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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


lunedì 25 maggio 2015

Santissima Trinità



Santissima Trinità - Mt 28,16-20
Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Per comprendere appieno il significato di questo brano è indispensabile, come spesso accade, conoscere bene il brano che lo precede, altrimenti le parole dell’evangelista cadono nel vuoto di un devozionismo inutile e, generalmente, dannoso come tutti gli atti di devozione.
Al versetto 6 dello stesso capitolo l’angelo del Signore annunzia alle donne: “Non è qui. È risorto”. Non è vero che Dio l’aveva abbandonato, non è vero che Dio lo aveva maledetto, ma in lui Dio ha manifestato tutta la potenza della creazione.
Gesù per tre volte aveva annunziato la sua morte e la sua resurrezione, ma i discepoli non avevano capito assolutamente niente, perché i discepoli seguivano Gesù animati da desideri di ambizione, litigando tra loro per sapere chi era il più importante.
“…venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti,…”  e adesso una indicazione abbastanza strana ed incoerente “…ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, io ve l’ho detto”.
Notate qui l’apparente incongruenza: Gesù è stato assassinato a Gerusalemme, è stato seppellito a Gerusalemme, resuscita a Gerusalemme, i discepoli stanno a Gerusalemme, una volta resuscitato quello che ci aspetteremmo, la cosa più normale, è che compaia ai suoi discepoli a Gerusalemme. Sul vangelo di Giovanni si legge che la sera di quello stesso giorno della resurrezione, Gesù apparve ai discepoli, che erano chiusi in casa per paura dei giudei e la cosa è comprensibile.
Il vangelo di Matteo non è d’accordo: “...vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Da Gerusalemme alla Galilea, a quell’epoca andavano a piedi, c’erano circa quattro giorni di cammino. Perché ritardare di quattro giorni l’importante e decisiva esperienza della resurrezione?
 “…con timore e gioia grande le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli”.
Nel mondo ebraico la donna non era considerata proprio un essere umano, era qualcosa che era riuscita male al Padreterno. Ebbene, nei vangeli le donne non solo vengono eguagliate ai maschi, ma sopravanzano i maschi stessi perché sono le uniche a compiere la stessa azione che, nella simbolica ebraica, era riservata ai sette angeli del servizio divino: l’evangelista, scrivendo «dare l’annuncio», (il termine «annuncio», in greco, ha la stessa radice della parola «angelo»), indica che le donne non solo sono equiparate agli uomini, ma sono equiparate agli esseri più vicini a Dio.
“Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono”.
Sono indicazioni sulla realtà dell’individuo che è passato attraverso la morte: gli prendono i piedi, quindi c’è come una fisicità, ma dall’altra c’è una condizione nuova, lo adorano come si adora Dio.
“ Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno»”. E’ la prima volta che Gesù si rivolge ai discepoli chiamandoli fratelli, e di nuovo Gesù insiste «vadano in Galilea, là mi vedranno».
Notate questa insistenza, per sperimentare che Gesù è resuscitato non si deve andare a Gerusalemme: man mano che si avvicina il momento dell’incontro con Gesù resuscitato c’è una accurata selezione, le persone ambiziose come la madre dei figli di Zebedeo sono escluse, le guardie sono escluse e coloro che appartengono all’istituzione religiosa sono escluse dalla presenza e dalla esperienza di un Dio vivo.
“Gli undici intanto andarono in Galilea…”, notate adesso il particolare: “…sul monte che Gesù aveva loro fissato”.
Tre volte abbiamo nel vangelo l’invito ad andare in Galilea, ma mai viene specificato il monte sul quale andare. Il monte non è un luogo geografico, non è un'indicazione topografica, quella che l’evangelista ci dà è una indicazione teologica. Nell’antichità, essendo il monte il luogo della terra più vicino al cielo, esso era condiderato il luogo della residenza degli dei(1).
Questo «il monte» nel vangelo di Matteo è già stato presentato come il luogo dove Gesù ha annunziato il suo messaggio fondamentale: il monte delle beatitudini.
Questa è l’indicazione che l’evangelista ci sta dando: chi vuole sperimentare nella sua esistenza la presenza di Gesù vivo e vivificante, del Risorto, deve essere fedele al programma di Gesù che è stato espresso e formulato nelle beatitudini.
Quindi questo è il monte nel quale la comunità si impegna a essere responsabile della felicità degli altri. Costoro, solo costoro, fanno l’esperienza di Gesù resuscitato.
“Quando lo videro…”, quindi lo vedono, “…gli si prostrarono innanzi…”. E qui c’è un verbo strano “…Essi però dubitarono”.
Perché dubitano? Lo vedono e quindi sono certi che Cristo è resuscitato! Gli si prostrano innanzi, riconoscono che in lui c’è la condizione divina, ma dubitano. Questo verbo, dubitare, è apparso un’altra volta nel vangelo di Matteo, quando Gesù cammina sulle acque ed è attribuito a Pietro (Mt 14,31).
Vedono Gesù resuscitato, lo sperimentano, ma sanno che per raggiungere questa condizione bisogna passare attraverso il dolore della vita, la persecuzione e forse la croce e la perdita della propria vita. Pertanto non dubitano della presenza di Gesù resuscitato, dubitano della propria capacità di seguire Gesù fino a questa condizione.
“Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato”.
L'incarico finale che Gesù dà ai suoi discepoli non è tanto quello di annunciare una novità teologica, ma di praticarla.
