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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


lunedì 25 giugno 2012

Domenica 1° luglio 2012 – XIII Domenica Tempo Ordinario

Mc 5, 21-43

Essendo Gesù passato di nuovo in barca all'altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.

Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.

E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: «Chi mi ha toccato?»». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va' in pace e sii guarita dal tuo male».

Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

 

All'inizio dell'anno liturgico avevo sottolineato che il vangelo di Marco è "denso"; Marco raccoglie in poche parole un elevato numero di concetti teologici che si traducono in indicazioni di come condurre una vita piena e felice che può culminare così nella vita eterna. E' il caso del brano di questa domenica, molto complesso nella sua costruzione, carico di significati e sconvolgente per le conclusioni: Gesù, in questo brano di Marco, afferma che, se si vuole vivere di una vita piena e felice, se si vuole giungere alla vita eterna è indispensabile trasgredire la Legge di Dio!(1)

Ma andiamo con ordine. Nella narrazione della risurrezione (o meglio, rianimazione) della figlia del capo della sinagoga e della guarigione della donna affetta da flusso di sangue, l'evangelista intende rappresentare la situazione del popolo di Israele: da una parte il popolo sottomesso alla Legge, ormai privo di vita; dall'altra il popolo che la Legge esclude dalla comunione con Dio perché vive una situazione di impurità, rappresentato dalla donna con il flusso di sangue.

Marco ha diviso in due il racconto della figlia di Giairo per contornare, con la tecnica letteraria del trittico(2), l'episodio dell'emorroissa.

Prima di iniziare l'analisi del brano è necessario segnalare due elementi comuni ai due episodi: la cifra dodici, indicata come gli anni di malattia per la donna e come l'età per la figlia del capo della sinagoga. Il numero dodici, lo sappiamo, è il numero che rappresenta le dodici tribù di Israele, quindi indica tutto il popolo di Israele. L'altro elemento è il termine figlia, adoperato da Gesù per la donna che viene guarita, e per indicare la figlia del capo della sinagoga.

"Essendo Gesù passato di nuovo in barca all'altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare". Gesù è di ritorno dalla terra pagana ("altra riva") dove ha indicato ai pagani il cammino di liberazione (cfr Mc 5,1-20). La folla che si raduna è giudaica e questo lo si vede dal verbo greco tradotto con "radunò" che ha la stessa radice di "sinagoga"(3). La folla, accorrendo all'arrivo di Gesù, dimostra di essere in disaccordo con l'istituzione giudaica; è, come vedremo, una folla di oppressi dall'istituzione.

Marco divide in due questa folla e ne affida la rappresentanza a due donne: "E venne uno dei capi della sinagoga(4), di nome Giàiro(5), il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Sapremo poi che questa bambina ha dodici anni ed è da questo numero che comprendiamo che la giovinetta rappresenta Israele. Ma di quale Israele? E' figura del popolo sottomesso all'istituzione (figlia del "capo") e la cui situazione è gravissima ("sta morendo").

La seconda donna è malata: "Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando,…" E' figura del popolo emarginato perché non segue, per scelta o per impossibilità, le norme e i dettami dell'istituzione. Il libro del Levitico stabilisce infatti che, quando una donna ha un mestruo non regolare per cui il flusso continua, è impura e allora non si può rivolgere a Dio; non solo, ma non può avere rapporti sessuali e quindi è infeconda(6) (Lv 15,19-30). Non può andare al tempio a chiedere a Dio la grazia della guarigione, perché è impura; ma non può tentare di guarire e quindi di purificarsi, perché il testo dice che ha speso tutti i suoi averi dai medici per star peggio. Da un punto di vista fisico è destinata alla morte: è un modo paradossale d'essere donna: un continuo "dare", il flusso di sangue, che arricchisce gli altri, i medici, e svuota lei. Da un punto di vista religioso è impura. La parte del popolo da lei rappresentata è condannato alla sterilità.

