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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


martedì 12 agosto 2014

Assunzione di Maria Vergine



Assunzione della Beata Vergine Maria (Messa del Giorno) - Lc 1,39-56  
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Allora Maria disse:
«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre».
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

Il brano che ci accingiamo a leggere più che descrivere un fatto, produce delle affermazioni teologiche. Per comprenderne il significato dobbiamo ricordarci che Maria è una ragazza di circa 13 anni (forse meno)1, che è incinta di Gesù e che è solo fidanzata e non sposata con Giuseppe2. Sono particolari che a quell’epoca contavano molto.
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.” Quindi Maria, dal nord, dalla Galilea, si mette in viaggio, in fretta verso una città di Giuda, nel sud. Sono all’incirca 150 chilometri se si passa attraverso la Samaria; un po’ di più se si segue la valle del Giordano; ovviamente da fare a piedi3.
In entrambi i casi il percorso è pericoloso; in Samaria i galilei ed i giudei non erano ben visti ed era molto facile rimediare una coltellata. La valle del Giordano è abitata da pastori, gente brutale, abituata a vivere più con le bestie che con gli uomini: uno stupro era il minimo da preventivare. A tutto questo occorre aggiungere che Maria non può contare su nessuno: non può essere accompagnata dal padre o da uno della famiglia perché è in attesa di un figlio senza essere sposata; non può essere accompagnata da Giuseppe perché non sono sposati. Fare un viaggio del genere da sola camminando per quattro giorni e dormendo dove capita è veramente inconcepibile. Forse nemmeno una prostituta si azzarderebbe a compiere un viaggio simile. 
E’ sconcertante quello che Luca sta narrando, è evidente che il racconto, più che descrivere un fatto storico, vuole affermare una verità teologica: il collegamento, nel piano di Dio, tra Giovanni (il Battista, il precursore, l’Elia atteso) e Gesù.
Inoltre Maria è spinta dalla fretta: l’evangelista non ci dice quale sia il motivo di questa fretta, probabilmente è una licenza letteraria per sottolineare l’importanza del fatto; comunque Maria, che è stata dichiarata piena di Spirito Santo, inizia una attività all’insegna della fretta e questa attività la mette di fronte a pericoli consistenti.
Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta”. Ci saremmo aspettati che all’ingresso nella casa del sacerdote Zaccaria, Maria salutasse il sacerdote. Nella cultura ebraica era l’atto principale, anzi, era l’unico atto che avrebbe consentito a Maria di entrare e rimanere nella casa. Invece anche qui c’è qualcosa che sconcerta: “…salutò Elisabetta”.
E il povero Zaccaria? Il povero Zaccaria è escluso: è stato sordo alla voce di Dio (cfr. Lc 1,18), refrattario allo Spirito; Maria, piena di Spirito Santo, con la vita che trabocca in lei, può dirigere il suo saluto solamente alla parente nella quale ugualmente palpita la vita. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo…. L’attività di Gesù sarà definita proprio da questo bambino, da questo personaggio, da Giovanni chiamato il Battista, colui che battezzerà in Spirito Santo, cioè immergerà le persone nello spirito.
Luca quasi anticipa questa attività nella figura di Maria: Maria, piena di Spirito Santo (noi non abbiamo più questa sensibilità, ma il saluto non è soltanto una espressione verbale, è una trasmissione di vita, una messa in comune di vita), con il saluto trasmette lo Spirito Santo ad Elisabetta, ed Elisabetta potremmo dire che è battezzata nello Spirito Santo, cioè è permeata da questo amore di Dio, tanto che il bambino le sussulta, le salta nel grembo.
Elisabetta inaugura, con Maria, la serie delle donne profetesse: essere piena di Spirito Santo significa essere in piena sintonia con Dio e ricordo, per far comprendere il clamore di questa affermazione, che Dio, che nell’AT non si rivolge mai alle donne, qui comunica invece anche alle donne la sua stessa forza e le donne profetizzano.
“…ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto»”.
Quello che dice Elisabetta non è soltanto ammirazione per Maria, ma suona anche disapprovazione per il marito; qui Luca presenta due contrasti: Maria ha creduto a qualcosa che non era mai accaduto nella storia di Israele e si è fidata; Zaccaria, il sacerdote, invece non ha creduto a qualcosa che era già accaduto nella storia di Israele.
