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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


lunedì 11 giugno 2012

Domenica 17 giugno 2012 – XI Domenica del Tempo Ordinario

Mc 4,26-34

Diceva: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».

Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell'orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».

Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.

 

Il brano di questa domenica non sembra, nella sua semplicità, presentare grosse difficoltà interpretative. Gesù aveva di fronte a sé uomini e donne abituati a veder crescere una spiga, un arbusto, che conoscevano bene la fatica di arare la dura terra della Giudea o la soddisfazione di lavorare la terra feconda di Galilea, specialmente quella prossima al lago.

E' stato spontaneo, quindi, costruire un parallelo tra la costruzione della comunità di seguaci di Gesù (regno di Dio) e lo svilupparsi delle piante in agricoltura.

Più difficile per noi, uomini e donne del 2000, abituati al cemento e al bitume, o a timidi e depressi alberi a segnare i grandi viali delle nostre città, comprendere ed accettare che il germe del pensiero di Gesù, una volta seminato, possa procedere da solo fino a moltiplicarsi come i chicchi in una spiga.

"Diceva: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa."

L'ottimismo di Gesù è evidente. Egli ha fiducia nel suo lavoro, crede nella forza delle idee e sa che quelle racchiuse nella sua parola hanno una potenza che supera tutte le altre: la parola uscita dalla bocca di Dio non tornerà senza effetto, senza aver operato ciò che egli desidera e senza aver compiuto ciò per cui egli l'ha mandata (cfr. Is 55,11).

Perché la parola, l'idea che l'amore è l'unica forza vincente, produca frutto basta seminarla, annunciando il vangelo: il resto viene da sé. Forse che il contadino, dopo la semina, si ferma nel campo per ricordare al seme che deve germogliare? Il seme non ha bisogno di lui, è autosufficiente: ha in sé tutto il necessario per diventare spiga matura.

"Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura»".

Compito del cristiano è diffondere la parola: il resto non dipende da lui, ma da chi la accoglie: riferendosi alla comunità cristiana di Corinto, Paolo ha scritto: "Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere" (1Cor 3,6).

Gesù ha proclamato: "Il regno di Dio è vicino" (Mc 1,5), ma apparentemente nulla è cambiato nel mondo: la gente continua a vivere, a soffrire e a morire. Di nuovo c'è semplicemente un uomo che ha predicato in un luogo poco importante dell'impero romano e i suoi ascoltatori erano malati, analfabeti, squattrinati, insomma quelli che non contano niente.

Sinceramente c'è da demoralizzarsi! Dopo 2000 anni dal messaggio di Gesù, dov'è il regno che doveva essere realizzato? Gesù proprio per andare incontro a queste aspettative inserisce la parabola del granello di senape, una parabola breve ma importante.

"Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape…"; gli ascoltatori avranno fatto due occhi così e rizzato le orecchie. Gesù, infatti, sta polemizzando con la descrizione del regno che ha fatto il profeta Ezechiele nel cap. 17 del suo libro: "Anch'io prenderò dalla cima del cedro, dalle punte dei suoi rami, coglierò un ramoscello e lo pianterò sopra un monte alto, massiccio, lo pianterò sul monte alto di Israele. Metterà rami e frutti e diventerà un cedro magnifico. Sotto di lui tutti gli uccelli dimoreranno, ogni volatile all'ombra dei suoi rami riposerà" (Ez 17,22-23). Il cedro è chiamato il re degli alberi, è qualcosa di straordinario che attira l'attenzione.

Gesù, in polemica con questa idea del regno che si manifesta in maniera spettacolare, un regno grandioso, un regno meraviglioso, dice: lasciate perdere quelle immagini, il regno di Dio è come un grano di senape ed il grano di senape è così minuscolo "…che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno…".

Gesù ha un forte senso dell'ironia, se pensate che gli ascoltatori si aspettavano un albero sul monte altissimo: "…ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell'orto…". Chi si aspettava un cedro del Libano, si trova davanti un arbusto che è il più alto di tutti gli ortaggi.

Il regno di Dio è paragonato ad un seme non su un monte altissimo, ma nell'orto di casa, tra i cavoli e le patate, anche se a quell'epoca non c'erano, "…e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra»".

Ecco il messaggio di Gesù: il regno di Dio è un chicco di senape; i palestinesi dell'epoca (e ancora oggi) erano terrorizzati dai chicchi di senape perchè in Palestina la senape cresce dappertutto essendo un seme piccolino che s'insinua tra le fessure delle case, sopra i tetti, per le strade. Ne consegue che Gesù ci dà una garanzia: il regno di Dio, è un seme infestante ed arriverà dappertutto; però, anche nel momento del suo massimo sviluppo, cioè quando cresce, non attirerà l'attenzione. Vicino al lago di Galilea dove il clima è migliore, la senape raggiunge anche i due - tre metri di altezza, ma normalmente è alta solo un paio di metri: non è un albero, è un arbusto che non attira l'attenzione. Per questo il regno di Dio(1) non cala dal cielo per un intervento divino, ma esige, dipende ed è condizionato dalla collaborazione degli uomini. Se gli uomini non collaborano questo regno di Dio tarda ad affermarsi.

"Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa".

Tutte le volte che Gesù prende i discepoli in disparte (la traduzione "in privato" non è corretta) non è un favore che fa loro, un previlegio, ma significa che i discepoli non hanno capito assolutamente nulla e Gesù è costretto a rispiegare loro tutto quanto.

I discepoli non capiscono perchè sono dominati dall'idea del successo e della ambizione. Loro seguono il Messia, ma la loro idea di Messia non corrisponde a quella che Gesù ha annunziato.

Loro pensano: adesso seguiamo l'uomo inviato da Dio che va a Gerusalemme, sbaraglia i sacerdoti corrotti, elimina i romani ed inaugura il regno di Israele. Seguivano una pesona che andava a conquistare il potere e volevano partecipare alla sua spartizione. Questa ideologia li aveva resi ciechi e sordi alle parole di Gesù.

A tale proposito c'è un episodio emblematico: La terza volta(2) che Gesù annunzia ai suoi discepoli che credono di seguire un conquistatore: ma avete capito, vado a Gerusalemme, vado a soffrire! Si, ripondono, lo sappiamo che vai a soffrire. Gesù dice: sarò ammazzato, ma loro non capiscono. Infatti subito dopo si avvicinano Giacomo e Giovanni: "a Gerusalemme i posti più importanti toccano a noi, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra"! Hanno ascoltato, ma come ha detto Gesù in una parabola, è subentrata l'ambizione del potere che ha tolto loro questo messaggio.

