Contenuti del blog

Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


lunedì 20 gennaio 2014

Terza Domenica del Tempo Ordinario



Terza  Domenica del Tempo Ordinario – Mt 4,12-23
Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta».
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.
Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

Giovanni è arrestato dal potere civile per l’intransigenza dimostrata nel denunciare la tirannia del re; Erode Antipa più che regnare, sfrutta il popolo a proprio vantaggio e pensa esclusivamente a se stesso. La valutazione di Erode da parte di Matteo è fortemente negativa: nella descrizione dell’esecuzione di Giovanni (Mt 14,3-12) per indicare il banchetto di compleanno durante il quale balla la figlia di Erodiade, Matteo usa una parola greca che viene utilizzata per indicare il pranzo in onore di un defunto, intendendo così che per Erode non c’è più speranza di vita eterna.
Giovanni ha terminato il suo compito; la predicazione ora passa nelle mani di Gesù, che inizia dalla Galilea, terra di confine ove la popolazione ebraica vive a stretto contatto con quella di cultura greca e romana.
La scelta, da parte di Gesù, di iniziare dalla Galilea non era vista di buon occhio dalla comunità di Matteo: in quell’epoca Nazaret era un microscopico paese in una regione malfamata. La Galilea era ritenuta esclusa dall’azione di Dio: “Studia e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea”, si dice nel vangelo di Giovanni (Gv 7,52), dimenticando però il profeta Giona (2Re 14, 25).
La Galilea è lontana dal centro del potere politico e religioso, è regione di frontiera con una popolazione che è una mescolanza di giudei e di pagani, e quindi di impuri, di peccatori, di reietti. Il territorio è arido e brullo; i suoi abitanti sono rozzi e duri. I galilei si distinguono per essere tra i più temerari e feroci affiliati alla setta degli zeloti, i fanatici fautori della lotta armata contro l’invasore romano, e Nazareth è proprio uno dei loro covi(1). I giudei non nascondono il loro disgusto per i rozzi galilei e lo manifestano apertamente con una ricca serie di proverbi, racconti e detti popolari(2).
La scelta di Gesù è dettata proprio dalle caratteristiche del territorio: lontano dai centri di potere, Gesù poteva predicare cose che erano in contrasto con la teologia ufficiale senza avere uno scontro immediato con il potere religioso. Inoltre la presenza di persone di cultura greco-romana ampliava il numero dei possibili discepoli; Gesù, infatti, che presumibilmente conosceva bene la cultura greco-romana(3), la riteneva permeabile alla sua predicazione come tutti i vangeli dimostrano(4).
Matteo, per convincere la propria comunità, riporta un brano di Isaia (Is 8-23-9,1): "In passato umiliò la terra di Zàbulon e la terra di Nèftali, ma in futuro renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti. Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse(Is 8,23b-9,1).
Isaia, in realtà, fa riferimento alle campagne del re assiro Tiglat-Piléser ed alla deportazione del 732 a.C.(5) con la speranza che un’azione del re Acaz possa restituire a quella zona pace e prosperità (Is 7,14), ma la citazione di Matteo sembra adattarsi perfettamente a Gesù ad allo scopo che Matteo persegue. In pratica Matteo dice alla sua comunità: smettetela di brontolare, anche Isaia diceva che il Messia doveva iniziare a predicare in Galilea!
La frase ripetuta da Gesù (oggi diremmo il suo slogan) nella sua predicazione è: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
In greco, ci sono due modi per esprimere il concetto di conversione: uno, che ha un significato teologico, è il ritorno a Dio, ma tutti gli evangelisti evitano accuratamente questo termine; l’altro è “metanoia”, significa un cambio di mentalità che incide nel comportamento della persona. La parola significa letteralmente “cambiamento di sentimenti”, e potremmo tradurlo in cambiamento di vita. Gesù intende con questa frase un movimento della mente che sposta l’interesse, l’amore, da se stesso agli altri, al prossimo, all’umanità intera.
Il regno dei cieli è vicino: nei vangeli, ed in particolare in quello di Matteo, il regno dei cieli non significa mai l’aldilà. Matteo, ebreo, scrive per una comunità di ebrei e sta bene attento a non urtare la loro suscettibilità. Infatti gli ebrei non solo non scrivono, ma neanche pronunziano il nome di Dio. Usano dei sostituti: uno di questi sostituti è «i cieli».
