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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


lunedì 29 febbraio 2016

Quarta Domenica di Quaresima



IV Domenica di Quaresima (in Laetare) - Lc 15,1-3.11-32
Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola:[1]
Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: «Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta». Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: «Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati». Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: «Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio». Ma il padre disse ai servi: «Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l'anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: «Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo». Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso». Gli rispose il padre: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato»».

Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola…”. La platea alla quale si rivolge Gesù è costituita da coloro che sono stati emarginati dalla casta sacerdotale, dagli scribi e dai farisei; questi ultimi stigmatizzano il fatto che Gesù perda tempo con i rifiuti della società, ma proprio a questi è rivolta la parola perché loro sono i malati, i sofferenti.
Nella narrazione della parabola man mano che si tratteggia la figura del padre, il lettore è invitato a scoprire il volto di Dio, quello manifestato da Gesù nel suo insegnamento e nelle sue opere.
"Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze".
E’ bene ricordare fin dall’inizio queste indicazioni che dà l’evangelista, perché spesso nel commento della parabola rischiano di essere dimenticate. Il figlio minore ha chiesto: dammi la mia parte di eredità ed il padre, secondo il diritto dell’epoca, non si è limitato a dare la sua parte di eredità al figlio minore, ma ha dato anche la parte di eredità al figlio maggiore che riceveva il doppio dei beni che andavano al figlio minore. Il padre riserva a sé una parte fintanto che è in vita, parte che comunque andrà al figlio maggiore alla sua morte.
"Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose", quindi avuto il tempo di convertire questo patrimonio in moneta contante, "partì per un paese lontano", dove “paese lontano” è un espressione che spesso nella Bibbia indica un paese pagano: non solo abbandona il padre, ma abbandona anche il suo Dio, va in luoghi con altre divinità, "e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto.".
Questo ragazzo è molto infantile, è uno che non ci sa fare. A casa del padre aveva potuto raccogliere tutto, appena fuori disperde tutto: la fretta con la quale è riuscito ad ottenere l’eredità dal padre è la stessa con la quale, poi, l’ha dissipata.
Qui c’è la prima denuncia dell’evangelista: se le persone puntano tutto sul denaro, sull’avere, quando non hanno più denaro, quando non hanno più niente non esistono più come persone; è quello che succede a questo ragazzo.
"Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno."  Il ragazzo ha puntato tutto sui soldi: una volta che i soldi non ci sono più si trova non solo a non avere niente, ma ad essere lui stesso un niente. E’ ancora una volta la vittima di “mammona”(2). Per Gesù, mammona è un idolo che divora e distrugge tutti quelli che gli rendono culto; il culto al denaro distrugge le persone, è un dio insaziabile perché le persone, più denaro accumulano, più si sentono nella necessità di averne ancora, non si saziano mai.
"Allora andò e si mise a servizio" – lui, che era un signore a casa del padre, è costretto ad andare a mettersi al servizio; ha lasciato il padre ed ha trovato un padrone - "di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci.". È il massimo del degrado: nel libro del Levitico è proibito, in Israele, allevare e mangiare il maiale, perché il maiale è un animale che è ritenuto impuro.
Quest’uomo ha raggiunto il massimo del degrado: sta all’estero, ha abbandonato il suo Dio, da padrone che era in casa di suo padre è andato a fare il servo, ma il servo più infimo che ci sia, un pastore di porci, in una condizione di costante impurità.
"Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava". E’ ormai un animale, trattato davvero come una bestia, al punto che invidia i porci che almeno mangiano, mentre lui non ha neanche da mangiare. A questo punto i morsi della fame lo fanno rinsavire.
"Allora rientrò in se e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame!"
Questa parabola viene presa spesso a modello di pentimento: nulla di tutto questo. Luca è chiaro: questo ragazzo decide di tornare alla casa paterna non perché gli manca il padre, ma perché gli manca il pane.
