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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


lunedì 5 novembre 2012

Domenica 11 novembre 2012 – XXXII Domenica del Tempo Ordinario

Mc 12,38-44[.13,1-2]1

Diceva loro nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».

Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

[Mentre usciva dal tempio, uno dei suoi discepoli gli disse: «Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!». Gesù gli rispose: «Vedi queste grandi costruzioni? Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non venga distrutta»].

 

L'interpretazione tradizionale di questo brano è un esempio di come si possa travisare completamente il significato delle parole di Gesù se non si conoscono le tecniche letterarie usate dagli evangelisti e le tradizioni ebraiche di quel periodo. Nella tradizione(2) questo brano viene presentato come un elogio di Gesù ad una povera disgraziata, una povera vedova che si svena per… mantenere Dio. Vedremo che invece, usando la tecnica letteraria del trittico, l'evangelista intende dire esattamente il contrario.

La struttura letteraria del brano è composta da tre quadri; secondo tale tecnica il primo ed il terzo quadro contengono le indicazioni, cioè le chiavi di lettura del secondo quadro che è quello più importante, cioè l'essenza dell'insegnamento che ci vuole tramettere Gesù.

Tracciamo uno schema per essere più chiari:

 

(Gli scribi giudicati da Gesù – vv 38-40)

Diceva loro nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».

   

(L'obolo della vedova – vv 41-44)

Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

   

(Discorso escatologico. Introduzione – vv 13,1-2)

Mentre usciva dal tempio, uno dei suoi discepoli gli disse: «Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!». Gesù gli rispose: «Vedi queste grandi costruzioni? Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non venga distrutta».

Sia nella prima che nella terza parte vi sono dei giudizi negativi nei confronti degli scribi e nei confronti del Tempio, che ci guidano a comprendere in senso negativo l'episodio della vedova. Ma andiamo con ordine.

"Diceva loro nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa»".

Abbiamo qui due categorie di persone, gli scribi e le vedove: gli scribi erano dei teologi che, dopo una vita dedicata allo studio della Bibbia, all'età di quarant'anni(3) ricevevano tramite l'imposizione delle mani lo spirito di Mosè per essere l'autorità che spiega la Bibbia. La loro autorità era pari a quella di Dio: erano il magistero infallibile dell'epoca.

Le vedove non sono tanto le donne che hanno perso il loro marito, ma sotto le immagini della vedova, dello straniero e dell'orfano, nella Bibbia si indicano le persone che non hanno nessuna protezione. La vedova non aveva un uomo che la potesse difendere. L'immagine degli scribi che divorano le case delle vedove sta a significare il divorare il patrimonio di quelli che non hanno nessuna protezione.

Vediamo il contesto nel quale si situa questo episodio. Nell'episodio del tempio (cfr. Mc 11,15-19), Gesù elimina il culto e mette la scure alla radice del tempio causando un grande allarme, perché se la gente non porta più le offerte al culto, è la fine, è il terremoto. Le autorità, impaurite e allarmate, cercano il modo di far morire Gesù, ma devono aspettare a causa della gente che è ammirata dal suo insegnamento. Non potendo catturare Gesù e ammazzarlo subito, l'intero Sinedrio, che era composto dai sommi sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani, scatena contro Gesù un'ondata di tranelli e di agguati, tutti tesi a fargli perdere il consenso della folla. Contro Gesù si scagliano tutti quanti i farisei, gli scribi, i sadducei, ma il risultato di questi attacchi è che tutti rimangono scornati; la popolarità e la fama di Gesù aumentano e, scrive l'evangelista, "la folla numerosa lo ascoltava volentieri" (Mc 12,37).

Allora Gesù passa al contrattacco, si rivolge alla folla e la mette in guardia dagli scribi. Non è facile far comprendere la gravità di questo attacco; per farlo rifacciamoci alla cultura dell'epoca riportata dal Talmud.

Scrive il Talmud che "la parola di uno scriba ha lo stesso valore della parola di Dio; quando tra la sentenza di uno scriba e ciò che è detto nella Bibbia si trova contrasto, si deve credere a quello che dice lo scriba". Queste persone, pertanto, hanno un'autorità incredibile, illimitata. Ebbene Gesù, si scatena con una violenza unica, rara, contro questa categoria e la demolisce(4).

