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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


mercoledì 25 giugno 2014

Santi Pietro e Paolo apostoli



Santi Pietro e Paolo Apostoli - Mt 16,13-20

Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

In Matteo, diversamente da Marco, questo brano occupa un posto centrale, in quanto egli ha scritto il suo vangelo appunto con lo scopo di proclamare la messianicità di Gesù. Per sottolineare l’importanza della professione di Pietro l’evangelista aggiunge subito dopo un brano in cui Gesù lo elogia per quanto ha appena affermato; la conclusione (v. 20) è ripresa nuovamente da Marco.
Il brano, usato dopo l’VIII secolo per giustificare l’autorità del vescovo di Roma su tutta la Chiesa, è stato oggetto di traduzioni ed interpretazioni mirate a questo scopo che non rispecchiano il testo originale greco. Per questo in questa spiegazione si farà ricorso al testo originale e non alla traduzione CEI 2008.
Vediamo gli antefatti che hanno portato agli eventi descritti nel brano.
Gesù(1) aveva messo in guardia i suoi discepoli dal «lievito dei farisei» (Mt 16, 5-12), cioè dalla mentalità e dalla dottrina dei farisei; e per essere sicuro che i suoi discepoli fossero lontani dall’influsso nefasto dei farisei li porta in territorio pagano, a Cesarea.
“Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo…”: l’evangelista ci dà un’indicazione geografica non per pura pignoleria, ma per farci comprendere tutto quello che viene di seguito. E’ la classica chiave di lettura che gli evangelisti usano mettere per facilitare la comprensione dei loro scritti.
Infatti a Cesarea di Filippo c’erano le sorgenti del fiume Giordano: questa sorgente, nella tradizione ebraica, veniva considerata l’ingresso alla dimora dei morti(2). Inoltre Cesarea di Filippo, chiamata così per non confonderla con Cesarea Marittima, città prettamente romana, era una città in costruzione e quindi era un grande cantiere. Questi dati sono da tenere presenti per comprendere poi le immagini successive.
“…domandò ai suoi discepoli: «La gente(3), chi dice che sia il Figlio dell'uomo?»
La risposta è deludente. Gesù aveva mandato i discepoli a predicare (Mt 10,1-16). I discepoli poco avevano capito, peggio avevano predicato; avevano fatto una grande confusione.
Le risposte confuse che adesso loro danno sono la conseguenza della predicazione confusa dei discepoli e quindi quello che viene fuori è un guazzabuglio.
Infatti rispondono:
“«Alcuni dicono Giovanni il Battista…”, si credeva infatti a quell’epoca che i martiri sarebbero ritornati in vita (2Mac 7,8).
“…altri Elia…”, perché la tradizione orale diceva che Elia, misterioso profeta dell’AT, sarebbe apparso per preparare la strada al Messia (Mt 3,3 e Gv 1, 23).
“…altri Geremia…”, Geremia venne condannato alla lapidazione, ma, secondo una tradizione orale nata al di fuori della Bibbia, Dio aveva trasformato Geremia in una pietra e lo aveva salvato.
“…o qualcuno dei profeti». E’ una confusione totale. Gesù li ha mandati ad annunziare lui e il suo messaggio, i discepoli non hanno capito niente e, soprattutto, non hanno fatto capire niente agli altri; inoltre, ciò che preoccupa maggiormente Gesù, è che la sua identificazione è avvenuta con individui che appartengono tutti al passato, nessuno ha compreso la novità portata da Gesù.
Ecco «il lievito dei Farisei», la tradizione; non c’è niente di più terribile dell’attaccamento alla tradizione religiosa, perché se uno intende la tradizione religiosa come un fattore positivo non se ne staccherà mai, ma per comprendere la novità portata da Gesù bisogna recidere l’attaccamento alla tradizione religiosa(4).
Gesù si rivolge nuovamente a tutti quanti: "Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?»". A Gesù interessa sapere cosa i discepoli hanno capito della sua predicazione.
“Rispose Simon Pietro(5):…” Gesù non ha chiesto a Simon Pietro, Gesù ha chiesto a tutti quanti, ma ancora una volta c’è questo discepolo che presume di essere il portavoce degli altri dicendo «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente(6.
La risposta di Pietro in parte è esatta, soprattutto per quello che riguarda «il Figlio del Dio vivente». Il grande equivoco che si faceva nei confronti di Gesù è che Gesù veniva riconosciuto come «figlio di Davide» e Pietro, una volta tanto, non è caduto nel tranello della tradizione.
Per figlio, nella cultura ebraica, non si intende uno nato da qualcuno, ma colui che assomiglia al padre nel comportamento. Gli ebrei attendevano un Messia figlio di Davide, cioè un Messia che assomigliasse a Davide, che era stato l’unico re che era riuscito a radunare tutte e dodici le tribù e inaugurare il Regno di Israele(7). Naturalmente lo aveva fatto mediante la violenza e l’oppressione; Salomone manterrà con difficoltà i confini ricevuti da Davide e dopo la sua morte ci sarà nuovamente la scissione.
La gente aspettava la rivincita: il Messia doveva essere come Davide, cioè uno che attraverso la violenza inauguri il Regno di Israele.
Simon Pietro, per la prima volta nei vangeli, riconosce che Gesù non è il figlio di Davide, non è uno che attraverso la violenza inaugurerà il regno, ma riconosce che Gesù assomiglia a Dio, non solo, ma a Dio che comunica vita. Questa è la risposta esatta, è la definizione esatta di Gesù.
