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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


lunedì 4 luglio 2016

Quattordicesima Domenica del Tempo Ordinario



XIV Domenica del Tempo Ordinario - Lc 10,1-12.17-20

Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: «Pace a questa casa!». Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all'altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: «È vicino a voi il regno di Dio». Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: «Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino». Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città.
[Guai a te, Corazìn, guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidone fossero avvenuti i prodigi che avvennero in mezzo a voi, già da tempo, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, nel giudizio, Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi. E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai!
Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato».]
I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».

Dopo il racconto del rifiuto opposto a Gesù da parte di un villaggio di samaritani e una raccolta di detti riguardanti la sequela(2), Luca riporta la missione di altri settantadue discepoli, distinta da quella precedente riservata ai Dodici (cfr. Lc 9,1-6). Luca è l’unico a menzionare questa seconda missione. È probabile che Gesù, durante il suo ministero in Galilea, abbia conferito ai suoi discepoli un compito di evangelizzazione, limitando la loro sfera di intervento a questa regione. Le sue istruzioni, formulate in quel contesto, avrebbero poi assunto nella tradizione due forme diverse, quella riportata Marco e l’altra trasmessa dalla fonte Q(3) .
Matteo, che conosce solo l’invio dei Dodici, ha fuso le due tradizioni in un unico testo. Luca invece ha preferito conservare distinte le due tradizioni: a tal fine descrive la missione dei Dodici sulla falsariga di Marco, servendosi poi dei ricordi della fonte Q per costruire il racconto di un’altra missione affidata a un gruppo diverso di discepoli.
Luca ha fatto iniziare la sezione del viaggio di Gesù verso Gerusalemme con l’invio di messaggeri incaricati di preparare la sua venuta in un villaggio di Samaria (Lc 9,52). Ora egli racconta un ulteriore invio di discepoli: “Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.”.
Sebbene molti codici parlino di settanta discepoli, il numero settantadue resta il più probabile in quanto è chiaro il riferimento alla tavola genesiaca delle nazioni (cfr. Gen 10) le quali sono settanta nel testo ebraico mentre secondo i LXX(4) sono settantadue. L’uso di questo numero fa dunque intendere che simbolicamente questo invio anticipa la missione che, dopo la risurrezione di Gesù, si estenderà a tutte le nazioni della terra.
Tuttavia anche i settantadue, come già i Dodici, sono inviati a Israele, in quanto devono precedere Gesù nei luoghi in cui sta per recarsi. Anch’essi, come i Dodici (secondo Marco) devono andare a due a due: ciò è dovuto non solo al fatto che la legge riconosceva come valida in tribunale solo la testimonianza concorde di due o tre persone (cfr. Dt 19,15), ma anche alla necessità di dare un segno preciso della solidarietà di cui il regno di Dio è portatore.
Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!”.
Anche Matteo riporta questa frase, collocandola però prima della scelta dei Dodici (Mt 9, 37-38). L’immagine della messe matura richiama il giorno della morte di Gesù ormai vicina: Gesù cerca dei collaboratori che lo aiutino a raccogliere il popolo di Israele e condurlo incontro al suo Dio. In Luca questa prospettiva si arricchisce di una più spiccata dimensione universalistica, in quanto la missione dei settantadue è potenzialmente orientata a tutte le nazioni. La preghiera, a cui Luca allude spesso, è necessaria in quanto l’esito positivo della missione dipende esclusivamente dalla volontà divina.
Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada”.
Secondo Luca, diversamente dagli altri sinottici, Gesù si rivolge ai prescelti in modo diretto con il comando: «Andate!». Il carattere categorico del comando di Gesù indica la serietà dell’impegno missionario. È nota nella tradizione biblica l’immagine dell’agnello che pascola con il lupo (cfr. Is 11,6; 65,25); altrove invece l’incompatibilità tra il lupo e l’agnello diventa una metafora per indicare il contrasto tra il peccatore e il pio, con un’allusione forse alla situazione del popolo eletto che dimora tra le genti (Sir 13,17). Qui designa (diversamente da Mt 10,16) la situazione dei missionari indifesi in mezzo a un mondo ostile, che si oppone accanitamente alla evangelizzazione e che cerca di distruggere la comunità cristiana.
Vengono poi riportate tre direttive: la prima riguarda l’equipaggiamento (v. 4), la seconda il comportamento dei discepoli nelle case che li ospitano (vv. 5-7) e la terza il soggiorno nelle città (vv. 8-12).
La proibizione della borsa, della bisaccia e dei sandali, è in sintonia con quanto riferisce Matteo, il quale, dal canto suo, in sintonia con Marco, proibisce anche una seconda tunica (Mt 10,10). Luca invece è in contrasto con Marco, secondo il quale Gesù ha consentito di usare almeno i sandali (Mc 6,8-9); inoltre Luca a proposito dei settantadue non dice nulla del bastone, che è proibito secondo Matteo, ma permesso secondo Marco. È probabile che Matteo e Luca abbiano mantenuto la formulazione più antica, trasmessa dalla fonte Q, in base alla quale era prescritta la rinunzia sia ai sandali, non indispensabili per muoversi in una zona ristretta come la Palestina, sia al bastone (in Luca menzionato solo in riferimento ai Dodici), necessario non solo per il sostegno del corpo ma anche per la propria difesa: in Marco pare che il permesso di portare un bastone e i sandali sia dovuto al fatto che per lui la missione dei Dodici include l’invio postpasquale a tutte le nazioni, impensabile senza un certo equipaggiamento. La missione, per essere efficace, esige la rinuncia a tutti i mezzi terreni. Su questo punto l’evangelista sembra andare al di là del ragionevole, impedendo anche l’uso di quanto poteva sembrare umanamente indispensabile. Se egli segue una linea così rigida, non lo fa certamente per motivi ascetici o perché ritenga cattive le cose di questo mondo. Egli vuole invece affermare che il regno di Dio deve avere la priorità su tutto, e al tempo stesso deve essere e apparire sempre come una realtà attuata non dall’uomo, ma da Dio. Il rischio più grosso è che l’abbondanza dei mezzi riduca la missione a una semplice attività imprenditoriale. Un altro rischio è quello di dare un peso eccessivo al successo: esso è garantito da Dio, ma non deve mai diventare lo scopo della missione, che ha come unica motivazione la fedeltà al progetto di Dio e la comunione con lui.