Questa beatitudine che si rivolge a Maria suona perciò come un rimprovero al marito. La prima beatitudine che compare nei Vangeli, nel Vangelo di Luca, è rivolta a Maria.
L’ultima beatitudine che compare nei Vangeli, non in Luca, ma nel Vangelo di Giovanni, è probabile possa essere attribuita anche a Maria, anche se non ci sono prove e quindi si è soltanto a livello di ipotesi.
La prima beatitudine è quella che abbiamo appena letto: beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto”, qualcosa di nuovo, qualcosa di incredibile.
L’ultima beatitudine che chiude i Vangeli è, in Giovanni, “beati quelli che crederanno senza aver bisogno di vedere. In Maria potrebbero essere racchiuse queste due beatitudini. E’ beata colei che ha creduto alle parole del Signore e questa fede non le ha creato la necessità di vedere.
Dico questo perché molti autori, credendo di esaltare il ruolo di Maria (specialmente qui in Italia, o nella zona mediterranea, dove tutti sono dei cocchi di mamma) pensano che Gesù, una volta resuscitato, la prima cosa che ha fatto è stata quella di andare dalla mamma4.
Questo è tipicamente italiano, la mamma al di sopra di tutto!
Quindi Gesù resuscitato, secondo questi autori, la prima persona alla quale si faceva vedere era la mamma: dai Vangeli però, le apparizioni di Gesù sono sempre per le persone tarde e dure di testa, di comprendonio. Le apparizioni sono sempre accompagnate da un rimprovero: perché non avete creduto, gente di poca fede?
Credo quindi che far apparire Gesù resuscitato a Maria non significa esaltare il ruolo di Maria, ma diminuirlo o perlomeno escludere Maria dall’ultima beatitudine, beati quelli che credono senza aver bisogno di vedere; questa, ripeto, è una ipotesi, una proposta di studio.
La visita di Maria a Elisabetta è l’occasione della prima manifestazione dello Spirito su Giovanni e l’inizio della sua missione già nel grembo di sua madre; è anche il momento della manifestazione dello Spirito su Maria, la quale viene proclamata beata a motivo della sua fede ed esprimerà nel Magnificat il suo animo ricolmo di gioia.
Per quanto riguarda il Magnificat sono particolarmente interessanti le somiglianze con il cantico di Anna (1Sam 2,1-10). Numerosi sono anche i paralleli con brani della letteratura intertestamentaria: nel IV libro di Esdra, ad esempio, il popolo di Dio è personificato in una donna desolata che, dopo la prova, esprime così la sua riconoscenza: «Dio ha esaudito la sua schiava, ha visto la mia vergogna (la mia umiliazione)... e mi ha dato un figlio» (4Esd 9,45; cfr. 1Sam 1,11). La preghiera di Maria5 si divide in tre strofe ritmate, riguardanti rispettivamente il privilegio concesso a Maria stessa (vv. 46-50), il modo di agire di Dio nella storia (vv. 51-53) e la sua fedeltà a Israele (vv. 54-55).
Nella prima strofa Maria si rivolge a Dio come suo «salvatore» e gli esprime la sua esultanza e la sua lode per i benefici di cui l’ha colmata. Il primo motivo di questa esultanza consiste nel fatto che egli «ha rivolto il suo sguardo» su di lei, cioè ha operato una scelta privilegiando proprio a favore di colei che, per la sua «bassezza» (tapeinôsis), può essere paragonata a una schiava: il motivo della schiava che si apre alla chiamata di Dio era già apparso nella risposta di Maria all’angelo (cfr. 1,38).
Maria fa poi una considerazione generale circa il suo futuro destino affermando che, in forza della chiamata divina, d’ora in poi tutte le generazioni la diranno beata: l’esaltazione di Maria si estenderà dunque senza limiti di tempo e di spazio. Il testo gioca sulla contrapposizione tra la bassezza della schiava e la grandezza che il Signore le ha conferito. Da questa constatazione Maria passa poi di nuovo ad esaltare l’iniziativa divina a suo riguardo: il Potente ha fatto per lei grandi cose; con ciò ha dimostrato che il suo nome è santo e che la sua misericordia si estende «a generazioni e generazioni» in favore di quelli che lo temono. La santità del nome divino si manifesta appunto nelle opere che egli compie per la liberazione del suo popolo (cfr Ez 36,20-23), le stesse con le quali rivela la sua misericordia per coloro che sono aperti alla sua azione (cfr. Es 20,6).
