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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


lunedì 8 settembre 2014

Esaltazione della Santa Croce



Esaltazione della Santa Croce – Gv 3,13-17

«Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

Dopo le nozze di Cana (Gv 2,1-12) Gesù ritorna in Giudea e si reca a Gerusalemme, in occasione della Pasqua. Lì ha luogo l’episodio della cosiddetta purificazione del tempio (Gv 2,13-22). Proprio a seguito di questo episodio Gesù riceve la visita di Nicodemo, un fariseo, capo dei giudei e dottore della legge: il suo atteggiamento guardingo (Giovanni scrive che il colloquio è avvenuto “di notte” intendendo lontano da sguardi e orecchie indiscreti) tradisce il timore di critiche e ritorsioni da parte degli altri giudei; successivamente però egli, come membro del Sinedrio, avrà il coraggio di dire una parola in difesa di Gesù (cfr. Gv 7,50-52), e dopo la sua morte porterà l’unguento per imbalsamare il suo corpo (cfr. Gv 19,39).
In lui sono rappresentati gli strati più sinceri e disponibili del giudaismo, che si aprono alla predicazione di Gesù e ricevono per primi il suo annunzio di salvezza. In questo racconto si può leggere una trasposizione giovannea del brano in cui Marco racconta l’episodio dell’uomo ricco che voleva ottenere la vita eterna, ma non ha avuto il coraggio di lasciare tutto e seguire Gesù (cfr. Mc 10,17-22; Mt 19,16-30; Lc 18,18-23), ma può essere anche interpretato come il tentativo di accordo tra due partiti politici, quello nascente dei nazareni e quello dei farisei, in quel momento provato e disunito dalle sconfitte subite da parte degli erodiani e dei sadducei.
Il brano si divide in due parti: dialogo con Nicodemo circa il battesimo (vv. 1-12) e monologo di Gesù circa la missione del Figlio (vv. 13-21). La liturgia riprende solo il monologo di Gesù a partire dal v. 13. 

