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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


domenica 14 luglio 2013

Domenica 21 luglio 2013



Domenica 21 luglio 2013 – XVI Domenica del Tempo Ordinario
Lc 10,38-42
Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t'importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c'è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».
Si tratta di un brano un po’ complesso che, per essere compreso nella sua interezza, va esaminato parola per parola.
Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio…”
Scrive l’evangelista: “Mentre erano in cammino”; erano s’intende Gesù con i discepoli e qui notate un cambio di scena: entrò in un villaggio. Dal punto di vista grammaticale può sembrare un errore(1): non è possibile che Gesù cammini con i discepoli, poi li lasci all’ingresso del villaggio; lui entra e va a pranzo da Marta e Maria e i discepoli fuori ad aspettarlo!
Allora vediamo di capire cosa vuol dirci l’evangelista: ogni qualvolta nei vangeli incontriamo la parola “villaggio” senza l’indicazione del nome del villaggio stesso, è un termine tecnico che adopera l’evangelista per dire al lettore: “attenzione, perché il contesto sarà negativo”. Perché “il villaggio” è il luogo dove si è affermata la tradizione, dove si è attaccati ai valori del passato e si rifiuta il nuovo che viene proposto. Il villaggio è il luogo dove vige l’imperativo “si è sempre fatto così, perché cambiare?”
Gesù entra nel villaggio senza i discepoli, perché i discepoli sono ancora immersi nella mentalità tradizionale. I discepoli nei vangeli hanno sempre avuto tanta difficoltà a comprendere la novità portata da Gesù. Loro sono attaccati alla tradizione, sono attaccati al passato, a Mosè, e non riescono a capire la novità portata da Gesù.
Luca ha, tra l’altro, descritto questo in una maniera quasi umoristica, se non fosse drammatica. Tanto per avere un’idea di quanto grande fosse l’incomprensione dei discepoli, scrive l’evangelista negli Atti degli Apostoli che Gesù, risuscitato, convocò i discepoli in un luogo a parte e per 40 giorni parlò loro di un unico tema: il regno di Dio. Credete che al termine di questo ripasso abbiano capito? Al quarantesimo giorno un dei discepoli chiede: “si va bè, ma il regno d’Israele quand’è che lo instauri?” Non avevano capito assolutamente nulla!
Gesù entra nel villaggio da solo perché la presenza dei discepoli gli crerebbe difficoltà alla liberazione che sta per operare.
“…entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò”. Il nome di questa donna è tutto un programma, Mar-Ta è un termine aramaico che significa “la padrona di casa”, quindi potremmo dire, con un titolo che si usa anche da noi, è la regina della casa, è colei che vive per la casa.
Ella aveva una sorella, di nome Maria…”. Quasi tutte le donne nei vangeli portano questo nome del tutto inusuale perché evocava la maledizione da parte di Dio e, comunque, era un segno di emarginazione(2).
L’evangelista vuol far comprendere che accogliere il messaggio di Gesù significa essere emarginati, maledetti dalla società.
“...la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola.” Quando si legge il vangelo bisogna sempre inserirlo nel contesto culturale dell’epoca e non pensare di interpretarlo con i nostri valori e i nostri criteri. Il fatto che si sia seduta ai piedi di Gesù, non significa un segno di devozione da parte di Maria nei confronti di Gesù, o tanto meno di adorazione e di contemplazione. Nella casa palestinese non esistono le sedie, non esistono i tavoli, ma esistono delle stuoie, dove tutti quanti si mettono per terra. Sedersi ai piedi di qualcuno significa accoglierlo, ospitarlo(3). Attenzione: Maria sta trasgredendo la tradizione; Maria si sta comportando come un maschio ebreo si sarebbe comportato secondo la tradizione dell’epoca.
Questa è una trasgressione gravissima, perché le donne nelle case palestinesi sono invisibili, hanno l’obbligo di esserlo. Quando si entra in una casa palestinese, si viene accolti dagli uomini di casa; le donne non si vedono, sono invisibili. Le donne stanno in cucina, preparano, fanno i lavori e neanche portano i cibi in tavola: questa donna, Maria, anziché starsene in cucina, anziché rimanere invisibile, osa trasgredire un tabù che la religione, la morale imponeva alle donne.
Maria osa trasgredire per ascoltare il messaggio di Gesù. L’evangelista ci vuol dire: ecco l’effetto del messaggio di Gesù! La parola di Gesù, una volta che viene accolta dall’individuo e che si radica in lui, lo porta in maniera sistematica alla trasgressione crescente e progressiva di tutte quelle regole, di tutte le leggi, di tutte quelle prescrizioni che la religione, la società e la morale imponevano e che impediscono la piena libertà della persona. Questo è l’effetto, disastroso per la cultura dell’epoca, del messaggio di Gesù.
