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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


lunedì 25 febbraio 2013

Domenica 3 marzo 2013 – III Domenica di Quaresima

Lc 13,1-9

In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».

Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: «Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest'albero, ma non ne trovo. Taglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?». Ma quello gli rispose: «Padrone, lascialo ancora quest'anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l'avvenire; se no, lo taglierai»».

 

Questo brano(1) si colloca nella sezione del vangelo di Luca che riguarda il viaggio di Gesù verso Gerusalemme (Lc 9,51–19,27), nella quale sono raccolti numerosi detti di Gesù riguardanti la realizzazione del regno. Esso si situa al termine della prima parte di questa sezione (Lc 9,51–13,21), dove si trovano i detti riguardanti soprattutto la risposta che Dio si attende da Israele nel momento in cui sta per realizzarsi il suo regno.

Il brano liturgico si divide in due parti: il primo è un invito alla conversione (vv. 1-5); il secondo riporta la parabola del fico sterile (vv. 6-9). Per la prima di queste due parti Luca si serve di materiale proprio, mentre per la seconda si ispira a un brano di Marco.

Quando ci si appresta a leggere questo brano, come pure ampie parti del precedente cap. 12, è indispensabile avere delle specifiche conoscenze che ci corazzino contro le interpretazioni tradizionali tutte tese a sottolineare il castigo di Dio di fronte alla mancanza della conversione; infatti il brano trova posto nella liturgia della Quaresima.

Se noi però esaminiamo la teologia che impregna tutto il vangelo di Luca, scopriamo che essa è impegnata soprattutto a sottolineare la misericordia di Dio e non la sua volontà punitiva; basta pensare a questo proposito alla parabola del Figliol prodigo che è la netta ed indiscussa negazione della volontà punitiva di Dio. E allora? Luca era forse uno schizzofrenico che un giorno diceva una cosa e il giorno dopo cambiava parere? Non credo proprio; è assai più probabile che l'interpretazione tradizionale sia sbagliata come del resto in altre parti di questo e degli altri vangeli. La domanda è perché questo è potuto succedere.

I vangeli sono stati scritti in greco(2), però dal quarto secolo in poi il greco, nella nostra area occidentale, non veniva più parlato né compreso e si provvide a tradurre il testo in latino.

La trasposizione dal greco al latino non può rendere certe sfumature, certe ricchezze e soprattutto, una traduzione non è mai esente da errori(3); per questo, da quando Il Concilio Vaticano II ha invitato alla lettura dei vangeli anche i laici, si susseguono le traduzioni che, con continui aggiustamenti, cercano di rendere al meglio il vero significato dei vangeli(4). A tutto questo è indispensabile aggiungere che la Chiesa dei primi secoli (ma la cosa si è in parte prolungata almeno fino al 1960), ha rifiutato di utilizzare testi ebraici del I e II secolo per apprendere le tradizioni, il pensiero e i modi di dire giudaici appartenenti a quel periodo, il che ha portato a macroscopici errori nell'interpretazione del pensiero di Cristo, errori che ancora oggi non sono stati corretti del tutto.

Uno dei danni più tremendi, ed ora che siamo in Quaresima è un bene dirlo, li ha portati un errore di traduzione del perentorio invito di Gesù "Se non vi convertite non entrate nel regno(5) di Dio".

Per conversione si intende orientare diversamente la propria esistenza, cioè se fino ad adesso hai vissuto per te, d'ora in avanti vivi per gli altri. L'invito di Gesù venne tradotto e interpretato con "Se non fate penitenza".

Da questo errore grossolano deriva tutta la storia della spiritualità cristiana fatta di persone penitenti, perché pensavano che non bastava accettare le sofferenze inevitabili che la vita presenta ma bisognava procurarsene altre per far contento Dio: qualcosa di atroce, di insultante, di blasfemo nei confronti di Dio!

Leggiamo certe vite di santi, poveretti, vittime di questa credenza, che si infliggevano delle penitenze per essere accettati da Dio. Oggi un padre che fosse contento nel vedere il figlio che si infligge delle sofferenze per farlo felice, sarebbe una persona alla quale verrebbe tolta immediatamente la patria potestà. Eppure Dio era considerato così.

Quindi si credeva che Dio volesse una vita di penitenza.

La parola penitenza è assente dal messaggio di Gesù, mai Gesù invita a fare penitenza, mai Gesù invita a mortificarsi, non invita nemmeno a fare digiuno e astinenza. L'unica volta che il verbo mortificare è presente nel NT, è nel capitolo 3 della lettera di Paolo ai colossesi, dove Paolo dice "mortificate", cioè fate morte, nei confronti degli atteggiamenti negativi per sé e per gli altri, come l'egoismo, l'avarizia, la cattiveria, ma non vi private delle cose belle della vita, non rinunciate alle cose piacevoli.

Purtroppo questa spiritualità ha fatto sì che il nome Dio fosse associato al dolore, alla sofferenza, alla tristezza ma mai al piacere. Il piacere era (ed è ancora oggi) una parola quasi al limite del peccato.

Se a certi teologi togliete il dolore e la sofferenza rimangono disoccupati, non sanno più di cosa parlare di Dio, ma Dio è gioia, allegria, piacere: impariamo a credere a Gesù che, riprendendo quella che era già la spiritualità espressa dal profeta Osea (Os 6,6), per ben due volte nel vangelo di Matteo annuncia "Imparate cosa significa: misericordia voglio e non sacrifici"(Mt 9,13.12,7).

La nostra vita di credenti è basata sul messaggio di Gesù, ma se questo messaggio è tradotto male e interpretato peggio, la nostra vita ne ha seri danni.

Vediamo ora cosa dice il brano.

"In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici."

Questo eccidio non è noto da altre fonti storiche, ma è certamente verosimile nel clima surriscaldato della Giudea del primo secolo: infatti Giuseppe Flavio(6) parla di un massacro di samaritani compiuto nel 35 d.C. da soldati romani sul monte Garizim in occasione di un sacrificio.

E' probabile che Luca si riferisca a una repressione avvenuta nel tempio, mentre si sacrificavano gli agnelli per la celebrazione pasquale. La strage assumeva una particolare gravità per il fatto che era stata compiuta nel luogo sacro, durante un rito liturgico.

Secondo la mentalità in essere allora, Dio era responsabile di tutto ciò che capitava in questo mondo: perciò era spontaneo pensare che era lui a volere, o per lo meno a permettere, tutto il male commesso dagli uomini, presentando le sue conseguenze come una punizione per i loro peccati. Questa concezione nel vangelo di Giovanni è smentita da una espressa dichiarazione di Gesù(7) (cfr. Gv 9,3).

Presupponendo questa credenza, la risposta di Gesù diviene così comprensibile: "Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo…"

Secondo Luca, nella sua risposta Gesù non dà alcun giudizio su quanto è accaduto. Dalle sue parole sembra unicamente trasparire la credenza popolare secondo la quale le disgrazie sono punizioni di Dio per i peccati di coloro che ne sono colpiti. Gesù non lo dice espressamente, come fanno invece gli amici di Giobbe (Gb 2.3) e diversi testi biblici, ma neppure lo nega. Egli si limita a precisare che essi non erano più peccatori di tutti gli altri.

