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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


lunedì 22 ottobre 2012

Domenica 28 ottobre 2012 – XXX Domenica del Tempo Ordinario

Mc 10, 46–52

E giunsero a Gerico. Mentre partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va', la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

 

Spesso ho avuto modo di dire che gli episodi nei quali Gesù effettua delle guarigioni vanno esaminati con attenzione perché spesso (o forse sempre), il significato dell'episodio è diverso e la guarigione è solo un pretesto per porgere insegnamenti molto profondi; per questo nei vangeli non si parla mai di "miracoli"(1), ma solo di "segni" perché tali sono le guarigioni operate da Gesù.

Il brano di questa domenica è strettamente legato(2) a quello di domenica scorsa (Mc 10,35-45), cioè la richiesta di Giacomo e Giovanni di avere i posti d'onore accanto a Gesù nel momento del suo trionfo e quindi va letto in questa ottica.

"E giunsero a Gerico. Mentre partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla…" Gerico è l'ultima città prima della terra promessa che Giosuè aveva superato con i suoi (cfr Nm 33,48), questo ha un suo particolare significato se lo si collega a "mentre partiva"; qui l'evangelista adopera un verbo usato per l'esodo dall'Egitto(3), con l'intento di collegare i due fatti, di indicare cioè, che il fine ultimo di Gesù è l'esodo. Vedremo perché.

"…il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare." Certo che Marco è complicato! In una semplice frase ha inserito una nutrita serie di concetti teologici che non ci aspettavamo. Ecco perché per secoli, in pratica fino alla seconda metà del XX secolo, Marco non è stato compreso, anzi è stato scartato e considerato un evangelista di seconda categoria! Era veramente troppo complicato per l'esegesi semplicistica usata in quegli anni.

Vediamo di capire la frase: viene presentato uno strano personaggio, "il figlio di Timèo, Bartimèo". Prima viene presentato con il nome in greco, figlio di Timèo e poi con l'equivalente aramaico, Bar-(figlio di)-Timeo. Normalmente Marco, quando deve scrivere un termine aramaico, prima lo presenta in questa lingua e poi nella sua traduzione in greco. Per esempio, quando dice "Talità kum", che significa "fanciulla alzati", oppure quando dice "Effatà" che significa "apriti"; qui invece c'è prima il termine greco, ma attenzione, se traduciamo in italiano "il figlio di Timèo" diviene "figlio dell'onore", è quell'onore a cui ambivano Giacomo e Giovanni. Marco quindi vuole dire: attenti, perché al di là della realtà storica, questo è un personaggio altamente simbolico nel quale voglio raffigurare i discepoli Giacomo e Giovanni che, nonostante Gesù avesse detto che andava a morire, pensano al loro trionfo".

"…che era cieco…". Ecco perché era cieco, come aveva detto Gesù, rimproverando i suoi discepoli, "hanno occhi, ma non vedono". Il motivo della cecità ce lo svela l'evangelista, "sedeva lungo la strada".

"Lungo la strada", nel capitolo 4 di questo vangelo, al versetto 15, Gesù spiegava che il seme è gettato per terra e immediatamente viene il satana e lo rapisce. Il satana è immagine del potere. I discepoli sono accecati da questa ideologia nazionalista del potere, per cui non comprendono la parola di Gesù.

"…a mendicare." Bisogna dire che Marco, talvolta, è di una sottile cattiveria: la richiesta dei due disepoli di sedere nei posti di onore durante l'intronizzazione del Messia, del Figlio di Davide, è degradata al ruolo di richiesta di elemosina. Così, dice l'evangelista, si riducono coloro che aspirano al potere, a mendicare un posto d'onore.

"Sentendo che era Gesù Nazareno – Nazaret è la città della Galilea dove s'erano asserragliati gli zeloti, quindi dire "Gesù il Nazareno" significava "il bellicoso, il rivoluzionario" -, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!»".

E' cieco. Gesù non ha mai accettato di essere chiamato il Figlio di Davide. "Figlio", in quella cultura, significava colui che assomigliava al padre nel comportamento; "Figlio di Davide" si riferiva all'attesa del messia, un messia potente nella forza e nella violenza, come Davide, il re che era riuscito a riunificare le dodici tribù e a dare loro una capitale, Gerusalemme, ma tutto attraverso la violenza.

Gesù non toglie la vita ad alcuno, Gesù offre la sua. Ecco il motivo della cecità; il cieco si rivolge a Gesù chiamandolo "Figlio di Davide". "«Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!»" non è la frase con cui chiedere di riacquistare la vista. Non solo, "Abbi pietà di me", è la stessa frase con la quale la folla accoglierà Gesù all'ingresso in Gerusalemme: "Osanna al Figlio di David!"(4) E' il grido del popolo che vede nel Figlio di Davide la soluzione alla sua sofferenza, alla dominazione.

"Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!»".

Ebbene, nonostante che il gruppo che segue(5) Gesù lo rimproveri, lui grida ancora "Figlio di Davide, abbi pietà di me!" Chiede a Gesù di restaurare la monarchia del re Davide.

"Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!»." Lo chiama, come chiama i discepoli che gli sono sempre lontani, che lo accompagnano, ma non lo seguono. Gli sono distanti perché sono vittime della ideologia religiosa. L'evangelista usa, in greco, lo stesso verbo "alzare" che nei vangeli è usato per la risurrezione.

Lo chiamano ed ecco che inizia la conversione del discepolo: "Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù." Il mantello, nella cultura ebraica, è il simbolo della persona; gettare via il mantello vuol dire quindi la rottura con il proprio passato, la rottura con la propria ideologia. Finalmente è lui che va da Gesù, non è Gesù che va incontro al discepolo.

"Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?»." Da notare che Gesù si rivolge a questo cieco con le stesse identiche parole con le quali si era rivolto a Giacomo e Giovanni per la loro assurda richiesta. L'evangelista, attraverso questo schema letterario, vuole far comprendere che, nell'episodio di questo cieco, vi è la spiegazione della richiesta di Giacomo e Giovanni.