Evidentemente Maria aveva già conosciuto questo messaggio e una volta che Gesù arriva in casa, anziché starsene con la sorella in disparte, fa la parte dell’uomo di casa, si siede con Gesù e ne ascolta il messaggio.
Naturalmente il modo di fare di Maria, in una cultura tutta maschilista com’era quella di quel periodo, non può non provocare la reazione della sorella. Infatti dice l’evangelista: “Marta invece era distolta per i molti servizi.”. Marta è la donna di casa, tant’è vero che la chiesa come premio di consolazione l’ha dichiarata patrona delle casalinghe e la sua festa è celebrata il 29 luglio. È la solita trappola, la solita fregatura: sei una schiava vittima della tua situazione, ma ti facciamo credere che sei la regina della casa. Questa è la grande vittoria del potere: dominare le persone illudendole di essere libere.
Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t'importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire?”.
Marta protesta, anche lei supera il tabù dell’invisibilità e lo fa per protestare. Marta non tollera che la sorella Maria trasgredisca quello che la società ha posto come condizione della donna e si emancipi. Notate come, nella protesta di Marta, il suo limitato orizzonte sia tutto centrato su se stessa. Notate: “Signore, non t'importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire?” – ecco l’orizzonte di Marta tutto centrato su se stessa -: “Dille dunque che mi aiuti!»
Marta non capisce l’atteggiamento della sorella Maria che accoglie Gesù e ascolta il suo messaggio. Ma che bisogno ha di apprendere? Nella cultura ebraica la donna era esclusa dall’insegnamento religioso(4). Quindi Marta non capisce la sete di conoscenza della sorella, per Marta è inconcepibile la trasgressione di Maria.
Allora Marta, la schiava, che volontariamente ha accettato la sua schiavitù credendo che quella sia la sua migliore condizione possibile, chiede a Gesù di rimproverare la sorella e di ricacciarla nel luogo dove la tradizione da sempre ha confinato le donne. Nella figura di Marta, che, vedremo, Gesù rimprovererà, la situazione è drammatica perché è come quella di quegli schiavi che sono contenti di esserlo e non solo non aspirano ad essere liberi, ma spiano i tentativi di libertà altrui allo scopo di ricacciarli nella schiavitù.
È la vittoria del potere. Il potere usa tre armi per dominare le persone. Mediante la paura: io ti domino perché hai paura di me. Mediante la ricompensa: ti domino perché sai che da me puoi avere dei vantaggi, quindi io solletico le tue ambizioni, la tua avidità.
Ma il livello a cui vuol giungere ogni gruppo che detiene il potere è il terzo. Perché, vedete, se io vi domino per la paura, voi potete diventare coraggiosi e sfidarmi; se io vi domino con la prospettiva della ricompensa, in un rigurgito di dignità, potete rinunciare a questa ambizione o avidità; ma il dominio perfetto è il dominio basato sulla persuasione. Vi convinco che per voi essermi servi, schiavi, è la situazione migliore, desiderabile, per la vostra esistenza. Allora chi è stato persuaso che per lui essere schiavo è la condizione migliore, questi non cercherà mai di liberarsi dalla sua condizione e vedrà ogni proposta di libertà come un attentato alla propria sicurezza.
Quindi Marta va da Gesù e protesta: ricaccia Maria nel luogo della tradizione. Vediamo la reazione di Gesù: “Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta,…”. Quando nei vangeli un nome di una località o di una persona viene ripetuto, questo è un termine tecnico che indica lamento per la tragedia che vive questa persona o questa località. Quando Gesù vede Gerusalemme, dice: “Gerusalemme, Gerusalemme”; Gesù piange su Gerusalemme perché ne prevede già la distruzione. Quindi questo di Gesù nei confronti di Marta è un rimprovero nel quale si esprime la drammatica situazione di Marta.
Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c'è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».”. Vediamo allora di comprendere questa sentenza importante di Gesù che riguarda la donna in generale, ma naturalmente non è limitata al mondo femminile.
Gesù rimprovera Marta, la quale è vittima, succube di una tradizione religiosa, di una tradizione sociale, di una tradizione morale che non sopporta la libertà degli altri, ed elogia Maria, perché dice: “una sola è la cosa di cui c’è bisogno”. E aggiunge: “Maria si è scelta la parte migliore che non le sarà tolta”. In passato, quando gli uomini, gli uomini di chiesa, hanno iniziato ad interpretare questo brano, essi hanno sentenziato: la parte migliore, che non sarà tolta alla donna, è la vita contemplativa di clausura. Quello che qui è un invito alla libertà, mediante la trasgressione di regole e tabù sociali e religiosi, divenne l’invito per le donne a entrare in un carcere a vita, entrare nella clausura, segregati dal mondo: questa è la parte migliore che mai le sarà tolta! Ma naturalmente in Gesù non c’era assolutamente questa intenzione(5).