In conclusione il messaggio di Gesù dipende, per la sua realizzazione, dalla accettazione e dalla profonda modifica che questo messaggio ha fatto nell'individuo. Gesù parla con esempi tratti dalla natura perché Gesù vuole indicare che il suo messaggio produce vita, un dinamismo di vita.

Il seme ha bisogno della terra per realizzarsi, la terra ha bisogno del seme per manifestarsi. Ognuno di noi ha bisogno dell'insegnamento di Gesù per realizzare se stesso; l'insegnamento di Gesù ha bisogno degli uomini per diventare realtà.

 

Note: 1. Ricordo che per regno di Dio Gesù intende quello spazio di amore e di libertà dove Dio stesso governa gli uomini non emanando leggi che essi devono osservare, ma comunicando loro la sua stessa capacità di amare. Quando uno accoglie questa capacità di amore deve cambiare mentalità, deve modificare il proprio atteggiamento: è questo quello che nei Vangeli si chiama conversione. – 2. Quando nel Vangelo si trova il numero tre, (i numeri nella Bibbia e nei Vangeli sono tutti simbolici) significa una cosa che è completa, oppure definitiva.

lunedì 4 giugno 2012

Domenica 10 giugno 2012 – Corpo e Sangue di Cristo

Mc 14,12-16.22-26

Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d'acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: «Il Maestro dice: Dov'è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?». Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.

E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell'alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».

Dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

 

Il liturgista, per costruire un brano che si adatti alla solennità di questa domenica, ha assemblato le due parti del vangelo di Marco riguardanti l'ultima cena saltando ciò che è compreso tra queste due parti, cioè l'episodio di Giuda. Operazioni di questo genere quasi sempre snaturano il senso del brano evangelico e ne distorcono il significato.

Inoltre i due brani scelti dal liturgista sono preceduti e seguiti da versetti che mettono in evidenza il significato dell'appellativo Figlio dell'uomo che Gesù si attribuisce. Nei vangeli(1) dopo il nome proprio Gesù, Figlio dell'uomo è la denominazione principale adoperata dagli evangelisti per Gesù. E' una denominazione di grandissima importanza in quanto è l'unico titolo che Gesù si attribuisce(2) e tutti e quattro gli evangelisti gli danno grande rilievo.

Figlio dell'uomo è un termine aramaico, la lingua parlata da Gesù, che significa semplicemente uomo; però, nel modo in cui è adoperato da Marco e dagli altri evangelisti, significa l'uomo che ha raggiunto il massimo della pienezza umana che arriva a coincidere con la condizione divina. Il Figlio dell'uomo è quindi l'uomo che si comporta sulla terra come si comporterebbe Dio stesso, è l'uomo che rende presente il divino e la sua forza nella storia umana. Rappresenta il massimo dell'umano, l'umano per eccellenza e quando l'uomo raggiunge il massimo, entra nella condizione divina.

Figlio dell'uomo non è un titolo esclusivo di Gesu, ma una possibilita per tutti quelli che gli danno adesione e da lui accolgono la sua pienezza d'amore; Gesù è, come dice Paolo, la primizia (cfr. 1Cor 15,23), colui che ha indicato la via per raggiungere questa pienezza. Con l'immagine del Figlio dell'uomo, gli evangelisti vogliono indicare il trionfo dell'umano sul disumano, con la progressiva scomparsa di tutto cio che blocca la comunicazione di vita agli uomini da parte di Dio.

Questa premessa è indispensabile perché tutto il brano in esame è legato a questo titolo attraverso i due versetti, tralasciati dal liturgista, che illuminano il significato del gesto principe di Gesù: la consacrazione del pane e del vino.

Il primo di essi è nel contesto della cena: "Il Figlio dell'uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell'uomo, dal quale il Figlio dell'uomo viene tradito! Meglio per quell'uomo se non fosse mai nato!" (Mc 14,21). Il secondo, legato ancora alla cena, è nel contesto del Getsèmani, la drammatica preghiera di Gesù, dove ritorna l'espressione il Figlio dell'uomo: "Dormite pure e riposatevi! Basta! E' venuta l'ora, ecco, il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori." (Mc 14,41b).

Gli autori dei vangeli erano dei letterati competenti, degli artisti della penna. Loro scrivevano in una cultura, un misto di tradizione semitica e greca, dove la scrittura non era facilitata, come è oggi. Per noi oggi, con tutte le tecniche tipografiche che abbiamo per dare risalto a certi argomenti, è molto più facile sottolineare le tematiche principali.

Gli evangelisti erano soliti usare altri tipi di tecniche, che all'epoca erano molto conosciute, e che noi dobbiamo di nuovo scoprire per comprendere come - in questo caso Marco - ha voluto impostare l'episodio fondamentale della cena di Gesù con i discepoli.

Una di queste tecniche letterarie è quella detta del trittico(3). Lo scrittore presenta un episodio in tre quadri: primo quadro, il quadro centrale, terzo quadro. Per capire il significato del quadro centrale è indispensabile conoscere gli altri due. Ecco perché l'operazione di taglia e cuci che spesso fanno i liturgisti distrugge il significato dei vangeli! A me è sempre venuto in mente che i liturgisti brillino soprattutto per la loro mancanza di conoscenze del senso dei vangeli.

In questo caso il trittico inizia con il versetto: "Il primo giorno degli Azzimi…" e termina con: "Dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi." Abbiamo una prima tavola che sono i preparativi della cena; una tavola centrale, in cui sono già a cena, durante la quale Gesù fa una dichiarazione importante: c'è qui uno fra voi che mi tradisce; la terza tavola è costituita dal gesto che Gesù compie di prendere il pane, prendere la coppa e darla ai discepoli. In questo caso il liturgista ha saltato la tavola centrale.

Marco vuole mettere in evidenza che Gesù, arrivato al punto culminante della sua vita, cioè il suo donarsi, al momento della cena presenta l'immagine del Figlio dell'uomo che sta per essere consegnato. Poi, parlando del pane e del vino, dirà in che maniera avviene questa consegna.

Naturalmente può sorgere la domanda: è proprio intenzione di Marco di mettere al centro di questo trittico la figura del Figlio dell'uomo o si tratta di un caso? Ebbene, sulla base degli studi effettuati nell'ultimo secolo, possiamo affermare che non c'è casualità: Marco vuole mettere nel trittico il modello di umanità del Figlio dell'uomo. Questo fatto risulta evidente se prendete, nell'episodio del Getsèmani, il versetto dove si parla del Figlio dell'uomo. Che bisogno c'era di dire: "il Figlio dell'uomo sta per essere consegnato nelle mani dei peccatori"? Poteva dire: "Ecco è giunta l'ora, sto per essere consegnato nelle mani dei peccatori". Invece no! Quello che è successo a Gesù, l'evangelista ce lo propone come un modello di vita al quale noi possiamo aderire. Noi sappiamo che, seguendo i suoi passi, possiamo anche andare incontro alla stessa situazione di forte difficoltà, espressione di un amore che non si lascia condizionare da niente e da nessuno.

