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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


lunedì 18 agosto 2014

XXI Domenica T.O.



XXI Domenica del Tempo Ordinario - Mt 16,13-20

Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

In Matteo, diversamente da Marco, questo brano occupa un posto centrale, in quanto egli ha scritto il suo vangelo appunto con lo scopo di proclamare la messianicità di Gesù. Per sottolineare l’importanza della professione di Pietro l’evangelista aggiunge subito dopo un brano in cui Gesù lo elogia per quanto ha appena affermato; la conclusione (v. 20) è ripresa nuovamente da Marco.
Il brano, usato dopo l’VIII secolo per giustificare l’autorità del vescovo di Roma su tutta la Chiesa, è stato oggetto di traduzioni ed interpretazioni mirate a questo scopo che non rispecchiano il testo originale greco. Per questo in questa spiegazione si farà ricorso al testo originale e non alla traduzione CEI 2008.
Vediamo gli antefatti che hanno portato agli eventi descritti nel brano.
Gesù1 aveva messo in guardia i suoi discepoli dal «lievito dei farisei» (Mt 16, 5-12), cioè dalla mentalità e dalla dottrina dei farisei; e per essere sicuro che i suoi discepoli fossero lontani dall’influsso nefasto dei farisei li porta in territorio pagano, a Cesarea.
“Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo…”: l’evangelista ci dà un’indicazione geografica non per pura pignoleria, ma per farci comprendere tutto quello che viene di seguito. E’ la classica chiave di lettura che gli evangelisti usano mettere per facilitare la comprensione dei loro scritti.
Infatti a Cesarea di Filippo c’erano le sorgenti del fiume Giordano: questa sorgente, nella tradizione ebraica, veniva considerata l’ingresso alla dimora dei morti2. Inoltre Cesarea di Filippo, chiamata così per non confonderla con Cesarea Marittima, città prettamente romana, era una città in costruzione e quindi era un grande cantiere. Questi dati sono da tenere presenti per comprendere poi le immagini successive.
“…domandò ai suoi discepoli: «La gente3, chi dice che sia il Figlio dell'uomo?»
La risposta è deludente. Gesù aveva mandato i discepoli a predicare (Mt 10,1-16). I discepoli poco avevano capito, peggio avevano predicato; avevano fatto una grande confusione.
Le risposte confuse che adesso loro danno sono la conseguenza della predicazione confusa dei discepoli e quindi quello che viene fuori è un guazzabuglio.
Infatti rispondono:
“«Alcuni dicono Giovanni il Battista…”, si credeva infatti a quell’epoca che i martiri sarebbero ritornati in vita (2Mac 7,8).
“…altri Elia…”, perché la tradizione orale diceva che Elia, misterioso profeta dell’AT, sarebbe apparso per preparare la strada al Messia (Mt 3,3 e Gv 1, 23).
“…altri Geremia…”, Geremia venne condannato alla lapidazione, ma, secondo una tradizione orale nata al di fuori della Bibbia, Dio aveva trasformato Geremia in una pietra e lo aveva salvato.
“…o qualcuno dei profeti». E’ una confusione totale. Gesù li ha mandati ad annunziare lui e il suo messaggio, i discepoli non hanno capito niente e, soprattutto, non hanno fatto capire niente agli altri; inoltre, ciò che preoccupa maggiormente Gesù, è che la sua identificazione è avvenuta con individui che appartengono tutti al passato, nessuno ha compreso la novità portata da Gesù.
Ecco «il lievito dei Farisei», la tradizione; non c’è niente di più terribile dell’attaccamento alla tradizione religiosa, perché se uno intende la tradizione religiosa come un fattore positivo non se ne staccherà mai, ma per comprendere la novità portata da Gesù bisogna recidere l’attaccamento alla tradizione religiosa4.
Gesù si rivolge nuovamente a tutti quanti: "Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?»". A Gesù interessa sapere cosa i discepoli hanno capito della sua predicazione.
“Rispose Simon Pietro5:…” Gesù non ha chiesto a Simon Pietro, Gesù ha chiesto a tutti quanti, ma ancora una volta c’è questo discepolo che presume di essere il portavoce degli altri dicendo «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente6».
La risposta di Pietro in parte è esatta, soprattutto per quello che riguarda «il Figlio del Dio vivente». Il grande equivoco che si faceva nei confronti di Gesù è che Gesù veniva riconosciuto come «figlio di Davide» e Pietro, una volta tanto, non è caduto nel tranello della tradizione.
