. – 11. Nella concezione ebraica la verità non è un concetto assoluto (oggi diremmo concetto etico-filosofico), ma rappresenta il contenuto del patto tra Dio e gli uomini; in questo caso si tratta del nuovo patto o alleanza sancita dal sacrificio della croce.

lunedì 14 maggio 2012


Domenica 20 Maggio 2012 – Ascensione del Signore
Mc 16,15-20
E disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».
Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

Il brano che il liturgista ci propone questa domenica non appartiene a Marco. ll vangelo di Marco(1) termina bruscamente con la scoperta del sepolcro vuoto di Gesù da parte delle donne, le quali, pur avendo incontrato un angelo che le informa della risurrezione di Gesù, fuggono terrorizzate (Mc 16,1-8).
L'ultimo brano del vangelo (Mc 16,9-20), così come oggi lo conosciamo, contiene un resoconto degli eventi che hanno fatto seguito alla risurrezione di Gesù. Questo brano è stato chiamato "finale canonica", in quanto la Chiesa ha dichiarato che esso è ispirato e quindi è parte integrale delle Scritture; in realtà, però, per motivi sia letterari che testuali, il brano non è stato evidentemente composto da Marco, ma è stato aggiunto successivamente, presumibilmente circa un secolo dopo che il vangelo era stato completato(2).
In questo brano si accenna ad alcune notizie riportate da Giovanni e dagli altri due sinottici. È improbabile che questi ultimi abbiano conosciuto il testo scomparso di Marco e ne abbiano rielaborato ciascuno una parte, mentre è verosimile che un autore sconosciuto, non contento della finale di Marco, abbia voluto aggiungere qualche dato sulle apparizioni di Gesù riprendendolo dagli altri vangeli.
In questa finale aggiunta si narrano anzitutto due apparizioni del Risorto, l'una a Maria Maddalena e l'altra a due discepoli innominati (Mc 16,9-13); segue poi l'apparizione agli undici ai quali viene conferito dal Risorto il mandato missionario (Mc 16,14-18); come conclusione viene riportato un breve cenno all'ascensione di Gesù e al compimento da parte dei discepoli della missione ricevuta (Mc 16,19-20).
Il brano era forse originariamente un testo kerygmatico(3), nel quale venivano presentati in sintesi gli eventi pasquali. Si tratta di un testo molto antico, noto già a Taziano(4) e a Ireneo(5) (II sec.), che a ragione è stato definito "un'autentica reliquia della prima generazione cristiana(6)".
La liturgia tralascia i vv. 9-14 e propone alla lettura solo le due ultime parti del brano.
"E disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato…"
Dopo essere apparso a singoli individui, Gesù si presenta agli undici e conferisce loro il mandato missionario. L'evento ha luogo proprio nel momento in cui essi si trovano a mensa. Questo dettaglio, riportato anche da Luca (Lc 24,36.41-42; At 1,4), ricollega l'apparizione di Gesù con la celebrazione della cena, durante la quale i primi cristiani facevano essi pure l'esperienza del Risorto(7); Matteo parla invece di un incontro di Gesù risorto con gli undici su un monte della Galilea (Mt 28,16).
Il messaggio di Gesù agli undici riguarda anzitutto la missione universale: questo mandato inizia in modo simile a quello riportato da Matteo (Mt 18,19) che usa la parola greca poreuthentes = andando, ma subito si distacca da esso. Matteo infatti riferisce che Gesù comandò loro di ammaestrare (matheteuô = fare discepoli) tutte le nazioni (in greco panta ta ethnê). Secondo l'autore di questo brano invece i discepoli devono andare in tutto il mondo (eis ton kosmon apanta) e predicare, proclamare (kêryssô) il vangelo a tutte le creature (pasêi têi ktisei)(8). Questa espressione è più ampia di quella utilizzata da Matteo, perché in essa i discepoli sono inviati non solo ai gentili, ma a tutta l'umanità. E' evidente che si riflette qui l'esperienza della comunità dello scrittore che sente l'urgenza di allargare i destinatari del messaggio di Gesù, vista la rapidità di diffusione che si è avuta in quegli anni in ambiente greco-romano.
Infine, invece del comando matteano di battezzare (tutte le nazioni) e di insegnare loro a osservare ciò che Gesù ha insegnato (Mt 28,19-20) in questo brano si afferma che "Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato". La fede e il battesimo sono quindi condizioni indispensabili per la salvezza. Queste condizioni riguardano chiaramente solo coloro a cui è giunta la predicazione, e non coloro che per qualsiasi ragione non hanno potuto ascoltarla, mentre la fede richiesta ha per oggetto il vangelo (cfr. Mc 1,14-15). È significativo che nella seconda metà della frase la condanna venga minacciata non a chi non si fa battezzare, ma solo a chi non crede: resta così aperta una possibilità di salvezza anche per coloro che non sono stati battezzati, pur avendo ricevuto la predicazione del vangelo e avendo creduto in esso.
Da notare come, in opposizione alle parole di Gesù come noi le conosciamo riportate dai quattro vangeli, qui si inserisce la parola condanna dietro la quale compare la concezione giuridica della religione ebraica, evidente espressione della tradizione antica ancora presente nella comunità dello scrivente.
"Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno»".