"…udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata»." Per la donna non ci sono speranze; se continua ad osservare la Legge va incontro alla morte, ma lei, che ha sentito senz'altro la parola di Gesù, il messaggio di Gesù, il Gesù che ha purificato il lebbroso (Mc 1,40-45), il Gesù che non guarda i meriti delle persone, ma i loro bisogni, ci prova.

Ci prova di nascosto perché una donna che, nelle sue condizioni, pubblicamente e volontariamente, toccava un uomo, veniva messa a morte, perché lo rendeva impuro(7).

Ed ecco che accade l'incredibile, lo scandalo: "E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male." Violando la Legge, la Legge di Dio, la donna ha eliminato la causa del suo male!

"E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: «Chi mi ha toccato?»»." Gesù si volta e chiede: "Chi mi ha toccato il mantello?". C'è un discepolo(8) (Pietro? probabile) che lo prende per matto: "Ma come chi ti ha toccato? Non vedi che tutti quanti ti stringono?". Ma Gesù ha capito che qualcuno lo ha toccato in maniera diversa, che la vita si è trasmessa e vede la donna che le si è gettata tremante ai suoi piedi in attesa della collera del Maestro e della punizione: "E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va' in pace e sii guarita dal tuo male»".

Esaminiamo questo episodio su due piani: il piano religioso e il piano di Gesù. Secondo la religione siamo di fronte a una donna che ha fatto una trasgressione: una donna con quella malattia non può toccare nessuno. Gesù, che è l'uomo Dio, rivolgendosi a questa donna, avrebbe dovuto dirle: "Tu, brutta sozzona, con quella malattia, hai toccato me e mi hai reso impuro, vai via!!". Ma per Gesù, quello che agli occhi della religione è considerato un peccato, è un atto di fede.

Gesù, qui, la spara veramente grossa: la donna trasgredisce la Legge di Dio toccando Gesù e Gesù dice: "Figlia, la tua fede" - fede? - "ti ha salvata". Ma come fede? Quella che per la religione è una trasgressione, Gesù la chiama un gesto di fede? Capite che Gesù ha stravolto tutto quanto; capite perché lo hanno messo a morte? Io non mi meraviglio che abbiano ucciso Gesù, mi meraviglio che sia campato tanto, perché ha buttato all'aria tutto! Gesù non la rimprovera, ma addirittura, oltre ad averla guarita, la chiama pure "figlia". "Figlia" significa che la sua stessa vita si è trasmessa a lei.

Ecco dunque l'insegnamento nuovo di Gesù, che era già stato proposto nei brani del paralitico e dello storpio nella sinagoga (cfr. Mc 2,1-12 e Mc 3,1-6); non c'è nessuna persona, qualunque sia la sua situazione civile, morale, sessuale, affettiva, che possa essere esclusa dall'amore di Dio. E guai a chi mette le barriere tra costoro e Dio: Gesù non lo tollera(9). Gesù, che rappresenta l'amore di Dio, si avvicina spontaneamente a tutti quanti, e chiunque si interpone tra lui e Dio è un ostacolo da eliminare.

"Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Notare il cambiamento di scena, anche rispetto al primo quadro: è scomparso il nome Giairo, quindi ciò che accadrà potrà accadere ad una qualunque persona, anche ai "capi" che hanno condannato Gesù, anche a coloro che, in ogni tempo, ostacolano il messaggio di Gesù. Da notare inoltre che Gesù prima ha chiamato "figlia" la donna, ma nel caso della giovinetta la "figlia" è ancora del "capo", manca la liberazione da parte di Dio.

"Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo". Anche qui un richiamo forte alla "fede", alla fiducia nell'opera di Gesù. Si avviano, ma non tutti i discepoli sono stati autorizzati a seguirlo, solo i discepoli a cui Gesù ha dato un soprannome(10). Sono i più refrattari al messaggio di Gesù; per loro, così attaccati alla istituzione religiosa giudaica, sarà una presenza a scopo pedagogico. "Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte." Il luogo dove si trova la bambina è la "casa" dell'istituzione che si oppone alla nuova "casa" d'Israele fondata da Gesù con l'elezione dei Dodici E' anche la casa del lutto e il "trambusto" si oppone alla "pace" offerta, prima, da Gesù alla donna.

"Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». Nei vangeli la morte è sempre paragonata al sonno: un evento transitorio.

"E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina(11)." Chi opprime il popolo di Israele ("lo deridevano", espressione del potere e dell'incapacità di amare) viene cacciato; al "capo", ora diventato "padre" nel dolore, è consentito di rimanere.

Attenti ora a cosa fa Gesù: "Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni." Gesù tocca la fanciulla e quindi viola la Legge che impediva di toccare un cadavere(12) poiché impuro e da questa violazione nasce il bene, la sconfitta della morte! E' il popolo di Israele ("dodici anni") che, liberandosi dell'oppressione della Legge può ritornare a vivere libero.

In questo racconto la salvezza è concepita come riforma delle antiche istituzioni, speranza di vita e fecondità per la presenza dello sposo. Scompare il ruolo di padre e madre e si esprime una nuova comunità di uguali e liberi.

"Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare."

Ma questa speranza di futuro non è ancora realizzata, la speranza va ancora alimentata ("darle da mangiare"). Gesù è persona con i piedi ben piantati per terra; se le istituzioni comprendono che il popolo conosce la via della libertà, possono bloccarne la liberazione. Meglio non diffondere troppo la notizia.

 

Note: 1. Anche Paolo, qualche anno dopo, esaminando l'opera di Gesù, affermò "Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge" (Gal 3,13). Marco, nel cap 7 del suo vangelo, fa comprendere la ragione di queste affermazioni: "Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini." (Mc 7,6-7). La Legge, la Torah di Mosè, per Gesù non è legge di Dio, ma solo espressione della volontà di alcuni uomini. – 2. Come nell'arte, il trittico è un quadro formato da un pannello centrale, il più importante, e due pannelli laterali; quest'ultimi assumono il loro pieno significato in funzione del primo (o viceversa). – 3. Per comprendere meglio questo concetto posso fare un esempio: dire in italiano che la folla si "assembleò" fa intendere che questa gente aveva l'abitudine di riunirsi in assemblea. L'uso nei vangeli di neologismi o vocaboli inusuali non è segno di scarsa conoscenza della lingua come si diceva prima del Concilio Vaticano II, ma, al contrario, è un modo raffinato ed intelligentissimo di esprimere sinteticamente concetti complessi. – 4. Gli ebrei attribuivano, in quei tempi, questo titolo a coloro che presiedevano le riunioni della comunità ed esercitavano determinate funzioni amministrative in seno ad essa. – 5. Questo nome deriva dalla trascrizione greca dell'ebraico Jahir, ovvero "Jahve illumina". – 6. Colpa gravissima per una donna agli occhi del popolo ebraico. Non avendo figli è giudicata inutile. – 7. Il libro del Levitico, la parola di Dio, dice: "Quando una donna abbia flusso di sangue (...) chiunque la toccherà sarà immondo fino alla sera" (Lv 15,19). – 8. Da notare che il gruppo dei discepoli è mantenuto distinto dalla "grande folla" dei seguaci. – 9. "«È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla?». Ma essi tacevano. E guardandoli tutt'intorno con indignazione…" (Mc 3,4-5a). – 10. Simone detto "Pietro" ovvero testardo; Giacomo e Giovanni detti "Boanèrghes", cioè figli del tuono, litigiosi. – 11. La traduzione in italiano con "bambina" non è delle più felici. Il termine greco originale indica "una giovane nubile pronta per il matrimonio" che la renderà indipendente dai genitori. In particolare designa una ragazza di dodici anni, l'età del matrimonio indicata dalla Legge. Gesù è già stato presentato come lo sposo che dà vita e feconda (Mc 2,19). Proprio nel momento in cui la ragazza è pronta per essere fecondata ecco che arriva la morte. – 12. Cfr. Lv 21,1.11. Le prescrizioni riguardavano i sacerdoti, ma, secondo la teologia farisaica, queste prescrizioni erano state estese a tutto il popolo di Israele.

