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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


giovedì 5 maggio 2016

Ascensione del Signore



Ascensione del Signore – Lc 24,46-53

[Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture]1 e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall'alto».
Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

La risurrezione(2) di Gesù è presentata da Luca, sulla falsariga sia di Marco (Mc 16,1-8) che di Matteo (Mt 28,1-8), mediante il racconto del rinvenimento del sepolcro vuoto (Lc 24,1-11). Luca prosegue poi descrivendo l’incontro di Gesù con i discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35). Infine Luca racconta, in parallelo con Matteo (Mt 28,16-20), un’apparizione di Gesù agli undici (Lc 24,36-48), che è l’oggetto del brano proposto dal liturgista per questa domenica; infine Luca descrive l’ascensione di Gesù (Lc 24,50-53).
“Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi”.
Come già si erano espressi i due angeli apparsi al sepolcro, anche Gesù si richiama a quanto aveva detto ai discepoli durante la sua vita terrena circa l’adempimento delle antiche Scritture (Legge, Profeti e Salmi).
“Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni”.
Come già aveva fatto con i discepoli di Emmaus, egli apre la loro mente alla comprensione delle Scritture. A tale scopo si serve anche questa volta del verbo “dovere”: ciò che è avvenuto non è effetto di casualità, ma “doveva” capitare perché le Scritture lo avevano preannunziato. Con queste parole l’evangelista presenta Gesù come il vero e definitivo interprete delle Scritture, in quanto non solo esse si sono adempiute nella sua persona e nei fatti che la riguardavano, ma anche perché ne precisa il senso.
Naturalmente il lettore ha tutto il diritto di chiedersi come mai, se tutte queste cose Gesù le aveva dette già durante il periodo del suo ministero, i discepoli non ne abbiano fatto tesoro, anzi sembrino ignorarle completamente. La risposta non può essere che questa: il collegamento esplicito tra Gesù, ormai definito il Cristo, e le Scritture di Israele è opera posteriore, effettuata quindi molto tempo dopo la morte dalla prima comunità cristiana per la quale l’evangelista scrive. La comunità, dopo la risurrezione di Gesù, comincia a vedere nella sua morte drammatica il degno coronamento delle attese di Israele e ne mette retrospettivamente l’annunzio sulla bocca di Gesù.
Gesù passa quindi ad elencare gli eventi, predetti dalle Scritture, che si sono attuati nella sua persona. Tra di essi egli enumera non solo la passione e la risurrezione dai morti il terzo giorno, ma anche la predicazione a tutte le genti, cominciando da Gerusalemme, in questo distinguendosi da quanto affermato da Marco circa quaranta anni prima e ripreso da Matteo. L’annunzio dei discepoli avrà come punto di partenza la città santa, dove la salvezza si è compiuta, e di lì dovrà raggiungere tutta l’umanità. Questa predicazione dovrà avvenire nel suo nome e avrà come contenuto il reciproco “perdono dei peccati”, come conseguenza della “conversione”: quel perdono che egli ha espresso sulla croce (cfr. Lc 23,34), deve essere proposto ormai a tutti, e reciprocamente,  come conseguenza del ritorno a Dio (cfr. Gv 20,23).