E adesso seguono i tre versetti, i più difficili, i più complicati e soprattutto i più polemici non solo del vangelo di Matteo ma di tutto il NT. I tre versetti che hanno causato la grande divisione tra le varie confessioni cristiane.
Io voglio prescindere ora da queste divisioni e attenermi semplicemente al testo, il testo originale greco, e comprendere quello che l’evangelista ci vuol dire.
“E Gesù gli disse: «Beato sei tu…”; innzitutto Gesù proclama Simone beato, e si riallaccia alle beatitudini che sono presenti nel vangelo di Matteo, in particolare alla beatitudine «beati i puri di cuore perché vedranno Dio», cioè le persone che sono limpide, trasparenti, e per questo riescono a percepire la realtà di Dio già nella loro esistenza.
“«Beato sei tu, Simone, figlio di Giona…”; lo chiama per nome, però aggiunge “…figlio di Giona…”. Non è un appellativo simpatico: Giona è l’unico dei profeti dell’AT che ha fatto esattamente il contrario di quello che Dio gli aveva chiesto (Gn 1,1-3). L’unico, non ne esistono altri. Dio aveva detto "Giona, vai a Ninive", cioè a oriente, in questa grande città pagana, "perché se non si convertono, io la distruggo". Giona aveva pensato "Ah sì, quindi se io vado a Ninive, predico la conversione e quelli si convertono, tu non li distruggi? Va bene". Allora è andato al porto, si è imbarcato su una nave per Tarsis, cioè per la Spagna. Il Signore gli aveva detto "vai in oriente", e lui ha preso esattamente la direzione opposta. Perché? Perché così il Signore sterminava Ninive, perché erano dei pagani e non meritavano niente. Conoscete tutti quanti il seguito della storia.
Gesù vedendo Simone gli dice "tu sei figlio di Giona", cioè "farai sempre il contrario di quello che io ti dico", però ci sarà una possibilità per Pietro ”…perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”.
Gesù riconosce in Simone un puro di cuore che è riuscito a percepire la realtà di Gesù, che non è il figlio di Davide, uno che togliendo la vita agli altri rinnoverà il regno di Israele, ma colui che dà la propria vita per gli altri, che assomiglia al Dio vivificante, cioè al Dio la cui unica azione nei confronti degli uomini sarà sempre ed esclusivamente quella di comunicare e trasmettere vita.
“E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”, è il famoso versetto 18. Questo versetto in greco vuol dire una cosa; tradotto in italiano ne dice un’altra a meno di non scegliere con attenzione i vocaboli(8).
Dicamo subito che la prima parola che è stata tradotta con “Pietro” in greco vuol dire sasso, un frammento di roccia che si può raccogliere, si può lanciare, ma si può anche usare per costruire un muro; per semplicità lo tradurrei con il termine italiano “mattone” che non è proprio preciso, ma rende l’idea di un qualcosa che può essere usato in una costruzione.
La parola greca che è stata tradotta con “pietra” in greco vuol dire “roccia” che non si può spezzare né scolpire da quanto è dura: la roccia, nell’AT e nel NT, indica sempre Dio. Nel vangelo di Matteo, quando Gesù dice «chiunque ascolta le mie parole e le mette in pratica è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia» (Mt 7,24), usa la stessa parola.
In conclusione, cosa sta dicendo Gesù a Simone? Sta dicendo: “Tu sei un mattone, il primo mattone che ha capito, e sulla roccia che sta davanti a te (Gesù stesso) con te e con tanti altri mattoni come te io costrirò la mia chiesa, la mia comunità”
Nella lingua italiana, purtroppo, la traduzione «tu sei Pietro e su questa pietra costruirò la mia chiesa» fa credere come se Pietro e pietra fossero il maschile e il femminile di uno stesso nome. Ma in greco c’è la stessa differenza, tanto per dare un’idea, che c’è nella lingua italiana tra il "porto" e la "porta": si assomigliano, ma porto e porta non sono il maschile e il femminile dello stesso nome, sono due realtà completamente differenti.
Questa confusione si ha solo nella lingua italiana; la traduzione dal greco in inglese(9), per esempio, usa due differenti parole proprio per evitare questa confusione.
Che la roccia sia Gesù e che la chiesa non sia costruita su Simone ma su Gesù è una verità che tutti i testi del NT ci danno. Cito soltanto la Lettera agli Efesini (Ef 2, 20-22) dove Paolo dice «siete stati edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti essendo Cristo Gesù stesso la pietra angolare sulla quale l’edificio intero, ben collegato insieme, si va innalzando».
Quindi la roccia, la pietra sulla quale si costruisce la comunità di Gesù, questa roccia che non si può scalfire, è Gesù stesso; poi ognuno di noi è chiamato, come Pietro, ad essere una pietra per costruire questa comunità.
“…e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa…”; si dovrebbe in verità tradurre “ade”, non “inferi” perché purtroppo certe traduzioni hanno dato origine a delle interpretazioni assolutamente sbagliate.
Gli ebrei pensavano la terra come un rettangolo di pietra, sotto il quale c’era la caverna dei morti; in ebraico questa caverna si chiama sheol, che significa "colui che chiama". Le sorgenti del Giordano erano intese come uno degli ingressi di questa caverna sotterranea. La parola ebraica sheol ha un equivalente in greco nella parola ade.
Ade, nella mitologia greca, è una divinità alla quale, nella divisione dei regni, era spettato il regno dei morti.