Gesù, presentandosi con l'espressione Figlio dell'uomo, vuol far capire ai discepoli (e vuol far capire a noi), che la responsabilità è di tutti: tutti siamo, con Gesù, responsabili di promuovere il bene dell'umanità, di far sì che questo disegno di vita piena, che Dio ha comunicato a tutti attraverso Gesù, possa raggiungere ogni creatura anche mediante il nostro contributo.

Se infatti questa espressione fosse stata sostituita con Gesù o il Messia, noi l'avremmo letta pensando: «Queste sono cose che riguardavano lui, noi non c'entriamo niente con queste cose». Questo pensiero è, possiamo serenamente dirlo, frutto di una certa teologia che ha creato l'immagine di un Gesù superuomo o troppo divino, fino al punto di offuscare la sua umanità.

"Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?»". Qui abbiamo una indicazione temporale, si parla del primo giorno degli Azzimi(4). In quel giorno si facevano tutti i preparativi, cioè si dovevano sacrificare gli agnelli al Tempio, poi li portavano a casa dove venivano arrostiti e mangiati la sera, proprio quando cominciava la festa di Pasqua.

Siamo al primo giorno degli Azzimi e i discepoli chiedono: "Dove vuoi mangiare la Pasqua?".

È importante sottolineare che in questo primo quadro sono i discepoli che vogliono celebrare la Pasqua e Gesù acconsente perché approfitta dell'occasione per far loro capire che cosa è veramente la Pasqua che si deve celebrare: nel racconto redatto dagli evangelisti non si trova alcun elemento che ricordi la cena ebraica pasquale. Gesù non ha celebrato la Pasqua ebraica, non ha celebrato la cena dell'agnello e nei gesti che lui fa non c'è nulla che ricordi il rituale pasquale.

Gesù sostituisce la Pasqua ebraica con quella sua; questa sarà la vera liberazione donando all'uomo una vita nuova, da persona libera, non certo perché si è usciti dall'Egitto.

Noi cristiani siamo persone nuove perché non abbiamo più nessuno che ci comanda, nessuno che possa imporre sulla nostra vita alcun tipo di dominio(5). Ci sentiamo perfettamente liberati. La liberazione, l'esodo che fa Gesù, - e lo si vede anche lungo tutto il vangelo di Marco - non è portare il popolo da un paese ad un altro, dove magari si finirà peggio di prima, ma riguarda proprio la persona, l'interiorità della persona. Questo atto di liberazione è intollerabile per il potere, perché se il potere non può controllare le persone ha perso la sua funzione e quindi il suo guadagno.

Gesù ci porta, con la sua Pasqua, allo stadio di liberazione definitiva, ecco per quale motivo lo uccideranno. Una persona che osa fare una cosa del genere è pericolosissima per il sistema, perché le persone non saranno più sottomesse a un leader, a un capo, a un sistema che dice: «Tu devi fare come dico io, altrimenti ne subirai le conseguenze».

Quando Gesù dice che lui è il Signore, non è perché lui comanda e ha tanti sudditi - noi abbiamo un po' questa immagine in testa - lui è Signore perché non ha nessuno al di sopra. Questa è la signorilità che Gesù ci comunica, che non abbiamo nessuno al di sopra di noi, neanche il Padreterno perché Dio è in basso, si è messo al nostro servizio, come nell'episodio della lavanda dei piedi. Gesù ci presenta Dio che si inchina sulla parte più umile, più bassa, più misera degli uomini: mettendo la nostra vita al servizio degli altri, noi abbiamo la possibilità di essere Signori come il vangelo ci manifesta.

Gesù acconsente alla richiesta dei discepoli, perché ancora pensano che la Pasqua è la liberazione dall'Egitto, senza rendersi conto che era una messa in scena: non c'era né liberazione né festa, ma solo un commemorare qualcosa che a quell'epoca non aveva più significato.

Nel vangelo di Giovanni, che è quello che più insiste sulle feste ebraiche, ogni festa è peggio dell'altra: nelle feste che Giovanni ci riporta, accadono gli scontri più duri, più terribili tra Gesù e i capi religiosi: erano veramente degli incontri di pugilato, non c'era niente da celebrare.

Gesù acconsente e dà ai discepoli delle indicazioni e qui è tutto molto strano: "Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d'acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: «Il Maestro dice: Dov'è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?»".

Gesù non nomina Gerusalemme - ma sappiamo che è a Gerusalemme, il centro della istituzione religiosa - e i discepoli devono seguire un tizio che porterà una brocca d'acqua. Questa è una cosa molto strana perché nessun uomo portava una brocca d'acqua in quella cultura: le donne portavano le brocche d'acqua, era impossibile pensare ad un uomo che andasse in giro con una brocca. Questo ci fa capire che Marco ci sta dando una indicazione più profonda, e, per comprenderla, non possiamo rimanere nel piano narrativo del racconto, ma dobbiamo entrare in quello teologico. Marco ci sta dicendo che i discepoli devono seguire un uomo che ha a che fare con l'acqua, e noi nel vangelo già sappiamo chi è l'uomo che ha avuto a che fare con l'acqua: Giovanni il Battista.

I discepoli, che vogliono celebrare la Pasqua, non hanno ancora rotto con i loro legami ideologici, con la loro mentalità che è molto legata agli insegnamenti ufficiali. Gesù ricorda loro l'invito del Battista "convertitevi, cambiate atteggiamento", altrimenti non possono celebrare la Pasqua con Gesù, non possono entrare in quella dimensione di comunione con lui. Loro devono di nuovo fare questo cammino, ricordare l'invito del Battista.

"Dov'è la mia stanza…" Il testo greco dice: "il mio alloggio", cioè il punto di arrivo di tutto il viaggio di Gesù. In Mc 8,27 cominciava il cammino di Gesù verso Gerusalemme, ma questo cammino era già stato presentato da Marco all'inizio del vangelo, quando, parlando del Battista, aveva detto che veniva a preparare la strada: "voce di uno che grida nel deserto…". Il punto d'arrivo di questa strada è quell'alloggio, a Gerusalemme, dove Gesù celebrerà la Pasqua con i suoi. Non la Pasqua ebraica, ma la sua Pasqua.

"Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua."