Infatti Gesù non incarica i suoi di andare a proporre una dottrina, un dogma, ma di trasmettere le proprie esperienze vitali. Questa è una cosa importantissima, perché da qui si basa la riuscita o meno della trasmissione di un messaggio; un conto è trasmettere dottrine, un conto è trasmettere percezioni vitali. Le prime non riescono quasi mai a modificare una vita, le seconde quasi sempre(2).
Le ultime parole di Gesù sono: "… fate discepoli tutti i popoli… ". Questo, per la mentalità ebraica, era qualcosa di inaudito! Nella mentalità ebraica si pensava che il re dei Giudei, il re di Israele avrebbe dovuto sottomettere tutte le nazioni pagane, dominarle, assoggettarle e sfruttarle. C'è un brano nei "deliri" del testo di Isaia, poi passati come profezie, dove si dice che quando sarebbe venuto questo tempo ogni ebreo avrebbe avuto come schiavi i principi pagani e le principesse pagane come serve (cfr. Is 60,1-22).
Nel Talmud, che ama sempre le cose chiare, si indicò addirittura il numero dei servi pagani che l'uomo ebreo avrebbe avuto: 2480(3) per l'esattezza.
In contrasto con questa mentalità, le ultime parole di Gesù non sono un invito ad andare a dominare le nazioni pagane, ma a renderle sue discepole. In qual modo? Non attraverso l'annuncio di una dottrina o di un dogma, che presuppone una superiorità ed una esclusività che tende a sovrastare l’altro, a fargli violenza, ma dice il testo: "…battezzandoli… ".
Per comprendere il significato di questo atto dobbiamo spogliarci delle nostre tradizioni, dei catechismi, dei 2000 anni di storia della Chiesa. Dobbiamo tornare agli anni 70-80 d.C., al tempo in cui Matteo ha scritto il suo vangelo. Allora il significato del battesimo era diverso; non era stato ancora teorizzato come sacramento ed era ancora una atto antico, probabilmente risalente ad un paio di millenni prima, che da poco più di cinquanta anni era stato riscoperto dai movimenti battisti dei quali quello di Giovanni il Battista è citato nei vangeli.
Il verbo "battezzare" in greco ha due significati: "impregnare" o "immergere nell'acqua", ed entrambi i due significati sono presenti nell’espressione "…battezzandoli… ".
Gesù non chiede, naturalmente, di andare ad amministrare il rito liturgico del Battesimo(4), Gesù era contrario in modo netto ad ogni tipo di rito(5). Gesù intende invece di immergere i popoli nella stessa esperienza che i discepoli avevano vissuto con lui, trasmettendogli il concetto di amore disinteressato come fonte e luce di vita per ciascuno.
Questa immersione nel messaggio di Cristo è per “…tutti i popoli…” nessuno escluso. Questa non è una costatazione ovvia: la storia della Chiesa ha dimostrato e continua a dimostrare come l’esclusione di alcuni è la norma di comportamento dei cristiani, nonostante che dall'approfondimento dei testi del vangelo esce una cosa molto chiara, il vangelo è scritto tutto per tutti.
Non c'è una sola riga del Vangelo che riguardi una categoria particolare di persone o, viceversa tenda ad escluderne altre.
Dico questo perché, almeno in passato, il vangelo è stato sfogliato come una cipolla: questo è per il Papa, questo riguarda i Vescovi, quest'altro è per i preti, ai poveri laici rimane poco o soltanto quello da osservare e da ubbidire. Questo chiarimento è necessario perché molti vedono in questo passo un invito a esercitare liturgicamente il sacramento del Battesimo, o addirittura ad imporlo. Non è affatto questo!
È l'incarico di ogni credente, di ogni comunità quello di rendere discepole di Cristo tutte le nazioni e per nazioni si intendono tutte le nazioni pagane, quelle che nella mentalità dell'epoca erano le più lontane da Dio. Gesù dice che non esiste una categoria di persone che per la loro condotta religiosa o per il loro comportamento morale possa essere esclusa dall'azione dell’amore da parte dei credenti.
Era una novità tremenda duemila anni fa, forse lo è ancora oggi! Quindi la proposta di Gesù è quella di immergere queste nazioni, di inzupparle, "…nel nome dei Padre, del Figlio e dello Spirito Santo".
Questo non è un invito o una formula liturgica. Gesù dice: il vostro incarico è immergere, inzuppare le nazioni pagane, ogni individuo appartenente a queste nazioni, nella realtà profonda che è nel Padre (Padre è colui che comunica incessantemente la vita), nel Figlio (il Figlio è il modello realizzato di questa vita) e nello Spirito Santo (questa forza d'amore), “…insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato…”.
Gesù non manda ad insegnare un messaggio, ma ad insegnare una pratica, un modo di vita descritta nei “comandi” di Gesù.
Questo termine "comando(6)" riferito al messaggio di Gesù, è diretto, come abbiamo visto, alle beatitudini. Le beatitudini possono essere riassunte in questa formulazione: sentitevi responsabili della felicità degli altri, così permetterete a Dio di sentirsi responsabile della vostra felicità. Gesù assicura: "Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni…".
Con questa espressione, "Io sono con voi", Matteo chiude quella linea teologica che aveva iniziato con le prime battute del vangelo, dove, presentando Gesù, lo aveva definito “l'Emmanuele", cioè il "Dio con noi". È una semplice espressione, una formula, ma che ha provocato un terremoto senza pari nell'istituzione religiosa giudaica, e non solo in quella, perché la religione viveva e vive della lontananza tra Dio e gli uomini!
