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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


lunedì 6 agosto 2012

Domenica 12 agosto 2012 – XIX Domenica del Tempo Ordinario

Gv 6,41-51

Allora i Giudei si misero a mormorare contro di lui perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: «Sono disceso dal cielo»?».

Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: E tutti saranno istruiti da Dio. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.

Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

 

Il discorso(1) del pane di vita (Gv 6,22-69) è iniziato con un brano nel quale si afferma che il Padre dà il vero pane dal cielo per mezzo del Figlio dell'uomo (Gv 6,25-35); il brano successivo sottolinea come questo pane si identifichi con la persona stessa di Gesù (Gv 6, 37-40). Nel brano proposto dalla liturgia per questa domenica, l'accento si sposta in un primo momento sull'ammaestramento di Dio; questi versetti sono chiaramente una parentesi che interrompe lo sviluppo dei pensieri: in essa si approfondisce il tema già accennato precedentemente, dove Gesù aveva detto che il Padre attira a lui coloro che sono destinati alla salvezza (cfr. Gv 6,37-40). Subito dopo si ritorna al tema centrale del discorso, tutto incentrato su Gesù pane di vita.

"Allora i Giudei si misero a mormorare contro di lui perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo»."

Il brano inizia con la reazione dei giudei di fronte alla pretesa avanzata da Gesù di essere il pane disceso dal cielo, cioè il mediatore finale della salvezza. Il verbo greco tradotto con mormorare è lo stesso usato nella traduzione greca(2) di Es 16,7;17,3 per indicare il comportamento dei figli di Israele nel deserto. Per costoro la mormorazione consisteva nel mettere in discussione la parola di Dio, ritenendo che non fosse capace di attuare ciò che aveva promesso.

I giudei invece ritengono che la pretesa di Gesù di essere il pane disceso da cielo sia eccessiva. Essi infatti soggiungono: "E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: «Sono disceso dal cielo»?»."

Egli non può dire di essere disceso dal cielo dal momento che è uno di cui conoscono molto bene i rapporti famigliari. Per lo stesso motivo, secondo Marco, Gesù non era stato accolto nel suo villaggio (cfr. Mc 6,1-6). Nei due casi si può ravvisare la concezione giudaica del Messia nascosto e rivelato improvvisamente da Dio in modo eclatante. Di Gesù si conoscevano i genitori: come dunque poteva affermare di essere il pane disceso dal cielo?

Alle parole dei giudei Gesù risponde: "«Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno".

Essi non hanno motivo di mormorare. La possibilità stessa di andare a lui, di credere nel suo ruolo, è opera del Padre: egli si limita a far risorgere (3) coloro che, per opera del Padre, si aggregano a lui. A conferma di ciò egli cita un testo del Deuteroisaia, nel quale si dice: "Sta scritto nei profeti: E tutti saranno istruiti da Dio." (cfr. Is 54,13). Questa affermazione si richiama ad altre che, presentando l'alleanza, la caratterizzano con un rapporto che nasce non da una imposizione esterna (la legge), ma da un intervento interiore di Dio sul cuore stesso dell'uomo (cfr. Ger 31,31-34; Ez 36,31-34; Dt 30,6).

Gesù commenta poi in questo modo il testo citato: "Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me.": è in base a una illuminazione divina(4) che si aderisce a Gesù. E conclude: "Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna". Come già l'evangelista aveva sottolineato nel prologo (cfr. Gv 1,18), solo colui che viene dal Padre lo ha visto e può dare la vita eterna a chi crede in lui. La mormorazione dei giudei è quindi senza fondamento: essa deriva non della fedeltà alle Scritture, ma dal rifiuto opposto alla testimonianza interiore di Dio che accompagna l'annunzio di Gesù.

"Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia."

Il primo libro della Bibbia, la Genesi, afferma che Dio aveva creato l'uomo per l'immortalità. L'ultimo libro della Bibbia, l'Apocalisse, afferma che Dio ridarà all'uomo questa immortalità. Ora, Gesù, in questo brano, ci dice che questa immortalità ci è già ridonata attraverso la fede e l'Eucaristia: "…perché chi ne mangia non muoia…". Si potrebbe obiettare anche noi insieme ai Giudei: ma anche coloro che mangiano il Pane eucaristico, muoiono come tutti! Ebbene, Gesù afferma che il nutrimento eucaristico ricevuto nella fede mette il fedele in possesso, fin d'ora, di una "vita eterna" sulla quale la morte fisica non ha alcuna presa.