Luca riporta in proprio anche il divieto di salutare chiunque per la via: data la lunghezza dei convenevoli che avevano luogo in tali circostanze, questa direttiva esprime l’urgenza della missione e la necessità di non perdere tempo.
In qualunque casa entriate, prima dite: «Pace a questa casa!». Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all'altra”.
Vengono poi menzionate, in sintonia con Matteo (Q) le norme riguardanti l’alloggio: entrando in una casa, i discepoli devono presentarsi con il consueto saluto, che è un augurio di «pace» (shalôm); essa andrà a riposare su chiunque è «figlio della pace», cioè su chi è disponibile ad accogliere l’annuncio evangelico. Se il destinatario si chiude alla pace, questa fa ritorno al messaggero.
In sintonia con Matteo e con Marco Gesù prescrive la permanenza in una singola casa: gli ebrei, quando erano in viaggio, cercavano spesso ospitalità, ma soltanto in casa di altri ebrei; non andavano in casa di pagani perché la casa di un pagano era considerata impura. Oppure non andavano in casa di ebrei che non erano pienamente osservanti delle regole della purezza o della impurità riguardo ai generi alimentari. Gesù chiede di essere liberi da tutte queste remore: nella casa dove entrate, che siano pagani o ebrei, osservanti o meno, lì rimanete. Perchè bisogna essere liberi dalle regole per poter liberare dalla Legge.
A questa direttiva Luca aggiunge l’ordine di accettare ogni cibo, cioè di non preoccuparsi se è puro o impuro; inoltre gli inviati devono accontentarsi di quanto verrà loro offerto, senza esigenze particolari, ma anche senza vergognarsi dell’ospitalità, certo onerosa per la famiglia ospitante, ma doverosa, quale ricompensa del lavoro apostolico (cfr. 1Cor 9,14-18).
Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: «È vicino a voi il regno di Dio». Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: «Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino». Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città”.
Queste direttive mettono in luce il carattere pubblico e universale della missione. Riappare la regola di mangiare quello che viene posto dinanzi, che è propria di Luca e costituisce una ripetizione del v. 7a. L’insistenza su questa direttiva (cfr. Mc 7,19c; 1Cor 10,27) deriva come già detto, dalla necessità di superare la distinzione mosaica tra cibi puri e impuri, la cui osservanza renderebbe impossibile la missione tra i gentili. Il missionario ha un duplice incarico, curare gli infermi e annunciare la vicinanza del regno: Luca accentua il rapporto tra l’integrità fisica e la venuta del regno di Dio, perché la salvezza attuata da Gesù si riferisce all’uomo nella sua totalità, senza distinzione tra anima e corpo.
Infine Gesù prospetta ai missionari l’eventualità del rifiuto: questo testo si trova anche in Matteo e Marco nonché nel resoconto lucano dell’invio dei Dodici. Al rifiuto da parte di una città i discepoli devono reagire scuotendo sui responsabili la polvere dei loro piedi. Scuotere la polvere sotto i piedi (non dei sandali, perché i discepoli non indossano calzari) era un gesto simbolico che facevano gli ebrei, quando ritornavano dalla terra pagana, prima di entrare in Israele: scuotevano la polvere dei sandali per non portare neanche un briciolo di terra pagana, di terra impura, nella terra santa. L’evangelista indica che quanti non accolgono questi annunciatori del messaggio, vanno trattati come i pagani. Pagano allora non è chi non crede o chi crede in un’altra religione, ma chi non accoglie, chi non presta aiuto. Chi non riflette nella sua condotta l’amore universale di Dio è un pagano.
La mancata adesione al vangelo comporterà una sorte peggiore di quella toccata alla città di Sodoma, prototipo nell’AT della città maledetta da Dio per i suoi peccati (cfr. Gen 19). Questo annunzio di condanna offre all’evangelista l’occasione per inserire una piccola raccolta di minacce contro le città di Galilea che si erano chiuse al messaggio di Gesù (vv. 13-16): essa è stata forse inserita in questo contesto a motivo della precedente minaccia contro le città che non accolgono gli inviati di Gesù (cfr. v. 12). Matteo la riporta in un altro contesto (cfr. Mt 11,20-23; 10,40).
I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli»”.
Dopo la condanna delle città del lago Luca riporta un brano, assente negli altri due sinottici, in cui si descrive il ritorno dei settantadue discepoli. Ciò che più rallegra gli inviati è la sottomissione dei demoni, cioè la cura degli ammalati. Luca vede la missione essenzialmente come una liberazione dell’uomo dalle forze del male che secondo la mentalità di allora si rendevano palesi nelle malattie. Questa vittoria viene riportata «nel nome di Gesù». Il potere di sottomettere i demoni, affidato espressamente ai Dodici (Lc 9,1), non era stato menzionato nell’invio degli altri settantadue discepoli, ma era implicito in quello di curare gli infermi (cfr. v. 9): per Luca non c’è vera distinzione tra i compiti affidati a questi due gruppi di persone.
In risposta a quanto riferiscono i settantadue discepoli Gesù commenta: «Osservavo satana cadere dal cielo come folgore». La visione della caduta del satana(5) risente del linguaggio apocalittico del tempo: in Is 14,12 la sconfitta del re di Babilonia viene immaginata come la caduta di Lucifero, la stella del mattino. Con questa immagine Gesù dichiara che, con la venuta del regno di Dio, che ha iniziato a esercitare la sua azione mediante la sua opera, le potenze del male sono private del loro dominio sull’umanità. Le espressioni che seguono sono ricavate da Sal 91,13 che era stato citato esplicitamente dal satana in occasione della tentazione di Gesù nel deserto (cfr. Lc 4,10-11). Pur avendo ricevuto tale potere, i discepoli non devono rallegrarsi per questo, ma piuttosto perché i loro nomi sono scritti nei cieli (cfr. Dn 12,1; Fil 4,3; Ap 20,12), cioè ciò che conta non è il risultato dell’azione evangelizzatrice, ma lo spirito con cui è portata a termine.

