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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


domenica 9 agosto 2015

Assunzione della Beata Vergine Maria

Assunzione della Beata Vergine Maria (Messa del Giorno) - Lc 1,39-56

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Allora Maria disse:
«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre».
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

Il brano che ci accingiamo a leggere più che descrivere un fatto, produce delle affermazioni teologiche. Per comprenderne il significato dobbiamo ricordarci che Maria è una ragazza di circa 13 anni (forse meno)1, che è incinta di Gesù e che è solo fidanzata e non sposata con Giuseppe2. Sono particolari che a quell’epoca contavano molto.
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.” Quindi Maria, dal nord, dalla Galilea, si mette in viaggio, in fretta verso una città di Giuda, nel sud. Sono all’incirca 150 chilometri se si passa attraverso la Samaria; un po’ di più se si segue la valle del Giordano; ovviamente da fare a piedi3.
In entrambi i casi il percorso è pericoloso; in Samaria i galilei ed i giudei non erano ben visti ed era molto facile rimediare una coltellata. La valle del Giordano è abitata da pastori, gente brutale, abituata a vivere più con le bestie che con gli uomini: uno stupro era il minimo da preventivare. A tutto questo occorre aggiungere che Maria non può contare su nessuno: non può essere accompagnata dal padre o da uno della famiglia perché è in attesa di un figlio senza essere sposata; non può essere accompagnata da Giuseppe perché non sono sposati. Fare un viaggio del genere da sola camminando per quattro giorni e dormendo dove capita è veramente inconcepibile. Forse nemmeno una prostituta si azzarderebbe a compiere un viaggio simile. 
E’ sconcertante quello che Luca sta narrando, è evidente che il racconto, più che descrivere un fatto storico, vuole affermare una verità teologica: il collegamento, nel piano di Dio, tra Giovanni (il Battista, il precursore, l’Elia atteso) e Gesù.
Inoltre Maria è spinta dalla fretta: l’evangelista non ci dice quale sia il motivo di questa fretta, probabilmente è una licenza letteraria per sottolineare l’importanza del fatto; comunque Maria, che è stata dichiarata piena di Spirito Santo, inizia una attività all’insegna della fretta e questa attività la mette di fronte a pericoli consistenti.
Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta”. Ci saremmo aspettati che all’ingresso nella casa del sacerdote Zaccaria, Maria salutasse il sacerdote. Nella cultura ebraica era l’atto principale, anzi, era l’unico atto che avrebbe consentito a Maria di entrare e rimanere nella casa. Invece anche qui c’è qualcosa che sconcerta: “…salutò Elisabetta”.
E il povero Zaccaria? Il povero Zaccaria è escluso: è stato sordo alla voce di Dio (cfr. Lc 1,18), refrattario allo Spirito; Maria, piena di Spirito Santo, con la vita che trabocca in lei, può dirigere il suo saluto solamente alla parente nella quale ugualmente palpita la vita. “Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo…”. L’attività di Gesù sarà definita proprio da questo bambino, da questo personaggio, da Giovanni chiamato il Battista, colui che battezzerà in Spirito Santo, cioè immergerà le persone nello spirito.
Luca quasi anticipa questa attività nella figura di Maria: Maria, piena di Spirito Santo (noi non abbiamo più questa sensibilità, ma il saluto non è soltanto una espressione verbale, è una trasmissione di vita, una messa in comune di vita), con il saluto trasmette lo Spirito Santo ad Elisabetta, ed Elisabetta potremmo dire che è battezzata nello Spirito Santo, cioè è permeata da questo amore di Dio, tanto che il bambino le sussulta, le salta nel grembo.
Elisabetta inaugura, con Maria, la serie delle donne profetesse: essere piena di Spirito Santo significa essere in piena sintonia con Dio e ricordo, per far comprendere il clamore di questa affermazione, che Dio, che nell’AT non si rivolge mai alle donne, qui comunica invece anche alle donne la sua stessa forza e le donne profetizzano.
“…ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto»”.
Quello che dice Elisabetta non è soltanto ammirazione per Maria, ma suona anche disapprovazione per il marito; qui Luca presenta due contrasti: Maria ha creduto a qualcosa che non era mai accaduto nella storia di Israele e si è fidata; Zaccaria, il sacerdote, invece non ha creduto a qualcosa che era già accaduto nella storia di Israele.
Questa beatitudine che si rivolge a Maria suona perciò come un rimprovero al marito. La prima beatitudine che compare nei Vangeli, nel Vangelo di Luca, è rivolta a Maria.
L’ultima beatitudine che compare nei Vangeli, non in Luca, ma nel Vangelo di Giovanni, è probabile possa essere attribuita anche a Maria, anche se non ci sono prove e quindi si è soltanto a livello di ipotesi.
La prima beatitudine è quella che abbiamo appena letto: “beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto”, qualcosa di nuovo, qualcosa di incredibile.
L’ultima beatitudine che chiude i Vangeli è, in Giovanni, “beati quelli che crederanno senza aver bisogno di vedere”. In Maria potrebbero essere racchiuse queste due beatitudini. E’ beata colei che ha creduto alle parole del Signore e questa fede non le ha creato la necessità di vedere.
