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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


lunedì 29 ottobre 2012

Domenica 4 novembre 2012 – XXI Domenica del Tempo Ordinario

Mc 12, 28b-34

Allora si avvicinò a lui uno degli scribi che li aveva uditi discutere e, visto come aveva ben risposto a loro, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l'unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c'è altro comandamento più grande di questi». Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all'infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l'intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

 

L'arrivo(1) di Gesù a Gerusalemme segna l'inizio, secondo Marco, di un periodo, durato alcuni giorni, nel quale Gesù svolge una intensa attività nella città santa; per lo più si tratta di controversie con i rappresentanti dei diversi gruppi che componevano il giudaismo del suo tempo, i quali gli pongono domande sui temi che stanno loro più a cuore.

L'evangelista divide questi incontri/scontri in due parti: nella prima Gesù risponde alle questioni poste dai membri del sinedrio (sacerdoti, scribi e anziani), cui competeva il potere politico (Mc 11,12.12,12); poi si confronta con i farisei e specialmente con gli scribi, che appartenevano in gran parte a quel movimento, i quali erano i leader religiosi del popolo (Mc 12,13-40). Mentre con le autorità lo scontro è frontale, con gli scribi e i farisei affiorano anche significative convergenze.

"Allora si avvicinò a lui uno degli scribi che li aveva uditi discutere e, visto come aveva ben risposto a loro, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?»."

E' opportuno fare una premessa: in quel periodo i dottori della legge, pur dando uguale importanza a tutti i precetti della legge, cercavano una formula che ne indicasse l'origine, il fondamento e la sintesi, in buona sostanza il punto di partenza di tutto il complesso legislativo che ne fosse anche la rappresentazione globale. Questo ci permette di comprendere il tipo di domanda.

Lo scriba è stimolato dalla risposta che Gesù ha dato alla domanda fattagli da alcuni sadducei circa la risurrezione dei morti (cfr. Mc 12,18-27): in essa Gesù si era dissociato nettamente dalla posizione dei sadducei per adottare quella dei farisei. Lo scriba si era trovato pienamente d'accordo con Gesù.

"Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l'unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c'è altro comandamento più grande di questi»".

Rispodere allo scriba non è facile. Gesù non può parlare a lui come ai suoi discepoli che ascoltano i suoi insegnamenti da quasi tre anni; non può parlargli del Regno di Dio, ne avrebbe una reazione di rigetto perché tanta è la distanza tra la mentalità di Gesù e di questo dottore della legge. Gesù compie una manovra da finissimo psicologo: partire da un punto pienamente conosciuto dallo scriba, una preghiera che lui, ebreo osservante, recita tutte le mattine appena alzato: lo Shemà Israel (Dt 6,4).

Stabilito un punto di contatto comune che gli permette di proseguire il discorso senza reazioni negative immediate da parte dello scriba, Gesù inserisce ciò che per lui è più importante. Si allontana dai comandamenti di Mosè e passa ad un precetto inserito nel libro del Levitico (Lv 19,18) dove si prescrive l'amore del prossimo. In effetti alcuni dottori della legge, coevi di Gesù, dando per scontato l'amore verso Dio, che rappresenta il fondamento di tutta la religione mosaica, mettono l'accento soprattutto su questo precetto.

Secondo Hillel (teologo vissuto verso il 25 a.C.) tutta la legge si riassume nella "regola d'oro", che prescrive di «non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te» (Shab 31a2). Hillel conclude il suo detto affermando: «Questa è tutta la Torah; il resto ne è l'interpretazione. Va' e impara!». Secondo lui i precetti della legge, pur essendo diverse applicazioni di uno stesso principio, restano singolarmente validi, in quanto rappresentano la manifestazione irrevocabile della volontà di Dio.

Aqiba (teologo morto nel 135 d.C.) invece assegna questo ruolo al precetto «Amerai il prossimo tuo come te stesso» (cfr. Sifra Lv 19,183); si ricordi che nel Targùm(4) la regola d'oro è citata come commento di questo precetto (cfr. TgPsJ Lv 19,18).

Al tempo di Gesù l'amore del prossimo era tenuto in grande considerazione dai membri di alcuni movimenti giudaici, e in modo speciale dagli esseni (cfr. manoscritti di Qumran(5), Libro dei Giubilei(6) e Testamento dei dodici Pariarchi7).

Questo precetto, però, non deve essere confuso con il comandamento dell'amore sviluppato da Gesù (cfr. Gv 14,34) per due ordini di motivi: per prima cosa il concetto di "prossimo", nel pensiero ebraico, era limitato espressamente ai propri connazionali e ai forestieri residenti, o, secondo alcuni, addirittura alla sola tribù. L'amore era quindi negato nei confronti degli empi e dei gentili; nel giudaismo non mancavano voci che addirittura suggerivano l'odio non solo verso costoro, ma anche verso quelli che non appartenevano al proprio gruppo (cfr. 1QS I,2-4). Come seconda cosa è bene far notare che la qualità dell'amore da prestare è nettamente diversa: "amare come te stesso" è sicuramente di qualità più limitata di "amatavi come io vi ho amato" tenendo presente che in questo secondo caso Gesù l'ha detto pochi minuti dopo aver lavato i piedi ai discepoli affermando così di che qualità deve essere l'amore vicendevole.

I due comandamenti indicati da Gesù, sebbene non siano uniti espressamente nella Bibbia ebraica, coprono in realtà lo stesso campo in quanto ciascuno riassume, sotto angolature diverse, tutta la volontà di Dio rivelata nell'esodo e nell'alleanza: e di fatto essi sono strettamente collegati nel Testamento dei dodici Patriarchi, un'opera la cui origine giudaica viene sempre più sostenuta dagli studiosi.

