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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


martedì 6 ottobre 2015

Ventottesima Domenica del Tempo Ordinario



XXVIII Domenica del Tempo Ordinario – Mc 10,17-30

Mentre andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre». Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va', vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».
Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà.

Gli evangelisti, ed in particolare Marco, fanno un uso attento, meticoloso delle parole ed in particolare dei verbi. Anche in questo caso Marco usa un verbo, “correre”, che ci costringe a riflettere: “Mentre andava per la strada, un tale gli corse incontro…”
In oriente non si corre mai. Chi è stato in oriente sa che i ritmi di vita sono molto più lenti dei nostri. Non si corre; tanto più un uomo, un uomo maturo, non corre mai: correre rende una persona ridicola e ingenera vergogna.
Nel vangelo di Marco corrono soltanto due personaggi: uno è l'indemoniato(1) di Gerasa (Mc 5,1-20), l’altro è proprio il personaggio anonimo di questo brano.
Questo personaggio deve essere sopraffatto da un'angoscia talmente grande da essere spinto a trasgredire quelle che sono le convenzioni della sua società, e si mette a correre. Non solo: “…e, gettandosi in ginocchio davanti a lui,…”. Incredibile, non può essere altro che un mendicante o, come l'unico altro personaggio del vangelo di Marco che si inginocchia davanti a Gesù, un lebbroso (Mc 1,40). Invece (colpo magistrale di Marco) dopo questa presentazione con due verbi che ci inquadravano una persona disgraziata, Marco ci scrive, verso la fine, che questo era un uomo molto ricco e molto devoto.
Questa è la prima pennellata che ci fa capire in quale direzione Marco vuole andare. Cos'è che angoscia questa persona? Lo vediamo da cosa chiede a Gesù.
Si avvicina a Gesù e “… gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?»”.
Ecco cosa l'angosciava: cosa poter fare per avere la vita eterna. Nei vangeli si interessano alla vita eterna soltanto quelle persone che sono ben sistemate in questo mondo. Sono i ricchi e le persone religiose, che vogliono assicurarsi di stare altrettanto bene nell'aldilà. Qui c'è una persona molto ricca, molto religiosa, che pensa: non sia mai che per una preghiera che magari non recito, per una devozione che non ho, io non stia bene pure nell'aldilà! Chiede a Gesù come avere un precetto in più, una regola in più, una prescrizione in più che gli assicuri di possedere la vita eterna.
Nei vangeli, anche nel vangelo di Marco, Gesù non parla mai spontaneamente della vita eterna: Gesù parla sempre della vita in questo mondo. Gesù parla pochissimo della vita eterna perché, e lo vedremo nella sua risposta, non è venuto a dare una regola migliore di quelle esistenti per ottenere la vita eterna, e perché lui ha un concetto di vita eterna del tutto differente da quello della sua epoca. Nella sua epoca si concepiva la vita eterna in questo modo: c'è la vita, poi c'è la morte con il conseguente giudizio. I buoni, i meritevoli risorgono e hanno la vita eterna.
Gesù non è d'accordo con questa concezione; Gesù, quando parla di vita eterna, non parla mai al futuro, ma al presente: chi, nel comportamento, assomiglia a Dio e ha quindi un amore per gli altri che non si lascia condizionare dall’egoismo, ha una vita di una qualità tale che è indistruttibile. Per vita eterna non si intende la durata di questa vita, ma la qualità: è la qualità che la rende eterna. Gesù assicura che chiunque vive e ha un comportamento che assomiglia a quello di Dio nei confronti degli altri, non avrà come premio la vita eterna (come quello che chiede il ricco), ma ha, adesso, una vita di una qualità tale che è indistruttibile.
Naturalmente sopraggiungerà la morte biologica, ma non sarà la morte della persona. La persona ha una pienezza di vita di una qualità tale, che la morte biologica non potrà distruggere la persona e la persona continuerà la sua esistenza in Dio.
Ritornando al personaggio, alla domanda "Che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?", Gesù gli risponde quasi seccato: “Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre»". Dio ha indicato a Mosè la via per ottenere la vita eterna e Gesù glielo ricorda. Ma qui c’è dell’altro: nella rappresentazione tradizionale dei comandamenti, questi sono suddivisi in due tavole: una tavola riguarda i doveri dell'uomo nei confronti di Dio (e sono i primi tre comandamenti: io sono il Signore Dio tuo, non avrai altri dèi, ricordati di santificare il sabato), e nell'altra tavola c'è l'elenco degli altri sette comandamenti, che riguardavano i doveri dell'uomo nei confronti del suo simile. Gesù qui, con un azzardo incredibile che è di grande importanza significativa, elenca i comandamenti eliminando la tavola che riguarda l'atteggiamento e i doveri nei confronti di Dio. Secondo Gesù Dio non giudica le persone in base al rapporto con lui, ma in base al rapporto con gli altri(2).
I cinque comandamenti elencati riguardano tutti i doveri dell'uomo nei confronti del suo simile. Sono tutti doveri verso la vita: "Non uccidere," - quindi non eliminare la vita fisica - "non commettere adulterio," - cioè non uccidere la vita del matrimonio e non solo(3) - "non rubare," - non togliere il sostentamento della vita dell'altro. Sono tutti in rapporto alla vita. Un altro comandamento, che forse va spiegato perché nella tradizione non sempre è ben compreso, è "non dire falsa testimonianza,", che in seguito noi abbiamo degradato in "non dire bugie", mentre si tratta di una cosa molto più seria. In questo caso il linguaggio è preso dal lessico giuridico dei tribunali. La falsa testimonianza è l'accusa con la quale si manda a morte una persona. Allora potremo tradurre: "non uccidere con le parole le persone", non dire una cosa che poi porta alla morte l'altro.
Poi Gesù, con un'azione veramente magistrale, infila qualcosa che non è un comandamento - e questo è già un altro azzardo - e dice: "non frodare". E’ preso dal libro del Deuteronomio, dove Mosè parla ai datori di lavoro e dice: "Non defrauderai il salariato povero e bisognoso, sia egli uno dei tuoi fratelli o uno dei forestieri che stanno nella tua terra, nelle tue città. Gli darai il suo salario il giorno stesso, prima che tramonti il sole, perché egli è povero e a quello aspira." (Dt 24,14). Gli operai a quel tempo venivano pagati ogni sera; il non trattenere la paga dell'operaio fino al mattino dopo si condensava in "non frodare".
Perché Gesù, a questo individuo che gli chiede che cosa fare per ottenere la vita eterna, risponde inizialmente di seguire i comandamenti, mentre in finale gli propone una norma che non è un comandamento? È la denuncia dei vangeli nei confronti della ricchezza. Che sia stato tu, tuo padre o tuo nonno, se sei ricco qualcuno ha imbrogliato, perché a essere onesti è più facile rimetterci che arricchire.
Poi "onora tuo padre e tua madre". Anche questo è un termine che va spiegato, perché nel nostro linguaggio l'onore è il rispetto verso i genitori, ma Gesù non sta parlando del rispetto verso i genitori. A quell'epoca, naturalmente, non esistevano le pensioni e i genitori, da anziani, erano a completo carico dei figli. Qui Gesù, nel termine "onora tuo padre e tua madre", non vuol dire di portare rispetto, ma di mantenere economicamente tuo padre e tua madre, perché la povertà è il disonore per la famiglia. Notate che questo comandamento dei doveri verso i genitori, Gesù lo mette dopo quello che non è un comandamento, ma un invito a non imbrogliare; questo per dire che i doveri verso i genitori, verso la propria famiglia, non esimono dal dovere verso gli altri, verso i propri salariati.