"E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!»." Non lo chiama più Figlio di Davide. "Rabbunì" era un termine reverenziale che veniva usato per Dio; i maestri di Israele venivano chiamati "Rabbi", ma Dio veniva chiamato "Rabbunì", quindi il discepolo incomincia a comprendere. "Che io veda di nuovo!" Quindi prima ci vedeva, è diventato cieco, non è nato cieco. E' stata l'ideologia religiosa, nazionalista, di questo trionfo di Israele e del messia, che lo aveva reso cieco.

"E Gesù gli disse: «Va', la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada." Quando il discepolo inizia a comprendere, entra nella liberazione; e torna a vedere come prima di essere accecato dall'ideologia. Qui ci dobbiamo fermare perché c'è un errore di traduzione che rischia di compromettere la comprensione del brano: "e lo seguiva lungo la strada". "Lungo la strada" ha un significato negativo, rappresenta il seme che è stato tolto via dagli uccelli, cioè dal satana; la traduzione corretta è "nella strada", cioè la strada di Gesù; la sequela di Gesù è un secondo esodo. Questa volta non si fugge dalla schiavitù dell'Egitto, ma dalla schiavitù della religione che impedisce la relazione con Dio. Solo se si è liberi, solo se si sono abbandonati i dogmi che reprimono la libertà di ricerca dell'uomo; solo se si sono abbandonati i precetti e si è rimasti aggrappati all'unico comandamento dell'amore si può incontrare Dio e lasciarci amare da Lui.

 

Note: 1. La parola miracolo è stata introdotta in teologia dal IV-V secolo d.C. in poi e non compare in nessun testo originale greco dei vangeli. – 2. L'esegesi che segue è liberamente tratta dalla omelia di P. Alberto Maggi nella XXX Domenica del TO Anno B il 25 ottobre 2009. – 3. Si intende il verbo greco usato nella traduzione dall'ebraico in greco della Bibbia detta dei Settanta (circa II sec. a.C.) che era quella conosciuta dagli evangelisti poiché l'ebraico era ormai in disuso ad eccezione che nel Tempio. – 4. La parola "osanna" non è un grido di gioia, ma di aiuto e significa "aiutaci" del tutto analoga a "abbi pietà". – 5. C'è differenza tra accompagnare e seguire. Accompagnare significa accompagnare fisicamente, vanno dietro Gesù. Seguire significa avere accettato, non solo la figura di Gesù, ma anche il suo messaggio.

domenica 14 ottobre 2012

Domenica 21 ottobre 2012. XXIX Domenica del Tempo Ordinario

Mc 10, 35-45

[Mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano sgomenti; coloro che lo seguivano erano impauriti. Presi di nuovo in disparte i Dodici, si mise a dire loro quello che stava per accadergli: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, lo derideranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà»](1)

Gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».

Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

 

Il brano di oggi non presenta grandi difficoltà interpretative se lo si legge tutto, a partire dal versetto 32.

Iniziando la salita a Gerusalemme, Gesù vuole smentire le attese e le aspettative dei dodici(2): "Mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano sgomenti; coloro che lo seguivano erano impauriti."

L'evangelista dice: "…erano nella strada…"; nelle interpretazioni normalmente si seguono le chiavi di lettura che l'evangelista ci dà: "nella strada" è il collegamento che fa l'evangelista ad un altro episodio, alla parabola dei quattro terreni dove Gesù semina il suo messaggio (cfr. Mc 4,1-9). Nella spiegazione che segue la parabola, Gesù dice che il seme è la sua parola, il suo messaggio, ma, mentre sta per cadere, non fa in tempo ad arrivare per terra, che arriva il satana e lo porta via. Questa indicazione è importante ed è la chiave di lettura di tutto il brano. Il satana, nel vangelo di Marco, come negli altri vangeli, rappresenta il potere.

Gesù sta dicendo qualcosa che deve essere preso molto sul serio. Vuol dire che coloro che appartengono alla sfera del potere, sono completamente refrattari al messaggio di Gesù.

"…per salire a Gerusalemme…" ormai siamo alla tappa conclusiva, Gesù sta andando a scontrarsi con l'istituzione religiosa; "…Gesù camminava davanti a loro…" camminano in gruppo, ma Gesù va avanti, diritto verso Gerusalemme; "…ed essi erano sgomenti…" i dodici, che accompagnano Gesù, sono sconcertati ("sconcertati" e non sgomenti, sembra essere la traduzione più corretta).

Siamo al terzo annuncio della passione, e i dodici (cioè l'Israele che segue Gesù) non capiscono e sono sconcertati. Notate la sottigliezza dell'evangelista, aggiunge: "…coloro che lo seguivano erano impauriti." Ci sono due gruppi dietro Gesù. Ci sono quelli che lo accompagnano e sono i dodici che hanno uno sconcerto perché - e sarà una costante del vangelo - non capiscono mai il messaggio di Gesù. La tradizione religiosa in loro è talmente forte da impedire la comprensione del messaggio di Gesù.

C'è un altro gruppo, che indica coloro che non sono compresi in Israele, quindi coloro che vivevano fuori della legge o coloro che provenivano dal mondo pagano, questi lo seguono. Per l'evangelista è una denuncia tremenda: questi lo seguono, gli altri no, i dodici si limitano ad accompagnare Gesù.

C'è differenza tra accompagnare e seguire. Accompagnare significa accompagnare fisicamente, vanno dietro Gesù. Seguire significa avere accettato, non solo la figura di Gesù, ma anche il suo messaggio. La reazione di questi che lo seguivano è la paura: hanno capito tutto. I dodici non hanno capito.

Gesù separa i due gruppi: "Presi di nuovo in disparte i Dodici, si mise a dire loro quello che stava per accadergli: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, lo derideranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà»".

Gesù non parla di Messia, ma parla di "Figlio dell'uomo"(3), non quello atteso dalla tradizione d'Israele, ma l'uomo che raggiunge la pienezza di vita in questa sua esistenza.

Gesù parla ai dodici, non al resto del gruppo, che credono ancora nella validità delle istituzioni religiose giudaiche e che seguono Gesù come un riformatore dell'istituzione corrotta, le istituzioni sacre sulle quali si reggeva Israele: il tempio, la legge, il sacerdozio, dovevano essere purificate dal Messia. Il contrasto tra Gesù e i suoi è che Gesù non è venuto a purificare questa istituzione, ma ad eliminarla, o almeno a insegnare ad ignorarla.