In Matteo vi è più forza che in Marco in quanto l'evangelista esplicita questo concetto facendo dire a Gesù che il secondo precetto è simile al primo (Mt 22,39), mentre in Luca Gesù collega i due comandamenti parlando di amore di Dio e del prossimo (Lc 10,27).

Affermando che non vi è comandamento più importante di questi due, Gesù relativizza implicitamente i singoli precetti della legge, la cui osservanza ha senso solo se e nella misura in cui è richiesta dall'amore e ispirata da esso. Questa interpretazione è confermata dal fatto che per Marco Gesù aveva dichiarato puri tutti gli alimenti (Mc 7,19) in contrasto con il precetto contenuto nella legge.

La legge, quindi, mantiene la sua validità in senso generale, ma le sue esigenze vengono adeguatamente soddisfatte solo praticando l'amore verso il prossimo da cui scaturisce quello verso Dio. (cfr Rm 13,8-10).

"Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all'infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l'intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici»".

La risposta di Gesù provoca nel suo interlocutore un'approvazione entusiasta; con queste parole, che si riferiscono alla polemica dei profeti contro un culto disgiunto dalla fedeltà alla legge (cfr. Am 5,21-22; 1Sam 15,22-23; Sal 40,7-9), egli dimostra una percezione inaspettata del messaggio di Gesù, il quale, "Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio»". Gesù ha raggiunto il suo obiettivo.

All'evangelista questo commento sta particolarmente a cuore perché da esso risulta che anche gli scribi possono giungere alla conclusione che il culto sacrificale, e con esso il servizio del tempio, rappresenta un aspetto secondario della legge, che ha senso solo in funzione dell'amore del prossimo. Marco infatti aveva già espresso la condanna di Gesù nei confronti del culto raccontando l'episodio della purificazione del tempio (cfr. Mc 11,15-18), mentre nel cap. 13 annunzierà la distruzione del tempio stesso.

L'evangelista conclude che "E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo". E di fatto con questa controversia terminano le domande poste a Gesù dai rappresentanti del giudaismo: il dibattito successivo, riguardante il Messia, figlio e signore di Davide (Mc 12,35-37), è proposto da Gesù, come da lui autonomamente proviene l'invettiva contro gli scribi (Mc 12,38-40).

Bisogna dire, infatti, che l'accordo tra Gesù e gli scribi che appare da questo brano, è solo apparente. Essi infatti sono vicini al regno di Dio, ma difficilmente potranno entrare nella comunità cristiana se non vanno al cuore della legge, cogliendone il vero motivo ispiratore: ciò significa abbandonare le sicurezze che derivano dall'osservanza di una moltitudine di comandamenti, ponendo invece al centro della loro vita religiosa un impegno radicale nei confronti del prossimo, senza barriere e preclusioni di sorta. È proprio la concezione di una legge, che separa i buoni dai cattivi, a falsificare il loro rapporto con Dio e a mettere gli ostacoli più grossi tra persona e persona.

Gesù non precisa l'estensione del concetto di «prossimo»; solo in Matteo e Luca risulta espressamente che egli richiede dai suoi discepoli un amore che si estende anche ai nemici (Mt 5,44; Lc 6,27.10,25-37), intendendo con questo termine tutti coloro che per qualsiasi ragione non appartengono al proprio gruppo. Questa posizione è senz'altro condivisa da Marco, di cui è nota l'apertura ai gentili. Per Gesù il vero amore, pur attuandosi all'interno del popolo eletto, deve andare al di là dei suoi angusti confini per estendersi a macchia d'olio a tutta l'umanità. Il vero amore infatti si misura sulla capacità di accogliere il diverso, colui che non condivide le proprie idee e dal quale non ci si aspetta ritorno di gratitudine o di collaborazione. Se è vero che l'amore nasce da una chiamata e da una profonda esperienza di comunità, esso trova però la sua verifica più oggettiva nella capacità di superare qualsiasi barriera o condizionamento. In questa prospettiva la preoccupazione farisaica per l'osservanza dei singoli precetti doveva essere superata perché l'amore potesse estendersi anche ai gentili che si trovavano completamente al di fuori del sistema legale giudaico.

 

Note: 1. L'esegesi che segue è liberamente tratta da un articolo a cura di P. Alessandro Sacchi sul sito Nicodemo.net. – 2. La sigla e il numero fanno riferimento al Talmud e non alla Bibbia. – 3. Questo riferimento, come il successivo, è al Targùm. – 4. Con il termine Targùm si indica il testo biblico tradotto in aramaico, spesso commentato per una migliore comprensione del testo. Questa traduzione fu adottata progressivamente a partire dal ritorno dall'esilio in Babilonia (fine VI sec. a.C.). – 5. I Manoscritti del Mar Morto (o Rotoli del Mar Morto) sono un insieme di manoscritti rinvenuti nei pressi del Mar Morto. Di essi fanno parte varie raccolte di testi, tra cui i Manoscritti di Qumran, che ne costituiscono una delle parti più importanti. I rotoli del Mar Morto sono composti da circa 900 documenti, compresi testi della Bibbia ebraica, scoperti tra il 1947 e il 1956 in undici grotte dentro e intorno al Uadi di Qumran, vicino alle rovine dell'antico insediamento di Khibert Qumran, sulla riva nord-occidentale del Mar Morto. I testi sono di grande significato religioso e storico, in quanto comprendono alcune delle uniche copie superstiti note dei documenti biblici prodotte prima del 100 a.C. e conservano la testimonianza della fine del tardo giudaismo del Secondo Tempio. Essi sono scritti in ebraico, aramaico e greco, per lo più su pergamena, ma con alcuni scritti su papiro. Tali manoscritti datano in genere tra il 150 a.C. e il 70 d.C. I Rotoli sono comunemente associati all'antica setta ebraica detta degli Esseni. – 6. Il Libro dei Giubilei o Piccola Genesi è un testo della tradizione ebraico-cristiana considerato canonico dalla sola Chiesa Copta e apocrifo dalle rimanenti confessioni cristiane. È opinione comune che il testo originale sia stato redatto in ebraico nell'ultimo scorcio del II secolo a.C. da un uomo che visse in prima persona gran parte dei tragici eventi che segnarono quel secolo, dalle lotte maccabaiche alla distruzione di Sichem. Parafrasa la storia del mondo dalla creazione all'esodo, suddividendola in giubilei (periodi di 49 anni). – 7. Il Testamento dei Dodici Patriarchi è uno scritto apocrifo dell'A.T. scritto in ebraico verso la fine del II secolo a.C. Il testo, di origine giudaica, ha ricevuto successive rielaborazioni cristiane. Contiene esortazioni di Giacobbe morente ai suoi 12 figli.