Nella seconda strofa il canto di lode si allarga: «Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi». Con queste parole Maria mostra che quanto Dio ha fatto in suo favore non è altro che un esempio di come egli guida le vicende del mondo. Anzitutto Maria esalta la potenza che ha dimostrato stendendo il suo braccio (cfr. per es. Es 6,6) e disperdendo i superbi nei «pensieri» (dianoia) del loro cuore, cioè nei loro progetti di grandezza. Poi prosegue con due parallelismi antitetici in forma chiastica (ab-ba): ha rovesciato i potenti dai troni e ha innalzato gli umili (tapeinous), cioè quelli privi di potere (cfr. v. 48a); ha ricolmato di beni gli affamati e ha rimandato a mani vuote i ricchi.
La terza strofa contiene un’esaltazione dell’opera di salvezza che Dio ha attuato in favore del suo popolo: Maria ricorda l’aiuto dato da Dio ad Israele suo servo come manifestazione della sua misericordia e come adempimento delle promesse fatte ai padri: in questa strofa la mente va ancora una volta al tema del servo, che accomuna Maria e Israele; l’accenno alla «discendenza» (sperma) di Abramo non poteva non ricordare al lettore cristiano la figura di Gesù, in funzione del quale erano state fatte le promesse (cfr. Gal 3,16).
Al termine del Magnificat Luca annota: «Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua» (v. 56): in questo modo termina il racconto della visita ad Elisabetta e con esso il dittico degli annunzi. Anche alla fine del secondo dittico si dirà che Giuseppe e Maria sono ritornati a casa loro (2,39). I tre mesi in cui Maria si ferma da Elisabetta, aggiunti ai sei mesi che precedono, fanno supporre che ella fosse presente al momento del parto. Il testo però non dice niente in proposito. L’evangelista non è interessato ai dettagli, ma vuole semplicemente concludere il suo primo dittico prima di iniziare il secondo. Così in 3,19-20 egli ricorda l’incarcerazione di Giovanni e la fine della sua attività di battezzatore prima di affrontare il racconto del ministero di Gesù, che tuttavia comincia proprio con il battesimo di Giovanni. 

Note: 1. Maria, come tutte le donne ebree del suo tempo, è divenuta maggiorenne a undici anni e, a dodici anni al più tardi, ha l’obbligo di sposarsi (Talmud, Nidda M. 6,11). Obbligo, non possibilità: nel mondo ebraico e orientale non è concepibile la figura della donna indipendente e la verginità è una maledizione; senza un marito od un figlio maggiorenne, la donna ebraica è considerata un essere senza testa (cfr. Ef 5, 23). – 2. Ricordo che il matrimonio giudaico non è un atto religioso e nemmeno sociale, ma un contratto tra privati. Lo sposalizio si tiene in casa della donna; raggiunto l’accordo sul prezzo, lo sposo copre con il proprio mantello la sposa e pronuncia la formula “Tu sei mia moglie” e la sposa risponde “Tu sei mio marito”. Con questa semplice cerimonia Maria è divenuta “promessa sposa di Giuseppe”. Dopo un anno, quando la maturità sessuale di Maria lo permetterà, avrà luogo la seconda fase del matrimonio, la convivenza. Ma in questo anno accade il concepimento di Gesù, qualcosa di imprevedibile. – 3. Secondo le usanze ebraiche, alla donna non era concesso l’uso di animali da soma, riservati ai lavori dei campi e quindi agli uomini. Se si pensa di fare riferimento a certe illustrazioni rappresentanti la fuga in Egitto con Maria sull’asino, Gesù in braccio e Giuseppe a piedi che guida l’asimo, si ha una visione edulcorata del mondo ebraico. La rappresentazione reale prevede Giuseppe sull’asino e Maria con Gesù in braccio e sulla testa i bagagli, racchiusi in un grande telo annodato, che segue a piedi. – 4.  Ammesso e non concesso che fosse ancora viva: Maria al momento della crocifissione di Gesù avrebbe dovuto avere circa 42 o 43 anni e la vita media delle donne in Israele a quell’epoca raramente superava i 25 anni. – 5. Molto probabilmente quella che viene dalla Chiesa indicata come preghiera di Maria è, in realtà, la preghiera di ringraziamento di Elisabetta per aver concepito un figlio, lei che era umiliata dall’essere sterile.