Vi è però una condizione che spesso sfugge, o che allontaniamo dai nostri pensieri perché non siamo tanto disposti ad accettarla.

"Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo»."

Mangiare il Corpo di Cristo non è un rito magico; l'atto di accogliere Cristo in noi significa che vogliamo(5) entrare in comunione con lui, significa che noi condividiamo in tutto e per tutto la Parola di Cristo, anche e soprattutto quell'unico comandamento che ci ha lasciato: "amatevi l'un l'altro come io vi ho amato" (Gv 13,34); il comandamento che ha sostituito e superato i comandamenti del Sinai.

Quel comandamento è stato annunciato pochi minuti dopo che Gesù aveva lavato i piedi ai suoi discepoli (Gv 13,5-11), e questo non era un servizio piacevole, visto che si camminava praticamente scalzi e le vie della città erano anche le fogne.

Accostarsi all'eucaristia vuol dire accettare di fronte a Dio e a tutta la comunità di divenire noi stessi pane per gli altri, di aiutare gli altri ovunque vi sia bisogno, anche a scapito dei nostri interessi, anche se l'altro non merita nemmeno di essere guardato, anche se abbiamo ricevuto da lui il più feroce dei torti.

È questa la condizione fondamentale per accostarsi alla mensa di Cristo, è questo l'"abito nuziale" di cui parla Matteo (Mt 22,11-12, la parabola del banchetto nuziale); è per far comprendere questo che Paolo ha sottolineato con gravità "chi mangia e beve senza riconoscere(6) il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna"(1Cor 11,29).

Se noi ci nutriamo del corpo di Cristo, se noi diveniamo pane per gli altri, adeguandoci quindi alla volontà di Dio, riceviamo l'adempimento della promessa di Cristo: la vita eterna.

 

Note: 1. Questa esegesi è liberamente tratta da un articolo di P. Alessandro Sacchi pubblicato si ww.NICODEMO.net. – 2. Si intende qui quella detta dei Settanta (II – I secolo a.C.). – 3. La dicitura "nell'ultimo giorno" è tipica della teologia ebraica, non rientra in quella cristiana dei primi anni e solo dopo circa due secoli verrà riesumata. Gesù parla di "ultimo giorno" per farsi capire poichè si rivolge a dei farisei e non ai suoi discepoli. – 4. Se facciamo riferimento anche agli altri vangeli, questa "illuminazione divina" è destinata a tutti, nessuno escluso. – 5. La componente della volontà, dell'atto fatto per propria decisione e non subìto, è fondamentale nel sacramento dell'Eucaristia. Cristo ha detto "prendente e mangiate"; non ha detto "aprite le labbra che vi imbocco"; imboccare è l'atto che si compie a favore dei bambini, degli inconsapevoli. Il gesto di accogliere la particola nelle nostre mani e di portarla noi, liberi nella nostra specifica decisione, alla bocca, sottolinea la nostra comunione consapevole con il Cristo, con tutto quello che questo comporta. Sulla stessa linea è il fatto di riceve il sacramento in piedi, da figli e non da servi come nel caso di riceverlo in ginocchio. – 6. Il senso del verbo conoscere o riconoscere nella mentalità orientale ed ebraica in particolare, supera notevolmente quello che ha nella lingua italiana. Tale verbo indica non solo il verificare l'identità dell'altro, ma sottolinea soprattutto l'unione stretta fra due individui; nel caso di un uomo ed una donna esprime infatti l'unione sessuale.Inizio modulo

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martedì 31 luglio 2012

Domenica 5 agosto 2012 – XVIII Domenica del Tempo Ordinario

Gv 6, 24-35

Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?».

Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l'opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».

Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!»

 

Nel vangelo di Giovanni la moltiplicazione dei pani introduce un importante discorso di Gesù nel quale si mettono in luce le conseguenze teologiche(1) di quell'episodio. Il testo non è molto chiaro, richiede una lettura attenta alle allegorie e ai pensieri filosofici in essere alla fine del I secolo d.C.; la liturgia ce ne propone dei brani a partire da questa domenica.

