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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


mercoledì 12 settembre 2012

Domenica 16 settembre 2012 – XXIV Domenica del Tempo Ordinario

Mc 8,27-35

Poi Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti». Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno.

E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell'uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va' dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».

Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà.

 

Questo brano è posto a metà del vangelo di Marco: i primi otto capitoli del vangelo sono utilizzati dall'evangelista per portare i lettori alla conoscenza dell'identità di Gesù, gli altri otto sono tesi alla comprensione della sua morte. Questa posizione dà al brano un'importanza unica nella narrazione di Marco.

Presentato(1) nel prologo del Vangelo di Marco come "il Messia, Figlio di Dio" (Mc1,1), Gesù resta ancora uno sconosciuto proprio alle persone che gli sono più intime e vicine, i discepoli, che continuano a chiedersi "Chi è costui?" come al termine dell'episodio della tempesta sedata (cfr. Mc 4,41).

Per questo, per far comprendere la sua vera identità ai discepoli, Gesù li porta in terra pagana, lontano dall'influsso nazionalista del giudaismo bloccato sull'attesa del "Messia figlio di Davide"(2). L'episodio è collocato da Marco nella regione di Cesarea di Filippo, località che prende il nome dalla città che Filippo, uno dei figli di Erode, aveva dedicato all'imperatore Cesare Augusto nel luogo dell'antica Paneas.

"…per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?»".

Durante il cammino verso Cesarea, Gesù chiede ai discepoli chi la gente crede che egli sia. "Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti»". Nelle risposte dei suoi seguaci, Gesù viene identificato con tutti i personaggi del passato o comunque in linea con la tradizione giudaica: Giovanni Battista, in quanto si credeva che i martiri sarebbero subito risorti; il profeta Elia, il cui ritorno era stato previsto dal profeta Malachia per preparare la strada al Messia (Ml 3,1.23); oppure uno dei profeti, continuatori dell'opera di Mosè, come lo stesso Mosè aveva annunziato (Dt 18,18).

"Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo»."

Gesù insiste e rinnova la domanda; ma la risposta di Pietro, inpostata sui concetti della tradizione, non soddisfa Gesù e vieta loro di divulgarla. Da notare che, per esprimere la proibizione, l'evangelista adopera, in greco, lo stesso verbo usato da Gesù per eliminare le idee e le tradizioni che impediscono all'uomo di accettarlo, idee e tradizioni che nei vangeli sono racchiuse nella parola "demoni"; ciò significa che quanto risposto da Pietro non solo non corrisponde al piano di Dio sul Messia, ma gli è contrario.

Pietro e i discepoli seguitano a vedere in Gesù "il Messia figlio di Davide", quello atteso e sperato dalla tradizione giudaica, che diverrà il re di Israele, e non, come l'evangelista lo ha presentato all'inizio del suo vangelo, "il Messia Figlio di Dio".

"E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell'uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere".

Gesù avverte i discepoli che il suo cammino non conduce al trionfo ed alla vittoria, ma che il suo destino è quello di essere messo a morte dal Sinedrio, massimo organo giuridico di Israele, composto dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi.

"Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo".

A questo punto esplode il contrasto tra Pietro e Gesù; Pietro comincia ad ostacolarlo, con una opposizione che culminerà nel tradimento, quando griderà spergiurando: "Non conosco quest'uomo" (Mc 14,71). Il discepolo non comprende e non accetta che il Messia possa andare incontro alla morte. Per descrivere l'azione del discepolo che sgrida il suo maestro, l'evangelista, in greco, adopera lo stesso verbo usato poco prima da Gesù per proibirgli di divulgare l'immagine del Messia.

La ripetizione dello stesso verbo in bocca a Pietro è un artificio letterario per sottolineare il pensiero di Pietro: indica cioè che per lui l'itinerario di Gesù non è quello di Dio e per questo lo ferma, lo afferra e lo trascina verso di sé, impedendogli così di continuare il suo cammino. Nell'atto di Pietro è configurato il profondo significato della metafora posta da Marco nel primo capitolo: la seduzione da parte del satana(3) nel deserto (Mc 1,12).

Quella metafora sta ad indicare che durante tutta la sua vita(4), ed in particolare quella pubblica, Gesù è rimasto solo nel "deserto"(5), "digiunando"(6) perché non vi è nessuno che condivida con lui, che gli doni vita, perché sostanzialmente è incompreso; di fronte a tale cocente incomprensione Gesù ha subìto la tentazione di diventare proprio quel Messia che gli ebrei aspettavano, senza subire insulti e senza salire il calvario, ed occupare il trono di Davide tra gli osanna e le benedizioni di tutti, Sinedrio compreso. Una tentazione enorme, insopportabile, che solo la comunione con il Padre gli ha permesso di superare; piangendo, però, lacrime di sangue.

Pietro viene definito satana perché vuole impedire, vuole "opporsi" alla passione ed alla morte di Gesù. Nella morte di Gesù viene sconfitto il potere, espressione massima di tutto ciò che impedisce all'uomo di accogliere l'amore di Dio; per questo la morte del Messia è in realtà la morte del satana, definitivamente annientato.

Il comportamento di Pietro è dovuto al fatto che pensa secondo gli uomini e non secondo Dio. Secondo gli uomini il Messia crocifisso è inaccettabile, è uno "scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani", come dice Paolo nella prima lettera ai Corinti.