Per figlio, nella cultura ebraica, non si intende uno nato da qualcuno, ma colui che assomiglia al padre nel comportamento. Gli ebrei attendevano un Messia figlio di Davide, cioè un Messia che assomigliasse a Davide, che era stato l’unico re che era riuscito a radunare tutte e dodici le tribù e inaugurare il Regno di Israele7. Naturalmente lo aveva fatto mediante la violenza e l’oppressione; Salomone manterrà con difficoltà i confini ricevuti da Davide e dopo la sua morte ci sarà nuovamente la scissione.
La gente aspettava la rivincita: il Messia doveva essere come Davide, cioè uno che attraverso la violenza inauguri il Regno di Israele.
Simon Pietro, per la prima volta nei vangeli, riconosce che Gesù non è il figlio di Davide, non è uno che attraverso la violenza inaugurerà il regno, ma riconosce che Gesù assomiglia a Dio, non solo, ma a Dio che comunica vita. Questa è la risposta esatta, è la definizione esatta di Gesù.
E adesso seguono i tre versetti, i più difficili, i più complicati e soprattutto i più polemici non solo del vangelo di Matteo ma di tutto il NT. I tre versetti che hanno causato la grande divisione tra le varie confessioni cristiane.
Io voglio prescindere ora da queste divisioni e attenermi semplicemente al testo, il testo originale greco, e comprendere quello che l’evangelista ci vuol dire.
“E Gesù gli disse: «Beato sei tu…”; innzitutto Gesù proclama Simone beato, e si riallaccia alle beatitudini che sono presenti nel vangelo di Matteo, in particolare alla beatitudine «beati i puri di cuore perché vedranno Dio», cioè le persone che sono limpide, trasparenti, e per questo riescono a percepire la realtà di Dio già nella loro esistenza.
“«Beato sei tu, Simone, figlio di Giona…”; lo chiama per nome, però aggiunge “…figlio di Giona…”. Non è un appellativo simpatico: Giona è l’unico dei profeti dell’AT che ha fatto esattamente il contrario di quello che Dio gli aveva chiesto (Gn 1,1-3). L’unico, non ne esistono altri. Dio aveva detto "Giona, vai a Ninive", cioè a oriente, in questa grande città pagana, "perché se non si convertono, io la distruggo". Giona aveva pensato "Ah sì, quindi se io vado a Ninive, predico la conversione e quelli si convertono, tu non li distruggi? Va bene". Allora è andato al porto, si è imbarcato su una nave per Tarsis, cioè per la Spagna. Il Signore gli aveva detto "vai in oriente", e lui ha preso esattamente la direzione opposta. Perché? Perché così il Signore sterminava Ninive, perché erano dei pagani e non meritavano niente. Conoscete tutti quanti il seguito della storia.
Gesù vedendo Simone gli dice "tu sei figlio di Giona", cioè "farai sempre il contrario di quello che io ti dico", però ci sarà una possibilità per Pietro ”…perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”.
Gesù riconosce in Simone un puro di cuore che è riuscito a percepire la realtà di Gesù, che non è il figlio di Davide, uno che togliendo la vita agli altri rinnoverà il regno di Israele, ma colui che dà la propria vita per gli altri, che assomiglia al Dio vivificante, cioè al Dio la cui unica azione nei confronti degli uomini sarà sempre ed esclusivamente quella di comunicare e trasmettere vita.
“E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”, è il famoso versetto 18. Questo versetto in greco vuol dire una cosa; tradotto in italiano ne dice un’altra a meno di non scegliere con attenzione i vocaboli8.
Dicamo subito che la prima parola che è stata tradotta con “Pietro” in greco vuol dire sasso, un frammento di roccia che si può raccogliere, si può lanciare, ma si può anche usare per costruire un muro; per semplicità lo tradurrei con il termine italiano “mattone” che non è proprio preciso, ma rende l’idea di un qualcosa che può essere usato in una costruzione.
La parola greca che è stata tradotta con “pietra” in greco vuol dire “roccia” che non si può spezzare né scolpire da quanto è dura: la roccia, nell’AT e nel NT, indica sempre Dio. Nel vangelo di Matteo, quando Gesù dice «chiunque ascolta le mie parole e le mette in pratica è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia» (Mt 7,24), usa la stessa parola.