La religione fa in modo che Dio sia sempre più lontano e inaccessibile agli uomini, perché giustifica così la sua presenza. Se Dio è lontano dagli uomini, se gli uomini non gli si possono rivolgere, hanno bisogno di mediatori, ed ecco allora i sacerdoti. Questi mediatori, a loro volta, si possono rivolgere a Dio soltanto mediante riti, spesso complicati, ed ecco la liturgia. Ci vuole un luogo, non tutti i luoghi sono adatti a svolgere queste pratiche, ed ecco il tempio. Tutto l'insieme della religione si basava sulla lontananza e inaccessibilità di Dio e sulla difficoltà della gente di potersi avvicinare.
Ebbene, con una sola pennellata Matteo cancella tutto questo. Matteo, che riassume il messaggio di Gesù, lo presenta come il Dio con noi. E Gesù lo conferma con le sue ultime parole nel vangelo: "Io sono con voi".
Abbiamo detto che tutto questo porta ad un grande cambiamento, ad una grande novità nel panorama religioso, perché non basta che Dio sia con noi, non basta che Gesù assicuri la comunità che, a condizione della pratica delle beatitudini, sarà con essa tutti i giorni e quindi non c'è più da ricercare un Dio lontano, ma da accoglierlo e con lui e come lui andare agli altri, ma c'è un qualcosa in più che Gesù fa: testimonia che la presenza di questo "Dio con noi" è il servizio a favore degli uomini. Inaudito!
La religione, il concetto stesso della religione si basa sul servizio che l'uomo deve rendere a Dio, un servizio, per lo più, manifestato ed esercitato nel culto.
Un Dio che continuamente chiede, un Dio che diminuisce l'uomo chiedendogli le sue energie, il suo tempo e le sue cose. Da questi concetti nascono tutta una serie di offerte date a Dio per ottenere il suo beneplacito, il suo gradimento.
Gesù, il "Dio con noi", dice: "Io sono in mezzo a voi" non per essere servito, ma per servire! È un'espressione che provoca un terremoto, perché se Dio non chiede più di essere servito, ma si mette a servire, se Dio non chiede più niente all'uomo, ma è Lui che dona, tutto quel castello che in nome della religione era stato costruito crolla improvvisamente.
Non servono più i sacerdoti, perché è Dio stesso che prende l'iniziativa di servire i suoi, e qualunque persona o istituzione che si metta tra Dio e l'uomo è un impedimento.
Non c'è più bisogno di un tempio, perché Dio è con noi, è il Dio della comunità, e non c'è più bisogno di particolari riti, di particolari liturgie, perché Dio li mette da parte.
E soprattutto, ed è questo che causa l'allarme al tempio di Gerusalemme, non c'è più bisogno dell'offerta a Dio.
Per comprendere la gravità di questo messaggio c'è bisogno di un piccolo flash che ci faccia capire com'era l'istituzione religiosa giudaica, che si basava tutta sul concetto di un Dio che continuamente chiedeva, un Dio mai sazio.
Le persone, per essere gradite a Dio, dovevano tre volte all'anno (Dt 16,16-17) fare un pellegrinaggio a Gerusalemme, portare in offerta alimenti, specialmente offerte di bestiame, e si risolveva tutto in un grande affare commerciale.
Pensate, a titolo di esempio, ad un abitante di Nàzareth che doveva andare a Gerusalemme: non si portava dietro l'agnello o la capra da sacrificare al tempio, ma lo comperava a Gerusalemme anche perché, dovendo essere un animale perfetto (Lv 1,3 seg.) era meglio comprarlo tra quelli controllati dai sacerdoti. L'appalto per la vendita degli animali per i sacrifici l'aveva la famiglia del sommo sacerdote.
Quindi l'uomo arrivava, comperava l'animale nel monte degli Ulivi, dove c'era l’accampamento col bestiame da vendere, lo portava al tempio dove veniva sgozzato, la persona riceveva, almeno credeva, il perdono delle sue colpe, dei suoi peccati e l'animale veniva spartito fra i sacerdoti.
Siccome c'era un esubero di produzione, la carne che avanzava veniva venduta nelle macellerie di Gerusalemme, tutte appartenenti alla famiglia del sommo sacerdote.
Perciò, il poveretto che andava al pellegrinaggio si trovava a pagare praticamente tre volte lo stesso agnello se voleva poi mangiare.
Proviamo ad immaginare la ripercussione nel tempio di una novità assoluta di un Dio che non chiede più sacrifici. È il crollo dell'istituzione, è il crollo dell'economia di Gerusalemme, è il crollo di tutto quanto. Ecco perché, all'inizio del vangelo di Matteo quando viene dato l'annuncio della nascita di Gesù si legge che tutta Gerusalemme tremò (Mt 2,3). Perché se veramente Dio non sta più nel Tempio (Mt 27,51), se Dio non chiede più sacrifici (Mt 12,7.9,13), crolla tutta l'istituzione, crolla tutto quanto.
Inoltre, e questa è la cosa che più ha allarmato e allarma ancor oggi, un Dio che non fa distinzione tra buoni e cattivi(7). Il Dio di Gesù è un Dio il cui amore si rivolge indistintamente e attivamente ai giusti, ma anche agli ingiusti: è la fine della religione! Ogni religione, è il caso di dire "come Cristo comanda", si basa sul premio per i buoni e sul castigo per i malvagi! Se Dio non premia più i buoni e non castiga più i malvagi non c'è più religione!