Di questo grande discorso si possono evidenziare le seguenti articolazioni: il Padre dà il vero pane per mezzo del Figlio dell'uomo (Gv 6,25-35); questo pane si identifica con la persona di Gesù (Gv 6,37-40); l'ammaestramento di Dio (Gv 6,41-51); il pane dato da Gesù è la sua carne (Gv 6,51-58). Conclude il discorso un colloquio con i discepoli (Gv 6,60-69).

Esaminiamo(2) la prima parte del discorso che è quella scelta dal liturgista per questa domenica.

Le folle decidono di catturare Gesù per farlo re. Con l'insegnamento della condivisione, Gesù le aveva rese libere, ma loro vogliono ugualmente sottomettersi. Non riescono a concepire una gestione della vita improntata sulla responsabilità personale riciproca, vogliono avere un rapporto di sottomissione. Gesù non accetta che le persone si sottomettano; Gesù è venuto a liberare le persone non a sottometterle.

"Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?»".

Gesù scappa, si ritira sul monte e poi va a Cafarnao; le folle lo raggiungono e nella sinagoga di Cafarnao Gesù tiene un lungo, drammatico discorso, talmente duro che alla fine di questo discorso gli stessi discepoli, nella grande maggioranza, lo abbandoneranno. Gli diranno: questo discorso è offensivo e insopportabile. Ma Gesù non corre dietro loro, Gesù è disposto a rimanere solo piuttosto che rinunciare al suo progetto di liberazione dell‟umanità.

"Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico…". Il testo greco dice: "rispose loro Gesù e disse: Amen, amen".

Quando nel testo greco si riporta l'espressione ebraica "amen, amen" (che non vuol dire "così sia"3) significa che quanto Gesù sta affermando è fondamentale. In italiano normalmente si traduce "in verità, in verità vi dico" perché è la frase che rende meglio il senso dell'espressione.

"…voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati." Gesù si è perfettamente reso conto che la folla ha capito l'insegnamento deirivato dalla condivisione dei pani, ma non vuole assumersi la responsabilità di continuare ad operare come ha insegnato Gesù; preferisce che la condivisione sia imposta dall'alto piuttosto che sorga spontanea tra di loro. Cercano Gesù per farlo re perché così hanno la garanzia di saziare la loro fame, ma non hanno voluto capire che Gesù voleva saziare la loro fame perché, una volta saziati, a loro volta si facessero pane per la fame degli altri.

"Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà".

Come al solito, quando Giovanni comincia a fare un discorso teologico diventa complesso da capire come in questo caso. Bisogna rifarsi un momento al testo greco per approfondire il senso del discorso.

Nella lingua greca la parola italiana "vita" può essere espressa in almeno due modi: uno è "bios" ed indica la vita biologica, l'altro termine è "zoe" il cui significato è vicino a quello di vita di relazione o vita intellettiva e, per questo, assume il senso di indistruttibile; questo ultimo termine viene in genere tradotto con "vita eterna". Giovanni, quando parla di "vita" usa il termine "zoe".

Nella vita dell'uomo deve esserci equilibrio tra queste due vite. La vita biologica per crescere ha bisogno di essere nutrita; la vita, la zoe, per crescere ha bisogno di nutrire.

Gesù dice: "Datevi da fare non per il cibo che non dura" quindi non soltanto per la vita biologica. Quelli che operano per il cibo che perisce, che pensano soltanto ai bisogni della loro esistenza, sono subito riconoscibili. Quando chiedete a una persona come va, quelli che vi rispondono "tiro a campare" sono le persone rimaste nella sfera biologica. Loro non vivono, tirano a campare. Continua Gesù: "ma per il cibo che rimane per la vita eterna". Noi abbiamo due qualità di vita, una vita biologica che ha un inizio, un suo massimo sviluppo e poi, volenti o nolenti – più nolenti che volenti in realtà - inizia il declino fino al disfacimento della vita biologica. Ma abbiamo un'altra vita che è la vita intellettiva, di relazione. Anche questa ha un inizio, una crescita, ma non ha il declino(4); è quella che si chiama la vita eterna. L'adesione a Gesù e al suo messaggio, un messaggio che si traduce in diverso atteggiamento di vita, fa si che scaturisca dentro l'uomo una vita di una qualità tale che sarà capace di superare la morte. La forza del messaggio di Gesù non è la liberazione dalla paura della morte – alcuni filosofi avevano provato a farlo riuscendoci in modo più o meno valido – Gesù non ci ha liberato dalla paura della morte, Gesù ha liberato l'uomo dalla morte stessa.