In conclusione, cosa sta dicendo Gesù a Simone? Sta dicendo: “Tu sei un mattone, il primo mattone che ha capito, e sulla roccia che sta davanti a te (Gesù stesso) con te e con tanti altri mattoni come te io costrirò la mia chiesa, la mia comunità”
Nella lingua italiana, purtroppo, la traduzione «tu sei Pietro e su questa pietra costruirò la mia chiesa» fa credere come se Pietro e pietra fossero il maschile e il femminile di uno stesso nome. Ma in greco c’è la stessa differenza, tanto per dare un’idea, che c’è nella lingua italiana tra il "porto" e la "porta": si assomigliano, ma porto e porta non sono il maschile e il femminile dello stesso nome, sono due realtà completamente differenti.
Questa confusione si ha solo nella lingua italiana; la traduzione dal greco in inglese9, per esempio, usa due differenti parole proprio per evitare questa confusione.
Che la roccia sia Gesù e che la chiesa non sia costruita su Simone ma su Gesù è una verità che tutti i testi del NT ci danno. Cito soltanto la Lettera agli Efesini (Ef 2, 20-22) dove Paolo dice «siete stati edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti essendo Cristo Gesù stesso la pietra angolare sulla quale l’edificio intero, ben collegato insieme, si va innalzando».
Quindi la roccia, la pietra sulla quale si costruisce la comunità di Gesù, questa roccia che non si può scalfire, è Gesù stesso; poi ognuno di noi è chiamato, come Pietro, ad essere una pietra per costruire questa comunità.
“…e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa…”; si dovrebbe in verità tradurre “ade”, non “inferi” perché purtroppo certe traduzioni hanno dato origine a delle interpretazioni assolutamente sbagliate.
Gli ebrei pensavano la terra come un rettangolo di pietra, sotto il quale c’era la caverna dei morti; in ebraico questa caverna si chiama sheol, che significa "colui che chiama". Le sorgenti del Giordano erano intese come uno degli ingressi di questa caverna sotterranea. La parola ebraica sheol ha un equivalente in greco nella parola ade.
Ade, nella mitologia greca, è una divinità alla quale, nella divisione dei regni, era spettato il regno dei morti.
In latino questa località sotterranea si chiama inferi, dal nome delle divinità che abitava il regno dei morti, da non confondere con inferno. L’inferno non c’è nei vangeli, è una costruzione teologica tipicamente cristiana della prima metà del V secolo.
Quando nel Credo si recita "Gesù Cristo morì, fu sepolto e discese agli inferi", non si intende che discese all’inferno, ma nella caverna sotterranea dei morti, per dare vita a chi non l’aveva più. Avesse detto inferno nessuno della comunità di Matteo avrebbe capito perché allora l’inferno non era stato ancora “concepito”.
Gesù sta dicendo a Pietro che le porte dell’ade, cioè del regno dei morti e della morte, non avranno il sopravvento contro di essa. Gesù sta dicendo qualcosa di molto positivo: la morte non è compatibile con la comunità cristiana. La comunità cristiana è il luogo dove sprizza effervescente la vita, perché siamo tutti quanti pietre vive, contagiate, per così dire, dal Dio vivificante, e tutti quanti trasmettiamo vita. Non c’è diritto di cittadinanza per la morte, per gli aspetti di morte, all’interno della comunità cristiana, quindi le porte dell’ade, degli inferi, di questo regno sotterraneo, le porte della morte, non avranno il sopravvento contro di essa. Gesù ce lo garantisce: quando la comunità è composta da persone che trasmettono vita, la morte non ha nessun potere.
C’è poi un altro versetto che ha dato origine, non capito, ad una delle pagine più sbagliate di Pietro. Nell’iconografia classica, Pietro viene rappresentato con le chiavi in mano. Le chiavi per entrare nel Paradiso? Niente di più inesatto.
Gli dice Gesù: “A te darò le chiavi del regno dei cieli”. Attenzione, "regno dei cieli"10 è un’espressione che si trova quasi esclusivamente nel vangelo di Matteo, non per indicare l’aldilà, ma per indicare la comunità cristiana.
Nella Scrittura, nella mentalità biblica, chi teneva le chiavi di un palazzo o di una città era il responsabile della sicurezza di coloro che stavano dentro. Colui che aveva le chiavi della casa le aveva perché era responsabile della sicurezza della vita di coloro che stavano dentro e doveva essere disponibile a sacrificare la propria vita pur di difendere gli abitanti della casa. Colui che aveva le chiavi della città non era il detentore di un potere, ma era il responsabile della sicurezza di tutti coloro che abitavano dentro la città. Gesù, dando a Pietro le chiavi della comunità cristiana, lo rende il responsabile della sicurezza e della vita di quanti abitano lì dentro.