Cos’è che non può essere tolto ad una persona neanche uccidendola? L’azione frutto di una libertà interiore conquistata attraverso la trasgressione.
Quando si arriva a un grado di libertà causato dalle proprie scelte, dalle proprie convinzioni interiori, questa libertà, quella interiore, nessuno la potrà togliere, perché, vedete, tutto ci può essere tolto, ci può essere tolta anche la vita, ci può essere tolta anche la libertà, ma non quella interiore, quella esteriore. Tutto all’uomo può essere tolto, meno che la libertà interiore.
L’invito che Luca ci fa attraverso questo episodio è la conquista della pienezza della libertà interiore; perché soltanto dove c’è la libertà c’è lo Spirito, e solo dove c’è lo Spirito c’è la libertà. La libertà che ci viene data dagli altri è pericolosa, perché come ci viene data può anche essere tolta; non è questa la libertà. La libertà, la parte migliore che mai sarà tolta alla donna, ma naturalmente a tutti coloro che accolgono il messaggio di Gesù, è la libertà interiore, frutto di una profonda convinzione, e che si paga caro attraverso la trasgressione e l’emarginazione da parte della società. Quando si arriva a questo grado di libertà, questa libertà non può più essere tolta, questa libertà non può più essere ridimensionata.
Nei vangeli abbiamo diversi esempi di questa libertà. Prendete Gesù, che viene condotto di fronte al sommo sacerdote e a Pilato, legato mani e piedi; eppure in tutta la scena della Passione l’unica persona veramente libera è Gesù. Non è una libertà esteriore, che può essere data e può essere tolta, ma è la libertà interiore. Gesù è molto più libero del sommo sacerdote. Gesù è più libero di Pilato, schiavo della propria ambizione. Gesù è la sola persona libera, anche nei confronti di Pietro, che se la fa addosso dalla paura di fare la fine del suo maestro.
L’invito che ci fa l’evangelista con questo episodio è che la libertà non viene concessa, ma la libertà va conquistata attraverso la pratica della trasgressione sistematica di tutti quei valori, di tutti quegli insegnamenti, quei precetti che la religione contrabbanda come volontà di Dio, ma che in realtà non sono espressione della volontà divina. Perché tutto quello che diminuisce la libertà dell’uomo, tutto quello che condiziona le sue scelte, tutto quello che impedisce il pieno sviluppo della persona o che ne impedisce il benessere, tutto questo non può venire da Dio. E quando l’uomo e la donna hanno il coraggio di trasgredirlo, entrano in un ambiente di piena libertà, che nessuno potrà loro togliere.

Note: 1. Ricordo che i Vangeli non sono delle cronistorie giornalistiche, dei resoconti storici, ma delle profonde verità che vengono insegnate attraverso sistemi letterari a cui noi non siamo abituati. – 2. In ebraico Miryam o Mariam era il nome dell’intrigante e pettegola sorella di Mosè, punita da Dio per la sua insaziabile ambizione (Es 15,20); passata alla storia come “lingua malvagia” (Num 12, 1-10), il suo nome non comparirà più nella Bibbia prima di essere ripreso nei vangeli, in quanto considerato evocatore di maledizione da parte di Dio. – 3. Ne abbiamo la prova perché nel Talmud si dice: “sia la tua casa un luogo di convegno per i dotti, impòlverati della polvere dei loro piedi e bevi con sete le loro parole”. – 4. Il Talmud dichiara: “Le parole della legge vengano distrutte dal fuoco piuttosto che essere insegnate alle donne”. – 5. E’ necessario aggiungere che a quei tampi non si conosceva il monachesimo; questo arriverà prima in Egitto e quindi nel mondo greco-romano, dall’oriente, dal buddismo, portato dalle notizie trasmesse dai carovanieri e dai commercianti che seguivano la via della seta.

lunedì 8 luglio 2013

Domenica 14 luglio 2013



Domenica 14 luglio 2013– XV Domenica del Tempo Ordinario
Lc 10,25-37
Ed ecco, un dottore della Legge si alzò per metterlo alla prova e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa' questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all'albergatore, dicendo: «Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno». Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va' e anche tu fa' così».

L’annuncio della buona novella fatto da Gesù, cioè che l’amore di Dio è riversato a tutta l’umanità indipendentemente dal proprio comportamento, provoca la reazione stizzita di qualcuno che non sopporta questo messaggio, di un dottore della legge, cioè uno scriba, uno degli esperti conoscitori della legge. "Ed ecco si alza un dottore della legge". Si alza per tentarlo chiamandolo "Maestro", che falsità! Chiamare una persona con il titolo di maestro vuol dire aspettarsi di imparare qualcosa, ma lui non vuole imparare nulla da Gesù; vuole soltanto controllare se Gesù è in linea con il loro insegnamento, e chiede "che cosa devo fare per ereditare la vita(2)?".