Dopo il mandato missionario, l'autore elenca i segni che accompagneranno coloro che credono; in questa frase viene ripreso Mc 6,13, con l'aggiunta di alcuni compiti che si richiamano a episodi degli Atti: il parlare nuove lingue, che si riferisce al miracolo di Pentecoste (At 2,1-11) e il prendere in mano i serpenti, allusione questa all'episodio di Paolo, morsicato da una vipera e rimasto miracolosamente illeso (At 28,3-6); non ha riscontro invece da nessuna parte il bere veleni senza averne danno. Infine le guarigioni avvengono per l'imposizione delle mani dei discepoli e non, come in Mc 6,13, in forza dell'unzione praticata su di loro. Come per Gesù, anche per i discepoli l'intervento a favore dei sofferenti, siano essi indemoniati o malati, è il segno di una salvezza che, partendo dall'intimo della persona, coinvolge anche tutti gli aspetti della sua vita fisica.
"Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio."
Il narratore termina il suo resoconto descrivendo in breve la conclusione della vicenda di Gesù; in questo versetto è significativo l'uso, quasi sempre assente in Marco, del termine Signore riferito a Gesù. L'accenno all'ascensione richiama Lc 24,51 e At 1,2.9, con l'aggiunta però che Gesù è andato a sedersi alla destra di Dio (cfr. Sal 110,1): con la sua ascensione si completa dunque il suo cammino terreno ed egli, a riprova dell'efficacia della sua opera, viene fatto partecipe della regalità stessa di Dio.
"Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano."
Nuova è la notizia della partenza degli undici, mentre l'accenno al Signore che "agiva insieme con loro" allude alla conclusione del vangelo Matteo (Mt 28,20: "Io sono con voi..."). L'osservazione secondo cui il Signore confermava la parola dei discepoli mediante i segni che l'accompagnavano è una conferma di quanto detto nel precedente v. 17.
In questo brano si mette in luce come la risurrezione di Gesù comporti, per sua esigenza intrinseca, la missione universale. Lo hanno visto bene gli altri evangelisti, che ne hanno fatto il contenuto essenziale del mandato consegnato dal Risorto agli undici discepoli. Nella sua stesura originaria il vangelo di Marco non menzionava questo mandato: probabilmente per Marco Gesù stesso, recandosi tra i gentili durante la sua vita terrena, ha iniziato la loro evangelizzazione, lasciando ai suoi discepoli il compito di portarla a termine. Nella finale canonica questo mandato viene esplicitato in sintonia con gli altri vangeli.
La caratteristica specifica del mandato missionario in Mc 16,15-20, sta nel fatto che viene riportata una serie di segni che accompagneranno coloro che credono: tra essi i più importanti sono quelli di scacciare i demoni e guarire i malati. L'autore del brano sottolinea che effettivamente è avvenuto così. Questa sottolineatura mostra chiaramente che la salvezza annunziata dai missionari si manifesta fin d'ora in un cambiamento che riguarda sia la società (espulsione dei demoni = convincimento o allontanamento degli oppositori) che l'individuo (guarigione = conversione). È proprio questa trasformazione che testimonia l'attendibilità del vangelo e in ultima analisi garantisce la presenza in questo mondo del Risorto, il quale dimostra così di essere diventato veramente partecipe del potere stesso di Dio.
Note: 1. L'esegesi che segue è una libera rielaborazione di un articolo apparso su Nicodemo.net redatto da P. Alessandro Sacchi. – 2. Si conoscono almeno altre due finali del vangelo di Marco redatte in tempi differenti e conosciute a partire dal II secolo. Probabilmente la finale redatta da Marco è scomparsa per motivi ignoti poco dopo la stesura, costringendo i lettori a sostituirla con redazioni proprie per colmare la lacuna. – 3. La parola, direttamente derivata dal greco, significa testo usato per l'annuncio. – 4. Taziano, noto soprattutto come Taziano il Siro o Tatiano (Assiria, circa 120 d.C. – circa 180 d.C.), è stato un teologo e filosofo siriano, o più precisamente assiro. Fu allievo di San Giustino martire, poi, deviando dall'ortodossia, divenne eresiarca della setta gnostica degli Encratiti. – 5. Ireneo (Smirne 130 d.C. – Lione 202 d.C.) è stato un vescovo e teologo greco. La Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa lo venerano come santo e lo considerano uno dei Padri della Chiesa. – 6. Frase espressa da Henry Barklay Swete (1835 – 1917) che è stato un teologo anglicano le cui opere sono ancora oggi fondamentali per tutto il cristianesimo cattolico, ortodosso e riformato. – 7. Da notare che nel versetto precedente (Mc 16,14), tagliato dal liturgista, il narratore sottolinea che Gesù rimprovera i discepoli per la loro incredulità e ostinazione, perché non avevano creduto a coloro che lo avevano visto risorto. Il rimprovero rivolto agli undici non si trova altrove, mentre il persistere della loro incredulità nel momento stesso dell'apparizione è messo in risalto sia da Matteo (Mt 28,17) che da Luca (Lc 24,41). Il narratore probabilmente raccoglie le difficoltà a credere della comunità a cui appartiene e, coinvolgendo gli undici, giustifica e spinge a credere i propri confratelli. – 8. Risuonano qui tre testi importanti di Marco, riguardanti la predicazione di Gesù (Mc 1,14) e la missione universale affidata ai discepoli (Mc 13,10; 14,9): come Gesù ha predicato il vangelo in Galilea, così i discepoli devono ora annunziarlo in tutto il mondo, a tutte le creature.