In latino questa località sotterranea si chiama inferi, dal nome delle divinità che abitava il regno dei morti, da non confondere con inferno. L’inferno non c’è nei vangeli, è una costruzione teologica tipicamente cristiana della prima metà del V secolo.
Quando nel Credo si recita "Gesù Cristo morì, fu sepolto e discese agli inferi", non si intende che discese all’inferno, ma nella caverna sotterranea dei morti, per dare vita a chi non l’aveva più. Avesse detto inferno nessuno della comunità di Matteo avrebbe capito perché allora l’inferno non era stato ancora “concepito”.
Gesù sta dicendo a Pietro che le porte dell’ade, cioè del regno dei morti e della morte, non avranno il sopravvento contro di essa. Gesù sta dicendo qualcosa di molto positivo: la morte non è compatibile con la comunità cristiana. La comunità cristiana è il luogo dove sprizza effervescente la vita, perché siamo tutti quanti pietre vive, contagiate, per così dire, dal Dio vivificante, e tutti quanti trasmettiamo vita. Non c’è diritto di cittadinanza per la morte, per gli aspetti di morte, all’interno della comunità cristiana, quindi le porte dell’ade, degli inferi, di questo regno sotterraneo, le porte della morte, non avranno il sopravvento contro di essa. Gesù ce lo garantisce: quando la comunità è composta da persone che trasmettono vita, la morte non ha nessun potere.
C’è poi un altro versetto che ha dato origine, non capito, ad una delle pagine più sbagliate di Pietro. Nell’iconografia classica, Pietro viene rappresentato con le chiavi in mano. Le chiavi per entrare nel Paradiso? Niente di più inesatto.
Gli dice Gesù: “A te darò le chiavi del regno dei cieli”. Attenzione, "regno dei cieli"(10) è un’espressione che si trova quasi esclusivamente nel vangelo di Matteo, non per indicare l’aldilà, ma per indicare la comunità cristiana.
Nella Scrittura, nella mentalità biblica, chi teneva le chiavi di un palazzo o di una città era il responsabile della sicurezza di coloro che stavano dentro. Colui che aveva le chiavi della casa le aveva perché era responsabile della sicurezza della vita di coloro che stavano dentro e doveva essere disponibile a sacrificare la propria vita pur di difendere gli abitanti della casa. Colui che aveva le chiavi della città non era il detentore di un potere, ma era il responsabile della sicurezza di tutti coloro che abitavano dentro la città. Gesù, dando a Pietro le chiavi della comunità cristiana, lo rende il responsabile della sicurezza e della vita di quanti abitano lì dentro.
“…tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli…”; gli ha dato le chiavi e ci saremmo aspettati che dicesse: "tutto quello che aprirai sarà aperto e tutto quello che chiuderai sarà chiuso", invece Gesù non parla di aprire e chiudere, stranamente dice “tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”.
Legare e sciogliere sono due verbi che appartengono al linguaggio rabbinico e significa l’autorità di insegnamento della dottrina. Quando uno scriba era “ordinato” (il verbo non è corretto, ma lasciatemi questa libertà per maggior chiarezza)  durante la cerimonia si diceva proprio questa formula.
Gesù con questa frase autorizza Simone, che lo ha riconosciuto come Dio vivificante, di insegnare la dottrina di un Dio che trasmette vita.
Qualche capitolo più in là si capirà anche che quello che Gesù ha detto a Simone non è esclusivamente per lui; infatti Gesù dirà a tutti i discepoli «tutto quello che legherete sulla terra sarà legato nei cieli e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto», quindi è una responsabilità di tutti i credenti di trasmettere l’autentico messaggio di Gesù.
Del resto Simone è il primo mattone e non si costruisce una casa con un solo mattone, ci vogliono indubbiamente le fondamenta, che sono Gesù, ci vuole un mattone, il primo, e Matteo riconosce l’importanza di Simone in quanto il primo, ma ci vogliono anche altre pietre, quindi è un discorso che è rivolto a tutta la comunità cristiana.
E poi, stranamente, “Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.”
Ci aspetteremmo che Gesù dicesse "adesso andate a dire alla gente che io sono il Messia".
Ma non è così: rivolgendosi a Gesù, Simone lo ha chiamato "Il Messia", Gesù non è il Messia, Gesù è Messia.
La differenza è netta: se io un nome lo faccio precedere dall’articolo determinativo significa che è un qualcosa di conosciuto. Se io dico, "una chiesa", mi riferisco a una qualunque, se dico "la chiesa" indico una che è conosciuta.
Matteo, nel vangelo, presenta Gesù non come "il Messia", ma come "Messia", perché dire "il Messia" significa quello atteso dalla tradizione, cioè quello che conquisterà con le armi il potere a Gerusalemme, sconfiggerà i romani e inaugurerà il regno di Israele. Questo era il Messia. Gesù non è il Messia.
Messia significa unto del Signore, inviato del Signore, Gesù è l’inviato del Signore ma non con quei metodi che la gente si aspetta. Ecco perché Gesù anziché dire "allora andate a dire alla gente che io sono il Messia", dice "allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Messia".
Perché Gesù è Messia, ma non quello atteso dalla tradizione.
E qui adesso scoppia il dramma, adesso scoppia l’incidente. Ma non rientra nel brano in esame e lo esamineremo un’altra volta.