Nessun testo biblico viene portato per avvalorare questa dichiarazione del Risorto. Le Scritture di Israele non parlavano esplicitamente della morte e della risurrezione del Messia; esse però parlavano del rinnovamento finale del popolo di Dio, che a volte era espresso in termini di risurrezione. Inoltre si era sviluppata al tempo di Gesù l’attesa secondo cui alla fine dei tempi, nel momento in cui popolo sarebbe risorto definitivamente a nuova vita, anche i giusti sarebbero risorti per partecipare pienamente alla felicità degli eletti. Una volta affermata la risurrezione di Gesù, ormai considerato come il Messia promesso dalle Scritture, era spontaneo pensare che anche questo dato fosse presente in esse, rileggendo in senso cristologico i testi in cui non era esplicitamente detto.
Gesù viene così interpretato come colui per mezzo del quale e nel quale ha inizio il regno di Dio annunziato dai profeti. Chi aderisce a lui mediante la fede entra già in possesso di questa realtà, alla quale sarà definitivamente aggregato mediante la sua risurrezione corporea alla fine dei tempi.
Gesù conclude che “di tutte queste cose”, cioè della realizzazione in lui di quanto le Scritture avevano predetto, i discepoli sono “testimoni”: secondo Luca, Gesù durante la sua vita terrena aveva dato numerose attestazioni del carattere universalistico della salvezza, ma egli stesso aveva riservato la sua opera ai giudei. Solo ora, dopo la sua risurrezione, affida ai suo discepoli il compito di “testimoni”: essi saranno gli strumenti attraverso i quali la realizzazione del progetto divino, attuato da Cristo, sarà portato a compimento mediante l’annunzio a tutte le genti. 
La risurrezione di Gesù non viene dunque vista come il grande miracolo in forza del quale si dimostra in modo incontrovertibile la divinità di Gesù. Al contrario essa rappresenta l’inizio di una trasformazione di tutto il mondo, nel quale Dio fa il suo ingresso portando quei valori di giustizia e di amore che rappresentano l’essenza del suo regno. La nuova realtà di Gesù ha dunque un valore esemplare per tutti coloro che credono in lui. Essi sono chiamati a diventare come lui e a formare insieme agli altri credenti una società alternativa, nella quale il regno di Dio viene significato e anticipato all’interno di un mondo che obbedisce ancora ai vecchi canoni della violenza e dell’egoismo. Per questo i discepoli devono annunziare il perdono dei peccati e la conversione non solo a Israele, ma a tutte le genti. È significativo che anche questo punto sia presentato non semplicemente come un comando di Gesù, ma come l’adempimento del piano di Dio preannunziato nelle Scritture. Ciò è importante per Luca in vista della sua opera successiva, gli Atti degli apostoli, in cui mostrerà la continuità tra le nuove comunità cristiane, sorte nel mondo greco e senza più la pratica della legge, e l’antico Israele rappresentato dalla comunità di Gerusalemme.
“Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall'alto»”.
Questo compito però, sebbene già annunziato dalle Scritture, richiede capacità che solo Dio può conferire. Perciò il Risorto preannunzia la realizzazione di un’altra promessa fatta dal Padre, a cui non aveva fatto cenno nell’elenco precedente; con queste parole egli allude chiaramente della venuta dello Spirito, che avrà luogo cinquanta giorni dopo la risurrezione (cfr.At 2,1-13). I discepoli devono quindi restare a Gerusalemme nell’attesa di questo evento che darà loro la «potenza» (in greco dynamin) di cui hanno bisogno. La venuta dello Spirito avrà luogo, come tutti gli altri eventi salvifici, nella città santa. 