Gesù - e questo è importante per comprendere il suo messaggio - non è un maestro di una qualità più grande degli altri che ci dà una via particolare alla salvezza; non è venuto ad indicarci la via per ottenere la vita eterna. Gesù è venuto a costruire una nuova società qui sulla terra! A Gesù non interessa la salvezza eterna: interessa la qualità di vita qui, in questa terra. Gesù è venuto a proporre quello che chiama "il regno di Dio(4)".
Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza»”. Sappiamo quindi che è ricco e sappiamo pure che è un devoto.
"Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca:…".
I numeri, nel mondo ebraico, hanno sempre un valore simbolico e bisogna capire quel numero, in quella realtà, cosa significa. A noi questo passo può sembrare quasi un complimento di Gesù: abbiamo una persona che ha sempre osservato i comandamenti fin da piccolo e Gesù lo guarda con amore e gli dice: ti manca una cosa, ti manca la ciliegina sulla torta. Ma nel mondo ebraico, quando manca un’unità, significa che manca tutto!
Gesù non sta facendo un complimento del tipo: ma quanto sei bravo, fai ancora uno sforzo e arriverai alla ciliegina. Gesù lo guarda con amore, perché si trova davanti ad un disgraziato che né la ricchezza, né la religione hanno reso felice e non gli sta chiedendo di fare ancora uno sforzo, ma guardandolo con amore gli dice: ti manca tutto!
Abbiamo visto, all'inizio, l'evangelista come lo presenta. È una persona oppressa da un'angoscia terribile, che si mette in ginocchio. Il motivo di tanta angoscia è generato dal fatto che ha riposto la sua sicurezza in due mostri che non sono mai sazi: la ricchezza e la religione. Sono due mostri che più gli dài, più richiedono; le persone più avare sono i ricchi: del resto, se non lo fossero non sarebbero ricche. Manca loro sempre qualcosa, la ricchezza è un mostro che chiede sempre.
La stessa cosa succede per la religione. Prendo l'Ave Maria come modello di preghiera, non per criticare (dite pure tutte le Ave Maria che volete): la prendo solo come modello di preghiera popolare. Oggi ho detto cinque Ave Maria, ma chissà, se ne dicevo sette, il Signore era più contento. Domani ne dico sette, poi otto e così via.
Qui abbiamo una persona che è ricchissima, è religiosissima, eppure è un disgraziato, angosciato, oppresso. Gli manca qualcosa: con tutta la sua religione, la sua ricchezza, non è sicuro di ottenere la vita eterna. Allora Gesù lo guarda con amore e gli dice: ti manca tutto, perché né la religione, né la ricchezza ti hanno concesso la serenità.
“…va', vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Dallo ai poveri perché così sei sicuro che non ti ritorna indietro niente; quelli, con la fame che hanno, ti mangiano tutto, così rimani del tutto pulito "e avrai un tesoro in cielo".
Ogni qualvolta nei vangeli, specialmente nel vangelo di Matteo, trovate l'espressione "cieli", non si deve intendere mai "l'aldilà". Poichè gli ebrei evitavano di pronunziare la parola Dio, si usava sostituire la parola Dio con "cielo".
Gesù, dicendo "avrai un tesoro nei cieli", intende che la tua sicurezza, che fondavi nella religione e nella ricchezza e che ti ha ridotto ad essere una persona angosciata, devi riporla in Dio. Sentiti responsabile della felicità degli altri e allora finalmente permetterai a Dio di diventare il responsabile della tua felicità. Il cambio è enorme. Il protagonista del brano del vangelo che stiamo esaminando è andato da Gesù per chiedere un balocco spirituale in più, un precetto in più, una regola in più; Gesù gli dice: butta via tutto, perché quello che hai non ha valore. Dare ai poveri, occuparsi di loro significa sentirsi responsabile della felicità degli altri. Una volta che avviene questo passaggio, Dio stesso si sente responsabile della tua felicità.
Questo personaggio rappresentativo coinvolge un po' tutti noi, e ci dice: fatevi responsabili della felicità degli altri e permetterete a Dio, finalmente, di sentirsi il responsabile della vostra felicità. Il cambio è veramente favorevole.
“Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni". Incontrare Gesù non sempre si risolve in un atto positivo perché per accoglierlo occorre stravolgere il nostro modo di pensare. Una persona angosciata incontra Gesù e dopo quell'incontro rimane afflitta e rattristata, perché aveva molti beni. Gesù gli aveva detto: sbarazzati della tua ricchezza perché è il tuo nemico, occupati degli altri e Dio si prenderà cura di te. Lui preferisce rimanere con le sue ricchezze.
Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole;…”
Gesù afferma anzitutto che quanti possiedono ricchezze entreranno con difficoltà nel “regno di Dio”. Di fronte alla meraviglia dei discepoli, Gesù non attenua quanto ha detto ma lo ripete una seconda volta, poi aggiunge: “«Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio»”. Questa frase, famosissima, può essere interpretata in due modi: Il termine cammello (kamêlos) forse deve essere letto kamilos cioè gomena, che in greco si pronunzia nello stesso modo; un’altra interpretazione si rifà al nome dato ad una stretta apertura nelle mura delle città che veniva usata per entrare durante la notte. L’apertura, che consentiva il passaggio ad una persona alla volta solo ponendosi di taglio, era chiamata appunto cruna d’ago; i ricchi, notoriamente più in carne in quanto potevano mangiare a sazietà, non riuscivano a passare per la piccola apertura a causa del volume del loro addome. E’ certo che l’immagine, alla quale sono state date anche altre interpretazioni, è tradizionalmente intesa nel senso che un ricco è escluso dalla salvezza(5).
“Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio»”.
In queste parole traspare la preoccupazione degli appartenenti alla comunità di Marco che, pur avendo aderito a Cristo e dedicando la propria vita agli altri, non avevano rinunciato a tutti i beni non indispensabili. Gesù non risponde direttamente, ma osserva che, sebbene il possesso di beni materiali comporti rischi tali da rendere quasi impossibile l’ingresso nel regno di Dio, anche costoro possono raggiungere la salvezza.
Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito»”.
Povero Pietro! Prima ha visto sfumare la possibilità di ricchezza ed onore nella ricostruzione del regno di Israele e alle sue proteste è stato trattato da satana; ora viene a sapere che avere lasciato tutto non da certezza di ricompensa.
Gesù risponde con un principio generale: “«In verità io vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà.”
Le parole di Gesù sono una risposta a quelle che potevano essere le aspettative dei suoi primi discepoli. Ma per l’evangelista, che scrive in un periodo posteriore, esse diventano un incoraggiamento ai membri della comunità primitiva. La promessa del centuplo si comprende infatti alla luce dell’esperienza comunitaria, nella quale ciò che si è lasciato viene ampiamente supplito mediante i rapporti nuovi che si creano (Mc 3,31-35; cfr. At 2,44-45; 4,32-35). Anche l’accenno alle persecuzioni, così come il fatto che i beni siano abbandonati “a causa di Gesù e del vangelo”, è più comprensibile nel contesto di vita delle prime comunità cristiane. Nel centuplo promesso non sono contemplati i padri, perché per i credenti in Cristo vi è un solo padre, Dio, mentre essi sono tutti fratelli (cfr. Mt 23,8-9). Il brano termina con un detto, però escluso dal liturgista, “Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi saranno primi” originariamente autonomo (cfr. Mt 20,16; Lc 13,30): esso è stato inserito in questo contesto in un secondo momento per sottolineare come solo il servizio dei fratelli, che porta ad assumere l’ultimo posto, soddisfi le condizioni poste da Gesù per seguirlo.