Gesù reagisce contro Pietro smascherando il suo comportamento da satana, offrendogli però la possibilità di un cambiamento. Per questo non allontana da sé il discepolo, ma lo invita a occupare il posto che gli spetta: è lui che deve seguire Gesù e non il contrario, e gli rinnova l'invito che gli fece quando, assieme al fratello Andrea, l'invitò a seguirlo: "vieni dietro di me".

Da questo momento in poi il satana scompare e nel vangelo di Marco non se ne parlerà più.

"Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà."

Non si può seguire Gesù, senza prima accettare queste condizioni. Il seguire viene dopo il rinnegare se stesso e caricarsi la propria croce(7).

Gesù ponendo le condizioni per essere suoi discepoli non invoca l'autorità divina ("o fate così o sarete puniti"), non si appella a un decreto divino, ma l'unica cosa che fa è confididare nella razionalità degli esseri umani: infatti Gesù parla di perdere la vita, o di mettere in salvo la vita, qualcosa che tutti possiamo comprendere appieno.

C'è un concetto di salvezza che può essere legato alla sicurezza fisica: evitare in qualunque modo la morte e far sì che questa sicurezza possa poi essere sostenuta da una serie di gratificazioni nel campo economico, politico o sociale. Per alcune persone la salvezza è questo: allontanare il più possibile dalla vita la morte fisica e far sì che questo campare possa essere nel modo più possibile prestigioso ed esaltante. Però chi pensa e ragiona in questa maniera, in fondo non è libero, perché ha una enorme paura che qualcuno gli possa togliere quel prestigio, quel ruolo che è riuscito a costruirsi, o che gli prenda un colpo e crepi; vive con questa angoscia che gli possa succedere qualcosa, che qualcuno lo possa minacciare dicendogli: «Ti posso togliere la vita».

Non è perciò libero di dire quello che pensa, di manifestare quello che ha dentro e di impegnarsi verso una causa precisa perché sarà sempre in balia di quelli che dicono: «Guarda, questo non mi piace, sta zitto. Questo non lo puoi dire, altrimenti noi ti destituiamo dal tuo posto o ti possiamo togliere la vita fisica».

Gesù parte da questo presupposto "chi vuol mettere la sua vita in salvo, in questa maniera la perde", perché vive sempre con questa paura, per lo meno con questa tensione che qualcosa, qualcuno gliela possa togliere; vive una vita infame.

Gesù vuole farci entrare in un concetto di salvezza molto più profondo di quello descritto finora; la salvezza che propone Gesù deriva dalla capacità di perdere la propria vita a causa del vangelo. Perdere la vita significa, in questo caso, attuare le condizioni che Gesù ha posto: rinnegare sé stesso e caricarsi la propria croce. Gesù ci ha insegnato che – mediante la capacità di mettersi al servizio degli altri, di non sfruttare gli altri, di non dominarli, di non avere nessuna paura di perdere la propria faccia per portare fino in fondo questo impegno di lealtà e di manifestare l'amore che Dio ha manifestato in Gesù - io dimostro di essere una persona veramente libera, perché la morte di per sé non mi fa paura. Nessuno mi può togliere quella vita, che già nasce da questa mia apertura alla vita stessa che Gesù mi ha comunicato, dando lui stesso la sua vita per me. È un discorso che Gesù presenta come un gioco: mettere in salvo, perdere per mettere in salvo.

Tante volte, nella teologia, si dice che Gesù è venuto a salvarci per potere andare in paradiso, ma non è proprio così il discorso. Se uno pensa che Gesù sia venuto per portarci una salvezza che comporti poi l'accesso diretto al paradiso, si sbaglia.

Questa non è la salvezza di Gesù. Se voi prendete il vangelo di Marco, quando quel giovane ricco va a chiedere a Gesù "Che cosa devo fare per avere la vita eterna?" (cfr. Mc 10,17-22). Gesù dice: "Ci sono i comandamenti, perché lo chiedi a me?". "Quali?" chiede il ricco. E Gesù gli fa una lista dei comandamenti dove gli impegni nei confronti di Dio sono completamente assenti, ma gli impegni con il prossimo sono ben chiari.

Gesù dice in buona sostanza "se tu ti impegni a favore del prossimo, questa vita la possiedi già, anche se non credi in Dio" perchè Gesù non ha nominato Dio in questo elenco di comandamenti ricordati al giovane ricco.

Gesù sta dicendo che la salvezza che vuole dare, già la si sperimenta in questa vita. Non si deve aspettare dopo la morte per dire: sono in paradiso, ma già qui, mentre vivo, sento una qualità di vita che mi rende completamente diverso, che mi fa apprezzare fino in fondo tutto quello che passa per le mie mani, tutto quello che incontro nella mia vita. La vita non è una "valle di lacrime"(8), ma il posto dove iniziare a vivere felici, nonostante i problemi, le difficoltà ed i dolori(9).

Arrivato il momento della morte, questa morte non sarà altro che un passaggio verso una dimensione ancora più grande di questa pienezza che sto vivendo.