Qui l'evangelista dà delle indicazioni che, dal punto di vista storico, ci possono sembrare non necessarie: che questa stanza fosse in alto, fosse piccola o grande, che fosse arredata o no, a noi non dice più di tanto. Ma se entriamo nel piano teologico, il fatto che si dica in alto, ci ricorda l'alleanza del Sinai, dove Mosè è salito sul monte, quindi su un luogo alto, per ricevere la legge. Non solo, in alto ricorda non il luogo in sé, ma il modo come Gesù verrà messo a morte: la croce. Questo alloggio non è tanto un alloggio che è in alto, non è l'indicazione del luogo del cenacolo, ma sta già indicando il luogo e il modo come Gesù manifesterà il suo amore; un luogo che ricorda l'Antica Alleanza, ma dove lui stipulerà la sua, la nuova.

Così quando il testo dice "grande sala", è perché, nel luogo in cui Gesù comunicherà la sua vita, c'è posto per tutti. Non è più per un popolo solo, non c'è più l'esclusivismo del popolo eletto, ma adesso l'alleanza è fatta con tutti; il luogo è grande perché tutti possano avere accesso al posto in cui Gesù manifesterà la sua capacità di amare.

Risalta la ridondanza delle due voci del verbo "preparare": Gesù vuol dire che nella sala non si entra tanto in senso fisico, ma che in questa dimensione nella quale lui comunica vita, dobbiamo collaborare anche noi a comunicare vita. "Io l'ho preparata", ma dopo di me voi dovete preparare, facendo le stesse cose, vivendo come io ho vissuto, e dandovi da fare per gli altri come ho fatto io. Siate anche voi persone che sanno costruire un ambiente dove si diffonde questo amore, che non esclude nessuno, ma tutti ne possono ricavare un salutare beneficio".

"E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo»…"

Qui abbiamo la concretizzazione di quello che Gesù ha voluto far capire ai suoi discepoli, cioè un'alleanza nuova. Un'alleanza nuova che non si fa più con il sangue di un animale, prendendo la legge e dicendo: "Devi ubbidire a questo", ma un'alleanza nuova che si fa prendendo un pane - non dice un pane azzimo, ma un pane qualsiasi – in mano e dicendo: "Questo pane è il mio corpo".

Per una più ampia comprensione del gesto si deve sapere cosa significava corpo in quella cultura di oltre 2000 anni fa: tutto quello che rende identificabile una persona; non è soltanto la parte materiale, la carne, ma tutto quello che la rende identificabile, riconoscibile davanti agli altri, come questa persona si è comportata, ha agito, si è manifestata in un modo che non possa essere confusa con nessun altra.

Gesù dice: "Questo è il mio corpo" non la legge che aveva dato Mosè per fare l'alleanza, ma un pezzo di pane, "questo pane rappresenta me, tutto quello che io ho fatto, tutto quello che mi distingue come persona che si è relazionata con voi e che vi ha insegnato uno stile di vita particolare".

E dice: "prendete, mangiate", cioè voi, se volete entrare in questa alleanza, "dovete assimilare questo mio modo di comportarmi"(6). Quando noi celebriamo l'eucaristia, non stiamo facendo un atto pio, non stiamo consacrando un amuleto, un rimedio per tutti i mali, ma stiamo dicendo: "Signore, noi vogliamo vivere come tu sei vissuto", questo è il gesto dell'eucaristia. "Signore vogliamo fare come tu hai fatto, che il tuo stile di vita sia il nostro stile di vita" questo è l'impegno che noi celebriamo nell'eucaristia, quando ci raduniamo insieme. "Vogliamo vivere, Gesù, come tu hai vissuto, perché abbiamo capito che non c'è un'altra possibilità di diventare persone pienamente riuscite, se non come tu ci hai mostrato". "Prendendo il tuo corpo, questo pane che rappresenta te, noi vogliamo assimilare che ci entri fino all'ultima cellula con tutto il tuo insegnamento, che tutta la tua testimonianza ci nutra perché possiamo capire che è vero, che è possibile riuscire ad essere uomini, che anche noi ci possiamo dare da mangiare agli altri".

"Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell'alleanza, che è versato per molti…"

E poi il gesto della coppa: perchè mangiare il pane significa accettare Gesu come norma di comportamento, ma bere il vino significa accettare anche la persecuzione ed eventualmente la morte che comporta vivere come Gesù.

Gesu adopera l'immagine del calice perchè in un banchetto, colui che lo presiedeva ne dava uno a ciascuno, ognuno aveva il suo calice perchè nel pensiero ebraico il calice raffigurava simbolicamente la sorte riservata a ciascuno. "Il calice che io bevo" indica la sorte a cui vado incontro, la sorte che mi è destinata; bere il calice è anche l'espressione della morte, del martirio, l'amaro calice della morte.

Nella cena pasquale, ogni invitato ha il suo calice. Nella cena di Gesu, che non è la cena pasquale, Gesu prende il suo calice e lo fa bere agli altri, cioè associa tutti al suo destino. Ecco perche, nel vangelo di Marco, nel Getsemani troveremo l'espressione di Gesu: "Allontana da me questo calice".

Il pane e la coppa, ci ricordano: "Se uno vuol venire dietro me rinneghi sé stesso…". Il pane vuol dire questo: io non farò della mia vita qualcosa per sfruttare te, ma un pane per darti vita. Adesso capiamo cosa vuol dire rinnegare sé stesso.

Prendere la coppa, bere la coppa vuol dire: caricarsi della croce, cioè sono pronto a rovinarmi la faccia davanti al mondo pur di dire quanto è grande il mio amore per il mio vicino (il vino è amore, in tutta la tradizione biblica il vino è il simbolo dell'amore della sposa per lo sposo). Non mi importa che cosa gli altri potranno dire o farmi, ma se tu hai bisogno di essere amato, aiutato, sostenuto, io sono qui per questo e non mi importa la risposta degli altri. Per me è molto più importante il bene che io ti posso comunicare, perché tu ne hai bisogno, che non tutte le chiacchiere, critiche, accuse, minacce che mi possono fare.

È questa la nuova alleanza, questo sì che rende libera la persona, capace di gestire la propria vita, dicendo: io l'imposto come finalmente ho capito che bisogna impostarla, non obbedendo a una legge, facendo dei rituali – ove sappiamo che tutto è finzione - ma assimilando una persona che ha fatto delle cose che mi hanno comunicato vita e attraverso questa assimilazione posso anch'io comunicarla.