Note: 1. Ricordo che essere indemoniati significa essere malati oppure oppressi da qualcosa che rende la vita impossibile e non consente di accogliere il messaggio di Gesù. – 2. Cfr. Mt 25,31-46. – 3. Il sesto comandamento (Es 20,14) che, nella traduzione CEI del 2008 recita “Non commetterai adulterio” sembra un doppione del decimo (Es 20,17) “Non desiderare la moglie del tuo prossimo”. In realtà doppione non è in quanto il reale significato del testo potrebbe essere reso in italiano con questa frase: “Non venderti per ottenere benefici” oppure, in senso positivo, “Sii onesto”; infatti tradurre l’ebraico na’af con adulterio è estremamente riduttivo. Na’af ha un senso più ampio che non il tradimento della fedeltà cui gli sposi sono tenuti; na’af è qualsiasi adulterazione del comportamento dell’uomo o della donna, nei loro rapporti con gli altri o con se stessi. Il nef è perciò un corrotto, un corruttore, un adultero, un truffatore, un traviato, un dissoluto portato a ogni comportamento indebito o sleale (Cfr. A. Chouraqui, Il mio testamento. Il fuoco dell’alleanza, Queriniana, Brescia 2003, p. 126). – 4. Questa constatazione sottolinea l’equivoco in cui sono cadute le chiese del medio evo, in particolare quelle occidentali a causa delle scarse o nulle conoscenze delle tradizioni ebraiche e del greco, che hanno confuso il Regno di Dio con l’aldilà. Per Gesù (basta leggere attentamente i vangeli nell’originale greco per rendersene conto) il Regno di Dio è la comunità di uomini che qui, in terra, consente a Dio di governare, non mediante l'imposizione di leggi, ma mediante l'effusione di uno Spirito come il Suo, cioè con amore che genera l’amore reciproco tra gli uomini. – 5. E’ probabile che Gesù intendesse un’altra cosa. Probabilmente riteneva i ricchi non idonei ad entrare nella comunità cristiana perché la loro mentalità non consentiva l’amore disinteressato verso gli altri. Nelle frasi che seguono Gesù mitiga in parte questo giudizio.

lunedì 28 settembre 2015

Ventisettesima Domenica del Tempo Ordinario



XXVII Domenica del Tempo Ordinario – Mc 10,2-16

Alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, gli domandavano se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla». Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall'inizio della creazione li fece maschio e femmina; per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto». A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».
Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s'indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.