Il racconto termina con l’ascensione di Gesù al Padre: “Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio”.
Luca è l’unico evangelista (a parte la finale canonica di Marco, scritta dopo il vangelo di Luca) che parla di questo evento, situandolo “verso Betania”, nella sera stessa di Pasqua; secondo lo stesso autore in At 1,9-12 l’evento avrebbe invece avuto luogo quaranta giorni dopo la Pasqua sul monte degli Ulivi.
Nel racconto del vangelo Luca descrive l’evento ispirandosi a Sir 50,20-23. In questo testo è descritto il sommo sacerdote Simone che alza le mani al termine della liturgia per benedire il popolo prostrato e domanda a Dio che accordi ad esso la gioia. Anche Gesù alza le mani, benedice i discepoli prostrati e viene portato in cielo mentre essi tornano con gioia a Gerusalemme.
Con questa presentazione dell’evento Luca ha dato un’appropriata conclusione al suo vangelo. Esso era iniziato con la scena di Zaccaria, degno rappresentante del sacerdozio ebraico, che, ricevuta la visione dell’angelo nel tempio, non ha potuto benedire il popolo perché è diventato muto (cfr. Lc 1,22). Ora Cristo stesso, intronizzato come sommo sacerdote, porta a termine la liturgia che l’angelo aveva interrotto.
All’antica alleanza salvifica, diventata ormai muta e impotente, si sostituisce dunque quella nuova, di cui il mediatore è Cristo. Il fatto che la scena si svolga fuori del tempio significa che ormai il rapporto tra Dio e l’uomo non ha più come sede privilegiata il luogo santo, ma si gioca nel mondo, al quale gli apostoli dovranno annunziare il vangelo. Ciò non impedisce però che i discepoli continuino a frequentare il tempio, che secondo Luca rappresenta il segno della continuità tra Israele, in quanto popolo eletto, e la prima comunità cristiana. 
Questo evento è chiaramente una scena simbolica che indica il compimento del ciclo di eventi salvifici di cui Gesù è stato protagonista. Il suo ritorno al Padre non indica un allontanamento dai suoi discepoli, ma piuttosto la continuazione per mezzo loro della sua opera. Il suo andare nei cieli, il luogo simbolico in cui Dio risiede, significa la piena comunione con il Padre, alla quale sono chiamati tutti quelli che credono in lui. Come la risurrezione e la discesa dello Spirito, anche l’ascensione si attua nei pressi di Gerusalemme, che rappresenta il luogo centrale della salvezza il cui annunzio si espanderà per mezzo dei discepoli fino agli estremi confini del mondo (cfr. At 1,8). Per Luca il collegamento con la città santa e con tutto quanto essa significa per il mondo ebraico è essenziale per cogliere il vero significato della salvezza attuata da Gesù.
Il modo in cui Luca nel vangelo ha immaginato l’ascensione di Gesù mette in luce i rapporti strettissimi che intercorrono tra la nuova e l’antica alleanza di salvezza. La venuta di Gesù, annunziata per la prima volta proprio a un sacerdote ebraico, conclude l’esercizio del culto che rappresentava per il giudaismo lo strumento per eccellenza della purificazione e della salvezza. Ora si apre una nuova alleanza che ha come centro il Signore risorto. Egli porta a compimento tutto ciò che era contenuto nell’esperienza religiosa del suo popolo. Ma egli si sostituisce al tempio e al sacerdozio, i quali perdono il loro ruolo di segni della presenza di Dio in questo mondo. Ormai il culto consisterà unicamente nella fede in lui e nella sequela, attraverso la quale si apre la via che conduce tutta l’umanità alla comunione con Dio.