La demolisce prendendola in giro di fronte alla gente con tre sue caratteristiche. Anziché vestirsi come i comuni mortali, scrive l'evangelista che Gesù dice: "amano passeggiare in lunghe vesti". Cioè gli scribi amavano indossare un abito particolare che facesse vedere alla gente quanto loro erano vicini al Signore, portavano dei distintivi religiosi che indicassero chiaramente alle persone che loro, e non la gente, erano in contatto diretto con Dio. Ma l'abbondanza della stoffa, utilizzata per confezionare questi abiti particolari dalle lunghe maniche che dovevano servire a dimostrare agli altri la familiarità e assiduità con il Padreterno, non riesce a mascherare e nascondere la sfrenata ambizione che queste persone hanno.

Continua Gesù dicendo che hanno la brama di essere riveriti e di "ricevere i saluti nelle piazze". Siccome non si vive soltanto per la gloria e per lo spirito, il desiderio di avere i primi posti nelle sinagoghe, denuncia Gesù, va di pari passo con quello di assicurarsi i "primi posti nei banchetti". Queste persone hanno una voracità insaziabile, divorano le case delle vedove e questo è il crimine più grave che Gesù imputa loro, perché nell'AT, nel libro del Deuteronomio, la Legge aveva stabilito che con i proventi del tempio si sfamassero gli indigenti e in particolare le vedove (Dt 14,28-29.26,12-15).

Gli scribi, tradendo e trasformando l'insegnamento di Dio, dicono il contrario e cioè che sono le vedove, con i loro proventi, che devono mantenete il tempio. Un tradimento assoluto: e Gesù non tollera questo.

Gesù non tollera coloro che, pretendendo di essere la voce ufficiale di Dio, anziché nutrire le vedove le affamino.

"Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo".

Proprio mentre sta facendo questo discorso di denuncia agli scribi che divorano le case delle vedove, scrive l'evangelista che Gesù vede una povera vedova gettare due spiccioli nel tesoro.

Il tesoro era la banca del tempio, cioè una speciale stanza, come scritto nel libro dei Maccabei, che "era colmo di ricchezze immense tanto che l'ammontare del capitale era incalcolabile" (cfr. 2Mac 3,6). Ecco chi è il vero Dio del tempio! Non il Padre che si occupa dei poveri, ma il tesoro, Mammona, il dio profitto. E la vedova, anziché venire sfamata con i contributi del tempio, getta nel tesoro - che è il nemico di Dio, è l'anti-dio per eccellenza - tutto quello che aveva per vivere.

Il mostro, il tesoro ingoia tutto quanto, ingoia con quegli spiccioli anche l'ultima speranza di vita della povera donna. Naturalmente il tesoro non va a Dio, ma va nelle tasche dei sacerdoti e degli scribi.

"Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere»".

Gesù constata il fallimento dei suo insegnamento, perché il suo insegnamento si scontra con la forza di una tradizione che è sostenuta proprio dalle vittime di questo sfruttamento. Le vittime del tempio sono le più convinte sostenitrici di un'istituzione religiosa che deve la sua ragione di esistere allo sfruttamento della gente.

Gesù non elogia né apprezza il gesto della povera donna, che getta nel tesoro tutto quello che aveva per vivere. Le parole di Gesù non sono un elogio per il gesto della vedova, ma un lamento per la vittima di una religione, una vittima che si svena per mantenere in piedi quella struttura che la sta sfruttando. Gesù non può tollerare che il Padre, che è conosciuto nella Bibbia con il titolo di difensore delle vedove, venga trasformato in un dio sanguisuga che le svena.

"Mentre usciva dal tempio, uno dei suoi discepoli gli disse: «Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!». Gesù gli rispose: «Vedi queste grandi costruzioni? Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non venga distrutta».

Ecco perché, nella terza parte del trittico, Gesù dice che di questo tempio "non rimarrà qui pietra su pietra". Gesù ha tentato di abolire il culto nel tempio, ma proprio le vittime di questo culto ne sono le sue sostenitrici. Allora Gesù dice che ci vuole una soluzione radicale: questo tempio non ha più diritto di esistere.

Il tempio, simbolo di questo vampiro che dissangua le persone anziché mantenerle, per Gesù dovrà scomparire perché frutto e conseguenza della mentalità e dell'insegnamento degli scribi: il popolo viene dissanguato. Non più le offerte a Dio, ma l'eliminazione di qualunque forma di culto che privi in qualche maniera l'uomo della sua dignità e del suo benessere. Il Dio di Gesù non chiede nulla agli uomini, ma è lui che si dà tutto.