lunedì 22 ottobre 2012

Domenica 28 ottobre 2012 – XXX Domenica del Tempo Ordinario

Mc 10, 46–52

E giunsero a Gerico. Mentre partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va', la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

 

Spesso ho avuto modo di dire che gli episodi nei quali Gesù effettua delle guarigioni vanno esaminati con attenzione perché spesso (o forse sempre), il significato dell'episodio è diverso e la guarigione è solo un pretesto per porgere insegnamenti molto profondi; per questo nei vangeli non si parla mai di "miracoli"(1), ma solo di "segni" perché tali sono le guarigioni operate da Gesù.

Il brano di questa domenica è strettamente legato(2) a quello di domenica scorsa (Mc 10,35-45), cioè la richiesta di Giacomo e Giovanni di avere i posti d'onore accanto a Gesù nel momento del suo trionfo e quindi va letto in questa ottica.

"E giunsero a Gerico. Mentre partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla…" Gerico è l'ultima città prima della terra promessa che Giosuè aveva superato con i suoi (cfr Nm 33,48), questo ha un suo particolare significato se lo si collega a "mentre partiva"; qui l'evangelista adopera un verbo usato per l'esodo dall'Egitto(3), con l'intento di collegare i due fatti, di indicare cioè, che il fine ultimo di Gesù è l'esodo. Vedremo perché.

"…il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare." Certo che Marco è complicato! In una semplice frase ha inserito una nutrita serie di concetti teologici che non ci aspettavamo. Ecco perché per secoli, in pratica fino alla seconda metà del XX secolo, Marco non è stato compreso, anzi è stato scartato e considerato un evangelista di seconda categoria! Era veramente troppo complicato per l'esegesi semplicistica usata in quegli anni.

Vediamo di capire la frase: viene presentato uno strano personaggio, "il figlio di Timèo, Bartimèo". Prima viene presentato con il nome in greco, figlio di Timèo e poi con l'equivalente aramaico, Bar-(figlio di)-Timeo. Normalmente Marco, quando deve scrivere un termine aramaico, prima lo presenta in questa lingua e poi nella sua traduzione in greco. Per esempio, quando dice "Talità kum", che significa "fanciulla alzati", oppure quando dice "Effatà" che significa "apriti"; qui invece c'è prima il termine greco, ma attenzione, se traduciamo in italiano "il figlio di Timèo" diviene "figlio dell'onore", è quell'onore a cui ambivano Giacomo e Giovanni. Marco quindi vuole dire: attenti, perché al di là della realtà storica, questo è un personaggio altamente simbolico nel quale voglio raffigurare i discepoli Giacomo e Giovanni che, nonostante Gesù avesse detto che andava a morire, pensano al loro trionfo".

"…che era cieco…". Ecco perché era cieco, come aveva detto Gesù, rimproverando i suoi discepoli, "hanno occhi, ma non vedono". Il motivo della cecità ce lo svela l'evangelista, "sedeva lungo la strada".

"Lungo la strada", nel capitolo 4 di questo vangelo, al versetto 15, Gesù spiegava che il seme è gettato per terra e immediatamente viene il satana e lo rapisce. Il satana è immagine del potere. I discepoli sono accecati da questa ideologia nazionalista del potere, per cui non comprendono la parola di Gesù.

"…a mendicare." Bisogna dire che Marco, talvolta, è di una sottile cattiveria: la richiesta dei due disepoli di sedere nei posti di onore durante l'intronizzazione del Messia, del Figlio di Davide, è degradata al ruolo di richiesta di elemosina. Così, dice l'evangelista, si riducono coloro che aspirano al potere, a mendicare un posto d'onore.

"Sentendo che era Gesù Nazareno – Nazaret è la città della Galilea dove s'erano asserragliati gli zeloti, quindi dire "Gesù il Nazareno" significava "il bellicoso, il rivoluzionario" -, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!»".

E' cieco. Gesù non ha mai accettato di essere chiamato il Figlio di Davide. "Figlio", in quella cultura, significava colui che assomigliava al padre nel comportamento; "Figlio di Davide" si riferiva all'attesa del messia, un messia potente nella forza e nella violenza, come Davide, il re che era riuscito a riunificare le dodici tribù e a dare loro una capitale, Gerusalemme, ma tutto attraverso la violenza.

Gesù non toglie la vita ad alcuno, Gesù offre la sua. Ecco il motivo della cecità; il cieco si rivolge a Gesù chiamandolo "Figlio di Davide". "«Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!»" non è la frase con cui chiedere di riacquistare la vista. Non solo, "Abbi pietà di me", è la stessa frase con la quale la folla accoglierà Gesù all'ingresso in Gerusalemme: "Osanna al Figlio di David!"(4) E' il grido del popolo che vede nel Figlio di Davide la soluzione alla sua sofferenza, alla dominazione.

"Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!»".

Ebbene, nonostante che il gruppo che segue(5) Gesù lo rimproveri, lui grida ancora "Figlio di Davide, abbi pietà di me!" Chiede a Gesù di restaurare la monarchia del re Davide.

"Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!»." Lo chiama, come chiama i discepoli che gli sono sempre lontani, che lo accompagnano, ma non lo seguono. Gli sono distanti perché sono vittime della ideologia religiosa. L'evangelista usa, in greco, lo stesso verbo "alzare" che nei vangeli è usato per la risurrezione.

Lo chiamano ed ecco che inizia la conversione del discepolo: "Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù." Il mantello, nella cultura ebraica, è il simbolo della persona; gettare via il mantello vuol dire quindi la rottura con il proprio passato, la rottura con la propria ideologia. Finalmente è lui che va da Gesù, non è Gesù che va incontro al discepolo.

"Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?»." Da notare che Gesù si rivolge a questo cieco con le stesse identiche parole con le quali si era rivolto a Giacomo e Giovanni per la loro assurda richiesta. L'evangelista, attraverso questo schema letterario, vuole far comprendere che, nell'episodio di questo cieco, vi è la spiegazione della richiesta di Giacomo e Giovanni.

"E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!»." Non lo chiama più Figlio di Davide. "Rabbunì" era un termine reverenziale che veniva usato per Dio; i maestri di Israele venivano chiamati "Rabbi", ma Dio veniva chiamato "Rabbunì", quindi il discepolo incomincia a comprendere. "Che io veda di nuovo!" Quindi prima ci vedeva, è diventato cieco, non è nato cieco. E' stata l'ideologia religiosa, nazionalista, di questo trionfo di Israele e del messia, che lo aveva reso cieco.

"E Gesù gli disse: «Va', la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada." Quando il discepolo inizia a comprendere, entra nella liberazione; e torna a vedere come prima di essere accecato dall'ideologia. Qui ci dobbiamo fermare perché c'è un errore di traduzione che rischia di compromettere la comprensione del brano: "e lo seguiva lungo la strada". "Lungo la strada" ha un significato negativo, rappresenta il seme che è stato tolto via dagli uccelli, cioè dal satana; la traduzione corretta è "nella strada", cioè la strada di Gesù; la sequela di Gesù è un secondo esodo. Questa volta non si fugge dalla schiavitù dell'Egitto, ma dalla schiavitù della religione che impedisce la relazione con Dio. Solo se si è liberi, solo se si sono abbandonati i dogmi che reprimono la libertà di ricerca dell'uomo; solo se si sono abbandonati i precetti e si è rimasti aggrappati all'unico comandamento dell'amore si può incontrare Dio e lasciarci amare da Lui.

 

Note: 1. La parola miracolo è stata introdotta in teologia dal IV-V secolo d.C. in poi e non compare in nessun testo originale greco dei vangeli. – 2. L'esegesi che segue è liberamente tratta dalla omelia di P. Alberto Maggi nella XXX Domenica del TO Anno B il 25 ottobre 2009. – 3. Si intende il verbo greco usato nella traduzione dall'ebraico in greco della Bibbia detta dei Settanta (circa II sec. a.C.) che era quella conosciuta dagli evangelisti poiché l'ebraico era ormai in disuso ad eccezione che nel Tempio. – 4. La parola "osanna" non è un grido di gioia, ma di aiuto e significa "aiutaci" del tutto analoga a "abbi pietà". – 5. C'è differenza tra accompagnare e seguire. Accompagnare significa accompagnare fisicamente, vanno dietro Gesù. Seguire significa avere accettato, non solo la figura di Gesù, ma anche il suo messaggio.

domenica 14 ottobre 2012

Domenica 21 ottobre 2012. XXIX Domenica del Tempo Ordinario

Mc 10, 35-45

[Mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano sgomenti; coloro che lo seguivano erano impauriti. Presi di nuovo in disparte i Dodici, si mise a dire loro quello che stava per accadergli: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, lo derideranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà»](1)

Gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».

Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

 

Il brano di oggi non presenta grandi difficoltà interpretative se lo si legge tutto, a partire dal versetto 32.

Iniziando la salita a Gerusalemme, Gesù vuole smentire le attese e le aspettative dei dodici(2): "Mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano sgomenti; coloro che lo seguivano erano impauriti."

L'evangelista dice: "…erano nella strada…"; nelle interpretazioni normalmente si seguono le chiavi di lettura che l'evangelista ci dà: "nella strada" è il collegamento che fa l'evangelista ad un altro episodio, alla parabola dei quattro terreni dove Gesù semina il suo messaggio (cfr. Mc 4,1-9). Nella spiegazione che segue la parabola, Gesù dice che il seme è la sua parola, il suo messaggio, ma, mentre sta per cadere, non fa in tempo ad arrivare per terra, che arriva il satana e lo porta via. Questa indicazione è importante ed è la chiave di lettura di tutto il brano. Il satana, nel vangelo di Marco, come negli altri vangeli, rappresenta il potere.

Gesù sta dicendo qualcosa che deve essere preso molto sul serio. Vuol dire che coloro che appartengono alla sfera del potere, sono completamente refrattari al messaggio di Gesù.

