Contenuti del blog

Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


domenica 14 ottobre 2012

Domenica 21 ottobre 2012. XXIX Domenica del Tempo Ordinario

Mc 10, 35-45

[Mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano sgomenti; coloro che lo seguivano erano impauriti. Presi di nuovo in disparte i Dodici, si mise a dire loro quello che stava per accadergli: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, lo derideranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà»](1)

Gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».

Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

 

Il brano di oggi non presenta grandi difficoltà interpretative se lo si legge tutto, a partire dal versetto 32.

Iniziando la salita a Gerusalemme, Gesù vuole smentire le attese e le aspettative dei dodici(2): "Mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano sgomenti; coloro che lo seguivano erano impauriti."

L'evangelista dice: "…erano nella strada…"; nelle interpretazioni normalmente si seguono le chiavi di lettura che l'evangelista ci dà: "nella strada" è il collegamento che fa l'evangelista ad un altro episodio, alla parabola dei quattro terreni dove Gesù semina il suo messaggio (cfr. Mc 4,1-9). Nella spiegazione che segue la parabola, Gesù dice che il seme è la sua parola, il suo messaggio, ma, mentre sta per cadere, non fa in tempo ad arrivare per terra, che arriva il satana e lo porta via. Questa indicazione è importante ed è la chiave di lettura di tutto il brano. Il satana, nel vangelo di Marco, come negli altri vangeli, rappresenta il potere.

Gesù sta dicendo qualcosa che deve essere preso molto sul serio. Vuol dire che coloro che appartengono alla sfera del potere, sono completamente refrattari al messaggio di Gesù.

"…per salire a Gerusalemme…" ormai siamo alla tappa conclusiva, Gesù sta andando a scontrarsi con l'istituzione religiosa; "…Gesù camminava davanti a loro…" camminano in gruppo, ma Gesù va avanti, diritto verso Gerusalemme; "…ed essi erano sgomenti…" i dodici, che accompagnano Gesù, sono sconcertati ("sconcertati" e non sgomenti, sembra essere la traduzione più corretta).

Siamo al terzo annuncio della passione, e i dodici (cioè l'Israele che segue Gesù) non capiscono e sono sconcertati. Notate la sottigliezza dell'evangelista, aggiunge: "…coloro che lo seguivano erano impauriti." Ci sono due gruppi dietro Gesù. Ci sono quelli che lo accompagnano e sono i dodici che hanno uno sconcerto perché - e sarà una costante del vangelo - non capiscono mai il messaggio di Gesù. La tradizione religiosa in loro è talmente forte da impedire la comprensione del messaggio di Gesù.

C'è un altro gruppo, che indica coloro che non sono compresi in Israele, quindi coloro che vivevano fuori della legge o coloro che provenivano dal mondo pagano, questi lo seguono. Per l'evangelista è una denuncia tremenda: questi lo seguono, gli altri no, i dodici si limitano ad accompagnare Gesù.

C'è differenza tra accompagnare e seguire. Accompagnare significa accompagnare fisicamente, vanno dietro Gesù. Seguire significa avere accettato, non solo la figura di Gesù, ma anche il suo messaggio. La reazione di questi che lo seguivano è la paura: hanno capito tutto. I dodici non hanno capito.

Gesù separa i due gruppi: "Presi di nuovo in disparte i Dodici, si mise a dire loro quello che stava per accadergli: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, lo derideranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà»".

Gesù non parla di Messia, ma parla di "Figlio dell'uomo"(3), non quello atteso dalla tradizione d'Israele, ma l'uomo che raggiunge la pienezza di vita in questa sua esistenza.

Gesù parla ai dodici, non al resto del gruppo, che credono ancora nella validità delle istituzioni religiose giudaiche e che seguono Gesù come un riformatore dell'istituzione corrotta, le istituzioni sacre sulle quali si reggeva Israele: il tempio, la legge, il sacerdozio, dovevano essere purificate dal Messia. Il contrasto tra Gesù e i suoi è che Gesù non è venuto a purificare questa istituzione, ma ad eliminarla, o almeno a insegnare ad ignorarla.

Gesù è uscito dall'ambito del sacro, ne ha estirpato le radici e ha fatto vedere quanto erano marce e velenose: quelle istituzioni che, secondo la religione, dovevano permettere la comunione con Dio, Gesù le denuncerà come ostacoli che la impedivano. Ecco perché è stato ammazzato.

Gesù avverte i dodici - che credono ancora nella validità dell'istituzione religiosa - che a Gerusalemme, centro del sistema religioso, le massime autorità religiose, gli scribi e la legge lo ammazzeranno. Gesù dice che, non solo lo condanneranno a morte, ma lo consegneranno ai pagani. Israele consegnerà il suo liberatore ai pagani, rinunciando definitivamente alla propria liberazione. L'evangelista adopera quattro verbi che esprimono l'odio e la violenza in un crescendo: "lo derideranno", il verbo in greco è molto forte, significa scarnificare moralmente una persona, molto più che deriderlo, "gli sputeranno addosso" lo sputo era segno di disprezzo, "lo flagelleranno"(4). L'oggetto di queste azioni è "Il Figlio dell'uomo".

Qui la denuncia dell'evangelista è tremenda: le autorità religiose sanno che la realizzazione del progetto di Dio sull'umanità segna la loro fine. L'abisso che le autorità hanno creato tra Dio e l'uomo, attraverso Gesù, Figlio dell'uomo, viene annientato e con questo anche la loro funzione di mediatori. La realizzazione dell'uomo è una minaccia ai loro interessi, al loro prestigio. La religione non fa crescere l'uomo, perché, per assicurare la sua esistenza, ha bisogno d'inculcare nell'uomo il senso d'indegnità inventando il peccato.

Quale persona di buon senso arriverebbe mai a concepire che Dio, se mangi grilli e cavallette è contento, ma se mangi il maiale e la lepre no perchè secondo la Torah sono animali impuri (cfr Dt 14,7 e s.); oppure se le persone non osservano tutte le prescrizioni e i condizionamenti sulla vita sessuale, Dio chiude i rapporti con loro!

Mentre nel Figlio dell'uomo si manifesta il massimo dell'umanità, le autorità religiose sono capaci di esprimere il massimo della disumanità. Ma "dopo tre giorni risorgerà(5)": le forze delle tenebre non possono nulla contro la forza della vita. La luce sarà sempre più forte delle tenebre.

Gesù ha gettato la parola, ma c'è il satana, il potere: "Gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo»."

Lo chiamano maestro, dovrebbero apprendere da lui, in realtà vogliono imporre la loro idea con arroganza. Sono due discepoli che, insieme a Pietro, ai quali Gesù ha posto un soprannome negativo: Giacomo e Giovanni, in aramaico, sono chiamati 'Voanerghes', 'figli del tuono', cioè autoritari e violenti.

"Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra»".

La richiesta è di ottenere dei posti d'onore. Gesù ha parlato chiaramente eppure questi non capiscono: chi è centrato sui propri bisogni e sulle proprie necessità, è completamente refrattario al messaggio di Gesù; è talmente chiuso che, anche quando sente la parola del Signore che dovrebbe metterlo in crisi, non pensa che sia per lui, ma la proietta ad altri.

