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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


lunedì 12 maggio 2014

Quinta domenica di Pasqua



V Domenica di Pasqua – Gv 14, 1-12

«Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere.
Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».

Questo brano è parte del discorso di addio di Gesù ai discepoli; poco prima ha annunziato a Pietro che lo rinnegherà: “…non canterà il gallo prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte” (Gv 13,38b). Il contraccolpo è forte, i discepoli sbandano e Gesù è costretto a rinsaldare il gruppo: “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”. Per farlo riprende le parole di Mosè dette per rincuorare il popolo spaventato dalla necessità di combattere per entrare nella terra promessa: “…Non spaventatevi e non abbiate paura di loro. Il Signore vostro Dio che vi precede, egli stesso combatterà per voi…” (Dt 1, 29-30a).  La vita del cristiano, quindi, non sarà comoda, sarà una vita di combattimento perché il messaggio di Cristo troverà sempre persone che lo osteggeranno.
Il Maestro conosce il cuore dei suoi amici, sa prevedere anche le loro reazioni. Per questo sa che presto i dodici e gli altri discepoli, si troveranno dentro un miscuglio di emozioni: paura, tristezza, solitudine, incertezza…
Paura, di fronte al rischio di essere anche loro arrestatati e condannati a morte. Tristezza, al pensiero di tutta la sofferenza vissuta da Gesù. Solitudine, perché a ciascuno mancherà la presenza del Maestro. E infine incertezza: che fare? Dove andare? Come comportarsi?
Per questo dice loro: "Non siate tristi, non preoccupatevi, non spaventatevi! Anche se fra poco non mangeremo più insieme, non converseremo, non cammineremo insieme per le strade, io non vi lascio soli. Fidatevi di me e del Padre mio!".
“Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”?”. Anche qui le parole di Gesù ricalcano il discorso di Mosè riportato nel Deuteronomio, quando Mosè ricorda come Dio precedeva il popolo nel deserto per trovare un luogo adatto all’accampamento e rimaneva con loro, la notte nel fuoco per rompere il buio e il giorno nella nube che indicava il cammino (Dt 1,33). Le “molte dimore” vogliono indicare che nessuno sarà escluso.
“Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi.”
Gesù “prepara il posto” presso il Padre a tutti noi; in che consiste questo preparare non ci è dato sapere. Quello che certamente sappiamo è che nel momento della nostra morte fisica lui sarà presente per prenderci per mano in questo passaggio così temuto da tutti.
Non sembra invece accettabile interpretare il versetto come l’annuncio della “parusia”;  infatti l’idea della seconda venuta di Cristo non è presente in maniera esplicita nel NT e il versetto Gv14,3, che, ad una lettura superficiale, sembra annunziarla, può più propriamente essere inteso in modo simbolico. Solo con l’interpretazione di Giustino(1) si inizia a parlare di “ritorno” di Cristo.
E del luogo dove io vado, conoscete la via»”. Non è così. Al solito Gesù, nel suo amore, sopravvaluta i discepoli, anche quelli più sicuri come Tommaso, chiamato il gemello di Gesù per la comunanza di idee.
Infatti Tommaso chiede a Gesù: “Signore, non sappiamo dove vai,  come possiamo conoscere la via?”. Gesù, rispondendo, non parla di un luogo ma dà questa importante definizione: “Io sono…”. Non è soltanto una espressione verbale ma è il nome di Dio in ebraico . Quando Mosè chiese a Dio: che nome hai? Dio non gli rispose con un nome. Dio non ha un nome, perché il nome limita, definisce. Dio ha risposto, non con un’identità, ma con un’attività che lo rende riconoscibile: “Io sono colui che sono(2)” (Es 3,14), che tutta la tradizione ebraica ha sempre interpretato nel senso: ‘io sono colui che è sempre vicino al mio popolo’.
Gesù si presenta con l’attributo divino: “Io sono la via, la verità e la vita”. Il primo di questi tre aspetti, la via o meglio il cammino, è un termine di movimento, dinamico, non  un termine statico. Gesù non si presenta come una realtà statica, ferma, immobile, da adorare, ma come un cammino da percorrere in un crescendo di verità e di vita.
Camminando con Gesù si conosce cos’è la verità. La verità, nel vangelo di Giovanni, è la verità su Dio e sull’uomo,.dove Dio innamorato dell’uomo e l’uomo è l’oggetto di questo amore di Dio che lo rende suo figlio per la vita.
Camminando in questa pienezza della verità si scopre anche la vita e si diventa figli di Dio. E continua Gesù: “Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio”.
Non c’è una conoscenza(3) del Padre che precede la conoscenza di Gesù, ma la conoscenza di Gesù permette la conoscenza del Padre.
Il dramma della mia esperienza vissuta anche in seminario, il dramma di noi cristiani è che non conosciamo Gesù. Il dramma di noi cristiani è che ci hanno imbottito di catechismi, con regole, obblighi, osservanze, ma non ci hanno fatto fare l’esperienza della persona di Gesù. Questa è la tragedia che ci portiamo dietro da secoli.
Gesù condiziona la conoscenza del Padre alla sua. Più è autentica l’adesione a Gesù e più grande sarà la possibilità di conoscere il Padre.