"…per salire a Gerusalemme…" ormai siamo alla tappa conclusiva, Gesù sta andando a scontrarsi con l'istituzione religiosa; "…Gesù camminava davanti a loro…" camminano in gruppo, ma Gesù va avanti, diritto verso Gerusalemme; "…ed essi erano sgomenti…" i dodici, che accompagnano Gesù, sono sconcertati ("sconcertati" e non sgomenti, sembra essere la traduzione più corretta).

Siamo al terzo annuncio della passione, e i dodici (cioè l'Israele che segue Gesù) non capiscono e sono sconcertati. Notate la sottigliezza dell'evangelista, aggiunge: "…coloro che lo seguivano erano impauriti." Ci sono due gruppi dietro Gesù. Ci sono quelli che lo accompagnano e sono i dodici che hanno uno sconcerto perché - e sarà una costante del vangelo - non capiscono mai il messaggio di Gesù. La tradizione religiosa in loro è talmente forte da impedire la comprensione del messaggio di Gesù.

C'è un altro gruppo, che indica coloro che non sono compresi in Israele, quindi coloro che vivevano fuori della legge o coloro che provenivano dal mondo pagano, questi lo seguono. Per l'evangelista è una denuncia tremenda: questi lo seguono, gli altri no, i dodici si limitano ad accompagnare Gesù.

C'è differenza tra accompagnare e seguire. Accompagnare significa accompagnare fisicamente, vanno dietro Gesù. Seguire significa avere accettato, non solo la figura di Gesù, ma anche il suo messaggio. La reazione di questi che lo seguivano è la paura: hanno capito tutto. I dodici non hanno capito.

Gesù separa i due gruppi: "Presi di nuovo in disparte i Dodici, si mise a dire loro quello che stava per accadergli: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, lo derideranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà»".

Gesù non parla di Messia, ma parla di "Figlio dell'uomo"(3), non quello atteso dalla tradizione d'Israele, ma l'uomo che raggiunge la pienezza di vita in questa sua esistenza.

Gesù parla ai dodici, non al resto del gruppo, che credono ancora nella validità delle istituzioni religiose giudaiche e che seguono Gesù come un riformatore dell'istituzione corrotta, le istituzioni sacre sulle quali si reggeva Israele: il tempio, la legge, il sacerdozio, dovevano essere purificate dal Messia. Il contrasto tra Gesù e i suoi è che Gesù non è venuto a purificare questa istituzione, ma ad eliminarla, o almeno a insegnare ad ignorarla.

Gesù è uscito dall'ambito del sacro, ne ha estirpato le radici e ha fatto vedere quanto erano marce e velenose: quelle istituzioni che, secondo la religione, dovevano permettere la comunione con Dio, Gesù le denuncerà come ostacoli che la impedivano. Ecco perché è stato ammazzato.

Gesù avverte i dodici - che credono ancora nella validità dell'istituzione religiosa - che a Gerusalemme, centro del sistema religioso, le massime autorità religiose, gli scribi e la legge lo ammazzeranno. Gesù dice che, non solo lo condanneranno a morte, ma lo consegneranno ai pagani. Israele consegnerà il suo liberatore ai pagani, rinunciando definitivamente alla propria liberazione. L'evangelista adopera quattro verbi che esprimono l'odio e la violenza in un crescendo: "lo derideranno", il verbo in greco è molto forte, significa scarnificare moralmente una persona, molto più che deriderlo, "gli sputeranno addosso" lo sputo era segno di disprezzo, "lo flagelleranno"(4). L'oggetto di queste azioni è "Il Figlio dell'uomo".

Qui la denuncia dell'evangelista è tremenda: le autorità religiose sanno che la realizzazione del progetto di Dio sull'umanità segna la loro fine. L'abisso che le autorità hanno creato tra Dio e l'uomo, attraverso Gesù, Figlio dell'uomo, viene annientato e con questo anche la loro funzione di mediatori. La realizzazione dell'uomo è una minaccia ai loro interessi, al loro prestigio. La religione non fa crescere l'uomo, perché, per assicurare la sua esistenza, ha bisogno d'inculcare nell'uomo il senso d'indegnità inventando il peccato.

Quale persona di buon senso arriverebbe mai a concepire che Dio, se mangi grilli e cavallette è contento, ma se mangi il maiale e la lepre no perchè secondo la Torah sono animali impuri (cfr Dt 14,7 e s.); oppure se le persone non osservano tutte le prescrizioni e i condizionamenti sulla vita sessuale, Dio chiude i rapporti con loro!

Mentre nel Figlio dell'uomo si manifesta il massimo dell'umanità, le autorità religiose sono capaci di esprimere il massimo della disumanità. Ma "dopo tre giorni risorgerà(5)": le forze delle tenebre non possono nulla contro la forza della vita. La luce sarà sempre più forte delle tenebre.

Gesù ha gettato la parola, ma c'è il satana, il potere: "Gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo»."

Lo chiamano maestro, dovrebbero apprendere da lui, in realtà vogliono imporre la loro idea con arroganza. Sono due discepoli che, insieme a Pietro, ai quali Gesù ha posto un soprannome negativo: Giacomo e Giovanni, in aramaico, sono chiamati 'Voanerghes', 'figli del tuono', cioè autoritari e violenti.

"Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra»".

La richiesta è di ottenere dei posti d'onore. Gesù ha parlato chiaramente eppure questi non capiscono: chi è centrato sui propri bisogni e sulle proprie necessità, è completamente refrattario al messaggio di Gesù; è talmente chiuso che, anche quando sente la parola del Signore che dovrebbe metterlo in crisi, non pensa che sia per lui, ma la proietta ad altri.