Note: 1. La parte tra parentesi quadre non è compresa nel brano liturgico, ma è indispensabile per comprendere il significato del brano stesso. – 2. L’esegesi che segue è liberamente tratta da un articolo di padre Alessandro Sacchi pubblicato su sito Nicodemo.net.

lunedì 25 aprile 2016

Sesta Domenica di Pasqua



Sesta Domenica di Pasqua – Gv 14,23-29

[Gli disse Giuda, non l'Iscariota: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?»]. Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.
Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: «Vado e tornerò da voi». Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l'ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate.

A monte del brano in esame vi è l’episodio in cui Filippo chiede a Gesù: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”(Gv 14,8). L'evangelista ci vuol dire che le consuetudini e la tradizione(1), possono condizionare talmente la mentalità di un individuo da impedirgli l'esperienza di Dio.
Filippo è da tanto tempo con Gesù (a quell'epoca i discepoli vivevano giorno e notte con il loro maestro), ma nonostante fosse sempre a contatto con lui, non è riuscito ad afferrare molto della sua predicazione. Non riesce a capire che il Padre è esattamente come Gesù e questo crea a Filippo molta difficoltà.
Gesù, completando il suo insegnamento a Filippo e alla comunità, dà una indicazione per percepire questa presenza di Dio. Dice: "Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse"(Gv 14,11); cioè credetelo per quello che sono stato in grado di fare.
A questo punto(2) viene riportata una domanda fatta da Giuda, la quale dovrebbe servire a rilanciare il discorso. Questo discepolo, che l’evangelista distingue espressamente dall’Iscariota, è probabilmente lo stesso chiamato Giuda di Giacomo (cfr. Lc 6,16). Egli chiede come mai Gesù si manifesti solo ai discepoli e non al mondo. Secondo la mentalità giudaica il Messia è inviato da Dio per instaurare il suo regno in questo mondo: non è quindi concepibile che solo alcuni colgano la sua manifestazione, mentre tutti gli altri ne sono esclusi.
Il suo intervento però non provoca nessuna chiarificazione, in quanto nella sua risposta Gesù non fa altro che ripetere quanto già detto precedentemente.
“Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.”
Gesù si esprime con due frasi parzialmente parallele: la manifestazione del Figlio è dunque subordinata all’accoglienza della sua parola, la quale mette i discepoli in comunicazione non solo con lui, ma anche con il Padre, dal quale in ultima analisi essa proviene. Dal parallelismo tra le due frasi risulta che le parole (al plurale) di Gesù si identificano con la sua parola (al singolare), che è la parola stessa del Padre (cfr. Gv 7,16-17; 14,10), anzi è lui stesso, in quanto Verbo di Dio incarnato (cfr. Gv 1,1.14).
Non solo, ma ponendo la dimora di Dio nell’uomo, Gesù sacralizza l’uomo, il vero santuario dal quale si irradia la gloria di Dio non è più una costruzione, fatta da mani d'uomo, ma è la comunità dei credenti, è l'individuo stesso.
“Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.”
Gesù osserva che le cose sopra riportate sono state dette da lui ai discepoli mentre si trovava ancora con loro: la sua è stata quindi una comunicazione ancora condizionata da quello strumento limitato che è la parola umana. Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che sarà inviato dal Padre nel suo nome, insegnerà loro ogni cosa e ricorderà tutto ciò che egli ha detto: per mezzo dello Spirito si attuerà dunque quella conoscenza piena di Dio che era stata preannunziata dai profeti (cfr. Ger 31,34; Is 54,13) in quanto solo lo Spirito può parlare nell’intimo dei cuori.
Il Dio di Gesù non è un Dio al di fuori dell'uomo, lontano, irraggiungibile, ma un Dio che viene ad abitare nell’uomo, che gli comunica la sua stessa capacità d'amore, lo "Spinto Santo". Dio non chiede solo che l'uomo si rivolga a lui, ma che vivendo di lui sia come lui.
Tutto questo ha cambiato il linguaggio e l'atteggiamento di ciascuno di noi; l'uomo si sente amato immeritatamente e incondizionatamente da Dio, da un Dio che non gli chiede niente e prende dimora in lui. L'uomo, in questo amore(3), non può che esprimere balbettando una lode, un ringraziamento.