martedì 5 agosto 2014

Diciannovesima Domenica T.O.



XIX Domenica del Tempo Ordinario - Mt 14,22-33

Subito dopo costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull'altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s'impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

Il brano scelto da liturgista è il racconto di un avvenimento che fa seguito immediatamente alla prima moltiplicazione dei pani. Matteo riprende il racconto di Marco (Mc 6,45-52), semplificandolo e rendendolo più scorrevole. Ad esso aggiunge però, servendosi di una fonte sua propria, la parte riguardante Pietro. In Luca questo episodio è assente in quanto con esso ha inizio la parte in cui Luca si distanzia dagli altri due vangeli.
Prima di iniziare l’esame di questo brano devo segnalare che, fin da quando ero adolescente, questo brano mi ha sempre disturbato: non riuscivo a capire perché Gesù compisse questo atto, perché, soprattutto, facesse la figura del saltimbanco mettendo in evidenza la sua bravura quando non esisteva nessuna necessità evidente di mettere in mostra queste sue capacità. Solo in seguito, quando mi sono liberato della componente miracolistica che non consente una lettura autentica dei vangeli, ho iniziato a comprendere che il racconto evangelico era del tutto simbolico e come tale andava interpretato. Più avanti negli anni, durante lo studio in seminario, ho avuto la conferma scientifica di quello che avevo ipotizzato.
Sia Marco che Matteo scrivono in periodi difficili per la chiesa cristiana nascente: Marco, a Roma, aveva subito l’editto(1) dell’imperatore Claudio che confinava fuori dalle mura della città le etnie ebraiche allora presenti unitamente alla setta che “faceva capo ad un certo Cresto”. Matteo aveva vissuto in prima persona prima la persecuzione di Nerone (64 d.C.), poi i massacri che avevano seguito la rivolta giudaica del 70 d.C. Probabilmente aveva anche assistito alla persecuzione di Domiziano (iniziata nel 81 d.C.).
Entrambi quindi vogliono mettere sull’avviso le loro comunità sulla necessità di non perdersi d’animo e di affidarsi al Risorto per superare queste difficoltà e lo fanno con la costruzione di questo racconto carico di simboli e di speranza.
Dopo aver sfamato la folla(2), Gesù ordina ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull’altra riva. Il motivo non è spiegato nel vangelo di Matteo, ma lo si può desumere da Gv 6,15: le folle volevano impadronirsi di Gesù per farlo re: un re che sapeva organizzare il popolo così bene insegnandogli a liberarsi dal potere tramite la condivisione non potevano lasciarlo scappare.
Ma questa elezione regale avrebbe portato al fallimento della predicazione di Gesù, perché i romani sarebbero intervenuti catturandolo, disperdendo la folla e distruggendo ogni loro speranza. Gesù perciò rimanda i discepoli per sottrarsi e per sottrarli all’entusiasmo delle folle.
Gesù si ritira sul monte a pregare, per sfuggire lui stesso alla tentazione di quella falsa regalità che lo avrebbe apparentemente ripagato di tante delusioni e fallimenti. La preghiera di Gesù dimostra l’importanza del fatto che sta per accadere: Matteo infatti mette in risalto raramente i momenti in cui Gesù prega. Qui egli prega a lungo da solo sul monte(3).
Intanto anche gli apostoli sono soli. O tali sembrano essere. Tocca a loro fare le opere del Maestro, prendere in mano i destini della barca, guidarla, correggerne la rotta, manovrare fiduciosi anche in mezzo a difficoltà grandi. Gesù ha spezzato le catene troppo paternalistiche che lo legano ai discepoli per aiutarli così a diventare adulti nella fede, abbandonandoli apparentemente, ma accompagnandoli con la sua preghiera.
Ecco che per essi sopraggiunge la difficoltà: si alza il vento contrario. La barca non avanza molto, non va spedita, conosce false manovre, tentennamenti, fallimenti per quel vento forte e snervante. Matteo dice che la barca era agitata, era tormentata dalle onde. Lo stesso verbo viene usato per indicare la sofferenza fisica o morale inflitta dalla malattia e per indicare la purificazione di un metallo.