Quindi, quando Matteo scrive Regno dei cieli intende Regno di Dio. Se leggiamo il capitolo 34 del profeta Ezechiele troviamo la descrizione del Regno di Dio: non è un luogo, ma un tempo, il momento in cui Dio, stanco di vedere il suo popolo maltrattato dai suoi stessi governanti, dai sacerdoti e dalle altre autorità, scende sulla terra a governare lui stesso il suo popolo. Regno dei cieli = Regno di Dio è quindi il momento in cui Dio stesso comincerà ad occuparsi di ciascuno di noi in prima persona.
Ecco la buona novella! Il popolo soffre, oppresso dal potere civile con leggi, tasse (doppie, quelle dei romani e quelle di Erode) e lavoro obbligatorio, a cui si aggiunge l’oppressione da parte della casta sacerdotale che aumenta ogni giorno di più il numero dei precetti di purità, che fanno sentire sempre di più il popolo condannato da Dio.
Gesù dice no! Non è vero che Dio vi ha condannato, perché è giunto il momento, ed è questo, nel quale Dio si occuperà in prima persona del suo popolo; i precetti della Legge sono “precetti di uomini…”(Mt 15,9), il tempio è “…una spelonca di ladri…”(Mt 21,13); imparate a sostenervi a vicenda, “…amatevi l’un l’altro…”(Gv 15,17) e supererete questo momento di sofferenza perché “…il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze dei cieli saranno sconvolte…”(Mt 24,29) cioè i grandi della terra saranno sconfitti, tutti i tiranni cederanno di fronte a un popolo compatto nell’amore e capace di ragionare con la propria testa: “…i ciechi vedono, i sordi odono e ai poveri è proclamata la buona novella…”(Mt 11,5).
E poi ci chiediamo come mai Gesù è stato ucciso; per me è un miracolo che sia vissuto quasi tre anni dopo aver pronunciato queste parole!
Gesù, come ogni maestro itinerante in terra orientale, vuole circondarsi di discepoli, vuole formarsi una piccola comunità. Non si rivolge alla scienza degli scribi o alla santità apparente dei sacerdoti; il suo interesse è rivolto al popolo: se vuole parlare al popolo, i suoi discepoli devono essere gente comune. Sulla riva del Lago di Galilea è fiorente la pesca: chiama quindi dei pescatori, gente rude ma sincera perché il lago non perdona chi su una barca non sa andare d’accordo e non sa lavorare duro.
E non sceglie certo dei santi: Simone detto Pietro, cioè Simone il testone, noto in tutta Cafarnao per la sua cocciutagine al punto da meritare il soprannome; Andrea, suo fratello, probabilmente non molto diverso da Simone; Giacomo e Giovanni, soprannominati “figli del tuono” per il loro carattere attaccabrighe e rissoso.  
Quando si sentono parole di liberazione e speranza, la risposta è immediata, non ci si sta a pensare su.
L’iniziativa di Gesù fa appello alla libertà dell'uomo, alla sua intelligenza e alla sua capacità di accogliere il dono che viene dall'alto, una iniziativa che Giovanni, nel libro dell'Apocalisse, così esprime: "…Ecco io sto alla porta e busso, se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre, io entrerò da lui e cenerò con lui, ed egli con me…" (Ap.3,20), dove, il "cenare” è il segno della confidenza e della comunione reciproca.
La sequela del Maestro diventerà luce sull'umanità intera, una luce che, per la potenza dello Spirito, dopo la resurrezione del Cristo, oltrepasserà ogni confine di spazio e di tempo.
Una sequela faticosa, questa dei primi discepoli, una sequela fatta di tentennamenti e cadute, fatta anche di tradimenti, di smarrimento e di angoscia, di fronte alla prospettiva del dolore; fatta di paura, quando giungeranno i giorni drammatici della cattura, della condanna e della morte del loro Signore, tanto che lo lasceranno solo..
Come allora, anche oggi, Cristo cammina sulle strade dell'uomo, e chiama alla salvezza, e sceglie alcuni, perché, seguendolo più da vicino, facciano ancora risuonare la parola del Vangelo, e conducano all'incontro con Dio quanti ne sono lontani.
La voce del Cristo, che chiama, non si ferma nel tempo, né è circoscritta a particolari forme di sequela, che si sono strutturate storicamente; il dono di Dio, quale è la vocazione al Regno, si arricchisce sempre di nuove forme, così come lo Spirito suggerisce e suscita, secondo i bisogni e le culture del tempo; esso attende una risposta, legata alla capacità di ascolto, e alla disponibilità del cuore, al dono di sé, per amare, concretamente, ogni altro uomo.
Per finire una chicca, un lampo di ironia negli occhi del profondamente ebreo Matteo: “Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo”.
Questo è il segno di distinzione di Cristo: niente templi e niente sinagoghe, sono luoghi dello spirito che non gli appartengono; il rapporto con Dio si instaura, come ha giustamente sottolineato il Concilio Vaticano II, nell’intimità della coscienza di ogni uomo.