Questo amore che viene comunicato, però, diventa efficace dal momento che da noi viene prodotto altrettanto amore verso gli altri (cfr. Gv 13,34). L'amore, per la dinamica stessa della vita non si può fermare, ma deve andare oltre e l’unico prodotto sensibile di questo amore è la pace.
“Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.”  
Nell’AT l’espressione avere la pace significa “vivere bene, senza danno, perfettamente”. L’opposto di pace perciò non è guerra, ma incompletezza, imperfezione (cfr. 2Sam 11,7): la pace è assente nella discordia e nella malattia (cfr. Mc 5,34).
La pace di Cristo non è avere una vita senza alcun problema, senza alcuna malattia, senza dolore; la pace di Cristo vuol dire avere una serenità ed una forza tali da affrontare problemi, malattie e dolori in modo nuovo, senza paura e senza disperazione perché si ha la certezza che Gesù è al nostro fianco in ogni momento (cfr. Mt 28, 20).
Con Cristo è venuta la pace poiché Dio e l’umanità si uniscono l’un l’altro in maniera nuova, nella nuova alleanza sancita sulla croce (cfr. 2Cor 3,15; Gal 4,24.26).
Il messaggio di Cristo è messaggio di pace, di amore e di comprensione, ma comporta l’impegno di fare tutto ciò che serve per creare un mondo di pace, di amore e di comprensione, perché le parole, da sole, non bastano (cfr. Mt 16,27; 1Cor 3,13s; 2Cor 11,15; Ap 2,23).
Il rapporto diretto tra Gesù e i suoi discepoli passa quindi in secondo piano rispetto a quello che si stabilisce tra loro e lo Spirito. Questi però non farà altro che portare a termine l’opera iniziata da Gesù, rendendo i discepoli interiormente capaci di capire e di assimilare quanto egli stesso aveva loro insegnato.
“Avete udito che vi ho detto: «Vado e tornerò da voi». Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l'ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate.”
Gesù ripete poi nuovamente ai discepoli che ora se ne va, ma ritornerà da loro: per coloro che lo amano il fatto che egli vada al Padre deve essere fonte di gioia, perché il Padre è più grande di lui: in quanto inviato, Gesù è a lui subordinato (cfr. 1Cor 15,28) e a lui deve condurre l’umanità perché ottenga la gioia della salvezza. Egli ha detto loro queste cose prima che avvengano, affinché, quando si realizzeranno, essi possano credere.
La Pasqua di Gesù consiste nel suo ritorno al Padre, mediante il quale si rivela la pienezza dell’amore gratuito di Dio per l’umanità. Dopo la sua morte Gesù manda lo Spirito, mediante il quale il Padre e lui stesso prendono dimora nei suoi discepoli. Si attua così la nuova alleanza annunziata dai profeti, dalla quale ha origine per essi un’esperienza di amore che, attraverso Gesù, si apre al Padre e ai fratelli: in tal modo l’amore cessa di essere un comandamento per divenire un’esigenza interiore, la cui pratica da parte dei discepoli rappresenta il segno più evidente della salvezza ormai attuata.
Mediante un sovrapporsi di frasi abbastanza monotone e ripetitive, l’evangelista vuol far capire, ispirandosi a concetti tipici della sua cultura, che Gesù ha saputo amare fino in fondo i suoi simili, prodigandosi per loro e accettando su di sé tutto il peso dell’odio e della violenza in cui erano immersi. Mediante questa scelta radicale di vita ha manifestato l’amore infinito di Dio per tutta l’umanità. I suoi comandamenti, identificati con le sue parole, non sono altro se non le esigenze di vita che scaturiscono dal suo modo di essere e di agire: non si tratta dunque di comandi in senso proprio, ma della sua persona stessa in quanto ha la capacità di evocare l’amore di Dio e di trascinare i credenti sulla strada da lui percorsa. La forza trainante che scaturisce dal suo esempio viene identificata con la figura biblica dello Spirito, che è la stessa potenza divina che ha spinto Gesù ad amare fino alla fine. In altre parole lo Spirito è il suo modo di pensare e di vivere (cfr. 1Cor 2,16) che egli trasmette loro in modo pieno morendo in croce: sotto l’azione dello Spirito essi faranno la sua stessa esperienza, e questo li porterà a capire sempre più in profondità la sua persona e il suo messaggio.