Questo ragazzo non sta pensando al dolore del padre, a quello che ha provato come conseguenza del gesto del figlio; non è sfiorato dal pensiero del pentimento. Il suo comportamento è dettato dai morsi della fame: qua muoio di fame; a casa mia mangiavo.
C’è una frase che mostra come il padre fosse una persona generosa: "... i salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza …".
Il datore di lavoro di questo ragazzo, invece, è una persona che non gli dà neanche da mangiare. Il padre non tratta così i servi: i servi del padre abbondano di pane.
Ciò che fa rinsavire questo ragazzo non è il pentimento ma è il tornaconto personale e quindi dice: "… Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo" (cioè contro Dio), "e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio”. – secondo il diritto ebraico, una volta ricevuta la sua parte di eredità ed allontanatosi dalla casa paterna, si decadeva dalla condizione di figlio – “Trattami come uno dei tuoi garzoni.”
Il ragazzo prepara questo discorso per poter essere accolto dal padre; in esso non c’è nulla che esprima il dolore o pentimento per l’atto compiuto nei confronti del padre, ma solo il suo tornaconto: "… Si alzò e tornò da suo padre."
Ora dobbiamo prestare la massima attenzione perché Luca descrive l’atteggiamento del padre con una serie di atti che hanno un significato profondo per noi perché descrivono l’atteggiamento di Dio nei confronti dell’uomo peccatore (e non del peccato).
"Quando era ancora lontano il padre lo vide". Il fatto che il padre lo vede da lontano significa che il padre, pur rispettando la libertà del figlio, non aveva perso la speranza di un suo ritorno, continuava ad aspettarlo.
".. ebbe compassione …", avere compassione è un termine che indica l’azione di Dio che restituisce vita, laddove vita non c’è. L’azione del padre nel vedere il figlio non è una visione di una persona irata, di una persona indignata, ma è una compassione che si traduce in trasmettere vita dove vita non c’è.
" .. gli corse incontro…": questo, per un ebreo di 2000 anni fa, è inaudito.
Nel mondo orientale non esiste la fretta come nel nostro mondo occidentale; il tempo è valutato in maniera differente: non si corre mai, non si ha mai fretta e l’atteggiamento del correre è un atteggiamento di grave maleducazione; è disdicevole e disonorevole per una persona sposata. Un uomo sposato, un padre non corre mai: una persona che corre va incontro al disonore.
L’evangelista ci sta dicendo che restituire l’onore al figlio disonorato per il padre è più importante che mantenere il proprio onore.
"… gli corse incontro, gli si gettò al collo lo baciò".
Chiunque di noi, di fronte ad un figlio che ha dimostrato un comportamento così sbagliato, avrebbe reagito diversamente; l’istinto di dagli due ceffoni sarebbe stato il sentimento prevalente. Il padre ha invece un comportamento di accoglienza affettuosissimo.
L’evangelista si rifà al primo grande perdono che c’è nella storia biblica, contenuto nel libro della Genesi, riguardante anch’esso una squallida storia di eredità: il perdono che Esaù ha avuto nei confronti di Giacobbe. Giacobbe, figlio minore, approfittando del fatto che il padre Isacco era anziano e che oramai non ci vedeva più bene, si traveste da fratello maggiore, da Esaù.
Esaù era una persona molto pelosa e allora lui si mette dei peli addosso e carpisce, ruba, al padre la benedizione che consisteva nel dono della eredità. Quando arriva Esaù e viene a sapere che il fratello Giacobbe gli ha rubato l’eredità, succede un finimondo: Esaù prende un gruppo di persone armate e va all’inseguimento del fratello che nel frattempo era scappato.
Quando Giacobbe vede da lontano Esaù, che lo insegue con 400 cavalieri, pensa: è arrivata la fine. Invece Esaù corre incontro a Giacobbe, gli si getta al collo e…..e lo bacia(3): il bacio è l’espressione del perdono.