Lui ha insegnato, confermato e provato che la morte, non solo non interrompe la vita, ma è quella che consente alla vita di manifestarsi in una forma nuova, piena e definitiva.

Questo è il messaggio di Gesù: nella vita di un individuo c'è una vita biologica che per crescere ha bisogno di essere nutrita – questo è bene naturalmente – ma c'è anche una vita interiore che per crescere ha bisogno di nutrire gli altri. Chi pensa soltanto a se, chi è attento soltanto ai propri bisogni, alle proprie necessità, è una persona che si autodistrugge perché alimenta soltanto quella vita che poi va in disfacimento. Colui che invece pensa ai bisogni, alle necessità degli altri, cresce e potenzia la propria vita.

"…e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo»".

Gesù si è presentato come "il figlio dell'uomo", cioè come il modello di pienezza dell'uomo: "su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo". Il sigillo era usato per garantire qualcosa, generalmente un pagamento. Gesù è la garanzia dell'amore di Dio per l'umanità e tutti i segni che Gesù compie sono manifestazione visibile di Dio, dell'amore di Dio che in lui si manifesta pienamente.

Quindi il Padre, attraverso Gesù che è la sua garanzia dell'amore per l'umanità, comunica segni che trasmettono vita, ma una vita che è capace di superare l'evento morte.

"Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l'opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato»". La gente è abituata ai comandamenti, ai precetti, a ubbidire alle osservanze, alle prescrizioni, vogliono sapere quindi quello che Dio prescrive(5). Non hanno ancora capito la nuova realtà che Gesù è venuto a proporre; Gesù corregge la prospettiva della folla: Dio non vuole imporre nuovi precetti, nuove osservanze. L'opera che Dio richiede è dare adesione a Gesù e con lui e come lui andare verso gli altri. Questo è il sigillo della garanzia della vita eterna.

"Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo»".

La proposta di Gesù sconcerta la folla. Erano disposti a dare adesione a Dio – "cosa dobbiamo fare" – ma in tutto questo non vedono cosa c'entri Gesù. Per loro Gesù è un "rabbi" cioè un maestro o al massimo un profeta. Ma Gesù non chiede di aderire a Dio, bensì dichiara che Dio chiede di aderire a lui. Chiedono che segno fai perché vediamo e crediamo a te. Questa è una costante del mondo religioso che Gesù ha sempre rifiutato, un segno da poter vedere e poter credere(6).

Chi non ha fiducia (fede) chiede un segno da vedere e poter credere. Gesù rifiuterà sempre; negli altri vangeli li prende a male parole e dice: "una generazione bastarda e perversa quella che chiede un segno". Oppure, in modo propositivo: "credi e tu stesso diventerai un segno che gli altri possono vedere". Gesù non soddisfa questa loro richiesta; Gesù li voleva liberi e invece loro vogliono rimanere sottomessi. Gesù li apre al nuovo e loro tornano al passato. E' una costante malefica dell'atteggiamento della persona religiosa di qualunque tempo quella di rifarsi sempre al passato, all'antico, di vedere il presente sempre con sospetto e il futuro con ansia; ed infatti: "I nostri padri…"; con questa espressione si rifanno al passato.

Gesù li aveva aperti al Padre, a un messaggio universale, nuovo, e loro invece si rifanno ai padri di Israele. Ecco la loro forza, la loro sicurezza: il passato, la tradizione. Mentre Gesù ha parlato di Padre, loro si rifanno ai "nostri padri" e chiedono (questo è il segno che chiedono a Gesù) di rifare il prodigio della manna, cioè il pane che si credeva disceso dal cielo. Le persone religiose anziché aprirsi all'impulso dello Spirito che fa nuove tutte le cose, preferiscono andare sul sicuro, cioè sulle tradizioni del passato.