lunedì 7 maggio 2012

Domenica 13 maggio 2012 – Sesta domenica di Pasqua.

Gv 15, 9-17

Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.

Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.

 

 

Il brano di questa domenica è la continuazione di quello di domenica scorsa, nel quale Gesù ha definito se stesso la vera vite, mentre i discepoli di ogni tempo sono i tralci.

"Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi." Il Padre ha amato Gesù attraverso il dono dello Spirito. "Rimanete nel mio amore". Gesù ci invita a una identità e comunione con Dio che è quella che produce una fusione con la divinità. Dio si è fatto uomo perché l'uomo diventi Dio.

Non c'è più un Dio verso cui andare, ma andare verso gli altri con Dio e come Dio, rimanendo in quest'amore, senza rimanere in una situazione contemplativa(1), ma in una azione dinamica verso gli altri.

"Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore,…". Qui sorgono i primi problemi. Nella cena, capitolo 13 dello stesso vangelo, Gesù ha detto "Vi lascio un comandamento nuovo", uno. Perché adesso Gesù parla al plurale? Anzitutto vediamo cos'è che Gesù lascia: Gesù non lascia un nuovo comandamento, ma un comandamento nuovo.

Il termine "nuovo" nella lingua greca si esprime in due maniere: una che indica ciò che è nuovo in quanto aggiunto nel tempo, "neos"(2). Vi è un altro termine greco che significa sempre "nuovo", "kairos", e non indica un qualcosa aggiunto nel tempo, ma una cosa nuova in quanto di qualità migliore e che quindi sostituisce tutto il resto. Quest'ultimo termine è quello usato dall'evangelista, per cui Gesù non dice "vi lascio un nuovo comandamento", cioè avete già quelli di Mosè, adesso vi aggiungo il mio, ma "vi lascio un comandamento nuovo", cioè un comandamento migliore che eclissa tutti gli altri: "Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi.".

E' sorprendente che Gesù comandi l'unica cosa che non può essere comandata all'uomo: agli uomini potete comandare di tutto: di obbedirvi, di servirvi, ma non potete comandare di amare, perché l'amore è un fatto interiore. Tu potrai comandarmi di obbedirti, e ti dovrò obbedire; di servirti, e farò tutto quello che vuoi; ma non potrai comandarmi di volerti bene. Io ti obbedirò, ma ti odierò dentro di me; ti servirò, ma penserò che fai schifo.