Stupisce la totale insensibilità di Gesù nei confronti dei galilei uccisi da Pilato: egli non prende posizione né a loro favore, né contro di loro. La loro vicenda serve solo da ammonizione(8), mentre le loro scelte personali sono passate sotto silenzio: essi sono considerati in partenza come peccatori e non si pone neppure l'ipotesi che siano morti per qualcuno di quei valori per cui Gesù ha combattuto ed è morto (cfr. Lc 4,18-19). Ma questa stilizzazione è dovuta alla tradizione giudaica nella quale si inserisce, e non dice nulla dei veri sentimenti di Gesù.

"…O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».

Questo fatto, anch'esso non riportato da altre fonti storiche, dà l'impressione di essere accaduto da poco tempo: per la mentalità del tempo si trattava pure qui di una punizione divina. Anche in questo caso Gesù non smentisce tale opinione, ma osserva che questi morti non erano più peccatori di tutti gli altri: da qui ricava nuovamente un invito alla conversione. Se tali sciagure sono capitate a persone non poi così fuori del normale, su tutti incombe la possibilità di mancare l'ingresso nel regno, se non si convertono.

Il punto di vista rappresentato nei due detti lucani sembra essere, più che un'idea di Gesù, la ripresa tardiva di una mentalità più arcaica. Le due ammonizioni non insistono però sull'aspetto di punizione insito nei due gravi avvenimenti, ma piuttosto sulla responsabilità del momento attuale. Dio offre a tutti il suo amore, che può essere accolto convertendosi al vangelo oppure rifiutato in piena libertà.

Nel contesto lucano del viaggio di Gesù verso Gerusalemme, nelle due disgrazie è visto forse un preannunzio della distruzione della città santa, considerata da Israele come una punizione che ha attirato su di sé per aver rifiutato il suo Messia. Ma più in profondità si tratta dell'indicazione della mancata volontà di ingresso nel regno.

"Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò."

Sia Marco che Matteo raccontano un gesto simbolico, la maledizione del fico sterile, compiuto da Gesù dopo il suo ingresso messianico a Gerusalemme, per indicare la sterilità religiosa degli israeliti, soprattutto dei sacerdoti del tempio (cfr. Mt 21,18-19; Mc 11,12-14.20). Luca modifica questo episodio, mantenendone il significato.

Nei vigneti palestinesi venivano piantati anche alberi da frutto, tra i quali il più comune era il fico. Spesso nell'AT il popolo d'Israele è simboleggiato nella vigna (cfr. Is 5,1-2), talvolta associata all'albero di fico (cfr. Os 9,10; Mi 7,1; Ger 8,13).

"Allora disse al vignaiolo: «Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest'albero, ma non ne trovo. Taglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?»".

Il padrone si lamenta con il vignaiolo perché sono già tre anni che il fico non porta frutto; i tre anni potrebbero alludere al periodo del ministero di Gesù, il tempo concesso da Dio per la conversione di Israele: esso sta per finire senza che ci sia stato un risultato significativo. Ma a questa interpretazione si oppone il fatto che è Giovanni, e non i sinottici, a informare che il ministero di Gesù è durato tre anni(9).

"Ma quello gli rispose: «Padrone, lascialo ancora quest'anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l'avvenire; se no, lo taglierai»".

Il vignaiolo reagisce con grande prudenza; alla richiesta del contadino manca una risposta, ma si suppone che essa sia positiva, perché il suo intervento è un semplice espediente per mettere in luce il progetto del padrone: è Dio che, proprio perché è paziente, dà tempo all'albero affinché produca frutti. Ma la conversione è più urgente che mai. È chiaro che la parabola non si riferisce ai singoli individui ma a una collettività, cioè al popolo ebraico, come avviene nel racconto affine della maledizione del fico in Matteo e Marco. La sterilità del fico non simboleggia la mancanza da parte del popolo ebraico di osservanze rituali o morali, ma il suo rifiuto di accogliere il Messia inviato da Dio. In questo contesto la "conversione" richiesta non consiste solo in un cambiamento di mentalità o di comportamento morale, ma anche nella fede in colui che porta la salvezza a Israele e a tutta l'umanità: è la sequela che determinerà una nuova prassi conforme alle esigenze del regno di Dio, simboleggiata nei frutti dell'albero. Nella parabola lucana il rinvio dell'abbattimento della pianta indica che c'è ancora tempo per la conversione: affiora qui la nota concezione lucana secondo cui Gesù ritornerà di sicuro, ma per il momento la sua venuta è stata rimandata per dare a tutti il tempo di convertirsi.

 

Note: 1. L'esegesi che segue è stata liberamente tratta da un articolo pubblicato da P. Alessandro Sacchi su Nicodemo.net. – 2. Esiste la probabilità, non ancora la certezza, che i vangeli di Marco e di Matteo abbiano avuto una prima versione in aramaico, poi scomparsa. Non tutti gli studiosi sono di questo parere perché ritengono che con i costi che allora si dovevano sostenere per scrivere un libro (la pergamena era carissima), è difficile pensare a brogliacci poi tradotti: si scriveva direttamente in "bella" e chi aveva interesse per il libro se lo copiava a sue spese. Certamente il vangelo di Luca è stato scritto direttamente in greco, come pure quello di Giovanni. – 3. I problemi di errata interpretazione da parte della Chiesa orientale di lingua greca (che leggeva i vangeli in lingua originale) sono decisamente inferiori sia come numero che come importanza per la vita dei fedeli. Ad esempio nella Chiesa orientale l'uomo non è considerato intrensicamente peccatore; per questo la Chiesa cattolica attribuisce ancor oggi alla Chiesa orientale un "eccessivo ottimismo antropologico". – 4. Non sempre le traduzioni sono state felici, ma bisogna accontentarsi perché talvolta sul tecnico che traduce premono interessi diversi e non tutti coerenti con le intenzioni di Gesù. – 5. Mi sembra opportuno ricordare che il "regno" di cui parla Gesù non è l'aldilà, non è il paradiso. E' la comunità dei discepoli su questa terra che hanno come principio di vita l'amore reciproco e verso gli altri, principio che garantisce loro la risurrezione, cioè la continuazione della vita anche dopo la morte biologica. – 6. Giuseppe Flavio (Gerusalemme 37 d.C circa – Roma 100 d.C. circa) è stato uno scrittore, storico, politico e militare romano di origine ebraica; scrisse le sue opere in greco. – 7. Purtroppo, nonostante la smentita di Gesù, questa mentalità è giunta, almeno in parte, fino a noi e ci perseguita ancora. – 8. Accenno ad una mia opinione: il fatto che Luca non riporti alcuna negazione da parte di Gesù in merito a quella tradizione inumana e blasfema, fa pensare che Gesù approfitti della tradizione per calcare la mano sulla necessità della conversione come strumento di ingresso nel regno, rinviando ad altro momento un ragionamento di merito (cfr vangelo di Giovanni). – 9. Ed inoltre lo fa dieci, o forse venti, anni dopo che i vangeli sinottici sono stati diffusi nelle Chiese.

lunedì 18 febbraio 2013


Domenica 24 febbraio 2013 – II Domenica di Quaresima
Lc 9,28b-36
[Circa otto giorni dopo questi discorsi,]1 Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d'aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All'entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo!». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