Ed ecco la domanda di Filippo: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”.  Gesù risponde quasi sconfortato: “Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?...”.
Filippo è il rappresentante delle vittime della religione. La tradizione religiosa può condizionare talmente l’individuo da impedirgli di fare l’esperienza di Dio.
Nei vangeli abbiamo un dato sconvolgente, sconcertante. Più le persone sono immerse in un ambito religioso, più le persone vivono di devozioni, di pie pratiche, di atteggiamenti irreprensibili nei confronti della legge di Dio, e più hanno difficoltà a percepire Dio quando si manifesta nella loro esistenza. Più le persone sono lontane da Dio, sia dal punto di vista religioso e sia dal punto di vista morale, e più riescono per primi a percepire la presenza di Dio nella loro vita.
Qui c’è Filippo, un ebreo, un giudeo, un praticante che sta con Gesù, ma ancora non ha capito che in Gesù si manifesta il volto del Padre, perché il Dio della religione è un Dio imbalsamato, non un Dio vivo; è un Dio da venerare, ma non è un Dio con cui camminare. Ed ecco l’importante dichiarazione di Gesù: “Chi ha visto me ha visto il Padre”.
Non chi conosce il Padre, conosce me. Chi ha visto me, dice Gesù, ha visto il Padre.
Il Padre è esattamente come Gesù: non Gesù è come Dio, ma Dio è come Gesù. Se io dico: Gesù è come Dio, significa che in qualche maniera ho un’idea di Dio. No, non Gesù è come Dio, noi Dio non lo conosciamo. Ma Dio è come Gesù. Tutto quello che noi vediamo in Gesù e nelle sue azioni e nel suo insegnamento, questo è Dio. Tutto quello che non corrisponde all’immagine di Dio che vediamo in Gesù, va eliminato perché insufficiente o falso.
 Vi sono molte idee pagane che si sono inserite nell’ebraismo e di conseguenza nel cristianesimo: pensate all’idea del castigo di Dio, pensate all’idea del Dio invidioso e geloso della felicità dell’uomo. Chi non ha sentito mai quell’oscena espressione ‘ognuno ha la sua croce’ oppure ‘il Signore manda le croci sulle persone’ e altre sciocchezze del genere? Tutto questo, alla luce dei vangeli, è totalmente privo di significato.
Bisogna fissare l’attenzione sulla figura di Gesù e vedere cosa ha detto e cosa ha fatto. Più è profonda questa conoscenza e più conosceremo Dio.
Vedremo allora che quel Dio rattoppato che Gesù ha trovato nella religiosità della sua epoca, un Dio che poveretto a poco a poco perdeva i pezzi, se visto attraverso le parole di Gesù non perde l’identità, ma la manifesta in una maniera nuova e più ricca.
Probabilmente i discepoli hanno fatto una faccia incredula perché Gesù continua dicendo: “Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?”. Filippo e i discepoli hanno difficoltà a credere perché è tipico della religione allontanare Dio dagli uomini.
Secondo la tradizione ebraica, si diceva che Dio è distante dagli uomini per una lunghezza di 3500 anni di cammino. Questo numero 3500 viene fuori da un calcolo tanto minuzioso quanto astruso: secondo la mentalità ebraica sopra la terra c’era la volta celeste e c’erano sette cieli. Dio stava al settimo cielo(4). Tra un cielo e l’altro avevano calcolato una distanza di 500 anni di cammino. Quindi per arrivare al settimo cielo bisognava camminare per 3500 anni: questa è la rappresentazione di un Dio inaccessibile, un Dio inavvicinabile, un Dio inimmaginabile, un Dio che faceva pesare la sua santità e faceva sì che l’uomo si sentisse un verme.
Dire che siamo “un verme” è un insulto a Dio, perché se siamo suoi figli, significa che anche lui è un verme.
Le persone che si esprimono così sono le vittime della religione, di un Dio reso distante dagli uomini. Gesù allora dice: “Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere”.
L’unico criterio di verità che c’è nei vangeli per stabilire se Gesù viene veramente da Dio o no, e se noi siamo in sintonia con lui o no, non sono le parole, le attestazioni di ortodossia e di fedeltà, ma le opere. E tutte le opere compiute da Gesù sono opere che comunicano e trasmettono vita. Gesù è l’immagine di un Dio esclusivamente buono e ogni rapporto che ha con le persone, è caratterizzato esclusivamente dalla bontà.
Gesù continua dicendo: “Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse”. Le opere sono l’unico criterio di questa verità. E’ un’importantissima affermazione che ci fa meglio comprendere queste opere nei vangeli.
Non è finita: Gesù fa una ulteriore affermazione che dovrebbe illuminare la nostra vita: “In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre”. Tenetevi forte perché si può saltare di gioia: preceduto dalla frase con la quale richiama l’attenzione sulle cose più importanti (In verità, in verità io vi dico) c’è l’affermazione che, in virtù della sua ricongiunzione con il Padre, tutti noi che crediamo in lui siamo capaci di compiere tutte le sue opere e, non solo, siamo in grado di compierne di più grandi. La condizione è credere in Gesù: attenti, credere vuol dire conoscere gli atti, le parole, le intenzioni di Gesù e farle proprie, in una parola “amare” chi ci circonda. E’ l’amore la molla delle nostre azioni. Non un amore cieco ed estatico, ma un amore ragionato, che vede i bisogni di chi sta intorno a noi e ci muove per soddisfarli.