E’ interessante questo problema della vita eterna. Gesù, nei vangeli, non ne parla mai, a Gesù non interessa l’aldilà. Gesù non è venuto ad insegnare una nuova via per raggiungere la vita eterna, a Gesù interessa il regno di Dio, cioè cambiare i rapporti tra gli uomini in questo mondo. Colui che si era avvicinato a Gesù era un esperto della legge, e Gesù si meraviglia della sua domanda, e gli risponde: "Nella legge cosa c’è scritto?" Poi, con ironia Gesù aggiunge "che capisci?". Non basta conoscere la Bibbia, bisogna anche capirla.
Lo scriba rispondendo dice "amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore e con tutta la tua vita e con tutta la tua forza e con tutta la tua mente". Lo scriba, il dottore della legge risponde che per ottenere la vita eterna occorre un amore a Dio assoluto e totale, e poi, prendendo un brano della legge dal libro del Deuteronomio, aggiunge "e il prossimo tuo come te stesso". Per lo scriba i due amori non sono uguali. Il prossimo non va amato con tutta la mente, con tutta la forza, con tutta la vita. Al prossimo è rivolto un amore relativo: ama il prossimo tuo come te stesso.
Questa risposta viene accettata da Gesù solo perché è detta da uno scriba, ma è una risposta che non ha diritto di cittadinanza nella comunità cristiana. Il cristiano non è colui che ama Dio in maniera totale, assoluta, e il prossimo come se stesso; il cristiano è colui che ama il prossimo in maniera assoluta e totale, come egli si sente amato da Dio. Gesù, nel vangelo di Giovanni, lascia ai suoi un unico comandamento, che sostituisce tutti gli altri comandamenti di Mosè: "amatevi tra di voi come io vi ho amato"(2). Quindi l’amore verso l’altro deve essere assoluto e totale.
Comunque Gesù prende per buona la risposta dello scriba e, anche qui con ironia, gli risponde: "la risposta è ortodossa". Ma lo scriba volendosi giustificare, dice a Gesù: "e chi è il mio prossimo?".
All’epoca di Gesù c’era in corso un dibattito, tra le varie scuole teologiche, su chi fosse il prossimo. Si andava da circoli più ristretti che intendevano come prossimo soltanto gli appartenenti al proprio clan famigliare, altri, in maniera più amplia, arrivavano addirittura ad includere lo straniero che abitava in Israele, ma non c’era accordo.
Gesù lo interrompe e dice: "Un uomo scendeva da Gerusalemme verso Gerico(3) e si imbatté nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono lasciandolo moribondo"; è importante questo dettaglio. Un uomo ferito, in una strada deserta come quella che da Gerusalemme conduce a Gerico non ha alcuna possibilità di sopravvivenza(4). Provvidenzialmente, continua Gesù, passa un sacerdote. Gerico era una città sacerdotale, cioè abitata dalle caste di sacerdoti. Costoro periodicamente andavano a Gerusalemme per officiare presso il tempio, per la durata di otto giorni. Per essere adatti al culto del tempio, dovevano sottoporsi per diversi giorni a dei complicati rituali di purificazione, dei lavaggi rituali che li rendevano puri, perché nella loro mentalità con Dio si poteva avere rapporto soltanto se si era pienamente puri. Il sacerdote che ha officiato per otto giorni al tempio di Gerusalemme, è perfettamente puro, e "avendolo visto, passò dall’altra parte".
Perché questo comportamento? Gesù non denuncia un comportamento disumano da parte del sacerdote, ma vuol dimostrare gli effetti della sterile obbedienza alla legge di Dio. Il sacerdote rispetta la legge di Dio, e la legge, nel libro del Levitico, afferma che un sacerdote non può entrare in contatto né con i morti, né con il sangue(5), perché altrimenti diventa impuro. Il sacerdote non è disumano, ma sente il dovere di seguire la Legge che sente superiore anche al bene dell’uomo.
"Similmente anche un levita, trovandosi in quel luogo, lo vide". I leviti erano appartenenti ad una tribù incaricata di tutto quello che riguardava il servizio del tempio: dalla liturgia al servizio d’ordine. Anche loro, per esercitare nel tempio, dovevano essere in condizione di purezza rituale. Ebbene, anche il levita, "trovatosi presso quel luogo lo vide",  ma anche egli "passò dall’altra parte". Nel comportamento del sacerdote e del levita Gesù denuncia che il rispetto della Legge può uccidere l’uomo. Il dilemma che Gesù propone ai suoi ascoltatori, ai tutori della legge è: "la legge deve essere osservata anche quando è causa di sofferenza per le persone?".
Continua il brano: "Un samaritano(6), invece, essendo in viaggio venne presso di lui e avendolo visto ebbe compassione". Il sacerdote lo vede, il levita lo vede, ma passano oltre, lo vede il samaritano ed ebbe compassione(7). Quest’uomo ritenuto senza Dio, il più lontano da Dio, l’escluso dalla religione, non osserva la legge, non partecipa al culto del tempio, non recita tutte quelle preghiere devozionali del popolo di Israele, ma è in realtà il perfetto credente, perché si comporta come Dio si sarebbe comportato.