Mi sento così libero da poter anch'io comunicare questa vita agli altri. Non ho più nessun condizionamento, non c'è più nessuno sopra di me – tu mi potrai gettare in prigione, potrai dire tutte le calunnie che vuoi, mi potrai togliere il lavoro - questo bene che mi sento di fare tu non me lo puoi togliere.

È frutto di una vita che già sta palpitando dentro di me, è la cosa più grande che io ho trovato nella mia esistenza. So che anche se la coppa può essere un momento di dolore, è un dolore che esprime tanto amore (il vino), che esprime una capacità di dono completo, per questo non viene soffocato dal dolore il gesto che voglio fare, ma è sostenuto dall'amore.

Questo è ciò che Gesù, qui, ci sta insegnando. Ai discepoli ha detto: "Uno di voi mi tradirà". "Chi?". Non si sa, forse tutti. Gesù non si lascia soffocare da questo dolore dell'abbandono, dell'amarezza, ma dal vino che esprime un amore, che è capace di sostenere anche la prova così forte. "Lo do per voi, per tutti, questo sangue dell'alleanza" che qui spiega "versato per molti", che, letto in senso semitico, vuol dire per tutti.

Poi l'ultima frase che è un po' complessa. "…In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».

Questa frase va vista come un antico residuo della ricchissima tradizione giudaica imperniata sul simbolismo della vite e del vino (meglio, del "frutto della vite", chiaro semitismo) come pegno di Dio (la vite/vigna Israele) e come promessa di straordinaria prosperità per l'era messianica. Ricordo solo l'episodio degli esploratori inviati da Mosè nella terra promessa, dalla quale ritornano con un grappolo d'uva che dovettero (cfr. Nm 13,23) «portare in due con una stanga» o la testimonianza di Giuseppe Flavio, secondo cui nel tempio di Gerusalemme pendeva la riproduzione in oro di una vite con grappoli della grandezza di un uomo.

L'interpretazione esegetica, anche odierna, del detto di Gesù è fortemente condizionata dal suo inserimento (per molti secondario) nel racconto dell'istituzione eucaristica come memoriale della morte di Gesù; il detto di Gesù è stato inteso sopratutto come "profezia di morte"; alcuni esegeti si spingono fino a dire che è originaria solo la prima parte del v. 25 («non berrò più del frutto della vite»), mentre 25b, sulla venuta del regno, sarebbe una successiva integrazione postpasquale. Comunque sia, sembra più corretto dire che il senso della frase non è: "sto per morire", bensì: "il regno di Dio sta per arrivare"; il prossimo convito, dopo questo, sarà nel regno.

Per concludere e ribadire che Gesù non ha fatto la cena pasquale, qui Marco ci dà un altra sferzata, dicendo che non si è attenuto a quelle che erano le norme della cena pasquale: "Dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi."

Secondo la legge non si poteva uscire nella notte di Pasqua e, finchè non arrivava il giorno, si stava in casa a celebrare l'evento di Mosè e dei padri usciti dall'Egitto. Loro escono, non hanno più le norme rabbiniche, non seguono più le leggi di Mosè: sono uomini liberi.

 

Note: 1. L'esegesi che segue è stata liberamente tratta dall'intervento di P. Riccardo Perez OSM durante la X Settimana Biblica svoltasi a Montefano (AN) dal 30.06.2003 al 05.07.2003. – 2. Gesù si è sempre rifiutato di accettare per se il titolo di Figlio di Davide (che gli avrebbe attribuito un destino da re conquistatore assolutamente lontano dal suo pensiero e dalla sua azione) e ha rifiutato anche il titolo di Figlio di Dio (ovviamente nella accezione ebraica e non in quella cattolica – cfr. Sal 2,7 e Sal 89,27) che gli avrebbe compromesso la predicazione mettendolo in scontro diretto con il Sommo Sacerdote e gli scribi. – 3. Si usa questo nome perché la presentazione è identica ad una pala di altare a tre lobi dove, in quello centrale, è raffigurato il personaggio principale e, nei due laterali, altri due personaggi legati al personaggio principale da azioni o vicende che ne danno lustro. – 4. Gli Azzimi è un'altra maniera di chiamare la Pasqua nella tradizione giudaica. Gli azzimi sono i pani non lievitati e per una settimana non si mangiava altro pane. Il pane azzimo e l'agnello sacrificato al tempio, arrostito e poi mangiato la sera tra il 14 e il 15 di Nissan (corrispondente più o meno al nostro mese di aprile, ma la data effettiva, "solare", si modifica di anno in anno perché costruita su un calendario lunare), erano i due elementi principali nella festività della Pasqua ebraica.

Sicuramente, in origine, gli azzimi avevano un riferimento agricolo; chi mangiava il pane azzimo erano gli agricoltori che, arrivando la primavera, quando si raccoglieva il primo orzo, dicevano: "Perché vada bene il raccolto, non usiamo nulla di vecchio"; nella loro mentalità il lievito, in quanto fermentato, rappresentava il vecchio. Questo rituale agricolo passò in seguito nel piano religioso e si unì alla festa dei nomadi, dei pastori nella quale veniva ucciso il primo agnello; nel rito tagliavano la testa all'agnello e tingevano con il suo sangue le tende. Questo segno doveva scongiurare lo sterminatore – che rappresentava le malattie, le pesti, le carestie ecc. – a passare oltre, preservando il branco che si stava riproducendo e facendo si che i piccoli che nascevano non avessero delle malattie.

Erano rituali legati alla natura, poi, nella memoria del popolo di Israele, verranno unificati in una sola festa, dando ad essi un connotato religioso. Ecco per quale motivo al momento della partenza dall'Egitto, gli Israeliti devono aspergere la porta delle loro case con il sangue dell'agnello, perché, passando, lo sterminatore non avrebbe toccato i primogeniti della casa d'Israele. Ogni anno la Pasqua era considerata l'inizio di una vita nuova. Non si poteva ricominciare l'anno con qualcosa di vecchio e tutto quello che fermenta era considerato roba vecchia. Gli ebrei ancora oggi, prima di arrivare alla festa di Pasqua, fanno delle pulizie assurde (le nostre pulizie di Pasqua di buona memoria vengono di qui): fanno ballare tutta casa andando a ricercare tutto quello che è fermentato: ne hanno il terrore, perché è impuro, è morto, è roba vecchia e non si può celebrare il rito della liberazione con qualcosa di impuro. – 5. In effetti avrei dovuto scrivere "…non dovremmo avere nessuno che ci comanda…" perché purtroppo il cristianesimo da fede come era agli inizi si è, lungo i secoli, trasformato in religione con precetti, dogmi e riti che annullano la libertà donataci da Gesù. – 6. Il gesto di Gesù deve essere interpretato anche seguendo le indicazioni della filosofia gnostica presente in quel periodo in quella cultura, secondo tale idea assimilare il pensiero, i gesti e le intenzioni di una persona era un po' come nutrirsi di questa persona per alimentare la propria crescita. (cfr. Gv 6,54-56).

lunedì 28 maggio 2012

Domenica 3 giugno 2012 – Santissima Trinità

Mt 28,16-20

Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

 

Per comprendere appieno il significato di questo brano è indispensabile, come spesso accade, conoscere bene il brano che lo precede, altrimenti le parole dell'evangelista cadono nel vuoto di un devozionismo inutile e, generalmente, dannoso come tutti gli atti di devozione.