Grazie a Gesù è finita la religione e subentra la fede.
La religione è quell'insieme di atteggiamenti che l'uomo deve rivolgere verso Dio. Mosè era il servo di Dio e aveva fatto un'alleanza tra dei servi e il loro Signore; Gesù, che è il figlio di Dio, cambia la vecchia alleanza e ne fa una nuova tra dei figli e il loro Padre. Allora non c'è più il servizio a Dio, ma da accogliere il suo amore e tramutarlo in pratica, cercando di somigliargli.
La fede è la risposta dell’uomo all’amore di Dio che non chiede di essere obbedito, ma chiede di essere imitato. E per fare questo non c'è bisogno di conoscere le leggi di Dio.
Gesù sapeva bene a quali critiche feroci andava incontro (tra parentesi, se Gesù avesse soltanto predicato l'amore e anche l'amore ai prepotenti, sarebbe ancora vivo e gli avrebbero fatto anche un monumento nella piazza di Gerusalemme): se Gesù è stato assassinato è perché ha demolito tutta la base del potere civile e religioso del suo tempo.

Note: 1. Questa concezione si è radicata anche nel mondo occidentale. Infatti generalmente i santuari sono situati in luoghi alti. Ricordiamo che l’idea di costruire santuari non è cristiana, ma è una tradizione di impronta pagana. – 2. Una delle molteplici ragioni della decadenza della Chiesa cattolica risiede nel fatto che intendere trasmettere una dottrina e non semplicemente il messaggio di Gesù. – 3. A seconda delle traduzioni o dei manoscritti del Talmud presi in considerazione si possono avere numeri diversi, ma sempre dell’ordine delle migliaia. – 4. Nella Chiesa antica il Battesimo veniva anche chiamato il “Sacramento dell'Illuminazione”. Il sacramento del Battesimo è stato il primo ad essere praticato e ve ne è traccia già negli Atti degli Apostoli dove sono riportate le prime conversioni al cristianesimo successive alla prima predicazione apostolica dopo la Pentecoste (Att 2,41.3,19). Il Battesimo veniva conferito solo a coloro che accettavano gli insegnamenti degli apostoli e consapevolmente dichiaravano di voler diventare discepoli. Le testimonianze riportano che già nel  IV secolo era pratica diffusa battezzare i catecumeni, cioè coloro che si preparavano al battesimo, nella veglia di Pasqua (cfr Confessioni di S. Agostino). Il Battesimo, nella Chiesa antica, era considerato un sacramento per adulti proprio per il consenso al rito che il catecumeno doveva dare. La celebrazione del Battesimo ai neonati inizia ad essere un fatto comune a partire dal V secolo ed è una conseguenza della teologia agostiniana del peccato originale (teologia non presente nell’AT o nei vangeli).  – 5. Gv 4,23-24:Ma viene l'ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità”. – 6. Si ricorda che i comandamenti di Gesù nulla hanno a che fare con i 10 Comandamenti ricevuti da Mosè sul Sinai. Per poterli conoscere si consiglia la lettura di Mt 5,1-12, Lc 6,20-22, Gv 13,1-17.34. – 7. Mt 5, 44-45: “Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.”

martedì 19 maggio 2015

Domenica di Pentecoste



Pentecoste – Gv 15,26-27;16,12-15
Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.
Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.

Nel secondo discorso d’addio(1) del vangelo di Giovanni (capp. 15 e 16), dopo aver messo in luce gli effetti positivi del rapporto che ha stabilito con i suoi discepoli, Gesù mostra loro come esso sia destinato ad attirare su di essi l’odio del mondo. Egli sottolinea come questo odio non sia altro che il prolungamento di quello che il mondo ha avuto nei suoi confronti, che a sua volta è espressione del rifiuto colpevole che esso ha opposto a Dio (Gv 15,18-25). All’odio del mondo si oppone però la testimonianza dello Spirito e quella dei discepoli stessi, i quali sono stati con Gesù fin dal principio (Gv 15,26-27); il discorso sulla venuta dello Spirito è ripreso poi in Gv 16,12-13.
Per celebrare la solennità della Pentecoste il liturgista ha costruito il brano di questa domenica cucendo insieme le due parti del vangelo di Giovanni nelle quali Gesù parla di Spirito, non tanto descrivendo la sua essenza, quanto parlando della sua azione.
Anche il Catechismo della Chiesa Cattolica preferisce non definire lo Spirito se non rifacendosi alla definizione trinitaria (cfr. n. 685) e si limita a descriverne le attività.
Per avere una definizione di Spirito occorre rivolgersi ai teologi di questi ultimi anni che, superando le definizioni dogmatiche che sono fortemente limitative nel significato e nella comprensione(2) a fronte degli sviluppi del pensiero moderno, salgono a più alti livelli cercando la diretta sorgente dello Spirito:
A eccezione dell'uomo, tutti gli esseri viventi nell'e­spressione della loro energia sono determinati dalla massa corporea. Anche l'energia libera rispetto alla massa corpo­rea che produce il movimento che chiamiamo vita si espri­me comunque in modo necessitato, perché è la natura che comanda e che guida mediante gli istinti. Da parte dei vi­venti non umani non c'è nessuna possibilità di porre qual­cosa di imprevedibile, di creativo, di trasgressivo-innovativo. e infatti ripetono oggi quello che facevano all'inizio della lo­ro comparsa sulla terra (a meno che la mutazione dell'am­biente non li abbia costretti a loro volta a mutare, ma anche in questo caso si tratta comunque di mutazioni indotte per necessità, non spontanee, non libere).