Questo samaritano "si avvicinò, fasciò la sue ferite (i briganti hanno spogliato il malcapitato, il samaritano lo fascia) gli versò olio e vino (i briganti lo hanno ferito e lui lo cura) e caricatolo sulla propria cavalcatura lo condusse in una locanda". Anche questo particolare è importante, perché quella è una strada che è difficile da percorrere in ogni stagione, manca il fiato perché ci si trova sotto il livello del mare e il samaritano si priva della propria cavalcatura per metterci il malcapitato. Il samaritano, per assistere il ferito, arriva a donare gratuitamente il suo tempo e anche il suo denaro, senza alcuna speranza di ottenere poi qualcosa in cambio.
Arriva ora la sentenza di Gesù: "Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che si è imbattuto nei briganti?". Gesù capovolge la domanda che gli era stata fatta. Il dottore della legge aveva chiesto chi fosse il prossimo da amare, mentre Gesù ribalta la domanda e chiede chi di questi tre protagonisti è stato prossimo del malcapitato.
Il brano continua con la risposta del dottore della legge: Gesù per indicare l’azione del samaritano ha adoperato un verbo, "avere compassione", ma il dottore della legge non può tollerare che un samaritano, un senzadio abbia gli stessi sentimenti di Dio e nella sua riposta cambia il verbo usando "avere misericordia", che definisce un’azione umana. Il dottore della legge non può riconoscere che nel comportamento del samaritano ci sia un’azione divina. Evita pure di nominare il samaritano, perché era una parolaccia, e usa un termine dispregiativo greco; dice: "Quello!" Non si vuole insudiciare la bocca con la parola "samaritano". Gesù continua invitandolo ad andare: "va e anche tu fa lo stesso". Il dibattito era iniziato con una provocazione teorica da parte del dottore della legge che voleva sapere da Gesù cosa fare per avere la vita eterna; al termine della parabola Gesù congeda il personaggio con due comandi molto secchi: vai e fai! Gesù lo invita a prendere come modello il samaritano che si è fatto servo dell’uomo ferito.

Note: 1. Nel testo greco non esiste l’aggettivo “eterna” ma la parola utilizzata è zoe, cioè la vita di relazione, la vita più alta e piena. In questa esegesi utilizzerò una traduzione più attinente al testo greco. – 2. Gesù non fa riferimento alla morte in croce (avrebbe detto: come vi amerò), fa riferimento alla lavanda dei piedi fatta poco prima. – 3. Gerusalemme è a più di 800 m di altezza sopra il livello del mare, Gerico è a circa 400 m sotto il livello del mare. Da Gerusalemme a Gerico ci sono una trentina di chilometri, nel deserto infuocato, attraverso delle gole selvagge: era il luogo ideale per le imboscate. – 4. In quella strada, anche nella stagione invernale, si arriva presto ai 40 °C; quindi una persona lasciata lì, mezza morta, non ha alcuna possibilità di sopravvivenza. – 5. Ad esclusione di quello dei sacrifici. – 6. L’odio tra giudei e samaritani risaliva a ben sette secoli prima, quando la conquista della Samaria da parte dell’Assiria aveva provocato la deportazione di parte degli abitanti della Samaria in Siria. In seguito questa regione venne popolata da coloni stranieri che adoravano anche altre divinità. La mescolanza razziale tra questi due popoli, gli originari abitanti della Samaria e questi stranieri, aveva dato origine a un popolo ibrido che era detestato in maniera totale e assoluta dagli ebrei. Il termine "samaritano" veniva considerato come il peggior insulto che potesse venir rivolto ad una persona e in caso che una persona venisse insultata con questo termine era prevista una pena di 39 frustate per l’autore dell’insulto. – 7. Quello che Gesù sta affermando è di una gravità straordinaria, perché il verbo "avere compassione" è un verbo che nell’Antico Testamento indica esclusivamente l’azione di Dio e mai di una persona. Avere compassione non indica soltanto un sentimento, ma è un’azione divina con la quale si restituisce vita dove la vita non c’è e questo lo può fare soltanto Dio.

domenica 30 giugno 2013

Domenica 7 luglio 2013



Domenica 7 luglio 2013 – XIV Domenica del Tempo Ordinario
Lc 10,1-12.17-20
Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: «Pace a questa casa!». Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all'altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: «È vicino a voi il regno di Dio». Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: «Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino». Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città.
[Guai a te, Corazìn, guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidone fossero avvenuti i prodigi che avvennero in mezzo a voi, già da tempo, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, nel giudizio, Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi. E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai!
Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato».]
I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».