Note: 1. Secondo la mentalità ebraica c'erano "sette cieli": Dio risiedeva sopra il settimo cielo e i rabbini, che amavano calcolare tutto, dicevano che tra un cielo e l'altro c'era una distanza di 500 anni di cammino. Quindi, tra l'uomo e Dio c'erano 3500 anni di cammino. Per questo, per Filippo,  Dio è inaccessibile, per questo non comprende le parole di Gesù “Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto”. – 2. L’esegesi che segue è stata tratta liberamente da un articolo di P. Alessandro Sacchi pubblicato sul sito Nicodemo.net. – 3. Che potremo chiamare di "identificazione”, cioè sentirsi amati così come si è, indipendentemente da quello che si fa.

lunedì 18 aprile 2016

Quinta Domenica di Pasqua



V Domenica di Pasqua -  Gv 13,31-35

Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito.
Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

Il brano in questione fa parte del lungo discorso di Gesù nell’ultima cena, riportato nel vangelo di Giovanni, e costituisce la parte dell’addio ai suoi discepoli. Nella narrazione lo precede il brusco scontro con Giuda (Gv 13,21-30) nel quale Gesù tenta un’ultima carta per riconquistarlo: compie infatti un gesto che nella nostra cultura non esiste, sceglie un boccone particolarmente saporito, lo intinge nella salsa(1) e lo offre a Giuda. Nella mentalità orientale questo è un gesto di alto onore, significa “io ti stimo, ti voglio bene, conta su di me”; le persone dell’epoca di Giovanni ben comprendevano il significato del gesto e capivano come Gesù avesse tentato l’ultima carta per recuperare Giuda. Ma egli, l’ebreo nazionalista(2) che aveva seguito Gesù nella speranza che guidasse il popolo nella rivolta contro i romani, deluso da questo messia così diverso da quello immaginato dai rabbini(3), esce dal cenacolo sbattendo la porta.
Non lasciamoci trascinare dal sentimento e dalla tradizione: non giudichiamo e non condanniamo subito Giuda. Prima di tutto perché Gesù ha detto chiaramente “non giudicate, per non essere giudicati; perché … con la misura con la quale misurate, sarete misurati” (Mt 7,1–2) e poi perché non solo Giuda è stato coerente con se stesso e col proprio convincimento(4), ma soprattutto perché, con la sua azione, ha consentito il realizzarzi delle intenzioni di Gesù(5).
“Quando Giuda fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito.”
Il tema della sua glorificazione era già stato accennato da Gesù dopo il suo ingresso a Gerusalemme (Gv 12,23.28): allora egli ne aveva parlato in riferimento al fatto che alcuni greci avevano espresso il desiderio di vederlo; adesso invece presenta la sua glorificazione come il punto di arrivo di quel processo che, iniziando dopo l’uscita di Giuda, porterà Gesù alla morte. Il concetto di glorificazione richiama il quarto canto del Servo di Jahweh, nel quale la descrizione della sua morte viene fatta precedere da una dichiarazione riguardante il successo che ha avuto proprio come conseguenza della sua dedizione totale a Dio e al suo popolo (cfr Is 52,13).
Il titolo “Figlio dell’uomo” si rifà alla profezia di Dn 7,13-14, nella quale viene preannunziata la venuta con le nubi del cielo di un essere umano che riceve da Dio il potere e la gloria. Il verbo è stato glorificato (in greco edoxasthê, coniugato all’aoristo) esprime il momento decisivo della missione di Gesù e si riferisce in modo globale alla sua passione, morte, risurrezione e ascensione, viste come sintetizzate nell’innalzamento sulla croce (cfr. Gv 3,14; 8,28; 12,32). È Dio che glorifica il Figlio dell’uomo; tuttavia si sottolinea anche che Dio stesso è glorificato in lui a motivo del dono volontario di sé con cui Gesù porta a compimento il suo disegno di salvezza. La glorificazione di Gesù appare subordinata a quella del Padre ed è espressa al futuro: Dio stesso lo glorificherà, ma solo in un secondo momento, quando si verificherà l’evento finale della sua morte e risurrezione.
“Figlioli(6), ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.”
Gesù è giunto alla conclusione della sua missione; è cosciente di avere seminato bene anche se non vede il frutto del lavoro fatto; deve concludere la lunga catechesi fatta ai suoi discepoli con qualcosa che racchiuda tutto il significato del suo messaggio, un qualcosa che, messo in pratica, distingua i suoi discepoli da tutti gli altri: “Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri”.