La gloria di cui parlano non è la gloria celeste, ma si intendeva con quella parola il giorno della intronizzazione del re. Al momento in cui il re veniva consacrato come tale, chi deteneva il potere con lui, sedeva alla sua destra e alla sua sinistra. Questi due, facendo lo sgambetto agli altri, perché tutti quanti ambiscono allo stesso potere, di nascosto vanno vicino a Gesù "Mi raccomando, quando vai a Gerusalemme, i posti più importanti sono per noi." Gesù non poteva essere più chiaro di così: "Vado a Gerusalemme per essere ammazzato" e questi, per tutta risposta, "Dacci i posti più importanti".

Gesù aveva già denunciato i discepoli che "hanno orecchi, ma non intendono, hanno occhi ma non vedono" (cfr Mc 8,18). Quando nel vangelo troviamo sordi o ciechi, non sono handicap fisici, ma interiori. I sordi sono Giacomo e Giovanni che ascoltano, ma non intendono. I ciechi sono Giacomo e Giovanni perché vedono Gesù, ma in realtà non lo vedono perché hanno gli occhi tappati dalla figura del loro Messia.

Se andiamo nel vangelo di Matteo, dopo questa richiesta dei due discepoli, c'è l'episodio, che è unico nei vangeli, dei due ciechi di Gerico che si rivolgono a Gesù e gli chiedono: "Figlio di Davide"…. Ecco la loro cecità. I ciechi di Gerico sono Giacomo e Giovanni che sono ciechi perché chiamano Gesù figlio di Davide. Gesù non è figlio di Davide, Gesù è Figlio dell'uomo.

La richiesta di Giacomo e Giovanni è tanto più grave, se si tiene conto che, dopo il secondo annuncio della passione (anche questo incompreso) ai discepoli che discutevano tra di loro chi fosse il più grande, Gesù, anche questa volta, proprio rivolgendosi ai dodici, aveva detto: se uno vuole essere il primo di tutti, sia il servo di tutti. Giacomo e Giovanni non intendono essere gli ultimi, ma i primi, non i servi, ma i padroni, e non sanno che questa richiesta li allontana definitivamente da Gesù, che si è fatto ultimo e servo di tutti. Ricordate che questi due fratelli sono stati protagonisti della trasfigurazione di Gesù? Avevano quindi tutti gli strumenti per comprendere.

L'idea di un Messia dominatore giustifica la loro concezione del Regno di Dio come una struttura di potere ed è quella che stimola la loro ambizione.

"Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Questa frase è piuttosto difficile da rendere in italiano perché in greco Gesù dà l'idea che l'acqua, nella quale si è immersi per il battesimo, travolge tutto con il suo impeto; Gesù sta chiedendo di entrare in una situazione di sofferenza nella quale la vita è travolta: mentre per i discepoli sedere alla destra o alla sinistra di Gesù significa assicurarsi le prime poltrone al palazzo, per Gesù si tratta di affrontare il disonore di una morte infamante.

Gesù adopera l'immagine del calice perché nei banchetti, colui che lo presiedeva, lo dava a ciascuno, ognuno aveva il suo calice. Il calice raffigurava simbolicamente la sorte riservata a ciascuno. "Il calice che io bevo" indica la sorte che mi è destinata e bere il calice è l'espressione della morte, del martirio, l'amaro calice della morte.

"E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato»".

Qui il discorso è ambiguo. I discepoli hanno chiesto i posti d'onore, Gesù sta parlando della sua crocifissione e di coloro che saranno crocifissi con lui, a destra e a sinistra, perché sulla croce sarà proclamata la regalità di Gesù. Troveremo, nel momento della crocifissione, l'espressione "il re dei Giudei". Gesù verrà proclamato re sulla croce e i posti, a destra e a sinistra di Gesù, corrispondono a quelli dei crocifissi con lui.

Gesù dichiara che non può assegnare quei posti se non a quelli per i quali è preparato, cioè quelli che, nel momento della prova, sanno caricarsi della croce e rispondere con il dono della vita come lui. Giacomo e Giovanni non ne saranno capaci; in questo vangelo essi arriveranno fino al Getsemani, ma quando vedono le truppe catturare Gesù, scompaiono e non appariranno più nel resto del vangelo.

Occupare quei posti non dipende da Gesù, ma dai discepoli. Come ogni discepolo, poi nel tempo, anche Giacomo e Giovanni troveranno la morte nel martirio.

"Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni". Come nel secondo annuncio della passione, scoppia l'ennesima lite all'interno del gruppo dei seguaci di Gesù, che si sdegnano, non per le pretese di Giacomo e di Giovanni, ma perché questi due fratelli hanno tentato di fare le scarpe al resto del gruppo.

"Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono."

La denuncia di Gesù è grave perché il titolo di cui si fregiavano questi re e imperatori era quello di benefattori del popolo, di salvatori del popolo. Gesù non si lascia ingannare e non riconosce l'autorità di coloro che "sono considerati capi delle nazioni", ma non lo sono, "spadroneggiano su di esse e i loro grandi le dominano". Per dimostrare ai dodici quanto sia inaccettabile la loro idea di Messia di potere, Gesù fa un parallelo con le tirannie pagane e tenta ancora una volta - è la terza volta - di fare comprendere chi è, che cosa vuole fare e che il suo regno, la comunità cristiana, non ha nulla a che vedere con quello sperato e immaginato dai discepoli.

"Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti." Gesù avverte che la sua comunità non dovrà mai imitare le strutture di potere esistenti nella società ma rifarsi alla struttura d'amore della famiglia dove l'uno è al servizio degli altri. Dentro la comunità, la caratteristica non è quella del dominio, ma del servizio, volontariamente reso per amore. Quando nella comunità cristiana si istaurano le strutture di potere, che sono quelle di spadroneggiare e di dominare, non è più una comunità cristiana.