Dico questo perché molti autori, credendo di esaltare il ruolo di Maria (specialmente qui in Italia, o nella zona mediterranea, dove tutti sono dei cocchi di mamma) pensano che Gesù, una volta resuscitato, la prima cosa che ha fatto è stata quella di andare dalla mamma4.
Questo è tipicamente italiano, la mamma al di sopra di tutto!
Quindi Gesù resuscitato, secondo questi autori, la prima persona alla quale si faceva vedere era la mamma: dai Vangeli però, le apparizioni di Gesù sono sempre per le persone tarde e dure di testa, di comprendonio. Le apparizioni sono sempre accompagnate da un rimprovero: perché non avete creduto, gente di poca fede?
Credo quindi che far apparire Gesù resuscitato a Maria non significa esaltare il ruolo di Maria, ma diminuirlo o perlomeno escludere Maria dall’ultima beatitudine, beati quelli che credono senza aver bisogno di vedere; questa, ripeto, è una ipotesi, una proposta di studio.
La visita di Maria a Elisabetta è l’occasione della prima manifestazione dello Spirito su Giovanni e l’inizio della sua missione già nel grembo di sua madre; è anche il momento della manifestazione dello Spirito su Maria, la quale viene proclamata beata a motivo della sua fede ed esprimerà nel Magnificat il suo animo ricolmo di gioia.
Per quanto riguarda il Magnificat sono particolarmente interessanti le somiglianze con il cantico di Anna (1Sam 2,1-10). Numerosi sono anche i paralleli con brani della letteratura intertestamentaria: nel IV libro di Esdra, ad esempio, il popolo di Dio è personificato in una donna desolata che, dopo la prova, esprime così la sua riconoscenza: «Dio ha esaudito la sua schiava, ha visto la mia vergogna (la mia umiliazione)... e mi ha dato un figlio» (4Esd 9,45; cfr. 1Sam 1,11). La preghiera di Maria5 si divide in tre strofe ritmate, riguardanti rispettivamente il privilegio concesso a Maria stessa (vv. 46-50), il modo di agire di Dio nella storia (vv. 51-53) e la sua fedeltà a Israele (vv. 54-55).
Nella prima strofa Maria si rivolge a Dio come suo «salvatore» e gli esprime la sua esultanza e la sua lode per i benefici di cui l’ha colmata. Il primo motivo di questa esultanza consiste nel fatto che egli «ha rivolto il suo sguardo» su di lei, cioè ha operato una scelta privilegiando proprio a favore di colei che, per la sua «bassezza» (tapeinôsis), può essere paragonata a una schiava: il motivo della schiava che si apre alla chiamata di Dio era già apparso nella risposta di Maria all’angelo (cfr. 1,38).
Maria fa poi una considerazione generale circa il suo futuro destino affermando che, in forza della chiamata divina, d’ora in poi tutte le generazioni la diranno beata: l’esaltazione di Maria si estenderà dunque senza limiti di tempo e di spazio. Il testo gioca sulla contrapposizione tra la bassezza della schiava e la grandezza che il Signore le ha conferito. Da questa constatazione Maria passa poi di nuovo ad esaltare l’iniziativa divina a suo riguardo: il Potente ha fatto per lei grandi cose; con ciò ha dimostrato che il suo nome è santo e che la sua misericordia si estende «a generazioni e generazioni» in favore di quelli che lo temono. La santità del nome divino si manifesta appunto nelle opere che egli compie per la liberazione del suo popolo (cfr Ez 36,20-23), le stesse con le quali rivela la sua misericordia per coloro che sono aperti alla sua azione (cfr. Es 20,6).
Nella seconda strofa il canto di lode si allarga: «Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi». Con queste parole Maria mostra che quanto Dio ha fatto in suo favore non è altro che un esempio di come egli guida le vicende del mondo. Anzitutto Maria esalta la potenza che ha dimostrato stendendo il suo braccio (cfr. per es. Es 6,6) e disperdendo i superbi nei «pensieri» (dianoia) del loro cuore, cioè nei loro progetti di grandezza. Poi prosegue con due parallelismi antitetici in forma chiastica (ab-ba): ha rovesciato i potenti dai troni e ha innalzato gli umili (tapeinous), cioè quelli privi di potere (cfr. v. 48a); ha ricolmato di beni gli affamati e ha rimandato a mani vuote i ricchi.
La terza strofa contiene un’esaltazione dell’opera di salvezza che Dio ha attuato in favore del suo popolo: Maria ricorda l’aiuto dato da Dio ad Israele suo servo come manifestazione della sua misericordia e come adempimento delle promesse fatte ai padri: in questa strofa la mente va ancora una volta al tema del servo, che accomuna Maria e Israele; l’accenno alla «discendenza» (sperma) di Abramo non poteva non ricordare al lettore cristiano la figura di Gesù, in funzione del quale erano state fatte le promesse (cfr. Gal 3,16).
Al termine del Magnificat Luca annota: «Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua» (v. 56): in questo modo termina il racconto della visita ad Elisabetta e con esso il dittico degli annunzi. Anche alla fine del secondo dittico si dirà che Giuseppe e Maria sono ritornati a casa loro (2,39). I tre mesi in cui Maria si ferma da Elisabetta, aggiunti ai sei mesi che precedono, fanno supporre che ella fosse presente al momento del parto. Il testo però non dice niente in proposito. L’evangelista non è interessato ai dettagli, ma vuole semplicemente concludere il suo primo dittico prima di iniziare il secondo. Così in 3,19-20 egli ricorda l’incarcerazione di Giovanni e la fine della sua attività di battezzatore prima di affrontare il racconto del ministero di Gesù, che tuttavia comincia proprio con il battesimo di Giovanni. 