Gesù dice: “come io vi ho amato”. Non è l’amore di donazione sulla croce: Gesù non è ancora morto. Non dice come io vi amerò, ma come io vi ho amato, infatti poco prima Gesù ha detto che il suo amore lo ha manifestato lavando i piedi ai suoi discepoli.  È questo tipo di amore che Gesù vuole che ci scambiamo, che ci serviamo l’un l’altro.
È questa la rivoluzione di Gesù, è questo quello che mette paura al Sinedrio e che ha messo paura a tutti i poteri politici del mondo. Questo è ciò che ha consesso al cristianesimo di diffondersi nel mondo in meno di 60 anni, in un mondo senza telefono e senza televisione, con un servizio postale prevalentemente militare(7), e quindi soggetto alla censura del potere.
È incredibile come la Parola di Gesù possa essersi diffusa, in quelle condizioni, dall’Armenia alla Spagna, dall’Egitto al Marocco, dalla Tunisia alla Grecia, fino alla Francia prima ancora che venissero scritti i vangeli nella loro stesura definitiva(8). I vangeli sono stati scritti in greco, che allora era come l’inglese oggi, lo studiavano tutti, se volevano un posto di lavoro; leggendo in greco il comandamento di Gesù, si coglie una sfumatura che in italiano è difficile percepire: il termine nuovo, in greco, si può scrivere in due maniere. Uno, neo, che significa aggiunto nel tempo, ed è il termine che usiamo anche nella lingua italiana; e uno che significa: una qualità che soppianta tutto il resto. Ebbene, il comandamento che Gesù dà, non è nuovo nel tempo, cioè ne avete già dieci, vi lascio l’undicesimo, ma è nuovo per qualità. E’ una qualità tale che sostituisce e supera i Comandamenti del Sinai. E’ la nuova alleanza di Gesù.
Il precetto dell’amore appare già nel contesto dell’alleanza del Sinai come compendio di tutta la legge (cfr. Lv 19,18.34). Ma i profeti avevano predetto una nuova alleanza, in forza della quale la legge dell’amore non sarà più scritta su tavole di pietra ma sul cuore del popolo (Ger 31,31-34; Dt 30,6; Ez 36,24-28; cfr. 2Cor 3,3-6). Nel contesto di questa alleanza, simboleggiata nel gesto della lavanda dei piedi e successivamente ratificata sulla croce, il comandamento dell’amore designa la legge fondamentale a cui devono aderire coloro che entrano a farne parte. In Giovanni, Gesù formula questo comandamento in modo nuovo, in quanto mette in luce non solo l’esigenza di amare l’altro (cfr. Mc 12,28-34; Rm 13,8-10), ma anche la necessità di una risposta da parte di chi ha ricevuto l’attestazione dell’amore. Ciò è possibile solo all’interno di un gruppo in cui sono molto forti i rapporti di solidarietà e di condivisione.
Questo amore comporta però il rischio di una chiusura all’interno del gruppo, con il risvolto negativo di tensioni e di dissidi che sorgono inevitabilmente quando uno ritiene che il suo amore non sia sufficientemente ricambiato dall’altro. Perciò nei sinottici viene messo in primo piano l’amore verso il nemico (cfr. Mt 5,43-48), cioè verso l’estraneo che si situa al di fuori del gruppo, con il quale perciò non esiste un rapporto di reciprocità. Si può quindi dire che l’amore vicendevole, che rappresenta la legge fondamentale della comunità della nuova alleanza, dimostra la sua autenticità unicamente nella capacità di estendersi anche all’estraneo. Solo amando anche quelli che non fanno parte del loro gruppo i discepoli di Gesù si riveleranno veramente come tali e contribuiranno alla realizzazione di un mondo migliore.
Gesù conclude con questa affermazione: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».” La pratica dell’amore diventerà così il segno distintivo della comunità di Gesù e al tempo stesso l’ambito più efficace di evangelizzazione (cfr. At 2,42-48). 
E’ strano che tanti cristiani, quando si chiede loro di specificare l’insegnamento di Gesù sull’amore, rispondono: “ama il Signore Dio tuo con tutta la tua anima, con tutto il tuo cuore e il prossimo tuo come te stesso”. Molti cristiani pensano che Gesù abbia insegnato questo.
Mai Gesù, alla sua comunità, risponde in questa maniera. Questo è il massimo a cui era arrivata la spiritualità ebraica. Gesù, quando dà queste risposte, è sempre parlando o con degli scribi o con dei farisei, una risposta adeguata alle loro esigenze.
Quando Gesù parla alla sua comunità non dice: “ama il prossimo tuo come te stesso” perchè l’amore al prossimo(9) è relativo, e quindi limitato.