La gloria di cui parlano non è la gloria celeste, ma si intendeva con quella parola il giorno della intronizzazione del re. Al momento in cui il re veniva consacrato come tale, chi deteneva il potere con lui, sedeva alla sua destra e alla sua sinistra. Questi due, facendo lo sgambetto agli altri, perché tutti quanti ambiscono allo stesso potere, di nascosto vanno vicino a Gesù "Mi raccomando, quando vai a Gerusalemme, i posti più importanti sono per noi." Gesù non poteva essere più chiaro di così: "Vado a Gerusalemme per essere ammazzato" e questi, per tutta risposta, "Dacci i posti più importanti".

Gesù aveva già denunciato i discepoli che "hanno orecchi, ma non intendono, hanno occhi ma non vedono" (cfr Mc 8,18). Quando nel vangelo troviamo sordi o ciechi, non sono handicap fisici, ma interiori. I sordi sono Giacomo e Giovanni che ascoltano, ma non intendono. I ciechi sono Giacomo e Giovanni perché vedono Gesù, ma in realtà non lo vedono perché hanno gli occhi tappati dalla figura del loro Messia.

Se andiamo nel vangelo di Matteo, dopo questa richiesta dei due discepoli, c'è l'episodio, che è unico nei vangeli, dei due ciechi di Gerico che si rivolgono a Gesù e gli chiedono: "Figlio di Davide"…. Ecco la loro cecità. I ciechi di Gerico sono Giacomo e Giovanni che sono ciechi perché chiamano Gesù figlio di Davide. Gesù non è figlio di Davide, Gesù è Figlio dell'uomo.

La richiesta di Giacomo e Giovanni è tanto più grave, se si tiene conto che, dopo il secondo annuncio della passione (anche questo incompreso) ai discepoli che discutevano tra di loro chi fosse il più grande, Gesù, anche questa volta, proprio rivolgendosi ai dodici, aveva detto: se uno vuole essere il primo di tutti, sia il servo di tutti. Giacomo e Giovanni non intendono essere gli ultimi, ma i primi, non i servi, ma i padroni, e non sanno che questa richiesta li allontana definitivamente da Gesù, che si è fatto ultimo e servo di tutti. Ricordate che questi due fratelli sono stati protagonisti della trasfigurazione di Gesù? Avevano quindi tutti gli strumenti per comprendere.

L'idea di un Messia dominatore giustifica la loro concezione del Regno di Dio come una struttura di potere ed è quella che stimola la loro ambizione.

"Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Questa frase è piuttosto difficile da rendere in italiano perché in greco Gesù dà l'idea che l'acqua, nella quale si è immersi per il battesimo, travolge tutto con il suo impeto; Gesù sta chiedendo di entrare in una situazione di sofferenza nella quale la vita è travolta: mentre per i discepoli sedere alla destra o alla sinistra di Gesù significa assicurarsi le prime poltrone al palazzo, per Gesù si tratta di affrontare il disonore di una morte infamante.

Gesù adopera l'immagine del calice perché nei banchetti, colui che lo presiedeva, lo dava a ciascuno, ognuno aveva il suo calice. Il calice raffigurava simbolicamente la sorte riservata a ciascuno. "Il calice che io bevo" indica la sorte che mi è destinata e bere il calice è l'espressione della morte, del martirio, l'amaro calice della morte.

"E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato»".

Qui il discorso è ambiguo. I discepoli hanno chiesto i posti d'onore, Gesù sta parlando della sua crocifissione e di coloro che saranno crocifissi con lui, a destra e a sinistra, perché sulla croce sarà proclamata la regalità di Gesù. Troveremo, nel momento della crocifissione, l'espressione "il re dei Giudei". Gesù verrà proclamato re sulla croce e i posti, a destra e a sinistra di Gesù, corrispondono a quelli dei crocifissi con lui.

Gesù dichiara che non può assegnare quei posti se non a quelli per i quali è preparato, cioè quelli che, nel momento della prova, sanno caricarsi della croce e rispondere con il dono della vita come lui. Giacomo e Giovanni non ne saranno capaci; in questo vangelo essi arriveranno fino al Getsemani, ma quando vedono le truppe catturare Gesù, scompaiono e non appariranno più nel resto del vangelo.

Occupare quei posti non dipende da Gesù, ma dai discepoli. Come ogni discepolo, poi nel tempo, anche Giacomo e Giovanni troveranno la morte nel martirio.

"Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni". Come nel secondo annuncio della passione, scoppia l'ennesima lite all'interno del gruppo dei seguaci di Gesù, che si sdegnano, non per le pretese di Giacomo e di Giovanni, ma perché questi due fratelli hanno tentato di fare le scarpe al resto del gruppo.

"Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono."

La denuncia di Gesù è grave perché il titolo di cui si fregiavano questi re e imperatori era quello di benefattori del popolo, di salvatori del popolo. Gesù non si lascia ingannare e non riconosce l'autorità di coloro che "sono considerati capi delle nazioni", ma non lo sono, "spadroneggiano su di esse e i loro grandi le dominano". Per dimostrare ai dodici quanto sia inaccettabile la loro idea di Messia di potere, Gesù fa un parallelo con le tirannie pagane e tenta ancora una volta - è la terza volta - di fare comprendere chi è, che cosa vuole fare e che il suo regno, la comunità cristiana, non ha nulla a che vedere con quello sperato e immaginato dai discepoli.

"Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti." Gesù avverte che la sua comunità non dovrà mai imitare le strutture di potere esistenti nella società ma rifarsi alla struttura d'amore della famiglia dove l'uno è al servizio degli altri. Dentro la comunità, la caratteristica non è quella del dominio, ma del servizio, volontariamente reso per amore. Quando nella comunità cristiana si istaurano le strutture di potere, che sono quelle di spadroneggiare e di dominare, non è più una comunità cristiana.

E' difficile, per i discepoli, accettare questo discorso di Gesù, perché Gesù sta parlando del regno di Dio e loro invece stano aspettando la restaurazione gloriosa del regno d'Israele .

Negli Atti degli Apostoli, Gesù resuscitato chiama i discepoli e fa loro un corso intensivo di catechismo di quaranta giorni su quest'unico tema. Per quaranta giorni parlò loro del regno di Dio e al quarantesimo si alza un discepolo: "Ma il regno d'Israele?". L'idea era talmente radicata che, se gli evangelisti ci insistono, è per farci capire che anche noi abbiamo delle idee talmente radicate che ci rendono refrattari al messaggio di Gesù.

"…il primo tra voi sarà schiavo di tutti". È strana questa espressione di Gesù sulla schiavitù. Nella società pagana esistevano padroni e schiavi. I seguaci di Gesù non possono mai allinearsi con i primi, i padroni, ma devono mettersi volontariamente accanto a quelli che soffrono l'oppressione e fare tutto quello che è possibile per cambiare la loro condizione di schiavi. All'interno della comunità siamo tutti fratelli, tutti abbiamo la stessa dignità: chi ambisce ad essere grande si mette volontariamente a servizio degli altri. Al di fuori della società, sempre dalla parte degli ultimi. Tra il padrone e lo schiavo, sempre dalla parte dello schiavo.