Per Marco tutto il popolo di Israele è come un malato che necessita della guarigione ad opera di Gesù. La malattia mortale che soffre il popolo è causata dai sacerdoti che anziché presentare il Dio liberatore deturpano il volto del Signore presentandolo come un tiranno: “Perisce il mio popolo per mancanza di conoscenza. Poiché tu rifiuti la conoscenza, rifiuterò te come mio sacerdote” (Os 4,6). E’ il caso del brano di questa domenica.
“Alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, gli domandavano se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie.”
Puntualissimi(1), ogni volta che Gesù cura, guarisce o libera il popolo, compaiono coloro che non tollerano questa liberazione che sottrae la gente al loro influsso e diminuisce il loro prestigio (Mt 9,14;12,2;15,1;16,1). La domanda che i farisei pongono a Gesù non è volta a un apprendimento, ma è un agguato. Essi non intendono tanto controllare la sua ortodossia, ma fargli fare la stessa fine di Giovanni il Battista che era stato decapitato dal tetrarca Erode. Erode era infatti ossessionato dalla figura di Gesù che vedeva come il Battista “risorto dai morti” (Mt 14,2). Ma Gesù è più pericoloso di Giovanni il Battista.
Mentre Giovanni accusava Erode non tanto per aver ripudiato la legittima moglie, azione che la Torah, la Legge, consentiva, quanto per essersi sposato con sua cognata Erodiade (Mt 14,1-12), fatto severamente proibito dalla Legge (Lv 20,21).
Il ripudio era ammesso dalla Legge, e nessuno lo metteva in discussione, seppure era controversa l'interpretazione delle cause che consentivano all’uomo di ripudiare la moglie per poi potersi nuovamente sposare legittimamente.
Lo scioglimento del matrimonio non presentava in Israele grandi difficoltà: “Una donna è una piaga per suo marito? La ripudi e così sarà guarito!” (cfr.2 Yeb. B. 63b) sentenzia il Talmud, dove un intero trattato (“Ghittin”, da ghet, ripudio) è dedicato all'esame dei casi di ripudio(3).
Il testo che permette il ripudio è Dt 24,1: “Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che essa non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualche cosa di vergognoso [in ebraico 'erwat dabar], scriva per lei un libello di ripudio e glielo consegni in mano e la mandi via dalla casa”.
Il problema era sapere a che cosa si riferiva il legislatore con “qualche cosa di vergognoso” (la traduzione letterale di 'erwat dabar è “nudità di una cosa”).
All’epoca di Gesù le due principali interpretazioni si rifacevano ai due rabbi antagonisti: Shammai e Hillel. Il primo sostenitore di un'interpretazione rigida della Legge e l'altro più di manica larga. I discepoli di Shammai insegnavano che “non si ripudia la propria moglie se non perché si trova in lei qualcosa di vergognoso” (Sifr. Dt 24,1 269.122a), e per vergognoso intendevano un comportamento indecente, in pratica l'adulterio.
I seguaci di Hillel, al contrario, insegnavano che l'uomo può rimandare la propria moglie “anche se ha lasciato bruciare il pranzo...” (Git. M. 9,10). Inoltre un altro rabbi, Rabbi Aqiba, insegnava che “se poi avviene che essa non trovi grazia ai suoi occhi” significa che l’uomo può ripudiare la moglie “anche se trova un’altra donna più bella di lei” (Ghit. 9,10)
Le due scuole rabbiniche, pur divergenti nelle motivazioni delle cause del ripudio, consideravano legittimo per l'uomo prendere una nuova moglie, in quanto l'uomo è fatto per la riproduzione che è un preciso precetto divino: “siate fecondi e moltiplicatevi” (Gen 1,28).
I farisei chiedono a Gesù, che non ha mai considerato la Legge in senso restrittivo, se anche lui è d'accordo con Hillel che la moglie può essere ripudiata anche per un futile motivo. La domanda dei farisei è subdola: se Gesù si pronuncia a favore del ripudio ottiene il facile consenso della folla, ma rinnega quanto insegnato nel discorso della montagna(4). Se Gesù si dichiara contro la pratica del ripudio va contro la Torah e accresce l’ostilità di Erode nei suoi confronti.
“Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla». Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall'inizio della creazione li fece maschio e femmina;…”. I farisei, che passano il giorno e la notte a leggere la Scrittura, di fatto non la capiscono e non la intendono, perché criterio di comprensione della Scrittura è il bene dell'uomo. Gesù ignora le divisioni teologiche delle varie scuole rabbiniche e tralascia pure la stessa Legge di Dio espressa nel libro del Deuteronomio per risalire direttamente alla volontà del Creatore.
Ancora una volta il conflitto è tra un Dio Creatore e uno Legislatore. Gesù senza esitazione si pone dalla parte del Creatore e del suo piano originario sulla creazione.
Nella sua risposta Gesù utilizza, unendoli, i due racconti della creazione contenuti nel libro del Genesi. Mentre nella prima narrazione, nata nei circoli profetici(5), si parla creazione di una coppia, alla pari, da parte di Dio, che “creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” (Gen 1,27), nella seconda, elaborata in ambiente sacerdotale(6), viene corretta questa linea teologica troppo ardita. Prima viene creato l’uomo, e la donna non è creata alla pari dell’uomo, ma solamente la “plasmò con la costola che aveva tolta all’uomo”, per questo “la si chiamerà donna [in ebraico ’iššah] perché dall’uomo [in ebraico ’iš] è stata tolta” (Gen 2,21-23). Gesù ignora questa seconda parte nella quale la donna è inferiore all’uomo, e cita solo la conseguenza:
“…per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola.” Ciò che dà all’uomo la forza di staccarsi dalla propria famiglia, è il bisogno di ricostituire l’unità della propria persona con la parte mancante, la donna.
Solo un amore più grande di quello scambiato con i propri genitori consente di rompere il vincolo con la casa paterna e riesce a fondere in un solo essere due distinte persone. Inoltre ogni componente della coppia manifesta al proprio coniuge quell’amore e quella protezione che prima veniva esercitata dalla famiglia originaria. La base di tutto il ragionamento di Gesù è l’amore reciproco tra gli sposi che costituisce l’unico cemento della coppia.
Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto».”
Gesù sottolinea l’affermazione del Genesi, ribadendo che l'uomo e la donna, due differenti individui, sono chiamati a fondersi in un'unica persona. La donna non è più proprietà del marito ma carne della sua carne (Gen 2,23), sua compagna con uguale dignità. In questa nuova realtà si esclude ogni forma di superiorità di una parte sull’altra. Colui che ripudia la propria moglie mutila e diminuisce se stesso.
Quello dunque che Dio, l’amore in persona, ha congiunto, l'uomo non lo separi. Questa unità, volontà di Dio, non può essere eliminata per l'iniziativa dell'uomo. E’ una profonda critica a Mosè perché è stato l’uomo che ha osato separare quel che Dio aveva congiunto, e che, permettendo il ripudio, con la sua legge ha annullato il progetto divino.