Gesù è uscito dall'ambito del sacro, ne ha estirpato le radici e ha fatto vedere quanto erano marce e velenose: quelle istituzioni che, secondo la religione, dovevano permettere la comunione con Dio, Gesù le denuncerà come ostacoli che la impedivano. Ecco perché è stato ammazzato.

Gesù avverte i dodici - che credono ancora nella validità dell'istituzione religiosa - che a Gerusalemme, centro del sistema religioso, le massime autorità religiose, gli scribi e la legge lo ammazzeranno. Gesù dice che, non solo lo condanneranno a morte, ma lo consegneranno ai pagani. Israele consegnerà il suo liberatore ai pagani, rinunciando definitivamente alla propria liberazione. L'evangelista adopera quattro verbi che esprimono l'odio e la violenza in un crescendo: "lo derideranno", il verbo in greco è molto forte, significa scarnificare moralmente una persona, molto più che deriderlo, "gli sputeranno addosso" lo sputo era segno di disprezzo, "lo flagelleranno"(4). L'oggetto di queste azioni è "Il Figlio dell'uomo".

Qui la denuncia dell'evangelista è tremenda: le autorità religiose sanno che la realizzazione del progetto di Dio sull'umanità segna la loro fine. L'abisso che le autorità hanno creato tra Dio e l'uomo, attraverso Gesù, Figlio dell'uomo, viene annientato e con questo anche la loro funzione di mediatori. La realizzazione dell'uomo è una minaccia ai loro interessi, al loro prestigio. La religione non fa crescere l'uomo, perché, per assicurare la sua esistenza, ha bisogno d'inculcare nell'uomo il senso d'indegnità inventando il peccato.

Quale persona di buon senso arriverebbe mai a concepire che Dio, se mangi grilli e cavallette è contento, ma se mangi il maiale e la lepre no perchè secondo la Torah sono animali impuri (cfr Dt 14,7 e s.); oppure se le persone non osservano tutte le prescrizioni e i condizionamenti sulla vita sessuale, Dio chiude i rapporti con loro!

Mentre nel Figlio dell'uomo si manifesta il massimo dell'umanità, le autorità religiose sono capaci di esprimere il massimo della disumanità. Ma "dopo tre giorni risorgerà(5)": le forze delle tenebre non possono nulla contro la forza della vita. La luce sarà sempre più forte delle tenebre.

Gesù ha gettato la parola, ma c'è il satana, il potere: "Gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo»."

Lo chiamano maestro, dovrebbero apprendere da lui, in realtà vogliono imporre la loro idea con arroganza. Sono due discepoli che, insieme a Pietro, ai quali Gesù ha posto un soprannome negativo: Giacomo e Giovanni, in aramaico, sono chiamati 'Voanerghes', 'figli del tuono', cioè autoritari e violenti.

"Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra»".

La richiesta è di ottenere dei posti d'onore. Gesù ha parlato chiaramente eppure questi non capiscono: chi è centrato sui propri bisogni e sulle proprie necessità, è completamente refrattario al messaggio di Gesù; è talmente chiuso che, anche quando sente la parola del Signore che dovrebbe metterlo in crisi, non pensa che sia per lui, ma la proietta ad altri.

La gloria di cui parlano non è la gloria celeste, ma si intendeva con quella parola il giorno della intronizzazione del re. Al momento in cui il re veniva consacrato come tale, chi deteneva il potere con lui, sedeva alla sua destra e alla sua sinistra. Questi due, facendo lo sgambetto agli altri, perché tutti quanti ambiscono allo stesso potere, di nascosto vanno vicino a Gesù "Mi raccomando, quando vai a Gerusalemme, i posti più importanti sono per noi." Gesù non poteva essere più chiaro di così: "Vado a Gerusalemme per essere ammazzato" e questi, per tutta risposta, "Dacci i posti più importanti".

Gesù aveva già denunciato i discepoli che "hanno orecchi, ma non intendono, hanno occhi ma non vedono" (cfr Mc 8,18). Quando nel vangelo troviamo sordi o ciechi, non sono handicap fisici, ma interiori. I sordi sono Giacomo e Giovanni che ascoltano, ma non intendono. I ciechi sono Giacomo e Giovanni perché vedono Gesù, ma in realtà non lo vedono perché hanno gli occhi tappati dalla figura del loro Messia.

Se andiamo nel vangelo di Matteo, dopo questa richiesta dei due discepoli, c'è l'episodio, che è unico nei vangeli, dei due ciechi di Gerico che si rivolgono a Gesù e gli chiedono: "Figlio di Davide"…. Ecco la loro cecità. I ciechi di Gerico sono Giacomo e Giovanni che sono ciechi perché chiamano Gesù figlio di Davide. Gesù non è figlio di Davide, Gesù è Figlio dell'uomo.

La richiesta di Giacomo e Giovanni è tanto più grave, se si tiene conto che, dopo il secondo annuncio della passione (anche questo incompreso) ai discepoli che discutevano tra di loro chi fosse il più grande, Gesù, anche questa volta, proprio rivolgendosi ai dodici, aveva detto: se uno vuole essere il primo di tutti, sia il servo di tutti. Giacomo e Giovanni non intendono essere gli ultimi, ma i primi, non i servi, ma i padroni, e non sanno che questa richiesta li allontana definitivamente da Gesù, che si è fatto ultimo e servo di tutti. Ricordate che questi due fratelli sono stati protagonisti della trasfigurazione di Gesù? Avevano quindi tutti gli strumenti per comprendere.

L'idea di un Messia dominatore giustifica la loro concezione del Regno di Dio come una struttura di potere ed è quella che stimola la loro ambizione.

"Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Questa frase è piuttosto difficile da rendere in italiano perché in greco Gesù dà l'idea che l'acqua, nella quale si è immersi per il battesimo, travolge tutto con il suo impeto; Gesù sta chiedendo di entrare in una situazione di sofferenza nella quale la vita è travolta: mentre per i discepoli sedere alla destra o alla sinistra di Gesù significa assicurarsi le prime poltrone al palazzo, per Gesù si tratta di affrontare il disonore di una morte infamante.

Gesù adopera l'immagine del calice perché nei banchetti, colui che lo presiedeva, lo dava a ciascuno, ognuno aveva il suo calice. Il calice raffigurava simbolicamente la sorte riservata a ciascuno. "Il calice che io bevo" indica la sorte che mi è destinata e bere il calice è l'espressione della morte, del martirio, l'amaro calice della morte.