Il brano si apre con una indicazione di tempo e di luogo(2): "Circa otto giorni dopo questi discorsi, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare." L'episodio della trasfigurazione viene collegato temporalmente all'ultimo fatto narrato, cioè la professione di fede di Pietro e il primo annunzio della sua imminente morte e risurrezione fatto da Gesù non a Cesarea di Filippo (come in Marco e Matteo), ma in un luogo appartato, presumibilmente in Galilea (Lc 9,18-22). Ma mentre Marco accenna a un lasso di tempo di "sei giorni"(3), Luca parla di circa otto giorni, dimostrando così di pensare alla risurrezione, avvenuta appunto l'ottavo giorno, con la quale la trasfigurazione è strettamente collegata.
"…Pietro, Giovanni e Giacomo…". Sono i discepoli che, dominati dalla tradizione, avranno le maggiori difficoltà a seguire Gesù. Pietro è stato chiamato satana. Giacomo e Giovanni, soprannominati "figli del tuono", quando chiederanno i posti d'onore nel suo regno, si sentiranno rispondere da Gesù che l'unico posto d'onore è quello accanto alla croce e scompariranno dal vangelo di Marco. Sono anche i tre che Gesù prenderà con se nel momento drammatico che precede il suo arresto nel Getsemani. Possiamo dire che l'episodio della trasfigurazione si è verificato proprio a beneficio di questi tre discepoli "discoli" che non accettano le parole di Gesù.
Luca non parla di un "alto monte" come fa Marco, ma dice semplicemente che Gesù "salì sul monte a pregare". L'accento quindi non è posto sul monte, ma sulla preghiera, che secondo Luca fa da sfondo a tutti gli episodi più importanti della vita di Gesù. Il monte(4) è ritenuto un luogo adatto alla preghiera, sia per la solitudine che vi regna, sia perché simbolicamente più vicino al Dio che metaforicamente abita nei cieli.
"Mentre pregava, il suo volto cambiò d'aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante". Luca sottolinea che l'evento straordinario ha avuto luogo proprio mentre Gesù pregava, presentandolo così come una risposta di Dio a colui che si rivolgeva a lui con fiducia. Diversamente da Marco, che usa il verbo meta-morpheô, "cambiare forma" e si limita poi a descrivere il candore delle vesti, Luca dice che è anzitutto il volto di Gesù che cambia aspetto; solo dopo anche lui riprende il dettaglio dell'abito, osservando che diventa non solo bianco, ma anche sfolgorante.
In questo episodio, l'evangelista anticipa gli effetti della morte in Gesù: la morte non ha distrutto Gesù, ma gli ha consentito di manifestare quello splendore che durante l'esistenza non gli era stato possibile manifestare. La morte, secondo i vangeli, non distrugge l'individuo, ma gli consente di liberare tutte le energie, tutte le sue potenze vitali e di realizzarsi in una maniera completamente nuova.
Scrive Paolo, nella seconda lettera ai Corinzi, che questa trasformazione, questa metamorfosi, non inizia con la morte, ma inizia già durante la vita: "E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore" (2Cor 3,18). I primi cristiani non credevano che sarebbero resuscitati dopo la morte, ma credevano di essere già resuscitati e dicevano "se non si risuscita finché si è vivi, quando si è morti non si resuscita più". I primi cristiani credevano di avere una vita di una qualità tale che, attraverso un processo di trasformazione che si operava già in questa esistenza(5), la persona raggiungeva quella che è la soglia definitiva.
"Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme."
Improvvisamente Gesù non è più solo: come in Marco, Mosè ed Elia appaiono accanto a Gesù in atto di conversare con lui; questi due personaggi vengono proprio per aiutare i tre discepoli indecisi. Gli ebrei chiamano "la Legge e i Profeti", quello che noi chiamiamo A.T.(6); la Legge era stata data a Mosè e i Profeti erano rappresentati da quello che era considerato il massimo profeta, Elia. Qui appare, detto con il nostro linguaggio, tutto l'Antico Testamento (Mosè ed Elia) che conversano - non con Pietro, non con Giacomo, non con Giovanni - ma soltanto con Gesù. Mosè ed Elia non hanno più nulla da dire alla comunità cristiana, ma possono soltanto dialogare con Gesù.
Questa definizione che dà l'evangelista è importante perché tutti gli atteggiamenti negativi di Pietro, di Giacomo e di Giovanni vengono dall'attaccamento alle tradizioni religiose che si erano consolidate nell'A.T.(7), dalla concezione che il regno d'Israele dovesse diventare dominatore di tutti gli altri popoli pagani, al Messia che doveva manifestarsi attraverso il potere. Tutto questo è finito. Né Mosè, né Elia, quindi né la Legge, né i Profeti, hanno più nulla da dire alla comunità cristiana se non in quelle parti (sono poche, ma ci sono) che sono conciliabili con l'insegnamento e l'attività di Gesù.
Diversamente da Marco, Luca segnala anche il tema della conversazione: essi parlavano con Gesù degli eventi che avrebbero avuto luogo a Gerusalemme. la città santa, verso la quale Gesù fra poco si dirigerà (cfr. Lc 9,51). L'allusione è chiaramente alla morte e alla risurrezione di Gesù, che vengono sintetizzate con il termine exodos, esodo, che richiama la parola "elevazione" usata in Lc 9,51. È chiaro anche il riferimento all'esodo degli israeliti dall'Egitto, che troverà nella morte e risurrezione di Gesù il suo compimento. Non stupisce il fatto che siano Mosè ed Elia a parlare con Gesù di questo argomento, in quanto per Luca Mosè e i profeti avevano predetto la sofferenza di Gesù (cfr. Lc 24,25-27.44-46). L'accenno a Gerusalemme, come luogo in cui gli eventi finali della vita di Gesù dovevano compiersi, rappresenta un tema specifico della teologia di Luca.
"Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui." Il sonno che coglie i discepoli (menzionato solo da Luca) non è un fenomeno fisiologico, ma l'espressione della fragilità e deficienza dell'uomo di fronte alla manifestazione divina. È la stessa reazione di Abramo (Gen 15,12) e quella che coglierà i discepoli nell'orto degli Ulivi (cfr. Lc 22,45). Pur utilizzando l'immagine del sonno, Luca non vuole che sia diminuita l'attendibilità della loro esperienza, perciò sottolinea che hanno fatto la loro esperienza quando si sono svegliati(8). E' così fuori dubbio che essi hanno visto non solo i due uomini che stavano con Gesù, ma anche la "sua" gloria: in questo momento Gesù si trova già, come Mosè ed Elia, nella gloria di Dio.
"Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli non sapeva quello che diceva."
Povero Pietro! Ancora una volta tocca a lui fare una brutta figura; qui Simone (notate come Luca lo chiama con il soprannome Pietro, segno di un plateale errore che Simone sta commettendo) svolge il suo ruolo di tentatore di Gesù, e seguita a essere non la pietra da costruzione(9), ma la pietra di inciampo.
Per comprendere la tentazione che Pietro fa a Gesù (o la seduzione, se preferite) bisogna rifarsi alla mentalità dell'epoca. Tra le feste che c'erano in Israele, ce ne era una talmente importante, la più conosciuta, la più popolare al punto che non veniva neanche nominata, veniva semplicemente detta "la festa": era la festa delle capanne. Era una festa di origine agricola: in autunno, una volta terminata la vendemmia, si celebrava il raccolto dimorando per sette giorni sotto delle frasche; nel corso dei secoli questa festa agricola venne trasformata in festa religiosa in ricordo della liberazione dalla schiavitù egiziana. Come il popolo aveva vissuto nomade nel deserto, così la comunità israelita, per una settimana, riviveva questa festa della liberazione vivendo sotto delle capanne fatte di frasche. È una festa ancora attuale in Israele.