Gesù, con questa parabola e con tutto il suo insegnamento,  ha dimostrato che il perdono viene concesso prima che venga richiesto: il perdono precede ed eventualmente è causa del pentimento, ecco perché Gesù dice che ha portato a compimento la speranza dell’AT.
Il figlio tenta di recitare il discorso che si è preparato, ma il padre lo ferma. Con il bacio lo ha già perdonato. Non importa per quale motivo sei tornato, non importa quello che hai fatto: guarda come ti volevo e ti voglio bene.
Il figlio è interdetto, ha ancora timore: ".. Il figlio gli disse", cerca, ma non ci riesce, di dire al padre quell’atto di dolore che si era preparato; il padre non lo lascia terminare e soprattutto non gli permette quell’espressione: trattami come uno dei tuoi salariati.
Il figlio è incredulo di fronte all’atteggiamento del padre che non lo rimprovera, non gli mostra la sua ira e il suo sdegno, ma lo perdona prima che il figlio chieda perdono.
Il padre gli tappa la bocca e “Ma il padre disse ai servi: «Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare…".
Gesù sta descrivendo il modo con cui Dio concede il perdono all’uomo nel peccato e di conseguenza come deve essere il perdono per tutti i cristiani: ora compie l’azione più importante, restituire vita, amore, dignità e libertà a questo figlio che aveva perso tutto.
L’atto di rivestirlo non è dovuto alle condizioni in cui doveva trovarsi oggettivamente il figlio e quindi il padre gli ha fatto fare il bagno e lo ha rivestito; l’atto ha un significato ben più alto perché la veste era una onorificenza che nella Bibbia significa il ripristino della dignità perduta.
L’evangelista si rifà all’AT: Giuseppe, in Egitto, per colpa della moglie di Putifarre, era stato messo in carcere. Quando finalmente viene riconosciuta la sua innocenza il faraone lo chiama e, scrive l’autore, lo rivestì di abiti di lino finissimo: ecco ti restituisco quella dignità che avevi prima (Gen 41,42).
Il perdono di Dio è caratterizzato dalla restituzione dell’onore, della dignità; ciò che segue per la nostra mentalità sarebbe una pazzia, ma è la pazzia dell’amore di Dio: “...mettetegli l’anello al dito…".
L’anello non era un semplice monile, ma era l’equivalente della nostra carta di credito e del libretto degli assegni. Era un anello con impresso il sigillo del casato che serviva per fare gli acquisti, per fare le compere.
Anche qui c’è un richiamo all’AT, al libro di Ester, dove un economo era stato accusato e gettato ingiustamente in prigione. Quando viene riammesso a corte ".. il re si tolse l’anello che aveva fatto ritirare ad Amàn e lo diede a Mardocheo. Ester affidò a Mardocheo l’amministrazione della casa che era stata tolta ad Amàn" (Est 8,2-3).
Dare l’anello a questo ragazzo è qualcosa di folle perché è come dargli l’amministrazione della casa: questo è un immaturo che in poco tempo ha sperperato tutto quanto, è un incapace che ha dimostrato di non avere nessuna competenza nell’amministrazione e il padre è tanto pazzo da mettergli in mano l’amministrazione della casa.
Qui siamo veramente lontani dalla mentalità umana; Dio veramente ragiona secondo metri che non ci appartengono: il padre con questo gesto dice, è vero che hai combinato un disastro, ma io ho tanta fiducia in te che non ti do solo i tuoi beni da amministrare, ma sei l’amministratore di tutta la casa.
Il perdono di Dio comporta quindi non solo la libertà, la dignità ma anche la piena fiducia; ma vi è ancora un gesto: ".. e i calzari ai piedi". Nelle case dell’epoca di Gesù i servi andavano tutti scalzi: gli unici che potevano portare i sandali erano i padroni di casa. Il padre gli sta dicendo: tu volevi essere ammesso qui come un servo; invece tu sei il padrone.
Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». E cominciarono a far festa".
Non c’è persona che viva una situazione di peccato, una situazione di lontananza da Dio, una situazione di discriminazione, di emarginazione, alla quale non possa giungere questa buona notizia: l’amore di Dio è rivolto a tutti e, soprattutto, l’incontro dell’uomo peccatore con Dio non è mai umiliante. Il padre non ha chiesto al figlio: che cosa hai fatto, il padre gli ha tappato la bocca e gli ha detto: senti quanto ti voglio bene.
Entra ora in scena il vero protagonista della parabola, il figlio maggiore; Gesù l’ha raccontata proprio per gli scribi ed i farisei, ma anche per noi che spesso ci comportiamo verso gli altri peggio degli scribi e dei farisei.
"Il figlio maggiore…": qui il riferimento dell’evangelista non è tanto all’età, ma a tutti quelli che si credono superiori o, peggio ancora, santi; nella figura del fratello maggiore Gesù raffigura tutte quelle persone che si arrogavano il diritto di essere i giudici degli altri.
"…si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze…". Secondo la mentalità di questo figlio la casa doveva essere in lutto; se da lontano sente la musica e le danze, la ragione della festa non poteva essere che una: il ritorno del fratello. Lui si sente “per bene”, non come suo fratello minore; non può entrare nella stessa casa dove si fa festa per un “depravato”; “…chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo".
Che descrizione tremenda che l’evangelista fa delle persone che si ritengono nel giusto! Per loro la casa del Padre è la casa di seriosità; che nella casa del Padre ci possano essere musiche e danze, non è concepibile! Mi ricorda un cardinale che, alcuni anni fa, voleva vietare ad alcuni popoli dell’Africa Occidentale di dimostrare il proprio amore per Cristo ballando davanti all’altare!
"Quello gli rispose: «Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo». Egli si indignò, e non voleva entrare".
Per il fratello maggiore è intollerabile che il padre accolga e festeggi il fratello che si è comportato così male, senza imporgli un minimo di penitenza.
"Suo padre allora uscì a supplicarlo".
Il padre non lo manda a quel paese; io lo avrei fatto. Con questo figlio il padre dimostra lo stesso amore facendo un atto incredibile: non si impone con l’autorità paterna, ma lo supplica.
Ma egli rispose a suo padre: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici…".
Per valutarle queste parole occorre ricordare che il padre ha diviso il suo patrimonio tra i due figli. Al figlio maggiore ha dato il doppio del figlio minore, ma allora perché  dice: non mi hai mai dato neanche un capretto?
Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso». Gli rispose il padre: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo;…".
Scopriamo ora cosa ha impedito a questo figlio di godere delle cose del padre: lui in realtà non ha un rapporto con un padre, ha un rapporto con un padrone: ti servo, seguo i tuoi comandi, attendo la ricompensa.
Guardiamoci intorno, perché queste sono parole preziose per noi: chi, nel rapporto con Dio ha il rapporto di un servo nei confronti di un padrone, e per di più lo considera un padrone esigente, non arriverà mai a godere delle cose di Dio.
"… ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato."
L’incontro dell’uomo peccatore con Dio si traduce in una festa. E’ questo lo scandalo che non sopportano gli scribi e i farisei, e tutti i farisei di tutti i tempi.
Tra di noi sono pochi quelli che accettano che Gesù, quando incontra un peccatore, invece di invitarlo a fare penitenza, a mettere giudizio, fa una festa.
Quando un peccatore accenna a ritornare al Padre, è il Padre che prende l’iniziativa e gli corre incontro perché non vede l’ora di restituirgli l’onore, la fiducia, la libertà e la dignità.
E per gli altri, i perfetti, le persone per bene? Per gli altri Gesù ricorda: non c’è da essere invidiosi per l’amore del Padre per i peccatori, ma c’è bisogno di mettersi in sintonia con questo amore e rallegrarsi, ricordando che l’amore di Dio non va meritato, ma va accolto. Dio non vuole bene agli uomini perché sono buoni, ma perché Lui è buono.