I discepoli sono nella classica balia delle onde e il Maestro tarda nel soccorso. Ha lasciato che essi remassero tutta la notte, ma poco prima dell’alba eccolo apparire vincitore del mare e della notte. Egli domina sulle acque, come aveva fatto Dio nella creazione e nell’uscita dall’Egitto.
Il mare è il simbolo o il supporto di quella opposizione continua che Dio e il suo amore incontrano nel mondo. A questa opposizione si possono dare nomi diversi, ma il mare coi suoi uragani esprime efficacemente lo scatenarsi di tutte le forze ostili. Così quella barca, sballottata e quasi sommersa, è un’ottima immagine della Chiesa: fluctuat nec mergitur diceva Agostino, è agitata dai flutti, ma non viene sommersa.
Gesù viene dalla sua esperienza di preghiera solitaria sul monte «camminando sul mare(4)» Questa espressione è ripetuta due volte ed è carica di reminiscenze bibliche: Dio, creatore dell’universo e salvatore durante l’esodo, è colui che cammina sul mare (cfr. Is 43,16; 51,10; Ab 3,15; Sal 77,20-21; Gb 9,8.11; Sir 24,5; Sap 14,1-4). Come Dio Padre, così anche Gesù domina le forze minacciose, il vento e le onde agitate, e nello stesso tempo è il salvatore che soccorre efficacemente la sua comunità in mezzo alle prove.
Questa azione di Gesù è quasi il commento visivo dell’affermazione che farà l’apostolo Paolo: «Ha privato della loro forza i principati e le potestà, ne ha fatto pubblico spettacolo dietro il suo corteo trionfale» (Col 2,15).
Quando Gesù viene, sulla barca c’è paura, come ce ne sarà all’alba della sua risurrezione (cfr. Mt 28,4.8): nel totale smarrimento gli apostoli lo prendono per un fantasma. In questo contesto le parole di Gesù acquistano una grande risonanza teologica: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
«Coraggio» è l’invito rivolto di solito da Gesù ai malati (cfr. Mt 9,2.22; 17,7; Mc 10,49) e ai discepoli dopo l’ultima cena (Gv 16,32-33).
L’espressione «Sono io» richiama l’autorivelazione di Dio nell’Esodo e nel libro del profeta Isaia (cfr. Es 3,14; 7,5; Is 43,10-11; 44,6; 46,9). Anche l’esortazione «non abbiate paura!» è frequente: la troviamo nell’episodio della chiamata di Pietro (Lc 5,10), ricorre nelle parole di Gesù a proposito delle persecuzioni (Mt 10,26.28.31), nelle parole che Gesù rivolge ai discepoli e a Giairo (Mc 5,36; Lc 8,50), dopo la trasfigurazione (Mt 17,7) e al mattino della risurrezione (Mt 28,5.10).
Se il mare rappresenta tutte le forze del male, la barca entro cui stanno i discepoli simboleggia la comunità ecclesiale attaccata dalle forze avverse. Gesù non è visibilmente coi suoi, ma è sul monte a pregare a lungo per la loro vittoria e viene a liberarli quando il pericolo è insuperabile.
La ragione per cui non riescono a superare il lungo pericolo è la loro incredulità o incertezza nei confronti di Gesù: non si sono rivolti a lui e quando viene lo ritengono un fantasma; non hanno fede nella presenza di Cristo, visibilmente assente.
A questo punto Matteo omette ogni riferimento all’intenzione di Gesù di oltrepassare i discepoli, come invece dice Marco, e inserisce l’episodio di Pietro(5).
Probabilmente Matteo ha attinto questo racconto da una preesistente tradizione orale e lo ha amplificato e elaborato, conferendogli un'impronta ecclesiale. In esso la figura di Pietro non è idealizzata, ma viene descritta in tutta la sua contraddittorietà, con i tratti tipici del discepolo impulsivo ed entusiasta, ma anche fragile e volubile. Sarà proprio per questo che durante la passione Pietro giungerà al punto di rinnegare Gesù. Ma proprio in quel momento troverà la forza di risalire alla superfice con un pianto che manifesta tutto il suo pentimento (cfr. Mt 26,69-75).
La situazione di Pietro si ripeteva per molti fedeli delle comunità di Matteo(6), a causa delle persecuzioni e delle divisioni interne. Matteo cerca di ravvivare la loro fede nella speranza dell'aiuto di Gesù risorto.