Note: 1. La parte del brano tra parentesi quadre non è stata inclusa nel brano liturgico. – 2. L’esegesi che segue è liberamente tratta da un articolo pubblicato da P. Alessandro Sacchi su Nicodemo.net.  – 3. La fonte Q o documento Q è un'ipotetica "fonte" (in tedesco Quelle, da cui Q) che si suppone sia stata utilizzata nella composizione dei vangeli sinottici. La versione della “teoria delle fonti” oggi più comunemente proposta per la risoluzione del problema sinottico ipotizza l'esistenza della Fonte Q e sostiene la priorità cronologica tra i sinottici del Vangelo secondo Marco, o, più probabilmente, di una versione di Marco più primitiva rispetto a quella giunta a noi.
Q conterrebbe una raccolta di detti di Gesù, forse trasmessa per via orale, ma che a un certo punto dovrebbe essere stata posta per iscritto. Questa conclusione è basata sul fatto che il materiale di Q è presente in Matteo e in Luca nello stesso ordine, una volta che si tenga conto dell'abitudine di Matteo di riunire il materiale per argomenti, caratteristica che punta alla presenza di una fonte scritta. – 4. Si intende qui la traduzione della Bibbia, dall’ebraico al greco, del II sec. a.C. che la tradizione chiama dei Settanta (LXX in numeri romani). – 5. Il satana, in ebraico, non è un nome proprio di persona, ma un nome comune che indica una attività, quella del pubblico ministero, dell’avversario in un processo. Ha il compito di far risaltare le accuse, la gravità del comportamento: questa è l’azione del satana nell’AT. Infatti il satana era un funzionario della corte persiana – Israele è stata per alcuni secoli sotto il dominio persiano - ed in Persia il re aveva un suo funzionario, che si chiamava "l’occhio del re". Girava per le regioni e guardava il comportamento dei governatori: se uno si comportava bene lo segnalava al re per farlo promuovere, per premiarlo; se uno si comportava male lo segnalava al re per castigarlo, eventualmente anche con la morte. Di conseguenza nel mondo ebraico Dio, che era considerato il re dei re e non poteva essere da meno del re persiano, è rappresentato con una corte e c’è il satana che è l’occhio del re. E’ un funzionario della corte divina (basta leggere il capitolo primo del libro di Giobbe, uno dei più bei testi teatrali dell’antichità, per comprenderlo); normalmente sta in cielo con Dio e ogni tanto fa una incursione sulla terra: il satana era la spia di Dio per scoprire i peccatori e punirli.
Gesù deve far comprendere ai suoi discepoli e a noi che con lui è cambiata la situazione. Che il satana ha perso il lavoro: il ruolo del satana come accusatore degli uomini è finito.