Note: 1. Raffrontata ai giorni nostri, non è del tutto sbagliato fare un paragone con Al Qā’ida, data l’efferatezza delle azioni terroristiche di questa setta. Del resto Roma era l’America di 2000 anni fa. – 2. Talmud, ‘Erubim B. 53a, 53b. – 3. L’opinione oggi più diffusa tra gli specialisti è che Gesù abbia studiato e lavorato a Sefforis, città romana a circa 4 km da Nazareth. Richard A. Bathey, archeologo statunitense, in un articolo del 1984, dopo una campagna di scavi a Sefforis iniziati nel 1980, ha scritto: “Non può escludersi che, appunto in qualità di carpentiere (Marco in 6,3 usa la parola greca tekton), Gesù abbia lavorato alla costruzione di Sefforis.” – 4.  Ad esempio si veda l’episodio riportato in Mt 8,5-13. – 5. Vedere anche 2Re 15,29.

lunedì 13 gennaio 2014

Seconda Domenica del Tempo Ordinario



II Domenica del Tempo Ordinario – Gv 1,29-34
Il giorno dopo, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: «Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me». Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell'acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».
Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell'acqua mi disse: «Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo». E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

Giovanni afferma che Gesù toglie il peccato del mondo e lo presenta così alle folle. Per comprendere questa affermazione, prima di tutto, è necessario conoscere che cosa intendeva Giovanni per “peccato” e cosa intendiamo noi oggi, altrimenti la sua affermazione è priva di significato.
Nella teologia che ha dominato la nostra giovinezza e che ci è stata inculcata tramite il catechismo, esistevano sostanzialmente due tipi di peccato(1): quello “comportamentale” e quello “cultuale”.
Il primo ha un significato chiarissimo, è quello che dipende essenzialmente dai nostri comportamenti. La teologia indicava i peccati come conseguenza al non aver ottemperato ai dieci comandamenti ricevuti da Mosè sul Sinai(2).
Il peccato cultuale è, invece, quello che è legato a modi di formulare il culto e quindi esiste per un determinato periodo di tempo nella storia dell’uomo, poi, per motivi storici o di evoluzione della cultura, cambiano le forme cultuali e non viene più considerato un peccato.
Faccio solo un esempio: ricorderete che prima del Concilio Vaticano II, il mangiare qualunque tipo di carne il giorno di venerdì era considerato un peccato mortale(3): se si mangiava il venerdì un pezzettino anche mimino di mortadella si commetteva un peccato mortale ovvero si era separati da Dio. Se malauguratamente, mangiando quel pezzettino di mortadella, questa andava di traverso e si moriva, si finiva, insegnava la teologia, all’inferno per tutta l’eternità.
Era ed è chiara l’assoluta incongruenza di questo insegnamento con tutto l’insegnamento di Cristo nei vangeli, cosa che risaltava in maniera evidente ad ogni persona che ragionava con la propria testa: come era possibile che il Padre Eterno, per un pezzetto di mortadella, si arrabbia con te al punto che non ne vuol più sentire parlare, e se per caso muori ti condanna ad arrostire per tutta l’eternità? Non c’è la proporzione tra il gesto e la pena. Peggio ancora: si mette in dubbio la parola di Cristo che definisce il Padre “l’unico buono”!
Questo ha causato un grande esodo di tutte quelle persone che pensavano con il loro cervello e non ritenevano possibile una situazione del genere; questa è stata ed è una delle fonti dell’ateismo; infatti il Concilio dice che se molti non credono, la responsabilità è del Dio che la Chiesa ha presentato loro in contrasto con quanto è scritto nei vangeli(4).