“…tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli…”; gli ha dato le chiavi e ci saremmo aspettati che dicesse: "tutto quello che aprirai sarà aperto e tutto quello che chiuderai sarà chiuso", invece Gesù non parla di aprire e chiudere, stranamente dice “tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”.
Legare e sciogliere sono due verbi che appartengono al linguaggio rabbinico e significa l’autorità di insegnamento della dottrina. Quando uno scriba era “ordinato” (il verbo non è corretto, ma lasciatemi questa libertà per maggior chiarezza)  durante la cerimonia si diceva proprio questa formula.
Gesù con questa frase autorizza Simone, che lo ha riconosciuto come Dio vivificante, di insegnare la dottrina di un Dio che trasmette vita.
Qualche capitolo più in là si capirà anche che quello che Gesù ha detto a Simone non è esclusivamente per lui; infatti Gesù dirà a tutti i discepoli «tutto quello che legherete sulla terra sarà legato nei cieli e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto», quindi è una responsabilità di tutti i credenti di trasmettere l’autentico messaggio di Gesù.
Del resto Simone è il primo mattone e non si costruisce una casa con un solo mattone, ci vogliono indubbiamente le fondamenta, che sono Gesù, ci vuole un mattone, il primo, e Matteo riconosce l’importanza di Simone in quanto il primo, ma ci vogliono anche altre pietre, quindi è un discorso che è rivolto a tutta la comunità cristiana.
E poi, stranamente, “Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.”
Ci aspetteremmo che Gesù dicesse "adesso andate a dire alla gente che io sono il Messia".
Ma non è così: rivolgendosi a Gesù, Simone lo ha chiamato "Il Messia", Gesù non è il Messia, Gesù è Messia.
La differenza è netta: se io un nome lo faccio precedere dall’articolo determinativo significa che è un qualcosa di conosciuto. Se io dico, "una chiesa", mi riferisco a una qualunque, se dico "la chiesa" indico una che è conosciuta.
Matteo, nel vangelo, presenta Gesù non come "il Messia", ma come "Messia", perché dire "il Messia" significa quello atteso dalla tradizione, cioè quello che conquisterà con le armi il potere a Gerusalemme, sconfiggerà i romani e inaugurerà il regno di Israele. Questo era il Messia. Gesù non è il Messia.
Messia significa unto del Signore, inviato del Signore, Gesù è l’inviato del Signore ma non con quei metodi che la gente si aspetta. Ecco perché Gesù anziché dire "allora andate a dire alla gente che io sono il Messia", dice "allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Messia".
Perché Gesù è Messia, ma non quello atteso dalla tradizione.
E qui adesso scoppia il dramma, adesso scoppia l’incidente. Ma non rientra nel brano in esame e lo esamineremo un’altra volta.

Note: 1. Quanto segue è stato liberamente tratto dalla conferenza “Tu sei Pietro” tenuta da P. Andrea Maggi nella basilica di S. Maria delle Carceri di Prato il 16 maggio 2001. – 2. All’epoca di Gesù, la terra era considerata come un rettangolo, sotto c’era un’enorme caverna che era la dimora dei morti, dove andavano a finire tutti quanti, indipendentemente dalla loro condotta. La sorgente del fiume Giordano era considerata uno degli ingressi di questa caverna sotterranea. – 3. Nel testo greco Gesù dice “gli uomini”, perché vuole esprimere un concetto che la parola “gente” non rende: l’espressione uomini nei vangeli è sempre negativa, non perché Gesù veda pessimisticamente gli uomini, ma perché con uomini si intendono quegli individui che non hanno accolto la Parola; quando l’accolgono diventano, come Gesù, «figli dell’uomo», cioè l’uomo per eccellenza. – 4. La cosa è perfettamente valida anche oggi. Chi rimane legato alla tradizione religiosa, anche quella cosiddetta cristiana, non comprende la novità portata da Gesù. – 5. Da notare che, come in altre parti dei vangeli, l’evangelista chiama Pietro sia col nome originario che con il soprannome indicando così che ciò che sta per dire è in parte giusto e in parte inesatto. Lo avesse chiamato col solo nome originario voleva dire che l’espressione di Pietro era esatta; al contrario nel caso lo avesse chiamato col solo soprannome.  – 6 . In realtà sarebbe più corretto tradurre “…che dona la vita”. Speriamo che in futuro la CEI trovi il coraggio di accettare tutte le modifiche proproste dai traduttori perché in tal modo i vangeli ritroverebbero lo smalto dei primi secoli. – 7. Questo è quanto riportato nei libri dell’AT (1-2Sam e 1Re). Profonde e accurate ricerche storiche e archeologiche fatte da specialisti israeliani, europei e statunitensi oggi tendono ad escludere sia la riunione dei due regni di Israele che l’esistenza storica delle persone di Saul, Davide e Salomone la cui narrazione sarebbe stata redatta per ragioni politiche durante le guerre che Assiria e Babilonia avevano intrapreso nel VII e VI secolo a.C. per assicurarsi una via libera per i commerci con l’Egitto. – 8. I vangeli sono stati scritti in lingua greca, e precisamente nel greco familiare, quello di tutti i giorni denominato koiné. Dal quarto secolo in poi, i vangeli sono stati tradotti in latino e si sa che passando da una lingua all’altra non sempre si riesce a tradurre bene; per quanto il traduttore faccia uno sforzo il significato della parola originale, tradotto in un’altra lingua non ha più quella forza e quel significato. C’è stato un momento (circa nell’VIII secolo) in cui basandosi su questo versetto, la chiesa occidentale, che poi diventerà chiesa cattolica, iniziò a costruire la teologia della supremazia del vescovo di Roma su tutte le altre chiese. Le chiese che invece erano di lingua greca, le chiese orientali, quelle che adesso si chiamano ortodosse (tra l’altro "ortodosse" significa "quelle della vera fede"), che si sono attenute al testo greco, dicevano "ma dove lo trovate? Qui Gesù dice che Pietro è la prima delle pietre, su questo non si discute, ma non che la chiesa sia costruita su Pietro. La chiesa è costruita su Gesù o la fede in Gesù". Anche i padri della chiesa, i primi traduttori e scrittori cristiani, erano d’accordo su ciò. Dall’XI secolo in poi, per motivi politici che ci sono stati nella storia della Chiesa occidentale, il vangelo è diventato definitivamente "tu sei Pietro e su questa pietra…". Si è sbilanciato tutto il significato del vangelo a discapito della figura di Gesù. La Chiesa non veniva più costruita sul fondamento che è Gesù, ma su un discepolo sia pure importante come Pietro, dimenticando anche che la stessa persona che viene indicata come prima pietra per la costruzione, cinque minuti dopo diventa pietra di inciampo. La Chiesa orientale, che è rimasta fedele al testo greco, non ha mai accettato questa supremazia del Vescovo di Roma. – 9. Ovviamente si intende la traduzione approvata dalla Conferenza Episcopale Inglese, quindi cattolica. – 10. Gli ebrei avevano timore di pronunciare il nome di Dio ed evitavano persino di scriverlo; al suo posto

venerdì 15 agosto 2014

XX Domenica del T.O.



XX Domenica del Tempo Ordinario - Mt 15,21-28

Partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidone. Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d'Israele». Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore - disse la donna -, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell'istante sua figlia fu guarita.

Come ho spesso detto, non è possibile comprendere ciò che l’evangelista vuole dirci leggendo un brano di vangelo isolato dagli altri; è necessario conoscere il significato del brano che precede e, talvolta, anche il brano che segue, come nel caso dello stile letterario del “trittico”, molto diffuso tra gli evangelisti.
Matteo prende questo brano da Marco, ma come al solito non si limita a riprodurre il racconto marciano, ma lo adatta alla sua visione teologica. In Luca questo episodio è assente.
Il brano in esame richiede, per essere compreso appieno, la conoscenza di due brani precedenti: Mt 15, 1-9 e 10-20. Non si potrebbe altrimenti comprendere il perché del comportamento di Gesù, che, solitamente così pronto ad aiutare, nega inizialmente il proprio intervento alla donna cananea, apparentemente contraddicendo il suo stesso insegnamento. Da tenere presente che al termine di quei due episodi precedenti Gesù deve scappare nella zona di Tiro e Sidone, in terra fenicia, dove si trovavano certamente dei gruppi di ebrei dediti soprattutto ai commerci, ma che erano certamente in forte minoranza.
Perché Gesù fugge? Cosa era successo di così grave, che ha suscitato addirittura l’intervento delle autorità religiose da Gerusalemme? Cercherò di dirlo in due parole.
Premetto che, guardata con i nostri occhi, la questione sembra ridicola, ma per gli ebrei praticanti e pii, per i farisei, era una cosa di importanza fondamentale(1). 
I farisei infatti e tutti i giudei non mangiavano se non si erano lavate le mani e le braccia fino al gomito; nell’AT non c’è questo comandamento, ma i farisei erano riusciti ad inculcare nella gente che quelle prescrizioni di purezza rituale che i sacerdoti osservavano nel tempio durante quella settimana all’anno del loro servizio, doveva diventare una pratica abituale nella vita quotidiana di tutte le persone.