giovedì 23 giugno 2016

Tredicesima Domenica del Tempo Ordinario



XIII Domenica del Tempo Ordinario – Lc 9,51-62

Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé.
Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio.
Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».
A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio».
Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio».

Questo brano segna l’inizio della lunga sezione(1), tipica del vangelo di Luca, in cui si racconta il viaggio di Gesù verso Gerusalemme (Lc 9,51-19,27). Non senza difficoltà la sezione può dividersi in tre parti: il viaggio verso Gerusalemme e il regno di Dio (Lc 9,51-13,21); il regno di Dio sullo sfondo della morte di Gesù (Lc 13,22–18,14); l’imminente destino di Gesù a Gerusalemme (Lc 18,15–19,27).
Nella prima parte l’evangelista mette a fuoco il rapporto che intercorre tra questo viaggio e l’avvento del regno di Dio. Il testo liturgico si apre con un versetto che funge da introduzione a tutta la sezione; ad esso fa seguito il racconto di un episodio increscioso: un villaggio samaritano si rifiuta di dare ospitalità a Gesù e ai suoi discepoli; conclude il testo una serie di detti riguardanti la sequela.
“Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé”.
La frase, tradotta letteralmente suona così: «Ora, avvenne che, compiendosi i giorni della sua assunzione (analêmpsis), egli rese duro il suo volto per andare a Gerusalemme». Il compimento dei giorni significa nel linguaggio apocalittico che il tempo dell’attesa sta per finire e che l’evento escatologico è ormai imminente. Qui non si tratta direttamente della fine dei tempi, ma dell’evento che dovrà concludere la vita terrena di Gesù, visto però nella prospettiva del compimento finale. Esso è designato con il termine analêmpsis («assunzione»), che deriva dal verbo analambanein («elevare»); esso evoca il rapimento di Elia in cielo su un carro di fuoco (cfr. 2Re 2,11-12) ed è usato da Luca per designare l’ascensione di Gesù in cielo (cfr. At 1,2.11.22). In questo contesto però esso indica, come il termine exodos nel racconto della trasfigurazione (cfr. Lc 9,31), non soltanto l’ascensione di Gesù, ma tutti gli eventi che l’hanno preceduta (passione, morte e risurrezione), cioè l’intera fase conclusiva della missione affidatagli dal Padre. L’espressione semitica «rese duro (estêrisen) il suo volto», esprime la risolutezza nell’affrontare una decisione molto impegnativa. In essa è implicita l’idea di una grande difficoltà da superare. Gesù intraprende il suo cammino verso Gerusalemme, che per Luca rappresenta il centro della salvezza, dove lo aspettano sofferenze e morte. Egli affronta questa svolta con la stessa consapevolezza e la stessa determinazione che avevano caratterizzato il “Servo sofferente del Signore”, il quale aveva affermato: «Il Signore mi assiste, per questo non resto confuso, per questo rendo la mia faccia dura come una pietra, sapendo di non restare deluso» (Is 50,7; cfr. Ez 3,8-9).
La decisione di recarsi a Gerusalemme è seguita da una scelta operativa: Gesù «mandò messaggeri davanti al suo volto». Di per sé si tratta semplicemente di discepoli incaricati di preparare il pernottamento del gruppo. La frase usata richiama però Ml 3,1 dove si si riferisce all’angelo inviato da JHWH a preparare la sua venuta nel tempio di Gerusalemme: l’evangelista legge perciò questo incarico come l’invio di messaggeri ufficiali davanti al Messia per preparargli la strada verso Gerusalemme, dove avrebbe portato a termine la sua missione (cfr Lc 10,1).
Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme”.
Il versetto che apre la sezione del viaggio verso Gerusalemme mette l’accento sulla decisione libera e volontaria con cui Gesù affronta le ultime fasi della sua vita terrena. Proprio perché si reca liberamente a Gerusalemme per affrontare il confronto finale con i suoi avversari, Gesù può impartire ai suoi discepoli tutta una serie di insegnamenti che dovranno mutare radicalmente la loro vita. Il primo di questi emerge dalla semplice scelta di passare attraverso una regione abitata da un popolo che, pur avendo legami di sangue con i giudei, era da essi considerato alla stregua dei gentili. In questo itinerario è significata la sua volontà di non confinare il suo annunzio negli stretti confini di Israele ma di farlo giungere a tutta l’umanità. Anche se Gesù non ha predicato in Samaria, Luca mette in risalto come egli, per giungere alla sua meta finale, non abbia esitato a passare per il loro territorio.