Note: 1. Secondo gli studiosi dei costumi del tempo, dovrebbe trattarsi della salsa denominata charoshet, fatta di mele grattugiate, noci, spezie, vino e farina, componente tradizionale della cena pasquale ebraica. – 2. Alcuni studiosi pensano che il soprannome Iscariota derivi da una deformazione aramaica del vocabolo greco-latino sikrios-sicarius (da sica = pugnale, da cui deriva il termine italiano sicario), che indicava i partigiani antiromani che operavano con quell’arma, detti anche zeloti. – 3. Profondamente radicata nella mentalità giudaica era la figura del Messia figlio di Davide, cioè il nuovo grande re atteso da secoli che avrebbe salvato Israele, uccidendo tutti i peccatori e sconfiggendo tutti i nemici, riducendo il mondo in schiavitù sotto Israele. – 4. È opinione comune a molti studiosi che Giuda non fosse stato mosso da avidità del denaro (o solo da quella: Giovanni dice che era anche un ladro, cfr. Gv 12,6, ma probabilmente tra Giuda e Giovanni doveva esistere una vecchia ruggine), ma perché pensava, in questo modo, di spingere Gesù a provocare finalmente la sommossa antiromana e ad assumere il ruolo di messia-re che gli competeva. – 5. Se leggiamo attentamente i vangeli, il Sinedrio (il termine greco Sinedrio, trascritto in aramaico Sanhedrin, significa concesso ed indicava l’unico organo politico-religioso ebraico riconosciuto dal potere romano) aveva tentato diverse volte di catturare Gesù tramite le sue guardie, ma la folla che lo circondava non consentiva una cattura priva di rischi per il Sinedrio stesso. Era quindi necessario intervenire di notte, in un luogo sufficientemente isolato e con qualcuno che indicasse Gesù al buio senza creare eccessivo allarme nelle case circostanti. Questo qualcuno sarà Giuda. - 6. Gesù si rivolge poi ai discepoli con l’appellativo affettuoso di “figlioletti” (teknia), usato solo qui nel vangelo di Giovanni e sette volte nella prima lettera di Giovanni. – 7. Paolo, per essere certo che le sue lettere giungessero a destinazione, le inviava affidandole ad un suo discepolo e non al sistema postale romano, efficiente ma certamente di parte. – 8. Sulla base dell’analisi critica dei contenuti e dell’analisi letteraria, si ritiene che i vangeli di Matteo e di Luca siano stati scritti tra il 70 ed l’80 d.C.; Marco presumibilmente prima del 60, anche se molti specialisti pensano all’esistenza di un Protovangelo di Marco datato anteriormente al 40. Quello di Giovanni è stato scritto tra il 90 ed il 100 d.C. – 9. Attenzione perché il prossimo non comprende tutti: il prossimo, nel mondo giudaico, era l’appartenente al proprio clan familiare, o al massimo l’appartenente alla propria tribù.