Al versetto 6 dello stesso capitolo l'angelo del Signore annunzia alle donne: "Non è qui. È risorto". Non è vero che Dio l'aveva abbandonato, non è vero che Dio lo aveva maledetto, ma in lui Dio ha manifestato tutta la potenza della creazione.

Gesù per tre volte aveva annunziato la sua morte e la sua resurrezione, ma i discepoli non avevano capito assolutamente niente, perché i discepoli seguivano Gesù animati da desideri di ambizione, litigando tra loro per sapere chi era il più importante.

"…venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: "È risorto dai morti,…" e adesso una indicazione abbastanza strana ed incoerente "…ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete". Ecco, io ve l'ho detto".

Notate qui l'apparente incongruenza: Gesù è stato assassinato a Gerusalemme, è stato seppellito a Gerusalemme, resuscita a Gerusalemme, i discepoli stanno a Gerusalemme, una volta resuscitato quello che ci aspetteremmo, la cosa più normale, è che compaia ai suoi discepoli a Gerusalemme. Sul vangelo di Giovanni si legge che la sera di quello stesso giorno della resurrezione, Gesù apparve ai discepoli, che erano chiusi in casa per paura dei giudei e la cosa è comprensibile.

Il vangelo di Matteo non è d'accordo: "...vi precede in Galilea; là lo vedrete". Da Gerusalemme alla Galilea, a quell'epoca andavano a piedi, c'erano circa quattro giorni di cammino. Perché ritardare di quattro giorni l'importante e decisiva esperienza della resurrezione?

"…con timore e gioia grande le donne corsero a dare l'annuncio ai suoi discepoli".

Nel mondo ebraico la donna non era considerata proprio un essere umano, era qualcosa che era riuscita male al Padreterno. Ebbene, nei vangeli le donne non solo vengono eguagliate ai maschi, ma sopravanzano i maschi stessi perché sono le uniche a compiere la stessa azione che, nella simbolica ebraica, era riservata ai sette angeli del servizio divino: l'evangelista, scrivendo «dare l'annuncio», (il termine «annuncio», in greco, ha la stessa radice della parola «angelo»), indica che le donne non solo sono equiparate agli uomini, ma sono equiparate agli esseri più vicini a Dio.

"Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono".

Sono indicazioni sulla realtà dell'individuo che è passato attraverso la morte: gli prendono i piedi, quindi c'è come una fisicità, ma dall'altra c'è una condizione nuova, lo adorano come si adora Dio.

" Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno»". E' la prima volta che Gesù si rivolge ai discepoli chiamandoli fratelli, e di nuovo Gesù insiste «vadano in Galilea, là mi vedranno».

Notate questa insistenza, per sperimentare che Gesù è resuscitato non si deve andare a Gerusalemme: man mano che si avvicina il momento dell'incontro con Gesù resuscitato c'è una accurata selezione, le persone ambiziose come la madre dei figli di Zebedeo sono escluse, le guardie sono escluse e coloro che appartengono all'istituzione religiosa sono escluse dalla presenza e dalla esperienza di un Dio vivo.

"Gli undici intanto andarono in Galilea…", notate adesso il particolare: "…sul monte che Gesù aveva loro fissato".

Tre volte abbiamo nel vangelo l'invito ad andare in Galilea, ma mai viene specificato il monte sul quale andare. Il monte non è un luogo geografico, non è un'indicazione topografica, quella che l'evangelista ci dà è una indicazione teologica. Nell'antichità, essendo il monte il luogo della terra più vicino al cielo, esso era condiderato il luogo della residenza degli dei(1).

Questo «il monte» nel vangelo di Matteo è già stato presentato come il luogo dove Gesù ha annunziato il suo messaggio fondamentale: il monte delle beatitudini.

Questa è l'indicazione che l'evangelista ci sta dando: chi vuole sperimentare nella sua esistenza la presenza di Gesù vivo e vivificante, del Risorto, deve essere fedele al programma di Gesù che è stato espresso e formulato nelle beatitudini.

Quindi questo è il monte nel quale la comunità si impegna a essere responsabile della felicità degli altri. Costoro, solo costoro, fanno l'esperienza di Gesù resuscitato.

"Quando lo videro…", quindi lo vedono, "…gli si prostrarono innanzi…". E qui c'è un verbo strano "…Essi però dubitarono".

Perché dubitano? Lo vedono e quindi sono certi che Cristo è resuscitato! Gli si prostrano innanzi, riconoscono che in lui c'è la condizione divina, ma dubitano. Questo verbo, dubitare, è apparso un'altra volta nel vangelo di Matteo, quando Gesù cammina sulle acque ed è attribuito a Pietro (Mt 14,31).

Vedono Gesù resuscitato, lo sperimentano, ma sanno che per raggiungere questa condizione bisogna passare attraverso il dolore della vita, la persecuzione e forse la croce e la perdita della propria vita. Pertanto non dubitano della presenza di Gesù resuscitato, dubitano della propria capacità di seguire Gesù fino a questa condizione.

"Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato".

L'incarico finale che Gesù dà ai suoi discepoli non è tanto quello di annunciare una novità teologica, ma di praticarla.

Infatti Gesù non incarica i suoi di andare a proporre una dottrina, un dogma, ma di trasmettere le proprie esperienze vitali. Questa è una cosa importantissima, perché da qui si basa la riuscita o meno della trasmissione di un messaggio; un conto è trasmettere dottrine, un conto è trasmettere percezioni vitali. Le prime non riescono quasi mai a modificare una vita, le seconde quasi sempre(2).

Le ultime parole di Gesù sono: "… fate discepoli tutti i popoli… ". Questo, per la mentalità ebraica, era qualcosa di inaudito! Nella mentalità ebraica si pensava che il re dei Giudei, il re di Israele avrebbe dovuto sottomettere tutte le nazioni pagane, dominarle, assoggettarle e sfruttarle. C'è un brano nei "deliri" del testo di Isaia, poi passati come profezie, dove si dice che quando sarebbe venuto questo tempo ogni ebreo avrebbe avuto come schiavi i principi pagani e le principesse pagane come serve (cfr. Is 60,1-22).