Ancora una volta Gesù si collega al filone profetico del Dio creatore e la sua presa di posizione richiama quanto scritto nel libro del profeta Malachia: “Non fece egli un essere solo dotato di carne e soffio vitale? Che cosa cerca quest'unico essere, se non prole da parte di Dio? Custodite dunque il vostro soffio vitale e nessuno tradisca la donna della sua giovinezza. Perché io detesto il ripudio, dice Yahvé Dio d'Israele” (Ml 2,15).
Gesù si è richiamato direttamente al Dio Creatore e al suo progetto di unità tra l’uomo e la donna, ma quel che egli afferma è in contrasto con la realtà matrimoniale ebraica dove l’uomo era l’indiscusso padrone della moglie: mentre per marito si usava il termine ba'al (padrone/proprietario) alla moglie era riservata la qualifica di be'hulah (posseduta).
A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».”
Quel che allarma i discepoli è il ridimensionamento della Legge di Mosè già compiuta da Gesù nel discorso della montagna. Secondo la tradizione religiosa ogni parola della Legge veniva da Dio stesso, Mosè aveva avuto il semplice ruolo di esecutore della volontà di Dio ed era inaccettabile distinguere alcune parti affermando che provenivano da Mosè anziché dal Signore: “Chi assicura che la Torah non viene dal cielo, almeno in quel testo e che Mosè e non Dio lo ha detto.. verrà sterminato in questo mondo e nel mondo a venire” (Sanh. B. 99a).
L'affermazione di Gesù suona a bestemmia perché osa contraddire quanto scritto nella Sacra Scrittura dove Dio stesso emana la Legge, compresa quella del ripudio, e comanda di metterle in pratica: “Yahvé tuo Dio ti comanda di mettere in pratica queste leggi e queste norme” (Dt 26,16).
Per Gesù quel che è scritto nella Legge non manifesta la volontà di Dio, ma è un cedimento alla testardaggine del popolo, e quindi non gode di alcuna autorità divina. Gesù rimprovera i farisei di trascurare il comandamento di Dio per osservare la tradizione degli uomini (Mc 7,8).
Rimproverando i farisei per la loro durezza di cuore, Gesù si richiama alla generazione dell’esodo, tutta perita nel deserto proprio per “l’ostinazione del loro cuore” (Sir 16,9). E’ la generazione che non ascolta i profeti di Dio perché non ascolta il Signore stesso (“Gli Israeliti non vogliono ascoltare te, perché non vogliono ascoltar me: tutti gli Israeliti sono di dura cervice e di cuore ostinato” Ez 3,7).
In questo vangelo la frase di Gesù non conosce alcuna eccezione e neanche il vangelo di Luca; l’unico ad ammettere un’eccezione è Matteo. Questo perché le comunità cristiane non hanno ritenuto i vangeli un codice di comportamento fissato una volta per sempre, bensì un testo vivente, in crescita, al quale ogni comunità era tenuta ad aggiungere e arricchire la propria esperienza di Gesù risorto.
La parola di Gesù non è stata considerata la lettera che uccide ma lo Spirito che vivifica (2Cor 3,6), per questo l’evangelista Matteo introduce nella comunità cristiana un caso che può giustificare il ripudio, quella della “porneia”. La Chiesa primitiva all’eccezione riportata da Matteo aggiungerà presto anche quella di Paolo che affronta una nuova situazione nell’ambito della comunità: quella di coppie dove uno solo dei coniugi è credente.
Nella Prima Lettera ai Corinti si legge: “Se il non credente vuole separarsi, si separi(7); in queste circostanze il fratello o la sorella non sono sottomessi a schiavitù; Dio vi ha chiamati alla pace” (1Cor 7,27).
La pace, cioè la felicità viene prima del vincolo matrimoniale. Questo deve produrre e manifestare felicità, quando avviene il contrario cessa di esistere. E’ questo il “privilegio paolino” col quale si autorizza lo scioglimento del matrimonio.
L’eccezione della “porneia” non si identifica con quella ammessa dalla legislazione del Deuteronomio. Il termine greco scelto da Matteo è passibile di diverse interpretazioni che vanno dalla fornicazione (cioè congiunzione carnale con prostitute), al concubinato, all'impudicizia, alla prostituzione, all’unione illegale e all'adulterio. Inoltre nel linguaggio profetico l’idolatria e l’infedeltà nella quale cadeva spesso il popolo d’Israele, è definita “porneia” nella traduzione greca detta dei Settanta, (Os 4,10-12) e la Chiesa primitiva ha inteso anche in questo senso l’adulterio: “Non si ha adulterio solo se uno corrompe la propria carne, ma anche chi compie cose simili ai pagani è un adultero” (Pastore di Erma, 4 Precetto, 39, 19,9).
Nel mondo giudaico l’uomo era obbligato a ripudiare la moglie adultera (“Chi tiene la moglie adultera è uno stolto e un empio”, Pr 18,22 LXX). Per Gesù, dato che è l’amore l’unico collante della coppia, l’unico motivo che può sciogliere il vincolo matrimoniale è la constatazione evidente che esso non esiste più. Ciò può avvenire con l’adulterio, che non va inteso come colpa occasionale, ma come scelta definitiva di uno dei coniugi di un altro partner. E’ l’amore quel che realizza l’unione tra i due. Senza amore cessa l’unità e con esso il vincolo matrimoniale.
E’ questa la scelta di Girolamo, primo traduttore della Scrittura e tra i primi traduttori e commentatori del vangelo: “Solo l’adulterio può vincere l’amore alla propria moglie. Quella carne che era una ella l’ha divisa unendosi a un altro, il suo adulterio l’ha separata dal marito… Dunque, ovunque vi è adulterio… si è liberi di ripudiare la moglie” (Girolamo, Com. Mat. Lib. 3,19,9).
Il matrimonio è una scelta d’amore e come tale esiste finché l’amore è presente, manifesto e operante. Se questo amore viene meno, viene meno anche il matrimonio che non può sussistere laddove c’è indifferenza, freddezza, o addirittura l’avversione e l’odio. Il Dio che ci “ha chiamati alla pace” (1Cor 7,15) non può imporre ai suoi figli un’esistenza infelice.
Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s'indignò e disse loro:…”
Gesù, come altre volte, prende sempre le difese della parte più debole, e qui Marco vuole rimarcare questo: infatti gli presentano dei bambini, dei garzoni, e i discepoli lo rimproverano perché non vogliono che Gesù accolga anche queste persone che sono considerate le nullità della società. Marco qui riferisce una dichiarazione importantissima di Gesù: “…«Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.”
I bambini, i ragazzini, i garzoni a quell’epoca erano esseri insignificanti, gli ultimi della società; a questi discepoli, che sono animati dal desiderio di ambizione, di essere i più grandi, Gesù ricorda che il Regno di Dio, cioè la comunità dove Dio governa gli uomini è proprio quella degli ultimi della società. Quindi quelle persone che vengono considerate gli ultimi, sono in realtà i primi ad entrare nel Regno del Signore.