Note: 1. Quanto segue è stato liberamente tratto dalla conferenza “Tu sei Pietro” tenuta da P. Andrea Maggi nella basilica di S. Maria delle Carceri di Prato il 16 maggio 2001. – 2. All’epoca di Gesù, la terra era considerata come un rettangolo, sotto c’era un’enorme caverna che era la dimora dei morti, dove andavano a finire tutti quanti, indipendentemente dalla loro condotta. La sorgente del fiume Giordano era considerata uno degli ingressi di questa caverna sotterranea. – 3. Nel testo greco Gesù dice “gli uomini”, perché vuole esprimere un concetto che la parola “gente” non rende: l’espressione uomini nei vangeli è sempre negativa, non perché Gesù veda pessimisticamente gli uomini, ma perché con uomini si intendono quegli individui che non hanno accolto la Parola; quando l’accolgono diventano, come Gesù, «figli dell’uomo», cioè l’uomo per eccellenza.
- 4. La cosa è perfettamente valida anche oggi. Chi rimane legato alla tradizione religiosa, anche quella cosiddetta cristiana, non comprende la novità portata da Gesù. – 5. Da notare che, come in altre parti dei vangeli, l’evangelista chiama Pietro sia col nome originario che con il soprannome indicando così che ciò che sta per dire è in parte giusto e in parte inesatto. Lo avesse chiamato col solo nome originario voleva dire che l’espressione di Pietro era esatta; al contrario nel caso lo avesse chiamato col solo soprannome.  – 6. In realtà sarebbe più corretto tradurre “…che dona la vita”. Speriamo che in futuro la CEI trovi il coraggio di accettare tutte le modifiche proproste dai traduttori perché in tal modo i vangeli ritroverebbero lo smalto dei primi secoli. – 7. Questo è quanto riportato nei libri dell’AT (1-2Sam e 1Re). Profonde e accurate ricerche storiche e archeologiche fatte da specialisti israeliani, europei e statunitensi oggi tendono ad escludere sia la riunione dei due regni di Israele che l’esistenza storica delle persone di Saul, Davide e Salomone la cui narrazione sarebbe stata redatta per ragioni politiche durante le guerre che Assiria e Babilonia avevano intrapreso nel VII e VI secolo a.C. per assicurarsi una via libera per i commerci con l’Egitto. – 8. I vangeli sono stati scritti in lingua greca, e precisamente nel greco familiare, quello di tutti i giorni denominato koiné. Dal quarto secolo in poi, i vangeli sono stati tradotti in latino e si sa che passando da una lingua all’altra non sempre si riesce a tradurre bene; per quanto il traduttore faccia uno sforzo il significato della parola originale, tradotto in un’altra lingua non ha più quella forza e quel significato. C’è stato un momento (circa nell’VIII secolo) in cui basandosi su questo versetto, la chiesa occidentale, che poi diventerà chiesa cattolica, iniziò a costruire la teologia della supremazia del vescovo di Roma su tutte le altre chiese. Le chiese che invece erano di lingua greca, le chiese orientali, quelle che adesso si chiamano ortodosse (tra l’altro "ortodosse" significa "quelle della vera fede"), che si sono attenute al testo greco, dicevano "ma dove lo trovate? Qui Gesù dice che Pietro è la prima delle pietre, su questo non si discute, ma non che la chiesa sia costruita su Pietro. La chiesa è costruita su Gesù o la fede in Gesù". Anche i padri della chiesa, i primi traduttori e scrittori cristiani, erano d’accordo su ciò. Dall’XI secolo in poi, per motivi politici che ci sono stati nella storia della Chiesa occidentale, il vangelo è diventato definitivamente "tu sei Pietro e su questa pietra…". Si è sbilanciato tutto il significato del vangelo a discapito della figura di Gesù. La Chiesa non veniva più costruita sul fondamento che è Gesù, ma su un discepolo sia pure importante come Pietro, dimenticando anche che la stessa persona che viene indicata come prima pietra per la costruzione, cinque minuti dopo diventa pietra di inciampo. La Chiesa orientale, che è rimasta fedele al testo greco, non ha mai accettato questa supremazia del Vescovo di Roma. – 9. Ovviamente si intende la traduzione approvata dalla Conferenza Episcopale Inglese, quindi cattolica. – 10. Gli ebrei avevano timore di pronunciare il nome di Dio ed evitavano persino di scriverlo; al suo posto usavano dei sostituti, uno di questi sostituti è cielo, come diciamo anche noi in italiano, per esempio quando diciamo "grazie al cielo".