 

Note: 1. La presente esegesi è liberamente tratta dall'intervento tenuto da P. Riccardo Perez OSM durante la X Settimana Biblica svoltasi dal 30.06 al 05.07.2003 presso il Centro Biblico G. Vannucci di Montefano (Mc). – 2. La figura del Messia figlio di Davide era profondamente radicata nella mentalità giudaica, e rappresentava il nuovo grande re atteso da secoli che avrebbe salvato Israele, uccidendo i peccatori e sconfiggendo tutti i nemici, riducendo il mondo in schiavitù sotto Israele. Da non confondere con il Messia Figlio di Dio, il cui significato è totalmente diverso. Gesù non ha mai accettato il titolo di "Messia figlio di Davide", perché questo avrebbe stravolto completamente il senso della sua predicazione. Ha rifiutato anche il titolo "Messia Figlio di Dio", almeno fino al confronto con Pilato, quando ormai ogni cosa era compiuta, perché non voleva essere arrestato per bestemmia prima del tempo. Ha invece sempre accettato il titolo "Figlio dell'uomo" perché questo si rifaceva al senso datogli da Daniele (cfr. Dn 7,13), cioè di uomo che raggiunge la massima pienezza della natura umana. – 3. Satana, in ebraico, non è un nome proprio di persona, ma un nome comune che indica una attività, quella del pubblico ministero, dell'avversario in un processo, quindi di un oppositore. Il satana era un funzionario della corte persiana che girava per le regioni e guardava il comportamento dei governatori: se uno si comportava bene lo segnalava al re per farlo promuovere, per premiarlo; se uno si comportava male lo segnalava al re per castigarlo, eventualmente anche con la morte. Inoltre Marco usa nella sua opera una tecnica letteraria, molto in voga in quei tempi, detta inclusione, che consiste nell'iniziare due frasi o due brani con la stessa parola; questa tecnica permette a Marco di collegare il brano ove per la prima volta nomina il satana (la tentazione nel deserto) con quello in cui lo nomina per l'ultima volta (che è il brano in esame), mettendo in stretta relazione i due episodi. Ovviamente questo lo si può apprezzare solo leggendo il testo originale greco. – 4. 40 giorni, nella numerologia ebraica simboleggiano una intera vita, come 40 anni simboleggiano una intera generazione (vedere Genesi, la fuga degli ebrei nel deserto). – 5. Nel vocabolario ebraico la parola "deserto" non ha lo stesso significato che ha in italiano. Non si intende un luogo senza acqua, ma un luogo senza abitanti. Le due cose, ovviamente, possono coincidere. – 6. Mangiare insieme, per la tradizione giudaica, assume il significato di "scambiarsi la vita", quindi un qualcosa di molto intimo che si fa con i parenti e gli amici che condividono le tue idee, le tue azioni, i tuoi comportamenti. Il "digiuno" di Gesù nel deserto non indica quindi un digiuno effettivo (del resto è impossibile digiunare per 40 giorni sia il giorno che la notte, si morirebbe), ma un digiuno affettivo, cioè la mancanza di condivisione con persone che la pensassero come lui. Una conferma di questa impostazione si trova soprattutto in Luca: tutti i pasti che i farisei tentano di fare con Gesù, invitandolo, si interrompono o non cominciano neppure a causa di contrasti, spesso aspri, che sorgono tra Gesù e i commensali. – 7. Ricordo che "caricarsi della croce" nei vangeli non vuol dire assolutamente accettare supinamente le disgrazie che Dio vorrà darci (frase profondamente blasfema), ma perdere la faccia per seguire la volontà di Dio. La dicitura prende lo spunto dal fatto che il condannato alla morte in croce veniva caricato del legno superiore della croce (l'altro era stato precedentemente infisso nel terreno e vi rimaneva per le esecuzioni successive) e fatto passare tra due ali di folla che lo insultavano, lo coprivano di sputi, di feci e di ogni tipo di immondizia, cosa che lo distruggeva moralmente. Gesù così intende che il seguirlo comporterà un trattamento similare da parte di coloro che non accettano il pensiero di Cristo, per cui, prima di decidere di seguirlo, è necessario valutare la propria capacità di sopportarne le conseguenze. – 8. Questo concetto non è cristiano ma è stato assorbito dalla filosofia greca, in particolare dalla filosofia cinica e neoplatonica. – 9. Bisogna stare attenti perché la mancanza di questa sensazione di pienezza, di serenità, di felicità nonostante tutto, deve suonare come un campanello d'allarme: esaminando bene la mia vita potrei scoprire che, sia pure agendo con le migliori intenzioni, potrei avere sbagliato strada. Un esempio, anche se banale: con l'intenzione di aiutare i bisognosi, faccio una bella donazione ad un istituto benefico e penso di avere risolto il problema. Non è vero, non ho pensato che è il contatto umano, il dono di se, il donare ma anche il ricevere durante il rapporto con l'altro, che genera la pienezza della vita. Ecco perché anche chi non ha nulla è in grado di aiutare donando se stesso a chi ha bisogno non solo di aiuto economico ma anche di comprensione e di affetto. E la condivisione dei problemi scaccia la solitudine e genera serenità.

lunedì 3 settembre 2012

Domenica 9 settembre 2012 – XXIII Domenica del Tempo Ordinario

Mc 7,31-37

Di nuovo, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

 

L'evangelista(1) introduce l'episodio con una indicazione di luogo: "Di nuovo, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli". Anche questo episodio avviene nell'ambito delle peregrinazioni di Gesù al di fuori del territorio palestinese causate dal suo scontro con gli ispettori inviati da Gerusalemme. Gesù lascia la zona di Tiro, città della Fenicia, dove aveva guarito la figlia della donna siro-fenicia, passa per Sidone e si dirige verso il mare di Galilea, ma invece di fermarsi in questa regione, si reca nella zona orientale (Decapoli) abitata anch'essa da popolazioni non giudaiche.

"Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano." La collocazione geografica del segno che sta per narrare, non importa dove esso effettivamente sia avvenuto, interessa a Marco per qualificare il destinatario: anche lui, come la siro-fenicia, è un gentile, un non ebreo. A parte questa indicazione implicita e la malattia da cui è afflitto, nulla si dice del personaggio e di coloro che lo conducono da Gesù. Questo è un artificio letterario frequentemente usato nei vangeli sinottici (e qualche volta anche da Giovanni) per generalizzare l'evento e far si che qualunque lettore o ascoltatore possa liberamente identificarsi nel protagonista del fatto.

Il personaggio è un sordomuto; noi potremmo accettare questa malattia come un problema fisico, ma più correttamente dovremmo coglierne la valenza simbolica: la capacità di ascoltare la parola di Dio rappresenta infatti una delle caratteristiche principali del popolo di Dio (cfr. Dt 6,4). Ognuno di noi è chiamato non solo ad ascoltare, ma anche a rispondere a ciò che Dio gli dice. La risposta prende forma nel culto, ma è soprattutto nella vita, mediante l'osservanza del comandamento dell'amore (cfr. Gv 13,34), che si manifesta la risposta a Dio. Il sordomuto è il simbolo di chi è impedito in tutto questo da precetti religiosi, convinzioni personali, remore ad esprimere il proprio pensiero, senso di indegnità. L'atto di Gesù lo guarisce da tutto questo.

L'imposizione delle mani era il gesto consueto con cui si invocava la benedizione divina su una persona, e già altre volte era stato richiesto a Gesù o usato da lui e dai suoi discepoli per compiere un'azione straordinaria (cfr. Mc 5,23; 8,23.25; 16,18).

Alla richiesta di imposizione della mano Gesù risponde più con i gesti che con le parole: "Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!»".

La presenza della folla viene qui menzionata in modo inaspettato. Gesù non si sottrae alla richiesta di coloro che accompagnano l'uomo e neppure solleva obiezioni, come aveva fatto con la donna siro-fenicia: tuttavia il fatto di compiere il segno in disparte indica già di per sé una certa ritrosia, dovuta certamente al fatto che si trova in territorio non abitato da giudei; è questa forse anche la causa per cui egli, per la prima volta, fa ricorso a gesti inusuali come il toccare gli orecchi con le dita e mettere la saliva sulla lingua, che sono simili a quelli usati dai guaritori dell'epoca. Il guardare verso il cielo sta però ad attestare che egli attribuisce non a questi gesti, ma a Dio, l'opera di guarigione.

I gesti di Gesù hanno un effetto immediato: "E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno".

Gesù non vuole che si diffonda troppo la notizia della sua presenza, anche se non si trova in Israele: qualche fondamentalista ebreo può essere in zona per affari e le conseguenze sarebbero immaginabili. Gesù vorrebbe che il segno rimanesse un fatto privato.

L'evangelista però osserva "Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e…". Il verbo «proclamare» traduce il greco ekerysson, che letteralmente significa «annunziare»: è questo un verbo tipico della missione cristiana, che indica il primo annunzio del vangelo. Usandolo in questo contesto l'evangelista mette in luce un paradosso: mentre Gesù, essendo fuori del territorio giudaico, vorrebbe tenere nascosto il fatto, i gentili diventano gli annunciatori del messaggio che egli ha portato loro.

Marco osserva infine che i presenti, "…pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!»".

Questa frase si ispira da una parte al primo racconto della creazione (cfr. Gen 1,1-2,4a) dove si sottolinea più volte la bontà delle cose fatte da Dio («... e vide che era cosa buona»), e in modo speciale dell'uomo, fatto a sua immagine e somiglianza («vide che... era cosa molto buona»); d'altra parte le parole della folla alludono a un testo di Isaia in cui è già presente lo stile e il messaggio del Deuteroisaia: «...si schiuderanno gli orecchi dei sordi... griderà di gioia la lingua del muto») (cfr. Is 35,5-6). Per l'evangelista la guarigione del sordomuto, così come, secoli prima, il ritorno dall'esilio, rappresenta una nuova creazione.
L'insegnamento di Gesù procede attraverso forti provocazioni da parte sua e interpellanze da parte dei presenti, i quali sono spinti a dibattere tra di loro le idee del Maestro. La capacità di dialogo tra coloro che compongono la comunità dei discepoli diventa così lo strumento per eccellenza dell'ascolto della parola di Dio e il segno più efficace della salvezza. Solo coloro che sanno aprirsi all'altro, ascoltando e parlando, dimostrano di essere entrati nella logica della salvezza, che implica solidarietà e comunione reciproca. L'ascolto formale e silenzioso di uno che predica in nome di Dio non è mai causa e segno convincente di un cambiamento interiore, perché non implica il superamento delle proprie barriere e l'uscita dalla propria solitudine. Senza il dialogo l'annunzio della salvezza è vuoto e inefficace(2).