Giovanni è l’ultimo profeta dell’AT e ragiona in conformità ai principi dettati nel Pentateuco(5); nell’AT non esiste una parola per peccato come noi lo intendiamo e non ne esiste il senso teologico. Nell’AT ci sono parole che sono tutte in relazione con il patto tra Dio ed il popolo di Israele, in relazione all’osservanza della Legge: infedeltà, rottura del patto, iniquità, ribellione.
Un giorno all’anno, lo Jomkipur(6), il sommo sacerdote imponeva le mani su di un caprone, il capro espiatorio, sul quale scaricava tutte le colpe del popolo, qualunque esse fossero, poi questo caprone veniva spedito nel deserto ove moriva di fame e sete. E il popolo era perdonato da tutte le sue colpe.
Ma un secolo prima di Gesù, una setta nascente, quella dei farisei(7), elaborò una dottrina relativa al “puro e all’impuro” in maniera meticolosa e ossessiva, e il senso del peccato invase tutta la vita del credente.
I farisei avevano estrapolato dalla Legge tutte situazioni che fatichiamo oggi a comprendere perchè nulla hanno a che fare con il nostro senso teologico di peccato: essere puro, e quindi privo di peccato, significava che si poteva entrare in relazione con Dio, impuro significava che questa relazione era chiusa. Non aveva senso nemmeno pregare.
L’impurità si poteva contrarre anche negli aspetti fisiologici della vita quotidiana, per gli aspetti normali della vita, per cui le persone si ritrovavano sempre ad essere in una condizione di impurità; in questo senso la vittima più tartassata, come sempre, era la donna.
Se l’uomo aveva dei periodi in cui poteva ritenersi puro, la donna era perennemente impura: le sue mestruazioni la rendevano impura, i rapporti sessuali con il marito, la maternità stessa la rendeva impura; la donna era in una condizione perenne di impurità.
Gesù si trova di fronte ad una situazione in cui tra Dio e gli uomini c’era una cappa; la cappa del peccato, una situazione che rendeva la vita delle persone impossibile.
Il rapporto tra Dio e gli uomini instaurato da Mosè, servo di Dio, era un rapporto tra dei servi e il loro Signore, basato sull’obbedienza. Gesù presenta una nuova relazione con Dio, non più come dei servi nei confronti del loro Signore, al quale devono obbedire, ma quella di figli, nei confronti del loro Padre, al quale devono assomigliare; non più un rapporto di obbedienza, ma un rapporto d’amore.
La conseguenza di questo è l’eliminazione del concetto di peccato verso Dio: in Gesù, nel suo messaggio, nel suo insegnamento, non si ritrova mai il peccato in relazione alla divinità. Tanto meno il peccato come offesa a Dio.
Prima del Concilio vi era quella breve preghiera chiamata atto di dolore, nel quale si diceva: “…perché ho offeso Voi…”: l’idea del peccato era un’idea religiosa, che non appartiene all’insegnamento di Gesù, il peccato come offesa a Dio.
Ogni qual volta Gesù parla del peccato, esclude Dio. Per questo nei vangeli mai Gesù invita a chiedere perdono a Dio.
Per Gesù il peccato non può offendere Dio, ma offende l’uomo.
Il Concilio Vaticano II nella “Gaudium et Spes” dice che il peccato è una diminuzione dell’uomo stesso che gli impedisce di raggiungere la propria pienezza.
Gli evangelisti, che fanno un uso attento delle parole, evitano tutti quei termini che indicano peccato come trasgressione alla Legge, disobbedienza, violazione, e adoperano essenzialmente due termini:
• uno che indica letteralmente la direzione sbagliata di strada che precede sempre l’incontro con Gesù. Quindi il termine che noi traduciamo con peccato è relativo solo a chi ancora non conosce Gesù. Se fino allora una persona hai vissuto solo per se, ora vive per gli altri; questo cambia orientamento alla propria esistenza e il peccato viene cancellato completamente (vedere tutti gli incontri di Gesù con i peccatori).