"Anche il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti»." Questo versetto contiene un'insegnamento decisivo e straordinario, che da solo cambia completamente il modo di rapportarsi dell'uomo con Dio: il Dio della religione, in tutte le religioni, è un Dio di un profondo egoismo, è un Dio che crea l'umanità per essere servito dagli uomini. Con Gesù, vera unica manifestazione di Dio, questa immagine di Dio viene definitivamente cancellata.

E' un terremoto. Se Dio non vuole essere più servito, tutte quelle strutture che permettevano il servizio a Dio non hanno più ragione di esistere. Gesù sta distruggendo alle radici l'impianto della religione. La religione consiste nel servizio a Dio, l'offerta, il sacrificio, tutto viene fatto nei confronti di Dio. Il Dio di Gesù, non ha bisogno di niente, non chiede niente agli uomini, ma è lui che si comunica tutto. È la differenza tra la religione e la fede. Nella religione è Dio che chiede, nella fede è Dio che dà.

Gesù si presenta come modello di pienezza umana alla quale ogni uomo può e deve aspirare. Rispetto ai suoi, Gesù, non sarà come i dominatori della terra, il padrone che rivendica la sua superiorità ed esige il servizio, ma come uno che lo presta.

Se comprendiamo questo versetto, il rapporto con Dio cambia radicalmente, e, di conseguenza, cambia il rapporto con gli altri. È Dio che si offre a noi ed è Dio che mette tutto quello che è e quello che ha, a nostro servizio.

Questo servizio, scrive l'evangelista, arriva "a dare la sua vita in riscatto per molti". È importante comprendere cosa voglia dire "in riscatto". Il termine riscatto è lo stesso da cui poi arriva il termine redenzione o redentore; Cristo è il redentore, cioè colui che ha pagato il riscatto. Normalmente, nella nostra spiritualità, nella predicazione, facciamo tanta confusione! A livello popolare, se chiedete alle persone cosa significa che Gesù è il redentore, da cosa ci ha liberato, rispondono che ci ha liberati dai peccati. Poi, se provate a chiedere: «Allora tu non pecchi più?». «Io sì». «E allora da cosa ci ha liberato?»

La liberazione di Gesù è finalizzata al riscatto. Il riscatto risponde a una norma giuridica di Israele: quando un familiare veniva fatto schiavo - o durante una guerra o più spesso per debiti perché non poteva pagare - era fatto schiavo con tutta la sua famiglia. Il congiunto, che aveva la parentela più vicina a questi, aveva l'obbligo di pagare la somma di riscatto per liberare lo schiavo. Riscatto significa liberazione; Dio veniva chiamato il redentore d'Israele, perché aveva liberato il suo popolo dalla schiavitù egiziana. Gesù dice che lui, Figlio dell'uomo, non è venuto per essere servito, ma per servire fino al punto di dare la sua vita in riscatto - cioè per liberare - molti. "Molti", non significa che Gesù sceglie un gruppo a scapito di un altro; la sua salvezza, la sua liberazione è offerta a tutti, ma quelli che l'accolgono sono i molti perché non tutti l'accolgono.

Da cosa Gesù è venuto a liberarci? C'è una particolarità che non cessa di scandalizzare nel vangelo di Marco: Marco è l'unico evangelista che, in maniera fragorosa e ostentata, omette sempre, nel suo vangelo, il termine legge. La legge era quella che era stata data da Dio a Mosé per l'alleanza tra Dio e Israele, suo popolo.

È molto più clamoroso ignorare che evidenziare, e Marco omette sempre il termine legge. Nelle lettere di Paolo, possiamo vedere il significato di questo riscatto. C'è una lettera molto bella di Paolo ai Galati, che al versetto 3,13 recita: "Cristo ci ha riscattati" - e Paolo la spara grossa - "dalla maledizione della legge". Se lo sentivano potevano lapidarlo perché, per la mentalità ebraica, sta bestemmiando. La legge, l'alleanza tra Dio e gli uomini, che permetteva l'unione tra Dio e gli uomini, Paolo la dichiara "maledizione". È una denuncia terribile! Non solo la legge non favorisce la comunione con Dio, ma l'impedisce.

Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge diventando lui stesso maledizione per noi, come è scritto "maledetto chi è appeso al legno"(6) (cfr Dt 21,23).

Una implicazione molto importante è comprendere da che cosa Gesù ci ha liberati. Seguendo il ragionamento di Paolo, Gesù ci ha liberati dalla legge e la forza della legge è il peccato. Gesù ha liberato gli uomini dal senso del peccato che è stato inventato dalla legge, dalla religione.

Non esiste il peccato se non negli ordinamenti della religione. La religione ti convince, tu ci credi e se trasgredisci, soltanto nella religione puoi trovare la maniera per essere perdonato. Essendo il peccato invadente tutti gli aspetti, anche intimi, della persona, faceva sì che l'uomo si trovasse in una situazione di continua indegnità nei confronti di Dio e non riuscisse mai a percepirne l'amore.

La liberazione che Gesù ci ha dato, liberando l'uomo dalla legge, è che essa non è più norma di comportamento nella comunità cristiana, Gesù ha liberato gli uomini dal senso del peccato della religione. La liberazione di Gesù è quella che permette, liberando l'uomo dal senso del peccato, la comunione con Dio. Il senso del peccato è quello inventato dalla religione: sono trasgressioni a precetti, a comandamenti, inosservanze, tabù sessuali, tabù alimentari.

Gesù non fa questo per diminuire il significato del peccato ma per dargli il suo giusto valore. Ricordo la bella definizione del peccato data dal Concilio: che non è tanto un'offesa a Dio - Dio non si offende mai - ma il peccato è una diminuzione per l'uomo.

Quando Gesù elenca dei peccati mai riporta quelli che riguardano il culto, quelli che riguardano il rapporto con Dio, ma sempre azioni negative che impediscono alla persona di crescere e fanno del male agli altri.

Dobbiamo avere il terrore e l'orrore di danneggiare l'altro, di fare del male all'altro perché il danno che si fa all'altro, l'altro lo può superare, ma in te rimane per sempre. Se uno mi fa del male io, con il tempo, posso perdonarlo. Ma per il male che lui mi ha fatto, in lui rimane un buco nero che non sarà mai più ricomposto. Paradossalmente, è meglio ricevere del male piuttosto che farlo agli altri. Chi fa il male agli altri, diminuisce sé stesso e questa diminuzione può portare alla paralisi dell'individuo.

Gesù ci ha liberati, ci ha riscattati dalla legge, dal peccato della legge, per permettere a ogni credente di raggiungere, come lui, la condizione di Figlio dell'uomo. Se noi siamo sempre condizionati, spaventati, intimoriti, non potremo mai crescere. Gesù è venuto a servirci, ci comunica la sua vita, ci libera da questo senso del peccato che impedisce il rapporto con Dio e consente all'uomo, una volta liberato dal peccato, di indirizzare tutte le energie nei confronti dell'altro.

Gesù non chiede che dobbiamo centrarci sulla nostra perfezione spirituale, che è tanto lontana e irraggiungibile quanto grande è la nostra ambizione, ma Gesù ci chiede di centrarci sul dono di noi stessi, che è immediato e concreto quanto grande è il nostro amore.