Gesù è costretto a chiedere di amare, e questa richiesta la deve chiamare comandamento a causa della connotazione prettamente giuridica della religione ebraica(3) di cui sono impregnati, anzi inzuppati, i discepoli.

L'invito di Gesù all'amore reciproco viene da lui chiamato "comandamento" per sostituirlo e anteporlo ai dieci comandamenti di Mosè, altrimenti i discepoli non potrebbero comprenderlo e, soprattutto, prenderlo in seria considerazione perché così sono stati educati(4).

Non solo: questo unico comandamento viene nominato al plurale per far risaltare la sostituzione di tutta la Torah, la legge, composta da una miriade di comandamenti.

"…come io ho amato voi.". Avete notato che Gesù non dice "come io vi amerò", cioè l'amore totale definitivo della croce, ma "come io vi ho amato". Gesù si riferisce alla lavanda dei piedi dei discepoli: li ha amati servendoli; l'amore non è reale se non si traduce in servizio verso gli altri.

"Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena." Attenzione: in questa frase c'è la vera essenza del cristianesimo, della vera sequela a Gesù. Questa è davvero la volontà di Dio.

Purtroppo, in passato, per delle deformazioni del messaggio di Gesù, la parola "Dio" è stata associata più al dolore che alla felicità, più alla sofferenza che alla gioia.

Forse sono cattivo, ma se a certi teologi togliete il dolore, la sofferenza e il dispiacere, non sanno più come parlare di Dio. C'è una frase di Karl Barth(5), che afferma: "un teologo senza gioia non è un vero teologo".

Dai Vangeli appare che la gioia, cioè la felicità dell'uomo, appartiene alla volontà di Dio. Dio vuole che l'uomo sia nella gioia. Ma non un gioia normale, una gioia "piena" cioè talmente colma che poi possa traboccare. La volontà di Dio è che noi qui, in questa esistenza terrena, raggiungiamo una pienezza di gioia talmente completa, talmente grande, che possa traboccare, per poi comunicarla agli altri.

Potremmo dire con un termine semplicistico, ma reale, che l'incontro con il Signore ci rende ancora più felici di essere al mondo. L'unica cosa che lui ci chiede è "adesso fa che ogni persona che incontri si senta ancora più felice di essere al mondo".

Allora, non la sofferenza, non la penitenza, non la mortificazione, tutte parole che non appartengono al vocabolario di Gesù, devono essere componenti della vita, ma la gioia! Per ottenere questo ogni discepolo dovrà spendere tutta la vita agendo, lavorando e soprattutto amando, per allontanare le sofferenze e i bisogni dai fratelli(6).

Non è possibile essere seguaci di Gesù e avere certe facce lugubri, certe espressioni tristi, certe figure tetre! Non è possibile. Se una persona è tetra, sia chi sia, significa che non è stata minimamente sfiorata dalla buona notizia di Gesù, ma neanche dall'amore dei fratelli(7).

La religione faceva sì che l'uomo si sentisse sempre in colpa nei confronti di Dio. Presentava un Dio inflessibile, un Dio permaloso, un Dio che ti caricava con tutto un elenco di leggi, di precetti da osservare, e per quanto si cercasse di essere in regola, c'era sempre qualcosa che non si riusciva ad osservare, c'era sempre una mancanza, c'era sempre una colpa; si sentiva sempre in debito, sempre in colpa, con un grande senso di indegnità. La religione rende le persone tristi, perché la religione, con il suo carico di leggi, di prescrizioni, fa sì che l'uomo non si senta mai all'altezza del Signore, gli manca sempre un qualcosa.

Persone che per tutta la vita si sono sentite in colpa ih base a certe norme religiose, persone che hanno schiacciato la propria vita, soffocato la propria affettività per delle interpretazioni erronee del messaggio di Gesù, quando sentono questo è una vera risurrezione! E' una vera rinascita, e veramente la Parola del Signore può compiere miracoli. Questa gioia nasce dal fatto che il credente si sente amato e accettato così com'è, non come lui vorrebbe essere, e neanche come gli altri lo vorrebbero. Ma il Signore lo ama così com'è, perché quest'amore è un amore che non va meritato, ma è un amore che viene regalato.