• il secondo è relativo a dopo l’incontro con Gesù: sono gli errori che noi commettiamo, che gli evangelisti non chiamano peccati, ma li chiamano errori, sbagli, mancanze, che vengono cancellati nella misura che noi siamo capaci di cancellare le colpe, gli sbagli, le mancanze degli altri. Vedere il testo del Padre Nostro.
Nel vangelo di Giovanni troviamo un’altra espressione emblematica che riguarda il peccato.
Quando Giovanni il Battista vede Gesù dice: “Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il - attenzione all’articolo determinativo singolare!-  il peccato del mondo” (Gv 1,29).
È molto opportuno ricordarci questo termine che è singolare: purtroppo - speriamo che in una futura riforma liturgica venga corretto - chi celebrera l’Eucaristia, poco prima della comunione, dice: “Agnello di Dio che togli i peccati del mondo”.
Perché è stata modificata la frase di Giovanni? Quali sono i peccati del mondo? Secondo chi ha compilato la liturgia, sono i nostri peccati.
L’agnello di Dio, nella teologia in uso fino a qualche decennio fa, è l’animale sacrificato per i peccati degli uomini; per questa teologia Gesù è morto per i nostri peccati(8), ha espiato le nostre colpe, cose che fin da piccoli venivano messe in testa alle persone, devastando la psiche ed ingenerando penitenze talvolta cruente.
In realtà non era questo che intendeva Giovanni. L’agnello di Dio al quale Giovanni si riferisce è l’agnello che Mosè chiede al suo popolo di mangiare la notte della liberazione dalla schiavitù egiziana, perché la sua carne doveva dare la forza per iniziare questo percorso di libertà e il suo sangue, sparso sugli stipiti delle case, liberava dall’azione dell’angelo della morte, dello sterminatore, secondo una tradizione risalente a ben prima di Abramo.
Questo è l’agnello di Dio, che trasposto poi nel messaggio cristiano indica Gesù la cui carne, mangiata, dà la capacità di compiere il cammino verso la piena liberazione, il cui sangue non libererà da una morte fisica ma libererà dalla morte definitiva, concedendo all’uomo di continuare la vita attraverso la morte.
Ma - scrive l’evangelista - quest’agnello di Dio è colui che toglie, (attenzione, toglie, non espia) elimina, il peccato del mondo.
Cioè, prima della venuta di Gesù, c’era un peccato che era come una cappa che gravava sul mondo e che Gesù non è venuto per espiare, ma a eliminare.
Il peccato del mondo, secondo l’evangelista e lo si evince dai successivi capitoli del suo vangelo, è il rifiuto alla pienezza di vita che Dio è venuto a proporre a ogni uomo.
Dio vuole che ogni uomo, accogliendo il suo amore, raggiunga la piena realizzazione di se stesso. Quindi non è un Dio che diminuisce gli uomini, non è un Dio che li limita, ma è un Dio che li potenzia, chiede agli uomini di raggiungere una condizione di pienezza umana, che coincide addirittura con la condizione divina.
Ma come si fa a rifiutare una proposta che è tutta a vantaggio dell’uomo? Non è possibile rifiutare. Purtroppo il peccato del mondo è legato al crimine commesso dalle autorità religiose che vedono nel progetto di Dio sugli uomini la fine del loro potere. Le autorità religiose sono riuscite a creare un sistema in cui l’uomo (pensate al senso dell’impurità) si sente sempre colpevole, sempre indegno, e soprattutto lontano da Dio. Per liberarsi da questa sensazione di indegnità non rimane che rivolgersi al sacerdote come intermediario nei confronti di Dio: tra l’uomo e Dio si inserisce l’istituzione religiosa, ci sono i sacerdoti con i loro riti, c’è il tempio, c’è il culto, le osservanze, e la Legge.
E questa Legge fa si che l’uomo si senta perennemente in colpa, sempre indegno dell’amore di Dio. E’ un circolo vizioso in cui chi ci guadagna è solo il tempio e la casta sacerdotale.
Per questo Gesù agirà sempre in contrasto con le autorità religiose ed in contrasto con la Legge; per affermare questo accetterà di morire di una morte orrenda: crocifisso.