L'umanità cambia, vengono nuove situazioni, emergono nuovi bisogni, nuove necessità della gente; la tentazione dell'istituzione religiosa è rispondere ai nuovi bisogni delle persone con vecchie risposte: si riesumano teologie ormai messe in naftalina, si riesumano paramenti, abiti ormai in disuso, ogni tanto si riesumano anche i cadaveri….. e si sa quanto rende riesumare un cadavere… una cosa incredibile!

Gesù avrà avute tutte le virtù al cento per cento ma una che non ha avuto è senz'altro la prudenza. Ma che bisogno c'è di fare arrabbiare la gente, mettendo il dito sulla piaga con una implacabilità tale che, alla fine di questo discorso, gran parte dei discepoli l'abbandonano!(7)

Gesù di fronte alla reazione della folla che si rifà ai "nostri padri", alla manna, tocca un tasto dolente: il fallimento dell'esodo. L'esodo era stato un gran fiasco; inutile che sia stato poi esaltato dalla tradizione, sia stato abbellito, amplificato, meglio, ingigantito: l'esodo degli ebrei dalla schiavitù egiziana è stato un gran fallimento perché nessuno di quelli usciti dall'Egitto sono entrati nella terra promessa.

Certo è stata una strana liberazione; neanche Mosè è entrato nella terra promessa. Lo scrittore sacro scrive che Dio, (è proprio il caso di dire con un sadismo unico), gli fa vedere dal monte Nebo la terra promessa: la vede, è a poche centinaia di metri, eppure sa che non ci arriverà perché la morte lo coglierà proprio lì. Il libro dell'Esodo è la storia di un fallimento.

Gesù demolisce il mito della liberazione dall'Egitto: "Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero.".

Affermazione dirompente che annulla la grandezza di Mosè facendolo precipitare al livello di un qualsiasi padre di famiglia: quello di Mosè non è un pane che viene dal cielo ma il Padre da il pane del cielo; quindi quello di prima non era un pane vero perché la manna riguardava il passato ed era destinata al popolo di Israele.

Qui bisogna fermarsi un secondo e capire bene il significato della parola "pane" in questo contesto: nelle concezioni filosofiche esistenti nell'oriente alla fine del primo secolo aveva un'importanza notevole la concezione gnostica (parola derivata da un verbo greco che significa "conoscere"). Per lo gnostico acquisire il pensiero di un altro, comprenderne le ragioni profonde di quello che afferma è un po' come cibarsi di lui: il messaggio che questa persona trasmette è come un cibo, come il "pane". Per questo Gesù afferma che "Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo(8) e dà la vita al mondo»."

Gesù si presenta come un pane, cioè un dono di vita che continuamente Dio comunica al mondo e la comunica attraverso il figlio, unica manifestazione visibile di quello che lui è.

"Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane»." Questa è la stessa espressione che, nel vangelo di Matteo e di Luca, Gesù inserisce nella preghiera del Padre nostro.

"Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!»

Gesù rivendica la condizione divina: "Io sono"(9). Gesù assicura che chi lo accoglie avrà la risposta alla pienezza di vita che ogni persona si porta dentro. Una volta che si mangia il "pane Gesù" si è finalmente sazi. Ogni volta che si beve quello che lui da non si avrà più sete. Ridetto in termini moderni: la conoscenza profonda del messaggio di Gesù ("pane") e la sua accettazione senza condizioni ("vino" simbolo del sangue e quindi di un legame di vita) porta ad una vita piena, completa, di una qualità tale da superare la morte e divenire divina.

Il messaggio di Gesù non fa altro che formulare la risposta al desiderio di pienezza di vita che ognuno di noi si porta dentro. Quindi ecco la sicurezza di Gesù: "chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!".

L'osservanza della legge, dei precetti, delle regole determina inquietudine, ansia; se uno mette l'idea di perfezione nell'osservanza delle regole, non è mai in pace, perché l'osservanza delle regole non ti può dare serenità. Ne osservi tante ma dici: forse se ne osservassi di più…; preghi tanto ma ti chiedi se pregassi di più…; e questo crea insoddisfazione, inquietudine nella persona. L'osservanza della legge non fa altro che centrare l'uomo nella propria perfezione, la perfezione spirituale, ma lo allontana dalla felicità.