Attenzione, non era una questione di igiene; era una questione di purezza rituale. Era un precetto talmente importante che un intero trattato del Talmud prescrive dove quando e come lavarsi le mani, un atto rituale la cui trasgressione prevedeva la pena di morte!
Non sto qui a spiegare il rituale, complesso e lungo che prevede quantitativi di acqua estremamente precisi e strumenti specificatamente dedicati contornati da varie preghiere.
Gli scribi e i farisei, appositamente venuti in commissione da Gerusalemme, contestano a Gesù ed ai suoi discepoli il fatto che non si lavano le mani prima di mangiare.
La risposta di Gesù è violentissima; citando il profeta Isaia si mette a gridare: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me…. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che non sono altro che precetti di uomini”.
Poi chiama la folla. Gesù capisce che la questione è importante e chiama tutta la gente che lo segue, e dice: “ascoltatemi bene e intendete tutti. Non c'è nulla fuori dell'uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall'uomo a contaminarlo…”. È solo la volontà dell’uomo che rende impuro l’uomo, sono le sue azioni contro gli altri che lo distruggono.
Quest’affermazione era rivoluzionaria per quei tempi! Il mondo per Gesù non è un nemico dell’uomo, dal quale esso si deve difendere, un pericolo per la relazione con Dio; l’uomo non deve avere paura del contatto con le cose e con le persone. Dichiarando che non c’è nulla di esterno che possa contaminare e rendere impuro l’uomo, Gesù non solo si mette contro la legge orale (quella tramandata dagli uomini), ma contro la legge scritta, annullando quei precetti della purezza che erano previsti nell’AT.
Così facendo, Gesù dichiara che il libro del Levitico afferma il falso! Non è parola di Dio, ma invenzione degli uomini. Con queste parole ce ne é abbastanza per potere essere condannato a morte! Non meravigliamoci che abbiano ammazzato Gesù, meravigliamoci invece che sia riuscito a campare così tanto!
La stessa cosa dirà Paolo nella lettera ai corinzi (1Cor 15,56): “Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la Legge”.
A questo punto Gesù è costretto a fuggire in terra pagana(2), lontano dalla giurisdizione del sinedrio e qui Matteo gli fa incontrare una donna cananea con una figlia gravemente ammalata (come già visto altre volte, nei vangeli con la parola “demonio” si intende la malattia3).
Matteo attribuisce alla donna la qualifica di «cananea», cioè appartenente agli antichi abitanti della terra di Israele (Marco osserva invece che era greca di stirpe sirofenicia) e lascia intendere che essa fosse venuta in Galilea «dalla regione» verso cui Gesù si era ritirato. Con questi piccoli ritocchi Matteo raggiunge il risultato di eliminare la notizia di un viaggio fuori della Galilea, che per Marco aveva un forte valore simbolico, mentre per lui era in contrasto con la convinzione, espressa subito dopo, che Gesù si riteneva inviato solo a Israele. Invece di descrivere la situazione della donna e di riferire in modo indiretto la sua richiesta, come fa Marco, Matteo fa parlare direttamente la donna: è lei che chiede aiuto a Gesù dicendo che sua figlia è tormentata da un demonio: cade il diminutivo «figlioletta» e appare l’invocazione «Signore, figlio di David» che rivela subito all’inizio una vicinanza alla fede israelitica e messianica della donna(4).
Attenzione: la persona che Gesù incontra è una donna, per gli ebrei è l’essere più infimo e impuro che esista sulla terra ed in più cananea, quindi probabilmente con tendenze idolatre come i culti di Baal durante i quali le donne si prostituivano in onore del dio. Gli ebrei queste donne le chiamavano “cagne” e fuggivano da loro. È l’essere più lontano da Dio che un ebreo possa immaginare.
Diversamente da quanto afferma Marco, Gesù le risponde nel modo con cui avrebbe risposto un fariseo, cioè ignorandola, e solo quando i suoi discepoli si fanno avanti, egli spiega loro il suo atteggiamento. La richiesta dei discepoli non è univoca: essi gli dicono di «licenziarla» (Matteo usa il verbo greco apolyô), cioè di mandarla via, perché con le sue grida li mette in una situazione imbarazzante, ma è possibile che essi gli abbiano chiesto anche di «esaudirla» (come recita la traduzione CEI 2008), affinché se ne vada e cessi di gridare. Gesù allora spiega loro la ragione del suo silenzio: egli non è stato mandato se non alle pecore perdute della casa di Israele.