Note: 1. Maria, come tutte le donne ebree del suo tempo, è divenuta maggiorenne a undici anni e, a dodici anni al più tardi, ha l’obbligo di sposarsi (Talmud, Nidda M. 6,11). Obbligo, non possibilità: nel mondo ebraico e orientale non è concepibile la figura della donna indipendente e la verginità è una maledizione; senza un marito od un figlio maggiorenne, la donna ebraica è considerata un essere senza testa (cfr. Ef 5, 23). – 2. Ricordo che il matrimonio giudaico non è un atto religioso e nemmeno sociale, ma un contratto tra privati. Lo sposalizio si tiene in casa della donna; raggiunto l’accordo sul prezzo, lo sposo copre con il proprio mantello la sposa e pronuncia la formula “Tu sei mia moglie” e la sposa risponde “Tu sei mio marito”. Con questa semplice cerimonia Maria è divenuta “promessa sposa di Giuseppe”. Dopo un anno, quando la maturità sessuale di Maria lo permetterà, avrà luogo la seconda fase del matrimonio, la convivenza. Ma in questo anno accade il concepimento di Gesù, qualcosa di imprevedibile. – 3. Secondo le usanze ebraiche, alla donna non era concesso l’uso di animali da soma, riservati ai lavori dei campi e quindi agli uomini. Se si pensa di fare riferimento a certe illustrazioni rappresentanti la fuga in Egitto con Maria sull’asino, Gesù in braccio e Giuseppe a piedi che guida l’asimo, si ha una visione edulcorata del mondo ebraico. La rappresentazione reale prevede Giuseppe sull’asino e Maria con Gesù in braccio e sulla testa i bagagli, racchiusi in un grande telo annodato, che segue a piedi. – 4.  Ammesso e non concesso che fosse ancora viva: Maria al momento della crocifissione di Gesù avrebbe dovuto avere circa 42 o 43 anni e la vita media delle donne in Israele a quell’epoca raramente superava i 25 anni. – 5. Molto probabilmente quella che viene dalla Chiesa indicata come preghiera di Maria è, in realtà, la preghiera di ringraziamento di Elisabetta per aver concepito un figlio, lei che era umiliata dall’essere sterile. 

lunedì 3 agosto 2015

Diciannovesima Domenica del Tempo Ordinario


XIX Domenica del Tempo Ordinario – Gv 6,41-51
Allora i Giudei si misero a mormorare contro di lui perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: «Sono disceso dal cielo»?».
Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: E tutti saranno istruiti da Dio. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.
Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».