E' difficile, per i discepoli, accettare questo discorso di Gesù, perché Gesù sta parlando del regno di Dio e loro invece stano aspettando la restaurazione gloriosa del regno d'Israele .

Negli Atti degli Apostoli, Gesù resuscitato chiama i discepoli e fa loro un corso intensivo di catechismo di quaranta giorni su quest'unico tema. Per quaranta giorni parlò loro del regno di Dio e al quarantesimo si alza un discepolo: "Ma il regno d'Israele?". L'idea era talmente radicata che, se gli evangelisti ci insistono, è per farci capire che anche noi abbiamo delle idee talmente radicate che ci rendono refrattari al messaggio di Gesù.

"…il primo tra voi sarà schiavo di tutti". È strana questa espressione di Gesù sulla schiavitù. Nella società pagana esistevano padroni e schiavi. I seguaci di Gesù non possono mai allinearsi con i primi, i padroni, ma devono mettersi volontariamente accanto a quelli che soffrono l'oppressione e fare tutto quello che è possibile per cambiare la loro condizione di schiavi. All'interno della comunità siamo tutti fratelli, tutti abbiamo la stessa dignità: chi ambisce ad essere grande si mette volontariamente a servizio degli altri. Al di fuori della società, sempre dalla parte degli ultimi. Tra il padrone e lo schiavo, sempre dalla parte dello schiavo.

"Anche il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti»." Questo versetto contiene un'insegnamento decisivo e straordinario, che da solo cambia completamente il modo di rapportarsi dell'uomo con Dio: il Dio della religione, in tutte le religioni, è un Dio di un profondo egoismo, è un Dio che crea l'umanità per essere servito dagli uomini. Con Gesù, vera unica manifestazione di Dio, questa immagine di Dio viene definitivamente cancellata.

E' un terremoto. Se Dio non vuole essere più servito, tutte quelle strutture che permettevano il servizio a Dio non hanno più ragione di esistere. Gesù sta distruggendo alle radici l'impianto della religione. La religione consiste nel servizio a Dio, l'offerta, il sacrificio, tutto viene fatto nei confronti di Dio. Il Dio di Gesù, non ha bisogno di niente, non chiede niente agli uomini, ma è lui che si comunica tutto. È la differenza tra la religione e la fede. Nella religione è Dio che chiede, nella fede è Dio che dà.

Gesù si presenta come modello di pienezza umana alla quale ogni uomo può e deve aspirare. Rispetto ai suoi, Gesù, non sarà come i dominatori della terra, il padrone che rivendica la sua superiorità ed esige il servizio, ma come uno che lo presta.

Se comprendiamo questo versetto, il rapporto con Dio cambia radicalmente, e, di conseguenza, cambia il rapporto con gli altri. È Dio che si offre a noi ed è Dio che mette tutto quello che è e quello che ha, a nostro servizio.

Questo servizio, scrive l'evangelista, arriva "a dare la sua vita in riscatto per molti". È importante comprendere cosa voglia dire "in riscatto". Il termine riscatto è lo stesso da cui poi arriva il termine redenzione o redentore; Cristo è il redentore, cioè colui che ha pagato il riscatto. Normalmente, nella nostra spiritualità, nella predicazione, facciamo tanta confusione! A livello popolare, se chiedete alle persone cosa significa che Gesù è il redentore, da cosa ci ha liberato, rispondono che ci ha liberati dai peccati. Poi, se provate a chiedere: «Allora tu non pecchi più?». «Io sì». «E allora da cosa ci ha liberato?»

La liberazione di Gesù è finalizzata al riscatto. Il riscatto risponde a una norma giuridica di Israele: quando un familiare veniva fatto schiavo - o durante una guerra o più spesso per debiti perché non poteva pagare - era fatto schiavo con tutta la sua famiglia. Il congiunto, che aveva la parentela più vicina a questi, aveva l'obbligo di pagare la somma di riscatto per liberare lo schiavo. Riscatto significa liberazione; Dio veniva chiamato il redentore d'Israele, perché aveva liberato il suo popolo dalla schiavitù egiziana. Gesù dice che lui, Figlio dell'uomo, non è venuto per essere servito, ma per servire fino al punto di dare la sua vita in riscatto - cioè per liberare - molti. "Molti", non significa che Gesù sceglie un gruppo a scapito di un altro; la sua salvezza, la sua liberazione è offerta a tutti, ma quelli che l'accolgono sono i molti perché non tutti l'accolgono.

Da cosa Gesù è venuto a liberarci? C'è una particolarità che non cessa di scandalizzare nel vangelo di Marco: Marco è l'unico evangelista che, in maniera fragorosa e ostentata, omette sempre, nel suo vangelo, il termine legge. La legge era quella che era stata data da Dio a Mosé per l'alleanza tra Dio e Israele, suo popolo.

È molto più clamoroso ignorare che evidenziare, e Marco omette sempre il termine legge. Nelle lettere di Paolo, possiamo vedere il significato di questo riscatto. C'è una lettera molto bella di Paolo ai Galati, che al versetto 3,13 recita: "Cristo ci ha riscattati" - e Paolo la spara grossa - "dalla maledizione della legge". Se lo sentivano potevano lapidarlo perché, per la mentalità ebraica, sta bestemmiando. La legge, l'alleanza tra Dio e gli uomini, che permetteva l'unione tra Dio e gli uomini, Paolo la dichiara "maledizione". È una denuncia terribile! Non solo la legge non favorisce la comunione con Dio, ma l'impedisce.

Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge diventando lui stesso maledizione per noi, come è scritto "maledetto chi è appeso al legno"(6) (cfr Dt 21,23).