Note: 1. L’esegesi che segue è stata liberamente tratta dagli appunti che P. Alberto Maggi OSM ha redatto nel novembre del 2000 in preparazione della conferenza “Legge o bene dell’uomo” tenutasi poi a Cefalù. - 2. Il rifetimento di seguito riportato, come altri similari citati in altre pagine, è relativo al Talmud. – 3. La legislazione del ripudio era basata esclusivamente sul diritto dell'uomo: “La donna può essere ripudiata lo voglia o no” (Yeb. M. 14,1). – 4. Fu pure detto: «Chi ripudia la propria moglie, le dia l'atto del ripudio». 32Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all'adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.” (Mt 5,31-32). – 5. Il cosidetto documento Jahvista. – 6. La prima stesura è del X secolo a.C. circa; la stesura sacerdotale è del VI secolo a.C. durante la prigionia in Babilonia. – 7. Mi corre l’obbligo di ricordare che il concetto di separazione tra coniugi senza rottura del vincolo matrimoniale è un concetto moderno ed esclusivamente italiano che è entrato nell’uso dopo il 1100 d.C. Per il diritto canonico il matrimonio legittimamente contratto era indissolubile. L’unica forma di separazione ammessa era la separatio quoad thorum et coabitationem anche detta separatio thori; questo istituto giuridico era stato creato nel XII secolo e prevedeva la possibilità per i coniugi di ottenere un’interruzione temporanea o perpetua del debito coniugale e della coabitazione. Ne consegue che, quando Paolo parla di separazione intende la rottura del vincolo matrimoniale. (Cfr.  sulla storia e l’evoluzione dell’istituto della separatio thori  G. di Renzo Villata, Enciclopedia del Diritto, XLI, Giuffré, Roma, 1989).