lunedì 16 giugno 2014

Santissimo Corpo e Sangue di Cristo.



Santissimo Corpo e Sangue di Cristo –  Gv 6, 51-58

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Come al solito è necessario partire da diversi versetti prima per comprendere il brano letto. Nel vangelo di Giovanni non vi è il racconto dell’istituzione dell’eucaristia; forse l’evangelista riteneva inutile ripetere quanto gli altri vangeli, tra cui Marco scritto quasi cinquant’anni anni prima, avevano ampiamente descritto e al tempo in cui Giovanni scrive, le chiese cristiane celebravano l’eucaristia da più di mezzo secolo.
A Giovanni interessa far risaltare il significato dell’eucaristia ed inserisce qui, come nel grande discorso di addio della cena di pasqua, una descrizione, profondissima, del senso dell’eucaristia.
Siamo a Cafarnao, nella sinagoga o probabilmente nel cortile di accesso, vista la difficoltà che aveva Gesù ad entrare nelle sinagoghe perché non era sposato(1).
Gesù è reduce da un atto che lo ha portato all’ammirazione del popolo: la moltiplicazione dei pani (Gv 6,1-13). Ha dimostrato come è possibile, condividendo il poco che ciascuno ha, sfamarsi e superare le difficoltà. La folla lo rincorre, non vuole mollare un uomo così utile, vuole farlo re(2). Gesù rinfaccia subito alla folla questa intenzione: “voi mi cercate perché vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà”(Gv 6,26-27).
Da qui parte un serrato batti e ribatti tra Gesù e il popolo, che non ha capito nulla del discorso di Gesù: il popolo ha il problema del pane quotidiano e non è tanto disposto ad ascoltare discorsi filosofici, specialmente quando Gesù afferma: “io sono il pane della vita”.
Di fronte a questa affermazione della divinità di Gesù(3), di fronte alla apparente bestemmia, non è più il popolo a rispondere, ma i “Giudei”, cioè gli scribi e i farisei presenti in mezzo alla folla(4). Cafarnao non è molto distante da Nazareth, per cui vi erano sicuramente persone che conoscevano la famiglia di Gesù, sapevano da dove veniva e non potevano quindi accettare un’affermazione del genere. A loro Gesù risponde in modo molto duro, dichiarandoli ormai esclusi dalla salvezza: voi non credete, perché per credere a me è necessario l’intervento del Padre. Voi siete destinati a rimanere quello che siete, dei morti, perché chi crede in me ha la vita eterna.
Subito dopo Gesù riprende l’affermazione del v. 48 riformulandola in questo modo: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo» (v. 51a). E prosegue: «Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (v. 51b).
In quest’ultima affermazione il pensiero fa un passo in avanti: il pane che Gesù darà non solo si identifica con la sua persona, ma è la sua stessa carne che deve essere mangiata perché possa comunicare la vita.
Qui vi sono due concetti da sottolineare, uno derivato dal linguaggio biblico ed il secondo dalla filosofia greca e per la precisione dalla filosofia gnostica(5).
Nel linguaggio biblico la carne non è altro che la persona umana, vista però in tutta la sua limitatezza e fragilità. In Gesù il Verbo (il progetto di Dio) si è fatto carne (cfr. Gv 1,14), e ora dà la sua carne in cibo all’umanità; in questa frase il verbo «dare» e la particella «per» (in greco hyper, in favore di) richiamano il dono di sé che il servo di Jahweh fa per riportare il suo popolo a Dio (cfr. Is 53,10-11 nella traduzione dei LXX); di conseguenza, nel linguaggio della chiesa primitiva (cfr. Gal 1,4) e dello stesso Giovanni (cfr. Gv 3,16), questi termini indicano la morte di Gesù in croce, il cui scopo è quello di mettere la vita eterna a disposizione del mondo, cioè di tutta l’umanità. L’identificazione del pane della vita con la «carne» di Gesù orienta l’attenzione del lettore al pane che nell’ultima cena Gesù darà ai suoi discepoli come segno del suo corpo. Giovanni però preferisce usare il termine «carne» che per lui indica l’essere umano vivente, mentre parla di «corpo» soltanto in riferimento al cadavere di Gesù (cfr. Gv 19,38.40; 20,12).
Nel linguaggio della filosofia gnostica conoscere una persona, comprenderne i pensieri, gli ideali, le intenzioni, le speranze e condividerle era un po’ come cibarsi di questa persona in quanto solo nutrendosi di lei era possibile comprenderla integralmente. In questo senso il corpo di Gesù è vero cibo, perché solo così si assimila integralmente la sua parola ed il suo pensiero. Come si vede i due concetti si intersecano completandosi a vicenda nel discorso di Gesù.
Nel brano successivo Gesù focalizza la sua attenzione su questo aspetto del suo annunzio. I giudei esprimono nuovamente la loro incredulità chiedendosi: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?» (v. 52).
Gesù non risponde alla loro domanda, ma prosegue: «In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita» (v. 53). Con queste parole Gesù, invece di attenuare il senso dell’affermazione precedente, ne accentua il carattere realistico sottolineando come per avere la vita sia necessario non solo mangiare la sua carne ma anche bere il suo sangue. Nel linguaggio biblico l’espressione «carne e sangue» designa la persona umana nella sua totalità (cfr. Gv 1,13). Il fatto che la carne sia disgiunta dal sangue rimanda alle parole della cena e più a monte allude da una parte ai sacrifici del tempio, nei quali carne e sangue venivano separati, e dall’altra alla morte di Gesù in croce, interpretata in chiave sacrificale. Sullo sfondo è presente anche il tema biblico del banchetto escatologico (cfr. Is 55,1-2) e del banchetto della sapienza (cfr. Pr 9,5; Sir 24,20), dove si parla non solo di cibo, ma anche di bevanda. La disgiunzione della carne da mangiare dal sangue da bere comporta una grave provocazione nei confronti del mondo giudaico, per il quale il sangue non poteva essere bevuto (cfr. Gen 9,4; Lv 3,17; Dt 12,16.23-25).
Nei due versetti successivi Gesù prosegue: «Chi mangia (in greco ho trôgôn) la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda» (vv. 54-55). Con queste espressioni egli non fa altro che ribadire quanto affermato precedentemente, sottolineando che la sua carne è «vero» cibo e il suo sangue è «vera» bevanda: il verismo del mangiare, accentuato mediante l’uso del verbo greco trôgein, «masticare», non elimina però il significato simbolico dell’affermazione. L’effetto di questo mangiare e bere è la vita eterna che appare come una realtà già presente e al tempo stesso futura, in quanto coincide con la risurrezione che avrà luogo «nell’ultimo giorno(6)».
Il significato della vita promessa a chi mangia la sua carne e beve il suo sangue viene ulteriormente specificato da Gesù con queste parole: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per (mezzo di) il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per (mezzo di) me» (vv. 56-57).
Tra Gesù e colui che mangia il suo corpo e beve il suo sangue, si instaura dunque un’intima comunione di vita, che si modella su quella che unisce Gesù al Padre, anzi ne è la conseguenza e lo sviluppo logico: come il Figlio, che è stato mandato dal Padre, attinge da lui tutta la sua vita, così chi mangia il Figlio attinge da lui quella stessa vita che egli ha ricevuto dal Padre.
Vi è però una condizione che spesso sfugge, o che allontaniamo dai nostri pensieri perché non siamo tanto disposti ad accettarla. Mangiare il Corpo di Cristo non è un rito magico; l’atto di accogliere Cristo in noi significa che vogliamo(7) entrare in comunione con lui, significa che noi condividiamo in tutto e per tutto la Parola di Cristo, anche e soprattutto quell’unico comandamento che ci ha lasciato: amatevi l’un l’altro come io vi ho amato (Gv 13,34) ”; il comandamento che ha sostituito ed superato i comandamenti del Sinai.
Quel comandamento è stato annunciato pochi minuti dopo che Gesù aveva lavato i piedi ai suoi discepoli (Gv 13,5-11), e questo non era un servizio piacevole, visto che si camminava praticamente scalzi e le vie della città erano anche le fogne.
Accostarsi all’eucaristia vuol dire accettare di fronte a Dio e a tutta la comunità di divenire noi stessi pane per gli altri, di aiutare gli altri ovunque vi sia bisogno, anche a scapito dei nostri interessi, anche se l’altro non merita nemmeno di essere guardato, anche se abbiamo ricevuto da lui il più feroce dei torti.
È questa la condizione fondamentale per accostarsi alla mensa di Cristo, è questo l’abito nuziale di cui parla Matteo(8); è per far comprendere questo che Paolo ha sottolineato con gravità “chi mangia e beve senza riconoscere(9) il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna (1Cor 11,29).
Se noi ci nutriamo del corpo di Cristo, se noi diveniamo pane per gli altri, adeguandoci quindi alla volontà di Dio, riceviamo l’adempimento della promessa di Cristo: la vita eterna.
Più che un dogma, più che una morale, più che una ideologia, il cristianesimo è questo: la divinizzazione dell’uomo!
Il discorso giunge così alla sua conclusione: «Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i vostri padri e morirono. Chi mangia (ho trôgôn) questo pane vivrà in eterno» (v. 58). Con queste parole Gesù, riprendendo espressioni già usate precedentemente (cfr. Gv. 6,31-33.49-50), afferma di essere lui il pane disceso dal cielo, perché, diversamente dalla manna, dà una vita che dura eternamente. La sua persona, donata sulla croce per tutta l’umanità e rappresentata nei segni eucaristici del pane e del vino, è dunque il nutrimento dei tempi escatologici, dal quale scaturisce la vita piena nella comunione con il Padre.