Note: 1. Giustino martire (nato a Flavia Neapolis nel 100 – morto a Roma tra il 162 e il 168) è stato un filosofo palestinese fortemente influenzato dalla filosofia greca e platonica in particolare. Flavia Neapolis, la sua città natale, era il nome romano dell'attuale Nablus. La Chiesa cattolica lo venera come santo e lo annovera tra i Padri della Chiesa; i suoi due più famosi scritti Prima Apologia dei Cristiani e Seconda Apologia dei Cristiani ne fanno uno dei primi difensori del pensiero cristiano. Viene venerato come santo anche dalla Chiesa ortodossa. – 2. Oggi si pensa che la traduzione più corretta sia: “Io sono colui che sarò” traduzione possibile in quanto in ebraico la forma verbale del futuro coincide con quella del presente. Tale dicitura dà anche il senso dell’azione che caratterizza Dio più che la sua staticità. – 3. Il problema della conoscenza è centrale nel vangelo di Giovanni: qui si intravede l’impostazione gnostica del discorso giovanneo. Conoscere per Giovanni equivale a vivere con l’oggetto della conoscenza, al punto da arrivare a “cibarsi”, a “nutrirsi” dell’altro in una compenetrazione profonda: “…la mia carne è vero cibo…”. – 4. Questo motiva la nostra espressione “essere al settimo cielo”, che in realtà sta andando in disuso perché le motivazioni per essere al settimo cielo non esistono quasi più.