"E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato»".

Qui il discorso è ambiguo. I discepoli hanno chiesto i posti d'onore, Gesù sta parlando della sua crocifissione e di coloro che saranno crocifissi con lui, a destra e a sinistra, perché sulla croce sarà proclamata la regalità di Gesù. Troveremo, nel momento della crocifissione, l'espressione "il re dei Giudei". Gesù verrà proclamato re sulla croce e i posti, a destra e a sinistra di Gesù, corrispondono a quelli dei crocifissi con lui.

Gesù dichiara che non può assegnare quei posti se non a quelli per i quali è preparato, cioè quelli che, nel momento della prova, sanno caricarsi della croce e rispondere con il dono della vita come lui. Giacomo e Giovanni non ne saranno capaci; in questo vangelo essi arriveranno fino al Getsemani, ma quando vedono le truppe catturare Gesù, scompaiono e non appariranno più nel resto del vangelo.

Occupare quei posti non dipende da Gesù, ma dai discepoli. Come ogni discepolo, poi nel tempo, anche Giacomo e Giovanni troveranno la morte nel martirio.

"Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni". Come nel secondo annuncio della passione, scoppia l'ennesima lite all'interno del gruppo dei seguaci di Gesù, che si sdegnano, non per le pretese di Giacomo e di Giovanni, ma perché questi due fratelli hanno tentato di fare le scarpe al resto del gruppo.

"Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono."

La denuncia di Gesù è grave perché il titolo di cui si fregiavano questi re e imperatori era quello di benefattori del popolo, di salvatori del popolo. Gesù non si lascia ingannare e non riconosce l'autorità di coloro che "sono considerati capi delle nazioni", ma non lo sono, "spadroneggiano su di esse e i loro grandi le dominano". Per dimostrare ai dodici quanto sia inaccettabile la loro idea di Messia di potere, Gesù fa un parallelo con le tirannie pagane e tenta ancora una volta - è la terza volta - di fare comprendere chi è, che cosa vuole fare e che il suo regno, la comunità cristiana, non ha nulla a che vedere con quello sperato e immaginato dai discepoli.

"Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti." Gesù avverte che la sua comunità non dovrà mai imitare le strutture di potere esistenti nella società ma rifarsi alla struttura d'amore della famiglia dove l'uno è al servizio degli altri. Dentro la comunità, la caratteristica non è quella del dominio, ma del servizio, volontariamente reso per amore. Quando nella comunità cristiana si istaurano le strutture di potere, che sono quelle di spadroneggiare e di dominare, non è più una comunità cristiana.

E' difficile, per i discepoli, accettare questo discorso di Gesù, perché Gesù sta parlando del regno di Dio e loro invece stano aspettando la restaurazione gloriosa del regno d'Israele .

Negli Atti degli Apostoli, Gesù resuscitato chiama i discepoli e fa loro un corso intensivo di catechismo di quaranta giorni su quest'unico tema. Per quaranta giorni parlò loro del regno di Dio e al quarantesimo si alza un discepolo: "Ma il regno d'Israele?". L'idea era talmente radicata che, se gli evangelisti ci insistono, è per farci capire che anche noi abbiamo delle idee talmente radicate che ci rendono refrattari al messaggio di Gesù.

"…il primo tra voi sarà schiavo di tutti". È strana questa espressione di Gesù sulla schiavitù. Nella società pagana esistevano padroni e schiavi. I seguaci di Gesù non possono mai allinearsi con i primi, i padroni, ma devono mettersi volontariamente accanto a quelli che soffrono l'oppressione e fare tutto quello che è possibile per cambiare la loro condizione di schiavi. All'interno della comunità siamo tutti fratelli, tutti abbiamo la stessa dignità: chi ambisce ad essere grande si mette volontariamente a servizio degli altri. Al di fuori della società, sempre dalla parte degli ultimi. Tra il padrone e lo schiavo, sempre dalla parte dello schiavo.

"Anche il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti»." Questo versetto contiene un'insegnamento decisivo e straordinario, che da solo cambia completamente il modo di rapportarsi dell'uomo con Dio: il Dio della religione, in tutte le religioni, è un Dio di un profondo egoismo, è un Dio che crea l'umanità per essere servito dagli uomini. Con Gesù, vera unica manifestazione di Dio, questa immagine di Dio viene definitivamente cancellata.

E' un terremoto. Se Dio non vuole essere più servito, tutte quelle strutture che permettevano il servizio a Dio non hanno più ragione di esistere. Gesù sta distruggendo alle radici l'impianto della religione. La religione consiste nel servizio a Dio, l'offerta, il sacrificio, tutto viene fatto nei confronti di Dio. Il Dio di Gesù, non ha bisogno di niente, non chiede niente agli uomini, ma è lui che si comunica tutto. È la differenza tra la religione e la fede. Nella religione è Dio che chiede, nella fede è Dio che dà.

Gesù si presenta come modello di pienezza umana alla quale ogni uomo può e deve aspirare. Rispetto ai suoi, Gesù, non sarà come i dominatori della terra, il padrone che rivendica la sua superiorità ed esige il servizio, ma come uno che lo presta.

Se comprendiamo questo versetto, il rapporto con Dio cambia radicalmente, e, di conseguenza, cambia il rapporto con gli altri. È Dio che si offre a noi ed è Dio che mette tutto quello che è e quello che ha, a nostro servizio.

Questo servizio, scrive l'evangelista, arriva "a dare la sua vita in riscatto per molti". È importante comprendere cosa voglia dire "in riscatto". Il termine riscatto è lo stesso da cui poi arriva il termine redenzione o redentore; Cristo è il redentore, cioè colui che ha pagato il riscatto. Normalmente, nella nostra spiritualità, nella predicazione, facciamo tanta confusione! A livello popolare, se chiedete alle persone cosa significa che Gesù è il redentore, da cosa ci ha liberato, rispondono che ci ha liberati dai peccati. Poi, se provate a chiedere: «Allora tu non pecchi più?». «Io sì». «E allora da cosa ci ha liberato?»