L'assimilazione di Gesù come pane, invece, orienta l'uomo a farsi pane per gli altri, al dono di se; ecco perché, dice Gesù, sarà saziato. L'osservanza della legge separa gli uomini dagli altri, da quelli che non l'osservano, creando così distanza e creando disuguaglianza. Il dono di se, cioè mangiare pane per farsi pane, è quello che elimina le distanze e crea l'uguaglianza.

Mentre la perfezione spirituale è astratta, è illusoria, è tanto lontana quanto è grande l'ambizione dell'uomo, quindi irraggiungibile, il dono di se è immediato e concreto e può essere totale come quello di Gesù: ecco l'importanza di mangiare pane e poi farsi pane.

 

Note: 1. Ricordo che in oriente (ed in Israele in particolare) in quell'epoca non esisteva distinzione tra politica, economia e teologia. – 2. Gran parte di questa esegesi è liberamente tratta dalla conferenza "Al di la' della cena - L'Eucaristia nei Vangeli" tenuta da P. Alberto Maggi OSM ad Assisi dal 3 al 5 Settembre 2010. – 3. La radice ebraica "mn" che comprende la parola amen significa "essere d'accordo" ma anche "contare su qualcosa": Gesù ripetendola due volta sottolinea che ciò di cui sta parlando è un qualcosa su cui contare nella vita. – 4. Qui si potrebbe osservare che con l'età possono arrivare malattie che impediscono alla persona di esprimersi o di ragionare. In questo caso bisogna fare attenzione: la "zoe" non è intaccata, ma è lo strumento usato dalla "zoe" che ne impedisce l'interazione con gli altri. La "zoe" risulta in buona sostanza sospesa. – 5. L'unica volta che nell'AT appare l'espressione "opera di Dio" – in latino Opus Dei (!) – si riferisce alle tavole della legge. Infatti nel libro dell'Esodo si legge: "le tavole erano opera di Dio". – 6. Per esempio, nella storia delle apparizioni mariane, vi è costantemente la promessa di un segno, un segno strepitoso, eccezionale, da poter vedere e poi poter credere. Questo è il desiderio delle persone religiose e non ha nulla a che vedere con il messaggio di Gesù. – 7. Ne rimarranno dodici e, sottolinea l'evangelista, undici non credevano e uno era un "diavolo" cioè un sobillatore: quindi è proprio il momento del minimo gradimento popolare di Gesù. – 8. Gesù sta parlando secondo la concezione spaziale dell'epoca, dove Dio era in alto e gli uomini in basso. – 9. Quando Mosè, nell'episodio del roveto ardente si trovò di fronte a quel fenomeno inspiegabile e chiese a questa manifestazione: "chi sei?", il Signore rispose dicendo: Io sono. Da quel momento "Io sono" divenne il nome di Dio.

lunedì 23 luglio 2012

Domenica 29 luglio 2012 – XVII Domenica del Tempo Ordinario

Gv 6,1-15

Dopo questi fatti, Gesù passò all'altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.

Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cos'è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C'era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d'orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.

Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

 

Questo famosissimo episodio della predicazione di Gesù è stato ripreso da tutti e quattro i vangeli e, nel caso di Marco, per ben due volte: Mc 6,30-44; 8,1-10, Mt 14,13-21, Lc 9,10-17 e Gv 6,1-15 che è il brano di questa domenica. E' quindi evidente che questo episodio riveste un'altissima importanza nel messaggio di Gesù; si fosse svolto nella nostra era lo avremmo potuto chiamare una lezione magistrale di economia politica.