Dopo il racconto del rifiuto opposto a Gesù da parte di un villaggio di samaritani e una raccolta di detti riguardanti la sequela(2), Luca riporta la missione di altri settantadue discepoli, distinta da quella precedente riservata ai Dodici (cfr. Lc 9,1-6). Luca è l’unico a menzionare questa seconda missione. È probabile che Gesù, durante il suo ministero in Galilea, abbia conferito ai suoi discepoli un compito di evangelizzazione, limitando la loro sfera di intervento a questa regione. Le sue istruzioni, formulate in quel contesto, avrebbero poi assunto nella tradizione due forme diverse, quella riportata Marco e l’altra trasmessa dalla fonte Q(3) .
Matteo, che conosce solo l’invio dei Dodici, ha fuso le due tradizioni in un unico testo. Luca invece ha preferito conservare distinte le due tradizioni: a tal fine descrive la missione dei Dodici sulla falsariga di Marco, servendosi poi dei ricordi della fonte Q per costruire il racconto di un’altra missione affidata a un gruppo diverso di discepoli.
Luca ha fatto iniziare la sezione del viaggio di Gesù verso Gerusalemme con l’invio di messaggeri incaricati di preparare la sua venuta in un villaggio di Samaria (Lc 9,52). Ora egli racconta un ulteriore invio di discepoli: “Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.”.
Sebbene molti codici parlino di settanta discepoli, il numero settantadue resta il più probabile in quanto è chiaro il riferimento alla tavola genesiaca delle nazioni (cfr. Gen 10) le quali sono settanta nel testo ebraico mentre secondo i LXX(4) sono settantadue. L’uso di questo numero fa dunque intendere che simbolicamente questo invio anticipa la missione che, dopo la risurrezione di Gesù, si estenderà a tutte le nazioni della terra.
Tuttavia anche i settantadue, come già i Dodici, sono inviati a Israele, in quanto devono precedere Gesù nei luoghi in cui sta per recarsi. Anch’essi, come i Dodici (secondo Marco) devono andare a due a due: ciò è dovuto non solo al fatto che la legge riconosceva come valida in tribunale solo la testimonianza concorde di due o tre persone (cfr. Dt 19,15), ma anche alla necessità di dare un segno preciso della solidarietà di cui il regno di Dio è portatore.
Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!”.
Anche Matteo riporta questa frase, collocandola però prima della scelta dei Dodici (Mt 9, 37-38). L’immagine della messe matura richiama il giorno della morte di Gesù ormai vicina: Gesù cerca dei collaboratori che lo aiutino a raccogliere il popolo di Israele e condurlo incontro al suo Dio. In Luca questa prospettiva si arricchisce di una più spiccata dimensione universalistica, in quanto la missione dei settantadue è potenzialmente orientata a tutte le nazioni. La preghiera, a cui Luca allude spesso, è necessaria in quanto l’esito positivo della missione dipende esclusivamente dalla volontà divina.
Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada”.
Secondo Luca, diversamente dagli altri sinottici, Gesù si rivolge ai prescelti in modo diretto con il comando: «Andate!». Il carattere categorico del comando di Gesù indica la serietà dell’impegno missionario. È nota nella tradizione biblica l’immagine dell’agnello che pascola con il lupo (cfr. Is 11,6; 65,25); altrove invece l’incompatibilità tra il lupo e l’agnello diventa una metafora per indicare il contrasto tra il peccatore e il pio, con un’allusione forse alla situazione del popolo eletto che dimora tra le genti (Sir 13,17). Qui designa (diversamente da Mt 10,16) la situazione dei missionari indifesi in mezzo a un mondo ostile, che si oppone accanitamente alla evangelizzazione e che cerca di distruggere la comunità cristiana.
Vengono poi riportate tre direttive: la prima riguarda l’equipaggiamento (v. 4), la seconda il comportamento dei discepoli nelle case che li ospitano (vv. 5-7) e la terza il soggiorno nelle città (vv. 8-12).