Il discorso(1) del pane di vita (Gv 6,22-69) è iniziato con un brano nel quale si afferma che il Padre dà il vero pane dal cielo per mezzo del Figlio dell’uomo (Gv 6,25-35); il brano successivo sottolinea come questo pane si identifichi con la persona stessa di Gesù (Gv 6, 37-40). Nel brano proposto dalla liturgia per questa domenica, l’accento si sposta in un primo momento sull’ammaestramento di Dio; questi versetti sono chiaramente una parentesi che interrompe lo sviluppo dei pensieri: in essa si approfondisce il tema già accennato precedentemente, dove Gesù aveva detto che il Padre attira a lui coloro che sono destinati alla salvezza (cfr. Gv 6,37-40). Subito dopo si ritorna al tema centrale del discorso, tutto incentrato su Gesù pane di vita.
Allora i Giudei si misero a mormorare contro di lui perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo».”
Il brano inizia con la reazione dei giudei di fronte alla pretesa avanzata da Gesù di essere il pane disceso dal cielo, cioè il mediatore finale della salvezza. Il verbo greco tradotto con mormorare è lo stesso usato nella traduzione greca(2) di Es 16,7;17,3 per indicare il comportamento dei figli di Israele nel deserto. Per costoro la mormorazione consisteva nel mettere in discussione la parola di Dio, ritenendo che non fosse capace di attuare ciò che aveva promesso.
I giudei invece ritengono che la pretesa di Gesù di essere il pane disceso da cielo sia eccessiva. Essi infatti soggiungono: “E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: «Sono disceso dal cielo»?».”
Egli non può dire di essere disceso dal cielo dal momento che è uno di cui conoscono molto bene i rapporti famigliari. Per lo stesso motivo, secondo Marco, Gesù non era stato accolto nel suo villaggio (cfr. Mc 6,1-6). Nei due casi si può ravvisare la concezione giudaica del Messia nascosto e rivelato improvvisamente da Dio in modo eclatante. Di Gesù si conoscevano i genitori: come dunque poteva affermare di essere il pane disceso dal cielo?
Alle parole dei giudei Gesù risponde: “«Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno”.  
Essi non hanno motivo di mormorare. La possibilità stessa di andare a lui, di credere nel suo ruolo, è opera del Padre: egli si limita a far risorgere (3) coloro che, per opera del Padre, si aggregano a lui. A conferma di ciò egli cita un testo del Deuteroisaia, nel quale si dice: “Sta scritto nei profeti: E tutti saranno istruiti da Dio.” (cfr. Is 54,13). Questa affermazione si richiama ad altre che, presentando l’alleanza, la caratterizzano con un rapporto che nasce non da una imposizione esterna (la legge), ma da un intervento interiore di Dio sul cuore stesso dell’uomo (cfr. Ger 31,31-34; Ez 36,31-34; Dt 30,6).
Gesù commenta poi in questo modo il testo citato: “Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me.”: è in base a una illuminazione divina(4) che si aderisce a Gesù. E conclude: “Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna”. Come già l’evangelista aveva sottolineato nel prologo (cfr. Gv 1,18), solo colui che viene dal Padre lo ha visto e può dare la vita eterna a chi crede in lui. La mormorazione dei giudei è quindi senza fondamento: essa deriva non della fedeltà alle Scritture, ma dal rifiuto opposto alla testimonianza interiore di Dio che accompagna l’annunzio di Gesù.
“Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.”
Il primo libro della Bibbia, la Genesi, afferma che Dio aveva creato l’uomo per l’immortalità. L’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse, afferma che Dio ridarà all’uomo questa immortalità. Ora, Gesù, in questo brano, ci dice che questa immortalità ci è già ridonata attraverso la fede e l’Eucaristia: “…perché chi ne mangia non muoia…”. Si potrebbe obiettare anche noi insieme ai Giudei: ma anche coloro che mangiano il Pane eucaristico, muoiono come tutti! Ebbene, Gesù afferma che il nutrimento eucaristico ricevuto nella fede mette il fedele in possesso, fin d’ora, di una “vita eterna” sulla quale la morte fisica non ha alcuna presa.
Vi è però una condizione che spesso sfugge, o che allontaniamo dai nostri pensieri perché non siamo tanto disposti ad accettarla.
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».”
Mangiare il Corpo di Cristo non è un rito magico; l’atto di accogliere Cristo in noi significa che vogliamo(5) entrare in comunione con lui, significa che noi condividiamo in tutto e per tutto la Parola di Cristo, anche e soprattutto quell’unico comandamento che ci ha lasciato: amatevi l’un l’altro come io vi ho amato” (Gv 13,34); il comandamento che ha sostituito e superato i comandamenti del Sinai.
Quel comandamento è stato annunciato pochi minuti dopo che Gesù aveva lavato i piedi ai suoi discepoli (Gv 13,5-11), e questo non era un servizio piacevole, visto che si camminava praticamente scalzi e le vie della città erano anche le fogne.
Accostarsi all’eucaristia vuol dire accettare di fronte a Dio e a tutta la comunità di divenire noi stessi pane per gli altri, di aiutare gli altri ovunque vi sia bisogno, anche a scapito dei nostri interessi, anche se l’altro non merita nemmeno di essere guardato, anche se abbiamo ricevuto da lui il più feroce dei torti.
È questa la condizione fondamentale per accostarsi alla mensa di Cristo, è questo l’“abito nuziale” di cui parla Matteo (Mt 22,11-12, la parabola del banchetto nuziale); è per far comprendere questo che Paolo ha sottolineato con gravità “chi mangia e beve senza riconoscere(6) il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna”(1Cor 11,29).
Se noi ci nutriamo del corpo di Cristo, se noi diveniamo pane per gli altri, adeguandoci quindi alla volontà di Dio, riceviamo l’adempimento della promessa di Cristo: la vita eterna.