Questo episodio è ricco di valore simbolico. In se stesso infatti il camminare sulle acque non serve a niente in questo momento, non risponde a nessuna necessità: svuotato del suo significato simbolico, il fatto si ridurrebbe a una bravata, a un capriccio.
Dal punto di vista simbolico, invece, il fatto è molto ricco di significato. Camminare sull’acqua è un caso limite, l’esempio di ciò che è umanamente impossibile. Il desiderio di Pietro di camminare sull’acqua è sorto perché lo ha visto fare a Gesù. Senza troppo pensarci, Pietro esprime la sua richiesta: “«Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!»”.
Pietro ritiene che tutto quello che ha fatto Gesù lo può fare anche il discepolo, se Gesù vuole che ciò avvenga. Commenta Agostino: «Io non sono in grado di camminare sulle acque in forza del mio potere, ma del tuo...Ciò che io non riesco a fare fidandomi sulle mie forze, tu lo puoi fare col tuo comando». Da parte sua Gesù condivide in pieno questo presupposto: non respinge la richiesta di Pietro come assurda, non lo rimprovera per quanto ha domandato, ma acconsente subito e senza esitazione gli dice: «Vieni», come normalmente diceva nei momenti delle chiamate.
Il primo senso del racconto è che il discepolo può fare le opere del suo Maestro. La richiesta di Pietro suppone una fede assai forte: come il lebbroso (Mt 8,2) e come il centurione (Mt 8,9), Pietro è convinto dell’onnipotenza di Gesù. Al cenno di assenso di Gesù, Pietro scavalca il parapetto della barca e affronta il rischio fiduciosamente. Come Gesù, anch’egli cammina sulle acque, simbolo del male: riesce a fare ciò che voleva il Signore. Fino a questo momento la fede di Pietro è tutt’altro che poca.
Come mai allora, se Gesù ha approvato la sua richiesta e se l’iniziativa sta riuscendo, Pietro poi dubita? Quando sente il vento contrario, Pietro ha paura e nel preciso momento in cui ha paura, immediatamente affonda. Che cosa è avvenuto in Pietro?
Si possono dare diverse risposte.
Quel vento contrario ha portato un accrescimento di difficoltà e questo mette a nudo l’insufficienza della fede di Pietro: la sua fede era stata capace di arrivare fino a un certo punto, ma poi si rivela incapace di andare oltre. Il vento fa sorgere in Pietro un dubbio che incrina la precedente certezza. L’aggravarsi delle circostanze, causato dal vento, avrebbe dovuto aiutarlo a fare un passo avanti nella fede, ma questo non avviene. L’aggravarsi delle circostanze gli fa fare un passo indietro nella fede, gli fa perdere anche quel tanto di fede che finora aveva dimostrato. Molti lettori di Matteo sentono così il conforto di identificarsi in Pietro.
Più che creare una nuova paura, il vento fa affiorare dal cuore di Pietro quella paura che prima era stata sconfitta. Quello che la fede prima gli aveva fatto intravedere come possibile e tradurre nella realtà, ora torna ad apparirgli come una cosa assurda. Quella raffica di vento ha richiamato bruscamente Pietro alla realtà che aveva dimenticato o perso di vista. Richiamato alla realtà, Pietro adesso la guarda come sorpreso e si domanda che cosa ci sta a fare in piedi sull’acqua. In questo momento è come se Gesù non ci fosse più: c’è solo Pietro con tutta la pesantezza del suo corpo e sotto di lui null’altro che acqua. Allora reagisce secondo la mentalità dell’uomo e non secondo la mentalità di Dio: si lascia prendere dalla paura. La vista di nuove difficoltà fa perdere di vista la presenza del Signore. La poca fede è quindi una mescolanza di fede e di incredulità. Quando scavalca la barca Pietro non è certamente incredulo, ma quando sente soffiare il vento contrario si comporta come uno che dispone solo di forze e di certezze umane.
Vi è una seconda spiegazione del fallimento di Pietro, data specialmente da Agostino: in Pietro c’è una mancanza di umiltà. I primi passi sull’acqua gli avevano dato la sensazione di possedere per sempre quella capacità come qualcosa di suo, di acquisito. Aveva dimenticato che quella possibilità era un dono che veniva da Gesù, un dono che doveva essere accolto sempre di nuovo, momento per momento, nello stupore e nel ringraziamento. Commenta Agostino: «Ciò che impedisce a molti di essere forti, è la presunzione di essere forti. Nessuno riceverà da Dio il dono della fortezza se non è persuaso della propria debolezza... Nessuno riceverà il dono della fortezza se prima non comprende di essere, per se stesso, debole... Pietro riuscì grazie al Signore, vacillò invece in quanto uomo».