Anche gli uomini, per quanto attiene alle strutture basi­lari del loro essere naturale, ripetono oggi esattamente quello che facevano all'inizio della loro comparsa sulla ter­ra, ma c'è qualcosa di più. Questo «di più» presente nel fenomeno umano è ciò che ha permesso lo sviluppo della ci­viltà in tutte le molteplici manifestazioni, talora nel male, ma perlopiù nel bene. Questo surplus rispetto alla dimen­sione biologica che abita il fenomeno uomo si chiama libertà se lo si analizza in senso dinamico («pragmatico», di­rebbe Kant), oppure spirito se lo si analizza in senso ontologico.”(3)
Ecco quindi che lo Spirito è insito nella natura stessa dell’uomo, connaturato alla vita che è dono di Dio, anzi, è la vita di Dio, la sua espressione amorevole nei confronti di ogni uomo. Questa constatazione fa comprendere come il racconto dell’evento pentecostale (At 2,2-4) non si riferisce ad un evento storico, bensì all’effetto che l’amore di Dio ha su ogni uomo per aiutarlo a comprendere sia il senso della vita nel mondo che il suo fine ultimo.
Ecco perché Gesù, in questi due brani, chiama lo Spirito con il nome di Paraclito, tradotto normalmente con il termine «consolatore», che accompagna l’uomo nelle difficoltà della vita(4).
Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me;…”
Come indica l’espressione «Spirito della verità, che procede dal Padre», la funzione dello Spirito è collegata all’attività rivelatrice di Gesù. Perciò la missione dello Spirito dipende da Gesù che lo manderà «dal» Padre. Egli avrà il compito di rendergli testimonianza nel mondo e di confermare la validità della sua predicazione. Lo Spirito, tuttavia, procede dal Padre, in quanto la sua missione nel mondo, in unione con quella del Cristo, ha la sua origine nell’iniziativa salvifica del Padre.
Gesù prosegue: “…e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio”. I discepoli testimonieranno in favore di Gesù tenendo vivo, mediante il rapporto vitale con lui, il suo messaggio e attuando il suo progetto. La loro testimonianza quindi non sarà costituita solo da parole, ma anche e soprattutto da opere, che rappresentano il «frutto» della loro unione con lui. La testimonianza dei discepoli non è separata da quella dello Spirito, perché questi parlerà per bocca loro (cfr. Mc 3,11 e At 5,3.32;15,28). È attraverso i discepoli che lo Spirito testimonierà in favore di Gesù, dimostrando la fondatezza (la verità) della sua parola.
Da notare che nelle parti tralasciate dal liturgista, la testimonianza dello Spirito è preceduta e seguita da un riferimento alle persecuzioni contro i discepoli (cfr. Gv 15,18-25;16,1-4a). Lo Spirito avrà il compito di assistere i discepoli nella proclamazione del vangelo, rendendola efficace e convincente. Essi saranno quindi i mediatori e gli strumenti della missione o testimonianza che lo Spirito renderà a Gesù.
Sempre nei versetti non riportati nel brano liturgico, dopo aver concluso il tema della persecuzione che attende i discepoli, Gesù riprende a parlare dello Spirito che egli invierà dopo essere ritornato al Padre. Egli afferma anzitutto che il compito dello Spirito sarà quello di convincere il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio: il peccato consiste nel non credere in lui, la giustizia nel fatto che egli va al Padre, e il giudizio nel fatto che il principe di questo mondo è stato condannato (cfr. Gv 16,8-9). In altre parole lo Spirito, mostrando nella vita dei discepoli la realtà della giustizia (fedeltà5) di Dio rivelata nel ritorno di Gesù al Padre, smaschera di riflesso il peccato di coloro che l’hanno rifiutato e al tempo stesso sconfigge il desiderio di potere(6) che l’ha provocato.
Nella restante parte del testo liturgico, Gesù prosegue poi osservando “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso”.
Questa frase funge da transizione con il brano seguente, nel quale lo Spirito viene presentato nella suo ruolo di guida dei discepoli. Essa sembra in contrasto con quello che Gesù aveva detto poco prima: «Vi ho detto amici, poiché vi ho fatto conoscere tutto ciò che ho udito dal Padre mio» (Gv 15,15). Questo contrasto si illumina distinguendo due fasi della rivelazione, quella connessa con la sua vita terrena e quella successiva al suo ritorno al Padre. La prima ora sì completa, ma era rimasta oscura ed enigmatica per l’incapacità dei discepoli a coglierne il senso profondo.
Gesù sta preparando i discepoli a quello che accadrà, soprattutto alla sua passione. Sa che, una volta soli, si troveranno in balia degli eventi e sa, soprattutto, che i discepoli non hanno compreso molto del suo messaggio(7). È questo un dato caratteristico del vangelo di Giovanni, presente, sia pure con minore intensità, anche negli altri vangeli: la incapacità di comprendere dei discepoli(8).
Essi sono ancorati ancora alla tradizione del pensiero ebraico, quello che attendeva il Messia re, il condottiero che avrebbe ricostruito e liberato Israele, un uomo possente ed invincibile: come è possibile che questo uomo venga messo a morte? E sopratutto, che cosa vuole dire quando parla di risurrezione(9)?