Note: 1. In questa spiegazione non seguo la teologia morale (per intenderci quella che distingueva tra peccato ”mortale” e peccato “veniale”) ma l’analisi sociologica della religione molto più vicina all’uomo della teologia morale. – 2. E’ opportuno ricordare che la formulazione dei 10 comandamenti che si insegnava nel catechismo non era uguale a quella di Mosè, ma era stata modificata per adattarsi alle concezioni morali in uso nel XIX secolo. Il popolo non poteva accorgersi di queste modifiche perché, in base ad una bolla di Pio IV (1590), non gli era consentito di leggere la Bibbia. – 3. Come sia nato questo precetto non è ancora chiaro del tutto; l’ipotesi più probabile è che esso sia sorto intorno al V secolo nell’Africa del Nord dove, a contatto con consistenti gruppi cristiani, vivevano gruppi pagani vegetariani per motivi religiosi (vedevano negli animali l’espressione della divinità). I cristiani, per imitazione, cominciarono ad astenersi dalle carni il venerdì, giorno della morte di Gesù. Il precetto assunse forme diverse a seconda delle regioni in cui si abitava: ad esempio nella zona dell’Italia cantrale, in particolare nel Lazio, l’astenzione riguardava i latticini; nel Veneto ci si asteneva dalle uova.  – 4. Vedi Gaudium e Spes n. 19. – 5. Si chiamano Pentateuco i primi cinque libri della Bibbia ebraica. – 6. In ebraico Jom significa giorno, kipur significa perdono. – 7. Il termine farisei significa “separato”, perché, osservando tutti i dettami della Legge, si separano dagli altri; erano riusciti a estrapolare dalla Legge di Mosè ben 365 azioni che sono proibite. 365 come i giorni dell’anno, più 248 azioni che sono obbligatorie pari a quanto allora si credeva fossero i componenti del corpo umano. – 8. Spiegare le motivazioni che hanno portato Gesù ad accettare quella morte atroce esula da questa esegesi. La spiegazione, inoltre, comporterebbe una lunga disamina. Al momento ricordo solo che la frase di Paolo “morto per i nostri peccati” andrebbe più correttamente tradotta “morto a causa dei nostri peccati” ed il “nostri” è riferito al popolo ebraico i cui capi hanno mandato a morte Gesù per conservare il proprio potere senza che il popolo, o almeno la parte più influente, facesse nulla.