La liberazione di Gesù è finalizzata al riscatto. Il riscatto risponde a una norma giuridica di Israele: quando un familiare veniva fatto schiavo - o durante una guerra o più spesso per debiti perché non poteva pagare - era fatto schiavo con tutta la sua famiglia. Il congiunto, che aveva la parentela più vicina a questi, aveva l'obbligo di pagare la somma di riscatto per liberare lo schiavo. Riscatto significa liberazione; Dio veniva chiamato il redentore d'Israele, perché aveva liberato il suo popolo dalla schiavitù egiziana. Gesù dice che lui, Figlio dell'uomo, non è venuto per essere servito, ma per servire fino al punto di dare la sua vita in riscatto - cioè per liberare - molti. "Molti", non significa che Gesù sceglie un gruppo a scapito di un altro; la sua salvezza, la sua liberazione è offerta a tutti, ma quelli che l'accolgono sono i molti perché non tutti l'accolgono.

Da cosa Gesù è venuto a liberarci? C'è una particolarità che non cessa di scandalizzare nel vangelo di Marco: Marco è l'unico evangelista che, in maniera fragorosa e ostentata, omette sempre, nel suo vangelo, il termine legge. La legge era quella che era stata data da Dio a Mosé per l'alleanza tra Dio e Israele, suo popolo.

È molto più clamoroso ignorare che evidenziare, e Marco omette sempre il termine legge. Nelle lettere di Paolo, possiamo vedere il significato di questo riscatto. C'è una lettera molto bella di Paolo ai Galati, che al versetto 3,13 recita: "Cristo ci ha riscattati" - e Paolo la spara grossa - "dalla maledizione della legge". Se lo sentivano potevano lapidarlo perché, per la mentalità ebraica, sta bestemmiando. La legge, l'alleanza tra Dio e gli uomini, che permetteva l'unione tra Dio e gli uomini, Paolo la dichiara "maledizione". È una denuncia terribile! Non solo la legge non favorisce la comunione con Dio, ma l'impedisce.

Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge diventando lui stesso maledizione per noi, come è scritto "maledetto chi è appeso al legno"(6) (cfr Dt 21,23).

Una implicazione molto importante è comprendere da che cosa Gesù ci ha liberati. Seguendo il ragionamento di Paolo, Gesù ci ha liberati dalla legge e la forza della legge è il peccato. Gesù ha liberato gli uomini dal senso del peccato che è stato inventato dalla legge, dalla religione.

Non esiste il peccato se non negli ordinamenti della religione. La religione ti convince, tu ci credi e se trasgredisci, soltanto nella religione puoi trovare la maniera per essere perdonato. Essendo il peccato invadente tutti gli aspetti, anche intimi, della persona, faceva sì che l'uomo si trovasse in una situazione di continua indegnità nei confronti di Dio e non riuscisse mai a percepirne l'amore.

La liberazione che Gesù ci ha dato, liberando l'uomo dalla legge, è che essa non è più norma di comportamento nella comunità cristiana, Gesù ha liberato gli uomini dal senso del peccato della religione. La liberazione di Gesù è quella che permette, liberando l'uomo dal senso del peccato, la comunione con Dio. Il senso del peccato è quello inventato dalla religione: sono trasgressioni a precetti, a comandamenti, inosservanze, tabù sessuali, tabù alimentari.

Gesù non fa questo per diminuire il significato del peccato ma per dargli il suo giusto valore. Ricordo la bella definizione del peccato data dal Concilio: che non è tanto un'offesa a Dio - Dio non si offende mai - ma il peccato è una diminuzione per l'uomo.

Quando Gesù elenca dei peccati mai riporta quelli che riguardano il culto, quelli che riguardano il rapporto con Dio, ma sempre azioni negative che impediscono alla persona di crescere e fanno del male agli altri.

Dobbiamo avere il terrore e l'orrore di danneggiare l'altro, di fare del male all'altro perché il danno che si fa all'altro, l'altro lo può superare, ma in te rimane per sempre. Se uno mi fa del male io, con il tempo, posso perdonarlo. Ma per il male che lui mi ha fatto, in lui rimane un buco nero che non sarà mai più ricomposto. Paradossalmente, è meglio ricevere del male piuttosto che farlo agli altri. Chi fa il male agli altri, diminuisce sé stesso e questa diminuzione può portare alla paralisi dell'individuo.

Gesù ci ha liberati, ci ha riscattati dalla legge, dal peccato della legge, per permettere a ogni credente di raggiungere, come lui, la condizione di Figlio dell'uomo. Se noi siamo sempre condizionati, spaventati, intimoriti, non potremo mai crescere. Gesù è venuto a servirci, ci comunica la sua vita, ci libera da questo senso del peccato che impedisce il rapporto con Dio e consente all'uomo, una volta liberato dal peccato, di indirizzare tutte le energie nei confronti dell'altro.

Gesù non chiede che dobbiamo centrarci sulla nostra perfezione spirituale, che è tanto lontana e irraggiungibile quanto grande è la nostra ambizione, ma Gesù ci chiede di centrarci sul dono di noi stessi, che è immediato e concreto quanto grande è il nostro amore.

 