Note: 1. Nel mondo ebraico il matrimonio non era una scelta dell’individuo, ma un obbligo in ottemperanza al comandamento di Dio che diceva: “crescete e moltiplicatevi” (Gen 2,28. La legge (Talmud, Qid. B, 29b) aveva stabilito l’età per il matrimonio: 18 anni per il ragazzo e 12 per la ragazza e considerava colui che non si sposava un maledetto da Dio, un omicida, a meno che uno non avesse dei problemi dal punto di vista sessuale, e quindi fosse un eunuco. Proprio perché probabilmente girava su di lui questa voce (dai Vangeli non risulta che Gesù fosse sposato) in risposta a questa accusa, Gesù dice "C’è chi nasce eunuco, chi diventa eunuco a causa degli uomini e ci sono quelli che si sono fatti eunuchi per il regno di Dio" (Mt 19,12). L’essere considerato maledetto da Dio non consentiva l’accesso alla preghiera e quindi alla Sinagoga. Anche i monaci esseni, contemporanei di Gesù, erano sposati, come dimostrano le tombe ritrovate nel monastero di Qumran che contengono nello stesso loculo lo scheletro di un uomo e quello di una donna.  – 2. La concezione ebraica della figura del re è diversa da quella occidentale. Per gli ebrei il re è la persona a cui Dio affida il popolo, colui che deve provvedere al popolo in nome e per conto di Dio (1Sam 10); per questo è adottato da Dio (diviene figlio di Dio) intendendo con ciò che Dio agirà sempre al suo fianco. Questa concezione, profondamente inserita nella cultura e condivisa da tutti gli ebrei, permetterà a Gesù di annunciare, con la certezza di essere immediatamente compreso, l’inizio del “Regno di Dio”, cioè la condizione in cui l’uomo può contare sull’amore di Dio in qualunque atto ed esigenza della propria vita. Nel Regno di Dio non vi è un uomo nominato re a provvedere agli altri uomini, ma Dio stesso. È un significato che sfugge completamente a noi occidentali che, per darne una spiegazione, abbiamo istintivamente trasferito il Regno di Dio nell’aldilà, falsando completamente il pensiero di Gesù. – 3. Io sono, in ebraico suona “yahweh”, il nome di Dio rivelato a Mosè nel roveto ardente. – 4. Per Giovanni il termine Giudei non ha solo il significato di abitanti della Giudea, ma soprattutto di oppositori di Gesù, di increduli che provengono dal giudaismo e non riconoscono Gesù come messia, generalmente scribi e farisei. – 5. Una definizione di gnosticismo potrebbe essere: nome collettivo indicante un gran numero di sette paternalistico-idealistiche fortemente diverse tra loro che furono attive da poco prima dell'Era cristiana al V secolo d.C. e che, prendendo in prestito la fraseologia ed alcuni dei dogmi delle principali religioni a loro contemporanee, specialmente del cristianesimo, sostenevano che la materia fosse un deterioramento dello spirito e l'intero universo una depravazione della Divinità, ed insegnavano che il fine ultimo di ogni essere era il superamento della bassezza della materia ed il ritorno allo spirito Genitore; tale ritorno, sostenevano, era stato facilitato dall'apparizione di alcuni Salvatori inviati da Dio. Lo strumento per tale superamento era la conoscenza, da cui il nome del movimento filosofico (che significa conoscere in greco). – 6. La locuzione ultimo giorno proviene esclusivamente dalla tradizione ebraica e non è presente nei vangeli sinottici. Risulta anche in contrasto con il significato del brano relativo a Lazzaro (cfr. Gv 11, 1-45). Queste discrepanze non devono meravigliare perché il vangelo di Giovanni è stato scritto a più mani sia pure ricalcando gli scritti lasciati da Giovanni. – 7. La componente della volontà, dell’atto fatto per propria decisione e non subìto, è fondamentale nel sacramento dell’Eucaristia. Cristo ha detto ”prendente e mangiate”; non ha detto “aprite le labbra che vi imbocco”; imboccare è l’atto che si compie a favore dei bambini, degli inconsapevoli. Il gesto di accogliere la particola nelle nostre mani e di portarla noi, liberi nella nostra specifica decisione, alla bocca, sottolinea la nostra comunione consapevole con il Cristo, con tutto quello che questo comporta. Sulla stessa linea è il fatto di riceve il sacramento in piedi, da figli e non da servi come nel caso di riceverlo in ginocchio. – 8. Mt 22, 11-12. La parabola del banchetto nuziale. – 9. Il senso del verbo conoscere, o riconoscere, nella mentalità orientale ed ebraica in particolare, supera notevolmente quello che ha nella lingua italiana. Tale verbo indica non solo il verificare l’identità dell’altro, ma sottolinea soprattutto l’unione stretta fra due individui; nel caso di un uomo ed una donna esprime infatti l’unione sessuale.

lunedì 9 giugno 2014

Santissima Trinità



Santissima Trinità – Gv 3, 16-18

In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo:
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

Sicuramente mi ripeto, ma affermo sinceramente che non sono in grado di comprendere la logica che guida i liturgisti nella scelta del brano di vangelo da proporre alle comunità cristiane in occasione di specifiche festività. A me non sembra che questo brano sia rappresentativo della teologia della Trinità ed inoltre il brano, già difficile di per se, diventa del tutto incomprensibile se non lo si legge nella sua interezza (Gv 3, 1-21):