Note: 1. Questa esegesi è liberamente tratta da un articolo di P. Alessandro Sacchi pubblicato si ww.NICODEMO.net. – 2. Si intende qui quella detta dei Settanta (II – I secolo a.C.). – 3. La dicitura “nell’ultimo giorno” è tipica della teologia ebraica, non rientra in quella cristiana dei primi anni e solo dopo circa due secoli verrà riesumata. Gesù parla di “ultimo giorno” per farsi capire poichè si rivolge a dei farisei e non ai suoi discepoli. – 4. Se facciamo riferimento anche agli altri vangeli, questa “illuminazione divina” è destinata a tutti, nessuno escluso. – 5. La componente della volontà, dell’atto fatto per propria decisione e non subìto, è fondamentale nel sacramento dell’Eucaristia. Cristo ha detto ”prendente e mangiate”; non ha detto “aprite le labbra che vi imbocco”; imboccare è l’atto che si compie a favore dei bambini, degli inconsapevoli. Il gesto di accogliere la particola nelle nostre mani e di portarla noi, liberi nella nostra specifica decisione, alla bocca, sottolinea la nostra comunione consapevole con il Cristo, con tutto quello che questo comporta. Sulla stessa linea è il fatto di ricevere il sacramento in piedi, da figli e non da servi come nel caso di riceverlo in ginocchio. – 6. Il senso del verbo conoscere o riconoscere nella mentalità orientale ed ebraica in particolare, supera notevolmente quello che ha nella lingua italiana. Tale verbo indica non solo il verificare l’identità dell’altro, ma sottolinea soprattutto l’unione stretta fra due individui; nel caso di un uomo ed una donna esprime infatti l’unione sessuale.

martedì 28 luglio 2015

Diciottesima Domenica del Tempo Ordinario



XVIII Domenica del Tempo Ordinario – Gv 6, 24-35

Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?».
Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l'opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».
Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!»