Note: 1. Qui il liturgista salta le parabole della pecora perduta e della moneta perduta (cfr Lc 15,3-10). - 2. Nella lingua ebraica le parole vengo scritte con le sole consonanti, senza le vocali: se quindi togliamo a mammona le “a” e la “o”, le consonanti che rimangono "mn", risultano essere della stessa radice da cui proviene una parola che diciamo quotidianamente e che conosciamo: amen. Amen e mammona hanno la stessa radice; amen significa “è certo”, “è sicuro”, quindi “sono d’accordo”. Da questa radice deriva il termine mammona, ciò che dà sicurezza, che dà certezza alle persone, cioè il denaro. Quindi mammona è quel che dà sicurezza nella propria esistenza. Quando abbiamo tanto denaro ci sentiamo sicuri. – 3. Gn 33,4: "Ma Esaù gli corse incontro, lo abbracciò, gli si gettò al collo, lo baciò e piansero.”

mercoledì 24 febbraio 2016

Terza Domenica di Quaresima



III Domenica di Quaresima – Lc 13,1-9

In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: «Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest'albero, ma non ne trovo. Taglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?». Ma quello gli rispose: «Padrone, lascialo ancora quest'anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l'avvenire; se no, lo taglierai»».

Questo brano(1) si colloca nella sezione del vangelo di Luca che riguarda il viaggio di Gesù verso Gerusalemme (Lc 9,51–19,27), nella quale sono raccolti numerosi detti di Gesù riguardanti la realizzazione del regno. Esso si situa al termine della prima parte di questa sezione (Lc 9,51–13,21), dove si trovano i detti riguardanti soprattutto la risposta che Dio si attende da Israele nel momento in cui sta per realizzarsi il suo regno.
Il brano liturgico si divide in due parti: il primo è un invito alla conversione (vv. 1-5); il secondo riporta la parabola del fico sterile (vv. 6-9). Per la prima di queste due parti Luca si serve di materiale proprio, mentre per la seconda si ispira a un brano di Marco.
Quando ci si appresta a leggere questo brano, come pure ampie parti del precedente cap. 12, è indispensabile avere delle specifiche conoscenze che ci corazzino contro le interpretazioni tradizionali tutte tese a sottolineare il castigo di Dio di fronte alla mancanza della conversione; infatti il brano trova posto nella liturgia della Quaresima.
Se noi però esaminiamo la teologia che impregna tutto il vangelo di Luca, scopriamo che essa è impegnata soprattutto a sottolineare la misericordia di Dio e non la sua volontà punitiva; basta pensare a questo proposito alla parabola del Figliol prodigo che è la netta ed indiscussa negazione della volontà punitiva di Dio. E allora? Luca era forse uno schizzofrenico che un giorno diceva una cosa e il giorno dopo cambiava parere? Non credo proprio; è assai più probabile che l’interpretazione tradizionale sia sbagliata come del resto in altre parti di questo e degli altri vangeli. La domanda è perché questo è potuto succedere.
I vangeli sono stati scritti in greco(2), però dal quarto secolo in poi il greco, nella nostra area occidentale, non veniva più parlato né compreso e si provvide a tradurre il testo in latino.
La trasposizione dal greco al latino non può rendere certe sfumature, certe ricchezze e soprattutto, una traduzione non è mai esente da errori(3); per questo, da quando Il Concilio Vaticano II ha invitato alla lettura dei vangeli anche i laici, si susseguono le traduzioni che, con continui aggiustamenti, cercano di rendere al meglio il vero significato dei vangeli(4). A tutto questo è indispensabile aggiungere che la Chiesa dei primi secoli (ma la cosa si è in parte prolungata almeno fino al 1960), ha rifiutato di utilizzare testi ebraici del I e II secolo per apprendere le tradizioni, il pensiero e i modi di dire giudaici appartenenti a quel periodo, il che ha portato a macroscopici errori nell’interpretazione del pensiero di Cristo, errori che ancora oggi non sono stati corretti del tutto.