Essendo la festa della liberazione dalla schiavitù, c'era tutta una tradizione ebraica che diceva: il Messia, nessuno sa né da dove viene, nè quando verrà; si sa soltanto che apparirà improvvisamente durante la festa delle capanne. Ecco cosa vuole Pietro.
Pietro, che vede Gesù con Mosè, cioè la Legge, e con Elia, cioè i Profeti, dice: facciamo tre capanne, cioè manifestati come Messia, come liberatore di Israele. Notate l'ordine: quando ci sono tre personaggi, il più importante, nella mentalità ebraica, sta sempre al centro(10). Per Pietro, non è importante Gesù, per Pietro è importante Mosè: "facciamo tre capanne: una per te, una per Mosè" - al centro – "e una per Elia". Pietro è ancora condizionato da questa mentalità della Legge di Mosè, e pensa che il Messia sia colui che deve far osservare la Legge.
La novità portata da Gesù è stata definita "vino nuovo" ed è incompatibile con le vecchie strutture religiose, con gli "otri vecchi" (Mt 9,16-17). La relazione che Gesù è venuto a portare tra gli uomini e Dio, non è possibile farla inserire nelle strutture religiose determinate dalla Legge. Sia Mosè che Elia venivano definiti servi del Signore, e Mosè aveva stabilito un patto, un'alleanza, un rapporto tra gli uomini e Dio come quella di un servo nei confronti di un Signore basata sull'obbedienza e sull'offerta.
Con Gesù tutto questo è terminato. Gesù viene ad inaugurare una nuova alleanza che non sarà basata sull'obbedienza come quella di un servo, ma su un processo di assomiglianza; non più sull'offerta di doni a Dio, ma presenterà un Dio che si offre agli uomini.
Sono due vie completamente differenti. Pietro, però, vuol mettere la novità portata da Gesù dentro gli "otri vecchi" della religione e della Legge. Ma Legge e insegnamento di Gesù sono assolutamente incompatibili: il processo di Gesù è di liberare le persone dalla Legge(11), dalla religione, per trasportarle nell'ambito della fede. Non più ciò che l'uomo deve fare nei confronti di Dio, ma ciò che Dio fa nei confronti dell'uomo.
"Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All'entrare nella nube, ebbero paura." La nube "li coprì con la sua ombra" (epeskiazen autous): l'uso dell'imperfetto indica che si tratta di un fenomeno prolungato, che verosimilmente coinvolge tutti i presenti, cioè Gesù e i discepoli, ma non Mosè ed Elia che si sono già allontanati. A questo punto Luca riprende il tema del timore che coglie i discepoli, non più, come in Marco, alla visione di Gesù trasfigurato con Mosè ed Elia, ma all'entrare nella nube. Il fenomeno della nube è un simbolo della presenza attiva di Dio in mezzo al suo popolo: gli ebrei dell'esodo erano guidati dalla nube (Es 13,21), la gloria di Dio copre il santuario con la sua ombra (Es 40,34-35), la nube riempie il tempio edificato da Salomone (1Re 8,10); infine il Figlio dell'uomo viene con le nubi del cielo (cfr. Dn 7,13). Paolo riassume queste esperienze in un modo che si avvicina molto a quello di Luca: "I nostri padri furono tutti sotto la nuvola, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nuvola e nel mare" (1Cor 10,1-2).
"E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'eletto(12); ascoltatelo!»."
Pietro sta ancora parlando e viene interrotto; questo, da ora in poi, sarà il comportamento di Dio e dello Spirito Santo con Pietro.
Gesù è stato paziente con Pietro, lo Spirito Santo e il Padreterno un po' meno. Ogni volta che Pietro parla, arriva lo Spirito Santo che lo interrompe perchè non è d'accordo con quello che sta dicendo Pietro(13). In questo caso, è Dio stesso che non è d'accordo sulla tentazione o sulla seduzione proposta da Pietro. Il rapporto con Dio non è più quello dei servi nei confronti del loro Signore basato sull'obbedienza, ma quello dei figli con il loro padre, basato sull'amore. È una relazione completamente differente. La voce di Dio dice: "questi è il figlio mio", cioè quello che mi assomiglia, vedendo lui capite chi sono io. Potremmo tradurre anche "questi è il mio unico erede" perché questo era allora il significato della frase; unico erede significa colui che ha tutto ciò che ha il Padre. Questo è avvenuto nel momento del battesimo, quando Dio gli ha riversato sopra tutta la sua capacità d'amare, tutto il suo essere amore, cioè lo Spirito Santo: ecco l'eredità di Gesù.
Il Padre non si è compiaciuto in Mosè, non si è compiaciuto in Elia, che sono espressioni parziali della religione e la religione non riuscirà mai a dare l'idea di chi è Dio perchè Dio è al di fuori della religione.
Se Gesù è stato ammazzato è perché lui non è un riformatore religioso, Gesù non è un profeta che è venuto a portar avanti il cammino degli uomini, sempre nell'ambito della religione. Gesù è al di fuori della religione, ha estratto le radici marce della religione e ha dimostrato che quello che gli uomini credevano favorisse la comunione con Dio, era ciò che la impediva. Per questo tutta la società si è rivoltata contro Gesù: la società religiosa, la società civile e la sua stessa famiglia (cfr Mc 3,20–21.31-35), perché ha distrutto le basi del potere.
Poi l'ordine, con il verbo espresso al tempo imperativo: "Ascoltatelo". Sarebbe molto più corretto seguire la costruzione greca "Lui ascoltate" perché rende meglio il senso voluto da Luca: non ascoltate né Mosè, né Elia, quindi né la Legge né i Profeti, "Lui ascoltate". Quindi è un invito alla comunità cristiana a fissare l'attenzione su Gesù, sul suo insegnamento e sulle sue opere.
"Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto."
Modificando l'annotazione di Marco, secondo il quale i discepoli, dopo aver ascoltato la voce, "non videro più nessuno ma Gesù solo con loro" (Mc 9,8), Luca lascia intendere che mentre si faceva sentire la voce non c'era nessuno con Gesù: Mosè ed Elia infatti si erano allontanati già prima, quando Pietro aveva esternato il suo desiderio di fare tre tende. Diversamente da Marco, Luca non dice che Gesù abbia proibito ai tre discepoli di raccontare, prima della sua risurrezione, quello che avevano visto, ma osserva che essi stessi (di loro spontanea iniziativa?) non hanno riferito a nessuno quello che avevano visto.
La domanda che ci poniamo è: perché? Si può provare a rispondere: perché si sono sentiti sconfitti, sconfessati nelle loro credenze e da Dio in persona. Pensavano di seguire un Messia riformatore della legge di Mosè, un Messia violento sulla scia di Elia che si vantava di aver scannato, da solo, centinaia di sacerdoti pagani! (Cfr 1Re 18,38-40).
Vedono che Dio non è d'accordo, non hanno capito Gesù, lo hanno contraddetto, lo hanno tentato e adesso si attendono una punizione da parte di Dio.
Nonostante tutto lo sforzo di Gesù di trasportarli dalla religione alla fede, da un rapporto con Dio basato sull'obbedienza e sul timore dei suoi castighi, ad un rapporto con il Padre basato su un amore misericordioso e compassionevole, nonostante che seguono Gesù, rimangono ancora vittime dell'idea religiosa.
Questo fa capire quanto è difficile sradicare dalla nostra vita quelle idee perverse, che la religione ci ha messo, del castigo di Dio, della condanna di Dio, di un Dio scontento, di un Dio offeso.
Solo quando Gesù sarà già resuscitato, tutto sarà chiaro e parleranno di quanto hanno sperimentato. Questo sarà un processo lungo, quasi interminabile. Ci vorrà di nuovo l'intervento di Dio perché questo processo di maturazione avvenga.
La lettura degli Atti degli Apostoli dimostra come Gesù non ha abbandonato Pietro, ma lo ha seguito passo passo nel percorso difficile, accidentato della sua conversione. Pietro sarà l'ultimo degli apostoli a convertirsi.