Note: 1. Il testo contenuto nelle parentesi quadre non è stato inserito dal liturgista nel brano di questa domenica. – 2. Mi sembra opportuno ricordare che non sono esattamente dodici gli individui che Gesù ha scelto come apostoli; il numero dodici (che ricorda il mitico numero delle tribù d'Israele), non rappresenta dodici individui che Gesù ha selezionato e scelto per seguirlo, ma rappresenta gli appartenenti al popolo d'Israele, che hanno scelto di seguire Gesù. Di fatto, non troverete in nessun vangelo una lista esatta dei dodici apostoli di Gesù perché non sono elementi storici, ma elementi teologici. La lista dei dodici è stata sempre rappresentata così: ci sono tre che sono i più tenaci, i "leader" del popolo e sono Pietro, Giacomo e Giovanni. Sono quelli che Gesù prende sempre nelle sue iniziative, perché, se riesce a convincere questi, per gli altri non ci saranno eccessive difficoltà. Ci sono i rimanenti otto, quasi anonimi perchè hanno un nome, ma i nomi non sono uguali nelle liste dei vangeli e, salvo qualche eccezione, non compiono nessuna attività nei vangeli. Infine l'ultimo è sempre Giuda, il traditore. Attraverso questo schema gli evangelisti vogliono dire che l'Israele, che ha seguito Gesù, è composto da un piccolo gruppo di seguaci entusiasmati, ma condizionati dalla loro ideologia: pensano di seguire il Messia trionfatore. Poi c'è una massa anonima che, anziché seguire Gesù pensa di seguire il futuro Re; quindi una piccola parte rappresentata da Giuda - un nome che ricorda la Giudea, la regione santa - che lo tradirà. – 3. Ricordo che, ogni qualvolta nei vangeli troviamo l'espressione Figlio dell'uomo, non riguarda solo Gesù, ma è estesa a tutti quanti desiderano, come lui, raggiungere la pienezza umana in questa esistenza. – 4. Non confondiamo il flagello con la frusta. Il flagello era una frusta, ma alla fine delle corde aveva un pezzo di ferro o un osso così ad ogni colpo toglieva via un pezzo di carne. – 5. Quando Gesù dice che il terzo giorno resusciterà, non sta dando indicazioni per il triduo pasquale! Se avete provato a calcolare i giorni, neanche a stirarli ne vengono fuori tre. Il tre significa ciò che è completo, ciò che è totale. Voi mi darete la morte, ma io tornerò in vita definitivamente, completamente, totalmente. Gesù non poteva essere più chiaro di così. – 6. Gesù è diventato maledizione perché ha trasgredito, ha ignorato la legge, e ha fatto la fine dei maledetti da Dio: la morte in croce era riservata i maledetti da Dio.

lunedì 8 ottobre 2012

Domenica 14 ottobre 2012 – XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

Mc 10, 17-30

Mentre andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre». Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va', vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».

Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà.

 

Gli evangelisti, ed in particolare Marco, fanno un uso attento, meticoloso delle parole ed in particolare dei verbi. Anche in questo caso Marco usa un verbo, "correre", che ci costringe a riflettere: "Mentre andava per la strada, un tale gli corse incontro…"

In oriente non si corre mai. Chi è stato in oriente sa che i ritmi di vita sono molto più lenti dei nostri. Non si corre; tanto più un uomo, un uomo maturo, non corre mai: correre rende una persona ridicola e ingenera vergogna.

Nel vangelo di Marco corrono soltanto due personaggi: uno è l'indemoniato(1) di Gerasa (Mc 5,1-20), l'altro è proprio il personaggio anonimo di questo brano.

Questo personaggio deve essere sopraffatto da un'angoscia talmente grande da essere spinto a trasgredire quelle che sono le convenzioni della sua società, e si mette a correre. Non solo: "…e, gettandosi in ginocchio davanti a lui,…". Incredibile, non può essere altro che un mendicante o, come l'unico altro personaggio del vangelo di Marco che si inginocchia davanti a Gesù, un lebbroso (Mc 1,40). Invece (colpo magistrale di Marco) dopo questa presentazione con due verbi che ci inquadravano una persona disgraziata, Marco ci scrive, verso la fine, che questo era un uomo molto ricco e molto devoto.

Questa è la prima pennellata che ci fa capire in quale direzione Marco vuole andare. Cos'è che angoscia questa persona? Lo vediamo da cosa chiede a Gesù.

Si avvicina a Gesù e "… gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?»".

Ecco cosa l'angosciava: cosa poter fare per avere la vita eterna. Nei vangeli si interessano alla vita eterna soltanto quelle persone che sono ben sistemate in questo mondo. Sono i ricchi e le persone religiose, che vogliono assicurarsi di stare altrettanto bene nell'aldilà. Qui c'è una persona molto ricca, molto religiosa, che pensa: non sia mai che per una preghiera che magari non recito, per una devozione che non ho, io non stia bene pure nell'aldilà! Chiede a Gesù come avere un precetto in più, una regola in più, una prescrizione in più che gli assicuri di possedere la vita eterna.

Nei vangeli, anche nel vangelo di Marco, Gesù non parla mai spontaneamente della vita eterna: Gesù parla sempre della vita in questo mondo. Gesù parla pochissimo della vita eterna perché, e lo vedremo nella sua risposta, non è venuto a dare una regola migliore di quelle esistenti per ottenere la vita eterna, e perché lui ha un concetto di vita eterna del tutto differente da quello della sua epoca. Nella sua epoca si concepiva la vita eterna in questo modo: c'è la vita, poi c'è la morte con il conseguente giudizio. I buoni, i meritevoli risorgono e hanno la vita eterna.

Gesù non è d'accordo con questa concezione; Gesù, quando parla di vita eterna, non parla mai al futuro, ma al presente: chi, nel comportamento, assomiglia a Dio e ha quindi un amore per gli altri che non si lascia condizionare dall'egoismo, ha una vita di una qualità tale che è indistruttibile. Per vita eterna non si intende la durata di questa vita, ma la qualità: è la qualità che la rende eterna. Gesù assicura che chiunque vive e ha un comportamento che assomiglia a quello di Dio nei confronti degli altri, non avrà come premio la vita eterna (come quello che chiede il ricco), ma ha, adesso, una vita di una qualità tale che è indistruttibile.

Naturalmente sopraggiungerà la morte biologica, ma non sarà la morte della persona. La persona ha una pienezza di vita di una qualità tale, che la morte biologica non potrà distruggere la persona e la persona continuerà la sua esistenza in Dio.

Ritornando al personaggio, alla domanda "Che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?", Gesù gli risponde quasi seccato: "Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre»". Dio ha indicato a Mosè la via per ottenere la vita eterna e Gesù glielo ricorda. Ma qui c'è dell'altro: nella rappresentazione tradizionale dei comandamenti, questi sono suddivisi in due tavole: una tavola riguarda i doveri dell'uomo nei confronti di Dio (e sono i primi tre comandamenti: io sono il Signore Dio tuo, non avrai altri dèi, ricordati di santificare il sabato), e nell'altra tavola c'è l'elenco degli altri sette comandamenti, che riguardavano i doveri dell'uomo nei confronti del suo simile. Gesù qui, con un azzardo incredibile che è di grande importanza significativa, elenca i comandamenti eliminando la tavola che riguarda l'atteggiamento e i doveri nei confronti di Dio. Secondo Gesù Dio non giudica le persone in base al rapporto con lui, ma in base al rapporto con gli altri(2).