Nel monologo di Gesù sono riprese e approfondite le idee emerse nella prima parte del colloquio. Soprattutto viene sviluppato il tema della manifestazione di Dio nella persona di Gesù. Secondo quanto detto precedentemente, Gesù è l’unico capace di parlare delle cose del cielo. Su questa linea egli soggiunge: «Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo». Questa affermazione presuppone l’incapacità da parte dell’uomo di cogliere nella sua interezza il mistero di Dio (cfr. Pr 30,4). Ciò è possibile solo al «Figlio dell’uomo». Che questi, diversamente da tutti gli altri uomini, sia salito al cielo è dimostrato dal fatto che egli è disceso dal cielo, come risulta da Dn 7,13. Identificandosi con questo personaggio misterioso Gesù mette in luce il suo rapporto specialissimo con Dio. Un pensiero analogo era già stato espresso dall’evangelista al termine del prologo quando aveva affermato che solo il Figlio unigenito ha potuto rivelare il Padre, perché è nel (verso il) suo seno, cioè ha fin dall’inizio un rapporto unico con lui (cfr. Gv 1,18). A differenza di qualsiasi altro uomo egli conosce Dio ed è dotato del potere di manifestarlo agli uomini.
Gesù approfondisce poi il tema della manifestazione di Dio con queste parole: «E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna». Nel giudaismo il serpente di bronzo (cfr. Nm 21,4-9), era considerato il simbolo di quel Dio che aveva già dato nella legge un pegno di salvezza (cfr. Sap 16,5-7). Il verbo «innalzare» viene applicato sia al serpente che al Figlio dell’uomo; mentre però nel primo caso riguarda solo un moto locale, nel secondo richiama il successo ottenuto dal servo di JHWH mediante la sua morte in croce (cfr. Is 52.13: «Il mio servo... sarà innalzato»), nonché la comparsa del Figlio dell’uomo davanti al trono di Dio (cfr. Dn 7,13).
Per Giovanni l’innalzamento di Gesù sulla croce fa di lui, ad analogia del serpente di bronzo, un segno di salvezza, e al tempo stesso denota il suo successo come servo di JHWH e come Figlio dell’uomo. Su questo sfondo la morte di Gesù in croce viene vista come la sua massima esaltazione, perché è il momento in cui si attua il suo ritorno al Padre, e al tempo stesso la riconciliazione dell’umanità con Dio.
Secondo lo stile giovanneo la stessa idea viene ripresa, in modo parallelo, nel versetto successivo con questa espressione: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna». All’innalzamento del Figlio dell’uomo corrisponde in questa frase l’amore di Dio che dà il suo Figlio unigenito; il «mondo» indica l’umanità intera, non in senso negativo, ma in quanto bisognosa di salvezza. Anche qui, come nel versetto precedente, lo scopo è il conferimento della vita eterna. Il fatto che in questo contesto venga usato il verbo «dare» (didômi) e non il più consueto «consegnare» (paradidômi), collegato alla morte del servo di JHWH (Is 53,6 nei LXX), significa che l’evangelista non pensa semplicemente alla morte di Gesù in croce, ma a tutta la sua vita di amore e di dedizione ai fratelli. Alla croce, intesa come ritorno a Dio, corrisponde quindi l’esperienza umana di Gesù, vista come dono che Dio ha fatto all’umanità per dimostrarle il suo amore. Gesù dunque è «innalzato» perché Dio stesso lo aveva «donato»: in questi due verbi è racchiuso tutto il mistero del Figlio dell’uomo, su cui si basa quella fede da cui deriva la «vita eterna», cioè la vita di comunione con Dio. In questo versetto l’attributo di «Figlio dell’uomo» viene sostituito con quello di «Figlio unigenito» (cfr. Gv 1,18), più significativo per mettere in luce il rapporto specialissimo che unisce Gesù a Dio.

lunedì 1 settembre 2014

XXIII Domenica del T.O.



XXIII Domenica del Tempo Ordinario - Mt 18,15-20
Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d'accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro.