La proibizione della borsa, della bisaccia e dei sandali, è in sintonia con quanto riferisce Matteo, il quale, dal canto suo, in sintonia con Marco, proibisce anche una seconda tunica (Mt 10,10). Luca invece è in contrasto con Marco, secondo il quale Gesù ha consentito di usare almeno i sandali (Mc 6,8-9); inoltre Luca a proposito dei settantadue non dice nulla del bastone, che è proibito secondo Matteo, ma permesso secondo Marco. È probabile che Matteo e Luca abbiano mantenuto la formulazione più antica, trasmessa dalla fonte Q, in base alla quale era prescritta la rinunzia sia ai sandali, non indispensabili per muoversi in una zona ristretta come la Palestina, sia al bastone (in Luca menzionato solo in riferimento ai Dodici), necessario non solo per il sostegno del corpo ma anche per la propria difesa: in Marco pare che il permesso di portare un bastone e i sandali sia dovuto al fatto che per lui la missione dei Dodici include l’invio postpasquale a tutte le nazioni, impensabile senza un certo equipaggiamento. La missione, per essere efficace, esige la rinuncia a tutti i mezzi terreni. Su questo punto l’evangelista sembra andare al di là del ragionevole, impedendo anche l’uso di quanto poteva sembrare umanamente indispensabile. Se egli segue una linea così rigida, non lo fa certamente per motivi ascetici o perché ritenga cattive le cose di questo mondo. Egli vuole invece affermare che il regno di Dio deve avere la priorità su tutto, e al tempo stesso deve essere e apparire sempre come una realtà attuata non dall’uomo, ma da Dio. Il rischio più grosso è che l’abbondanza dei mezzi riduca la missione a una semplice attività imprenditoriale. Un altro rischio è quello di dare un peso eccessivo al successo: esso è garantito da Dio, ma non deve mai diventare lo scopo della missione, che ha come unica motivazione la fedeltà al progetto di Dio e la comunione con lui.
Luca riporta in proprio anche il divieto di salutare chiunque per la via: data la lunghezza dei convenevoli che avevano luogo in tali circostanze, questa direttiva esprime l’urgenza della missione e la necessità di non perdere tempo.
In qualunque casa entriate, prima dite: «Pace a questa casa!». Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all'altra”.
Vengono poi menzionate, in sintonia con Matteo (Q) le norme riguardanti l’alloggio: entrando in una casa, i discepoli devono presentarsi con il consueto saluto, che è un augurio di «pace» (shalôm); essa andrà a riposare su chiunque è «figlio della pace», cioè su chi è disponibile ad accogliere l’annuncio evangelico. Se il destinatario si chiude alla pace, questa fa ritorno al messaggero.
In sintonia con Matteo e con Marco Gesù prescrive la permanenza in una singola casa: gli ebrei, quando erano in viaggio, cercavano spesso ospitalità, ma soltanto in casa di altri ebrei; non andavano in casa di pagani perché la casa di un pagano era considerata impura. Oppure non andavano in casa di ebrei che non erano pienamente osservanti delle regole della purezza o della impurità riguardo ai generi alimentari. Gesù chiede di essere liberi da tutte queste remore: nella casa dove entrate, che siano pagani o ebrei, osservanti o meno, lì rimanete. Perchè bisogna essere liberi dalle regole per poter liberare dalla Legge.
A questa direttiva Luca aggiunge l’ordine di accettare ogni cibo, cioè di non preoccuparsi se è puro o impuro; inoltre gli inviati devono accontentarsi di quanto verrà loro offerto, senza esigenze particolari, ma anche senza vergognarsi dell’ospitalità, certo onerosa per la famiglia ospitante, ma doverosa, quale ricompensa del lavoro apostolico (cfr. 1Cor 9,14-18).
Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: «È vicino a voi il regno di Dio». Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: «Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino». Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città”.
Queste direttive mettono in luce il carattere pubblico e universale della missione. Riappare la regola di mangiare quello che viene posto dinanzi, che è propria di Luca e costituisce una ripetizione del v. 7a. L’insistenza su questa direttiva (cfr. Mc 7,19c; 1Cor 10,27) deriva come già detto, dalla necessità di superare la distinzione mosaica tra cibi puri e impuri, la cui osservanza renderebbe impossibile la missione tra i gentili. Il missionario ha un duplice incarico, curare gli infermi e annunciare la vicinanza del regno: Luca accentua il rapporto tra l’integrità fisica e la venuta del regno di Dio, perché la salvezza attuata da Gesù si riferisce all’uomo nella sua totalità, senza distinzione tra anima e corpo.
Infine Gesù prospetta ai missionari l’eventualità del rifiuto: questo testo si trova anche in Matteo e Marco nonché nel resoconto lucano dell’invio dei Dodici. Al rifiuto da parte di una città i discepoli devono reagire scuotendo sui responsabili la polvere dei loro piedi. Scuotere la polvere sotto i piedi (non dei sandali, perché i discepoli non indossano calzari) era un gesto simbolico che facevano gli ebrei, quando ritornavano dalla terra pagana, prima di entrare in Israele: scuotevano la polvere dei sandali per non portare neanche un briciolo di terra pagana, di terra impura, nella terra santa. L’evangelista indica che quanti non accolgono questi annunciatori del messaggio, vanno trattati come i pagani. Pagano allora non è chi non crede o chi crede in un’altra religione, ma chi non accoglie, chi non presta aiuto. Chi non riflette nella sua condotta l’amore universale di Dio è un pagano.