 

Note: 1. Il testo contenuto nelle parentesi quadre non è stato inserito dal liturgista nel brano di questa domenica. – 2. Mi sembra opportuno ricordare che non sono esattamente dodici gli individui che Gesù ha scelto come apostoli; il numero dodici (che ricorda il mitico numero delle tribù d'Israele), non rappresenta dodici individui che Gesù ha selezionato e scelto per seguirlo, ma rappresenta gli appartenenti al popolo d'Israele, che hanno scelto di seguire Gesù. Di fatto, non troverete in nessun vangelo una lista esatta dei dodici apostoli di Gesù perché non sono elementi storici, ma elementi teologici. La lista dei dodici è stata sempre rappresentata così: ci sono tre che sono i più tenaci, i "leader" del popolo e sono Pietro, Giacomo e Giovanni. Sono quelli che Gesù prende sempre nelle sue iniziative, perché, se riesce a convincere questi, per gli altri non ci saranno eccessive difficoltà. Ci sono i rimanenti otto, quasi anonimi perchè hanno un nome, ma i nomi non sono uguali nelle liste dei vangeli e, salvo qualche eccezione, non compiono nessuna attività nei vangeli. Infine l'ultimo è sempre Giuda, il traditore. Attraverso questo schema gli evangelisti vogliono dire che l'Israele, che ha seguito Gesù, è composto da un piccolo gruppo di seguaci entusiasmati, ma condizionati dalla loro ideologia: pensano di seguire il Messia trionfatore. Poi c'è una massa anonima che, anziché seguire Gesù pensa di seguire il futuro Re; quindi una piccola parte rappresentata da Giuda - un nome che ricorda la Giudea, la regione santa - che lo tradirà. – 3. Ricordo che, ogni qualvolta nei vangeli troviamo l'espressione Figlio dell'uomo, non riguarda solo Gesù, ma è estesa a tutti quanti desiderano, come lui, raggiungere la pienezza umana in questa esistenza. – 4. Non confondiamo il flagello con la frusta. Il flagello era una frusta, ma alla fine delle corde aveva un pezzo di ferro o un osso così ad ogni colpo toglieva via un pezzo di carne. – 5. Quando Gesù dice che il terzo giorno resusciterà, non sta dando indicazioni per il triduo pasquale! Se avete provato a calcolare i giorni, neanche a stirarli ne vengono fuori tre. Il tre significa ciò che è completo, ciò che è totale. Voi mi darete la morte, ma io tornerò in vita definitivamente, completamente, totalmente. Gesù non poteva essere più chiaro di così. – 6. Gesù è diventato maledizione perché ha trasgredito, ha ignorato la legge, e ha fatto la fine dei maledetti da Dio: la morte in croce era riservata i maledetti da Dio.

lunedì 8 ottobre 2012

Domenica 14 ottobre 2012 – XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

Mc 10, 17-30

Mentre andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre». Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va', vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».

Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà.

 

Gli evangelisti, ed in particolare Marco, fanno un uso attento, meticoloso delle parole ed in particolare dei verbi. Anche in questo caso Marco usa un verbo, "correre", che ci costringe a riflettere: "Mentre andava per la strada, un tale gli corse incontro…"

In oriente non si corre mai. Chi è stato in oriente sa che i ritmi di vita sono molto più lenti dei nostri. Non si corre; tanto più un uomo, un uomo maturo, non corre mai: correre rende una persona ridicola e ingenera vergogna.

Nel vangelo di Marco corrono soltanto due personaggi: uno è l'indemoniato(1) di Gerasa (Mc 5,1-20), l'altro è proprio il personaggio anonimo di questo brano.

Questo personaggio deve essere sopraffatto da un'angoscia talmente grande da essere spinto a trasgredire quelle che sono le convenzioni della sua società, e si mette a correre. Non solo: "…e, gettandosi in ginocchio davanti a lui,…". Incredibile, non può essere altro che un mendicante o, come l'unico altro personaggio del vangelo di Marco che si inginocchia davanti a Gesù, un lebbroso (Mc 1,40). Invece (colpo magistrale di Marco) dopo questa presentazione con due verbi che ci inquadravano una persona disgraziata, Marco ci scrive, verso la fine, che questo era un uomo molto ricco e molto devoto.

Questa è la prima pennellata che ci fa capire in quale direzione Marco vuole andare. Cos'è che angoscia questa persona? Lo vediamo da cosa chiede a Gesù.

Si avvicina a Gesù e "… gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?»".

Ecco cosa l'angosciava: cosa poter fare per avere la vita eterna. Nei vangeli si interessano alla vita eterna soltanto quelle persone che sono ben sistemate in questo mondo. Sono i ricchi e le persone religiose, che vogliono assicurarsi di stare altrettanto bene nell'aldilà. Qui c'è una persona molto ricca, molto religiosa, che pensa: non sia mai che per una preghiera che magari non recito, per una devozione che non ho, io non stia bene pure nell'aldilà! Chiede a Gesù come avere un precetto in più, una regola in più, una prescrizione in più che gli assicuri di possedere la vita eterna.

Nei vangeli, anche nel vangelo di Marco, Gesù non parla mai spontaneamente della vita eterna: Gesù parla sempre della vita in questo mondo. Gesù parla pochissimo della vita eterna perché, e lo vedremo nella sua risposta, non è venuto a dare una regola migliore di quelle esistenti per ottenere la vita eterna, e perché lui ha un concetto di vita eterna del tutto differente da quello della sua epoca. Nella sua epoca si concepiva la vita eterna in questo modo: c'è la vita, poi c'è la morte con il conseguente giudizio. I buoni, i meritevoli risorgono e hanno la vita eterna.

Gesù non è d'accordo con questa concezione; Gesù, quando parla di vita eterna, non parla mai al futuro, ma al presente: chi, nel comportamento, assomiglia a Dio e ha quindi un amore per gli altri che non si lascia condizionare dall'egoismo, ha una vita di una qualità tale che è indistruttibile. Per vita eterna non si intende la durata di questa vita, ma la qualità: è la qualità che la rende eterna. Gesù assicura che chiunque vive e ha un comportamento che assomiglia a quello di Dio nei confronti degli altri, non avrà come premio la vita eterna (come quello che chiede il ricco), ma ha, adesso, una vita di una qualità tale che è indistruttibile.

Naturalmente sopraggiungerà la morte biologica, ma non sarà la morte della persona. La persona ha una pienezza di vita di una qualità tale, che la morte biologica non potrà distruggere la persona e la persona continuerà la sua esistenza in Dio.

Ritornando al personaggio, alla domanda "Che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?", Gesù gli risponde quasi seccato: "Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre»". Dio ha indicato a Mosè la via per ottenere la vita eterna e Gesù glielo ricorda. Ma qui c'è dell'altro: nella rappresentazione tradizionale dei comandamenti, questi sono suddivisi in due tavole: una tavola riguarda i doveri dell'uomo nei confronti di Dio (e sono i primi tre comandamenti: io sono il Signore Dio tuo, non avrai altri dèi, ricordati di santificare il sabato), e nell'altra tavola c'è l'elenco degli altri sette comandamenti, che riguardavano i doveri dell'uomo nei confronti del suo simile. Gesù qui, con un azzardo incredibile che è di grande importanza significativa, elenca i comandamenti eliminando la tavola che riguarda l'atteggiamento e i doveri nei confronti di Dio. Secondo Gesù Dio non giudica le persone in base al rapporto con lui, ma in base al rapporto con gli altri(2).