I cinque comandamenti elencati riguardano tutti i doveri dell'uomo nei confronti del suo simile. Sono tutti doveri verso la vita: "Non uccidere," - quindi non eliminare la vita fisica - "non commettere adulterio," - cioè non uccidere la vita del matrimonio e non solo(3) - "non rubare," - non togliere il sostentamento della vita dell'altro. Sono tutti in rapporto alla vita. Un altro comandamento, che forse va spiegato perché nella tradizione non sempre è ben compreso, è "non dire falsa testimonianza,", che in seguito noi abbiamo degradato in "non dire bugie", mentre si tratta di una cosa molto più seria. In questo caso il linguaggio è preso dal lessico giuridico dei tribunali. La falsa testimonianza è l'accusa con la quale si manda a morte una persona. Allora potremo tradurre: "non uccidere con le parole le persone", non dire una cosa che poi porta alla morte l'altro.

Poi Gesù, con un'azione veramente magistrale, infila qualcosa che non è un comandamento - e questo è già un altro azzardo - e dice: "non frodare". E' preso dal libro del Deuteronomio, dove Mosè parla ai datori di lavoro e dice: "Non defrauderai il salariato povero e bisognoso, sia egli uno dei tuoi fratelli o uno dei forestieri che stanno nella tua terra, nelle tue città. Gli darai il suo salario il giorno stesso, prima che tramonti il sole, perché egli è povero e a quello aspira." (Dt 24,14). Gli operai a quel tempo venivano pagati ogni sera; il non trattenere la paga dell'operaio fino al mattino dopo si condensava in "non frodare".

Perché Gesù, a questo individuo che gli chiede che cosa fare per ottenere la vita eterna, risponde inizialmente di seguire i comandamenti, mentre in finale gli propone una norma che non è un comandamento? È la denuncia dei vangeli nei confronti della ricchezza. Che sia stato tu, tuo padre o tuo nonno, se sei ricco qualcuno ha imbrogliato, perché a essere onesti è più facile rimetterci che arricchire.

Poi "onora tuo padre e tua madre". Anche questo è un termine che va spiegato, perché nel nostro linguaggio l'onore è il rispetto verso i genitori, ma Gesù non sta parlando del rispetto verso i genitori. A quell'epoca, naturalmente, non esistevano le pensioni e i genitori, da anziani, erano a completo carico dei figli. Qui Gesù, nel termine "onora tuo padre e tua madre", non vuol dire di portare rispetto, ma di mantenere economicamente tuo padre e tua madre, perché la povertà è il disonore per la famiglia. Notate che questo comandamento dei doveri verso i genitori, Gesù lo mette dopo quello che non è un comandamento, ma un invito a non imbrogliare; questo per dire che i doveri verso i genitori, verso la propria famiglia, non esimono dal dovere verso gli altri, verso i propri salariati.

Gesù - e questo è importante per comprendere il suo messaggio - non è un maestro di una qualità più grande degli altri che ci dà una via particolare alla salvezza; non è venuto ad indicarci la via per ottenere la vita eterna. Gesù è venuto a costruire una nuova società qui sulla terra! A Gesù non interessa la salvezza eterna: interessa la qualità di vita qui, in questa terra. Gesù è venuto a proporre quello che chiama "il regno di Dio(4)".

"Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza»". Sappiamo quindi che è ricco e sappiamo pure che è un devoto.

"Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca:…".

I numeri, nel mondo ebraico, hanno sempre un valore simbolico e bisogna capire quel numero, in quella realtà, cosa significa. A noi questo passo può sembrare quasi un complimento di Gesù: abbiamo una persona che ha sempre osservato i comandamenti fin da piccolo e Gesù lo guarda con amore e gli dice: ti manca una cosa, ti manca la ciliegina sulla torta. Ma nel mondo ebraico, quando manca un'unità, significa che manca tutto!

Gesù non sta facendo un complimento del tipo: ma quanto sei bravo, fai ancora uno sforzo e arriverai alla ciliegina. Gesù lo guarda con amore, perché si trova davanti ad un disgraziato che né la ricchezza, né la religione hanno reso felice e non gli sta chiedendo di fare ancora uno sforzo, ma guardandolo con amore gli dice: ti manca tutto!

Abbiamo visto, all'inizio, l'evangelista come lo presenta. È una persona oppressa da un'angoscia terribile, che si mette in ginocchio. Il motivo di tanta angoscia è generato dal fatto che ha riposto la sua sicurezza in due mostri che non sono mai sazi: la ricchezza e la religione. Sono due mostri che più gli dài, più richiedono; le persone più avare sono i ricchi: del resto, se non lo fossero non sarebbero ricche. Manca loro sempre qualcosa, la ricchezza è un mostro che chiede sempre.

La stessa cosa succede per la religione. Prendo l'Ave Maria come modello di preghiera, non per criticare (dite pure tutte le Ave Maria che volete): la prendo solo come modello di preghiera popolare. Oggi ho detto cinque Ave Maria, ma chissà, se ne dicevo sette, il Signore era più contento. Domani ne dico sette, poi otto e così via.

Qui abbiamo una persona che è ricchissima, è religiosissima, eppure è un disgraziato, angosciato, oppresso. Gli manca qualcosa: con tutta la sua religione, la sua ricchezza, non è sicuro di ottenere la vita eterna. Allora Gesù lo guarda con amore e gli dice: ti manca tutto, perché né la religione, né la ricchezza ti hanno concesso la serenità.

"…va', vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Dallo ai poveri perché così sei sicuro che non ti ritorna indietro niente; quelli, con la fame che hanno, ti mangiano tutto, così rimani del tutto pulito "e avrai un tesoro in cielo".

Ogni qualvolta nei vangeli, specialmente nel vangelo di Matteo, trovate l'espressione "cieli", non si deve intendere mai "l'aldilà". Poichè gli ebrei evitavano di pronunziare la parola Dio, si usava sostituire la parola Dio con "cielo".