Nel Talmud, che ama sempre le cose chiare, si indicò addirittura il numero dei servi pagani che l'uomo ebreo avrebbe avuto: 2480(3) per l'esattezza.

In contrasto con questa mentalità, le ultime parole di Gesù non sono un invito ad andare a dominare le nazioni pagane, ma a renderle sue discepole. In qual modo? Non attraverso l'annuncio di una dottrina o di un dogma, che presuppone una superiorità ed una esclusività che tende a sovrastare l'altro, a fargli violenza, ma dice il testo: "…battezzandoli… ".

Per comprendere il significato di questo atto dobbiamo spogliarci delle nostre tradizioni, dei catechismi, dei 2000 anni di storia della Chiesa. Dobbiamo tornare agli anni 70-80 d.C., al tempo in cui Matteo ha scritto il suo vangelo. Allora il significato del battesimo era diverso; non era stato ancora teorizzato come sacramento ed era ancora una atto antico, probabilmente risalente ad un paio di millenni prima, che da poco più di cinquanta anni era stato riscoperto dai movimenti battisti dei quali quello di Giovanni il Battista è citato nei vangeli.

Il verbo "battezzare" in greco ha due significati: "impregnare" o "immergere nell'acqua", ed entrambi i due significati sono presenti nell'espressione "…battezzandoli… ".

Gesù non chiede, naturalmente, di andare ad amministrare il rito liturgico del Battesimo(4), Gesù era contrario in modo netto ad ogni tipo di rito(5). Gesù intende invece di immergere i popoli nella stessa esperienza che i discepoli avevano vissuto con lui, trasmettendogli il concetto di amore disinteressato come fonte e luce di vita per ciascuno.

Questa immersione nel messaggio di Cristo è per "…tutti i popoli…" nessuno escluso. Questa non è una costatazione ovvia: la storia della Chiesa ha dimostrato e continua a dimostrare come l'esclusione di alcuni è la norma di comportamento dei cristiani, nonostante che dall'approfondimento dei testi del vangelo esce una cosa molto chiara, il vangelo è scritto tutto per tutti.

Non c'è una sola riga del Vangelo che riguardi una categoria particolare di persone o, viceversa tenda ad escluderne altre.

Dico questo perché, almeno in passato, il vangelo è stato sfogliato come una cipolla: questo è per il Papa, questo riguarda i Vescovi, quest'altro è per i preti, ai poveri laici rimane poco o soltanto quello da osservare e da ubbidire. Questo chiarimento è necessario perché molti vedono in questo passo un invito a esercitare liturgicamente il sacramento del Battesimo, o addirittura ad imporlo. Non è affatto questo!

È l'incarico di ogni credente, di ogni comunità quello di rendere discepole di Cristo tutte le nazioni e per nazioni si intendono tutte le nazioni pagane, quelle che nella mentalità dell'epoca erano le più lontane da Dio. Gesù dice che non esiste una categoria di persone che per la loro condotta religiosa o per il loro comportamento morale possa essere esclusa dall'azione dell'amore da parte dei credenti.

Era una novità tremenda duemila anni fa, forse lo è ancora oggi! Quindi la proposta di Gesù è quella di immergere queste nazioni, di inzupparle, "…nel nome dei Padre, del Figlio e dello Spirito Santo".

Questo non è un invito o una formula liturgica. Gesù dice: il vostro incarico è immergere, inzuppare le nazioni pagane, ogni individuo appartenente a queste nazioni, nella realtà profonda che è nel Padre (Padre è colui che comunica incessantemente la vita), nel Figlio (il Figlio è il modello realizzato di questa vita) e nello Spirito Santo (questa forza d'amore), "…insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato…".

Gesù non manda ad insegnare un messaggio, ma ad insegnare una pratica, un modo di vita descritta nei "comandi" di Gesù.

Questo termine "comando(6)" riferito al messaggio di Gesù, è diretto, come abbiamo visto, alle beatitudini. Le beatitudini possono essere riassunte in questa formulazione: sentitevi responsabili della felicità degli altri, così permetterete a Dio di sentirsi responsabile della vostra felicità. Gesù assicura: "Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni…".

Con questa espressione, "Io sono con voi", Matteo chiude quella linea teologica che aveva iniziato con le prime battute del vangelo, dove, presentando Gesù, lo aveva definito "l'Emmanuele", cioè il "Dio con noi". È una semplice espressione, una formula, ma che ha provocato un terremoto senza pari nell'istituzione religiosa giudaica, e non solo in quella, perché la religione viveva e vive della lontananza tra Dio e gli uomini!

La religione fa in modo che Dio sia sempre più lontano e inaccessibile agli uomini, perché giustifica così la sua presenza. Se Dio è lontano dagli uomini, se gli uomini non gli si possono rivolgere, hanno bisogno di mediatori, ed ecco allora i sacerdoti. Questi mediatori, a loro volta, si possono rivolgere a Dio soltanto mediante riti, spesso complicati, ed ecco la liturgia. Ci vuole un luogo, non tutti i luoghi sono adatti a svolgere queste pratiche, ed ecco il tempio. Tutto l'insieme della religione si basava sulla lontananza e inaccessibilità di Dio e sulla difficoltà della gente di potersi avvicinare.

Ebbene, con una sola pennellata Matteo cancella tutto questo. Matteo, che riassume il messaggio di Gesù, lo presenta come il Dio con noi. E Gesù lo conferma con le sue ultime parole nel vangelo: "Io sono con voi".

Abbiamo detto che tutto questo porta ad un grande cambiamento, ad una grande novità nel panorama religioso, perché non basta che Dio sia con noi, non basta che Gesù assicuri la comunità che, a condizione della pratica delle beatitudini, sarà con essa tutti i giorni e quindi non c'è più da ricercare un Dio lontano, ma da accoglierlo e con lui e come lui andare agli altri, ma c'è un qualcosa in più che Gesù fa: testimonia che la presenza di questo "Dio con noi" è il servizio a favore degli uomini. Inaudito!

La religione, il concetto stesso della religione si basa sul servizio che l'uomo deve rendere a Dio, un servizio, per lo più, manifestato ed esercitato nel culto.

Un Dio che continuamente chiede, un Dio che diminuisce l'uomo chiedendogli le sue energie, il suo tempo e le sue cose. Da questi concetti nascono tutta una serie di offerte date a Dio per ottenere il suo beneplacito, il suo gradimento.

