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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


lunedì 9 luglio 2012

Domenica 15 luglio 2012 – XV Domenica del Tempo Ordinario

Mc 6, 7-13

Chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient'altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

 

Il brano di vangelo che il liturgista ci propone questa domenica fa da premessa ad un altro brano, quello della prima moltiplicazione dei pani (Mc 6,30-44). Tra i due brani Marco ha inserito l'episodio del martirio di Giovanni Battista quasi a voler chiudere, con la morte di Giovanni, l'epoca dell'AT prima di iniziare il grande discorso della condivisione come base politica e religiosa della comunità di Gesù: è il passaggio epocale da Dio re a Dio padre, dall'uomo che si considera suddito all'uomo protagonista consapevole della propria storia.

"Chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri." Gesù nella sinagoga di Nazareth ha toccato con mano le difficoltà di comunicare con la popolazione indottrinata dalle autorità religiose e che non è più capace di ragionare con la propria testa. Dopo questa esperienza Gesù tenta un'altra strada, l'invio dei suoi discepoli nei villaggi per diffondere il suo messaggio, per convincere anche i più recalcitranti; l'idea che guida Gesù è che persone del popolo, come sono i discepoli, creano meno diffidenza del maestro famoso e quindi possono incidere in modo più profondo nel sentire comune.

"…prese a mandarli a due a due…", scrive Marco, perché loro sono una comunità, non devono presentarsi come capi che impongono un messaggio, ma devono dimostrare di appartenere ad una comunità che vive questo messaggio.

"…e dava loro potere sugli spiriti impuri." Questo è un modo di parlare antico e lontano dalla nostra mentalità: esso rappresenta un'indicazione di cosa fare, quasi un ordine ("dava loro potere"), e contemporaneamente costituisce una limitazione perché il loro potere è limitato alla diffusione del messaggio di Gesù fino a convincere anche i più recalcitranti ("potere sugli spiriti impuri"). Niente altro. Vedremo invece che i discepoli si comporteranno in ben altro modo.

Per comprendere meglio la frase è necessario ricordare che il termine "spirito", sia nella lingua ebraica sia in quella greca, significa "forza", una forza esterna all'uomo. Quando questa forza viene da Dio è chiamata "santa", dal verbo santificare che significa "separare". "Spirito Santo" significa una forza che mi separa, non dagli uomini, ma dal male, dall'egoismo. Quando questa forza non viene da Dio, ma viene dall'egoismo, si chiama, secondo il linguaggio dei vangeli, "impura".

Un esempio tipico di questo modo di scrivere è riportato in Mc 1,21-28(1): se lo scrittore vuole far esprimere un parere ad un personaggio, questo parere diviene esso stesso persona e parla esprimendo quanto il personaggio avrebbe dovuto dire(2). Quando si parla si emette aria, soffio, spirito secondo una dicitura tratta dal greco(3); ed ecco che il parere da esprimere esce dal personaggio come spirito e parla in sua vece. Se il parere da esprimere è negativo, in contrasto con il pensiero di un personaggio importante o santo come Gesù, lo spirito è definito immondo o impuro perché si oppone a chi detiene la santità, cioè contrasta Dio.

"E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient'altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche."

E' l'unica volta che Gesù ordina qualcosa in questo vangelo, quindi deve essere qualcosa di molto importante, che dobbiamo prendere seriamente in considerazione. I dicepoli, per il viaggio, devono prendere un bastone (di questo ne parleremo in occasione dei sandali) ma non portare viveri, borse o denaro. Gesù vuole che il comportamento dei discepoli dimostri la verità dell'annuncio. Non si può andare ad annunciare la buona notizia di Gesù, che è una notizia in cui l'uomo si fida pienamente di Dio e si fida pienamente degli altri, se poi il proprio comportamento, il proprio abbigliamento, il proprio stile di vita lo contraddicono.