Con questa frase, aggiunta da Matteo al racconto di Marco, Gesù intende limitare il suo campo d’azione al popolo dell’alleanza. Una così rigida delimitazione era già apparsa nel racconto matteano dell’invio dei discepoli, ai quali Gesù aveva ordinato di rivolgersi solo alle pecore perdute della casa di Israele (Mt 10,6). L’appellativo di «pecore perdute» si rifà alla nota immagine biblica del popolo come gregge senza pastore (cfr. Ez 36).
Nel frattempo la donna si avvicina a Gesù, si prostra davanti a lui e gli ripete la domanda: «Signore aiutami!». A questo punto Matteo riferisce, in sintonia con Marco, la risposta nella quale Gesù chiama i suoi figli cagnolini, figli di una cagna. Guardate che per un ebreo la parola cagna o cagnolini, suona come una tremenda offesa.
L’immagine è quella di una famiglia nella quale il pane, alimento prezioso, viene riservato ai figli e non ai cani. In altre parole Gesù dice alla donna la stessa cosa già espressa ai discepoli. L’immagine usata però è molto forte: in essa gli israeliti sono identificati con i figli, mentre i gentili sono considerati, alla luce delle concezioni giudaiche dell’epoca, alla stregua di cani. Il diminutivo «cagnolini» serve forse ad attutire l’impatto negativo del paragone. Rispetto al racconto di Marco, però, Matteo lascia cadere la prima parte della risposta di Gesù: «Lascia prima che si sfamino i figli» (Mc 7,27a). Secondo Marco esiste un «prima» e un «poi», la prima riservata ai giudei e la seconda aperta ai gentili.
Per Matteo invece Gesù si rivolge esclusivamente ai giudei: solo dopo la risurrezione manderà i suoi discepoli ai gentili (Mt 28,19), i quali negli ultimi tempi verranno anch’essi nel regno di Dio e siederanno a mensa con i padri di Israele (Mt 8,11).
La donna gli risponde per le rime, come un animale che difende i propri figli: “È vero, Signore - disse la donna -, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”.
Anche qui Matteo cambia il dettato di Marco, per il quale la donna si limita a dire che anche i cagnolini, sotto la tavola, mangiano le briciole dei figli. Con questo ritocco Matteo vuole sottolineare che, secondo l’ammissione esplicita della donna, al tavolo della salvezza si siedono solo i membri del popolo dell’alleanza; ciò non esclude però una certa partecipazione anche da parte dei gentili.
Di fronte a questa osservazione Gesù reagisce con una frase assente in Marco: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». Egli dunque cede unicamente perché la donna, riconoscendo che la salvezza spetta di diritto ai soli giudei, ha manifestato una grande fede nel piano salvifico di Dio. Il brano termina con la notizia del miracolo avvenuto proprio in quel momento.
L’evangelista, contrapponendo l’episodio della donna fenicia a quello delle abluzioni rituali sottolinea in modo profondamente stridente la differenza che esiste tra la religione, fatta di riti definiti dagli uomini, e la fede, sorgente di amore verso gli altri, specchio dell’amore di Dio per tutti noi.
Questo episodio, per la mentalità delle persone di 2000 anni fa, era profondamente scandaloso. Per cercare di comprenderne la portata potremo tentare di fare un paragone, certamente imperfetto: è come se, oggi, durante una riunione di parrocchiani, il parroco trascurasse tutti per salutare per prima una nota prostituta musulmana e darle il primo posto in sala. Se riuscite ad immaginare la vostra reazione di fronte ad un fatto di questo tipo, potrete capire cosa provavano i primi cristiani di fronte a questo brano di vangelo.
Ma c’è dell’altro: originariamente, nella tradizione orale che precede il vangelo di Marco, questo brano aveva lo scopo di mostrare come Gesù, pur avendo fatto in via eccezionale una guarigione in favore di gentili, abbia però limitato espressamente la sua opera al solo Israele.