lunedì 21 settembre 2015

Ventiseiesima Domenica del Tempo Ordinario



XXVI Domenica del Tempo Ordinario - Mc 9,38-41.45.47-48

Giovanni gli disse: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c'è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi. Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d'acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa.
(1) [Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare.Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile.] E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. [ 46] E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue.

Gesù ha appena iniziato un complesso discorso sulla necessità di essere servi degli altri per divenire primi nella comunità portando come esempio il garzone che gli era vicino, che subito, in aperto contrasto con quanto Gesù stava proclamando, viene interrotto da Giovanni:
“«Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva»”.
Tipico(2) dell'incomprensione costante dei discepoli, è interrompere Gesù nel suo insegnamento con delle affermazioni che suonano esattamente il contrario di quel che Gesù sta affermando. Anche al momento del terzo e definitivo annuncio della sua passione, Giacomo e Giovanni(3) interromperanno Gesù avanzando la richiesta dei posti d'onore (cfr. Mc 10,35).
Spinto dal suo zelo, Giovanni crede di ricevere la lode di Gesù per aver tentato di impedire il lavoro di un individuo che scacciava i demòni(4). La ragione addotta da Giovanni per giustificare il gesto è (traduzione letterale) “…perché non seguiva a noi.” Il pronome (noi) si riferisce ai Dodici: Giovanni esclude ogni sequela di Gesù che non includa la sequela dei Dodici.
L’azione di Giovanni ricorda quella di Giosuè, colui che “dalla sua giovinezza era al servizio di Mosè” (cfr. Nm 11,28-29). Costui vedendo che lo Spirito scendeva anche su alcuni uomini che non avevano partecipato alla cerimonia di investitura profetica, corre da Mosè e protesta: “Mosè, signore mio, impediscili!”. Ma Mosè gli rispose: “Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dar loro il suo spirito!”.
Gesù, quando aveva convocato i Dodici, li aveva invitati a stare con lui e a predicare, con la capacità di espellere i demòni (cfr. Mc 3,14-15). Ma i Dodici sono incapaci di esercitare questa azione liberatrice, in quanto essi stessi condizionati dalla mentalità tradizionalista che vedeva nel Messia il trionfatore (cfr. Mc 9,28).
Giovanni pertanto pretende di impedire all'individuo di esercitare quella capacità che Gesù aveva concesso ai Dodici (cfr. Mc 6,7) ma che essi non sono capaci di esercitare.
Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c'è nessuno che faccia un miracolo(5) nel mio nome e subito possa parlare male di me…”
Per comprenderlo meglio, traduciamo in modo letterale dal greco: “…perché non c'è nessuno che agisca con potenza [dynamin] nel mio nome e possa subito maledirmi [kakologê-sai]…”
Con il termine potenza [dynamis], l’evangelista ha indicato una forza che esce da Gesù e salva la donna con flusso di sangue (cfr. Mc 5,30). La potenza è la forza che deriva dalla presenza dello Spirito e che può essere trasmessa per comunicare vita. E’ questa che, comunicata alla persona, la libera dai demòni, cioè da qualunque ideologia contraria alla vita che lo Spirito comunica. L'individuo è un uomo che, con la potenza dello Spirito, porta a compimento la stessa attività di Gesù, senza appartenere al numero dei Dodici e senza essere chiamato discepolo. Gesù afferma che colui che agisce in virtù dello Spirito che possiede, comunicando vita, dimostra di aver dato fedele adesione a lui, quindi fa parte a pieno titolo della sua comunità.
“…chi non è contro di noi è per noi.”
L’orizzonte dei Dodici è limitato al regno d’Israele. Quello di Gesù si estende al regno di Dio. Il primo è ristretto a un popolo, il secondo abbraccia tutta l’umanità.
Ogni uomo che lavori per il bene degli altri, anche se non segue i suoi discepoli, Gesù lo considera suo collaboratore nell’attività di liberazione dell’uomo. Quel che determina essere o no con Gesù è l’attività. Se l’individuo agisce a favore dell’uomo, Gesù non lo considera un suo rivale, bensì suo collaboratore(6).
 “Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d'acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa.”
Offrire da bere, nella cultura ebraica, era segno di accoglienza e di ospitalità (cfr. Gv 4,7). La prima volta che Gesù parla di se stesso come del Messia è per invitare i Dodici ad accettare il suo stile, che non è quello di un trionfatore, ma di colui che si fa ultimo e servo di tutti. “Essere di Cristo (del Messia)” significa assomigliare a Gesù facendosi ultimi e servi di tutti. Avvicinandosi agli altri con lo stesso atteggiamento di Gesù Messia, i discepoli daranno la possibilità alla gente di fare l’esperienza di Dio. Infatti, come chi accoglie il garzone accoglie Gesù e il Padre, così chi accoglierà i suoi discepoli, accoglierà il Padre. La presenza del Signore nella comunità è garantita dall’accoglienza degli ultimi i quali, come Gesù, vanno situati nel posto centrale. Chi non è contro è con Gesù, ovvero chiunque è a favore degli uomini è considerato da Gesù suo collaboratore.
Qui sorge la domanda: e chi è contro? L'ambizione di essere al di sopra degli altri conduce gli uomini inevitabilmente ad opprimere quanti devono servire da piedistallo alla loro mania di grandezza. Costoro sono contro Gesù, si allontanano dal Signore che si pone invece sempre dalla parte degli oppressi della società.
L'evangelista è cosciente che quando, all'interno della comunità dei credenti, si infiltra il desiderio di dominare gli altri, la comunità riceve una ferita mortale. Per questo ora fa seguire queste severissime parole di Gesù:
Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli [mikrôn] che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare”.
Alla categoria dei garzoni Gesù affianca quella dei piccoli o insignificanti [mikrôn](7). Nella casa dove Gesù si trova finora erano apparsi i Dodici, il garzone e ora i piccoli. Gesù ne parla come ha fatto per il garzone (uno di questi) confermando l'identità dell'uno e dell'altro.
Gesù oppone il piccolo all’ambizione dei discepoli di essere il più grande (cfr. Mc 9,34). Chiamati a farsi ultimi di tutti e servitori di tutti, i discepoli aspirano a essere i più grandi e importanti nella comunità. E’ questo lo scandalo che uccide la comunità. Laddove i credenti pretendono di essere serviti anziché di servire, ponendosi al di sopra dei piccoli come superiori a questi, la comunità non è più credibile e diviene fonte di scandalo.
Il severo monito di Gesù è rivolto a quanti, con la loro ambizione di grandezza e quindi col disprezzo verso gli ultimi, sono causa di caduta (scandalo) per quelli che vengono ritenuti gli infimi della comunità, quelli di poco conto(8).
Quanti hanno creduto di trovare nella comunità di Gesù amore e uguaglianza, si trovano di fronte a gelosie e rivalità come in ogni altro gruppo umano. Anziché trovare il servizio generoso e gioioso, vedono ambizioni sfrenate e la scalata al potere. Invece di umiltà e semplicità trovano uomini divorati dall’arroganza e dalla vanità. Questo è causa di inciampo, di caduta (scandalo). Sono costoro quelli che Gesù considera contro di sé perché sono contro i fratelli.
Le indicazioni che offre loro Gesù sono le più severe e drammatiche di tutto il vangelo. Con una precisione di dettagli inusuali nel suo insegnamento, Gesù afferma che a costoro deve essere appesa al collo una macina, e specifica anche che non dev’essere la piccola macina domestica che veniva girata a braccia ed era adoperata per il grano, ma quella grande, girata dall’asino nel frantoio. Poi Gesù sentenzia che colui che è stato causa di scandalo deve essere gettato nel mare(9).
Chi, a motivo della sua ambizione, è causa di caduta per gli altri non ha diritto alla vita eterna.
Dopo il primo annuncio della passione, Gesù aveva sgridato Pietro chiamandolo satana e aveva denunciato questo discepolo perché “non pensa come Dio ma come gli uomini” (Mc 8,33). Ora, dopo il secondo annuncio, Gesù si rivolge ai suoi discepoli che continuano a pensare secondo gli uomini, coltivando manie di grandezza convinti di seguire il Messia trionfante e vittorioso, dominatore dei suoi nemici.
La severità di Gesù è motivata dal fatto che i suoi discepoli, con la loro attività a favore degli uomini, devono consentire loro di fare esperienza della buona notizia, rendendo così visibile la presenza di Dio nell'umanità. Se questa comunità non assolve a questo compito non ha diritto d'esistere.
“Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue.”
I discepoli sono chiamati alla pienezza di vita e in essi non possono convivere atteggiamenti che producono morte. Una volta che l’individuo nota in sé comportamenti nocivi deve subito drasticamente eliminarli prima che questi lo infettino completamente e pregiudichino la sua intera esistenza.
Attraverso tre immagini, mano/piede/occhio, Gesù si riferisce all'attività (mano), alla condotta/cammino (piede) e al desiderio/brama (occhio).
Se in questi comportamenti si riscontra un motivo di caduta, occorre intervenire rapidamente e drasticamente, perché altrimenti questi atteggiamenti conducono l'uomo alla rovina totale, illustrata attraverso l'immagine di un fuoco continuamente alimentato, come era quello che bruciava giorno e notte nella discarica di Gerusalemme, la Geenna.
Se l’attività, la condotta e i desideri del discepolo alimentano la sua ambizione e lo pongono al di sopra degli altri, egli si distanzia dal Signore, ultimo e servo di tutti.
Allontanandosi da colui che può alimentare la sua vita, il discepolo pone se stesso in una situazione di grave pericolo, che può terminare nella distruzione totale della sua esistenza.
Gesù invita ad abbandonare radicalmente attività, condotte e criteri che allontanano il discepolo da lui. E se agli occhi della gente potrà sembrare un menomato, in realtà la sua scelta sarà quella vittoriosa, perché lo avrà fatto entrare nella pienezza di vita che solo il servizio reso per amore può dare.
Le immagini del verme e del fuoco sono tratte dalla finale del Libro del profeta Isaia: “Uscendo vedranno i cadaveri degli uomini che si sono ribellati contro di me; perché il loro verme non morirà il loro fuoco non si spegnerà e saranno un abominio per tutti” (Is 66,24).
Il profeta non sta parlando di un castigo, ma della distruzione totale di quanti si sono ribellati al Signore, adoperando immagini classiche della decomposizione del cadavere, che viene distrutto attraverso il processo di putrefazione (verme) o l’incenerimento (fuoco).
Non si tratta pertanto di vivi che soffrono, ma di cadaveri destinati alla distruzione totale: il verme che non muore è quello che divora tutto, come il fuoco che non si spegne è quello che brucia tutto.
Questa immagine indica la distruzione definitiva dell'individuo che non accoglie in sé il messaggio della vita: è la morte seconda (cfr. Ap 2,11;20,6.14;21,8) che colpisce quanti hanno rifiutato la proposta di Gesù di una vita per sempre, morendo per sempre.