Nel vangelo di Giovanni la moltiplicazione dei pani introduce un importante discorso di Gesù nel quale si mettono in luce le conseguenze teologiche(1) di quell’episodio. Il testo non è molto chiaro, richiede una lettura attenta alle allegorie e ai pensieri filosofici in essere alla fine del I secolo d.C.; la liturgia ce ne propone dei brani a partire da questa domenica.
Di questo grande discorso si possono evidenziare le seguenti articolazioni: il Padre dà il vero pane per mezzo del Figlio dell’uomo (Gv 6,25-35); questo pane si identifica con la persona di Gesù (Gv 6,37-40); l’ammaestramento di Dio (Gv 6,41-51); il pane dato da Gesù è la sua carne (Gv 6,51-58). Conclude il discorso un colloquio con i discepoli (Gv 6,60-69).
Esaminiamo(2) la prima parte del discorso che è quella scelta dal liturgista per questa domenica.
Le folle decidono di catturare Gesù per farlo re. Con l’insegnamento della condivisione, Gesù le aveva rese libere, ma loro vogliono ugualmente sottomettersi. Non riescono a concepire una gestione della vita improntata sulla responsabilità personale riciproca,  vogliono avere un rapporto di sottomissione. Gesù non accetta che le persone si sottomettano; Gesù è venuto a liberare le persone non a sottometterle.
Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?»”.
Gesù scappa, si ritira sul monte e poi va a Cafarnao; le folle lo raggiungono e nella sinagoga di Cafarnao Gesù tiene un lungo, drammatico discorso, talmente duro che alla fine di questo discorso gli stessi discepoli, nella grande maggioranza, lo abbandoneranno. Gli diranno: questo discorso è offensivo e insopportabile. Ma Gesù non corre dietro loro, Gesù è disposto a rimanere solo piuttosto che rinunciare al suo progetto di liberazione dell‟umanità.
Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico…”. Il testo greco dice: “rispose loro Gesù e disse: Amen, amen”.
Quando nel testo greco si riporta l’espressione ebraica “amen, amen” (che non vuol dire “così sia”3) significa che quanto Gesù sta affermando è fondamentale. In italiano normalmente si traduce “in verità, in verità vi dico” perché è la frase che rende meglio il senso dell’espressione.
“…voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati.” Gesù si è perfettamente reso conto che la folla ha capito l’insegnamento deirivato dalla condivisione dei pani, ma non vuole assumersi la responsabilità di continuare ad operare come ha insegnato Gesù; preferisce che la condivisione sia imposta dall’alto piuttosto che sorga spontanea tra di loro. Cercano Gesù per farlo re perché così hanno la garanzia di saziare la loro fame, ma non hanno voluto capire che Gesù voleva saziare la loro fame perché, una volta saziati, a loro volta si facessero pane per la fame degli altri.
Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà”.
Come al solito, quando Giovanni comincia a fare un discorso teologico diventa complesso da capire come in questo caso. Bisogna rifarsi un momento al testo greco per approfondire il senso del discorso.
Nella lingua greca la parola italiana “vita” può essere espressa in almeno due modi: uno è “bios” ed indica la vita biologica, l’altro termine è “zoe” il cui significato è vicino a quello di vita di relazione o vita intellettiva e, per questo, assume il senso di indistruttibile; questo ultimo termine viene in genere tradotto con “vita eterna”. Giovanni, quando parla di “vita” usa il termine “zoe”.
Nella vita dell’uomo deve esserci equilibrio tra queste due vite. La vita biologica per crescere ha bisogno di essere nutrita; la vita, la zoe, per crescere ha bisogno di nutrire.
Gesù dice: “Datevi da fare non per il cibo che non dura” quindi non soltanto per la vita biologica. Quelli che operano per il cibo che perisce, che pensano soltanto ai bisogni della loro esistenza, sono subito riconoscibili. Quando chiedete a una persona come va, quelli che vi rispondono “tiro a campare” sono le persone rimaste nella sfera biologica. Loro non vivono, tirano a campare. Continua Gesù: “ma per il cibo che rimane per la vita eterna”. Noi abbiamo due qualità di vita, una vita biologica che ha un inizio, un suo massimo sviluppo e poi, volenti o nolenti – più nolenti che volenti in realtà - inizia il declino fino al disfacimento della vita biologica. Ma abbiamo un’altra vita che è la vita intellettiva, di relazione. Anche questa ha un inizio, una crescita, ma non ha il declino(4); è quella che si chiama la vita eterna. L’adesione a Gesù e al suo messaggio, un messaggio che si traduce in diverso atteggiamento di vita, fa si che scaturisca dentro l’uomo una vita di una qualità tale che sarà capace di superare la morte. La forza del messaggio di Gesù non è la liberazione dalla paura della morte – alcuni filosofi avevano provato a farlo riuscendoci in modo più o meno valido – Gesù non ci ha liberato dalla paura della morte, Gesù ha liberato l’uomo dalla morte stessa.
Lui ha insegnato, confermato e provato che la morte, non solo non interrompe la vita, ma è quella che consente alla vita di manifestarsi in una forma nuova, piena e definitiva.
Questo è il messaggio di Gesù: nella vita di un individuo c’è una vita biologica che per crescere ha bisogno di essere nutrita – questo è bene naturalmente – ma c’è anche una vita interiore che per crescere ha bisogno di nutrire gli altri. Chi pensa soltanto a se, chi è attento soltanto ai propri bisogni, alle proprie necessità, è una persona che si autodistrugge perché alimenta soltanto quella vita che poi va in disfacimento. Colui che invece pensa ai bisogni, alle necessità degli altri, cresce e potenzia la propria vita.
“…e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo»”.
Gesù si è presentato come “il figlio dell’uomo”, cioè come il modello di pienezza dell’uomo: “su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo”. Il sigillo era usato per garantire qualcosa, generalmente un pagamento. Gesù è la garanzia dell’amore di Dio per l’umanità e tutti i segni che Gesù compie sono manifestazione visibile di Dio, dell’amore di Dio che in lui si manifesta pienamente.
Quindi il Padre, attraverso Gesù che è la sua garanzia dell’amore per l’umanità, comunica segni che trasmettono vita, ma una vita che è capace di superare l’evento morte.
Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l'opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato»”. La gente è abituata ai comandamenti, ai precetti, a ubbidire alle osservanze, alle prescrizioni, vogliono sapere quindi quello che Dio prescrive(5). Non hanno ancora capito la nuova realtà che Gesù è venuto a proporre; Gesù corregge la prospettiva della folla: Dio non vuole imporre nuovi precetti, nuove osservanze. L’opera che Dio richiede è dare adesione a Gesù e con lui e come lui andare verso gli altri. Questo è il sigillo della garanzia della vita eterna.
Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo»”.
La proposta di Gesù sconcerta la folla. Erano disposti a dare adesione a Dio – “cosa dobbiamo fare” – ma in tutto questo non vedono cosa c’entri Gesù. Per loro Gesù è un “rabbi” cioè un maestro o al massimo un profeta. Ma Gesù non chiede di aderire a Dio, bensì dichiara che Dio chiede di aderire a lui. Chiedono che segno fai perché vediamo e crediamo a te. Questa è una costante del mondo religioso che Gesù ha sempre rifiutato, un segno da poter vedere e poter credere(6).
Chi non ha fiducia (fede) chiede un segno da vedere e poter credere. Gesù rifiuterà sempre; negli altri vangeli li prende a male parole e dice: “una generazione bastarda e perversa quella che chiede un segno”. Oppure, in modo propositivo: “credi e tu stesso diventerai un segno che gli altri possono vedere”. Gesù non soddisfa questa loro richiesta; Gesù li voleva liberi e invece loro vogliono rimanere sottomessi. Gesù li apre al nuovo e loro tornano al passato. E’ una costante malefica dell’atteggiamento della persona religiosa di qualunque tempo quella di rifarsi sempre al passato, all’antico, di vedere il presente sempre con sospetto e il futuro con ansia; ed infatti: “I nostri padri…”; con questa espressione si rifanno al passato.
Gesù li aveva aperti al Padre, a un messaggio universale, nuovo, e loro invece si rifanno ai padri di Israele. Ecco la loro forza, la loro sicurezza: il passato, la tradizione. Mentre Gesù ha parlato di Padre, loro si rifanno ai “nostri padri” e chiedono (questo è il segno che chiedono a Gesù) di rifare il prodigio della manna, cioè il pane che si credeva disceso dal cielo. Le persone religiose anziché aprirsi all’impulso dello Spirito che fa nuove tutte le cose, preferiscono andare sul sicuro, cioè sulle tradizioni del passato.
L’umanità cambia, vengono nuove situazioni, emergono nuovi bisogni, nuove necessità della gente; la tentazione dell’istituzione religiosa è rispondere ai nuovi bisogni delle persone con vecchie risposte: si riesumano teologie ormai messe in naftalina, si riesumano paramenti, abiti ormai in disuso, ogni tanto si riesumano anche i cadaveri….. e si sa quanto rende riesumare un cadavere… una cosa incredibile!
Gesù avrà avute tutte le virtù al cento per cento ma una che non ha avuto è senz’altro la prudenza. Ma che bisogno c’è di fare arrabbiare la gente, mettendo il dito sulla piaga con una implacabilità tale che, alla fine di questo discorso, gran parte dei discepoli l’abbandonano!(7)
Gesù di fronte alla reazione della folla che si rifà ai “nostri padri”, alla manna, tocca un tasto dolente: il fallimento dell’esodo. L’esodo era stato un gran fiasco; inutile che sia stato poi esaltato dalla tradizione, sia stato abbellito, amplificato, meglio, ingigantito: l’esodo degli ebrei dalla schiavitù egiziana è stato un gran fallimento perché nessuno di quelli usciti dall’Egitto sono entrati nella terra promessa.
Certo è stata una strana liberazione; neanche Mosè è entrato nella terra promessa. Lo scrittore sacro scrive che Dio, (è proprio il caso di dire con un sadismo unico), gli fa vedere dal monte Nebo la terra promessa: la vede, è a poche centinaia di metri, eppure sa che non ci arriverà perché la morte lo coglierà proprio lì. Il libro dell’Esodo è la storia di un fallimento.
Gesù demolisce il mito della liberazione dall’Egitto: “Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero.”.
Affermazione dirompente che annulla la grandezza di Mosè facendolo precipitare al livello di un qualsiasi padre di famiglia: quello di Mosè non è un pane che viene dal cielo ma il Padre da il pane del cielo; quindi quello di prima non era un pane vero perché la manna riguardava il passato ed era destinata al popolo di Israele.
Qui bisogna fermarsi un secondo e capire bene il significato della parola “pane” in questo contesto: nelle concezioni filosofiche esistenti nell’oriente alla fine del primo secolo aveva un’importanza notevole la concezione gnostica (parola derivata da un verbo greco che significa “conoscere”). Per lo gnostico acquisire il pensiero di un altro, comprenderne le ragioni profonde di quello che afferma è un po’ come cibarsi di lui: il messaggio che questa persona trasmette è come un cibo, come il “pane”. Per questo Gesù afferma che “Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo(8) e dà la vita al mondo».”   
Gesù si presenta come un pane, cioè un dono di vita che continuamente Dio comunica al mondo e la comunica attraverso il figlio, unica manifestazione visibile di quello che lui è.
Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane».” Questa è la stessa espressione che, nel vangelo di Matteo e di Luca, Gesù inserisce nella preghiera del Padre nostro.
Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!»
Gesù rivendica la condizione divina: “Io sono”(9). Gesù assicura che chi lo accoglie avrà la risposta alla pienezza di vita che ogni persona si porta dentro. Una volta che si mangia il “pane Gesù” si è finalmente sazi. Ogni volta che si beve quello che lui da non si avrà più sete. Ridetto in termini moderni: la conoscenza profonda del messaggio di Gesù (“pane”) e la sua accettazione senza condizioni (“vino” simbolo del sangue e quindi di un legame di vita) porta ad una vita piena, completa, di una qualità tale da superare la morte e divenire divina.
Il messaggio di Gesù non fa altro che formulare la risposta al desiderio di pienezza di vita che ognuno di noi si porta dentro. Quindi ecco la sicurezza di Gesù: “chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!”.
L’osservanza della legge, dei precetti, delle regole determina inquietudine, ansia; se uno mette l’idea di perfezione nell’osservanza delle regole, non è mai in pace, perché l’osservanza delle regole non ti può dare serenità. Ne osservi tante ma dici: forse se ne osservassi di più…; preghi tanto ma ti chiedi se pregassi di più…; e questo crea insoddisfazione, inquietudine nella persona. L’osservanza della legge non fa altro che centrare l’uomo nella propria perfezione, la perfezione spirituale, ma lo allontana dalla felicità.
L’assimilazione di Gesù come pane, invece, orienta l’uomo a farsi pane per gli altri, al dono di se; ecco perché, dice Gesù, sarà saziato. L’osservanza della legge separa gli uomini dagli altri, da quelli che non l’osservano, creando così distanza e creando disuguaglianza. Il dono di se, cioè mangiare pane per farsi pane, è quello che elimina le distanze e crea l’uguaglianza.
Mentre la perfezione spirituale è astratta, è illusoria, è tanto lontana quanto è grande l’ambizione dell’uomo, quindi irraggiungibile, il dono di se è immediato e concreto e può essere totale come quello di Gesù: ecco l’importanza di mangiare pane e poi farsi pane.