In questa pagina di Matteo vengono riferiti alcuni “loghia”, ossia alcune parole o sentenze, così come furono pronunciate da Gesù e riportate dalla tradizione orale dei primi cristiani. Esse sono poste all’interno del discorso elaborato da Matteo sul modo di comportarsi dei cristiani in seno alla loro comunità.
Per comprendere questo discorso lo si deve collegare alla frase conclusiva del brano precedente, in cui si afferma: “Dio non vuole che neppure uno di questi piccoli si perda(Mt18,14).
È un monito a chi dirige una comunità, a non escludere nessuno senza prima aver tentato ogni mezzo per correggerlo dal suo errore.
Niente, infatti, è più delicato della correzione fraterna, ma attenzione, Gesù non sta parlando di giustizia, di accusa e difesa, di punizioni. Sta parlando di Amore; con l’A maiuscola.
Le indicazioni di Gesù per la conduzione della comunità sono basate principalmente sulla gradualità del procedere. Ognuno deve lasciarsi guidare dalla preoccupazione di salvaguardare, con ogni cura, la dignità della persona del fratello.
La prassi proposta da Gesù è piena zeppa di buon senso: discrezione, umiltà, delicatezza verso chi sbaglia, lasciandogli il tempo di riflettere, poi l'intervento di qualche fratello, infine della comunità.
Se il fratello persiste nell’errore, non sarà il giudizio della comunità in quanto tale a condannarlo, bensì il fatto che lui stesso si autoesclude dall’assemblea dei credenti.
Se guardiamo le nostre comunità scopriamo che siamo molto lontani dalla prassi evangelica: se si parla degli errori di qualcuno, in realtà se ne sparla, spesso con sadica soddisfazione, senza compassione o delicatezza. Ho personalmente constatato casi di sacerdoti che sono entrati nella coscienza dell’altro con gli scarponi chiodati, devastando la persona in nome di una legge mai invocata da Gesù. Se noi discepoli di Gesù non sappiamo avere misericordia, chi mai ne sarà capace?
Ma tutto questo senza falsi buonismi: la franchezza evangelica è un modo concreto di amare, di essere solidali anche con durezza.
Nelle nostre comunità abbiamo bisogno di scoprire questo modo concreto di intervenire, di prendere a cuore il destino dei fratelli, senza nasconderci dietro lo schermo di un rispetto umano che puzza di disimpegno lontano un miglio.
La carità fraterna si esprime in tanti modi. Dimostra immediatamente di saperla praticare chi sa dare qualcosa di suo agli altri. Quando riempiamo o almeno non lasciamo vuota la mano che supplice si muove verso di noi, quando ci priviamo di qualcosa che ci è caro per donarlo al nostro fratello, diventiamo caritatevoli e amiamo gli altri come Gesù ci ha amato.
La correzione fraterna è sicuramente una forma di carità alquanto rara proprio perché è particolarmente difficile praticarla. Richiede innanzitutto vero amore, squisita sensibilità, tatto e delicatezza. La prudenza e la buona psicologia ci debbono essere di aiuto per non commettere errori e per sortire gli effetti sperati.
“In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.” Ritorna qui, dopo il brano della confessione di Pietro (Mt 16, 13-20) l’invito (o l’autorizzazione) ad insegnare e diffondere la parola di Gesù.
Legare e sciogliere sono due verbi che appartengono al linguaggio rabbinico e significa l’autorità di insegnamento della dottrina. Quando uno scriba era “ordinato” (il verbo non è corretto, ma lasciatemi questa libertà per maggior chiarezza) durante la cerimonia si diceva proprio questa formula.
Gesù con questa frase ha autorizzato Simone, che lo ha riconosciuto come Dio vivificante, di insegnare la dottrina di un Dio che trasmette vita.
Qui Gesù lo dice a tutti i discepoli, quindi è una responsabilità di tutti i credenti, di trasmettere l’autentico messaggio di Gesù.
In questo brano Matteo ha riportato probabilmente la prassi del perdono seguita nella sua comunità. La comunità cristiana dovrebbe essere l’ambito privilegiato, nel quale si vivono intensamente i valori evangelici, in contrasto con lo spirito di questo mondo (cfr. 1Cor 5,6-8).
La comunità però non è composta solo da santi. Di qui l’impegno e l’obbligo morale per tutti di correggere i fratelli che sbagliano, per ricondurli sulla strada giusta e per portarli al ravvedimento.
È chiaro che questo modo di procedere può aprire la strada al controllo delle coscienze e provocare fenomeni di “caccia alle streghe”. Per evitare un’interpretazione del passo in antitesi con l’insegnamento di Gesù, l’evangelista lo ha inserito dopo la parabola della pecora smarrita e prima dell’insegnamento autorevole di Gesù sull’efficacia della preghiera comunitaria.
Mentre la parabola sottolinea che Dio non vuole che nessuno dei piccoli vada perduto, l’accenno alla preghiera della comunità fa vedere che essa dovrebbe anzitutto chiedere a Dio per il fratello in crisi la grazia della conversione e del ritorno.
È quindi importante che, prima di condannare le persone, la comunità si esamini sulla sua capacità di accogliere e di riconciliare. A monte di questo si deve presupporre, o creare, un rapporto interpersonale profondo tra tutti i membri della comunità, in forza del quale ciascuno si sente accolto per quello che è e aiutato a camminare nella fede.
Una comunità conciliante e riconciliata è il segno della definitiva presenza di Dio non solo in mezzo ai credenti, ma in tutta l’umanità. Solo essa perciò può riconciliare non solo il fratello che sbaglia, ma anche tutta la società in cui è immersa.
Gesù aggiunge che perché la preghiera  possa ottenere una risposta, esige una richiesta da parte di più persone, una comunità.
Essere cristiano infatti significa far parte di un popolo, appartenere a una famiglia. E vedere delle persone, che, mettendo da parte le eventuali divergenze, si "accordano" per chiedere insieme la stessa cosa, è talmente stupendo che il Padre non può dire di no a quelle richieste espresse comunitariamente, quasi con la complicità gli uni degli altri.
Gesù dice: «Se due di voi…». Due. È il numero più piccolo che forma una comunità. A Gesù dunque importa non tanto il numero quanto la pluralità dei credenti. Devono mettersi d'accordo sulla domanda da fare, certamente; ma questa richiesta deve poggiare soprattutto su un desiderio reciproco di non sopraffare l’altro.
Gesù afferma, in pratica, che la condizione per ottenere quanto si chiede è l'amore reciproco tra le persone.
Gesù ci chiede di amare, il sogno più grande di ogni essere umano, la base della vita stessa, conferma cioè la verità della nostra intuizione profonda: solo nell'amore realizziamo il nostro volto più autentico; la nostra vita si può realizzare solo nell’amore dell’altro.