lunedì 18 giugno 2012


Domenica 24 giugno 2012 –XII Domenica del Tempo Ordinario
Natività di S. Giovanni Battista – Lc 1,57-66.80
Per Elisabetta intanto si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei.
Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccaria. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c'è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All'istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.
Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.

Nel suo vangelo(1) dell'infanzia Luca presenta anzitutto il dittico(2) degli annunzi (Lc 1,5-56) e poi quello delle nascite rispettivamente di Giovanni il Battista e di Gesù (Lc 1,57-2,21). Quello riguardante Giovanni comprende un breve resoconto della sua nascita e uno più lungo della sua circoncisione, cui fa seguito il Benedictus (Lc 1,67-79); chiude il complesso un ritornello sulla crescita (1,80). Il testo liturgico comprende tutta la parte riguardante la nascita di Giovanni, omettendo però il Benedictus(3).
La nascita di Giovanni è ricordata in modo molto sintetico: "Per Elisabetta intanto si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei".
La formula «quando giunse il momento del parto» è la stessa che si trova in Gn 25,24 a proposito di Rebecca. Il parto viene appena accennato per aggiungere subito dopo che in questa nascita tutti hanno riconosciuto una manifestazione straordinaria della misericordia di Dio e per sottolineare la gioia che essa ha provocato nei vicini e nei parenti, esattamente come l'angelo aveva preannunciato a Zaccaria (Lc 1,14).
"Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccaria". Nel giorno fissato dalla Legge, l'ottavo dopo la nascita (cfr. Lv 12,3; Fil 3,5), parenti e amici vennero da Zaccaria per la circoncisione del bambino che, secondo l'evangelista, comportava anche l'imposizione del nome. In realtà gli israeliti assegnavano di solito il nome al momento della nascita: senza dubbio Luca è stato influenzato dall'uso greco(4), secondo il quale il nome è dato effettivamente otto giorni (talvolta nove per un ragazzo) dopo la nascita. Non soltanto Luca ha fatto coincidere circoncisione ed imposizione del nome, ma ha anche semplificato le cose dicendo che gli amici «volevano chiamarlo Zaccaria come suo padre».
"Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c'è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome»". Elisabetta invece interviene ed esige che sia dato al bambino il nome Giovanni(5), cosa inaudita per quell'epoca in cui le donne non potevano intervenire su atti di stretta competenza del marito. Infatti dare il nome al bambino spettava al padre; spesso era assegnato il nome del nonno, raramente quello del padre. Il nome «Giovanni» dato da Elisabetta era quindi inopportuno, oltre che inaspettato, come appare dalla reazione di alcuni dei presenti.
"Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati".
Allora con dei gesti interrogano Zaccaria, che era rimasto sordomuto (Lc 1,20), il quale scrive su una tavoletta di legno ricoperta di cera il nome di Giovanni, suscitando un'altra volta lo stupore dei presenti. Forse per la prima volta nella tradizione ebraica il padre e la madre concordano perfettamente sul nome da dare al bambino. Stando al racconto, non risulta che abbiano potuto mettersi d'accordo preventivamente. Per Luca il nome di Giovanni è di origine divina e tutto avviene sotto il segno della Provvidenza. L'interesse del racconto sta essenzialmente in questo nome dato in modo miracoloso.
Nel racconto della nascita di Giovanni ha grande importanza la sua circoncisione. Era questo il segno più importante dell'identità giudaica, che comportava non solo l'entrata nel popolo della promessa, ma anche l'osservanza della legge mosaica. Mediante l'insistenza sul carattere giudaico della persona di Giovanni l'evangelista tende a presentarlo come una figura pienamente integrata nel popolo di Israele, in modo da farne l'ultimo dei profeti e l'anello di congiunzione con Gesù, che rappresenta il centro della salvezza. In Giovanni viene quindi operato saldamente il collegamento tra Antico e Nuovo Testamento.
Il racconto è tutto un inno alla fedeltà del Signore. La nascita di Giovanni viene accolta da tutti come un segno della sua misericordia per Israele, come il nome stesso di Giovanni lascia intendere e indica in sintesi la misericordia di Dio che, dopo essersi rivelata nell'Antico Testamento, giunge ora a compimento con la nascita del precursore.
"All'istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose".
L'atto di fede e di obbedienza fatto da Zaccaria imponendo il none al proprio figlio comporta una grazia speciale per lui che torna a sentire e parlare. Il racconto termina con una reazione di timore da parte dei presenti che però non ha nulla a che fare con la paura, ma piuttosto indica l'atteggiamento reverenziale dei credenti di fronte alla manifestazione divina; anzi, un'atmosfera di gioia e di stupore che pervade tutto il brano. Tutto mostra che la salvezza annunziata da Dio al suo popolo si sta ormai realizzando. Dalla conclusione del Benedictus (Lc 1,79) appare chiaramente che questa salvezza coincide con una pace universale.
"Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui." Per Luca la nascita di Giovanni è fondentale nella storia della salvezza.
Al termine del racconto della nascita, l'evangelista riporta il salmo profetico di Zaccaria, che, ripieno anch'egli di Spirito santo come Elisabetta, intende con esso rivelare ancora più chiaramente l'identità del Precursore. Il Benedictus, che qui non commenteremo, si compone in apparenza di due lunghe frasi greche (Lc 1,69-75 e 76-79); in realtà si è davanti a un brano poetico in cui ogni verso e ogni distico(6) possiede la sua autonomia. La fedeltà di Dio alle promesse fatte al suo popolo rappresenta anche il tema centrale del Benedictus, che esprime bene la comprensione che Luca ha avuto di quel segmento del tempo della salvezza che è caratterizzato dall'apparizione del Battista.
Luca conclude il ciclo del Battista con un ritornello sulla crescita: "Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele". In esso vengono riprese alcune espressioni dai racconti dell'infanzia di Isacco e di Ismaele (Gn 21,8.20), di Sansone (Gdc 13,24-25) e di Samuele (1Sam 2,21-26;3,19). Parlando della presenza di Giovanni «nel deserto», Luca preannuncia direttamente l'attività del Battista (cfr. Lc 3,2.4;7,24). Questo è un tratto tipicamente lucano: in lui tutto è compimento dell'antica profezia, tutto è annunzio e preparazione dell'avvenire; Luca è l'uomo della storia e soprattutto dei tempi della salvezza.