I cinque comandamenti elencati riguardano tutti i doveri dell'uomo nei confronti del suo simile. Sono tutti doveri verso la vita: "Non uccidere," - quindi non eliminare la vita fisica - "non commettere adulterio," - cioè non uccidere la vita del matrimonio e non solo(3) - "non rubare," - non togliere il sostentamento della vita dell'altro. Sono tutti in rapporto alla vita. Un altro comandamento, che forse va spiegato perché nella tradizione non sempre è ben compreso, è "non dire falsa testimonianza,", che in seguito noi abbiamo degradato in "non dire bugie", mentre si tratta di una cosa molto più seria. In questo caso il linguaggio è preso dal lessico giuridico dei tribunali. La falsa testimonianza è l'accusa con la quale si manda a morte una persona. Allora potremo tradurre: "non uccidere con le parole le persone", non dire una cosa che poi porta alla morte l'altro.

Poi Gesù, con un'azione veramente magistrale, infila qualcosa che non è un comandamento - e questo è già un altro azzardo - e dice: "non frodare". E' preso dal libro del Deuteronomio, dove Mosè parla ai datori di lavoro e dice: "Non defrauderai il salariato povero e bisognoso, sia egli uno dei tuoi fratelli o uno dei forestieri che stanno nella tua terra, nelle tue città. Gli darai il suo salario il giorno stesso, prima che tramonti il sole, perché egli è povero e a quello aspira." (Dt 24,14). Gli operai a quel tempo venivano pagati ogni sera; il non trattenere la paga dell'operaio fino al mattino dopo si condensava in "non frodare".

Perché Gesù, a questo individuo che gli chiede che cosa fare per ottenere la vita eterna, risponde inizialmente di seguire i comandamenti, mentre in finale gli propone una norma che non è un comandamento? È la denuncia dei vangeli nei confronti della ricchezza. Che sia stato tu, tuo padre o tuo nonno, se sei ricco qualcuno ha imbrogliato, perché a essere onesti è più facile rimetterci che arricchire.

Poi "onora tuo padre e tua madre". Anche questo è un termine che va spiegato, perché nel nostro linguaggio l'onore è il rispetto verso i genitori, ma Gesù non sta parlando del rispetto verso i genitori. A quell'epoca, naturalmente, non esistevano le pensioni e i genitori, da anziani, erano a completo carico dei figli. Qui Gesù, nel termine "onora tuo padre e tua madre", non vuol dire di portare rispetto, ma di mantenere economicamente tuo padre e tua madre, perché la povertà è il disonore per la famiglia. Notate che questo comandamento dei doveri verso i genitori, Gesù lo mette dopo quello che non è un comandamento, ma un invito a non imbrogliare; questo per dire che i doveri verso i genitori, verso la propria famiglia, non esimono dal dovere verso gli altri, verso i propri salariati.

Gesù - e questo è importante per comprendere il suo messaggio - non è un maestro di una qualità più grande degli altri che ci dà una via particolare alla salvezza; non è venuto ad indicarci la via per ottenere la vita eterna. Gesù è venuto a costruire una nuova società qui sulla terra! A Gesù non interessa la salvezza eterna: interessa la qualità di vita qui, in questa terra. Gesù è venuto a proporre quello che chiama "il regno di Dio(4)".

"Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza»". Sappiamo quindi che è ricco e sappiamo pure che è un devoto.

"Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca:…".

I numeri, nel mondo ebraico, hanno sempre un valore simbolico e bisogna capire quel numero, in quella realtà, cosa significa. A noi questo passo può sembrare quasi un complimento di Gesù: abbiamo una persona che ha sempre osservato i comandamenti fin da piccolo e Gesù lo guarda con amore e gli dice: ti manca una cosa, ti manca la ciliegina sulla torta. Ma nel mondo ebraico, quando manca un'unità, significa che manca tutto!

Gesù non sta facendo un complimento del tipo: ma quanto sei bravo, fai ancora uno sforzo e arriverai alla ciliegina. Gesù lo guarda con amore, perché si trova davanti ad un disgraziato che né la ricchezza, né la religione hanno reso felice e non gli sta chiedendo di fare ancora uno sforzo, ma guardandolo con amore gli dice: ti manca tutto!

Abbiamo visto, all'inizio, l'evangelista come lo presenta. È una persona oppressa da un'angoscia terribile, che si mette in ginocchio. Il motivo di tanta angoscia è generato dal fatto che ha riposto la sua sicurezza in due mostri che non sono mai sazi: la ricchezza e la religione. Sono due mostri che più gli dài, più richiedono; le persone più avare sono i ricchi: del resto, se non lo fossero non sarebbero ricche. Manca loro sempre qualcosa, la ricchezza è un mostro che chiede sempre.

La stessa cosa succede per la religione. Prendo l'Ave Maria come modello di preghiera, non per criticare (dite pure tutte le Ave Maria che volete): la prendo solo come modello di preghiera popolare. Oggi ho detto cinque Ave Maria, ma chissà, se ne dicevo sette, il Signore era più contento. Domani ne dico sette, poi otto e così via.

Qui abbiamo una persona che è ricchissima, è religiosissima, eppure è un disgraziato, angosciato, oppresso. Gli manca qualcosa: con tutta la sua religione, la sua ricchezza, non è sicuro di ottenere la vita eterna. Allora Gesù lo guarda con amore e gli dice: ti manca tutto, perché né la religione, né la ricchezza ti hanno concesso la serenità.

"…va', vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Dallo ai poveri perché così sei sicuro che non ti ritorna indietro niente; quelli, con la fame che hanno, ti mangiano tutto, così rimani del tutto pulito "e avrai un tesoro in cielo".

Ogni qualvolta nei vangeli, specialmente nel vangelo di Matteo, trovate l'espressione "cieli", non si deve intendere mai "l'aldilà". Poichè gli ebrei evitavano di pronunziare la parola Dio, si usava sostituire la parola Dio con "cielo".

Gesù, dicendo "avrai un tesoro nei cieli", intende che la tua sicurezza, che fondavi nella religione e nella ricchezza e che ti ha ridotto ad essere una persona angosciata, devi riporla in Dio. Sentiti responsabile della felicità degli altri e allora finalmente permetterai a Dio di diventare il responsabile della tua felicità. Il cambio è enorme. Il protagonista del brano del vangelo che stiamo esaminando è andato da Gesù per chiedere un balocco spirituale in più, un precetto in più, una regola in più; Gesù gli dice: butta via tutto, perché quello che hai non ha valore. Dare ai poveri, occuparsi di loro significa sentirsi responsabile della felicità degli altri. Una volta che avviene questo passaggio, Dio stesso si sente responsabile della tua felicità.

Questo personaggio rappresentativo coinvolge un po' tutti noi, e ci dice: fatevi responsabili della felicità degli altri e permetterete a Dio, finalmente, di sentirsi il responsabile della vostra felicità. Il cambio è veramente favorevole.

"Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni". Incontrare Gesù non sempre si risolve in un atto positivo perché per accoglierlo occorre stravolgere il nostro modo di pensare. Una persona angosciata incontra Gesù e dopo quell'incontro rimane afflitta e rattristata, perché aveva molti beni. Gesù gli aveva detto: sbarazzati della tua ricchezza perché è il tuo nemico, occupati degli altri e Dio si prenderà cura di te. Lui preferisce rimanere con le sue ricchezze.

"Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole;…"

Gesù afferma anzitutto che quanti possiedono ricchezze entreranno con difficoltà nel "regno di Dio". Di fronte alla meraviglia dei discepoli, Gesù non attenua quanto ha detto ma lo ripete una seconda volta, poi aggiunge: "«Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio»". Questa frase, famosissima, può essere interpretata in due modi: Il termine cammello (kamêlos) forse deve essere letto kamilos cioè gomena, che in greco si pronunzia nello stesso modo; un'altra interpretazione si rifà al nome dato ad una stretta apertura nelle mura delle città che veniva usata per entrare durante la notte. L'apertura, che consentiva il passaggio ad una persona alla volta solo ponendosi di taglio, era chiamata appunto cruna d'ago; i ricchi, notoriamente più in carne in quanto potevano mangiare a sazietà, non riuscivano a passare per la piccola apertura a causa del volume del loro addome. E' certo che l'immagine, alla quale sono state date anche altre interpretazioni, è tradizionalmente intesa nel senso che un ricco è escluso dalla salvezza(5).

"Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio»".

In queste parole traspare la preoccupazione degli appartenenti alla comunità di Marco che, pur avendo aderito a Cristo e dedicando la propria vita agli altri, non avevano rinunciato a tutti i beni non indispensabili. Gesù non risponde direttamente, ma osserva che, sebbene il possesso di beni materiali comporti rischi tali da rendere quasi impossibile l'ingresso nel regno di Dio, anche costoro possono raggiungere la salvezza.

"Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito»".

Povero Pietro! Prima ha visto sfumare la possibilità di ricchezza ed onore nella ricostruzione del regno di Israele e alle sue proteste è stato trattato da satana; ora viene a sapere che avere lasciato tutto non da certezza di ricompensa.

Gesù risponde con un principio generale: "«In verità io vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà."

Le parole di Gesù sono una risposta a quelle che potevano essere le aspettative dei suoi primi discepoli. Ma per l'evangelista, che scrive in un periodo posteriore, esse diventano un incoraggiamento ai membri della comunità primitiva. La promessa del centuplo si comprende infatti alla luce dell'esperienza comunitaria, nella quale ciò che si è lasciato viene ampiamente supplito mediante i rapporti nuovi che si creano (Mc 3,31-35; cfr. At 2,44-45; 4,32-35). Anche l'accenno alle persecuzioni, così come il fatto che i beni siano abbandonati "a causa di Gesù e del vangelo", è più comprensibile nel contesto di vita delle prime comunità cristiane. Nel centuplo promesso non sono contemplati i padri, perché per i credenti in Cristo vi è un solo padre, Dio, mentre essi sono tutti fratelli (cfr. Mt 23,8-9). Il brano termina con un detto, però escluso dal liturgista, "Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi saranno primi" originariamente autonomo (cfr. Mt 20,16; Lc 13,30): esso è stato inserito in questo contesto in un secondo momento per sottolineare come solo il servizio dei fratelli, che porta ad assumere l'ultimo posto, soddisfi le condizioni poste da Gesù per seguirlo.

 

Note: 1. Ricordo che essere indemoniati significa essere malati oppure oppressi da qualcosa che rende la vita impossibile e non consente di accogliere il messaggio di Gesù. – 2. Cfr. Mt 25,31-46. – 3. Il sesto comandamento (Es 20,14) che, nella traduzione CEI del 2008 recita "Non commetterai adulterio" sembra un doppione del decimo (Es 20,17) "Non desiderare la moglie del tuo prossimo". In realtà doppione non è in quanto il reale significato del testo potrebbe essere reso in italiano con questa frase: "Non venderti per ottenere benefici" oppure, in senso positivo, "Sii onesto"; infatti tradurre l'ebraico na'af con adulterio è estremamente riduttivo. Na'af ha un senso più ampio che non il tradimento della fedeltà cui gli sposi sono tenuti; na'af è qualsiasi adulterazione del comportamento dell'uomo o della donna, nei loro rapporti con gli altri o con se stessi. Il nef è perciò un corrotto, un corruttore, un adultero, un truffatore, un traviato, un dissoluto portato a ogni comportamento indebito o sleale (Cfr. A. Chouraqui, Il mio testamento. Il fuoco dell'alleanza, Queriniana, Brescia 2003, p. 126). – 4. Questa constatazione sottolinea l'equivoco in cui sono cadute le chiese del medio evo, in particolare quelle occidentali a causa delle scarse o nulle conoscenze delle tradizioni ebraiche e del greco, che hanno confuso il Regno di Dio con l'aldilà. Per Gesù (basta leggere attentamente i vangeli nell'originale greco per rendersene conto) il Regno di Dio è la comunità di uomini che qui, in terra, consente a Dio di governare, non mediante l'imposizione di leggi, ma mediante l'effusione di uno Spirito come il Suo, cioè con amore che genera l'amore reciproco tra gli uomini. – 5. E' probabile che Gesù intendesse un'altra cosa. Probabilmente riteneva i ricchi non idonei ad entrare nella comunità cristiana perché la loro mentalità non consentiva l'amore disinteressato verso gli altri. Nelle frasi che seguono Gesù mitiga in parte questo giudizio.

Inizio modulo

Fine modulo

lunedì 1 ottobre 2012

Domenica 7 ottobre 2012 – XXVII Domenica del Tempo Ordinario

Mc 10,2-16

Alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, gli domandavano se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla». Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall'inizio della creazione li fece maschio e femmina; per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto». A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».

Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s'indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.

 

Per Marco tutto il popolo di Israele è come un malato che necessita della guarigione ad opera di Gesù. La malattia mortale che soffre il popolo è causata dai sacerdoti che anziché presentare il Dio liberatore deturpano il volto del Signore presentandolo come un tiranno: "Perisce il mio popolo per mancanza di conoscenza. Poiché tu rifiuti la conoscenza, rifiuterò te come mio sacerdote" (Os 4,6). E' il caso del brano di questa domenica.

"Alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, gli domandavano se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie."

Puntualissimi(1), ogni volta che Gesù cura, guarisce o libera il popolo, compaiono coloro che non tollerano questa liberazione che sottrae la gente al loro influsso e diminuisce il loro prestigio (Mt 9,14;12,2;15,1;16,1). La domanda che i farisei pongono a Gesù non è volta a un apprendimento, ma è un agguato. Essi non intendono tanto controllare la sua ortodossia, ma fargli fare la stessa fine di Giovanni il Battista che era stato decapitato dal tetrarca Erode. Erode era infatti ossessionato dalla figura di Gesù che vedeva come il Battista "risorto dai morti" (Mt 14,2). Ma Gesù è più pericoloso di Giovanni il Battista.