Gesù, il "Dio con noi", dice: "Io sono in mezzo a voi" non per essere servito, ma per servire! È un'espressione che provoca un terremoto, perché se Dio non chiede più di essere servito, ma si mette a servire, se Dio non chiede più niente all'uomo, ma è Lui che dona, tutto quel castello che in nome della religione era stato costruito crolla improvvisamente.

Non servono più i sacerdoti, perché è Dio stesso che prende l'iniziativa di servire i suoi, e qualunque persona o istituzione che si metta tra Dio e l'uomo è un impedimento.

Non c'è più bisogno di un tempio, perché Dio è con noi, è il Dio della comunità, e non c'è più bisogno di particolari riti, di particolari liturgie, perché Dio li mette da parte.

E soprattutto, ed è questo che causa l'allarme al tempio di Gerusalemme, non c'è più bisogno dell'offerta a Dio.

Per comprendere la gravità di questo messaggio c'è bisogno di un piccolo flash che ci faccia capire com'era l'istituzione religiosa giudaica, che si basava tutta sul concetto di un Dio che continuamente chiedeva, un Dio mai sazio.

Le persone, per essere gradite a Dio, dovevano tre volte all'anno (Dt 16,16-17) fare un pellegrinaggio a Gerusalemme, portare in offerta alimenti, specialmente offerte di bestiame, e si risolveva tutto in un grande affare commerciale.

Pensate, a titolo di esempio, ad un abitante di Nàzareth che doveva andare a Gerusalemme: non si portava dietro l'agnello o la capra da sacrificare al tempio, ma lo comperava a Gerusalemme anche perché, dovendo essere un animale perfetto (Lv 1,3 seg.) era meglio comprarlo tra quelli controllati dai sacerdoti. L'appalto per la vendita degli animali per i sacrifici l'aveva la famiglia del sommo sacerdote.

Quindi l'uomo arrivava, comperava l'animale nel monte degli Ulivi, dove c'era l'accampamento col bestiame da vendere, lo portava al tempio dove veniva sgozzato, la persona riceveva, almeno credeva, il perdono delle sue colpe, dei suoi peccati e l'animale veniva spartito fra i sacerdoti.

Siccome c'era un esubero di produzione, la carne che avanzava veniva venduta nelle macellerie di Gerusalemme, tutte appartenenti alla famiglia del sommo sacerdote.

Perciò, il poveretto che andava al pellegrinaggio si trovava a pagare praticamente tre volte lo stesso agnello se voleva poi mangiare.

Proviamo ad immaginare la ripercussione nel tempio di una novità assoluta di un Dio che non chiede più sacrifici. È il crollo dell'istituzione, è il crollo dell'economia di Gerusalemme, è il crollo di tutto quanto. Ecco perché, all'inizio del vangelo di Matteo quando viene dato l'annuncio della nascita di Gesù si legge che tutta Gerusalemme tremò (Mt 2,3). Perché se veramente Dio non sta più nel Tempio (Mt 27,51), se Dio non chiede più sacrifici (Mt 12,7.9,13), crolla tutta l'istituzione, crolla tutto quanto.

Inoltre, e questa è la cosa che più ha allarmato e allarma ancor oggi, un Dio che non fa distinzione tra buoni e cattivi. Il Dio di Gesù è un Dio il cui amore si rivolge indistintamente e attivamente ai giusti, ma anche agli ingiusti: è la fine della religione! Ogni religione, è il caso di dire "come Cristo comanda", si basa sul premio per i buoni e sul castigo per i malvagi! Se Dio non premia più i buoni e non castiga più i malvagi non c'è più religione!

Grazie a Gesù è finita la religione e subentra la fede.

La religione è quell'insieme di atteggiamenti che l'uomo deve rivolgere verso Dio. Mosè era il servo di Dio e aveva fatto un'alleanza tra dei servi e il loro Signore; Gesù, che è il figlio di Dio, cambia la vecchia alleanza e ne fa una nuova tra dei figli e il loro Padre. Allora non c'è più il servizio a Dio, ma da accogliere il suo amore e tramutarlo in pratica, cercando di somigliargli.

La fede è la risposta dell'uomo all'amore di Dio che non chiede di essere obbedito, ma chiede di essere imitato. E per fare questo non c'è bisogno di conoscere le leggi di Dio.

Gesù sapeva bene a quali critiche feroci andava incontro (tra parentesi, se Gesù avesse soltanto predicato l'amore e anche l'amore ai prepotenti, sarebbe ancora vivo e gli avrebbero fatto anche un monumento nella piazza di Gerusalemme): se Gesù è stato assassinato è perché ha demolito tutta la base del potere civile e religioso del suo tempo.

 

Note: 1. Questa concezione si è radicata anche nel mondo occidentale. Infatti generalmente i santuari sono situati in luoghi alti. Ricordiamo che l'idea di costruire santuari non è cristiana, ma è una tradizione di impronta pagana. – 2. Una delle molteplici ragioni della decadenza della Chiesa cattolica risiede nel fatto che intendere trasmettere una dottrina e non semplicemente il messaggio di Gesù. – 3. A seconda delle traduzioni o dei manoscritti del Talmud presi in considerazione si possono avere numeri diversi, ma sempre dell'ordine delle migliaia. – 4. Nella Chiesa antica il Battesimo veniva anche chiamato il "Sacramento dell'Illuminazione". Il sacramento del Battesimo è stato il primo ad essere praticato e ve ne è traccia già negli Atti degli Apostoli dove sono riportate le prime conversioni al cristianesimo successive alla prima predicazione apostolica dopo la Pentecoste (Att 2,41.3,19). Il Battesimo veniva conferito solo a coloro che accettavano gli insegnamenti degli apostoli e consapevolmente dichiaravano di voler diventare discepoli. Le testimonianze riportano che già nel IV secolo era pratica diffusa battezzare i catecumeni, cioè coloro che si preparavano al battesimo, nella veglia di Pasqua (cfr Confessioni di S. Agostino). Il Battesimo, nella Chiesa antica, era considerato un sacramento per adulti proprio per il consenso al rito che il catecumeno doveva dare. La celebrazione del Battesimo ai neonati inizia ad essere un fatto comune a partire dal V secolo ed è una conseguenza della teologia agostiniana del peccato originale (teologia non presente nell'AT o nei vangeli). – 5. Gv 4,23-24: "Ma viene l'ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità". – 6. Si ricorda che i comandamenti di Gesù nulla hanno a che fare con i 10 Comandamenti ricevuti da Mosè sul Sinai. Per poterli conoscere si consiglia la lettura di Mt 5,1-12, Lc 6,20-22, Gv 13,1-17.34.