martedì 26 agosto 2014

XXII Domenica del T.O.



XXII Domenica del Tempo Ordinario - Mt 16,21-27
Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va' dietro a me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell'uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni.


Il brano scelto dal liturgista è il seguito dell’episodio descritto nel brano di domenica scorsa (Mt 16, 13-20); sarebbe stato meglio leggerli insieme perché sono intimamente legati, ma il liturgista ha scelto così e non c’è niente da fare.
Nel brano precedente Simone ha riconosciuto in Gesù “colui che assomiglia al Padre”; questa locuzione, espressa nei modi della cultura ebraica di allora, suona “Figlio del Dio vivente”. E’ evidente, e Gesù lo sottolinea, che questa dichiarazione di Simone non può essere farina del suo sacco, ma è stata ispirata dal Padre perché un uomo così legato alla tradizione come Simone, se avesse espresso una propria convinzione, avrebbe riconosciuto Gesù cone “Figlio di Davide”, cioè “colui che assomiglia a Davide, il re condottiero che ha unito Israele” che era il messia atteso dal popolo.
Questo lampo di ispirazione, però, ha breve durata; chi è immerso nella tradizione religiosa può avere momenti di improvvisa risalita verso la luce della libertà e della verità, ma i suoi piedi rimangono invischiati nella melma della tradizione.
Infatti adesso scoppia il dramma, adesso scoppia l’incidente(1).
“Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme…”.
Il verbo tradotto dal greco con "doveva" ha un significato più profondo che non è espresso dal semplice verbo dovere: significa "era il compimento della volontà di Dio".
E fino qui sono tutti d’accordo, lo sanno che deve andare a Gerusalemme, ma l’evangelista aggiunge “…e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi…”.
Anziani, capi dei sacerdoti(2) e scribi, sono le tre categorie di persone che componevano il Sinedrio, cioè il massimo organo giuridico e amministrativo di Israele.
Fino qui i discepoli potevano essere anche d’accordo, perché Gesù doveva andare a buttare all’aria il mondo di corruzione che il sinedrio rappresentava e quindi la sofferenza era insita nella lotta; ma ecco la doccia fredda «…e venire ucciso…».
Questo è troppo, questa è una bestemmia: il Messia, il figlio di Dio, non può morire, non può venire ucciso, è il crollo di tutte le speranze di restaurazione del regno di Israele.
È la prima volta che Gesù annunzia la sua morte. E poi, questo annunzio strano “…e risorgere il terzo giorno.”(3), qualcosa di assolutamente incomprensibile.
Ed ecco che scoppia l’incidente: “Pietro lo prese in disparte…”(4) qui non è più Simone, ma Pietro: quando gli evangelisti vogliono presentare umanamente il discepolo lo chiamano Simone o Simon Pietro; quando vogliono indicare che questo discepolo sta compiendo un’azione contraria a Gesù, eliminano il nome e mettono solo il soprannome che ha un significato negativo, cioè "lo zuccone, il testardo".
Pietro quindi prende Gesù, lo afferra e lo porta verso di sé; il verbo greco che è stato tradotto con “prese in disparte” dà proprio il senso di un atto fatto con forza, con rabbia.
“…e si mise a rimproverarlo dicendo…”  Qui la scelta dei termini, da parte dell’evangelista, è accurata: il verbo greco tradotto con "rimproverare" è lo stesso verbo che Gesù adopera nel vangelo per scacciare il satana. Per Pietro quello che Gesù ha detto non viene da Dio ma è l’effetto di un pensiero perverso o di una malttia mentale.
“…e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore…”. L’espressione greca è “Dio ti perdoni” ed è un’espressione biblica, uno scongiuro biblico, che si adoperava per quanti hanno abbandonato Dio. Se qualcuno abbandonava Dio gli si diceva l’espressione "che Dio ti perdoni", perché nessuno poteva perdonare questo grave crimine se non Dio stesso. Quello che Gesù ha detto, per Simone è talmente grave che considera Gesù uno che ha abbandonato Dio.