Uno dei danni più tremendi, ed ora che siamo in Quaresima è un bene dirlo, li ha portati un errore di traduzione del perentorio invito di Gesù “Se non vi convertite non entrate nel regno(5) di Dio”.
Per conversione si intende orientare diversamente la propria esistenza, cioè se fino ad adesso hai vissuto per te, d’ora in avanti vivi per gli altri. L’invito di Gesù venne tradotto e interpretato con “Se non fate penitenza”.
Da questo errore grossolano deriva tutta la storia della spiritualità cristiana fatta di persone penitenti, perché pensavano che non bastava accettare le sofferenze inevitabili che la vita presenta ma bisognava procurarsene altre per far contento Dio: qualcosa di atroce, di insultante, di blasfemo nei confronti di Dio!
Leggiamo certe vite di santi, poveretti, vittime di questa credenza, che si infliggevano delle penitenze per essere accettati da Dio. Oggi un padre che fosse contento nel vedere il figlio che si infligge delle sofferenze per farlo felice, sarebbe una persona alla quale verrebbe tolta immediatamente la patria potestà. Eppure Dio era considerato così.
Quindi si credeva che Dio volesse una vita di penitenza.
La parola penitenza è assente dal messaggio di Gesù, mai Gesù invita a fare penitenza, mai Gesù invita a mortificarsi, non invita nemmeno a fare digiuno e astinenza. L’unica volta che il verbo mortificare è presente nel NT, è nel capitolo 3 della lettera di Paolo ai colossesi, dove Paolo dice “mortificate”, cioè fate morte, nei confronti degli atteggiamenti negativi per sé e per gli altri, come l’egoismo, l’avarizia, la cattiveria, ma non vi private delle cose belle della vita, non rinunciate alle cose piacevoli.
Purtroppo questa spiritualità ha fatto sì che il nome Dio fosse associato al dolore, alla sofferenza, alla tristezza ma mai al piacere. Il piacere era (ed è ancora oggi) una parola quasi al limite del peccato.
Se a certi teologi togliete il dolore e la sofferenza rimangono disoccupati, non sanno più di cosa parlare di Dio, ma Dio è gioia, allegria, piacere: impariamo a credere a Gesù che, riprendendo quella che era già la spiritualità espressa dal profeta Osea (Os 6,6), per ben due volte nel vangelo di Matteo annuncia “Imparate cosa significa: misericordia voglio e non sacrifici”(Mt 9,13.12,7).
La nostra vita di credenti è basata sul messaggio di Gesù, ma se questo messaggio è tradotto male e interpretato peggio, la nostra vita ne ha seri danni.
Vediamo ora cosa dice il brano.
In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici.”
Questo eccidio non è noto da altre fonti storiche, ma è certamente verosimile nel clima surriscaldato della Giudea del primo secolo: infatti Giuseppe Flavio(6) parla di un massacro di samaritani compiuto nel 35 d.C. da soldati romani sul monte Garizim in occasione di un sacrificio.
E’ probabile che Luca si riferisca a una repressione avvenuta nel tempio, mentre si sacrificavano gli agnelli per la celebrazione pasquale. La strage assumeva una particolare gravità per il fatto che era stata compiuta nel luogo sacro, durante un rito liturgico.
Secondo la mentalità in essere allora, Dio era responsabile di tutto ciò che capitava in questo mondo: perciò era spontaneo pensare che era lui a volere, o per lo meno a permettere, tutto il male commesso dagli uomini, presentando le sue conseguenze come una punizione per i loro peccati. Questa concezione nel vangelo di Giovanni è smentita da una espressa dichiarazione di Gesù(7) (cfr. Gv 9,3).