Gesù vorrebbe approfondire il proprio insegnamento, rendere i discepoli protetti dai problemi che incontreranno e dalle persecuzioni cui andranno incontro(10), ma i discepoli non sono in grado di seguirlo su questa strada; potranno solo farlo quando il Padre manderà il suo Spirito.
Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future.”
È la quinta ed ultima promessa del Paraclito; egli dovrà guidare i discepoli in futuro, illuminandoli sulla pienezza della “verità”(11), cioè facendo comprendere la rivelazione di Cristo in tutte le sue dimensioni, mostrando loro che sono giunte a compimento le Scritture e svelando il senso ultimo della storia della salvezza.
Nell’AT JHWH è descritto come pastore e guida del popolo di Israele nell’esodo dall’Egitto; Gesù si è proclamato buon Pastore che conduce le sue pecore (Gv 10,16); ora è lo Spirito della verità che viene presentato come colui che guida i discepoli alla piena verità.
Lo Spirito non ha il compito di annunziare cose nuove, che servano ad integrare o ampliare quanto Gesù ha già detto, ma di dare una più piena e personale comprensione delle parole di Gesù. La sua funzione specifica sarà quella di far assimilare ai discepoli la rivelazione di Gesù, per abilitarli alla loro missione.
“Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.”
Gesù conclude osservando che lo Spirito lo glorificherà, poiché riceverà del suo e lo annunzierà ai discepoli; e specifica che ciò deve avvenire perché tutto quello che il Padre possiede è suo. Per la sua intima unione con il Padre, Gesù è stato il rivelatore per eccellenza del Padre e la guida verso di lui; Gesù aveva svolto la sua missione di glorificare il Padre annunziando e attuando il suo disegno di salvezza; di riflesso lo Spirito santo «glorificherà» Gesù manifestando la sua grandezza alla destra del Padre.
Con l’andare del tempo, sulla scorta dai ricordi ricevuti dai primi testimoni e illuminati dalle esperienze fatte, i credenti hanno capito sempre meglio non solo la persona di Gesù, ma anche le implicazioni del suo insegnamento nelle nuove situazioni in cui venivano a trovarsi. Questo progresso nella conoscenza è stato attribuito da Giovanni, e in genere dal cristianesimo primitivo, all’opera dello Spirito, in cui trova forma l’attrattiva profonda che l’esempio e le parole di Gesù hanno esercitato nei credenti. Il vangelo di Giovanni è esso stesso un tentativo di esprimere la vita e l’insegnamento di Gesù alla luce di questa nuova e più profonda comprensione che è data dallo Spirito. Perciò è chiamato “vangelo spirituale”.

Note: 1. L’esegesi che segue è stata redatta utilizzando parte di un articolo pubblicato su Nicodemo.net da P. Alessandro Sacchi. – 2. L’aver vincolato la dottrina in dogmi immutabili è una grande palla al piede del cattolicesimo. Questo fatto ha impedito lo sviluppo libero del pensiero teologico nell’ambito della Chiesa cattolica e quindi lo sviluppo della fede verso più alti stadi di spiritualità, favorendo l’allontanamento delle menti migliori. – 3. Vito Mancuso, Io e Dio,  Garzanti Ed., 2011, pag. 422. – 4. Il termine greco Parakletos (che solo in Giovanni designa lo Spirito Santo), può essere tradotto con il termine Consolatore, ma il suo significato originario è “avvocato”, “difensore”, “intercessore”. Il termine evoca anche il proclamatore della sinagoga che, dopo aver compreso il testo biblico, lo spiega a tutti (“vi insegnerà ogni cosa”). La traduzione con il termine Consolatore è più vicina al contesto dei discorsi dell’addio, in quanto si dice che lo Spirito rimarrà con i discepoli, quasi a “consolarli”. – 5. Ricordo che nella mentalità ebraica la parola “giustizia” non indica un’attività di giudizio con conseguente assoluzione o condanna come noi la intendiamo, ma semplicemente la fedeltà alla parola data. – 6. Ricordo inoltre che in tutti i vangeli quando si parla di principe di questo mondo ma anche di satana, diavolo o demonio, si intende sempre il potere o il desiderio di potere sugli altri. – 7. Basti come esempio quello che poco prima ha chiesto Filippo (Gv 14,8): “Mostraci il Padre e ci basta”.  – 8. In At 1,1-8 Luca, a dimostrazione di questa difficoltà a comprendere, pospone l’ascensione di Gesù di quaranta giorni durante i quali egli ripropone ai discepoli tutto il suo messaggio, in una sorta di “ripetizione” generale. – 9. È evidente l’incapacità dei discepoli di accettare la resurrezione, nonostante che gli ultimi libri della Bibbia, scritti poco più di un secolo prima e noti a tutto il popolo che frequentava le sinagoghe, avessero presentato questa possibilità come il destino comune a tutti. A scusante dei discepoli, bisogna però dire che erano occorsi più di 18 secoli prima che il popolo ebreo arrivasse a concepire, sotto la spinta della filosofia platonica ed aristotelica, una vita dopo la morte; per cui pensare che in un secolo si arrivasse ad accettare anche la risurrezione era certamente superiore alle povere forze di un gruppo di pescatori galilei. – 10. In questa parte del Vangelo di Giovanni si riflette la situazione della comunità cristiana che, verso la fine del primo secolo (periodo nel quale è stato divulgato il Vangelo di Giovanni) sperimenta la persecuzione da parte dei Romani e dei Giudei. Infatti verso il 90 d.C. i cristiani sono espulsi dalle sinagoghe, mentre già dal 64 d.C., sotto il regno di Nerone (54-68 d.C.), erano iniziate a Roma le persecuzioni. – 11. Nella concezione ebraica la verità non è un concetto assoluto (oggi diremmo concetto etico-filosofico), ma rappresenta il contenuto del patto tra Dio e gli uomini; in questo caso si tratta del nuovo patto o alleanza sancita dal sacrificio della croce.