Gesù normalmente è parco di descrizioni, ma qui fa una descrizione molto dettagliata, addirittura di come deve essere l'abbigliamento di questi discepoli; dice di "calzare i sandali" e, aggiungo io, "portare il bastone" perché devono camminare molto: i sandali proteggono i piedi ed il bastone sorregge il corpo nella fatica del camminare ed aiuta ad allontanre le bestie selvatiche. Aggiunge di "non portare due tuniche", perché avere due tuniche era un lusso dei ricchi. I discepoli, quindi, non devono smentire con il proprio comportamento l'annunzio dell'amore universale di un Dio che si mette a servizio degli altri.

"E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì." Gesù invita i discepoli ad essere liberi dall'affanno economico, ad affidarsi completamente a Dio e agli altri; ed aggiunge che questa libertà deve essere completa e lo fa con una frase che, per essere compresa, richiede la conoscenza degli usi e dei costumi ebraici di quel tempo. Gli ebrei, quando erano in viaggio, cercavano spesso ospitalità, ma soltanto in casa di altri ebrei; non andavano in casa di pagani perché la casa di un pagano era considerata impura. Oppure non andavano in casa di ebrei che non erano pienamente osservanti delle regole della purezza o della impurità riguardo ai generi alimentari.

Gesù chiede di essere liberi da tutte queste remore: nella casa dove entrate, che siano pagani o ebrei, osservanti o meno, lì rimanete. Perchè bisogna essere liberi dalle regole per poter liberare dalla Legge.

"Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro»."

Scuotete la polvere sotto i piedi era un gesto simbolico che facevano gli ebrei, quando ritornavano dalla terra pagana, prima di entrare in Israele: scuotevano la polvere dei sandali per non portare neanche un briciolo di terra pagana, di terra impura, nella terra santa. L'evangelista indica che quanti non accolgono questi annunciatori del messaggio, vanno trattati come i pagani. Pagano allora non è chi non crede o chi crede in un'altra religione, ma chi non accoglie, chi non presta aiuto. Chi non riflette nella sua condotta l'amore universale di Dio è un pagano.

"Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano."

Molto spesso io affermo che più che da discepoli, Gesù era circondato da discoli: non li aveva invitati a predicare la conversione(4); non li aveva invitati a scacciare i demoni, aveva dato il potere sugli spiriti impuri(5), che è tutta un'altra cosa; ed in fine non li aveva inviati ad ungere i malati con olio(6).

I discepoli non hanno fatto quello che Gesù ha indicato loro, hanno preferito fare cose più gratificanti che il semplice annuncio. E infatti vedremo nel seguito di questo Vangelo (Mc 6,30-31) che Gesù li chiamerà in disparte per far loro comprendere che avevano annunziato un messaggio che lui non aveva autorizzato.

 

Note: 1. In Mc 1,21-28 è descritta l'azione di Gesù per convincere un fondamentalista, un vero e proprio alterco che si conclude con il difficile e doloroso cedimento dell'uomo agli argomenti di Gesù. – 2. Questo metodo diviene particolarmente utile quando la discussione si trasforma in alterco; infatti in oriente un litigio è sempre scandaloso e diminuisce l'onorabilità delle persone coinvolte indipendentemente da chi ha ragione. Se l'alterco si sviluppa tra due "spiriti" può essere raccontato senza intaccare l'onore delle persone coinvolte che, almeno formalmente, sono rimaste in silenzio. – 3. Soffio e spirito in greco si dice indifferentemente pneuma. – 4. Il messaggio che Gesù aveva incaricato di annunciare era molto più semplice: Dio ama tutti senza guardare ai meriti di ciascuno. Parlare di conversione è più complesso perché richiede che l'ascoltatore consideri naturale amare gli altri come Dio ama lui. – 5. Nella concezione ebraica scacciare i demoni corrisponde a guarire dalle malattie. Infatti le malattie erano considerate la punizione che Dio mandava ai peccatori tramite alcuni dei fenici che venivano chiamati, con una parola di origine greca, demoni, che nulla avevano a che fare con il concetto di spirito impuro come sopra spiegato. – 6. L'uso dell'olio in ambito sanitario è antichissima, vedi Lc 10,34: il buon samaritano curò le ferite dell'uomo picchiato dai briganti con olio e vino; per questo i discepoli di Gesù si servono del valore simbolico dell'olio per accompagnare con un segno visibile la preghiera per i malati. In seguito questo gesto ha portato al sacramento detto unzione degli infermi. (cfr. Giac 5,14 – 15 ).