La mancata adesione al vangelo comporterà una sorte peggiore di quella toccata alla città di Sodoma, prototipo nell’AT della città maledetta da Dio per i suoi peccati (cfr. Gen 19). Questo annunzio di condanna offre all’evangelista l’occasione per inserire una piccola raccolta di minacce contro le città di Galilea che si erano chiuse al messaggio di Gesù (vv. 13-16): essa è stata forse inserita in questo contesto a motivo della precedente minaccia contro le città che non accolgono gli inviati di Gesù (cfr. v. 12). Matteo la riporta in un altro contesto (cfr. Mt 11,20-23; 10,40).
I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli»”.
Dopo la condanna delle città del lago Luca riporta un brano, assente negli altri due sinottici, in cui si descrive il ritorno dei settantadue discepoli. Ciò che più rallegra gli inviati è la sottomissione dei demoni, cioè la cura degli ammalati. Luca vede la missione essenzialmente come una liberazione dell’uomo dalle forze del male che secondo la mentalità di allora si rendevano palesi nelle malattie. Questa vittoria viene riportata «nel nome di Gesù». Il potere di sottomettere i demoni, affidato espressamente ai Dodici (Lc 9,1), non era stato menzionato nell’invio degli altri settantadue discepoli, ma era implicito in quello di curare gli infermi (cfr. v. 9): per Luca non c’è vera distinzione tra i compiti affidati a questi due gruppi di persone.
In risposta a quanto riferiscono i settantadue discepoli Gesù commenta: «Osservavo satana cadere dal cielo come folgore». La visione della caduta del satana(5) risente del linguaggio apocalittico del tempo: in Is 14,12 la sconfitta del re di Babilonia viene immaginata come la caduta di Lucifero, la stella del mattino. Con questa immagine Gesù dichiara che, con la venuta del regno di Dio, che ha iniziato a esercitare la sua azione mediante la sua opera, le potenze del male sono private del loro dominio sull’umanità. Le espressioni che seguono sono ricavate da Sal 91,13 che era stato citato esplicitamente dal satana in occasione della tentazione di Gesù nel deserto (cfr. Lc 4,10-11). Pur avendo ricevuto tale potere, i discepoli non devono rallegrarsi per questo, ma piuttosto perché i loro nomi sono scritti nei cieli (cfr. Dn 12,1; Fil 4,3; Ap 20,12), cioè ciò che conta non è il risultato dell’azione evangelizzatrice, ma lo spirito con cui è portata a termine.

Note: 1. La parte del brano tra parentesi quadre non è stata inclusa nel brano liturgico. – 2. L’esegesi che segue è liberamente tratta da un articolo pubblicato da P. Alessandro Sacchi su Nicodemo.net.  – 3. La fonte Q o documento Q è un'ipotetica "fonte" (in tedesco Quelle, da cui Q) che si suppone sia stata utilizzata nella composizione dei vangeli sinottici. La versione della “teoria delle fonti” oggi più comunemente proposta per la risoluzione del problema sinottico ipotizza l'esistenza della Fonte Q e sostiene la priorità cronologica tra i sinottici del Vangelo secondo Marco, o, più probabilmente, di una versione di Marco più primitiva rispetto a quella giunta a noi. Q conterrebbe una raccolta di detti di Gesù, forse trasmessa per via orale, ma che a un certo punto dovrebbe essere stata posta per iscritto. Questa conclusione è basata sul fatto che il materiale di Q è presente in Matteo e in Luca nello stesso ordine, una volta che si tenga conto dell'abitudine di Matteo di riunire il materiale per argomenti, caratteristica che punta alla presenza di una fonte scritta. – 4. Si intende qui la traduzione della Bibbia, dall’ebraico al greco, del II sec. a.C. che la tradizione chiama dei Settanta (LXX in numeri romani). – 5. Il satana, in ebraico, non è un nome proprio di persona, ma un nome comune che indica una attività, quella del pubblico ministero, dell’avversario in un processo. Ha il compito di far risaltare le accuse, la gravità del comportamento: questa è l’azione del satana nell’AT. Infatti il satana era un funzionario della corte persiana – Israele è stata per alcuni secoli sotto il dominio persiano - ed in Persia il re aveva un suo funzionario, che si chiamava "l’occhio del re". Girava per le regioni e guardava il comportamento dei governatori: se uno si comportava bene lo segnalava al re per farlo promuovere, per premiarlo; se uno si comportava male lo segnalava al re per castigarlo, eventualmente anche con la morte. Di conseguenza nel mondo ebraico Dio, che era considerato il re dei re e non poteva essere da meno del re persiano, è rappresentato con una corte e c’è il satana che è l’occhio del re. E’ un funzionario della corte divina (basta leggere il capitolo primo del libro di Giobbe, uno dei più bei testi teatrali dell’antichità, per comprenderlo); normalmente sta in cielo con Dio e ogni tanto fa una incursione sulla terra: il satana era la spia di Dio per scoprire i peccatori e punirli. Gesù deve far comprendere ai suoi discepoli e a noi che con lui è cambiata la situazione. Che il satana ha perso il lavoro: il ruolo del satana come accusatore degli uomini è finito.