 

Note: 1. Il brano tra parentesi quadra non è stato compreso dal liturgista nel brano di questa domenica, ma la lettura di questa parte è indispensabile per la comprensione del significato dei versetti precedenti. – 2. L'esegesi di questo brano è liberamente tratta da un'omelia tenuta da P. Alberto Maggi la domenica XXXII del TO l'8 novembre 2009. – 3. Dato che la vita media in Israele in quell'epoca era di circa quaranta anni per l'uomo e venticinque per la donna, gli scribi venivano "ordinati" (non è il verbo giusto, ma lo uso per farmi capire) in età molto avanzata e quindi esercitavano per pochi anni. – 4. Per avere un'idea del coraggio di Gesù, riportiamo ai nostri giorni il suo atto: come se un famoso e stimato teologo si mettesse a parlare in Piazza San Pietro, di fronte alla folla, e ridicolizzasse i cardinali dichiarando i vizi e le malefatte di ciascuno.

lunedì 29 ottobre 2012

Domenica 4 novembre 2012 – XXI Domenica del Tempo Ordinario

Mc 12, 28b-34

Allora si avvicinò a lui uno degli scribi che li aveva uditi discutere e, visto come aveva ben risposto a loro, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l'unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c'è altro comandamento più grande di questi». Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all'infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l'intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

 

L'arrivo(1) di Gesù a Gerusalemme segna l'inizio, secondo Marco, di un periodo, durato alcuni giorni, nel quale Gesù svolge una intensa attività nella città santa; per lo più si tratta di controversie con i rappresentanti dei diversi gruppi che componevano il giudaismo del suo tempo, i quali gli pongono domande sui temi che stanno loro più a cuore.

L'evangelista divide questi incontri/scontri in due parti: nella prima Gesù risponde alle questioni poste dai membri del sinedrio (sacerdoti, scribi e anziani), cui competeva il potere politico (Mc 11,12.12,12); poi si confronta con i farisei e specialmente con gli scribi, che appartenevano in gran parte a quel movimento, i quali erano i leader religiosi del popolo (Mc 12,13-40). Mentre con le autorità lo scontro è frontale, con gli scribi e i farisei affiorano anche significative convergenze.

"Allora si avvicinò a lui uno degli scribi che li aveva uditi discutere e, visto come aveva ben risposto a loro, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?»."

E' opportuno fare una premessa: in quel periodo i dottori della legge, pur dando uguale importanza a tutti i precetti della legge, cercavano una formula che ne indicasse l'origine, il fondamento e la sintesi, in buona sostanza il punto di partenza di tutto il complesso legislativo che ne fosse anche la rappresentazione globale. Questo ci permette di comprendere il tipo di domanda.

Lo scriba è stimolato dalla risposta che Gesù ha dato alla domanda fattagli da alcuni sadducei circa la risurrezione dei morti (cfr. Mc 12,18-27): in essa Gesù si era dissociato nettamente dalla posizione dei sadducei per adottare quella dei farisei. Lo scriba si era trovato pienamente d'accordo con Gesù.

"Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l'unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c'è altro comandamento più grande di questi»".

Rispodere allo scriba non è facile. Gesù non può parlare a lui come ai suoi discepoli che ascoltano i suoi insegnamenti da quasi tre anni; non può parlargli del Regno di Dio, ne avrebbe una reazione di rigetto perché tanta è la distanza tra la mentalità di Gesù e di questo dottore della legge. Gesù compie una manovra da finissimo psicologo: partire da un punto pienamente conosciuto dallo scriba, una preghiera che lui, ebreo osservante, recita tutte le mattine appena alzato: lo Shemà Israel (Dt 6,4).

Stabilito un punto di contatto comune che gli permette di proseguire il discorso senza reazioni negative immediate da parte dello scriba, Gesù inserisce ciò che per lui è più importante. Si allontana dai comandamenti di Mosè e passa ad un precetto inserito nel libro del Levitico (Lv 19,18) dove si prescrive l'amore del prossimo. In effetti alcuni dottori della legge, coevi di Gesù, dando per scontato l'amore verso Dio, che rappresenta il fondamento di tutta la religione mosaica, mettono l'accento soprattutto su questo precetto.