I samaritani erano nemici tradizionali dei giudei e spesso ne ostacolavano il passaggio nella loro regione. Per questo i pellegrini galilei, diretti a Gerusalemme, preferivano percorrere la strada più lunga, attraverso la Perea. Dal contesto però risulta una diversa connotazione: gli abitanti del villaggio samaritano negano l’ospitalità a Gesù in quanto Messia, che si reca a Gerusalemme per portare a compimento la sua «assunzione». Il loro rifiuto si pone dunque sullo stesso piano di quello opposto a Gesù dai nazaretani(2) (cfr. Lc 4,14-30).
“Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio”.
Coloro che prendono posizione sono i due figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni (nominati secondo l’ordine più arcaico), che erano probabilmente gli stessi messaggeri inviati da Gesù. Essi gli chiedono di poter invocare dal cielo la discesa di un fuoco che divori gli abitanti di quel villaggio. Questa richiesta evoca quanto Elia aveva fatto con i messaggeri del re Acazia (2Re 1,10.12). È chiaro che i due discepoli consideravano il torto fatto al loro Maestro come un’offesa a Dio. Gesù però non acconsente alla loro richiesta, anzi li rimprovera per il loro zelo indiscreto e si reca in un altro villaggio. Il verbo «rimproverare» (epetimaô, che significa anche minacciare) indica altrove le minacce fatte da Gesù ai demoni; Marco dal canto suo se ne serve per designare lo scambio di rimproveri tra Pietro e Gesù dopo il primo annunzio della passione (Mc 8,32.33). Anche i due discepoli sono rimproverati perché, come Pietro, si oppongono al cammino di Gesù sulla via della sofferenza e praticamente gli suggeriscono, come aveva fatto il diavolo nell’episodio della tentazione, una messianicità basata sull’esercizio del potere(3).
Dopo l’episodio dei samaritani Luca inserisce tre detti in origine isolati riguardanti la sequela. Almeno i primi due si trovavano già abbinati nella fonte Q, in quanto Matteo li riporta nella sezione che fa seguito al discorso della montagna (Mt 8,18-22). Collocandoli nel contesto del grande itinerario verso Gerusalemme, Luca intende far comprendere che le scelte radicali del Maestro non possono non avere ripercussioni sulla vita dei discepoli.
Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo»”.
Anzitutto si presenta a Gesù un tale (secondo Mt 8,19 è uno scriba) il quale manifesta la ferma decisione di seguirlo dovunque egli vada. La risposta di Gesù ha l’impronta di una sentenza sapienziale: prima di decidersi a seguire Gesù l’interlocutore deve riflettere seriamente, perché si tratta di una scelta che implica privazioni, rischi, mancanza di sicurezze terrene. Una vita comoda e tranquilla non si addice a chi intende mettersi al suo seguito.
A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio»”.
Nel secondo caso è Gesù che si rivolge un altro personaggio con l’invito: «Seguimi!». Secondo Mt 8,21 si trattava invece di uno che era già suo discepolo e gli chiedeva di andare a seppellire suo padre. È chiaro che, ritoccando il testo originario, Luca vuol far comprendere che la chiamata dei discepoli dipende esclusivamente dall’iniziativa di Gesù. Secondo Luca colui che è stato chiamato in modo inatteso e imprevisto accetta, ma chiede di poter andare prima a seppellire suo padre. Ciò implicava nella società ebraica non solo il compito di adempiere a tutti i doveri connessi con la sepoltura del padre, ma anche di assisterlo nell’ultimo periodo della sua vita. Tutte queste incombenze erano rese obbligatorie dal quarto comandamento, che prescrive di onorare il padre e la madre. Ma Gesù risponde: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu vai e annunzia il regno di Dio». Mettendosi al seguito di Gesù il discepolo ha scelto la «vita» e non deve più immischiarsi in faccende che riguardano coloro che sono ancora spiritualmente «morti». Gesù considera quindi la sequela come un impegno talmente decisivo e radicale da far passare in secondo ordine persino gli obblighi più importanti e i legami familiari più stretti.
Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio»”.
Il terzo logion, omesso da Matteo, riguarda un tale che prendendo lui stesso l’iniziativa si rivolge a Gesù chiamandolo con il titolo onorifico di «Signore», che sarà usato correntemente dalla comunità primitiva. Egli si impegna a seguirlo, ma prima chiede di potersi accomiatare da quelli di casa sua. Questo episodio è analogo alla chiamata di Eliseo da parte di Elia. Ma mentre Eliseo ottiene da Elia il consenso d’andare a congedarsi dai suoi (cfr. 1Re 19,19-21), Gesù non lo permette. L’urgenza del regno di Dio non ammette lentezze e ripensamenti, ma esige un cammino deciso e rettilineo. L’aratore che si volta indietro si distrae e non può tracciare solchi dritti nel suo campo. Così chi si lascia distrarre dagli interessi terreni non può entrare nel regno di Dio.