lunedì 2 luglio 2012

Domenica 8 luglio 2012 – XIV Domenica del Tempo Ordinario

Mc 6,1-6

Partì di là e venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d'intorno, insegnando.

 

Il brano di questa domenica(1) riferisce dell'incontro tra Gesù, ormai conosciuto come Maestro, con i propri concittadini che lo avevano visto crescere in mezzo a loro. Il brano è ripreso sia da Matteo (Mt 13,53-58) che da Luca (Lc 4,16-30); ma mentre il primo ricalca lo schema di Marco, Luca motiva in modo diverso la reazione della popolazione di Nazareth facendola dipendere dalla incompleta lettura del brano di Isaia che ne frustra le aspirazioni(2).

L'intenzione di Marco, invece, è quella di presentare ancora una volta la triste situazione del popolo sottomesso all'autorità religiosa.

"Partì di là e venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga." Gesù si trova molto probabilmente a Cafarnao e decide di recarsi a Nazareth distante pochi chilometri. Però Marco evita di nominare Nazareth, perché ciò che sta per accadere non sia relegato nel piccolo paese di Nazareth, ma possa estendersi a tutta la nazione di Israele.

Insieme ai discepoli, il sabato si reca in sinagoga e, come era consentito dalla Legge a qualunque maschio adulto, prende la parola. Era un maestro ormai conosciuto e quindi ne approfitta per insegnare; è la seconda volta che Gesù, nel vangelo di Marco, insegna in una sinagoga.

La prima volta a Cafarnao l'esito era stato positivo, aveva addirittura convinto un fondamentalista, la gente era rimasta stupita, avevano detto "questo sì che ha autorità, non i nostri scribi" (Mc 1,21-22). Queste valutazioni avevano gettato discredito sui teologi ufficiali, sugli scribi, che erano passati al contrattacco, mettendo in guardia la gente: attenti a quest'uomo, a questo Gesù, perché è vero che vi guarisce, ma lo fa per infettarvi ancora di più, perché è uno stregone, agisce per opera di Beelzebùl, il dio delle malattie (Mc 3,22).

Il popolo, se inizialmente ha uno sbandamento, poi si convince che gli scribi hanno ragione: è più semplice, è più rassicurante che ragionare con la propria testa. Il popolo non può permettersi di avere un'opinione propria, è troppo complicato, meglio pensare esattamente quello che le autorità decidono che deve pensare: se le autorità impongono che quello che è bianco è nero, il popolo deve credere così. Questo è quello che Gesù chiamerà il peccato contro lo Spirito Santo (Mt 12,31).

"E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani?". La gente rimane stupita del suo insegnamento, ma non c'è una reazione positiva, e si chiedono "da dove gli vengano queste cose?". Non riescono a percepire la validità del discorso di Gesù perché è in contrasto con l'indottrinamento ricevuto dalle autorità religiose. E si stupiscono dei prodigi e dicono che "sono compiuti dalle sue mani", come se Gesù fosse uno stregone.

"Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo." Evitano di nominare Gesù, si riferiscono a lui con profondo disprezzo "Non è costui", quindi evitano di pronunciare il nome e poi passano all'offesa, lo chiamano "il figlio di Maria".