Secondo Hillel (teologo vissuto verso il 25 a.C.) tutta la legge si riassume nella "regola d'oro", che prescrive di «non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te» (Shab 31a2). Hillel conclude il suo detto affermando: «Questa è tutta la Torah; il resto ne è l'interpretazione. Va' e impara!». Secondo lui i precetti della legge, pur essendo diverse applicazioni di uno stesso principio, restano singolarmente validi, in quanto rappresentano la manifestazione irrevocabile della volontà di Dio.

Aqiba (teologo morto nel 135 d.C.) invece assegna questo ruolo al precetto «Amerai il prossimo tuo come te stesso» (cfr. Sifra Lv 19,183); si ricordi che nel Targùm(4) la regola d'oro è citata come commento di questo precetto (cfr. TgPsJ Lv 19,18).

Al tempo di Gesù l'amore del prossimo era tenuto in grande considerazione dai membri di alcuni movimenti giudaici, e in modo speciale dagli esseni (cfr. manoscritti di Qumran(5), Libro dei Giubilei(6) e Testamento dei dodici Pariarchi7).

Questo precetto, però, non deve essere confuso con il comandamento dell'amore sviluppato da Gesù (cfr. Gv 14,34) per due ordini di motivi: per prima cosa il concetto di "prossimo", nel pensiero ebraico, era limitato espressamente ai propri connazionali e ai forestieri residenti, o, secondo alcuni, addirittura alla sola tribù. L'amore era quindi negato nei confronti degli empi e dei gentili; nel giudaismo non mancavano voci che addirittura suggerivano l'odio non solo verso costoro, ma anche verso quelli che non appartenevano al proprio gruppo (cfr. 1QS I,2-4). Come seconda cosa è bene far notare che la qualità dell'amore da prestare è nettamente diversa: "amare come te stesso" è sicuramente di qualità più limitata di "amatavi come io vi ho amato" tenendo presente che in questo secondo caso Gesù l'ha detto pochi minuti dopo aver lavato i piedi ai discepoli affermando così di che qualità deve essere l'amore vicendevole.

I due comandamenti indicati da Gesù, sebbene non siano uniti espressamente nella Bibbia ebraica, coprono in realtà lo stesso campo in quanto ciascuno riassume, sotto angolature diverse, tutta la volontà di Dio rivelata nell'esodo e nell'alleanza: e di fatto essi sono strettamente collegati nel Testamento dei dodici Patriarchi, un'opera la cui origine giudaica viene sempre più sostenuta dagli studiosi.

In Matteo vi è più forza che in Marco in quanto l'evangelista esplicita questo concetto facendo dire a Gesù che il secondo precetto è simile al primo (Mt 22,39), mentre in Luca Gesù collega i due comandamenti parlando di amore di Dio e del prossimo (Lc 10,27).

Affermando che non vi è comandamento più importante di questi due, Gesù relativizza implicitamente i singoli precetti della legge, la cui osservanza ha senso solo se e nella misura in cui è richiesta dall'amore e ispirata da esso. Questa interpretazione è confermata dal fatto che per Marco Gesù aveva dichiarato puri tutti gli alimenti (Mc 7,19) in contrasto con il precetto contenuto nella legge.

La legge, quindi, mantiene la sua validità in senso generale, ma le sue esigenze vengono adeguatamente soddisfatte solo praticando l'amore verso il prossimo da cui scaturisce quello verso Dio. (cfr Rm 13,8-10).

"Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all'infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l'intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici»".

La risposta di Gesù provoca nel suo interlocutore un'approvazione entusiasta; con queste parole, che si riferiscono alla polemica dei profeti contro un culto disgiunto dalla fedeltà alla legge (cfr. Am 5,21-22; 1Sam 15,22-23; Sal 40,7-9), egli dimostra una percezione inaspettata del messaggio di Gesù, il quale, "Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio»". Gesù ha raggiunto il suo obiettivo.

All'evangelista questo commento sta particolarmente a cuore perché da esso risulta che anche gli scribi possono giungere alla conclusione che il culto sacrificale, e con esso il servizio del tempio, rappresenta un aspetto secondario della legge, che ha senso solo in funzione dell'amore del prossimo. Marco infatti aveva già espresso la condanna di Gesù nei confronti del culto raccontando l'episodio della purificazione del tempio (cfr. Mc 11,15-18), mentre nel cap. 13 annunzierà la distruzione del tempio stesso.