lunedì 6 gennaio 2014

Battesimo del Signore



Battesimo del Signore – Mt 3,13-17
Allora Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare. Appena battezzato, Gesù uscì dall'acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

Giovanni, che i cristiani poi chiameranno il Battista, era un nazireo (Lc 1,15), cioè un uomo che trascorreva una piccola parte della sua vita consacrato a Dio secondo quanto previsto in Nm 6,1-21; aveva scelto un particolare modo di predicare attraverso il battesimo(1); del resto in quel periodo in Israele vi erano diversi movimenti battisti che invitavano a cambiare la propria vita in attesa del Messia(2).
Giovanni annunciava la venuta imminente del Messia e invitava il popolo a fare un gesto concreto di preparazione, minacciando punizioni terribili (Mt 3,10). Scendendo nell’acqua del fiume Giordano, questi esprimevano il loro bisogno di perdono e la loro disponibilità ad accogliere il Messia con un cambiamento nel modo di vivere; però Giovanni precisava che quel gesto non era che una preparazione: dopo di lui un altro, superiore a lui, sarebbe venuto per «battezzare in Spirito Santo e fuoco» (Mt 3,11).
A questo punto arriva Gesù e al posto di invocare dal cielo il fuoco divino, come lo stesso Giovanni predicava, domanda di ricevere il battesimo, provocando lo stupore e l’esitazione di quest’ultimo (Mt 3,14). Gesù ha la certezza che il suo posto è in mezzo agli altri, in una piena solidarietà con coloro che sono coscienti dei loro errori. Ciò significa che Dio non vuole liberarci da una vita non autentica senza dapprima condividere pienamente quella vita. Lasciandosi sommergere dalle acque, Gesù indica il suo desiderio di andare fin nel più basso della condizione umana per aprirla alla luce di Dio dal suo interno.
Ed ecco che questo sommergersi, questa «morte», è subito seguita da una «risurrezione». «Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui»: è abbattuto il muro tra l’umanità e Dio, l’uomo ora può contare su Dio al suo fianco.
Dal Padre vengono delle parole che esprimono la sua relazione con Gesù e allo stesso tempo la missione di manifestare agli altri questa relazione con lui. A partire dall’umanità di Cristo, lo Spirito creatore lavora e rinnova la terra, facendola entrare in una comunione con il Padre.
«Ed ecco una voce dal cielo che diceva: ‘Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento’».
Così come in Matteo, anche nel Vangelo secondo Marco, le parole dette dalla "voce dal cielo" sono le stesse: «Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto». Invece nel Vangelo secondo Luca il testo originale sembra essere stato «Tu sei mio Figlio, l’amato, oggi ti ho generato», come riporta la Bibbia di Gerusalemme nelle traduzioni non italiane. Tale testo è stato poi modificato rendendolo conforme agli altri vangeli. Questa modifica è dimostrata da diversi documenti: in un manoscritto greco (Codex Bezae Cantabrigensis3) e in alcuni manoscritti latini, le parole della voce celeste sono «Tu sei mio Figlio, oggi ti ho generato».
Il testo in questa forma era inoltre molto diffuso presso i Padri della Chiesa tra il II e il III secolo, cosa che costituisce una testimonianza importante in quanto la maggior parte dei manoscritti del Nuovo Testamento che sono giunti fino a noi è posteriore a queste testimonianze; ebbene, in quasi tutti i casi, in testimonianze che vengono dalla Spagna alla Palestina e dalla Gallia al Nordafrica, è la forma «Oggi ti ho generato» ad essere attestata. Depone inoltre a favore dell'autenticità di questa versione il fatto che l'altra parte della frase è identica a quella riportata in Marco e la convinzione che coloro che copiavano tendevano ad uniformare i testi, invece che a introdurvi discostamenti.
La ragione della modifica del testo da «Tu sei mio Figlio, oggi ti ho generato», la versione originale di Luca, a «Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto» sarebbero da ricondurre a un tentativo di rimuovere ogni possibile appiglio agli Adozionisti, una corrente delle origini del cristianesimo per la quale Gesù non era nato Figlio del Padre ma era stato da lui adottato all'atto del battesimo nel Giordano; rimuovendo il riferimento alla «generazione» dal Vangelo secondo Luca, si toglieva forza alla posizione degli adozionisti(4).
È anche interessante notare un altro fatto. Epifanio di Salamina, un cristiano del IV secolo che compose un'opera contro le eresie, narra che nel Vangelo degli Ebioniti (un vangelo utilizzato dalla corrente cristiana degli Ebioniti(5) nel II secolo, e ora andato perduto) vi era scritto: “E mentre usciva dall'acqua, i cieli furono aperti, ed egli vide lo Spirito Santo discendere nella forma di una colomba ed entrare in lui. E una voce dal cielo disse «Tu sei il mio figlio prediletto; in te mi sono compiaciuto»; e, continuando, «Oggi ti ho generato»(6).
Come si vede, gli Ebioniti tentarono di risolvere le contraddizioni tra le varie versioni facendole confluire in un'unica versione che diceva tutte e due le cose. Non diversamente da molti esegeti moderni o presunti tali!
Al di là di ogni discussione, non è sbagliato vedere il nostro battesimo come il gesto attraverso cui il Cristo mette il suo braccio attorno alla nostra spalla: noi moriamo con lui ad un’esistenza segnata dalla falsa sufficienza e dall’isolamento per entrare in una vita nuova, una vita di comunione(7). Figli e figlie nel Figlio, noi possiamo ora continuare la missione stessa di Gesù in ogni ambito della nostra vita: testimoniare la venuta del Regno di Dio che irrompe nel nostro mondo e lo trasforma dall’interno. Il battesimo,  immergendo i nostri limiti e anche i nostri rifiuti nelle acque della misericordia divina, apre in noi una breccia in cui Dio può farsi presente, attraverso di noi, nel cuore della storia.