Note: 1. La frase tra parentesi quadre non è riportata dal liturgista nel brano di questa domenica. Ritengo opportuno riportarla in quanto dimostra come Luca leghi la trasfigurazione alla risurrezione. – 2. L'esegesi di questo brano è stata liberamente tratta da un articolo di P. Alessandro Sacchi pubblicato su Nicodemo.net. – 3. Il numero sei, il sesto giorno, è il giorno della creazione dell'uomo; non solo, è il giorno in cui Dio si è manifestato nel Sinai: in Es 24,16 si legge "la gloria di Jahve venne a dimorare sul monte Sinai e la nube lo ricoprì per sei giorni". Mettendo questa indicazione "sei giorni" Marco unisce e richiama questi due momenti: il giorno della creazione dell'uomo e il giorno della manifestazione della gloria di Jahve sul monte Sinai. – 4. La tradizione lo identifica con il Tabor, situato nei pressi di Nazareth, o con l'Hermon, nel Libano meridionale; in senso simbolico indica però il luogo in cui Dio si rivela al suo popolo. – 5. Per questo Paolo dice "di gloria in gloria", ed è la manifestazione visibile dell'amore per gli altri. – 6. Con tale dicitura gli ebrei intendono l'alleanza con Dio e l'insieme delle promesse collegate con l'alleanza e manifestate dai Profeti. L'alleanza è la premessa della Legge, ma non è la Legge. – 7. Questa situazione si ripete oggi nella Chiesa Cattolica che, non riuscendo a staccarsi dalle sue tradizioni, si trova ad essere così distante dalla vita odierna degli uomini da essere da loro rifiutata (Vedi Gaudium e Spes n. 19). Se la Chiesa Cattolica recuperasse la parola di Cristo e la mettesse in pratica, riacquisterebbe il suo posto nella mente di ogni uomo, perché tradizione e parola di Cristo sono spesso in contrasto tra di loro. – 8. La frase nel testo greco può essere tradotta in due modi: uno è quello riportato, l'altro è "…tuttavia restarono svegli…". Entrambe le traduzioni non modificano il senso del brano. – 9. Cfr Mt 16,18: "…Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa…" in realtà nel testo greco la prima "pietra" (Pietro) non può essere tradotta in questo modo, ma significa mattone da costruzione (Matteo riprende questa frase da Paolo). La seconda in greco significa "roccia" che è il simbolo di Dio nell'AT. La traduzione "…Pietro…pietra…" fu inserita nel IV-V secolo per giustificare il primato del vescovo di Roma sugli altri vescovi. – 10. Vedere, a questo proposito, la disposizione delle croci sul Golgota: Gesù è crocifisso al centro. Questo non vuol dire che lo sia stato realmente, solo che non poteva essere rappresentato in altro modo. – 11. Paolo dirà: "Cristo ci ha liberati dalla maledizione della Legge…" (Gal 3,10). – 12. Luca usa l'appellativo di «eletto» (eklelegmenos, al presente); questo termine allude espressamente ai carmi del Servo, dove questi è chiamato eklektos (cfr. Is 42,2): usando il presente, Luca vuole forse sottolineare che in Gesù l'elezione è un evento che si sta verificando proprio qui e ora in modo durevole. – 13. Questo atteggiamento di Dio nei confronti di Pietro sarà evidente negli Atti degli Apostoli e terminerà con la sua conversione (At 10,9-16).