L'evangelista conclude che "E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo". E di fatto con questa controversia terminano le domande poste a Gesù dai rappresentanti del giudaismo: il dibattito successivo, riguardante il Messia, figlio e signore di Davide (Mc 12,35-37), è proposto da Gesù, come da lui autonomamente proviene l'invettiva contro gli scribi (Mc 12,38-40).

Bisogna dire, infatti, che l'accordo tra Gesù e gli scribi che appare da questo brano, è solo apparente. Essi infatti sono vicini al regno di Dio, ma difficilmente potranno entrare nella comunità cristiana se non vanno al cuore della legge, cogliendone il vero motivo ispiratore: ciò significa abbandonare le sicurezze che derivano dall'osservanza di una moltitudine di comandamenti, ponendo invece al centro della loro vita religiosa un impegno radicale nei confronti del prossimo, senza barriere e preclusioni di sorta. È proprio la concezione di una legge, che separa i buoni dai cattivi, a falsificare il loro rapporto con Dio e a mettere gli ostacoli più grossi tra persona e persona.

Gesù non precisa l'estensione del concetto di «prossimo»; solo in Matteo e Luca risulta espressamente che egli richiede dai suoi discepoli un amore che si estende anche ai nemici (Mt 5,44; Lc 6,27.10,25-37), intendendo con questo termine tutti coloro che per qualsiasi ragione non appartengono al proprio gruppo. Questa posizione è senz'altro condivisa da Marco, di cui è nota l'apertura ai gentili. Per Gesù il vero amore, pur attuandosi all'interno del popolo eletto, deve andare al di là dei suoi angusti confini per estendersi a macchia d'olio a tutta l'umanità. Il vero amore infatti si misura sulla capacità di accogliere il diverso, colui che non condivide le proprie idee e dal quale non ci si aspetta ritorno di gratitudine o di collaborazione. Se è vero che l'amore nasce da una chiamata e da una profonda esperienza di comunità, esso trova però la sua verifica più oggettiva nella capacità di superare qualsiasi barriera o condizionamento. In questa prospettiva la preoccupazione farisaica per l'osservanza dei singoli precetti doveva essere superata perché l'amore potesse estendersi anche ai gentili che si trovavano completamente al di fuori del sistema legale giudaico.

 

Note: 1. L'esegesi che segue è liberamente tratta da un articolo a cura di P. Alessandro Sacchi sul sito Nicodemo.net. – 2. La sigla e il numero fanno riferimento al Talmud e non alla Bibbia. – 3. Questo riferimento, come il successivo, è al Targùm. – 4. Con il termine Targùm si indica il testo biblico tradotto in aramaico, spesso commentato per una migliore comprensione del testo. Questa traduzione fu adottata progressivamente a partire dal ritorno dall'esilio in Babilonia (fine VI sec. a.C.). – 5. I Manoscritti del Mar Morto (o Rotoli del Mar Morto) sono un insieme di manoscritti rinvenuti nei pressi del Mar Morto. Di essi fanno parte varie raccolte di testi, tra cui i Manoscritti di Qumran, che ne costituiscono una delle parti più importanti. I rotoli del Mar Morto sono composti da circa 900 documenti, compresi testi della Bibbia ebraica, scoperti tra il 1947 e il 1956 in undici grotte dentro e intorno al Uadi di Qumran, vicino alle rovine dell'antico insediamento di Khibert Qumran, sulla riva nord-occidentale del Mar Morto. I testi sono di grande significato religioso e storico, in quanto comprendono alcune delle uniche copie superstiti note dei documenti biblici prodotte prima del 100 a.C. e conservano la testimonianza della fine del tardo giudaismo del Secondo Tempio. Essi sono scritti in ebraico, aramaico e greco, per lo più su pergamena, ma con alcuni scritti su papiro. Tali manoscritti datano in genere tra il 150 a.C. e il 70 d.C. I Rotoli sono comunemente associati all'antica setta ebraica detta degli Esseni. – 6. Il Libro dei Giubilei o Piccola Genesi è un testo della tradizione ebraico-cristiana considerato canonico dalla sola Chiesa Copta e apocrifo dalle rimanenti confessioni cristiane. È opinione comune che il testo originale sia stato redatto in ebraico nell'ultimo scorcio del II secolo a.C. da un uomo che visse in prima persona gran parte dei tragici eventi che segnarono quel secolo, dalle lotte maccabaiche alla distruzione di Sichem. Parafrasa la storia del mondo dalla creazione all'esodo, suddividendola in giubilei (periodi di 49 anni). – 7. Il Testamento dei Dodici Patriarchi è uno scritto apocrifo dell'A.T. scritto in ebraico verso la fine del II secolo a.C. Il testo, di origine giudaica, ha ricevuto successive rielaborazioni cristiane. Contiene esortazioni di Giacobbe morente ai suoi 12 figli.