Presupponendo questa credenza, la risposta di Gesù diviene così comprensibile: “Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo…”
Secondo Luca, nella sua risposta Gesù non dà alcun giudizio su quanto è accaduto. Dalle sue parole sembra unicamente trasparire la credenza popolare secondo la quale le disgrazie sono punizioni di Dio per i peccati di coloro che ne sono colpiti. Gesù non lo dice espressamente, come fanno invece gli amici di Giobbe (Gb 2.3) e diversi testi biblici, ma neppure lo nega. Egli si limita a precisare che essi non erano più peccatori di tutti gli altri.
Stupisce la totale insensibilità di Gesù nei confronti dei galilei uccisi da Pilato: egli non prende posizione né a loro favore, né contro di loro. La loro vicenda serve solo da ammonizione(8), mentre le loro scelte personali sono passate sotto silenzio: essi sono considerati in partenza come peccatori e non si pone neppure l’ipotesi che siano morti per qualcuno di quei valori per cui Gesù ha combattuto ed è morto (cfr. Lc 4,18-19). Ma questa stilizzazione è dovuta alla tradizione giudaica nella quale si inserisce, e non dice nulla dei veri sentimenti di Gesù.
“…O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Questo fatto, anch’esso non riportato da altre fonti storiche, dà l’impressione di essere accaduto da poco tempo: per la mentalità del tempo si trattava pure qui di una punizione divina. Anche in questo caso Gesù non smentisce tale opinione, ma osserva che questi morti non erano più peccatori di tutti gli altri: da qui ricava nuovamente un invito alla conversione. Se tali sciagure sono capitate a persone non poi così fuori del normale, su tutti incombe la possibilità di mancare l’ingresso nel regno, se non si convertono.
Il punto di vista rappresentato nei due detti lucani sembra essere, più che un’idea di Gesù, la ripresa tardiva di una mentalità più arcaica. Le due ammonizioni non insistono però sull’aspetto di punizione insito nei due gravi avvenimenti, ma piuttosto sulla responsabilità del momento attuale. Dio offre a tutti il suo amore, che può essere accolto convertendosi al vangelo oppure rifiutato in piena libertà.
Nel contesto lucano del viaggio di Gesù verso Gerusalemme, nelle due disgrazie è visto forse un preannunzio della distruzione della città santa, considerata da Israele come una punizione che ha attirato su di sé per aver rifiutato il suo Messia. Ma più in profondità si tratta dell’indicazione della mancata volontà di ingresso nel regno.
Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò.”
Sia Marco che Matteo raccontano un gesto simbolico, la maledizione del fico sterile, compiuto da Gesù dopo il suo ingresso messianico a Gerusalemme, per indicare la sterilità religiosa degli israeliti, soprattutto dei sacerdoti del tempio (cfr. Mt 21,18-19; Mc 11,12-14.20). Luca modifica questo episodio, mantenendone il significato.
Nei vigneti palestinesi venivano piantati anche alberi da frutto, tra i quali il più comune era il fico. Spesso nell'AT il popolo d'Israele è simboleggiato nella vigna (cfr. Is 5,1-2), talvolta associata all'albero di fico (cfr. Os 9,10; Mi 7,1; Ger 8,13).
Allora disse al vignaiolo: «Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest'albero, ma non ne trovo. Taglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?»”.
Il padrone si lamenta con il vignaiolo perché sono già tre anni che il fico non porta frutto; i tre anni potrebbero alludere al periodo del ministero di Gesù, il tempo concesso da Dio per la conversione di Israele: esso sta per finire senza che ci sia stato un risultato significativo. Ma a questa interpretazione si oppone il fatto che è Giovanni, e non i sinottici, a informare che il ministero di Gesù è durato tre anni(9).
“Ma quello gli rispose: «Padrone, lascialo ancora quest'anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l'avvenire; se no, lo taglierai»”.