Note: 1. La presente esegesi è liberamente tratta da un articolo di P. Alessandro Sacchi pubblicato su Nicodemo.net. – 2. Il fatto che i samaritani rifiutino Gesù si pone sulla linea del comportamento adottato dai giudei, rappresentati dagli abitanti di Nazaret (cfr. Lc 4,14-30). Non solo i giudei, ma anche i samaritani rifiutano Gesù. Tuttavia anche a proposito di costoro Luca non intende generalizzare. Egli infatti parla in senso positivo dei samaritani in altre due punti del suo vangelo, cioè nella parabola del buon samaritano (Lc 10,29-37) e nel racconto della guarigione dei dieci lebbrosi, di cui uno solo, un samaritano, torna a ringraziare Gesù (Lc 17,11-19). L’evangelista in qualche modo si riallaccia alla tradizione giovannea, secondo la quale Gesù, dopo l’incontro con la samaritana, ha predicato con grande successo in Samaria (Gv 4). È probabile che sia Luca che Giovanni abbiano voluto far risalire all’iniziativa di Gesù il successo riportato tra i samaritani dai primi missionari della chiesa (cfr. At 8,5-25). – 3. Rifiutando di punire i samaritani con il fuoco, Gesù esclude totalmente la violenza dal suo programma. La violenza, di qualunque tipo essa sia, è la negazione più radicale delle sue scelte e dei suoi insegnamenti. Se avesse adottato la violenza nei confronti dei suoi oppositori avrebbe dovuto lottare con le armi per evitare la condanna e la morte. Questo era forse quanto si aspettavano da lui almeno alcuni dei suoi discepoli. Per tutti costoro la rinunzia alla violenza doveva determinare un profondo cambiamento di prospettive. A quelli che lo seguono Gesù non promette il potere o un’esistenza agiata e tranquilla, ma richiede di condividere la sua vita contrassegnata da privazioni, rifiuti, sofferenze. Come condizione per aggregarsi a lui essi devono anzitutto distaccarsi radicalmente dalla propria famiglia e dalle sicurezze che essa comporta per mettersi con Gesù al servizio di tutti, in vista di una salvezza che non è tale se non è veramente universale.

lunedì 13 giugno 2016

Dodicesima Domenica del Tempo Ordinario



XII Domenica del Tempo Ordinario – Lc 9,18-24

Un giorno, mentre Gesù si trovava in un luogo appartato a pregare e i discepoli erano con lui, pose loro questa domanda: «Chi sono io secondo la gente?». Essi risposero: «Per alcuni Giovanni il Battista, per altri Elia, per altri uno degli antichi profeti che è risorto». Allora domandò: «Ma voi chi dite che io sia?». Pietro, prendendo la parola, rispose: «Il Cristo di Dio». Egli allora ordinò loro severamente di non riferirlo a nessuno.
«Il Figlio dell'uomo, disse, deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, esser messo a morte e risorgere il terzo giorno».
Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua.
Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà.