"Dopo questi fatti, Gesù passò all'altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli." Gesù proviene da Gerusalemme dove ha avuto un aspro scontro con le autorità religiose perché ha guarito, di sabato, un malato alla piscina di Betsatà ("i segni che compiva sugli infermi"); la conclusione dello scontro è stata la decisione dei Giudei di ucciderlo. Per questo Gesù si allontana e va sull'altra riva del lago di Galilea, in una zona relativamente sicura. Insieme a lui si sposta una grande folla che, vedremo, è composta di 5000 capifamiglia ("uomini") quindi a questo numero deve essere aggiunto quello delle donne e dei figli, che tradizionalmente non sono quasi mai citati da uno scrittore di cultura ebraica. Di fronte a questa folla Gesù si prepara ad insegnare ("si pose a sedere") e quindi si reca su un'altura (segno di importanza per la persona di Gesù e quindi del suo diritto ad insegnare), circondato dai suoi allievi, i discepoli.

"Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei". Notate il distacco: la festa riguarda altri, non il movimento di Gesù.

"Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo…" La scena è grandiosa e ci aspetteremmo la proclamazione di un principio teologico, di un dogma. Ma Gesù ha altro in testa: la prima cosa che gli salta agli occhi sono i bisogni di questa gente.

"«Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?»." Per comprare è necessario avere denaro, ma la maggior parte del popolo che va con Gesù è povera, cosicché non sarà possibile comprare il necessario per mangiare. Infatti la risposta è evidente: "«Duecento denari(1) di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».

Come Giovanni fa notare, la domanda di Gesù è stata volutamente provocatoria, gettata là per iniziare un discorso sulla "condivisione", sul "dono".

La situazione del popolo che seguiva Gesù era tragica; alla povertà indotta da una gestione "patronale" del potere si aggiungeva la presenza dell'occupante romano che stava realizzando l'incorporazione di Israele nell'impero distruggendo le piccole comunità contadine: infatti Erode Antipa aveva realizzato un programma di urbanizzazione, con la fondazione di Tiberiade e la ricostruzione di Seforis, che aveva provocato una vera crisi tra i contadini; le élite cittadine nuove o rinnovate a Seforis o a Tiberiade avevano bisogno di terre nei campi adiacenti alle città. Per fare questo si poteva usare la violenza per l'appropriazione delle terre, oppure realizzare una politica di prestiti, di debiti e di ipoteche con conseguenti appropriazioni forzate a fronte dei mancati pagamenti. La terra, che era un "dono divino", si era trasformata in un "bene commerciale".

I discepoli erano immersi in questa concezione economica, così come il movimento degli zeloti. Lo zelotismo era penetrato profondamente nei settori popolari. Senza dubbio, molti dei componenti del movimento di Gesù venivano da questo movimento e continuavano a subirne l'influenza(2).

Gesù, invece, propone un progetto radicalmente diverso, contrapposto, non molto diverso da quello della prima Confederazione di tribù dell'epoca dei Giudici (XI – X secolo a.C.) (cfr. Gs 24,1-28), portato ad esempio dai profeti più radicali come Amos, Osea e Michea: la società si deve strutturare attorno al valore centrale del "dono", del dare, della generosità, della solidarietà.

Ma non si tratta semplicemente di dare come chi dà un'elemosina o chi fa un atto di carità. Non si tratta di "populismo", di risolvere il problema sociale mediante un programma di distribuzione tra i bisognosi, perché in questo progetto di società non possono esserci bisognosi. Nessuno deve avere fame, come avviene, invece, quando per mangiare è necessario andare a comprare.

"Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C'è qui un ragazzo(3) che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cos'è questo per tanta gente?»." Ed ecco che Andrea, in modo del tutto casuale, aiuta Gesù a porgere la soluzione del problema: alcuni tra i cinquemila, hanno con se del pane e anche un po' di companatico. Bisogna che ciascuno metta a disposizione degli altri quello che ha.

"Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano."

Se i pani erano solo cinque e quelli che avevano fame cinquemila, per quanto li si potesse dividere non sarebbe rimasta a ciascuno neanche una briciola. L'atto di dividere è, come tutto in questa narrazione, simbolico. Se si uniscono "dare" e "dividere", si ha "condividere". Dividere per dare, una parte a te e l'altra a me, "condividere". Il "dare" significa la generosità che deve animare questo "condividere".

Il suo significato è rivoluzionario, profondamente rivoluzionario. Si tratta di sostituire un'economia di accumulazione individuale o di gruppo (oggi la chiameremmo neo-liberismo), con un'economia del condividere. Si tratta di sostituire le relazioni verticali, di dominatori e dominati, con altre orizzontali, fraterne, intersoggettive, di mutuo riconoscimento. Implica cambiare le relazioni sociali, cosa che comporta, a sua volta, un cambiamento profondo dell'individuo.