 Vi era tra i farisei(1) un uomo di nome Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei. Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui». Gli rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall'alto, non può vedere il regno di Dio».
Gli disse Nicodèmo: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». Rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall'alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito».
Gli replicò Nicodèmo: «Come può accadere questo?». Gli rispose Gesù: «Tu sei maestro d'Israele e non conosci queste cose? In verità, in verità io ti dico: noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Il brano, per quanto possa apparire strano agli occhi di un lettore moderno, è un tentativo di contatto e di accordo tra due “partiti politici” che in quel momento andavano per la maggiore in Israele, quello dei farisei ed il movimento di Gesù. Ho detto partiti politici per cercare di rendere comprensibile al lettore odierno una concezione molto lontana dalla sua mentalità: la coincidenza, o meglio l’identificazione, tra politica e religione presente nel mondo antico ed in Iraele in modo particolare.
I farisei si erano stupiti del coraggio manifestato da Gesù al momento della sua irruzione nel Tempio di Gerusalemme per cacciare i mercanti (Gv 2,13-17) dando, con questo gesto,  un segnale significativo anche  per la classe sacerdotale.
In effetti, opponendosi risolutamente al potere dei partiti ebraici conservatori (e, almeno in parte, collaborazionisti con Roma), Gesù aveva saputo destare l’attenzione della fazione farisaica, di tendenze più nazionalistiche, anche se questa attenzione non si era tradotta al momento in un appoggio esplicito al suo movimento. Proprio per questo uno dei loro capi, Nicodemo, va a trovarlo "di notte", cioè di nascosto, in privato, per valutare la possibilità di una intesa.
Nicodemo è un tipico rappresentante della religiosità, della cultura e del diritto giudaico. Ha forti difficoltà, però, ad entrare nello spirito delle parole di Gesù, nonostante sia  anch’egli possessore della cultura ebraica; Gesù infatti applica una ermeneutica nuova, una nuova interpretazione della Scritture e invita i suoi interlocutori a non fermarsi alla lettera degli scritti ma a coglierne lo spirito ed i sensi più veri.
Nicodemo si trova così spiazzato e Gesù è costretto ad andagli incontro aprendo un’area di dialogo sull’amore di Dio-Padre per il mondo intero e sulla comprensione della sua figura e sulla sua missione. Vediamo come questo avviene:
«Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; …».
La frase di Nicodemo riflette chiaramente l'intento d'incasellare il gesto eversivo di irruzione nel Tempio in uno schema precostituito: "Sappiamo che sei un maestro venuto da Dio". I farisei hanno compreso che Gesù ha una ispirazione divina, ma si guardarono bene dal mostrarlo pubblicamente.
Ispirazione divina si, ma da parte di quale Dio? O meglio, di quale interpretazione di Dio(2)? Un uomo "timorato di Dio(3)" avrebbe forse avuto il coraggio di opporsi al potere politico-religioso dei sacerdoti, fino al punto d'entrare con la forza nel recinto sacro del tempio? Forse Gesù aveva voluto "purificare" il tempio solo perché mosso da uno sdegno di tipo morale?
"…nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui". Ecco lo schema precostituito applicato alla realtà: Gesù aveva compiuto un'azione che anche un vero fariseo, virtualmente, avrebbe dovuto compiere. Nicodemo è dunque andato a trovarlo per convincerlo a diventare un seguace del proprio partito.
Gesù declina l'offerta e ribatte: "…se uno non nasce dall'alto, non può vedere il regno di Dio.” Cioè, trasformandolo in linguaggio moderno: per poter avere una politica alta, veramente rivoluzionaria, occorre vivere anche una prassi rivoluzionaria; infatti il popolo non sa che farsene delle buone intenzioni dei farisei, se ad esse non corrispondono azioni concrete e coerenti.
Nicodemo si giustifica dicendo: "Come può un uomo nascere quando è vecchio?". Nicodemo fa riferimento alle sconfitte subite fino ad allora dai farisei: è giusto pretendere una maggiore coerenza da un partito che lotta per la liberazione antiromana, ma bisogna anche considerare le grandi delusioni sofferte nel passato.
Maggiore coerenza esisteva quando il movimento farisaico era giovane, ora però si può sperare di sopravvivere solo cercando il compromesso. Ecco perché non si può appoggiare pubblicamente un'iniziativa così radicale come quella dei nazareni.
Se le cose stanno così, obietta Gesù, il vostro partito non potrà far nulla per la liberazione d'Israele: "…se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall'alto…".
Il destino dei farisei, per Gesù, è segnato: o si rinnovano o periscono; ma per potersi rinnovare essi devono accettare una verità difficile: "…Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito…” In altre parole: o i farisei ridimensionano la loro pretesa di porsi come unico partito alternativo al potere dominante, oppure saranno emarginati da nuove forze sociali, più giovani e più coraggiose, soprattutto più coerenti con gli ideali di giustizia e liberazione nazionale. In ogni caso rischiano di vivere un ruolo subalterno, all'ombra dei partiti più conservatori.
Nicodemo insomma dovrebbe accettare, secondo Gesù, l'idea di una pluralità di forze sociali, tra loro paritetiche, provenienti da esperienze eterogenee, in grado di opporsi, in maniera più o meno efficace, con mezzi e strumenti diversi, al sistema dominante.
Nicodemo però resta scettico: "Come può accadere questo?", com'è possibile che forze non istituzionalizzate possano lottare per la realizzazione del regno di Dio? Come potranno queste forze, una volta cacciati i romani e sconfitti i collaborazionisti, governare il Paese? Come può il popolo governare se stesso?
"Tu sei maestro d'Israele e non conosci queste cose?" risponde Gesù, se il movimento di Nicodemo non è capace d'insegnare al popolo ignorante come vivere senza padroni, come può pretendere che il popolo lo ascolti? Come potranno i farisei lottare per l'indipendenza nazionale se sin da adesso non sono capaci di pensare in modo democratico?
"…noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto...", dice Gesù, perchè il movimento nazareno vive tra le masse e non nel palazzo o non solo nelle sinagoghe.
"…ma voi non accogliete la nostra testimonianza…" certo non allo stesso modo dei partiti conservatori, che la rifiutano a priori, ma quasi. Se aveste appoggiato la cacciata dei mercanti del tempio, ora saremmo per tutti degli interlocutori credibili, perché temuti. 
“Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo”. Se non seguite le mie indicazioni nelle piccole cose, come potrete seguirmi nelle cose più alte? Solo io vi posso parlare del nostro futuro, ma per far questo “E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” dovrò essere ucciso perché diventi chiaro a tutti che le mie parole contengono la verità per non rinnegare la quale si può anche morire.
La breve pericope di Gv 3,16-18 ci offre un elemento connotativo della figura di Dio Padre: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”.
Sono versetti che spiegano la concezione politco-religiosa di Gesù e che implicitamente invitando ad una sorta di rilettura di alcune parti dell’AT.
Il dono del Figlio che indica agli uomini come rendere felice la propria vita(4), è il dono più grande del Padre: “…Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio…” Gesù compiange chi non ha il coraggio di accogliere il suo messaggio e, finalmente, vivere sereno, senza la condanna dell’ansia e della paura.
L’enfasi posta sul verbo amare al tempo passato solleva un velo sull’atteggiamento di amore che Dio ha sempre nutrito nei confronti dell’umanità e che costituisce il filo conduttore dell'AT.
Il verbo amare risulta così la insondabile chiave di lettura delle Scritture bibliche e non mancano sorprendenti e utili implicazioni ecumeniche sia nei rapporti ebraico-cristiani, sia in riferimento all’intero quadro dei rapporti interreligiosi con le altre fedi.
Lo scopo di questa base biblica rimane quella di voler segnalare che Dio è amore, non nel senso romantico o confessionale del termine. Egli rivolge la sua attenzione salvifica verso tutti gli uomini e verso tutte le culture alle quali potrebbe porsi come risposta alle loro domande espresse o implicite.
A questo punto è necessario accennare ai ‘semi del Verbo’, cioè a quei tratti esigui di verità cristiana presenti nelle grandi culture da noi dette pagane. Da Giustino (100-165 d.C.) a Jacques Dupuis(5)(1923-2004) quella dei ‘semi del Verbo’ è una ricerca che, a vario titolo, impegna teologi e studiosi di ogni epoca; ma senz’altro oggi più di ieri: quello dei 'semi del Verbo' è un orientamento di ricerca che impegna teologi e studiosi anche in questo nostro tempo.
“E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».
La comunità cristiana secondo il vangelo di Giovanni deve essere il luogo dove splende la luce. La luce non lotta contro le tenebre, la luce deve splendere. E quando la luce allarga il raggio d’azione della sua luminosità, la tenebra si ritira.
Allora, quanti vivono secondo una direzione sbagliata di vita e vedono brillare la luce di questa comunità e se ne sentono attratti ed entrano entro il raggio d’azione di questa luce, il loro passato viene completamente cancellato.
Quanti al contrario sono nelle tenebre e vedono in questa luce una minaccia al loro interesse, al loro prestigio, man mano che la luce si allarga, si ritirano sempre più nelle tenebre, vanno sempre più nella parte più tenebrosa, perché come ha detto Gesù chi fa il male odia la luce.