“«Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va' dietro a me, satana!...”
Gesù adopera lo stesso imperativo che nel deserto ha adoperato nei confronti del satana(5), quando gli ha detto «vattene satana» (Mt 4, 10).
L’evangelista sta qui riproducendo le tentazioni nel deserto. Le tentazioni nel deserto sono durate quaranta giorni, ma quaranta è un numero che indica tutta la generazione e Gesù è stato tentato tutta la vita e qui l’evangelista ci fa comprendere chi è il satana.
Gesù gli dice «vattene», però gli dà una possibilità: mentre al satana ha detto «vattene satana» e basta, qui Gesù dice a Pietro «vattene dietro di me».
Pietro lo aveva afferrato e lo aveva portato a sé, cioè Pietro vuoleva che Gesù seguisse la sua linea, che Gesù si comportasse come lui si comportava. Gesù dice "vattene, torna a metterti dietro di me, sei tu che devi seguire me e non io che devo venire dietro di te" e, unica volta che nei vangeli Gesù si rivolge a qualcuno in questa maniera, lo chiama «satana». Satana significa nemico, avversario.
“…Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!»”.
L’idea trionfante di Pietro di un Messia vittorioso è quella di un satana, di un avversario al disegno di Dio e, se all’inizio del brano(6) Gesù dichiara "tu sei la pietra adatta per costruire la comunità", adesso Gesù dice «tu mi sei pietra d’inciampo» perchè "scandalo", nella lingua greca, indica la pietra che fa inciampare.
Per la precisione “scandalo” sono quelle pietre, quei sassi che troviamo in campagna, che hanno una parte soltanto scoperta e una parte nel terreno, che non si vedono bene e sono occasioni d’inciampo.
Quel discepolo, che avendo riconosciuto in Gesù il Figlio del Dio vivente, era stato proclamato come una pietra adatta per costruire la comunità, quando invece è radicato nella sua tradizione del Messia vincitore diventa immediatamente una pietra d’inciampo.
L’evangelista in realtà ci presenta una caricatura di discepolo, che rappresenta tutti noi: ognuno di noi può essere una pietra per costruire la comunità, se riceviamo dal Signore il suo amore e lo trasmettiamo agli altri siamo le pietre idonee per costruire la comunità di Dio; se invece coltiviamo desideri di potere, di ambizione, di successo, siamo delle pietre d’inciampo, che fanno inciampare gli altri e siamo dei satana che Gesù rifiuta.
«Perché», dice Gesù, «non pensi le cose di Dio ma quelle degli uomini». Ricordate che il termine uomini, nel vangelo di Matteo è negativo perché indica le persone che non hanno accolto la parola di Gesù.
“Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua….”
Quanti malanni ha provocato questa frase perché è sempre stata interpretata con la mente affogata nella tradizione, nella religione e non nella fede!
«Se qualcuno vuole venire dietro a me…”. Gesù specifica che non è obbligatorio essere cristiani; in passato ci hanno fatto credere che fosse obbligatorio perché dicevano che non c’era possibilità di salvezza all’esterno. L’unica salvezza veniva non solo dall’essere cristiani ma anche dall’essere all’interno della Chiesa Cattolica.
Finalmente il Concilio Vaticano II ha dichiarato che la salvezza non significa appartenenza a una Chiesa e neanche appartenenza a una religione(7).
Il Concilio di Firenze del 1400 condannava al fuoco eterno dell’inferno tutti gli Ebrei, i Musulmani e gli Infedeli. Cinquecento anni dopo, il Concilio Vaticano II (la Chiesa prima o poi ci arriva, basta aspettare), dice che tutti gli Ebrei, i Musulmani e persino i non credenti, che rispondono alla propria coscienza, conseguono la salvezza.