lunedì 11 maggio 2015

Ascensione del Signore



Ascensione del Signore – Mc 16,15-20
E disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».
Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.
Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

Il brano che il liturgista ci propone questa domenica non appartiene a Marco. ll vangelo di Marco(1) termina bruscamente con la scoperta del sepolcro vuoto di Gesù da parte delle donne, le quali, pur avendo incontrato un angelo che le informa della risurrezione di Gesù, fuggono terrorizzate (Mc 16,1-8).
L’ultimo brano del vangelo (Mc 16,9-20), così come oggi lo conosciamo, contiene un resoconto degli eventi che hanno fatto seguito alla risurrezione di Gesù. Questo brano è stato chiamato “finale canonica”, in quanto la Chiesa ha dichiarato che esso è ispirato e quindi è parte integrale delle Scritture; in realtà, però, per motivi sia letterari che testuali, il brano non è stato evidentemente composto da Marco, ma è stato aggiunto successivamente, presumibilmente circa un secolo dopo che il vangelo era stato completato(2).
In questo brano si accenna ad alcune notizie riportate da Giovanni e dagli altri due sinottici. È improbabile che questi ultimi abbiano conosciuto il testo scomparso di Marco e ne abbiano rielaborato ciascuno una parte, mentre è verosimile che un autore sconosciuto, non contento della finale di Marco, abbia voluto aggiungere qualche dato sulle apparizioni di Gesù riprendendolo dagli altri vangeli.
In questa finale aggiunta si narrano anzitutto due apparizioni del Risorto, l’una a Maria Maddalena e l’altra a due discepoli innominati (Mc 16,9-13); segue poi l’apparizione agli undici ai quali viene conferito dal Risorto il mandato missionario (Mc 16,14-18); come conclusione viene riportato un breve cenno all’ascensione di Gesù e al compimento da parte dei discepoli della missione ricevuta (Mc 16,19-20).
Il brano era forse originariamente un testo kerygmatico(3), nel quale venivano presentati in sintesi gli eventi pasquali. Si tratta di un testo molto antico, noto già a Taziano(4) e a Ireneo(5) (II sec.), che a ragione è stato definito “un’autentica reliquia della prima generazione cristiana(6)”.
La liturgia tralascia i vv. 9-14 e propone alla lettura solo le due ultime parti del brano.
E disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato…”
Dopo essere apparso a singoli individui, Gesù si presenta agli undici e conferisce loro il mandato missionario. L’evento ha luogo proprio nel momento in cui essi si trovano a mensa. Questo dettaglio, riportato anche da Luca (Lc 24,36.41-42; At 1,4), ricollega l’apparizione di Gesù con la celebrazione della cena, durante la quale i primi cristiani facevano essi pure l’esperienza del Risorto(7); Matteo parla invece di un incontro di Gesù risorto con gli undici su un monte della Galilea (Mt 28,16).
Il messaggio di Gesù agli undici riguarda anzitutto la missione universale: questo mandato inizia in modo simile a quello riportato da Matteo (Mt 18,19) che usa la parola greca poreuthentes = andando, ma subito si distacca da esso. Matteo infatti riferisce che Gesù comandò loro di ammaestrare (matheteuô = fare discepoli) tutte le nazioni (in greco panta ta ethnê). Secondo l’autore di questo brano invece i discepoli devono andare in tutto il mondo (eis ton kosmon apanta) e predicare, proclamare (kêryssô) il vangelo a tutte le creature (pasêi têi ktisei)(8). Questa espressione è più ampia di quella utilizzata da Matteo, perché in essa i discepoli sono inviati non solo ai gentili, ma a tutta l’umanità. E’ evidente che si riflette qui l’esperienza della comunità dello scrittore che sente l’urgenza di allargare i destinatari del messaggio di Gesù, vista la rapidità di diffusione che si è avuta in quegli anni in ambiente greco-romano.
Infine, invece del comando matteano di battezzare (tutte le nazioni) e di insegnare loro a osservare ciò che Gesù ha insegnato (Mt 28,19-20) in questo brano si afferma che “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato”. La fede e il battesimo sono quindi condizioni indispensabili per la salvezza. Queste condizioni riguardano chiaramente solo coloro a cui è giunta la predicazione, e non coloro che per qualsiasi ragione non hanno potuto ascoltarla, mentre la fede richiesta ha per oggetto il vangelo (cfr. Mc 1,14-15). È significativo che nella seconda metà della frase la condanna venga minacciata non a chi non si fa battezzare, ma solo a chi non crede: resta così aperta una possibilità di salvezza anche per coloro che non sono stati battezzati, pur avendo ricevuto la predicazione del vangelo e avendo creduto in esso.
Da notare come, in opposizione alle parole di Gesù come noi le conosciamo riportate dai quattro vangeli, qui si inserisce la parola condanna dietro la quale compare la concezione giuridica della religione ebraica, evidente espressione della tradizione antica ancora presente nella comunità dello scrivente.
Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno»”.