Nel brano che precede (quello detto “della moltiplicazione dei pani”) Gesù ha tenuto una grande lezione di condivisione; ora Gesù vuole capire se chi lo segue ha recepito il suo insegnamento, per questo cerca di fare un primo bilancio degli insegnamenti ricevuti dai discepoli.
Un giorno, mentre Gesù si trovava in un luogo appartato a pregare e i discepoli erano con lui, pose loro questa domanda: «Chi sono io secondo la gente?». Essi risposero: «Per alcuni Giovanni il Battista, per altri Elia, per altri uno degli antichi profeti che è risorto»”.
No, le cose non vanno bene: nelle risposte dei suoi seguaci, Gesù viene identificato solo con personaggi del passato o comunque in linea con la tradizione giudaica: Giovanni Battista, in quanto si credeva che i martiri sarebbero subito risorti; il profeta Elia, il cui ritorno era stato previsto dal profeta Malachia per preparare la strada al Messia; oppure uno dei profeti, continuatori dell’opera di Mosè, come lo stesso Mosè aveva annunziato.
Gesù cerca di approfondire, vuole sapere il parere dei discepoli, ma la risposta è profondamente deludente: “Allora domandò: «Ma voi chi dite che io sia?». Pietro, prendendo la parola, rispose: «Il Cristo di Dio». Egli allora ordinò loro severamente di non riferirlo a nessuno”.
C’è da farsi cadere le braccia; Pietro(1), il discepolo testardo sempre legato a filo doppio con la tradizione, lo indica come “Il Cristo di Dio”, l’unto del Signore, l’appellativo dei re di Giuda al momento della loro intronizzazione. Come al solito Pietro non ha capito nulla ed è rimasto ancora quello che è sempre stato: il discepolo del Battista, l’ultimo profeta dell’AT.
Gli altri discepoli non reagiscono, non condannano, non si intromettono. Anche loro accettano questa definizione di Gesù, hanno ancora la speranza che Gesù vada a Gerusalemme a conquistare il potere e a spartirlo con loro. Per questo Gesù impone il silenzio, per evitare che anche lui sia incasellato dal popolo e dai sacerdoti nel novero dei numerosi falsi Meshà che erano sorti in quell’inizio di secolo.
«Il Figlio dell'uomo, disse, deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, esser messo a morte e risorgere il terzo giorno»”.
Altro che prendere il potere! Gesù avverte i discepoli che il suo cammino non conduce al trionfo ed alla vittoria, ma che il suo destino è quello di essere messo a morte dal Sinedrio, massimo organo giuridico di Israele, composto dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi. Ma, aggiunge, risorgerà il terzo giorno.
Luca non riporta, come invece fa Marco, la reazione di Pietro e dei discepoli, che sembrano non reagire, anzi scompaiono dalla scena. Non vi sono commenti nemmeno alla profezia della risurrezione.
Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà”.
Gesù, a questo punto, passa ad indicare le condizioni per seguirlo; deve chiarire le idee ai suoi discepoli. Lo ha già fatto altre volte, ma ripetersi è necessario. Per farlo usa un’espressione “prendere la croce” che è stata spesso fraintesa.
Il valore che ad essa è stato attribuito è quello di accettare le tribolazioni che s’incontrano nella vita o, peggio, quelle che verrebbero inviate da Dio per metterci alla prova(2); ma non era questo il significato che i lettori di Luca, 2000 anni fa, attribuivano a questo scritto; per essi il senso che Gesù voleva attribuirvi era chiaro e risiedeva nei ricordi ancora freschi dei 500 crocifissi al giorno con i quali i Romani avevano soffocato nel sangue la rivolta del 70 d.C. Per questo è necessario recuperare l’autentico significato della parola “croce” nei vangeli.
Più che un sistema di esecuzione capitale, la condanna alla croce era un’atroce e crudele tortura che lentamente conduceva alla morte. Forse è per l’orrore che suscitava, che non si ha nessuna descrizione dettagliata di questo supplizio, da parte degli storici dell’epoca.
È dunque all’orrore di questa condanna, che veniva inflitta esclusivamente ai rifiuti della società, ai maledetti da Dio, come li definisce il Libro del Deuteronomio (21, 22-23), che Gesù si riferisce con il suo invito a caricarsi della croce; per un ebreo subire questa condanna voleva dire prima di tutto che Dio l’aveva permessa e quindi il condannato era certamente un essere ignobile, un reietto, un maledetto, un disprezzato, un rifiuto della società. Caricarsi della croce vuol dire quindi accettare di perdere la propria reputazione, di essere maledetto, disprezzato, di essere considerato l’ultimo cane immondo di Israele. Gesù non offre titoli, privilegi, posti onorifici a coloro che intendono seguirlo: li avverte che se non arrivano ad accettare che la società, civile e religiosa, li consideri come reietti, li dichiari gente indesiderabile, è meglio che rinuncino a seguirlo.
Gesù ponendo le condizioni per essere suoi discepoli non invoca l’autorità divina (“o fate così o sarete puniti”), non si appella a un decreto divino, ma l’unica cosa che fa è confididare nella razionalità degli esseri umani: infatti Gesù parla di perdere la vita, o di mettere in salvo la vita, qualcosa che tutti possiamo comprendere appieno.