Un figlio, nel mondo palestinese, veniva sempre chiamato con il nome del padre, anche quando il padre era defunto; quindi avrebbero dovuto dire "non è il figlio di Giuseppe?"; ma ignorano Giuseppe. Dire che qualcuno è il figlio di una donna significa che la paternità è dubbia e incerta(3), il che comporta un giudizio negativo sulla stessa madre. E dalle offese passano all'esame della realtà, elencando i suoi fratelli e sorelle e, conclude l'evangelista, tutto questo per loro "era motivo di scandalo": un uomo con queste semplici origini non può mettersi a predicare pretendendo di sovvertire quello che altri, ben più importanti ed istruiti di lui, avevano stabilito!

La situazione del popolo è tremenda: pur avendo ascoltato l'insegnamento di Gesù, non ne percepiscono la novità perché le autorità religiose, per non andare contro il proprio interesse (loro sì che hanno capito chi è Gesù, ma se lo riconoscono perdono l'influsso e il prestigio sul popolo) hanno detto che Gesù opera per azione di Beelzebùl, il dio del letame(4), colui che porta le malattie.

"Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua»".

Questa è la conclusione amara di Gesù che fa eco a quello che c'è scritto nel vangelo di Giovanni: "Egli venne tra i suoi, ma i suoi non l'hanno accolto" (Gv 1,11). E' il destino dei profeti; in nome del Dio del passato le autorità religiose non riconoscono mai il Dio che si manifesta nel presente. I profeti sono coloro che allargano lo spazio, dilatano la conoscenza di Dio, ma sono proprio le autorità religiose che, in nome di una malintesa tradizione, non accolgono e non riconoscono questa novità di Dio e il popolo è sottomesso a questa loro tradizione.

"E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d'intorno, insegnando".

Se non c'è partecipazione, fiducia, fede, Gesù non può compiere nulla se non nei confronti di quei pochi che si distaccano dal sentire comune, che continuano ad usare la propria testa.

Vedendo l'oppressione dell'istituzione religiosa sul popolo, la tristezza di Gesù è grande: quelli che si erano posti come rappresentanti di Dio sono quelli che impediscono la conoscenza di Dio al popolo(5).

 

Note: 1. L'esegesi di questo brano è stata fatta elabornado liberamente un'omelia di P. Alberto Maggi. – 2. In Lc 4,16-30 Gesù legge Is 61 fermandosi alla "proclamazione dell'anno di grazia del Signore" ed ignorando i rimanenti versetti che riguardano la ricostituzione del regno di Israele e la sua vittoria su tutti i popoli pagani, cosa che tutti gli Israeleiti aspettavano come compito principale del Messia. Per Luca, quindi, la reazione negativa della popolazione è dipesa dalla scarsa considerazione mostrata da Gesù nei confronti delle loro speranze di grandezza e di rivalsa. – 3. Qui non si fa riferimento alla nascita virginale di Gesù; infatti il vangelo di Marco si disinteressa completamente della nascita e dell'infanzia di Gesù e inizia la descrizione teologica della sua vita dai primi passi nella predicazione. Occorreranno almeno altri trenta - quaranta anni prima che si consolidi la tradizione della nascita virginale con il vangelo di Matteo (quello di Luca è invece controverso su questo tema). – 4. Oppure il dio delle mosche, a seconda di come lo si pronuncia, ma il significato non cambia visto che le mosche sono attratte dal letame. – 5. Di fronte a questo brano il pensiero passa immediatamente alla situazione della Chiesa cattolica negli ultimi quaranta anni nei quali gli esponenti della tradizione distruggono giorno dopo giorno le novità portate dal Concilio Vaticano II, allontanando il popolo dalla fede.

lunedì 25 giugno 2012

Domenica 1° luglio 2012 – XIII Domenica Tempo Ordinario

Mc 5, 21-43

Essendo Gesù passato di nuovo in barca all'altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.

Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.

E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: «Chi mi ha toccato?»». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va' in pace e sii guarita dal tuo male».

Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

 

All'inizio dell'anno liturgico avevo sottolineato che il vangelo di Marco è "denso"; Marco raccoglie in poche parole un elevato numero di concetti teologici che si traducono in indicazioni di come condurre una vita piena e felice che può culminare così nella vita eterna. E' il caso del brano di questa domenica, molto complesso nella sua costruzione, carico di significati e sconvolgente per le conclusioni: Gesù, in questo brano di Marco, afferma che, se si vuole vivere di una vita piena e felice, se si vuole giungere alla vita eterna è indispensabile trasgredire la Legge di Dio!(1)

Ma andiamo con ordine. Nella narrazione della risurrezione (o meglio, rianimazione) della figlia del capo della sinagoga e della guarigione della donna affetta da flusso di sangue, l'evangelista intende rappresentare la situazione del popolo di Israele: da una parte il popolo sottomesso alla Legge, ormai privo di vita; dall'altra il popolo che la Legge esclude dalla comunione con Dio perché vive una situazione di impurità, rappresentato dalla donna con il flusso di sangue.

Marco ha diviso in due il racconto della figlia di Giairo per contornare, con la tecnica letteraria del trittico(2), l'episodio dell'emorroissa.

Prima di iniziare l'analisi del brano è necessario segnalare due elementi comuni ai due episodi: la cifra dodici, indicata come gli anni di malattia per la donna e come l'età per la figlia del capo della sinagoga. Il numero dodici, lo sappiamo, è il numero che rappresenta le dodici tribù di Israele, quindi indica tutto il popolo di Israele. L'altro elemento è il termine figlia, adoperato da Gesù per la donna che viene guarita, e per indicare la figlia del capo della sinagoga.

"Essendo Gesù passato di nuovo in barca all'altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare". Gesù è di ritorno dalla terra pagana ("altra riva") dove ha indicato ai pagani il cammino di liberazione (cfr Mc 5,1-20). La folla che si raduna è giudaica e questo lo si vede dal verbo greco tradotto con "radunò" che ha la stessa radice di "sinagoga"(3). La folla, accorrendo all'arrivo di Gesù, dimostra di essere in disaccordo con l'istituzione giudaica; è, come vedremo, una folla di oppressi dall'istituzione.

Marco divide in due questa folla e ne affida la rappresentanza a due donne: "E venne uno dei capi della sinagoga(4), di nome Giàiro(5), il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Sapremo poi che questa bambina ha dodici anni ed è da questo numero che comprendiamo che la giovinetta rappresenta Israele. Ma di quale Israele? E' figura del popolo sottomesso all'istituzione (figlia del "capo") e la cui situazione è gravissima ("sta morendo").

La seconda donna è malata: "Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando,…" E' figura del popolo emarginato perché non segue, per scelta o per impossibilità, le norme e i dettami dell'istituzione. Il libro del Levitico stabilisce infatti che, quando una donna ha un mestruo non regolare per cui il flusso continua, è impura e allora non si può rivolgere a Dio; non solo, ma non può avere rapporti sessuali e quindi è infeconda(6) (Lv 15,19-30). Non può andare al tempio a chiedere a Dio la grazia della guarigione, perché è impura; ma non può tentare di guarire e quindi di purificarsi, perché il testo dice che ha speso tutti i suoi averi dai medici per star peggio. Da un punto di vista fisico è destinata alla morte: è un modo paradossale d'essere donna: un continuo "dare", il flusso di sangue, che arricchisce gli altri, i medici, e svuota lei. Da un punto di vista religioso è impura. La parte del popolo da lei rappresentata è condannato alla sterilità.

"…udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata»." Per la donna non ci sono speranze; se continua ad osservare la Legge va incontro alla morte, ma lei, che ha sentito senz'altro la parola di Gesù, il messaggio di Gesù, il Gesù che ha purificato il lebbroso (Mc 1,40-45), il Gesù che non guarda i meriti delle persone, ma i loro bisogni, ci prova.