Dopo il mandato missionario, l’autore elenca i segni che accompagneranno coloro che credono; in questa frase viene ripreso Mc 6,13, con l’aggiunta di alcuni compiti che si richiamano a episodi degli Atti: il parlare nuove lingue, che si riferisce al miracolo di Pentecoste (At 2,1-11) e il prendere in mano i serpenti, allusione questa all’episodio di Paolo, morsicato da una vipera e rimasto miracolosamente illeso (At 28,3-6); non ha riscontro invece da nessuna parte il bere veleni senza averne danno. Infine le guarigioni avvengono per l’imposizione delle mani dei discepoli e non, come in Mc 6,13, in forza dell’unzione praticata su di loro. Come per Gesù, anche per i discepoli l’intervento a favore dei sofferenti, siano essi indemoniati o malati, è il segno di una salvezza che, partendo dall’intimo della persona, coinvolge anche tutti gli aspetti della sua vita fisica.
Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.”
Il narratore termina il suo resoconto descrivendo in breve la conclusione della vicenda di Gesù; in questo versetto è significativo l’uso, quasi sempre assente in Marco, del termine Signore riferito a Gesù. L’accenno all’ascensione richiama Lc 24,51 e At 1,2.9, con l’aggiunta però che Gesù è andato a sedersi alla destra di Dio (cfr. Sal 110,1): con la sua ascensione si completa dunque il suo cammino terreno ed egli, a riprova dell’efficacia della sua opera, viene fatto partecipe della regalità stessa di Dio.
Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.”
Nuova è la notizia della partenza degli undici, mentre l’accenno al Signore che “agiva insieme con loro” allude alla conclusione del vangelo Matteo (Mt 28,20:Io sono con voi...”). L’osservazione secondo cui il Signore confermava la parola dei discepoli mediante i segni che l’accompagnavano è una conferma di quanto detto nel precedente v. 17.
In questo brano si mette in luce come la risurrezione di Gesù comporti, per sua esigenza intrinseca, la missione universale. Lo hanno visto bene gli altri evangelisti, che ne hanno fatto il contenuto essenziale del mandato consegnato dal Risorto agli undici discepoli. Nella sua stesura originaria il vangelo di Marco non menzionava questo mandato: probabilmente per Marco Gesù stesso, recandosi tra i gentili durante la sua vita terrena, ha iniziato la loro evangelizzazione, lasciando ai suoi discepoli il compito di portarla a termine. Nella finale canonica questo mandato viene esplicitato in sintonia con gli altri vangeli.
La caratteristica specifica del mandato missionario in Mc 16,15-20,
sta nel fatto che viene riportata una serie di segni che accompagneranno coloro che credono: tra essi i più importanti sono quelli di scacciare i demoni e guarire i malati. L’autore del brano sottolinea che effettivamente è avvenuto così. Questa sottolineatura mostra chiaramente che la salvezza annunziata dai missionari si manifesta fin d’ora in un cambiamento che riguarda sia la società (espulsione dei demoni = convincimento o allontanamento degli oppositori) che l’individuo (guarigione = conversione). È proprio questa trasformazione che testimonia l’attendibilità del vangelo e in ultima analisi garantisce la presenza in questo mondo del Risorto, il quale dimostra così di essere diventato veramente partecipe del potere stesso di Dio.

Note: 1. L’esegesi che segue è una libera rielaborazione di un articolo apparso su Nicodemo.net redatto da P. Alessandro Sacchi. – 2. Si conoscono almeno altre due finali del vangelo di Marco redatte in tempi differenti e conosciute a partire dal II secolo. Probabilmente la finale redatta da Marco è scomparsa per motivi ignoti poco dopo la stesura, costringendo i lettori a sostituirla con redazioni proprie per colmare la lacuna. – 3. La parola, direttamente derivata dal greco, significa testo usato per l’annuncio. – 4. Taziano, noto soprattutto come Taziano il Siro o Tatiano (Assiria, circa 120 d.C. – circa 180 d.C.), è stato un teologo e filosofo siriano, o più precisamente assiro. Fu allievo di San Giustino martire, poi, deviando dall'ortodossia, divenne eresiarca della setta gnostica degli Encratiti. – 5. Ireneo (Smirne 130 d.C. – Lione 202 d.C.) è stato un vescovo e teologo greco. La Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa lo venerano come santo e lo considerano uno dei Padri della Chiesa. – 6. Frase espressa da Henry Barklay Swete (1835 – 1917) che è stato un teologo anglicano le cui opere sono ancora oggi fondamentali per tutto il cristianesimo cattolico, ortodosso e riformato. – 7. Da notare che nel versetto precedente (Mc 16,14), tagliato dal liturgista, il narratore sottolinea che Gesù rimprovera i discepoli per la loro incredulità e ostinazione, perché non avevano creduto a coloro che lo avevano visto risorto. Il rimprovero rivolto agli undici non si trova altrove, mentre il persistere della loro incredulità nel momento stesso dell’apparizione è messo in risalto sia da Matteo (Mt 28,17) che da Luca (Lc 24,41). Il narratore probabilmente raccoglie le difficoltà a credere della comunità a cui appartiene e, coinvolgendo gli undici, giustifica e spinge a credere i propri confratelli. – 8. Risuonano qui tre testi importanti di Marco, riguardanti la predicazione di Gesù (Mc 1,14) e la missione universale affidata ai discepoli (Mc 13,10; 14,9): come Gesù ha predicato il vangelo in Galilea, così i discepoli devono ora annunziarlo in tutto il mondo, a tutte le creature.