lunedì 5 maggio 2014

Quarta Domenica di Pasqua



IV Domenica di Pasqua – Gv 10, 1-10

«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore.
Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.
Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».(1)
 
L’immagine(2) di Gesù quale “Buon Pastore” è indubbiamente la più cara ai cristiani di tutti i tempi. Bisogna però chiedersi se il successo di tale immagine non derivi dal travisamento dell’espressione evangelica più che dalla sua comprensione; infatti, questa raffigurazione, che per i cristiani è carica di rassicurante tenerezza, mandò su tutte le furie gli ascoltatori dell’epoca: Gesù non aveva ancora terminato di definirsi “Buon Pastore” che i presenti lo definiscono “indemoniato e fuori di sé” (Gv 10,19) e quando termina il suo discorso “di nuovo i Giudei raccolsero delle pietre per lapidarlo” (Gv 10,31).
C’è da chiedersi se erano i Giudei tanto ottusi da fraintendere espressioni belle e rassicuranti o i cristiani che hanno trasformato il messaggio di Gesù in un rassicurante prodotto ad uso di un devozionalismo tanto sdolcinato quanto sterile ed illusorio.
Per comprendere cosa può aver detto Gesù di così scandaloso per le orecchie dei capi del popolo e di così importante per i cristiani occorre risalire all’immagine del pastore alla quale Gesù si richiama.
Il contesto nel quale Gesù rivendica di essere il “buon pastore” è la disputa con i farisei dopo la guarigione del cieco nato (Gv 9,1): i capi del popolo (sacerdoti, scribi e farisei) avevano “cacciato [ekbalon(3)] fuori” (Gv 9,34) il cieco nato che una volta recuperata la vista aveva riconosciuto in Gesù l’inviato da Dio.
I capi del popolo non possono ammettere che mediante la trasgressione del comandamento del sabato qualcuno possa aver operato del bene. Non potendo ammettere alcuna contraddizione nella loro dottrina, cercano di negare la verità del fatto, insinuando il dubbio della frode e, convocati i genitori del sedicente cieco guarito, li accusano di essere all'origine dell'imbroglio ("E' questo il vostro figlio, che voi dite esser nato cieco? Come mai ora ci vede?", Gv 9,19).
Questo è il punto fondamentale: partendo dal principio che non può essere sbagliato il dogma, vengono contestati i fatti. La guarigione del figlio viene considerata dalle autorità un crimine del quale i genitori devono rispondere(4).
Abituati a trovare nei libri sacri, scritti secoli prima, una risposta valida per ogni situazione dei loro contemporanei, i capi religiosi non pensano di avere nulla da imparare o da modificare e vedono ogni novità come un attentato a Dio che ha determinato per sempre nella sua legge il comportamento dell'uomo al quale non resta che sottomettersi a norme stabilite in altri tempi e per altri uomini(5).
Con una breve discorso (Gv 10,1-6) Gesù avverte i capi che in realtà non sono essi che cacciano le persone fuori della sinagoga, ma lui che le libera (“quando ha cacciato [ekbalê] fuori tute le sue pecore” (Gv 10,4).
I capii del popolo possono tenere sottomesso il popolo fintanto questo è cieco(6), ma una volta che questo recupera la vista è già fuori del loro dominio.
Rivendicando di essere il vero “pastore delle pecore” (Gv 10,2) “venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10), Gesù denuncia tutti gli altri presunti pastori, i dirigenti religiosi, definiti da Gesù tutti “ladri e briganti” (Gv 10,2.8), che, dopo aver imprigionato il popolo (“pecore”) dentro l'istituzione religiosa (“recinto”), non vi entrano "se non per rubare, uccidere e distruggere".
Nel vangelo di Giovanni il termine “ladri” viene adoperato dall’evangelista per i dirigenti del popolo (Gv 10,1.8.10) e per Giuda, che “era ladro e, avendo la borsa, sottraeva ciò che vi veniva messo dentro” (Gv 12,6).
Il termine “briganti” Giovanni lo usa per i dirigenti (Gv 10,1.8) e per Barabba, che “era un brigante” (Gv 18,40).
Per Gesù i dirigenti sono ladri in quanto si sono appropriati del gregge appartenente all’unico pastore e sono omicidi in quanto, per portare a compimento il loro furto, uccideranno il legittimo pastore.
A quanti sono sottomessi a questi ladri e briganti Gesù li invita a uscire dal recinto (l’ovile): “…egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori.” (Gv 10,3).
Per comprendere la piena portata delle parole di Gesù occorre esaminare il linguaggio adoperato dall’evangelista.
Con il termine “pecore” nell’AT viene spesso designato il popolo d’Israele (Ez 34,31). Il verbo "condurre/far uscire" [in greco exagô] è il termine tecnico utilizzato nell'AT per indicare la fine della schiavitù di Israele quando il Signore “fece uscire dall’Egitto” il suo popolo (Es 3,10; 6,27(7), ed è la chiave di lettura per la comprensione della similitudine del "buon pastore".
Ma vi è un’ulteriore indicazione: Gesù conduce fuori le pecore dal recinto (ovile); per indicare questo luogo l’evangelista adopera la parola greca aulè che mai nella Bibbia(8) indica un recinto di pecore, ma l’atrio davanti al Santuario nel Tempio di Gerusalemme, centro dell’istituzione religiosa giudaica (Es 27,9). In Giovanni il termine ricorre qui e per indicare l’atrio della casa del sommo sacerdote (Gv 18,15). Con questo l’evangelista vuole indicare che la terra promessa si è convertita in un luogo d'oppressione e di schiavitù dal quale il Messia deve "far uscire" i credenti in lui.
Gesù afferma che “E quando ha spinto fuori [ekbalê(9)] tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce” (Gv 10,4).
Come nell’esodo il Signore cammina davanti al suo popolo per condurlo verso la libertà. Non solo, ma una volta fuori, Gesù non conduce le pecore in un altro recinto, Gesù non va a creare un’istituzione parallela a quella antica, ma a dare la libertà. Quanti lo seguono sono chiamati a vivere con lui (Gv 1,39) e uniti a lui (Gv 15,9).
Gesù, proclama se stesso l’unico pastore del gregge, colui che era stato annunciato dal profeta Ezechiele (Ez 34,23) e cantato dal salmista (Sal 23).