Note: 1. I versetti tra parentesi quadra non sono stati inseriti dal liturgista nel brano di vangelo della XXVI domenica. Il versetto 46 non è riportato nella traduzione della CEI del 2008 in quanto omesso nella maggior parte dei codici. – 2. L’esegesi che segue è liberamente tratta da alcuni appunti redatti da P. Alberto Maggi OSM in preparazione della conferenza dal titolo “Chi non e’ contro e’ con me” tenuta a Cefalù nel Maggio 2003. – 3. Giovanni, fratello di Giacomo, uno dei Dodici, è stato caratterizzato da Gesù come “figlio del tuono” (Mc 3,17), cioè di indole violenta e autoritaria. – 4. Ricordo che, nella cultura ebraica, l’atto di cacciare i demòni e l’atto di guarire dalle malattie sono la stessa cosa. Talvolta, con l’atto di cacciare i demòni si intende anche guarire da problemi psichici, morali o da convinzioni errate. – 5. La parola miracolo è stata introdotta in teologia dal IV-V secolo d.C. in poi e non compare in nessun testo originale greco dei vangeli. La traduzione CEI di questa frase non è la migliore possibile. – 6. L’insegnamento dell’evangelista è carico di conseguenze: si può benissimo collaborare attivamente con Gesù senza dover appartenere a quei gruppi che pretendono di avere il monopolio del suo insegnamento. – 7. Il vocabolo greco usato, mikrôn, ha il significato di piccolo/con poca importanza e veniva usato dai rabbini che disprezzavano i piccoli, categoria nella quale venivano inclusi tutti coloro che non volevano o non potevano dedicarsi allo studio della Legge divina. – 8. “Non giudichiamoci più gli uni gli altri; piuttosto datevi pensiero di non porre inciampo o scandalo al fratello”, Rm 14,13. – 9. La morte in mare era particolarmente temuta, perché era convinzione che si potesse risuscitare soltanto se seppelliti in terra di Israele (Giacobbe morto in Egitto viene seppellito in terra di Canaan, Gen 50,13-14). Morire in mare era considerato una morte ignominiosa: “Ti precipiteranno nella fossa e morirai della morte degli uccisi in mezzo ai mari”, Ez 27,8).