 

Note: 1. L'esegesi che segue è stata liberamente tratta da un articolo di P. Alessandro Sacchi pubblicato su www.NICODEMO.net. – 2. Questa è una delle cause del ridimensionamento in atto nella Chiesa Cattolica: le verità imposte dall'alto e non frutto della discussione e della scoperta personale, perdono ogni significato e divengono inefficaci perché prive dello Spirito.

lunedì 27 agosto 2012


Domenica 2 settembre 2012 – XXII Domenica del Tempo Ordinario
Mc 7,1-8.14-15.21-23
Si riunirono attorno a lui i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate - i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti -, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?».
Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini.
Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». (1)[E diceva loro: «Siete veramente abili nel rifiutare il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione. Mosè infatti disse: Onora tuo padre e tua madre, e: Chi maledice il padre o la madre sia messo a morte. Voi invece dite: «Se uno dichiara al padre o alla madre: Ciò con cui dovrei aiutarti è korbàn, cioè offerta a Dio», non gli consentite di fare più nulla per il padre o la madre. Così annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte»].
Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c'è nulla fuori dell'uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall'uomo a renderlo impuro».
[Quando entrò in una casa, lontano dalla folla, i suoi discepoli lo interrogavano sulla parabola. E disse loro: «Così neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che entra nell'uomo dal di fuori non può renderlo impuro, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?». Così rendeva puri tutti gli alimenti. E diceva: «Ciò che esce dall'uomo è quello che rende impuro l'uomo.] Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall'interno e rendono impuro l'uomo».