Per comprenderlo facciamo un passo indietro: gli ebrei deportati a Babilonia, dopo l'assedio di Gerusalemme dell’inizio del VI secolo a.C., sperano ancora di poter tornare nella loro patria. Invano, da Gerusalemme, il profeta Geremia scrive loro di rassegnarsi all'esilio: i deportati, ingannati dai falsi profeti, non gli credono.
Nel 593 a.C., uno degli esiliati, il sacerdote Ezechiele, viene incaricato dal Signore di annunciare al popolo che il peggio deve ancora arrivare. Infatti nel 588 Nabucodònosor distrugge Gerusalemme e deporta un nuovo gruppo di giudei.
Ora gli ebrei hanno perso tutto: il regno, che Dio aveva promesso a Davide che sarebbe durato in eterno, la terra promessa, la certezza di essere il popolo eletto; entra in crisi anche la loro fede in Dio perché pensano che ora li punisce per i peccati dei loro padri(10).
In questo tragico contesto, Ezechiele denuncia i responsabili della catastrofe ed incoraggia il popolo ad una nuova relazione col Signore; il profeta si rivolge, in particolare, ai "pastori d'Israele", responsabili della rovina del popolo “lupi che dilaniano la preda”, identificandoli
nei prìncipi che divorano la gente, nei sacerdoti che violano la stessa legge che predicano, nei profeti che offrono false visioni e nei possidenti che sfruttano il povero (Ez 22,25-28).
Ezechiele proclama solennemente che il Signore, unico proprietario del gregge, spodesterà questi pastori che guidano il gregge “con crudeltà e violenza" (Ez 34,4), ed assumerà il loro ruolo non dominando, ma mettendosi a servizio del popolo: “Così dice il Signore Dio: Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura” (Ez 34,11)(11).
Ezechiele annuncia che il Signore viene, come nel primo esodo, a liberare il popolo ridotto in duplice schiavitù dai nemici e dai capi del popolo. Agli esiliati viene assicurato che, una volta liberati dalle "fauci dei pastori" (Ez 34,10), verrà dato loro un solo pastore: “Susciterò per loro un solo pastore che le pascerà, Davide mio servo. Egli le condurrà al pascolo, sarà il loro pastore” (Ez 34,23). “Il mio servo Davide sarà su di loro e non vi sarà che un unico pastore per tutti” (Ez 37,24). Compito di questo unico pastore riunire gli Israeliti dispersi e divisi in due regni (Israele e Giuda) in “un solo popolo” sul quale regnerà “un solo re(Ez 37,22). Questo unico pastore inaugurerà “un'alleanza di pace” che farà “sparire dal paese le bestie nocive(Ez 34,25).
Dalla speranza suscitata dalle parole di Ezechiele e dall’esperienza dell’esilio è nato il salmo teologicamente più ricco di tutto il salterio, il salmo 23.
Nel salmo la storia del popolo e quella dell'individuo si fondono e sfociano in un'espressione di piena fiducia nell'unico Pastore, il Signore che ha liberato Israele dall'Egitto prima e da Babilonia poi e lo ha guidato come un gregge per il deserto, provvedendogli acqua, cibo e riposo. Esperienza che è, per Israele, garanzia di serenità per il presente e di fiducia per il futuro.
La composizione del salmo presenta due distinte tematiche (vv.1-4: tema del "pastore"; vv. 5-6: tema dell' "ospite"). Il primo verso della prima parte è la chiave di lettura per tutto il salmo; parlando di pecore e di pastori, il salmista rimanda al rapporto tra l'uomo e il suo Dio: “Il Signore è il mio pastore”(12).
Non un "signore" generico, da confondersi con i tanti pretendenti "signori", ma Yahvé. Da questa premessa, il salmista passa alla conseguenza: “…non manco di nulla”.
Quando del popolo si sono occupati i pastori è stata la tragedia. Essi hanno curato il loro interesse e non quello del gregge. “I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge? Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge. Non avete reso la forza alle pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza” (Ez 34,2-4).
Purtroppo il brano del vangelo in esame è troncato dal liturgista proprio nella parte fondamentale: ho notato spesso che i liturgisti non hanno una visione del significato reale del brano scelto(13). Infatti, se proseguiamo nella lettura, vediamo che Gesù, rivendicando d’essere il Pastore profetizzato da Ezechiele, ne arricchisce la figura.
Gesù elimina ogni traccia di dominio: lui è il vero patore, perché il dono generoso della sua vita non nasce da un pericolo per i suoi, ma lo precede.
La sua fine non è un incidente di percorso, ma parte del suo programma, una sua libera scelta. La morte del pastore sarà la vita per le pecore: la carne dell'Agnello sarà l'alimento che permetterà ai suoi il nuovo esodo, e il suo sangue li libererà per sempre dalla morte.
La capacità di Gesù di dare la vita per i suoi e manifestare così l'amore del Padre ("da questo abbiamo conosciuto l'amore: Egli ha dato la sua vita per noi") è estensibile a quanti prolungheranno il suo dinamismo d'amore: "quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli" (1 Gv 3,16).
La relazione del gregge col pastore non è quella di due differenti realtà (gregge più pastore), ma una sola cosa: l'esistenza del gregge (comunità dei credenti) conterrà in sè la presenza del Signore e formerà il nuovo santuario da dove si irradierà l'amore di Dio per tutta l'umanità, come affermerà Gesù nel discorso che precede la sua morte: “La gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano uno come noi siamo uno. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’uno e il mondo sappia che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me” (Gv 17,22-23).
E’ tutto questo che fa infuriare i capi del popolo, è la certezza che il loro potere è destinato a finire.
A differenza del vecchio, il nuovo Santuario non è statico e immobile, in attesa dei fedeli che salgono al Tempio. Essendo composto dal gregge e dal suo pastore il nuovo Santuario è in movimento e va incontro a quanti sono stati scacciati fuori dall’istituzione religiosa o a quanti per la loro condizione religiosa e morale si sentono indegni di avvicinarsi al Signore. A tutti costoro il Signore e il suo gregge fanno risuonare la parola del Pastore che invita a unirsi in un’unica comunità d’amore.
Il nuovo culto che Dio richiede non si dirige a lui, ma è la forza d’amore che da lui parte e che ha bisogno di collaboratori perché raggiunga tutta l’umanità.