Note: 1. La corrente dei farisei costituisce, probabilmente, il gruppo religioso più significativo all'interno del giudaismo nel periodo che va dalla fine del II sec. a.C. all'anno 70 d.C. ed oltre. i farisei corrispondono ad una nuova aristocrazia fondata sulla cultura, ossia sulla conoscenza della Scrittura. Con essi si viene così a creare nella società ebraica una classe di intellettuali e di persone colte, in opposizione alla vecchia aristocrazia chiusa e tradizionalista. L'ambiente fariseo comprendeva gli scribi, vale a dire quanti insegnavano la Legge; ma gli scribi non erano necessariamente farisei. Pur annoverando nel suo seno individui spregiudicati, il movimento fariseo rappresentava nel giudaismo la corrente più fervente, più aperta e più moderata; furono chiamati da Giuseppe Flavio col nome di farisei (in ebraico pherushim, in greco pharisaion), ossia i "separati" o i "dissidenti". Probabilmente il termine fu coniato dagli oppositori con intento dispregiativo; tra loro si chiamavano invece chaverìm (congregati, compagni).
Sul piano dottrinale, i farisei erano intransigenti sulla sostanza della fede e della legge, ma duttili sulle sue applicazioni. Grandi figure di farisei hanno costellato il periodo ellenistico-romano: Hillel sotto il regnodi Erode, fu l'iniziatore della cultura farisea; di posizioni moderate, aveva in Shammaii un interlocutore dalle rigide tesi dottrinali.
Fallita la ribellione dei giudei contro i romani che comportò la distruzione di Gerusalemme, i farisei emersero dalla catastrofe che aveva travolto la loro nazione quale unica corrente spirituale vitale, capace di coagularne attorno a sé i resti che non vennero assimilati dalla società romano-ellenica o che non si convertirono al cristianesimo. Dai farisei trae origine l'ebraismo rabbinico o moderno. – 2. La domanda è essenziale perché i farisei e il movimento di Gesù avevano due interpretazioni di Dio del tutto diverse. I farisei avevano una comprensione di Dio di tipo giuridico, cioè legata alla Legge. I secondi vedevano Dio come emanazione di amore svincolata da ogni legge e costrizione. – 3. Il concetto di uomo “timorato di Dio”, tipicamente farisaico, è molto simile al concetto di “giusto”, cioè di uomo che segue la Legge in modo rigido, quasi ossessivo. E’ evidente che nel movimento di Gesù non potevano esistere uomini “timorati di Dio” perché tutti si sentivano amati da Dio. – 4. L’allocuzione “vita eterna”, che non rappresenta la migiore traduzione dal greco, deve intendersi come una vita di una qualità tale da superare la morte e quindi divenire eterna. Come è facilmente riscontrabile leggendo gli scritti dei primi cristiani, la vita eterna comincia per ogni uomo nel momento della nascita e non del concepimento come oggi si ritiene in ambito cattolico, in quanto la parola vita nei vangeli è sempre collegata alla vita intellettiva di relazione, inesistente nel feto (secondo S.Agostino fino al terzo mese di gravidanza). Questa interpretazione del verbo greco zao (vivere) è abbastanza recente. In passato lo si riteneva un sinonimo di byoo ed in italiano era entrato in uso con questo significato (ad esempio: giardino zoologico). Oggi, sulla base dell’esame di migliaia di testi antichi possibile solo con le tecnologie moderne, si attribuisce a questo verbo un significato più preciso volto a descrivere una vita fatta di relazione con il mondo e con gli altri ad un livello superiore e distinto dalla vita biologica. Interessante il fatto che nella traduzione dall’ebraico al greco detta dei Settanta (II secolo a.C.), quando nella Genesi Dio crea l’uomo e gli dà la vita con il proprio alito, il traduttore usa il termine zoe e non byos. Gli studi proseguono perché da questa constatazione potrebbe derivare una diversa definizione di “persona umana”. – 5. Gesuita belga esperto nel dialogo interreligioso con l'induismo. Nel 2001 il suo libro Toward a Christian Theology of Religious Pluralism condusse Dupuis ad essere censurato dalla Congregazione della Dottrina della Fede: erano state notate alcune ambiguità per le quali sono stati chiesti chiarimenti, ma Dupuis non è mai stato condannato. Nello stesso anno Papa Giovanni Paolo II ha riconosciuto il lavoro pionieristico di Padre Dupuis nell’aprire la strada al significato delle altre religioni, in God’s plan of salvation of mankind.