lunedì 11 febbraio 2013


Domenica 17 febbraio 2013 – I Domenica di Quaresima
Lc 4,1-13
Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo».
Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto».
Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti:
Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo
affinché essi ti custodiscano
;

e anche:
Essi ti porteranno sulle loro mani
perché il tuo piede non inciampi in una pietra
».

Gesù gli rispose: «È stato detto: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo».
Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.

Il brano in esame è preceduto dall'episodio del battesimo di Gesù e dalla descrizione della sua genealogia.
"Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo."
Dal battesimo partiamo per cercare di comprendere questo episodio che ha un grande valore umano e teologico, ma non storico cioè non è mai accaduto, almeno nei termini con cui è riportato da Luca. In questo episodio vi sono tre elementi che occorre analizzare: lo Spirito, il deserto e il diavolo.
Lo Spirito: Gesù, immergendosi nell'acqua del Giordano viene riconosciuto dal Padre come "Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento " (Lc 3,22)1, cioè colui che eredita tutto. Quindi in Gesù, dopo il battesimo, c'è tutta la pienezza di Dio e il Padre gli effonde lo Spirito, cioè la sua capacità d'amore. E' proprio questa capacità di amare che lo metterà in tale contrasto con il mondo che lo circonda da fargli desiderare di non possederla e di pensare solo a se stesso.
Il deserto: nella parola deserto rivive tutta la storia del popolo di Israele, che una volta liberato dall'Egitto, secondo quanto riportato nel libro dell'Esodo, viene messo alla prova da Dio nel deserto per vederne la capacità. Non solo, per gli ebrei la parola deserto rievocava un luogo senza persone, disabitato, in contrasto con la nostra simbologia dove deserto è un luogo senza acqua. L'ingresso di Gesù nel deserto da la possibilità a Luca di far comprendere come Gesù nella sua predicazione, nonostante fosse circondato da numerosi disepoli, si sentisse solo perché, sostanzialmente, era incompreso.
Il diavolo: Luca, come Matteo, vuole innanzitutto sottolineare che le prove della vita non vengono da Dio(2), e, per farlo, utilizza la presenza di questo personaggio.
Anzitutto, bisogna dire che questo episodio, e qui va compresa la tecnica letteraria degli evangelisti, non indica un determinato e ben circoscritto periodo della vita di Gesù, nel quale egli ha vissuto questa lotta, e una volta uscito vincitore ha proseguito nella sua attività. L'evangelista, mettendo questo episodio all'inizio dell'attività di Gesù, vuol dire che tutta la sua vita sarà all'insegna della tentazione. Non quindi un episodio di quaranta giorni nella vita di Gesù, ma un avvertimento dell'evangelista: attento lettore, perché in tutta la sua esistenza Gesù verrà sottoposto a queste terribili tentazioni che non sono facili da superare. La chiave di comprensione risiede in quel numero quaranta che, nella numerologia ebraica, unito alla parola giorni, equivale a "tutta la vita".
Per la prima e ultima volta, occorre sottolinearlo, nel vangelo appare questo personaggio; nei vangeli il diavolo ha un ruolo estremamente marginale.
Normalmente noi confondiamo tra di loro le figure del satana, dei demòni e del diavolo. Vediamo se, in breve, riesco a spiegare chi sono e perché sono state introdotte nel cristianesimo.
Il satana: gli ebrei pensavano che Dio inviasse il satana per esaminare il comportamento di ciascuno (cfr Gb 1,6-17) e quindi punirli dei loro peccati(3). Satana, in ebraico, non è un nome proprio di persona, ma un nome comune che indica una attività, quella del pubblico ministero, dell'avversario in un processo. Il pubblico ministero ha il compito di far risaltare le accuse, la gravità del comportamento: questa è l'azione del satana nell'AT, mutuata dall'organizzazione dell'impero persiano (Israele è stato per alcuni secoli sotto il dominio persiano); infatti il satana era un funzionario della corte persiana. Questo funzionario girava per le regioni e guardava il comportamento dei governatori: se uno si comportava bene lo segnalava al re per farlo promuovere, per premiarlo; se uno si comportava male lo segnalava al re per castigarlo, eventualmente anche con la morte. Sempre secondo il pensiero ebraico, per punire gli uomini Dio inviava loro le malattie la cui gravità era proporzionata ai peccati commessi(4); la malattia era inviata tramite il satana che, a sua volta, demandava l'applicazione della pena ad alcuni dei minori fenici che, in lingua greca, venivano chiamati daimonios(5) come Beelzebùl (Baal Zebub, il dio delle mosche), citato da Luca (Lc 11,14-23).
Nel NT, "il satana" perde il suo ruolo di accusatore, tipico dell'AT. Nel vangelo di Luca, Gesù ne sancisce la fine: (Lc 10,17-18) "I settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome(6)». Egli disse: «Io vedevo il satana cadere dal cielo come la folgore." La caduta dal cielo (cioè da una posizione di importanza) del satana è una conseguenza diretta della presa di coscienza da parte dell'uomo della propria capacità di costruire il regno di Dio.
I demòni(7): oltre ad essere identificati negli dei fenici portatori di malattie, i demòni entrano nella Bibbia con la traduzione dall'ebraico in greco fatta in Alessandria d'Egitto nel II secolo a.C. da parte dei cosidetti "Settanta". Non si tratta di una semplice traduzione, ma anche di un arricchimento con glosse esplicative o modifiche talora di considerevole importanza, la cui eco si sente anche nei Vangeli. Scompaiono infatti tutti gli elementi mitologici tipici delle tradizioni più antiche come i satiri, le sirene, i centauri, i fauni, le streghe; i traduttori, che vivevano in una società greca cioè in una società intellettuale, evoluta anche a livello teologico e spirituale e quindi lontana dalle forme della mitologia antica, tutte le volte che hanno trovato queste espressioni (se ne conoscono 19 casi), le hanno tradotte sistematicamente con il termine "demòne" che in greco significa essere appartenente agli dei, sia buono che malvagio, ma anche malattia, ossessione, superstizione.
Una reminiscenza di questo significato l'abbiamo anche in italiano quando diciamo che un tizio ha il "demone del gioco", ha l'ossessione del gioco, è quindi malato. La traduzione dei Settanta è stata il testo di riferimento degli evangelisti che, non essendo più conoscitori della lingua ebraica antica, hanno dovuto riferirsi alla traduzione in greco; un esempio chiaro di questa influenza si ha nella traduzione di Isaia 7,14: "Ecco, la giovane ("almah" in ebraico) concepirà e partorirà un figlio che chiamerà Emmanuele (Dio con noi)". Isaia si riferisce alla giovane moglie di Achaz, re di Giuda; i Settanta tradurranno almah con vergine, consentendo la lettura del versetto come profezia messianica.
Il diavolo: il termine, dal punto di vista etimologico(8), ha lo stesso significato di "il satana", anche se in senso dispregiativo, ma ha assunto tradizionalmente il significato di "tentatore" e tale è la sua funzione nel vangelo di Luca. La figura del diavolo è, insieme a quella dello "spirito impuro" del vangelo di Marco, una trasformazione antropologica(9) dei sentimenti umani. Luca, come Matteo, sintetizza in questa figura il sentimento dell'egoismo esattamente come Marco sintetizza negli spiriti impuri i sentimenti di rabbia e rivolta violenta nei confronti delle parole di Gesù (Mc 1,21-28).
Nella Bibbia è assente la leggenda di Lucifero(10), il bellissimo angelo caduto a causa del suo orgoglio e della sua superbia, e degradato per sempre ad orrendo diavolo. L'immagine tradizionale del diavolo (corna, zoccoli e coda) ha origine dalla rappresentazione mitologica del dio greco Pan fatta propria dall'immaginazione medioevale.
Una prima idea del peccato d'orgoglio di un arcangelo, affiora in testi apocrifi dei primi secoli del cristianesimo. La leggenda di Lucifero nasce dalla fusione di due brani dell'AT: la satira contro Nabucodonosor re di Babilonia del profeta Isaia(11), e quella contro Et-Baal re di Tiro del profeta Ezechiele(12).
Il primo autore cristiano che identificò il diavolo con Lucifero, è Origéne nel II sec. d.C. Dei due re delle satire di Isaia ed Ezechiele, fece un solo personaggio: l'angelo decaduto. Questo divenne, in modo incomprensibile, l'indiscussa tradizione nella Chiesa.
Nel IV sec. Girolamo si adoprò per confutare quanto affermato da Origéne, ma a causa di un suo errore di traduzione (Girolamo ha fatto molti errori che hanno pesato molto sulle decisioni dottrinali), Lucifero divenne comunque l'angelo decaduto che urla la sua disperazione.
Nel VI sec. Gregorio Magno (lo stesso che, a torto, definì prostituta Maria Maddalena) legittimò definitivamente la convinzione che il diavolo fosse un angelo decaduto; Gregorio fu un papa grande, anche negli errori.
Il successo della leggenda dell'angelo caduto, ebbe come conseguenza la fine della chiara distinzione presente nella Bibbia tra il satana, il diavolo e i demoni; i tre termini furono uniti in uno solo, Lucifero, il demonio che diventa il satana, il diavolo per eccellenza, perdendo così il significato reale dei termini e la loro importanza teologica.
"Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame.". Il digiuno di Gesù non è un digiuno religioso. Luca trae questa indicazione da Matteo che mette in parallelo Gesù con Mosè, che prima di ricevere da Dio la Legge sul Sinai digiunò quaranta giorni e quaranta notti (Es. 34,28; Dt. 9,9-11).
Il "digiunare" di Luca, così come in Matteo, indica una esperienza di pienezza di Dio da parte di Gesù il cui "nutrimento" è nella sua Parola che riempie la vita. Allo stesso modo, la "fame" di Gesù non va intesa in senso fisico, ma come desiderio di Gesù di cibarsi di quanto proviene da Dio e di poterlo comunicare agli altri.
" Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane»."