Ci prova di nascosto perché una donna che, nelle sue condizioni, pubblicamente e volontariamente, toccava un uomo, veniva messa a morte, perché lo rendeva impuro(7).

Ed ecco che accade l'incredibile, lo scandalo: "E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male." Violando la Legge, la Legge di Dio, la donna ha eliminato la causa del suo male!

"E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: «Chi mi ha toccato?»»." Gesù si volta e chiede: "Chi mi ha toccato il mantello?". C'è un discepolo(8) (Pietro? probabile) che lo prende per matto: "Ma come chi ti ha toccato? Non vedi che tutti quanti ti stringono?". Ma Gesù ha capito che qualcuno lo ha toccato in maniera diversa, che la vita si è trasmessa e vede la donna che le si è gettata tremante ai suoi piedi in attesa della collera del Maestro e della punizione: "E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va' in pace e sii guarita dal tuo male»".

Esaminiamo questo episodio su due piani: il piano religioso e il piano di Gesù. Secondo la religione siamo di fronte a una donna che ha fatto una trasgressione: una donna con quella malattia non può toccare nessuno. Gesù, che è l'uomo Dio, rivolgendosi a questa donna, avrebbe dovuto dirle: "Tu, brutta sozzona, con quella malattia, hai toccato me e mi hai reso impuro, vai via!!". Ma per Gesù, quello che agli occhi della religione è considerato un peccato, è un atto di fede.

Gesù, qui, la spara veramente grossa: la donna trasgredisce la Legge di Dio toccando Gesù e Gesù dice: "Figlia, la tua fede" - fede? - "ti ha salvata". Ma come fede? Quella che per la religione è una trasgressione, Gesù la chiama un gesto di fede? Capite che Gesù ha stravolto tutto quanto; capite perché lo hanno messo a morte? Io non mi meraviglio che abbiano ucciso Gesù, mi meraviglio che sia campato tanto, perché ha buttato all'aria tutto! Gesù non la rimprovera, ma addirittura, oltre ad averla guarita, la chiama pure "figlia". "Figlia" significa che la sua stessa vita si è trasmessa a lei.

Ecco dunque l'insegnamento nuovo di Gesù, che era già stato proposto nei brani del paralitico e dello storpio nella sinagoga (cfr. Mc 2,1-12 e Mc 3,1-6); non c'è nessuna persona, qualunque sia la sua situazione civile, morale, sessuale, affettiva, che possa essere esclusa dall'amore di Dio. E guai a chi mette le barriere tra costoro e Dio: Gesù non lo tollera(9). Gesù, che rappresenta l'amore di Dio, si avvicina spontaneamente a tutti quanti, e chiunque si interpone tra lui e Dio è un ostacolo da eliminare.

"Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Notare il cambiamento di scena, anche rispetto al primo quadro: è scomparso il nome Giairo, quindi ciò che accadrà potrà accadere ad una qualunque persona, anche ai "capi" che hanno condannato Gesù, anche a coloro che, in ogni tempo, ostacolano il messaggio di Gesù. Da notare inoltre che Gesù prima ha chiamato "figlia" la donna, ma nel caso della giovinetta la "figlia" è ancora del "capo", manca la liberazione da parte di Dio.

"Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo". Anche qui un richiamo forte alla "fede", alla fiducia nell'opera di Gesù. Si avviano, ma non tutti i discepoli sono stati autorizzati a seguirlo, solo i discepoli a cui Gesù ha dato un soprannome(10). Sono i più refrattari al messaggio di Gesù; per loro, così attaccati alla istituzione religiosa giudaica, sarà una presenza a scopo pedagogico. "Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte." Il luogo dove si trova la bambina è la "casa" dell'istituzione che si oppone alla nuova "casa" d'Israele fondata da Gesù con l'elezione dei Dodici E' anche la casa del lutto e il "trambusto" si oppone alla "pace" offerta, prima, da Gesù alla donna.

"Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». Nei vangeli la morte è sempre paragonata al sonno: un evento transitorio.

"E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina(11)." Chi opprime il popolo di Israele ("lo deridevano", espressione del potere e dell'incapacità di amare) viene cacciato; al "capo", ora diventato "padre" nel dolore, è consentito di rimanere.

Attenti ora a cosa fa Gesù: "Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni." Gesù tocca la fanciulla e quindi viola la Legge che impediva di toccare un cadavere(12) poiché impuro e da questa violazione nasce il bene, la sconfitta della morte! E' il popolo di Israele ("dodici anni") che, liberandosi dell'oppressione della Legge può ritornare a vivere libero.

In questo racconto la salvezza è concepita come riforma delle antiche istituzioni, speranza di vita e fecondità per la presenza dello sposo. Scompare il ruolo di padre e madre e si esprime una nuova comunità di uguali e liberi.

"Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare."

Ma questa speranza di futuro non è ancora realizzata, la speranza va ancora alimentata ("darle da mangiare"). Gesù è persona con i piedi ben piantati per terra; se le istituzioni comprendono che il popolo conosce la via della libertà, possono bloccarne la liberazione. Meglio non diffondere troppo la notizia.

 

Note: 1. Anche Paolo, qualche anno dopo, esaminando l'opera di Gesù, affermò "Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge" (Gal 3,13). Marco, nel cap 7 del suo vangelo, fa comprendere la ragione di queste affermazioni: "Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini." (Mc 7,6-7). La Legge, la Torah di Mosè, per Gesù non è legge di Dio, ma solo espressione della volontà di alcuni uomini. – 2. Come nell'arte, il trittico è un quadro formato da un pannello centrale, il più importante, e due pannelli laterali; quest'ultimi assumono il loro pieno significato in funzione del primo (o viceversa). – 3. Per comprendere meglio questo concetto posso fare un esempio: dire in italiano che la folla si "assembleò" fa intendere che questa gente aveva l'abitudine di riunirsi in assemblea. L'uso nei vangeli di neologismi o vocaboli inusuali non è segno di scarsa conoscenza della lingua come si diceva prima del Concilio Vaticano II, ma, al contrario, è un modo raffinato ed intelligentissimo di esprimere sinteticamente concetti complessi. – 4. Gli ebrei attribuivano, in quei tempi, questo titolo a coloro che presiedevano le riunioni della comunità ed esercitavano determinate funzioni amministrative in seno ad essa. – 5. Questo nome deriva dalla trascrizione greca dell'ebraico Jahir, ovvero "Jahve illumina". – 6. Colpa gravissima per una donna agli occhi del popolo ebraico. Non avendo figli è giudicata inutile. – 7. Il libro del Levitico, la parola di Dio, dice: "Quando una donna abbia flusso di sangue (...) chiunque la toccherà sarà immondo fino alla sera" (Lv 15,19). – 8. Da notare che il gruppo dei discepoli è mantenuto distinto dalla "grande folla" dei seguaci. – 9. "«È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla?». Ma essi tacevano. E guardandoli tutt'intorno con indignazione…" (Mc 3,4-5a). – 10. Simone detto "Pietro" ovvero testardo; Giacomo e Giovanni detti "Boanèrghes", cioè figli del tuono, litigiosi. – 11. La traduzione in italiano con "bambina" non è delle più felici. Il termine greco originale indica "una giovane nubile pronta per il matrimonio" che la renderà indipendente dai genitori. In particolare designa una ragazza di dodici anni, l'età del matrimonio indicata dalla Legge. Gesù è già stato presentato come lo sposo che dà vita e feconda (Mc 2,19). Proprio nel momento in cui la ragazza è pronta per essere fecondata ecco che arriva la morte. – 12. Cfr. Lv 21,1.11. Le prescrizioni riguardavano i sacerdoti, ma, secondo la teologia farisaica, queste prescrizioni erano state estese a tutto il popolo di Israele.