La gioia di sentirsi tanto amati da Gesù conduce i discepoli a mettersi a servizio degli altri. Ed ecco la relazione nuova, inaudita, che Gesù vuole avere con noi.

"Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando.". E poi continua "Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi.".

"Amicizia", è questa la relazione che Gesù vuole che abbiamo con lui. Amicizia! Non quel rispetto ossequioso verso una divinità, non il servizio verso Dio. L'amicizia presuppone una parità.

Facciamo subito una prova se la nostra relazione con Gesù è di amicizia: in occasione di una caduta, di una colpa, di uno sbaglio, di un peccato, cosa facciamo? Quando si sbaglia nei confronti di un amico, se è un vero amico, neanche attende che noi gli chiediamo scusa, ma è lui per primo che non tollera che tra di noi ci sia questa frattura, questa ruggine. Se è un vero amico sarà lui a venirci incontro, a metterci una mano sulla spalla "và, lascia perdere, è passato, continuiamo ad andare avanti!". Invece quante storie si fanno quando pensiamo di aver sbagliato, di aver peccato, di aver commesso una colpa! Significa che questo rapporto di amicizia fra di noi non c'è. L'amicizia rende la vita del credente serena, rende la vita del credente più ricca.

L'amico è quella persona sulla quale in qualunque momento, in qualunque circostanza, uno sa di poter contare e, soprattutto, è quella persona, l'unica forse, alla quale ci possiamo presentare senza maschera, così come siamo, perché l'amico ci accetta così come siamo. Questa amicizia deriva dalla profonda conoscenza della parola del Padre, che è parola di amore.

"Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga…". Ecco in due parole chiare e semplici descritto lo scopo dell'azione di Gesù: costituire un gruppo di persone attive che diffondano l'amore per gli altri per eliminare le sofferenze e i bisogni dell'umanità; tutto questo non in modo estemporaneo (…oggi mi sento buono e faccio un po' di elemosina…) ma duraturo e costante.

"…perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri." In questa azione di amore verso gli altri Gesù assicura l'assistenza costante del Padre; agire nel nome di Gesù vuol dire avere un alleato fedele e costante su cui contare sempre. Ma la condizione, ribadisce Gesù, è sempre questa: "che vi amiate gli uni gli altri." Questo è il criterio fondante del cristianesimo, ben superiore ai miracoli, alla resurrezione e persino alla croce.

 

Note: 1. La concezione medioevale della vita contemplativa e di adorazione realizzata attraverso alcune forme di monachesimo, non è prevista nei vangeli, anzi, a ben esaminare, è contraria al pensiero di Gesù. Del resto il monachesimo (maschile o femminile) è nato in ambito buddista ed è stato introdotto nel cristianesimo attraverso i contatti culturali e commerciali tra il mondo orientale e l'Egitto (come nel caso di S. Pacomio e dei cenobiti). – 2. Lo adoperiamo anche nella lingua italiana, per esempio neo-nato: un nuovo bambino che si è aggiunto agli altri, cioè è l'ultimo dei nati. – 3. Questa situazione si è purtroppo ripetuta nel cattolicesimo che ha assunto, dal IX – X secolo in poi, una struttura giuridica simile a quella dell'Impero Romano, che non appartiene al cristianesimo. – 4. E' la stessa situazione che si verifica nel cattolicesimo con l'insegnamento del catechismo che, per la forma in cui viene insegnato, non ammette alternative ed obiezioni anche se, in realtà, ve ne sarebbero moltissime da fare. – 5. Karl Barth (1886-1968) è stato un teologo e pastore riformato svizzero di fama mondiale. – 6. Non desidero, in questa sede, affrontare l'immenso problema del male nel mondo, la cui presenza contraddice la frase di Gesù; voglio solo sottolineare che l'uomo, una volta discepolo di Gesù, ha il compito di combattere il male e adoprarsi con tutti i mezzi, il primo dei quali è l'intelletto e quindi la scienza, ad eliminare il male dal mondo. – 7. Mi diceva un amico missionario: "Prima di parlare di Gesù ad un fratello, riempigli lo stomaco. Solo così ti starà a sentire perché avrà visto in pratica quello che stai per predicare". Il miglior veicolo della buona notizia è l'amore dei fratelli, è vedere che qualcuno si preoccupa di te non per dirti quello che puoi o non puoi fare, ma semplicemente per aiutarti a vivere ed accoglierti per quello che sei senza pretendere di cambiarti.