Note: 1. Per comprendere il reale significato di questo brano è indispensabile leggere anche il brano che segue Gv 10,11-21, senza il quale il brano indicato dal liturgista perde ogni significato. – 2. Quanto segue è in gran parte liberamente tratto da un appunto per una conferenza preparato da Padre Alberto Maggi nel febbraio 2010. – 3. L’indicare la parola greca usata da Giovanni non è un mettere sfacciatamente in mostra la cultura (o presunta tale) dello scrivente, ma, come si vedrà più avanti, è un indispensabile strumento di comprensione che sfuggirebbe usando il solo vocabolo italiano. – 4. I capi del popolo, a costo di negare l'evidenza, non possono ammettere la guarigione dell'uomo perché ciò scalfirebbe l'autorevolezza del loro insegnamento. Se poi qualcuno, a causa di questo, deve soffrire, pazienza, Dio provvederà. Il loro giudizio teologico è considerato più valido dell'esperienza dell'uomo, ed essendo il loro giudizio creduto infallibile e quindi immutabile, sono gli uomini a doversi sottomettere loro.  - 5. Questa mentalità invaderà presto anche il cristianesimo, e la chiesa occidentale in particolare, creando situazioni di sofferenza nei fedeli in contrasto con la felicità dei fedeli auspicata da Gesù. Secondo Gesù la legge di Dio non può anteporsi al bene dell’uomo: “il figlio dell’uomo è signore del sabato…” (Mt 12,8; Mc 2,28; Lc 6,5). Ricordo che la locuzione “figlio dell’uomo” in aramaico, la lingua parlata da Gesù, significava semplicemente “l’uomo”. – 6. Gli episodi dei segni operati da Gesù (chiamati miracoli, cioè cose degne di ammirazione, nel tardo medio evo) vanno sempre intesi anche (e talvolta esclusivamente) in senso figurato. L’apertura degli occhi è quasi sempre simbolo della presa di coscienza della propria situazione religiosa, sociale e politica da parte del popolo. – 7. Secondo la traduzione in greco detta dei Settanta (II sec. a.C.) unico testo della Bibbia conosciuto dagli evangelisti. – 8. Ci si riferisce sempre alla traduzione in greco detta dei Settanta. – 9. Ora si comprende il perché della citazione del vocabolo greco. Senza l’atto di comparare i due verbi, non era possibile comprendere la relazione di significato dei due atti, quello dei capi del popolo e quello di Gesù. – 10. Da questa condizione angosciante ne usciranno con un’elaborazione teologica mirabile, passando dalla monolatria al monoteismo, comprendendo che Dio è il Dio di tutti, creatore dell’universo e che l’uomo è, per sua natura, peccatore ed accettando questo fatto come inevitabile ed oggetto della misericordia divina. – 11. E’ il primo annuncio del Regno di Dio, lo stesso annuncio che farà Gesù combattendo contro i capi del popolo. – 12. Quel che nelle lingue occidentali ha bisogno di 5-6 vocaboli, in ebraico viene espresso in maniera molto asciutta: "Yahvé ro`î ", due soli termini per affermare in maniera perentoria che l'unico pastore riconosciuto come tale è Yahvé. – 13. Io, che penso sempre male, suppongo anche che la seconda parte del brano sia stata saltata perché contraddice nettamente la frase "Extra Ecclesiam nulla salus" (cioè non vi è salvezza al di fuori della Chiesa), frase indotta da uno dei tanti errori presenti nella traduzione dal greco in latino detta Vulgata, fatta da Girolamo nel IV secolo. L’aver tradotto "et fiet unum ovile" (perché siano un solo ovile, anziché un solo gregge come dice il testo greco) ha influito negativamente per 1500 anni sulla concezione di Chiesa. Ancora negli anni ’60, nei manuali di teologia, l’"Extra Ecclesiam nulla salus" veniva giustificato in quanto Gesù "parla di un solo ovile e un solo pastore".  In realtà il pastore non rinchiude le sue pecore in un altro ovile, ma forma un unico gregge, al quale liberamente si può appartenere senza necessariamente identificarsi con le istituzioni che storicamente pretendono di rappresentarlo. Sarà il Concilio Vaticano II ad eliminare questa frase dall’orizzonte del cristiano anche se tentativi di risuscitarla sono stati realizzati sia da papa Giovanni Paolo II che da Benedetto XVI, contravvenendo a quanto definito dal Concilio di Costanza del 1414 (dipendenza totale dell’azione papale da quanto stabilito dai concili: costituzioni Haec Sancta e Frequens ancor oggi oggetto di discussione tra gli specialisti per le forti limitazioni all’azione papale che esse pongono).