Marco, che descrive per primo questo avvenimento, narrandolo dopo la discussione di Gesù con i farisei e prima della seconda moltiplicazione dei pani, lo legge in una prospettiva nuova. Egli infatti, nella risposta data da Gesù alla donna, ha l’espressione «lascia prima che si sfamino i figli»: così facendo ha attenuato il netto diniego contenuto nella seconda frase («non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini»), introducendo la concezione, largamente diffusa nella chiesa primitiva, secondo cui la salvezza deve essere prima annunziata ai giudei e poi ai gentili (cfr. At 13,46; Rm 1,16). L’evangelista ha espresso però un’idea che né Paolo né Luca avrebbero condiviso: prima Gesù ha portato a termine in Galilea, con la prima moltiplicazione dei pani, l’evangelizzazione del mondo giudaico; ora apre lui stesso la porta ai gentili, offrendo anche a loro la salvezza non solo mediante la guarigione di una bambina ammalata, ma mediante una nuova moltiplicazione dei pani in loro favore. Quella che era solo un’eccezione diventa così l’inizio della seconda fase del ministero pubblico di Gesù, l’annunzio ai gentili. Questo passaggio è reso possibile dal fatto che Gesù, dichiarando puri tutti gli alimenti (Mc 7,19 e Mt 15,11), ha riconosciuto che la salvezza va immediatamente, per sua natura, al di là dei confini di Israele.
Matteo invece, pur riprendendo il racconto di Marco e mantenendolo nel suo contesto, lo legge in un modo diverso, molto più vicino al suo significato originario. Gesù è e resta il Messia di Israele, quindi deve preoccuparsi esclusivamente di coloro che appartengono a questo popolo. Gli altri sono al di fuori della sua sfera di azione, anche se eccezionalmente può interessarsi di loro e dare loro un anticipo di quella salvezza che competerà anche ad essi, ma solo nella fase finale del Regno.
Lo stesso significato di eccezionalità ha anche la guarigione del servo del centurione così come è narrata da Matteo (Mt 8,5-13). In ambedue i casi ciò che è determinante è la fede nel ruolo storico-salvifico di Israele. Mentre Marco mette in luce come la destinazione universale sia una caratteristica inalienabile della salvezza, e come tale risalga al Gesù storico, Matteo è preoccupato di riaffermare il ruolo di Israele nel piano di Dio: la salvezza è riservata a Israele e i gentili non potranno usufruirne se non aggregandosi a questo popolo e diventando partecipi dei doni ad esso conferiti.

Note: 1. Se volessimo inquadrare i farisei con il linguaggio dei nostri giorni, potremmo dire i membri di Comunione e Liberazione, i fondamentalisti, le beghine. – 2. Mentre secondo Marco egli si reca nell’attuale Libano meridionale, al di fuori della Galilea e quindi in un territorio abitato da gentili, Matteo lascia intendere che egli si è ritirato «in direzione» di Tiro e Sidone, pur restando nel territorio della Galilea; forse per questa ragione non riprende l’osservazione di Marco secondo cui egli cercava invano di rimanere in incognito. – 3. Secondo la concezione ebraica, il premio o la punizione delle azioni di un uomo venivano date da Dio durante la vita; il premio consisteva in una vita serena (molti figli, il granaio e gli otri pieni ed una morte quando era “sazio di anni”). La punizione erano le malattie la cui gravità era proporzionata ai peccati commessi; la malattia era inviata tramite il satana che, a sua volta, demandava l’applicazione della pena ad alcuni dei minori fenici che, in lingua greca, venivano chiamati daimonios (demoni) come Beelzebùl (Baal Zebub, il dio delle mosche), citato da Luca (Lc 11, 14-23). Gli ebrei non pensavano esistesse una vita dipo la morte. Solo dopo la metà del II sec. a.C. si inizia a diffondere in Israele l’idea di una possibile resurrezione dei giusti, ovvero la prosecuzione della vita nel “seno di Abramo” dopo la morte fisica. Per questo gli ebrei pensavano che Dio inviasse il satana per esaminare il comportamento di ciascuno (cfr Gb 1,6-17) e quindi punirli dei loro peccati. Satana, in ebraico, non è un nome proprio di persona, ma un nome comune che indica una attività, quella del pubblico ministero, dell’avversario in un processo. Il pubblico ministero ha il compito di far risaltare le accuse, la gravità del comportamento: questa è l’azione del satana nell’A.T., mutuata dall’organizzazione dell’impero persiano (Israele è stata per alcuni secoli sotto il dominio persiano); infatti il satana era un funzionario della corte persiana. Questo funzionario girava per le regioni e guardava il comportamento dei governatori: se uno si comportava bene lo segnalava al re per farlo promuovere, per premiarlo; se uno si comportava male lo segnalava al re per castigarlo, eventualmente anche con la morte. – 4. Ricordo che Matteo è ebreo e scrive per degli ebrei convertiti per cui, rispetto a Marco, cerca di attenuare i toni per scandalizzare il meno possibile i lettori.