Non è quindi obbligatorio seguire Gesù perché non si segue Gesù per salvarsi, si segue Gesù per realizzare pienamente la propria esistenza. Gesù fa questo paradosso: "se qualcuno vuol venire dietro a me", ricordate che a Pietro ha detto "torna a metterti dietro di me"; e adesso gli dice come: “rinneghi sé stesso”, il che non significa frustrare la propria esistenza, ma rinunciare a ideali di ambizione, potere, successo, «sollevi la sua croce e mi segua».
Qui occorre spiegarsi bene: il condannato alla croce era considerato maledetto da Dio(8); il supplizio della croce era riservato ai delinquenti della peggior specie, odiati anche dal popolo per quello che avevano combinato. Il condannato, caricato del braccio orizzontale della croce (l’altro braccio rimaneva infisso nel terreno per altre esecuzioni) veniva spinto sul luogo del supplizio fra due ali di folla urlante che inveiva, sputava, gettava feci e orina e picchiava. Tutto questo distruggeva psicologicamente qualunque condannato. Gesù dice di prendere la croce nel senso che seguire lui non sarà facile perché la gente non capirà e si comporterà come con i condannati alla croce: porterà alla perdita totale della propria reputazione.
La croce non è "data da Dio" ma "scelta dagli uomini". La croce è il patibolo, il supplizio, che non è data da Dio a tutti quanti, ma coloro che liberamente, volontariamente, per amore, vogliono seguire Gesù, la devono sollevare, da sé. La croce non sono le disgrazie o le malattie che Dio ci manda (orrenda bestemmia!!), ma la scelta volontaria di perdere la faccia per seguire Gesù.
“Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà…”
Gesù comincia a spiegare cosa significa seguirlo: chi mette la propria vita al servizio degli altri, anche se apparentemente agli occhi di coloro che seguono il successo, il potere, sembra una vita sprecata, sono le uniche persone che sanno realizzarsi. Coloro che volontariamente, liberamente e per amore, mettono la propria vita, anche sacrificandosi, a disposizione degli altri, dice Gesù, troveranno la vera vita in pienezza.
Invece, chi vorrà salvare la propria vita, chi adopererà gli altri per sé, costoro la perderanno definitivamente.
Aggiunge Gesù, “Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?”. Per Gesù l’uomo che è capace di guadagnare il mondo intero, l’uomo che accumula ricchezze, successo e onore, è un uomo fallito che ha perso completamente la propria esistenza e non ha con se alcuno strumento per riconquistare la propria vita.
“O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?”
Chi insegue sogni di successo, di ambizione, ricchezza, sono le persone che, anche se si possono presentare con una patina o un facsimile religioso, sono completamente fallite e hanno perso il significato della propria esistenza.
Conclude Gesù, “Perché il Figlio dell'uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni.”.
E’ vero, Gesù verrà disonorato dal Sinedrio, dai rappresentanti di Dio, ma dal Padre verrà onorato, la gloria significa la manifestazione di Dio. La frase, che ha una apparenza apocalittica tipica di Matteo, modifica sensibilmente la frase similare di Marco che non apre visioni escatologiche (Mc 8,38); Gesù avverte: la vita che supera la morte non verrà donata a chi non ha saputo salvare la propria vita dedicandosi agli altri.
L’episodio che segue questo brano è la trasfigurazione (Mt 17,1-8) e ne è la conseguenza logica. Ai discepoli[1] che, come Simone, non hanno compreso Gesù e pensano che la morte sia la fine di tutto, Gesù mostra nella trasfigurazione qual è la condizione dell’uomo che passa attraverso la morte. Non è vero che la morte diminuisce le persone ma le potenzia, non è vero che la morte distrugge le persone, ma la morte è quel momento della propria esistenza che consente alla persona di liberare tutte quelle energie, quelle capacità che aveva ma che nella vita terrena non gli è stata data la possibilità di esprimere.