lunedì 28 aprile 2014

Terza Domenica di Pasqua



 III Domenica di Pasqua – Lc 24,13-35
Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.
Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
Luca, dopo l’apparizione destinata alle donne(1), narra una seconda apparizione, questa volta a due discepoli, uno ignoto(2) ed uno di cui si cita il nome, Cleopa(3). L’evento è posizionato lungo la strada che Gerusalemme conduce ad Emmaus, villaggio distante 60 stadi (come si dice nell’originale greco), cioè poco più di 10 chilometri, villaggio variamente identificato(4).
In realtà la destinazione della strada ha poco significato per l’evangelista, in quanto essa rappresenta il cammino della vita: è significativo che i due non riconoscano Gesù, pur essendo discepoli e quindi avendolo seguito durante i suoi giorni terreni; accadrà così anche per Maria di Magdala nel vangelo di Giovanni (Gv 20,11-18).
Per riconoscere il Risorto non basta la ragione o l’esperienza fisica; è necessario un altro canale di conoscenza, quello della fede, necessario a noi e ai primi testimoni in maniera uguale.
Il racconto è di straordinaria bellezza e ha catturato nei secoli l’attenzione di artisti e scrittori, soprattutto per quell’invocazione finale: “Resta con noi, perché si fa sera…”.
L’evento è scandito da due tappe. Nella prima, ambientata nel percorso, Gesù spiega le scritture alla luce della sua Pasqua, facendo “ardere” il cuore dei suoi interlocutori.
“…si avvicinò…”. Meglio sarebbe stato tradurlo con “si accostò” E’ il verbo della discrezione, della delicatezza, della compagnia, del: “io sono qui, puoi contare su di me”, dello stringere la mano al bambino o al malato, senza dire niente. E’ il farsi vicino del samaritano.
Immaginiamo che al posto di Gesù fosse arrivato un certo tipo di prete che conosciamo tutti; sarebbe piombato come un fulmine in mezzo alla strada e avrebbe detto: “Vergognatevi! Dopo tre anni di catechismo non avete capito niente. Dietrofront! Subito a Gerusalemme!”
Niente di tutto questo. “…Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro…”. Gesù misura il passo con quello dei due uomini delusi e stanchi. Come fanno il papà e la mamma con il bambino che comincia a camminare. Come fa chi accompagna un vecchio dalle gambe malferme. Va anche lui verso Emmaus, il paese dove per i due finiscono i sogni fatti balenare dal grande Maestro e ricomincia la vita normale.
“Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo”. Non perché fossero ottusi, ma perché sono delusi e hanno perso la fiducia, la fede. E Gesù, ancorchè risorto, non sfoggia la sua potenza e la sua gloria che li costringerebbe a riconoscerlo. Si presenta in semplicità, in apparenze deboli e povere, come i tre viandanti ad Abramo (Gen 18,2), come in tutte le apparizioni raccontate nella Bibbia. Così gli uomini e le donne possono decidere se credergli o meno(5).
“Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi…”. Dopo aver camminato con loro respirando i loro sentimenti e la loro condizione, chiede loro: “…che state facendo tra voi lungo il cammino?”.
Quanto abbiamo da imparare! Lui sa tutto, conosce i loro cuori e i loro pensieri segreti. Ma non ordina: “Sedetevi sull’erba che in cinque minuti vi spiego tutto”. Li stimola a fare domande, perché sa che soltanto ciò che risponde alle domande viene accolto con interesse. Non ciò che cade dall’alto. Non le lezioni che sfoggiano cultura(6).
Per rispondere alle domande, “spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui”.
E non spiegò con frasi fatte, con nozioni standard, con prediche ripetitive, con ragionamenti complicati, magari in latino o con un linguaggio da specialisti, liturgico, cioè con la voce impostata, solenne o lamentosa, alla quale tanti celebranti ricorrono, credendo di creare così il senso del sacro. Ma in modo efficace, penetrante, personalizzato, da fare ardere il cuore.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Straordinario! Unico! Ma come!? Gli hai spiegato tutto, gli hai riscaldato il cuore, gli hai riacceso la speranza, e non gli chiedi niente?
Noi – genitori, insegnanti, preti, amici persino – non gliela avremmo fatta passare liscia così, ma: “Adesso, fatemi il favore – gli avremmo cantato - tornate a Gerusalemme! E la prossima volta…”.
Niente! Tutto gratis! Proprio come aveva chiesto ai discepoli mandati in missione: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,9).
Nemmeno l’ombra di: “Se non venite al catechismo, niente cresima”; oppure ”se non partecipate ai corsi, niente matrimonio in chiesa”. Nemmeno: “Se non fate come dico io, Dio vi punirà”. Tutto gratuito. Solo tanto rispetto, tanto affetto, tanto amore, per questo i due lo supplicano: “Resta con noi!”.
Non respirano di sollievo quando lo vedono allontanarsi, non lo mandano mugugnando a quel paese; non borbottano: “Ma quando te ne vai?”.
No: “Resta con noi perché si fa sera!”. Niente apre il cuore come ciò che viene donato in modo gratuito.
È questo tema ad introdurci nella seconda tappa, quando i viandanti raggiungono il villaggio e sostano attorno alla mensa. I loro occhi si aprono solo allo “spezzare il pane”, una locuzione che indica la celebrazione della cena eucaristica.
“Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro…”. Una volta a tavola, Gesù non tira fuori le insegne del rango, della carica. Non sprigiona raggi folgoranti della sua gloria. Si fa riconoscere nel gesto più umano, quello del papà, della mamma, dell’amico, di chiunque è cosciente che non può mangiarsi tutto lui perché ci sono anche gli altri: prese il pane, lo spezzò, lo diede loro… dopo aver detto la benedizione, dopo aver fatto spazio a Dio, il padrone del pane(7).
Perché quel pane, come ogni pane, non è suo, come non è mio, non è tuo, non è solo di alcuni, ma di tutti. Perché è del Padre. Gesù lo sa. Per questo lo spezza e innalza questo umile segno a mezzo per riconoscerlo. Non chiede se si sono confessati, se si sono pentiti della loro perdita di fiducia. Gesù sa che il pane è di tutti, è per tutti.
Come lo sanno i poveri in spirito. Per questo lo spezzano. Per questo di essi è il regno dei cieli (Mt 5,3).
Gesù, vero uomo, anzi: l’uomo(8), il prototipo (Col 1,15-17) che il Creatore aveva davanti in principio (Gen 1,1), quando decise di far emergere l’universo dalle profondità del suo amore, e vero Dio, conosce il cuore degli uomini e delle donne. Sa che ogni comandamento, ogni precetto, sembrerebbe loro, sotto sotto, un’imposizione.
Stracciando con un anticipo di duemila e passa anni, sia gli psicologi, che avrebbero scoperto la nostra diffidenza verso tutto ciò che proviene dall’esterno, sia i pubblicitari, che avrebbero codificato la necessità della brevità per aumentare l’incisività del messaggio, ha pensato bene di lasciarci uno slogan fulminante: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti” (Mt 7,12). Come dire: “Ve lo dico in poche parole: sentite il cuore”.

Vi è anche un’evidente incongruenza storica nel racconto, come è ugualmente evidente la sua grande valenza teologica. L’atto dello spezzare il pane non poteva essere per loro consueto, se era stato istituito solo tre giorni prima ed alla presenza dei soli apostoli; ma tale atto era perfettamente noto ai componenti delle prime chiese cristiane a cui si rivolge Luca, che ormai lo celebravano tutte le settimane(9) da più di quarant’anni(10), e quindi era facile per loro identificarsi con i due discepoli; comprendevano quindi che all’interno dell’esperienza di fede propria del culto, il volto del Risorto diventa riconoscibile ed è la radice di speranza e di testimonianza.
Ma la valenza teologica non si ferma qui; i discepoli, riconosciuto Cristo, non possono rimanere fermi, devono farne partecipi gli altri discepoli, devono continuare il cammino, questa volta da soli, certi della presenza del Signore con loro. È la Chiesa che riconosce la propria dimensione apostolica unita alla propria dimensione comunitaria: il cristiano è apostolo, ma mai solo, è sempre parte di una comunità che lo sostiene (o almeno dovrebbe).
Sorge a questo punto la domanda: l’episodio di Emmaus è accaduto realmente o è solo una finzione teologica? Non è facile rispondere.
Se si fa riferimento al Vangelo di Marco, sicuramente il più antico, esso non riporta alcuna apparizione del Risorto(11). Questo testimonia che le varie tradizioni orali sulle apparizioni, all’epoca della redazione del Vangelo di Marco, non si erano ancora consolidate, lasciando cadere quanto di fantasioso si era aggiunto durante la trasmissione orale dei fatti(12).
Le citazioni di Paolo nelle sue lettere dimostrano che queste tradizioni si erano formate intorno a più fatti reali. Luca e Matteo (Giovanni è un caso da analizzare separatamente) hanno utilizzato queste tradizioni adattandole all’intento teologico e pedagogico che si prefiggevano; cioè non si sono limitati al semplice racconto, ma lo hanno reso universale inserendovi motivi teologici validi in qualunque tempo.