Tutta la descrizione è simbolica. I cinque pani sono in diretta contrapposizione con i cinquemila del racconto che alla fine saranno alimentati. Nella logica dell'accumulazione questo è impossibile.

Per la logica di Gesù o del condividere, il fatto che vi siano solo "cinque pani" è apparente. È lo sguardo individualista, di accumulazione. Sotto questo sguardo i beni sono sempre scarsi, non basteranno mai ad alimentare tutti.

Ma la realtà è diversa, poiché alcuni hanno un pane, altri cinque, altri dieci, altri nessuno. Se si condivide, ce n'è per tutti, si crea abbondanza. È questo che Gesù vuole comunicare, ma non lo farà mediante un discorso, bensì nella pratica.

"Rispose Gesù: «Fateli sedere». C'era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini."

Il popolo si siede sull'erba, notizia importante che illustra non solo il momento del calendario in cui si realizzò l'evento, cioè la primavera, ma anche e principalmente la relazione di Gesù e del suo movimento con la natura. La scena è come quella di un accampamento.

"E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d'orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato."

Vi sono qui tre temi di grande importanza: la sazietà, le dodici ceste e i cinquemila.

In primo luogo, "la sazietà". Si supera l'economia in cui mangiano solo quelli che possono comprare. La scarsità di beni risponde alla visione distorta del dominatore; il popolo vede che i cinque pani sono migliaia di pani.

L'idea tradizionale che si ha del messaggio di Gesù è questi che raccomanda o pone come condizione la povertà, il sacrificio, la mortificazione, la negazione di tutti i sensi. In questo modo, però, si capovolge il messaggio di Cristo e lo si trasforma in un messaggio di morte, quando in relatà è un messaggio di vita. L'affermazione "E quando furono saziati" non è circostanziale ma essenziale. Richiama l'essenza stessa del racconto.

Il messaggio del Regno di Dio comporta come momento essenziale la "sazietà" nel suo senso completo, cioè come realizzazione piena di tutte le aspirazioni, gli aneliti, le potenzialità, gli ideali, le utopie dell'essere umano. Sazietà a tutti i livelli, materiali e spirituali; nell'alimentazione, nel vestiario, nell'abitazione; nell'educazione, nella lettura, nell'arte.

Avanzano "dodici canestri". È il simbolo per eccellenza del popolo delle dodici tribù, della primitiva Confederazione in cui tutto si divideva. Dodici è la totalità, tutto il popolo liberato.

Quelli che avevano mangiato "erano cinquemila uomini". Cinque pani per cinquemila uomini: così vedeva il problema chi si collocava nell'ambito del progetto sacerdotale. Così lo vede oggi chi si pone nell'ambito del progetto neoliberista. Se l'economia non cresce, non si può ridistribuire. Come se l'economia già non fosse cresciuta abbastanza per inondare l'universo di beni!

Le prime comunità cristiane compresero perfettamente il messaggio. Effettivamente, "tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno" (At 2,44-45).

Il valore fondamentale che deve unire i membri del cristianesimo è il "dono", il dare, il condividere.

È per questo che una società basata sul lucro, sull'egoismo, come il capitalismo, è essenzialmente anticristiana ed infatti il cristianesimo, in questa società, tende a scomparire: lo sperimentiamo tutti i giorni.

"Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo."

Il popolo ha capito, ma reagisce come era stato abituato, reagisce da suddito e cerca di affidarsi a Gesù invece di gestirsi da solo. Per questo Gesù fugge, non perché vuole sfuggire al loro contatto, ma per insegnare loro ad agire da soli, senza essere comandati.

 

Note: 1. Duecento denari corrispondono a 910 grammi di argento. – 2. Di due ne conosciamo i nomi: Simone detto lo zelota e Giuda iscariota (= portatore di pugnale). – 3. Nella cultura ebraica erano i ragazzi minorenni (inferiori a 12 anni) e le donne a portare i bagagli e le vettovaglie durante i trasferimenti.