lunedì 22 ottobre 2012

Domenica 28 ottobre 2012 – XXX Domenica del Tempo Ordinario

Mc 10, 46–52

E giunsero a Gerico. Mentre partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va', la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

 

Spesso ho avuto modo di dire che gli episodi nei quali Gesù effettua delle guarigioni vanno esaminati con attenzione perché spesso (o forse sempre), il significato dell'episodio è diverso e la guarigione è solo un pretesto per porgere insegnamenti molto profondi; per questo nei vangeli non si parla mai di "miracoli"(1), ma solo di "segni" perché tali sono le guarigioni operate da Gesù.

Il brano di questa domenica è strettamente legato(2) a quello di domenica scorsa (Mc 10,35-45), cioè la richiesta di Giacomo e Giovanni di avere i posti d'onore accanto a Gesù nel momento del suo trionfo e quindi va letto in questa ottica.

"E giunsero a Gerico. Mentre partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla…" Gerico è l'ultima città prima della terra promessa che Giosuè aveva superato con i suoi (cfr Nm 33,48), questo ha un suo particolare significato se lo si collega a "mentre partiva"; qui l'evangelista adopera un verbo usato per l'esodo dall'Egitto(3), con l'intento di collegare i due fatti, di indicare cioè, che il fine ultimo di Gesù è l'esodo. Vedremo perché.

"…il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare." Certo che Marco è complicato! In una semplice frase ha inserito una nutrita serie di concetti teologici che non ci aspettavamo. Ecco perché per secoli, in pratica fino alla seconda metà del XX secolo, Marco non è stato compreso, anzi è stato scartato e considerato un evangelista di seconda categoria! Era veramente troppo complicato per l'esegesi semplicistica usata in quegli anni.

Vediamo di capire la frase: viene presentato uno strano personaggio, "il figlio di Timèo, Bartimèo". Prima viene presentato con il nome in greco, figlio di Timèo e poi con l'equivalente aramaico, Bar-(figlio di)-Timeo. Normalmente Marco, quando deve scrivere un termine aramaico, prima lo presenta in questa lingua e poi nella sua traduzione in greco. Per esempio, quando dice "Talità kum", che significa "fanciulla alzati", oppure quando dice "Effatà" che significa "apriti"; qui invece c'è prima il termine greco, ma attenzione, se traduciamo in italiano "il figlio di Timèo" diviene "figlio dell'onore", è quell'onore a cui ambivano Giacomo e Giovanni. Marco quindi vuole dire: attenti, perché al di là della realtà storica, questo è un personaggio altamente simbolico nel quale voglio raffigurare i discepoli Giacomo e Giovanni che, nonostante Gesù avesse detto che andava a morire, pensano al loro trionfo".

"…che era cieco…". Ecco perché era cieco, come aveva detto Gesù, rimproverando i suoi discepoli, "hanno occhi, ma non vedono". Il motivo della cecità ce lo svela l'evangelista, "sedeva lungo la strada".

"Lungo la strada", nel capitolo 4 di questo vangelo, al versetto 15, Gesù spiegava che il seme è gettato per terra e immediatamente viene il satana e lo rapisce. Il satana è immagine del potere. I discepoli sono accecati da questa ideologia nazionalista del potere, per cui non comprendono la parola di Gesù.

"…a mendicare." Bisogna dire che Marco, talvolta, è di una sottile cattiveria: la richiesta dei due disepoli di sedere nei posti di onore durante l'intronizzazione del Messia, del Figlio di Davide, è degradata al ruolo di richiesta di elemosina. Così, dice l'evangelista, si riducono coloro che aspirano al potere, a mendicare un posto d'onore.

"Sentendo che era Gesù Nazareno – Nazaret è la città della Galilea dove s'erano asserragliati gli zeloti, quindi dire "Gesù il Nazareno" significava "il bellicoso, il rivoluzionario" -, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!»".

E' cieco. Gesù non ha mai accettato di essere chiamato il Figlio di Davide. "Figlio", in quella cultura, significava colui che assomigliava al padre nel comportamento; "Figlio di Davide" si riferiva all'attesa del messia, un messia potente nella forza e nella violenza, come Davide, il re che era riuscito a riunificare le dodici tribù e a dare loro una capitale, Gerusalemme, ma tutto attraverso la violenza.