Mentre Giovanni accusava Erode non tanto per aver ripudiato la legittima moglie, azione che la Torah, la Legge, consentiva, quanto per essersi sposato con sua cognata Erodiade (Mt 14,1-12), fatto severamente proibito dalla Legge (Lv 20,21).

Il ripudio era ammesso dalla Legge, e nessuno lo metteva in discussione, seppure era controversa l'interpretazione delle cause che consentivano all'uomo di ripudiare la moglie per poi potersi nuovamente sposare legittimamente.

Lo scioglimento del matrimonio non presentava in Israele grandi difficoltà: "Una donna è una piaga per suo marito? La ripudi e così sarà guarito!" (cfr.2 Yeb. B. 63b) sentenzia il Talmud, dove un intero trattato ("Ghittin", da ghet, ripudio) è dedicato all'esame dei casi di ripudio(3).

Il testo che permette il ripudio è Dt 24,1: "Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che essa non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualche cosa di vergognoso [in ebraico 'erwat dabar], scriva per lei un libello di ripudio e glielo consegni in mano e la mandi via dalla casa".

Il problema era sapere a che cosa si riferiva il legislatore con "qualche cosa di vergognoso" (la traduzione letterale di 'erwat dabar è "nudità di una cosa").

All'epoca di Gesù le due principali interpretazioni si rifacevano ai due rabbi antagonisti: Shammai e Hillel. Il primo sostenitore di un'interpretazione rigida della Legge e l'altro più di manica larga. I discepoli di Shammai insegnavano che "non si ripudia la propria moglie se non perché si trova in lei qualcosa di vergognoso" (Sifr. Dt 24,1 269.122a), e per vergognoso intendevano un comportamento indecente, in pratica l'adulterio.

I seguaci di Hillel, al contrario, insegnavano che l'uomo può rimandare la propria moglie "anche se ha lasciato bruciare il pranzo..." (Git. M. 9,10). Inoltre un altro rabbi, Rabbi Aqiba, insegnava che "se poi avviene che essa non trovi grazia ai suoi occhi" significa che l'uomo può ripudiare la moglie "anche se trova un'altra donna più bella di lei" (Ghit. 9,10)

Le due scuole rabbiniche, pur divergenti nelle motivazioni delle cause del ripudio, consideravano legittimo per l'uomo prendere una nuova moglie, in quanto l'uomo è fatto per la riproduzione che è un preciso precetto divino: "siate fecondi e moltiplicatevi" (Gen 1,28).

I farisei chiedono a Gesù, che non ha mai considerato la Legge in senso restrittivo, se anche lui è d'accordo con Hillel che la moglie può essere ripudiata anche per un futile motivo. La domanda dei farisei è subdola: se Gesù si pronuncia a favore del ripudio ottiene il facile consenso della folla, ma rinnega quanto insegnato nel discorso della montagna(4). Se Gesù si dichiara contro la pratica del ripudio va contro la Torah e accresce l'ostilità di Erode nei suoi confronti.

"Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla». Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall'inizio della creazione li fece maschio e femmina;…". I farisei, che passano il giorno e la notte a leggere la Scrittura, di fatto non la capiscono e non la intendono, perché criterio di comprensione della Scrittura è il bene dell'uomo. Gesù ignora le divisioni teologiche delle varie scuole rabbiniche e tralascia pure la stessa Legge di Dio espressa nel libro del Deuteronomio per risalire direttamente alla volontà del Creatore.

Ancora una volta il conflitto è tra un Dio Creatore e uno Legislatore. Gesù senza esitazione si pone dalla parte del Creatore e del suo piano originario sulla creazione.

Nella sua risposta Gesù utilizza, unendoli, i due racconti della creazione contenuti nel libro del Genesi. Mentre nella prima narrazione, nata nei circoli profetici(5), si parla creazione di una coppia, alla pari, da parte di Dio, che "creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò" (Gen 1,27), nella seconda, elaborata in ambiente sacerdotale(6), viene corretta questa linea teologica troppo ardita. Prima viene creato l'uomo, e la donna non è creata alla pari dell'uomo, ma solamente la "plasmò con la costola che aveva tolta all'uomo", per questo "la si chiamerà donna [in ebraico 'iššah] perché dall'uomo [in ebraico 'iš] è stata tolta" (Gen 2,21-23). Gesù ignora questa seconda parte nella quale la donna è inferiore all'uomo, e cita solo la conseguenza:

"…per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola." Ciò che dà all'uomo la forza di staccarsi dalla propria famiglia, è il bisogno di ricostituire l'unità della propria persona con la parte mancante, la donna.

Solo un amore più grande di quello scambiato con i propri genitori consente di rompere il vincolo con la casa paterna e riesce a fondere in un solo essere due distinte persone. Inoltre ogni componente della coppia manifesta al proprio coniuge quell'amore e quella protezione che prima veniva esercitata dalla famiglia originaria. La base di tutto il ragionamento di Gesù è l'amore reciproco tra gli sposi che costituisce l'unico cemento della coppia.

"Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto»."

Gesù sottolinea l'affermazione del Genesi, ribadendo che l'uomo e la donna, due differenti individui, sono chiamati a fondersi in un'unica persona. La donna non è più proprietà del marito ma carne della sua carne (Gen 2,23), sua compagna con uguale dignità. In questa nuova realtà si esclude ogni forma di superiorità di una parte sull'altra. Colui che ripudia la propria moglie mutila e diminuisce se stesso.

Quello dunque che Dio, l'amore in persona, ha congiunto, l'uomo non lo separi. Questa unità, volontà di Dio, non può essere eliminata per l'iniziativa dell'uomo. E' una profonda critica a Mosè perché è stato l'uomo che ha osato separare quel che Dio aveva congiunto, e che, permettendo il ripudio, con la sua legge ha annullato il progetto divino.

Ancora una volta Gesù si collega al filone profetico del Dio creatore e la sua presa di posizione richiama quanto scritto nel libro del profeta Malachia: "Non fece egli un essere solo dotato di carne e soffio vitale? Che cosa cerca quest'unico essere, se non prole da parte di Dio? Custodite dunque il vostro soffio vitale e nessuno tradisca la donna della sua giovinezza. Perché io detesto il ripudio, dice Yahvé Dio d'Israele" (Ml 2,15).

Gesù si è richiamato direttamente al Dio Creatore e al suo progetto di unità tra l'uomo e la donna, ma quel che egli afferma è in contrasto con la realtà matrimoniale ebraica dove l'uomo era l'indiscusso padrone della moglie: mentre per marito si usava il termine ba'al (padrone/proprietario) alla moglie era riservata la qualifica di be'hulah (posseduta).

"A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio»."

Quel che allarma i discepoli è il ridimensionamento della Legge di Mosè già compiuta da Gesù nel discorso della montagna. Secondo la tradizione religiosa ogni parola della Legge veniva da Dio stesso, Mosè aveva avuto il semplice ruolo di esecutore della volontà di Dio ed era inaccettabile distinguere alcune parti affermando che provenivano da Mosè anziché dal Signore: "Chi assicura che la Torah non viene dal cielo, almeno in quel testo e che Mosè e non Dio lo ha detto.. verrà sterminato in questo mondo e nel mondo a venire" (Sanh. B. 99a).