Il tentatore si avvicina a Gesù e gli dice: "Se sei Figlio di Dio...". Cioè, trai dei vantaggi da questa tua condizione(13); se c'è Dio che ti protegge, giacché sei il Figlio e quindi hai assicurata la sua protezione, usa le tue capacità a tuo vantaggio, dì che queste pietre diventino pani. Per il tentatore il pane serve per salvare se stesso, salvare la propria vita, mentre Gesù stesso si farà pane per salvare la vita degli altri, donando la propria vita. Sarebbe qui interessante mettere in paragone l'insegnamento dato da Gesù con la moltiplicazione dei pani: per Gesù l'abbondanza dei pani non verrà per un intervento prodigioso da parte di Dio, non c'è più bisogno di moltiplicare i pani, basta condividere generosamente quelli che ci sono, e si crea l'abbondanza e si sfama tutta l'umanità. L'interpretazione dell'episodio della moltiplicazione dei pani, considerato da molti il manifesto politico di Gesù, come invito ed esempio alla condivisione per conseguire il benessere del popolo, è facilmente realizzabile alla luce delle beatitudini e se si mette un momento in ombra la componente miracolistica della esegesi tradizionale.
"Gesù gli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo».
Questa risposta di Gesù è presa da un testo del libro del Deuteronomio, che riguarda le prove del popolo nel deserto, dove l'autore scrive che Dio ha sottoposto alle prove il suo popolo per quarant'anni (Dt 8,1-6). Ecco il paragone tra i quarant'anni nel deserto e i quaranta giorni di Gesù. La tentazione di Gesù è la stessa che ha vissuto il popolo di Israele. Nel libro del Deuteronomio si legge che Dio donò al popolo la manna, la manna scesa dal cielo, come segno di garanzia della fedeltà di Dio al suo popolo, ma il popolo non credette e ne fu deluso.
Gesù si affida alla parola che esce dalla bocca di Dio, parola con la quale il Signore manifesta la sua volontà, che è la garanzia della protezione divina. Quindi non usare a proprio vantaggio i benefici, ma usare tutte le proprie capacità a vantaggio degli altri. Questa tentazione si ripeterà abbondantemente lungo tutta la vita di Gesù.
"Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo»."
Nella cultura di quell'epoca, ogni persona che deteneva una qualunque forma di potere aveva la condizione divina. L'imperatore infatti veniva considerato un dio, un figlio di dio, e così il re, il faraone. Tutti coloro che detenevano il potere erano considerati di natura divina, ma per Gesù la sua natura divina, la sua figliolanza con Dio non si manifesterà nel potere, nel dominio, ma nell'amore e nel servizio.
Il tentatore mostra a Gesù tutti i regni, allo stesso modo in cui Dio mostra a Mosè, salito sul monte Nebo, tutto il paese (Dt 34,1-4). Nel rispondere, Gesù demolisce, in un sol colpo, tutta la tradizione religiosa ebraica di Israele come popolo eletto, chiamato a dominare tutti gli altri popoli. C'è un salmo in cui Dio dice al suo Messia: "Ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra. Le spezzerai con scettro di ferro, come vasi di argilla le frantumerai" (Sal 2,8-9). Il Messia della tradizione è un Messia che impone l'ordinamento di Dio attraverso la violenza. Di conseguenza, le tentazioni non sono qualcosa di cattivo che è facile per Gesù evitare, ma viene a lui proposta la tradizione religiosa di Israele, quella radicata nel popolo. Guarda che è il salmo, la stessa parola di Dio che dice questo! Sei il Messia? Devi dominare le nazioni e, addirittura, le dovrai spezzare con scettro di ferro e frantumarle come vasi di argilla. In molte immagini dell'antichità è tipico vedere il faraone o il re con in mano lo scettro, con il quale spacca la testa del popolo che ha conquistato. Perciò il tentatore non è il diavolo della nostra tradizione che si presenta in maniera orribile - ed è perciò facile dire "Vade retro Satana" -, ma i tentatori sono i farisei, la parte più spirituale del popolo, sono gli scribi, questi teologi che parlano con autorità e con mandato divino. Essi dicono: "Sei il Messia, sei il figlio di Dio? Guarda che il Salmo 2, la parola di Dio, dice che il Messia dovrà dominare e schiacciare gli altri popoli". Ecco la tentazione proposta a Gesù: quella di conformarsi ad una tradizione religiosa, umana e spirituale.
Gesù, invece, si sbarazza di questa logica; le sue ultime parole, quando inviterà i suoi discepoli ad andare in tutto il mondo, non saranno di dominio, ma di mettersi al servizio. Gesù dirà: "Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nell'amore del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo" (Mt 28,19). Quindi, c'è sì da andare verso altri popoli pagani, ma non con un atteggiamento di dominio, ma di servizio. Gesù non accetta l'arroganza di una tradizione religiosa che presumeva il popolo di Israele come preferito da Dio, a dispetto di altri popoli, come un popolo chiamato a dominare.
"Gesù gli rispose: «Sta scritto: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto».
Gesù scaccia il diavolo con le parole del "Padre nostro" di Israele, lo "Shemà Israél", ed è la professione di fede nella quale si afferma l'unicità di Dio (Dt 6,13). Gesù si rifiuta di adorare il potere e si rimette al Dio che lui ha conosciuto, al Padre che lo ha investito con il Suo Spirito nel battesimo.
"Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano; e anche: essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra»".
Gesù aveva risposto alla prima tentazione ponendo una fiducia totale nel Padre. Gesù sa che non c'è da affannarsi, lo dirà lui stesso, su cosa mangeremo, perché il Padre tutte queste cose le dà in abbondanza (Mt 6,25-34). Perciò il tentatore, preso atto di questa fiducia, la spinge agli estremi, lo conduce sul pinnacolo del tempio e lo invita a buttarsi di sotto, citando un salmo (Sal 91,11-12). Questo diavolo si dimostra un esperto conoscitore della Bibbia, un teologo competente, esattamente come lo erano i farisei e gli scribi avversari di Gesù. È una tecnica che l'evangelista usa per dire che a questo diavolo che capisce tanto la Bibbia, che sa ribattere prontamente a Gesù, Gesù sì rivolge con la parola di Dio e il diavolo, prontamente, ribatte con un altro passo; cosa tipica delle dispute tra i rabbini.
Quindi, il diavolo lo porta sul pinnacolo del tempio, cioè il punto più alto del tempio e gli dice di buttarsi giù; perché? Queste non sono tentazioni grossolane, ma molto fini realizzate per far vibrare le corde profonde dei credenti ebrei, perché la tradizione religiosa diceva: quando il Messia apparirà, apparirà improvvisamente sul pinnacolo del tempio, cioè ci sarà un intervento prodigioso, straordinario da parte di Dio. Il tentatore non fa altro che dire a Gesù: "Fai quello che la gente si aspetta da te: vuoi essere riconosciuto come il Messia? Guarda che il Messia, te lo dico io, arriverà mostrandosi sul pinnacolo del tempio. Allora va' sul pinnacolo del tempio e, già che ci sei, metti un pizzico di prodigio in più e scendi volando sulle ali degli angeli".
Ebbene, Gesù rifiuta di fare quello che la gente si attende e rifiuta, soprattutto, un Dio che si manifesta attraverso segni di potere.
Questo è importante anche per noi oggi. Chi pensa a un Dio di potere, chi attende di vedere i suoi segni come segni prodigiosi di potere, non li vedrà mai, perché Dio è un Dio di amore e i suoi segni sono quelli dell'amore. Chi si aspetta di vedere l'intervento di Dio nella propria esistenza, attraverso dei prodigi, miracoli straordinari o cose che destino sensazione, non vedrà mai Dio, perché Dio non è il potere, non si può manifestare nel potere, ma Dio è amore e si manifesta unicamente nell'amore e l'amore, normalmente, non fa chiasso e non sbraita.
Questa tentazione che ora il diavolo fa a Gesù, gli sarà poi rivolta sulla croce dai sommi sacerdoti, dagli scribi, dagli anziani e da tutto il popolo: "Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!" (Mt 27,40). Questo è il dio del potere; del resto chi di noi, almeno quando eravamo piccoli, non ha desiderato che Gesù, una volta crocifisso, avesse fulminato tutti i suoi avversari, o fosse sceso giù dalla croce per fare una strage di coloro che lo avevano inchiodato? Questo è il dio del potere, quello che la gente vuole, un dio che manifesta la sua divinità attraverso un potere eclatante.
Gesù, invece, esala il suo ultimo respiro e muore come un maledetto da parte di Dio.
"Gesù gli rispose: «È stato detto: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo»".
Nelle tentazioni si rivivono gli episodi del popolo ebraico nel deserto: ad un certo punto il popolo si trova in una località, chiamata Massa, dove non c'era acqua ed allora si ribella contro Mosè e contro Dio: ci hai portati in questo deserto a morire di sete, era meglio rimanere in Egitto, almeno là mangiavamo e bevevamo. Il popolo si chiese inoltre: ma questo Dio è in mezzo a noi o no? (Es 17,1-7). Nel libro del Deuteronomio si trova l'espressione: "Non tenterete il Signore vostro Dio come lo tentaste a Massa" (Dt 6,16). Gesù non ha bisogno di chiedersi se Dio è con lui oppure no. In questo brano l'evangelista anticipa il momento di Gesù sulla croce, dove egli non ha il dubbio se Dio è con lui, oppure se lo ha abbandonato e non ha bisogno di chiedere interventi straordinari che confermino la Sua presenza. Gesù ha la certezza che Dio è sempre dalla sua parte.
"Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato."
Sottolineo quello che ho detto all'inizio: il diavolo nei vangeli ha uno spazio relativamente marginale. La sua azione, però, sarà sempre presente lungo tutta l'esistenza di Gesù. Essa verrà incarnata, all'esterno, dai farisei e dagli scribi, i tentatori; quante volte nel vangelo troviamo l'espressione "si avvicinarono a Gesù per tentarlo". Ma quello che è più grave è che la tentazione verrà manifestata anche all'interno del gruppo di Gesù dagli stessi discepoli, in particolare da Simone Pietro, l'unico verso il quale Gesù dirigerà le stesse parole usate per il diavolo. Gesù a Pietro dirà la stessa espressione "Vattene satana!", ma con un'apertura: "torna a metterti dietro di me" (Mt 16,23).
Secondo Luca, il tentatore ritornerà al momento fissato. Luca fa riferimento alla Passione, quando i sommi sacerdoti, gli scribi, gli anziani e tutto il popolo gli dirà: "Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!" (Lc 23,35-38).