Note: 1. L'esegesi che segue è liberamente tratta da un articolo pubblicato sul sito Nicodemo.net da Padre Alessandro Sacchi. – 2. Questo termine, come il termine trittico visto in precedenza, è mutuato dalla pittura; il dittico è una pala d'altare a due lobi in cui sono raffigurati due personaggi legati tra loro da vicende o elementi teologici comuni. – 3. Capisco che il Benedictus sia piuttosto lungo da inserire nella Celebrazione Eucaristica, però bisogna dire che è la parte che illumina di significato tutto il brano. Sinceramente non capirò mai il criterio che guida i liturgisti. – 4. Ricordo che Luca è di origine e cultura greche e scrive in un greco elegante proprio delle persone molto istruite. – 5. Giovanni, in ebraico Jehōchānān , significa "Dio ha avuto misericordia (o grazia)" quindi "Dono di Dio". Anticamente in Italia veniva imposto ad un figlio lungamente atteso e nato quando ormai i genitori avevano perso la speranza di essere rallegrati dalla nascita di un bimbo. – 6. Il distico è una strofa formata da una coppia di versi. La parola deriva dal greco dístichon (due file, ovvero due schiere).

lunedì 11 giugno 2012

Domenica 17 giugno 2012 – XI Domenica del Tempo Ordinario

Mc 4,26-34

Diceva: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».

Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell'orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».

Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.

 

Il brano di questa domenica non sembra, nella sua semplicità, presentare grosse difficoltà interpretative. Gesù aveva di fronte a sé uomini e donne abituati a veder crescere una spiga, un arbusto, che conoscevano bene la fatica di arare la dura terra della Giudea o la soddisfazione di lavorare la terra feconda di Galilea, specialmente quella prossima al lago.

E' stato spontaneo, quindi, costruire un parallelo tra la costruzione della comunità di seguaci di Gesù (regno di Dio) e lo svilupparsi delle piante in agricoltura.

Più difficile per noi, uomini e donne del 2000, abituati al cemento e al bitume, o a timidi e depressi alberi a segnare i grandi viali delle nostre città, comprendere ed accettare che il germe del pensiero di Gesù, una volta seminato, possa procedere da solo fino a moltiplicarsi come i chicchi in una spiga.

"Diceva: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa."

L'ottimismo di Gesù è evidente. Egli ha fiducia nel suo lavoro, crede nella forza delle idee e sa che quelle racchiuse nella sua parola hanno una potenza che supera tutte le altre: la parola uscita dalla bocca di Dio non tornerà senza effetto, senza aver operato ciò che egli desidera e senza aver compiuto ciò per cui egli l'ha mandata (cfr. Is 55,11).

Perché la parola, l'idea che l'amore è l'unica forza vincente, produca frutto basta seminarla, annunciando il vangelo: il resto viene da sé. Forse che il contadino, dopo la semina, si ferma nel campo per ricordare al seme che deve germogliare? Il seme non ha bisogno di lui, è autosufficiente: ha in sé tutto il necessario per diventare spiga matura.

"Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura»".

Compito del cristiano è diffondere la parola: il resto non dipende da lui, ma da chi la accoglie: riferendosi alla comunità cristiana di Corinto, Paolo ha scritto: "Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere" (1Cor 3,6).

Gesù ha proclamato: "Il regno di Dio è vicino" (Mc 1,5), ma apparentemente nulla è cambiato nel mondo: la gente continua a vivere, a soffrire e a morire. Di nuovo c'è semplicemente un uomo che ha predicato in un luogo poco importante dell'impero romano e i suoi ascoltatori erano malati, analfabeti, squattrinati, insomma quelli che non contano niente.

Sinceramente c'è da demoralizzarsi! Dopo 2000 anni dal messaggio di Gesù, dov'è il regno che doveva essere realizzato? Gesù proprio per andare incontro a queste aspettative inserisce la parabola del granello di senape, una parabola breve ma importante.

"Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape…"; gli ascoltatori avranno fatto due occhi così e rizzato le orecchie. Gesù, infatti, sta polemizzando con la descrizione del regno che ha fatto il profeta Ezechiele nel cap. 17 del suo libro: "Anch'io prenderò dalla cima del cedro, dalle punte dei suoi rami, coglierò un ramoscello e lo pianterò sopra un monte alto, massiccio, lo pianterò sul monte alto di Israele. Metterà rami e frutti e diventerà un cedro magnifico. Sotto di lui tutti gli uccelli dimoreranno, ogni volatile all'ombra dei suoi rami riposerà" (Ez 17,22-23). Il cedro è chiamato il re degli alberi, è qualcosa di straordinario che attira l'attenzione.

Gesù, in polemica con questa idea del regno che si manifesta in maniera spettacolare, un regno grandioso, un regno meraviglioso, dice: lasciate perdere quelle immagini, il regno di Dio è come un grano di senape ed il grano di senape è così minuscolo "…che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno…".