Gesù, dicendo "avrai un tesoro nei cieli", intende che la tua sicurezza, che fondavi nella religione e nella ricchezza e che ti ha ridotto ad essere una persona angosciata, devi riporla in Dio. Sentiti responsabile della felicità degli altri e allora finalmente permetterai a Dio di diventare il responsabile della tua felicità. Il cambio è enorme. Il protagonista del brano del vangelo che stiamo esaminando è andato da Gesù per chiedere un balocco spirituale in più, un precetto in più, una regola in più; Gesù gli dice: butta via tutto, perché quello che hai non ha valore. Dare ai poveri, occuparsi di loro significa sentirsi responsabile della felicità degli altri. Una volta che avviene questo passaggio, Dio stesso si sente responsabile della tua felicità.

Questo personaggio rappresentativo coinvolge un po' tutti noi, e ci dice: fatevi responsabili della felicità degli altri e permetterete a Dio, finalmente, di sentirsi il responsabile della vostra felicità. Il cambio è veramente favorevole.

"Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni". Incontrare Gesù non sempre si risolve in un atto positivo perché per accoglierlo occorre stravolgere il nostro modo di pensare. Una persona angosciata incontra Gesù e dopo quell'incontro rimane afflitta e rattristata, perché aveva molti beni. Gesù gli aveva detto: sbarazzati della tua ricchezza perché è il tuo nemico, occupati degli altri e Dio si prenderà cura di te. Lui preferisce rimanere con le sue ricchezze.

"Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole;…"

Gesù afferma anzitutto che quanti possiedono ricchezze entreranno con difficoltà nel "regno di Dio". Di fronte alla meraviglia dei discepoli, Gesù non attenua quanto ha detto ma lo ripete una seconda volta, poi aggiunge: "«Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio»". Questa frase, famosissima, può essere interpretata in due modi: Il termine cammello (kamêlos) forse deve essere letto kamilos cioè gomena, che in greco si pronunzia nello stesso modo; un'altra interpretazione si rifà al nome dato ad una stretta apertura nelle mura delle città che veniva usata per entrare durante la notte. L'apertura, che consentiva il passaggio ad una persona alla volta solo ponendosi di taglio, era chiamata appunto cruna d'ago; i ricchi, notoriamente più in carne in quanto potevano mangiare a sazietà, non riuscivano a passare per la piccola apertura a causa del volume del loro addome. E' certo che l'immagine, alla quale sono state date anche altre interpretazioni, è tradizionalmente intesa nel senso che un ricco è escluso dalla salvezza(5).

"Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio»".

In queste parole traspare la preoccupazione degli appartenenti alla comunità di Marco che, pur avendo aderito a Cristo e dedicando la propria vita agli altri, non avevano rinunciato a tutti i beni non indispensabili. Gesù non risponde direttamente, ma osserva che, sebbene il possesso di beni materiali comporti rischi tali da rendere quasi impossibile l'ingresso nel regno di Dio, anche costoro possono raggiungere la salvezza.

"Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito»".

Povero Pietro! Prima ha visto sfumare la possibilità di ricchezza ed onore nella ricostruzione del regno di Israele e alle sue proteste è stato trattato da satana; ora viene a sapere che avere lasciato tutto non da certezza di ricompensa.

Gesù risponde con un principio generale: "«In verità io vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà."

Le parole di Gesù sono una risposta a quelle che potevano essere le aspettative dei suoi primi discepoli. Ma per l'evangelista, che scrive in un periodo posteriore, esse diventano un incoraggiamento ai membri della comunità primitiva. La promessa del centuplo si comprende infatti alla luce dell'esperienza comunitaria, nella quale ciò che si è lasciato viene ampiamente supplito mediante i rapporti nuovi che si creano (Mc 3,31-35; cfr. At 2,44-45; 4,32-35). Anche l'accenno alle persecuzioni, così come il fatto che i beni siano abbandonati "a causa di Gesù e del vangelo", è più comprensibile nel contesto di vita delle prime comunità cristiane. Nel centuplo promesso non sono contemplati i padri, perché per i credenti in Cristo vi è un solo padre, Dio, mentre essi sono tutti fratelli (cfr. Mt 23,8-9). Il brano termina con un detto, però escluso dal liturgista, "Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi saranno primi" originariamente autonomo (cfr. Mt 20,16; Lc 13,30): esso è stato inserito in questo contesto in un secondo momento per sottolineare come solo il servizio dei fratelli, che porta ad assumere l'ultimo posto, soddisfi le condizioni poste da Gesù per seguirlo.

 

Note: 1. Ricordo che essere indemoniati significa essere malati oppure oppressi da qualcosa che rende la vita impossibile e non consente di accogliere il messaggio di Gesù. – 2. Cfr. Mt 25,31-46. – 3. Il sesto comandamento (Es 20,14) che, nella traduzione CEI del 2008 recita "Non commetterai adulterio" sembra un doppione del decimo (Es 20,17) "Non desiderare la moglie del tuo prossimo". In realtà doppione non è in quanto il reale significato del testo potrebbe essere reso in italiano con questa frase: "Non venderti per ottenere benefici" oppure, in senso positivo, "Sii onesto"; infatti tradurre l'ebraico na'af con adulterio è estremamente riduttivo. Na'af ha un senso più ampio che non il tradimento della fedeltà cui gli sposi sono tenuti; na'af è qualsiasi adulterazione del comportamento dell'uomo o della donna, nei loro rapporti con gli altri o con se stessi. Il nef è perciò un corrotto, un corruttore, un adultero, un truffatore, un traviato, un dissoluto portato a ogni comportamento indebito o sleale (Cfr. A. Chouraqui, Il mio testamento. Il fuoco dell'alleanza, Queriniana, Brescia 2003, p. 126). – 4. Questa constatazione sottolinea l'equivoco in cui sono cadute le chiese del medio evo, in particolare quelle occidentali a causa delle scarse o nulle conoscenze delle tradizioni ebraiche e del greco, che hanno confuso il Regno di Dio con l'aldilà. Per Gesù (basta leggere attentamente i vangeli nell'originale greco per rendersene conto) il Regno di Dio è la comunità di uomini che qui, in terra, consente a Dio di governare, non mediante l'imposizione di leggi, ma mediante l'effusione di uno Spirito come il Suo, cioè con amore che genera l'amore reciproco tra gli uomini. – 5. E' probabile che Gesù intendesse un'altra cosa. Probabilmente riteneva i ricchi non idonei ad entrare nella comunità cristiana perché la loro mentalità non consentiva l'amore disinteressato verso gli altri. Nelle frasi che seguono Gesù mitiga in parte questo giudizio.

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