Note: 1. Esistono forti probabilità che queste parole siano state sostituite dal Magistero della Chiesa all'incirca nel V o VI secolo. Il testo originale sembra essere stato «Tu sei mio Figlio, l'amato, oggi ti ho generato», come riporta la Bibbia di Gerusalemme nelle traduzioni non italiane. Tale testo è stato poi modificato rendendolo conforme agli altri vangeli. Questa modifica è dimostrata da diversi documenti: in un manoscritto greco (Codex Bezae Cantabrigensis) e in alcuni manoscritti latini, le parole della voce celeste sono «Tu sei mio Figlio, oggi ti ho generato». Il testo in questa forma era inoltre molto diffuso presso i Padri della Chiesa tra il II e il III secolo, cosa che costituisce una testimonianza importante in quanto la maggior parte dei manoscritti del Nuovo Testamento che sono giunti fino a noi è posteriore a queste testimonianze; ebbene, in quasi tutti i casi, in testimonianze che vengono dalla Spagna alla Palestina e dalla Gallia al Nordafrica, è la forma «Oggi ti ho generato» ad essere attestata. La ragione della modifica del testo sarebbe da ricondurre a un tentativo di rimuovere ogni possibile appiglio agli Adozionisti, una corrente delle origini del cristianesimo per la quale Gesù non era nato Figlio del Padre ma era stato da lui adottato all'atto del battesimo nel Giordano; rimuovendo il riferimento alla «generazione» dal vangelo secondo Luca, si toglieva forza alla posizione degli Adozionisti. – 2. Gc 1,13-14: " Nessuno, quando è tentato, dica: «Sono tentato da Dio»; perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male. Ciascuno piuttosto è tentato dalle proprie passioni che lo attraggono e lo seducono". – 3. Secondo la concezione ebraica, il premio o la punizione delle azioni di un uomo venivano date da Dio durante la vita; il premio consisteva in una vita serena (molti figli, il granaio e gli otri pieni ed una morte quando era "sazio di anni"). La punizione erano le malattie. Gli ebrei non pensavano esistesse una vita dipo la morte. Solo dopo la metà del II sec. a.C. si inizia a diffondere in Israele l'idea di una possibile resurrezione dei giusti, ovvero la prosecuzione della vita nel "seno di Abramo" dopo la morte fisica. – 4. E' opportuno sottolineare che il concetto di peccato nell'ebraismo è totalmente diverso dal concetto di peccato nel cristianesimo: il peccato ebraico consisteva nel contravvenire la legge di Dio e quindi il peccato era contro Dio. Nel pensiero di Cristo il peccato consiste nel rifiuto di amare gli altri e quindi si pecca contro gli uomini. Nel cattolicesimo il concetto di peccato si posiziona a metà strada tra il pensiero ebraico e quello di Cristo. – 5. La frase "scacciare di demoni" significa, nella mentalità ebraica, "guarire le malattie". Scacciare i demoni, quindi, nei vangeli, è sinonimo di "guarire le malattie" e, quindi, anche di "perdonare i peccati" che erano stati la causa delle malattie. – 6. Ovvero, "…nel tuo nome guariamo le malattie". – 7. Il termine "demònio" deriva dal latino tardo daemonium traduzione del greco daimónion ("appartenente agli dèi") e quindi collegato a dáimōn il cui significato originario in lingua greca è quello di demone. Nella Bibbia dei LXX tale termine traduceva l'ebraico schedim (idoli vendicativi) e seîrim (satiri). – 8. Il termine "diavolo" deriva dal latino tardo diabŏlus, traduzione fin dalla prima versione della Vulgata (V secolo d.C.) del termine greco diábolos, ("calunniatore", "accusatore"; derivato dal greco diaballein anche qui nell'accezione di "calunniare", "diffamare", "indurre verso una opinione contrapposta"), a sua volta traduzione nella Bibbia dei LXX (III secolo a.C.) del termine ebraico saṭan (avversario in un processo, nemico). – 9. Con questa espressione si intende che gli evangelisti, ed in particolare Marco e Matteo, danno forma di uomo ai sentimenti umani per rendere chiaro il pensiero di Cristo. Si ricorda che questa operazione era in allora normale anche nella lingua parlata e lo è tutt'ora nel Medio Oriente a causa della difficoltà che ha la mente orientale a pensare tramite concetti astratti. – 10. "Lucifero" con il suo significato di "portatore di luce" fu nei primi secoli cristiani un titolo di Gesù, e nel NT "stella del mattino" è una delle immagini del Signore (2Pt 1,19) che, nell'Apocalisse, Gesù applica a se stesso (Ap 22,16). Anche nel canto dell'Exultet si celebra Cristo come "Lucifer matutinus" e nelle litania lauretane "stella del mattino" è applicata alla Madonna. – 11. Is 12,13-14: "Come mai sei caduto dal cielo, Lucifero, figlio dell'aurora? Come mai sei stato steso a terra, signore di popoli? Eppure tu pensavi: Salirò in cielo, sulle stelle di Dio innalzerò il trono, dimorerò sul monte dell'assemblea, nelle parti più remote del settentrione". – 12. Ez 26,18: "Ora le isole tremano, nel giorno della tua caduta, le isole del mare sono spaventate della tua fine". – 13. Attenzione, nella cultura ebraica a cui Luca fa riferimento, è bene ricordare che "Figlio di Dio" in questo passo non indica la natura divina di Gesù, ma indica la protezione che Dio accorda ai suoi figli. La differenza è fondamentale e per comprenderla è opportuno rifarsi alla tradizione regale riportata nei due libri di Samuele; altrimenti non si comprenderebbe neppure il senso di tentare Dio che è "santo" per eccellenza, cioè separato dal male.