Il brano di vangelo scelto per questa domenica è di grande importanza per la comprensione del pensiero di Gesù e per la nostra vita. Per questo l'esegesi verrà effettuata su tutto il brano e non limitandosi alla parte scelta dal liturgista.
Il brano in esame è preceduto da questo versetto che fa comprendere il perché di ciò che sta per accadere: "E dovunque giungeva, in villaggi o città o campagne, ponevano i malati nelle piazze e lo pregavano di potergli toccare almeno la frangia del mantello; e quanti lo toccavano guarivano." (Mc 6,56)
Non c'è niente da fare(2), ormai la gente ha sentito il messaggio di liberazione di Gesù; un messaggio che, se accolto, li fa balzare in piedi e li fa sentire al centro dell'interesse di Dio, proprio loro che erano gli emarginati.
Non c'è più niente da fare, le autorità possono scomunicare Gesù, possono maledirlo, possono dichiararlo un indemoniato, possono dichiararlo amico di Beelzebul(3), tutto inutile.
Gesù ha aperto una breccia nel sistema e tutta la gente dilaga verso di lui.
Per questo scatta l'allarme, perché la cosa non si limita più alla zona nord della Galilea, e quindi vengono inviati degli scribi da Gerusalemme per arginare la piena: "Si riunirono(4) attorno a lui i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme."
Gesù è pericoloso, non è più un piccolo problema di una sola regione, la Galilea. Questo flusso di gente che segue Gesù, preoccupa quella che era considerata la santa sede di allora e quindi per la seconda volta(5) vengono gli ispettori, cioè scribi(6) e farisei, da Gerusalemme. Vengono per la seconda volta perché, nonostante che abbiano diffamato Gesù, la folla continua a seguirlo; se gli scribi ora tornano all'attacco è perché considerano che Gesù stavolta abbia commesso qualcosa di ancora più grave(7).
Guardata con i nostri occhi, la questione sembra ridicola, e in effetti lo è come quasi tutte le regole religiose scritte e imposte senza farle passare attraverso il filtro della fede. Vediamola: "Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate…". Attenzione: non si tratta di una questione di igiene, ma di purità rituale; infatti: "…i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti…"
L'evangelista, sapendo di scrivere per un pubblico che magari non conosce tutte queste abitudini dei giudei, dà una descrizione che io valuto tragicomica. Nell'AT non c'è questo comandamento; i farisei erano riusciti ad inculcare nella gente il fatto che le prescrizioni di purezza rituale, che i sacerdoti osservavano nel tempio durante il loro servizio (una settimana all'anno), dovesse diventare una pratica abituale nella vita quotidiana di tutte le persone. Era diventato un comandamento importante(8), la cui trasgressione prevedeva la pena di morte!
Un intero capitolo del Talmud prescrive dove, quando e come lavarsi le mani; vediamo di riassumerlo, considerandone la complessità perché, essendo un lavaggio rituale, occorre osservare delle prescrizioni:
  • la qualità dell'acqua, non è possibile utilizzare acqua usata per altri scopi,
  • la quantità, deve essere ottantasei centilitri per ogni mano,
  • il tipo di recipiente, bisogna che sia un recipiente mosso dalla forza umana, deve avere il bordo superiore liscio, senza nessuno solco,
  • l'acqua deve essere versata dalla persona stessa, quindi si esclude l'uso di una fontana o rubinetto.
Permettetemi un commento: questa è la dimostrazione che la religione è ridicola. Una persona normale, senza turbe psichiche, per lavarsi le mani adopera un rubinetto, o una fontana, qui invece c'è l'obbligo di versare l'acqua con le proprie mani.
Riepilogando: bisogna prendere una brocca di ottantasei centilitri per ogni mano, la brocca deve essere senza orli né contorni, s'inizia gettando l'acqua sulla mano destra e mentre si versa l'acqua la mano va tenuta a coppa con le dita scostate in modo che l'acqua passi attraverso le dita (per questo è necessario togliersi eventuali anelli) e dopo aver effettuata l'abluzione delle due mani, queste vanno strofinate l'una con l'altra, e, prima di asciugarsi le mani, va recitata la benedizione: "Benedetto Colui che ci ha santificato con i suoi precetti e ci ha comandato l'abluzione delle mani"; dopo questa benedizione le mani vanno asciugate(9). Questa è la tradizione degli antichi.
Se volete avere una dimostrazione dell'ipocrisia a cui portano queste leggi ridicole, che non hanno senso, andate in una qualunque sinagoga quando si avvicina la Pasqua ebraica e fatevi consegnare il certificato di vendita delle stoviglie di casa. Per la Pasqua è prescritto che tutte le stoviglie della casa, pentole, bicchieri e tazzine vanno lavate con l'acqua bollente: è un grande lavoro(10). Sono le famose pulizie di pasqua, tradizione giunta fino a noi. Gli ebrei prendono un modulo già stampato di vendita ad uno non-ebreo di tutte le stoviglie e vasellame della casa: io ebreo (per non passare tutta la settimana di Pasqua a lavare tutte le stoviglie) vendo a te non-ebreo tutto il vasellame e le stoviglie della mia casa, così sono esentato dal lavaggio; alla fine della Pasqua me le ricompro.
Per i farisei la santità del popolo dipende dai riti di purificazione di cose ed oggetti, come se il male (ed è qui il nocciolo della questione) stesse al di fuori e non al di dentro delle persone.
"…quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?».
Gli ebrei hanno due leggi, una scritta (la Torah o legge di Mosè), e l'altra orale riportata nel Talmud che è chiamata la tradizione degli antichi; entrambe, secondo la cultura ebraica, provengono da Dio(11).
I farisei e gli scribi, in sostanza, accusano Gesù di permettere la vicinanza a Dio, senza esigere queste condizioni particolari da loro osservate, tramandate ed accuratamente controllate. Ed ecco la bella risposta di Gesù:
"Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaia(12) di voi, ipocriti, come sta scritto: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini."
Ipocriti, cioè teatranti; più volte Gesù adopera questa parola nel vangelo. L'ipocrita è uno che simula quello che non è, e pronunzia parole che non sono le sue, ma scritte dagli altri e Gesù ogni volta che si riferisce a farisei e scribi gli dice: siete dei teatranti, siete dei commedianti.
Questi insegnamenti non provengono da Dio, sono invenzioni degli uomini; il culto che scribi e farisei rendono a Dio, è inutile e vuoto, perché pretendono di onorare Dio in una maniera che a Dio assolutamente non interessa.
"Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini»." Attenzione all'articolo: Gesù non parla dei comandamenti in genere, ma de "il" comandamento. Il comandamento di Dio è quello riguardante l'amore verso gli altri (Gv 13,34), ma questo ai farisei non interessa! Ai farisei interessano le tradizioni, contrabbandate come volontà divina!
"E diceva loro: «Siete veramente abili nel rifiutare il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione. Mosè infatti disse: Onora tuo padre e tua madre(13), e: Chi maledice il padre o la madre sia messo a morte." Il comandamento "onora tuo padre e tua madre", non ha il significato che noi gli diamo oggi, cioè portare rispetto verso i genitori. A quell'epoca non esistevano le pensioni; i genitori, una volta anziani, erano a completo carico dei propri figli. L'onore significava mantenere in maniera decorosa i propri genitori; il disonore, tenerli in una condizione di povertà; poiché con la maledizione si intendeva la povertà, "…chi maledice il padre e la madre sia messo a morte(14)". "Voi invece dite: «Se uno dichiara al padre o alla madre: Ciò con cui dovrei aiutarti è korbàn, cioè offerta a Dio», non gli consentite di fare più nulla per il padre o la madre. Così annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte»."