Gesù ha un forte senso dell'ironia, se pensate che gli ascoltatori si aspettavano un albero sul monte altissimo: "…ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell'orto…". Chi si aspettava un cedro del Libano, si trova davanti un arbusto che è il più alto di tutti gli ortaggi.

Il regno di Dio è paragonato ad un seme non su un monte altissimo, ma nell'orto di casa, tra i cavoli e le patate, anche se a quell'epoca non c'erano, "…e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra»".

Ecco il messaggio di Gesù: il regno di Dio è un chicco di senape; i palestinesi dell'epoca (e ancora oggi) erano terrorizzati dai chicchi di senape perchè in Palestina la senape cresce dappertutto essendo un seme piccolino che s'insinua tra le fessure delle case, sopra i tetti, per le strade. Ne consegue che Gesù ci dà una garanzia: il regno di Dio, è un seme infestante ed arriverà dappertutto; però, anche nel momento del suo massimo sviluppo, cioè quando cresce, non attirerà l'attenzione. Vicino al lago di Galilea dove il clima è migliore, la senape raggiunge anche i due - tre metri di altezza, ma normalmente è alta solo un paio di metri: non è un albero, è un arbusto che non attira l'attenzione. Per questo il regno di Dio(1) non cala dal cielo per un intervento divino, ma esige, dipende ed è condizionato dalla collaborazione degli uomini. Se gli uomini non collaborano questo regno di Dio tarda ad affermarsi.

"Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa".

Tutte le volte che Gesù prende i discepoli in disparte (la traduzione "in privato" non è corretta) non è un favore che fa loro, un previlegio, ma significa che i discepoli non hanno capito assolutamente nulla e Gesù è costretto a rispiegare loro tutto quanto.

I discepoli non capiscono perchè sono dominati dall'idea del successo e della ambizione. Loro seguono il Messia, ma la loro idea di Messia non corrisponde a quella che Gesù ha annunziato.

Loro pensano: adesso seguiamo l'uomo inviato da Dio che va a Gerusalemme, sbaraglia i sacerdoti corrotti, elimina i romani ed inaugura il regno di Israele. Seguivano una pesona che andava a conquistare il potere e volevano partecipare alla sua spartizione. Questa ideologia li aveva resi ciechi e sordi alle parole di Gesù.

A tale proposito c'è un episodio emblematico: La terza volta(2) che Gesù annunzia ai suoi discepoli che credono di seguire un conquistatore: ma avete capito, vado a Gerusalemme, vado a soffrire! Si, ripondono, lo sappiamo che vai a soffrire. Gesù dice: sarò ammazzato, ma loro non capiscono. Infatti subito dopo si avvicinano Giacomo e Giovanni: "a Gerusalemme i posti più importanti toccano a noi, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra"! Hanno ascoltato, ma come ha detto Gesù in una parabola, è subentrata l'ambizione del potere che ha tolto loro questo messaggio.

In conclusione il messaggio di Gesù dipende, per la sua realizzazione, dalla accettazione e dalla profonda modifica che questo messaggio ha fatto nell'individuo. Gesù parla con esempi tratti dalla natura perché Gesù vuole indicare che il suo messaggio produce vita, un dinamismo di vita.

Il seme ha bisogno della terra per realizzarsi, la terra ha bisogno del seme per manifestarsi. Ognuno di noi ha bisogno dell'insegnamento di Gesù per realizzare se stesso; l'insegnamento di Gesù ha bisogno degli uomini per diventare realtà.

 

Note: 1. Ricordo che per regno di Dio Gesù intende quello spazio di amore e di libertà dove Dio stesso governa gli uomini non emanando leggi che essi devono osservare, ma comunicando loro la sua stessa capacità di amare. Quando uno accoglie questa capacità di amore deve cambiare mentalità, deve modificare il proprio atteggiamento: è questo quello che nei Vangeli si chiama conversione. – 2. Quando nel Vangelo si trova il numero tre, (i numeri nella Bibbia e nei Vangeli sono tutti simbolici) significa una cosa che è completa, oppure definitiva.