C’è un concetto di salvezza che può essere legato alla sicurezza fisica: evitare in qualunque modo la morte e far sì che questa sicurezza possa poi essere sostenuta da una serie di gratificazioni nel campo economico, politico o sociale. Per alcune persone la salvezza è questo: allontanare il più possibile dalla vita la morte fisica e far sì che questo campare possa essere nel modo più possibile prestigioso ed esaltante. Però chi pensa e ragiona in questa maniera, in fondo non è libero, perché ha una enorme paura che qualcuno gli possa togliere quel prestigio, quel ruolo che è riuscito a costruirsi, o che gli prenda un colpo e crepi; vive con questa angoscia che gli possa succedere qualcosa, che qualcuno lo possa minacciare dicendogli: «Ti posso togliere la vita».
Non è perciò libero di dire quello che pensa, di manifestare quello che ha dentro e di impegnarsi verso una causa precisa perché sarà sempre in balia di quelli che dicono: «Guarda, questo non mi piace, sta zitto. Questo non lo puoi dire, altrimenti noi ti destituiamo dal tuo posto o ti possiamo togliere la vita fisica».
Gesù parte da questo presupposto “chi vuol mettere la sua vita in salvo, in questa maniera la perde”, perché vive sempre con questa paura, per lo meno con questa tensione che qualcosa, qualcuno gliela possa togliere; vive una vita infame.
Gesù vuole farci entrare in un concetto di salvezza molto più profondo di quello descritto finora; la salvezza che propone Gesù deriva dalla capacità di perdere la propria vita a causa del vangelo. Perdere la vita significa, in questo caso, attuare le condizioni che Gesù ha posto: rinnegare sé stesso e caricarsi la propria croce. Gesù ci ha insegnato che – mediante la capacità di mettersi al servizio degli altri, di non sfruttare gli altri, di non dominarli, di non avere nessuna paura di perdere la propria faccia per portare fino in fondo questo impegno di lealtà e di manifestare l’amore che Dio ha manifestato in Gesù - io dimostro di essere una persona veramente libera, perché la morte di per sé non mi fa paura. Nessuno mi può togliere quella vita, che già nasce da questa mia apertura alla vita stessa che Gesù mi ha comunicato, dando lui stesso la sua vita per me. È un discorso che Gesù presenta come un gioco: mettere in salvo, perdere per mettere in salvo.
Tante volte, nella teologia, si dice che Gesù è venuto a salvarci per potere andare in paradiso, ma non è proprio così il discorso. Se uno pensa che Gesù sia venuto per portarci una salvezza che comporti poi l’accesso diretto al paradiso, si sbaglia.
Questa non è la salvezza di Gesù. Se voi prendete il vangelo di Marco, quando quel giovane ricco va a chiedere a Gesù “Che cosa devo fare per avere la vita eterna?” (cfr. Mc 10,17-22). Gesù dice: “Ci sono i comandamenti, perché lo chiedi a me?”. “Quali?” chiede il ricco. E Gesù gli fa una lista dei comandamenti dove gli impegni nei confronti di Dio sono completamente assenti, ma gli impegni con il prossimo sono ben chiari.
Gesù dice in buona sostanza “se tu ti impegni a favore del prossimo, questa vita la possiedi già, anche se non credi in Dio” perchè Gesù non ha nominato Dio in questo elenco di comandamenti ricordati al giovane ricco.
Gesù sta dicendo che la salvezza che vuole dare, già la si sperimenta in questa vita. Non si deve aspettare dopo la morte per dire: sono in paradiso, ma già qui, mentre vivo, sento una qualità di vita che mi rende completamente diverso, che mi fa apprezzare fino in fondo tutto quello che passa per le mie mani, tutto quello che incontro nella mia vita. La vita non è una “valle di lacrime”(3), ma il posto dove iniziare a vivere felici, nonostante i problemi, le difficoltà ed i dolori(4).
Arrivato il momento della morte, questa morte non sarà altro che un passaggio verso una dimensione ancora più grande di questa pienezza che sto vivendo.

Note: 1. Per questo Simone è qui chiamato dall’evangelista solo con il suo soprannome. – 2. Affermazione blasfema in quanto presuppone un dio che gode delle sofferenze degli uomini. Questo contraddice tutte le affermazioni di Gesù che presenta Dio come un Padre misericordioso. – 3. Questo concetto non è cristiano ma è stato assorbito dalla filosofia greca, in particolare dalla filosofia cinica e neoplatonica. – 4. Bisogna stare attenti perché la mancanza di questa sensazione di pienezza, di serenità, di felicità nonostante tutto, deve suonare come un campanello d’allarme: esaminando bene la mia vita potrei scoprire che, sia pure agendo con le migliori intenzioni, potrei avere sbagliato strada. Un esempio, anche se banale: con l’intenzione di aiutare i bisognosi, faccio una bella donazione ad un istituto benefico e penso di avere risolto il problema. Non è vero, non ho pensato che è il contatto umano, il dono di se, il donare ma anche il ricevere durante il rapporto con l’altro, che genera la pienezza della vita. Ecco perché anche chi non ha nulla è in grado di aiutare donando se stesso a chi ha bisogno non solo di aiuto economico ma anche di comprensione e di affetto. E la condivisione dei problemi scaccia la solitudine e genera serenità.