Note: 1. È veramente singolare che i testimoni della resurrezione siano donne, in un mondo, come quello ebraico, in cui il valore della donna era infimo, e dove la sua testimonianza era considerata inattendibile per definizione (Mishna’ Shebu’ot  4,1). Questa inattendibilità delle donne derivava dalla bugia detta da Sara, moglie di Abramo, (Gen 18,15) al Signore negando di aver riso alla rivelazione della sua prossima maternità, riso dovuto alla constatazione che sia lei che il marito erano già vecchi.  – 2.  Quando nei Vangeli si trova un personaggio con un nome preciso, significa che ha una dimensione storica, cioè è un personaggio reale, concreto, storico. A volte troviamo dei personaggi che hanno un nome simbolico, come nel nostro caso: Cleopa, abbreviazione di Cleopatro, un nome greco che significa “di padre illustre”. Poi vi sono dei personaggi che invece sono anonimi. Quando un personaggio nei Vangeli è senza nome, significa che l'evangelista non ci vuole raccontare un episodio storicamente avvenuto così come ce lo trasmette, ma è un'azione o una situazione nella quale chiunque legge o ascolta il Vangelo si può rispecchiare ovvero è un’esperienza che chiunque abbia fede può rivivere. – 3. Il significato del nome (di padre illustre) affiancato a quello, assente, del personaggio anonimo, sta a significare che chiunque, sia l’ultimo nella scala della considerazione umana che il primo, può fare la stessa esperienza del Cristo risorto. – 4. La localizzazione di questo villaggio non è chiara: alcuni antichi manoscritti indicano una distanza da Gerusalemme di 60 stadi, altri di 160 (circa 30 Km). Si pensa che questa lettura, fatta tra il IV ed il V secolo, sia un errore dovuto all’identificazione di Emmaus con Nicopolis (oggi Khimbert Imwas). Nello stesso periodo un’altra località fu indicata come Emmaus: El Qubeibe, ove gli archeologi moderni hanno trovato i resti di una chiesa medioevale e di una strada romana. Emmaus potrebbe anche essere Qalunya, località che Giuseppe Flavio chiama “Ammaus”. – 5. Una delle caratteristiche della predicazione di Gesù è la mancanza di qualsivoglia imposizione. La proposta del regno è offerta, mai imposta, donata senza alcuna costrizione a ricevere il dono. Mai che Gesù dica: “io sono l’unica verità e devi crederla”, ma dice:”io sono la verità e la vita, chi crede in me vivrà”. Ognuno è libero di credere o meno, di accogliere o meno il dono della parola. Sono insegnamenti che la Chiesa cattolica ha dimenticato, pagando molto cara questa mancanza di memoria. – 6. E’ pur vero che un bonario rimprovero Gesù lo fa, ma è più per svegliarli dal torpore della sconfitta, che per umiliarli. – 7. Qui è riportato con estrema semplicità il significato dell’Eucaristia legato alla “conoscenza” di Cristo nel pieno senso semitico della parola, cioè fare propri i pensieri, le parole, i gesti, gli atteggiamenti e i sentimenti di Gesù. E’ un concetto identico a quello espresso da Giovanni: “…chi mangia la mia carne…” (Gv 6,54-56), anche se Giovanni lo intende più in senso gnostico che semitico. – 8. Gesù ha sempre rifiutato altri attributi e accettato solo quello di “Figlio dell’uomo” che in aramaico, la lingua parlata da Gesù, significa proprio “uomo”, anche se nei vangeli viene unito anche al significato che assume in Dn 7,13. – 9. La celebrazione giornaliera dell’eucarestia si avrà molto dopo l’editto Costantiniano (313 d.C.) e comunque non in modo diffuso. La celebrazione eucaristica è atto domenicale per eccellenza e perde significato se lo si celebra giornalmente. – 10. Il vangelo di Luca è stato scritto tra il 70 e l’80 d.C.. Gesù è morto il 14 di nisan del 30 (7 aprile). Secondo altri il 14 aprile del 33, ma questa data risulta troppo tardiva secondo i riferimenti evangelici (Gv 9,31; Gv 2,20; Mt 26,17+). – 11. I versetti 9-20 del capitolo 16 del Vangelo di Marco, non sono attribuibili a Marco e probabilmente sono stati aggiunti alla fine del I secolo da un autore ignoto (altri studiosi parlano del II secolo). – 12. La più antica citazione delle apparizioni di Cristo risorto si ha nella lettera ai Corinzi di Paolo (1 Cor 15, 4–8) scritta nel 55 d.C