Note: 1. Il rito di immersione, simbolo di purificazione rituale e di rinnovamento era conosciuto dalle religioni antiche e dal giudaismo post-esilico e veniva applicato ai proseliti (non ebrei che volevano seguire la religione ebraica) e ai componenti del movimento monastico di Qumran. Con Giovanni il battesimo perde il suo significato rituale ed assume quello morale di purificazione dai peccati. – 2. A cavallo tra il I sec. a.C. ed il I sec. d.C., l’attesa del Messia da parte di Israele diviene spasmodica. Secondo gli scribi del I secolo il Messia tardava a venire e a manifestarsi a causa della presenza in terra di Israele di grandi peccatori quali i pubblicani (esattori delle imposte in favore dei romani) e le prostitute. I movimenti battisti miravano ed eliminare questo impedimento. Giovanni estenderà la categoria dei peccatori anche ai farisei e ai sadducei provocando scandalo. – 3. Il Codex Bezae Cantabrigensis è un importante codice del Nuovo Testamento datato 380 - 420 (secondo altri è più tardo, V-VI secolo). È scritto in latino e greco. Contiene in maniera frammentaria solo i Vangeli, gli Atti degli Apostoli, la Terza lettera di Giovanni. – 4. Vedi anche: Bart Ehrman, Gesù non l'ha mai detto: millecinquecento anni di errori e manipolazioni nella traduzione dei vangeli, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2007. pp. 183-185. – 5. Ebioniti è il nome con cui alcuni scrittori cristiani indicano un gruppo di fedeli, di orientamento giudaizzante, dapprima considerati scismatici e quindi eretici da diversi Padri della Chiesa; rifiutavano la predicazione e l'ispirazione divina di Paolo. – 6. Vangelo degli Ebioniti, citato nel testo: Epifanio di Salamina, Contro gli eretici, 30/13,7-8. – 7. Vedi anche Rm 6,3-6.