Il vignaiolo reagisce con grande prudenza; alla richiesta del contadino manca una risposta, ma si suppone che essa sia positiva, perché il suo intervento è un semplice espediente per mettere in luce il progetto del padrone: è Dio che, proprio perché è paziente, dà tempo all’albero affinché produca frutti. Ma la conversione è più urgente che mai. È chiaro che la parabola non si riferisce ai singoli individui ma a una collettività, cioè al popolo ebraico, come avviene nel racconto affine della maledizione del fico in Matteo e Marco. La sterilità del fico non simboleggia la mancanza da parte del popolo ebraico di osservanze rituali o morali, ma il suo rifiuto di accogliere il Messia inviato da Dio. In questo contesto la “conversione” richiesta non consiste solo in un cambiamento di mentalità o di comportamento morale, ma anche nella fede in colui che porta la salvezza a Israele e a tutta l’umanità: è la sequela che determinerà una nuova prassi conforme alle esigenze del regno di Dio, simboleggiata nei frutti dell’albero. Nella parabola lucana il rinvio dell'abbattimento della pianta indica che c’è ancora tempo per la conversione: affiora qui la nota concezione lucana secondo cui Gesù ritornerà di sicuro, ma per il momento la sua venuta è stata rimandata per dare a tutti il tempo di convertirsi.

Note: 1. L’esegesi che segue è stata liberamente tratta da un articolo pubblicato da P. Alessandro Sacchi su Nicodemo.net. – 2. Esiste la probabilità, non ancora la certezza, che i vangeli di Marco e di Matteo abbiano avuto una prima versione in aramaico, poi scomparsa. Non tutti gli studiosi sono di questo parere perché ritengono che con i costi che allora si dovevano sostenere per scrivere un libro (la pergamena era carissima), è difficile pensare a brogliacci poi tradotti: si scriveva direttamente in ”bella” e chi aveva interesse per il libro se lo copiava a sue spese. Certamente il vangelo di Luca è stato scritto direttamente in greco, come pure quello di Giovanni. – 3. I problemi di errata interpretazione da parte della Chiesa orientale di lingua greca (che leggeva i vangeli in lingua originale) sono decisamente inferiori sia come numero che come importanza per la vita dei fedeli. Ad esempio nella Chiesa orientale l’uomo non è considerato intrensicamente peccatore; per questo la Chiesa cattolica attribuisce ancor oggi alla Chiesa orientale un "eccessivo ottimismo antropologico".  – 4. Non sempre le traduzioni sono state felici, ma bisogna accontentarsi perché talvolta sul tecnico che traduce premono interessi diversi e non tutti coerenti con le intenzioni di Gesù. – 5. Mi sembra opportuno ricordare che il “regno” di cui parla Gesù non è l’aldilà, non è il paradiso. E’ la comunità dei discepoli su questa terra che hanno come principio di vita l’amore reciproco e verso gli altri, principio che garantisce loro la risurrezione, cioè la continuazione della vita anche dopo la morte biologica. – 6. Giuseppe Flavio (Gerusalemme 37 d.C circa – Roma 100 d.C. circa) è stato uno scrittore, storico, politico e militare romano di origine ebraica; scrisse le sue opere in greco. – 7. Purtroppo, nonostante la smentita di Gesù, questa mentalità è giunta, almeno in parte, fino a noi e ci perseguita ancora. – 8. Accenno ad una mia opinione: il fatto che Luca non riporti alcuna negazione da parte di Gesù in merito a quella tradizione inumana e blasfema, fa pensare che Gesù approfitti della tradizione per calcare la mano sulla necessità della conversione come strumento di ingresso nel regno, rinviando ad altro momento un ragionamento di merito (cfr vangelo di Giovanni). – 9. Ed inoltre lo fa dieci, o forse venti, anni dopo che i vangeli sinottici sono stati diffusi nelle Chiese.