Gesù non toglie la vita ad alcuno, Gesù offre la sua. Ecco il motivo della cecità; il cieco si rivolge a Gesù chiamandolo "Figlio di Davide". "«Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!»" non è la frase con cui chiedere di riacquistare la vista. Non solo, "Abbi pietà di me", è la stessa frase con la quale la folla accoglierà Gesù all'ingresso in Gerusalemme: "Osanna al Figlio di David!"(4) E' il grido del popolo che vede nel Figlio di Davide la soluzione alla sua sofferenza, alla dominazione.

"Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!»".

Ebbene, nonostante che il gruppo che segue(5) Gesù lo rimproveri, lui grida ancora "Figlio di Davide, abbi pietà di me!" Chiede a Gesù di restaurare la monarchia del re Davide.

"Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!»." Lo chiama, come chiama i discepoli che gli sono sempre lontani, che lo accompagnano, ma non lo seguono. Gli sono distanti perché sono vittime della ideologia religiosa. L'evangelista usa, in greco, lo stesso verbo "alzare" che nei vangeli è usato per la risurrezione.

Lo chiamano ed ecco che inizia la conversione del discepolo: "Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù." Il mantello, nella cultura ebraica, è il simbolo della persona; gettare via il mantello vuol dire quindi la rottura con il proprio passato, la rottura con la propria ideologia. Finalmente è lui che va da Gesù, non è Gesù che va incontro al discepolo.

"Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?»." Da notare che Gesù si rivolge a questo cieco con le stesse identiche parole con le quali si era rivolto a Giacomo e Giovanni per la loro assurda richiesta. L'evangelista, attraverso questo schema letterario, vuole far comprendere che, nell'episodio di questo cieco, vi è la spiegazione della richiesta di Giacomo e Giovanni.

"E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!»." Non lo chiama più Figlio di Davide. "Rabbunì" era un termine reverenziale che veniva usato per Dio; i maestri di Israele venivano chiamati "Rabbi", ma Dio veniva chiamato "Rabbunì", quindi il discepolo incomincia a comprendere. "Che io veda di nuovo!" Quindi prima ci vedeva, è diventato cieco, non è nato cieco. E' stata l'ideologia religiosa, nazionalista, di questo trionfo di Israele e del messia, che lo aveva reso cieco.

"E Gesù gli disse: «Va', la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada." Quando il discepolo inizia a comprendere, entra nella liberazione; e torna a vedere come prima di essere accecato dall'ideologia. Qui ci dobbiamo fermare perché c'è un errore di traduzione che rischia di compromettere la comprensione del brano: "e lo seguiva lungo la strada". "Lungo la strada" ha un significato negativo, rappresenta il seme che è stato tolto via dagli uccelli, cioè dal satana; la traduzione corretta è "nella strada", cioè la strada di Gesù; la sequela di Gesù è un secondo esodo. Questa volta non si fugge dalla schiavitù dell'Egitto, ma dalla schiavitù della religione che impedisce la relazione con Dio. Solo se si è liberi, solo se si sono abbandonati i dogmi che reprimono la libertà di ricerca dell'uomo; solo se si sono abbandonati i precetti e si è rimasti aggrappati all'unico comandamento dell'amore si può incontrare Dio e lasciarci amare da Lui.

 

Note: 1. La parola miracolo è stata introdotta in teologia dal IV-V secolo d.C. in poi e non compare in nessun testo originale greco dei vangeli. – 2. L'esegesi che segue è liberamente tratta dalla omelia di P. Alberto Maggi nella XXX Domenica del TO Anno B il 25 ottobre 2009. – 3. Si intende il verbo greco usato nella traduzione dall'ebraico in greco della Bibbia detta dei Settanta (circa II sec. a.C.) che era quella conosciuta dagli evangelisti poiché l'ebraico era ormai in disuso ad eccezione che nel Tempio. – 4. La parola "osanna" non è un grido di gioia, ma di aiuto e significa "aiutaci" del tutto analoga a "abbi pietà". – 5. C'è differenza tra accompagnare e seguire. Accompagnare significa accompagnare fisicamente, vanno dietro Gesù. Seguire significa avere accettato, non solo la figura di Gesù, ma anche il suo messaggio.