Gesù sta facendo un esempio, cerchiamo di comprenderlo al meglio: io come figlio, sono tenuto a mantenere finché campano, in maniera decorosa, i miei genitori. Gli scribi, i farisei e i sacerdoti del tempio su questo avevano detto: Sì, è vero che tu devi mantenere i genitori, però prima viene l'onore a Dio, e dopo l'onore al padre e alla madre. Se una parte di quello che tu dovresti dare ai tuoi genitori, la offri a Dio, non sei più tenuto a mantenere i tuoi genitori. Sì è vero che devi mantenere i tuoi genitori, ma vorresti confrontarli con il mantenimento e l'onore di Dio? Dammi quindi un'offerta consistente per il tempio, (che naturalmente poi finiva nelle tasche dei sacerdoti), e così non sei più tenuto a mantenere i tuoi genitori! Questa era una pratica diffusa perché comportava un cospicuo risparmio da parte dei figli; infatti un conto è mantenere i genitori fintanto che non si decidono a morire, un conto è fare un'offerta al tempio; inoltre ci si sente a posto con la coscienza, perché prima viene l'amore di Dio e dopo l'amore del prossimo! Su questo non si transige, l'amore e l'onore a Dio, sono più importanti dell'amore del prossimo!
I sacerdoti, gli scribi e i farisei, tutta gente intelligente, persone di cultura, erano riusciti ad inculcare nel popolo questa idea: "quello che possiedi dallo a Dio", questa era una garanzia, una certezza per ottenere la santità e la benevolenza da Dio, ai genitori sicuramente qualcuno poi ci avrebbe pensato!
Per Gesù onore a Dio e sofferenza degli uomini, non possono assolutamente convivere.
"Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c'è nulla fuori dell'uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall'uomo a renderlo impuro»".
Questa affermazione costringerà Gesù a fuggire via e a rifugiarsi in Siria per evitare di essere ucciso; e fa questa affermazione di fronte a tutto il popolo presente. E' una sfida incredibile a tutta la struttura religiosa ebraica e a tutte le strutture religiose di tutti i tempi a venire!
Il discorso di Gesù non è limitato al cibo, agli alimenti, ma è in senso ampio: non c'è niente dall'esterno che entrando in te ti possa contaminare, ma è quello che hai dentro e che proietti negli altri che ti può contaminare. Il cibo è immagine di qualcosa d'esterno che entrando dentro di te non pregiudica il tuo rapporto con Dio.
Le varie situazioni della vita, i rapporti con gli altri, e tutto quello che possiamo immaginare che fa parte della vita e che entra dentro, non può incidere su di te a meno che tu non voglia diversamente.
Il mondo per Gesù non è un nemico dell'uomo dal quale si deve difendere, un pericolo per la relazione con Dio.
L'uomo non deve avere paura del contatto con le cose e con le persone.
Nella lettera a Tito(15), attribuita a Paolo, verrà affermato: tutto è puro per i puri! Dichiarando che non c'è nulla di esterno che possa contaminare e rendere impuro l'uomo, Gesù non solo si mette contro la legge orale (quella tramandata dagli uomini), ma contro la legge scritta, annullando quei precetti della purezza che erano previsti nell'antico testamento(16).
"Quando entrò in una casa, lontano dalla folla, i suoi discepoli lo interrogavano sulla parabola."
Quello che Gesù ha detto i discepoli lo ritengono talmente grave che fanno finta di non avere capito, dato che in realtà hanno capito. I discepoli lo interrogarono sul significato di quella parabola. Ma quale parabola? Gesù non ha detto nessuna parabola. Ma è talmente grossa la bomba che ha sparato, è talmente nuova e sconvolgente che essi pensano che sia una parabola, cioè un enigma che nasconde qualcosa d'altro.
"E disse loro: «Così neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che entra nell'uomo dal di fuori non può renderlo impuro…"
Qui Gesù perde la pazienza e dice: Anche voi siete ottusi? Anche loro che stavano con lui e che si sarebbero dovuti liberare da tutte quelle tradizioni? Non capite che tutto ciò che entra dal di fuori (proprio tutto) non può contaminare l'uomo? Gesù è arrabbiato e spontaneamente diviene un po' volgare: "… perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?»". La traduzione ha ingentilito il termine, ma Gesù usa un termine ancora più forte che potremmo tradurre con "cesso".
Quindi tutte queste attenzioni alla purezza, ai rituali, vanno a finire nel cesso! Gli alimenti non entrano nel cuore, cioè nella mente, sede della vita morale e pertanto non possono cambiare o modificare la situazione morale o religiosa dell'individuo(17).
"Così rendeva puri tutti gli alimenti."
Ma siamo matti? Il libro del Levitico, la parola di Dio, la Legge, ha interi capitoli di elenchi di animali e di cibi che si possono mangiare e che non si possono mangiare, di ciò che è puro e di ciò che è impuro. Così facendo, Gesù dichiara che il libro del Levitico afferma il falso! Non è parola di Dio, ma invenzione degli uomini.
Con queste parole ce n'é abbastanza per essere condannato a morte! Qui siamo al capitolo settimo, la condanna a morte è stata espressa già nel capitolo terzo(18). Non meravigliamoci che abbiano ammazzato Gesù, meravigliamoci invece che sia riuscito a campare così tanto!
"E diceva: «Ciò che esce dall'uomo è quello che rende impuro l'uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall'interno e rendono impuro l'uomo»".
Abbagliato da tutto quello che la legge presenta come peccato, l'uomo non si accorge di quello che è realmente peccato! Ha ragione Paolo che considera la Legge, quella di Mosè con tutti i corollari che si sono aggiunti nei secoli, la vera sorgente del peccato(19).
Gesù riporta una lista di dodici comportamenti, questi sono il peccato, che rendono precaria la comunicazione dell'uomo con Dio. Notate che in questo elenco nessun comportamento riguarda l'atteggiamento verso Dio, non importa se preghi o meno, se partecipi o no al culto. Questa lista contiene solo quei comportamenti, atteggiamenti che sono nocivi nei confronti della vita dell'uomo. Allora il peccato per Gesù non è la trasgressione di una legge, ma è un comportamento volontario, che procura del danno agli altri.
Una parentesi, molto importante: nell'elenco vi è anche la parola adultèri; questa parola può trarre in inganno, perché viene da una traduzione in greco dell'ebraico na'af presente in Es 20,14. Tradurre l'ebraico na'af con adulterio è estremamente riduttivo. Na'af ha un senso più ampio che non il tradimento della fedeltà cui gli sposi sono tenuti; na'af è qualsiasi adulterazione del comportamento dell'uomo o della donna nei loro rapporti con gli altri. Il nef è perciò un corrotto, un corruttore, un adultero, un truffatore, un traviato, un dissoluto portato a ogni comportamento indebito o sleale(20).
Nell'elenco vediamo che sono tutti atteggiamenti che impediscono all'uomo di realizzare su se stesso il disegno di Dio. Una persona che non si realizza è una persona "tossica"(21) e questa è una esperienza che facciamo tutti quanti: infatti quando incontriamo una persona che non conosciamo e ci sentiamo subito attratti, questo dipende dal fatto che è una persona (adesso la definisco secondo la filosofia gnostica) nutriente. Quando una persona è piena di vita, la trasmette agli altri e uno viene nutrito da questa persona. Poi capita di conoscere una persona, che non conoscevamo prima, e sentiamo qualcosa che non va, proprio al livello dell'epidermide, queste sono le persone tossiche. Chi non realizza in sé il disegno di Dio, è una persona tossica, che intossica tutti quelli che avvicina. Chi realizza in sé il disegno di Dio, è una persona che si fa pane per gli altri, che nutre gli altri.
Per Gesù, quindi, la distinzione tra puro e impuro non procede da Dio, l'impurità nasce dalla cattiva relazione che esiste con gli altri uomini, ciò che ostacola il rapporto con Dio è fare danno all'altro!