L'affermazione di Gesù suona a bestemmia perché osa contraddire quanto scritto nella Sacra Scrittura dove Dio stesso emana la Legge, compresa quella del ripudio, e comanda di metterle in pratica: "Yahvé tuo Dio ti comanda di mettere in pratica queste leggi e queste norme" (Dt 26,16).

Per Gesù quel che è scritto nella Legge non manifesta la volontà di Dio, ma è un cedimento alla testardaggine del popolo, e quindi non gode di alcuna autorità divina. Gesù rimprovera i farisei di trascurare il comandamento di Dio per osservare la tradizione degli uomini (Mc 7,8).

Rimproverando i farisei per la loro durezza di cuore, Gesù si richiama alla generazione dell'esodo, tutta perita nel deserto proprio per "l'ostinazione del loro cuore" (Sir 16,9). E' la generazione che non ascolta i profeti di Dio perché non ascolta il Signore stesso ("Gli Israeliti non vogliono ascoltare te, perché non vogliono ascoltar me: tutti gli Israeliti sono di dura cervice e di cuore ostinato" Ez 3,7).

In questo vangelo la frase di Gesù non conosce alcuna eccezione e neanche il vangelo di Luca; l'unico ad ammettere un'eccezione è Matteo. Questo perché le comunità cristiane non hanno ritenuto i vangeli un codice di comportamento fissato una volta per sempre, bensì un testo vivente, in crescita, al quale ogni comunità era tenuta ad aggiungere e arricchire la propria esperienza di Gesù risorto.

La parola di Gesù non è stata considerata la lettera che uccide ma lo Spirito che vivifica (2Cor 3,6), per questo l'evangelista Matteo introduce nella comunità cristiana un caso che può giustificare il ripudio, quella della "porneia". La Chiesa primitiva all'eccezione riportata da Matteo aggiungerà presto anche quella di Paolo che affronta una nuova situazione nell'ambito della comunità: quella di coppie dove uno solo dei coniugi è credente.

Nella Prima Lettera ai Corinti si legge: "Se il non credente vuole separarsi, si separi(7); in queste circostanze il fratello o la sorella non sono sottomessi a schiavitù; Dio vi ha chiamati alla pace" (1Cor 7,27).

La pace, cioè la felicità viene prima del vincolo matrimoniale. Questo deve produrre e manifestare felicità, quando avviene il contrario cessa di esistere. E' questo il "privilegio paolino" col quale si autorizza lo scioglimento del matrimonio.

L'eccezione della "porneia" non si identifica con quella ammessa dalla legislazione del Deuteronomio. Il termine greco scelto da Matteo è passibile di diverse interpretazioni che vanno dalla fornicazione (cioè congiunzione carnale con prostitute), al concubinato, all'impudicizia, alla prostituzione, all'unione illegale e all'adulterio. Inoltre nel linguaggio profetico l'idolatria e l'infedeltà nella quale cadeva spesso il popolo d'Israele, è definita "porneia" nella traduzione greca detta dei Settanta, (Os 4,10-12) e la Chiesa primitiva ha inteso anche in questo senso l'adulterio: "Non si ha adulterio solo se uno corrompe la propria carne, ma anche chi compie cose simili ai pagani è un adultero" (Pastore di Erma, 4 Precetto, 39, 19,9).

Nel mondo giudaico l'uomo era obbligato a ripudiare la moglie adultera ("Chi tiene la moglie adultera è uno stolto e un empio", Pr 18,22 LXX). Per Gesù, dato che è l'amore l'unico collante della coppia, l'unico motivo che può sciogliere il vincolo matrimoniale è la constatazione evidente che esso non esiste più. Ciò può avvenire con l'adulterio, che non va inteso come colpa occasionale, ma come scelta definitiva di uno dei coniugi di un altro partner. E' l'amore quel che realizza l'unione tra i due. Senza amore cessa l'unità e con esso il vincolo matrimoniale.

E' questa la scelta di Girolamo, primo traduttore della Scrittura e tra i primi traduttori e commentatori del vangelo: "Solo l'adulterio può vincere l'amore alla propria moglie. Quella carne che era una ella l'ha divisa unendosi a un altro, il suo adulterio l'ha separata dal marito… Dunque, ovunque vi è adulterio… si è liberi di ripudiare la moglie" (Girolamo, Com. Mat. Lib. 3,19,9).

Il matrimonio è una scelta d'amore e come tale esiste finché l'amore è presente, manifesto e operante. Se questo amore viene meno, viene meno anche il matrimonio che non può sussistere laddove c'è indifferenza, freddezza, o addirittura l'avversione e l'odio. Il Dio che ci "ha chiamati alla pace" (1Cor 7,15) non può imporre ai suoi figli un'esistenza infelice.

"Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s'indignò e disse loro:…"

Gesù, come altre volte, prende sempre le difese della parte più debole, e qui Marco vuole rimarcare questo: infatti gli presentano dei bambini, dei garzoni, e i discepoli lo rimproverano perché non vogliono che Gesù accolga anche queste persone che sono considerate le nullità della società. Marco qui riferisce una dichiarazione importantissima di Gesù: "…«Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro."

I bambini, i ragazzini, i garzoni a quell'epoca erano esseri insignificanti, gli ultimi della società; a questi discepoli, che sono animati dal desiderio di ambizione, di essere i più grandi, Gesù ricorda che il Regno di Dio, cioè la comunità dove Dio governa gli uomini è proprio quella degli ultimi della società. Quindi quelle persone che vengono considerate gli ultimi, sono in realtà i primi ad entrare nel Regno del Signore.

 

Note: 1. L'esegesi che segue è stata liberamente tratta dagli appunti che P. Alberto Maggi OSM ha redatto nel novembre del 2000 in preparazione della conferenza "Legge o bene dell'uomo" tenutasi poi a Cefalù. - 2. Il rifetimento di seguito riportato, come altri similari citati in altre pagine, è relativo al Talmud. – 3. La legislazione del ripudio era basata esclusivamente sul diritto dell'uomo: "La donna può essere ripudiata lo voglia o no" (Yeb. M. 14,1). – 4. "Fu pure detto: «Chi ripudia la propria moglie, le dia l'atto del ripudio». 32Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all'adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio." (Mt 5,31-32). – 5. Il cosidetto documento Jahvista. – 6. La prima stesura è del X secolo a.C. circa; la stesura sacerdotale è del VI secolo a.C. durante la prigionia in Babilonia. – 7. Mi corre l'obbligo di ricordare che il concetto di separazione tra coniugi senza rottura del vincolo matrimoniale è un concetto moderno ed esclusivamente italiano che è entrato nell'uso dopo il 1100 d.C. Per il diritto canonico il matrimonio legittimamente contratto era indissolubile. L'unica forma di separazione ammessa era la separatio quoad thorum et coabitationem anche detta separatio thori; questo istituto giuridico era stato creato nel XII secolo e prevedeva la possibilità per i coniugi di ottenere un'interruzione temporanea o perpetua del debito coniugale e della coabitazione. Ne consegue che, quando Paolo parla di separazione intende la rottura del vincolo matrimoniale. (Cfr.  sulla storia e l'evoluzione dell'istituto della separatio thori G. di Renzo Villata, Enciclopedia del Diritto, XLI, Giuffré, Roma, 1989).