Note: 1. Quanto segue è stato liberamente tratto dalla conferenza “Tu sei Pietro” tenuta da P. Andrea Maggi nella basilica di S. Maria delle Carceri di Prato il 16 maggio 2001. – 2. E’ meglio spiegare questo plurale. Nel momento in cui Gesù predica, vi sono in Israele due Sommi Sacerdoti: il più vecchio, Anna, che ha svolto questo ruolo dal 6 al 15 d.C., è stato sostituito da Valerio Grato, console della Siria, con tre altri sacerdoti in rapida successione (non si comportavano secondo i desiderata di Roma) fino a Caifa che svolgerà tale mansione dal 18 al 36 d.C., ma Anna sarà sempre considerato sommo sacerdote in quanto è l’ultimo che non è stato scelto dai romani. Ecco il perché del plurale “capi dei sacerdoti”. – 3. La traduzione corretta dovrebbe essere “…e il terzo giorno resuscitato” ma sarebbe in contrasto con la teologia sviluppata dal V secolo in poi. – 4. La traduzione più corretta, perché segue in maniera precisa i movimenti di Pietro e di Gesù durante l’alterco, sarebbe Ma afferratolo verso di sé, Pietro…”. – 5. Gli ebrei pensavano che Dio inviasse il satana per esaminare il comportamento di ciascuno (cfr Gb 1,6-17) e quindi punirli dei loro peccati. Satana, in ebraico, non è un nome proprio di persona, ma un nome comune che indica una attività, quella del pubblico ministero, dell’avversario in un processo. Il pubblico ministero ha il compito di far risaltare le accuse, la gravità del comportamento: questa è l’azione del satana nell’A.T., mutuata dall’organizzazione dell’impero persiano (Israele è stata per alcuni secoli sotto il dominio persiano); infatti il satana era un funzionario della corte persiana. Questo funzionario girava per le regioni e guardava il comportamento dei governatori: se uno si comportava bene lo segnalava al re per farlo promuovere, per premiarlo; se uno si comportava male lo segnalava al re per castigarlo, eventualmente anche con la morte. – 6. Si intende il brano Mt 16, 13-20 esaminato domenica scorsa. – 7. Costituzione Lumen Gentium n. 16. – 8. Cfr Dt 21, 23b.



[1] Gesù chiamerà Giacomo e Giovanni, suo fratello, ad unirsi a Simone per assistere alla sua trasfigurazione. Simone ne ha evidentemente bisogno per quello che ha fatto e detto in questo brano di vangelo; Giacomo e Giovanni, detti i figli del tuono per il loro caratterino attaccabrighe, per la richiesta inoltrata a Gesù tramite la loro madre, di essere posti alla destra e alla sinistra di Gesù una volta restaurato il regno di Israele.