Note: 1. I versetti compresi all'interno delle parentesi quadre non sono stati riportati, dal liturgista, nella lettura del vangelo di questa domenica, ma non possono essere tralasciati per una corretta comprensione del brano. – 2. L'esegesi in esame è ispirata da una conferenza di P. Alberto Maggi. – 3. Beelzebul era il dio fenicio delle mosche (o del letame, a seconda della lettera finale: l o b) che era considerato dagli ebrei apportatore delle malattie che colpivano l'uomo per punirlo dei suoi peccati. – 4. Il verbo, che adopera l'evangelista, è lo stesso da cui deriva la parola sinagoga. Nel tradurlo letteralmente in italiano viene fuori "sinagogarono", che non è un termine corretto; in greco questo verbo fa capire che sono gli elementi della sinagoga che si riuniscono. – 5. Cfr. Mc 3,22: Ma gli scribi, che erano discesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del principe dei demòni». – 6. Gli scribi erano i teologi ufficiali, la cui sentenza aveva lo stesso valore della parola di Dio. – 7. Da tenere presente che al termine di questo episodio Gesù deve scappare ed andare in terra pagana (cfr. Mc 7,24). – 8. Il Talmud riporta la storia di uno dei più grandi rabbini dell'ebraismo, che, tra l'altro, possedeva una mente liberale, aperta, un uomo di grande spiritualità, Rabbì Achiba; incarcerato dai romani, adoperava la poca acqua che gli passavano non per bere, ma per fare le abluzioni. Quando i suoi discepoli gli dicevano, perché non bevi? lui dava questa risposta: vengono condannati a morte coloro che non seguono le decisioni dei rabbini [n.d.r.: di lavarsi le mani], è meglio che io muoia di sete, piuttosto che trasgredisca il comando dei miei colleghi. – 9. Traccia di questo rito è giunta fino a noi nella litugia della messa, quando il sacerdote si lava le mani prima di consacrare il pane e il vino. – 10. Oggi, che abbiamo tutti gli strumenti, la cosa è lunga ma non particolarmente faticosa; immaginatevi all'epoca di Gesù, senza acqua corrente in casa e con la necessità di scaldare l'acqua sul fuoco di legna! Chi aveva creato questi precetti erano evidentemente uomini che non si occupavano di faccende domestiche. – 11. Situazione del tutto analoga alla Chiesa Cattolica dove la tradizione ha spesso preso il posto dei Vangeli. – 12. Is 29,13: "Dice il Signore: «Poiché questo popolo si avvicina a me solo a parole e mi onora con le labbra, mentre il suo cuore è lontano da me e il culto che mi rendono è un imparaticcio di usi umani…" – 13. Es 20,12: "Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio." – 14. Dt 5,16: "Onora tuo padre e tua madre, come il Signore Dio tuo ti ha comandato, perché la tua vita sia lunga e tu sii felice nel paese che il Signore tuo Dio ti dà". Sir 7,27: "Onora tuo padre con tutto il cuore e non dimenticare i dolori di tua madre." L'aggiunta della condanna a morte è posteriore (Pro 20,20). - 15. Tt 1,13-16: "Questa testimonianza è vera. Perciò correggili con fermezza, perché rimangano nella sana dottrina e non diano più retta a favole giudaiche e a precetti di uomini che rifiutano la verità. Tutto è puro per i puri; ma per i contaminati e gli infedeli nulla è puro; sono contaminate la loro mente e la loro coscienza. Dichiarano di conoscere Dio, ma lo rinnegano con i fatti, abominevoli come sono, ribelli e incapaci di qualsiasi opera buona." – 16. Sulla base di queste parole, il pensiero mi corre a tutti quei precetti costruiti dalla Chiesa Cattolica che verrebbero cancellati totalmente se Gesù tornasse. Ma probabilmente verrebbe ucciso di nuovo. – 17. Altro che non mangiare carne il venerdì! Se si segue veramente Gesù tutte queste stupidaggini scompaiono in un lampo. – 18. Mc 3,6: "E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire." – 19. 1Cor 15,56: "Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la Legge". – 20. Cfr. A. Chouraqui, Il mio testamento. Il fuoco dell'alleanza, Queriniana, Brescia 2003, p. 126. – 21. Scusate il vocabolo non proprio adatto, ma non ne ho trovati altri per definire una persona che si sta rovinando la vita esattamente come uno dedito agli stupefacenti.