Una implicazione molto importante è comprendere da che cosa Gesù ci ha liberati. Seguendo il ragionamento di Paolo, Gesù ci ha liberati dalla legge e la forza della legge è il peccato. Gesù ha liberato gli uomini dal senso del peccato che è stato inventato dalla legge, dalla religione.

Non esiste il peccato se non negli ordinamenti della religione. La religione ti convince, tu ci credi e se trasgredisci, soltanto nella religione puoi trovare la maniera per essere perdonato. Essendo il peccato invadente tutti gli aspetti, anche intimi, della persona, faceva sì che l'uomo si trovasse in una situazione di continua indegnità nei confronti di Dio e non riuscisse mai a percepirne l'amore.

La liberazione che Gesù ci ha dato, liberando l'uomo dalla legge, è che essa non è più norma di comportamento nella comunità cristiana, Gesù ha liberato gli uomini dal senso del peccato della religione. La liberazione di Gesù è quella che permette, liberando l'uomo dal senso del peccato, la comunione con Dio. Il senso del peccato è quello inventato dalla religione: sono trasgressioni a precetti, a comandamenti, inosservanze, tabù sessuali, tabù alimentari.

Gesù non fa questo per diminuire il significato del peccato ma per dargli il suo giusto valore. Ricordo la bella definizione del peccato data dal Concilio: che non è tanto un'offesa a Dio - Dio non si offende mai - ma il peccato è una diminuzione per l'uomo.

Quando Gesù elenca dei peccati mai riporta quelli che riguardano il culto, quelli che riguardano il rapporto con Dio, ma sempre azioni negative che impediscono alla persona di crescere e fanno del male agli altri.

Dobbiamo avere il terrore e l'orrore di danneggiare l'altro, di fare del male all'altro perché il danno che si fa all'altro, l'altro lo può superare, ma in te rimane per sempre. Se uno mi fa del male io, con il tempo, posso perdonarlo. Ma per il male che lui mi ha fatto, in lui rimane un buco nero che non sarà mai più ricomposto. Paradossalmente, è meglio ricevere del male piuttosto che farlo agli altri. Chi fa il male agli altri, diminuisce sé stesso e questa diminuzione può portare alla paralisi dell'individuo.

Gesù ci ha liberati, ci ha riscattati dalla legge, dal peccato della legge, per permettere a ogni credente di raggiungere, come lui, la condizione di Figlio dell'uomo. Se noi siamo sempre condizionati, spaventati, intimoriti, non potremo mai crescere. Gesù è venuto a servirci, ci comunica la sua vita, ci libera da questo senso del peccato che impedisce il rapporto con Dio e consente all'uomo, una volta liberato dal peccato, di indirizzare tutte le energie nei confronti dell'altro.

Gesù non chiede che dobbiamo centrarci sulla nostra perfezione spirituale, che è tanto lontana e irraggiungibile quanto grande è la nostra ambizione, ma Gesù ci chiede di centrarci sul dono di noi stessi, che è immediato e concreto quanto grande è il nostro amore.

 

Note: 1. Il testo contenuto nelle parentesi quadre non è stato inserito dal liturgista nel brano di questa domenica. – 2. Mi sembra opportuno ricordare che non sono esattamente dodici gli individui che Gesù ha scelto come apostoli; il numero dodici (che ricorda il mitico numero delle tribù d'Israele), non rappresenta dodici individui che Gesù ha selezionato e scelto per seguirlo, ma rappresenta gli appartenenti al popolo d'Israele, che hanno scelto di seguire Gesù. Di fatto, non troverete in nessun vangelo una lista esatta dei dodici apostoli di Gesù perché non sono elementi storici, ma elementi teologici. La lista dei dodici è stata sempre rappresentata così: ci sono tre che sono i più tenaci, i "leader" del popolo e sono Pietro, Giacomo e Giovanni. Sono quelli che Gesù prende sempre nelle sue iniziative, perché, se riesce a convincere questi, per gli altri non ci saranno eccessive difficoltà. Ci sono i rimanenti otto, quasi anonimi perchè hanno un nome, ma i nomi non sono uguali nelle liste dei vangeli e, salvo qualche eccezione, non compiono nessuna attività nei vangeli. Infine l'ultimo è sempre Giuda, il traditore. Attraverso questo schema gli evangelisti vogliono dire che l'Israele, che ha seguito Gesù, è composto da un piccolo gruppo di seguaci entusiasmati, ma condizionati dalla loro ideologia: pensano di seguire il Messia trionfatore. Poi c'è una massa anonima che, anziché seguire Gesù pensa di seguire il futuro Re; quindi una piccola parte rappresentata da Giuda - un nome che ricorda la Giudea, la regione santa - che lo tradirà. – 3. Ricordo che, ogni qualvolta nei vangeli troviamo l'espressione Figlio dell'uomo, non riguarda solo Gesù, ma è estesa a tutti quanti desiderano, come lui, raggiungere la pienezza umana in questa esistenza. – 4. Non confondiamo il flagello con la frusta. Il flagello era una frusta, ma alla fine delle corde aveva un pezzo di ferro o un osso così ad ogni colpo toglieva via un pezzo di carne. – 5. Quando Gesù dice che il terzo giorno resusciterà, non sta dando indicazioni per il triduo pasquale! Se avete provato a calcolare i giorni, neanche a stirarli ne vengono fuori tre. Il tre significa ciò che è completo, ciò che è totale. Voi mi darete la morte, ma io tornerò in vita definitivamente, completamente, totalmente. Gesù non poteva essere più chiaro di così. – 6. Gesù è diventato maledizione perché ha trasgredito, ha ignorato la legge, e ha fatto la fine dei maledetti da Dio: la morte in croce era riservata i maledetti da Dio.