L’intuizione spirituale di Agostino è assai profonda: lo scoraggiamento nasce precisamente dall’orgoglio, dall’attribuire il successo alle proprie forze umane, di cui prima o poi appariranno certamente i limiti. La fiducia invece nasce dall’umiltà: se è il Signore che opera, la nostra pochezza non è di ostacolo e nulla sarà mai troppo grande.
Questa spiegazione risulta più chiara se la confrontiamo con l’episodio del rinnegamento. Pietro aveva assicurato che tutti avrebbero potuto rinnegare Gesù, ma che lui non lo avrebbe fatto mai. In realtà sarà l’unico a rinnegarlo, mentre gli altri fuggiranno. Anche in questa circostanza, come sul lago, Pietro in un primo momento riuscirà a dominare la paura: mentre gli altri fuggiranno, egli seguirà Gesù fino nel cortile del sommo sacerdote. Poi, quando vedrà il pericolo più vicino, sarà vinto dalla paura. E’ poca fede anche l’eccesso di fiducia in se stessi, oltre che la mancanza di fiducia nel Signore. Del resto i due aspetti sono intimamente legati.
Da parte di Gesù il sottrarre l’aiuto a Pietro, abbandonandolo un istante alle sue sole forze, non ha una finalità punitiva, ma vuole essere piuttosto un richiamo, un invito a ritornare alla fede. Ed è quello che avviene. Pietro infatti grida: «Signore, salvami!».
Prima aveva reagito come un incredulo, ora invece ritorna ad essere credente, conta sul Signore e sulla sua potenza. La sua fede avrebbe dovuto essere così forte da non farlo vacillare, da non fargli perdere di vista il Signore che aveva davanti. Però è fede anche il gridare verso di lui. La fede di Pietro non è stata così forte da distruggere nel suo cuore l’incredulità, ma neppure l’incredulità è stata così totale da distruggere nel suo cuore la fede. Proprio questa situazione viene chiamata da Gesù «poca fede». La fede di Pietro è poca perché è debole, non riesce a fronteggiare le nuove difficoltà, le nuove sfide; è poca perché è oscillante, fatta di sprazzi; è poca perché è superficiale, senza radici profonde, senza diventare una mentalità abituale, un criterio di giudizio costante.
Gesù lo afferra e gli domanda con un doloroso stupore: «Perché hai dubitato?». Nel discepolo la mancanza di fede non è ammissibile; mentre lo rimprovera, però, Gesù stende la sua mano e lo salva: Pietro è perdonato. Nonostante la sua fragilità, o forse proprio a causa di essa, «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
L’aggettivo «di poca fede» è usato cinque volte nel vangelo secondo Matteo e riguarda sempre e soltanto i discepoli. Essi vengono descritti così quando sono preoccupati per il domani (Mt 6,30), durante la tempesta sul lago (Mt 8,26), quando Pietro affonda nelle acque (Mt 14,31), quando hanno dimenticato il segno della moltiplicazione del pane (Mt 16,8), di fronte al giovane epilettico (Mt 17,20). In tutte e cinque le situazioni i discepoli vivono un momento di pericolo superiore alle loro forze, percepiscono Gesù come assente, si sentono abbandonati a se stessi e in preda alla paura.
Soltanto i discepoli in Matteo vengono chiamati «di poca fede»; le altre persone non ricevono mai questo appellativo. I discepoli non vengono mai equiparati agli increduli, come talvolta fa l’evangelista Marco (cfr. Mc 4,40; 6,52; 8,14-21), ma non vengono neppure lodati per la loro grande fede, come avviene per il centurione (Mt 8,13), o per la donna cananea (Mt 15,28). Il caratterizzare i discepoli di Gesù come uomini «di poca fede» ha un significato profondo. Non si tratta semplicemente della situazione dei Dodici che stavano con Gesù, ma è quasi una situazione permanente, che accompagna costantemente i discepoli. La fede è sempre «poca», e il discepolo avrà sempre il compito di aprirsi a una fede più grande.
Chi di fede ne ha poca, può anche illudersi di averne abbastanza; chi invece si inoltra nel cammino della fede, chi ne sente il vero valore, ammette di averne poca.