Note: 1. Ricordo che in oriente (ed in Israele in particolare) in quell’epoca non esisteva distinzione tra politica, economia e teologia. – 2. Gran parte di questa esegesi è liberamente tratta dalla conferenza “Al di la’ della cena - L’Eucaristia nei Vangeli” tenuta da P. Alberto Maggi OSM  ad Assisi dal 3 al 5 Settembre 2010. – 3. La radice ebraica “mn” che comprende la parola amen significa “essere d’accordo” ma anche “contare su qualcosa”: Gesù ripetendola due volta sottolinea che ciò di cui sta parlando è un qualcosa su cui contare nella vita. – 4. Qui si potrebbe osservare che con l’età possono arrivare malattie che impediscono alla persona di esprimersi o di ragionare. In questo caso bisogna fare attenzione: la “zoe” non è intaccata, ma è lo strumento usato dalla “zoe” che ne impedisce l’interazione con gli altri. La “zoe” risulta in buona sostanza sospesa. – 5. L’unica volta che nell’AT appare l’espressione “opera di Dio” – in latino Opus Dei (!) – si riferisce alle tavole della legge. Infatti nel libro dell’Esodo si legge: “le tavole erano opera di Dio”.  – 6. Per esempio, nella storia delle apparizioni mariane, vi è costantemente la promessa di un segno, un segno strepitoso, eccezionale, da poter vedere e poi poter credere. Questo è il desiderio delle persone religiose e non ha nulla a che vedere con il messaggio di Gesù. – 7. Ne rimarranno dodici e, sottolinea l’evangelista, undici non credevano e uno era un “diavolo” cioè un sobillatore: quindi è proprio il momento del minimo gradimento popolare di Gesù. – 8. Gesù sta parlando secondo la concezione spaziale dell’epoca, dove Dio era in alto e gli uomini in basso. – 9. Quando Mosè, nell’episodio del roveto ardente si trovò di fronte a quel fenomeno inspiegabile e chiese a questa manifestazione: “chi sei?”, il Signore rispose dicendo: Io sono. Da quel momento “Io sono” divenne il nome di Dio.