La poca fede addolora Gesù, è una situazione che non ci dovrebbe essere, ma Gesù d’altra parte continuamente la perdona, la tollera. Egli viene in soccorso di chi ha poca fede, perché su questa terra è impossibile raggiungere una fede piena, completa: su questa terra i discepoli sono sempre la comunità dei piccoli che credono in Gesù (cfr. Mt 18,6), dei deboli nella fede (cfr. Rom 14,1.2.21; 1Cor 8,11-12).
Il racconto di Pietro che cammina sulle acque ha quindi un duplice scopo: mostrarci che il cristiano potrà fare le opere del Maestro e ricordarci che egli però resta sempre un uomo di poca fede, un uomo che ha paura quando il vento soffia troppo forte, un uomo che deve pertanto rimanere nella modestia. L’errore fondamentale di Pietro non è stato quello di aver avuto poca fede o di avere avuto paura, ma di aver dimenticato di essere un uomo di poca fede, fragile e pertanto soggetto al dubbio e alla paura. L’errore di Pietro non è stato colare a picco, ma pensare che questo non sarebbe mai successo. Il suo errore è stato il non aver dubitato di se stesso e l’aver dubitato invece della forza della parola di Gesù. La fede e il coraggio salvano Pietro, il dubbio nei confronti di Gesù lo fa cadere. Questo episodio preannuncia tutte le insidie che attendono le comunità cristiane in futuro: bisogna  affidarsi alla presenza di Gesù per uscire illesi da tutte le traversie.
“Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!»”.
 I discepoli nella barca erano caratterizzati dalla paura; Pietro sulle acque si dimostrò uomo di poca fede. Il contrario dei due atteggiamenti è la fede piena, e alla fine dell’episodio questa diventa esplicita, diventa un corale riconoscimento: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».
Gli uomini della barca sono ormai diventati la Chiesa adulta, che adora Gesù, suo Signore, e lo confessa come il Figlio di Dio che la salva dagli abissi del mare e dalla violenza della tempesta. E’ necessario che in mezzo alle tempeste della storia la Chiesa sappia piegare le ginocchia, non per la paura o per la vigliaccheria, ma con il coraggio della fede, della adorazione, della invocazione, sappia riconoscere che Gesù è totalmente vicino al Padre, ma è anche tutto preso dall’amore e dalla sollecitudine per gli uomini, e gli dica semplicemente con tutto l’affetto e con tutta la fiducia: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

Note: 1. L’editto è del 41 d.C. ma la sua applicazione è terminata all’incirca nel 50. Ne abbiamo notizia da Gaio Svetonio Tranquillo che nella sua “Vita dei Cesari” dichiara: “Cacciò da Roma quei Giudei che, istigati da Cresto, provocavano disordini continui”, ma anche dagli Atti degli Apostoli (18,2): “Claudio infatti aveva ordinato che tutti i Giudei abbandonassero Roma”. – 2. Quanto segue è stato in parte liberamente tratto da un articolo di Don Lorenzo Zani, biblista della Diocesi di Trento. – 3. Secondo la simbolica ebraica il monte rappresenta il punto più vicino alla divinità. Questa frase vuole quindi dire che Gesù era in intimità con Dio. – 4. L’evangelista non usa la parola acqua il cui significato sarebbe del tutto neutro, ma usa la parola mare che nella simbolica ebraica aveva un significato fortemente negativo in quanto indicava un ambiente sconosciuto che separava Israele dai pagani. Per esempio, morire in mare, secondo la teologia farisaica, comportava l’impossibilità per il defunto di risorgere nell’ultimo giorno. – 5. Da notare che Matteo chiama subito l’apostolo con il suo soprannome Pietro (Cefa) cioè testardo o zuccone, senza passare per Simone o Simon Pietro intendendo con questo che l’azione dell’apostolo sarà sicuramente negativa. - 6. Durante le persecuzioni subite dai cristiani, molti per evitare la morte o l’esilio, abiurarono la fede (al pari di Pietro in questo episodio) per poi richiedere la riammissione nella comunità passato il pericolo. Proprio per questi casi si cominciò a pensare ad una specie di confessione pubblica di fronte alla comunità per ottenerne il perdono. Questo rappresenta il primo germe di quello che sarà il Sacramento della Riconciliazione.