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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


martedì 18 ottobre 2016

Trentesima Domenica del Tempo Ordinario



XXX Domenica del Tempo Ordinario – Lc 18,9-14
Disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l'intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo». Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». Io vi dico: questi, a differenza dell'altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Gesù in questa parabola si rifà alla dottrina farisaica del merito: secondo la religione l’uomo deve meritare l’amore di Dio o, in caso contrario, merita il castigo di Dio. Ricordate che prima del Concilio c’era una preghiera che si recitava quando ci si andava a confessare, l’atto di dolore; diceva: “ho meritato i tuoi castighi”. Quella preghiera non era cristiana, si rifaceva esattamente alla tradizione farisaica. Sono più di trenta anni che quella preghiera è stata mandata in pensione e ci sono ben 8 formule che sostituiscono l’atto di dolore. Nell’atto di dolore non era mai nominato Gesù Cristo, ci avete fatto caso? Non è nominato lo Spirito Santo ed ha una immagine di Dio che non corrisponde a quella dei Vangeli.
“Ho meritato i vostri castighi”: trovatemi una sola riga nei Vangeli dove si parla che Dio castiga i peccatori. L’unica volta che nei Vangeli si parla dell’ira di Dio, ira di Gesù, non è verso i peccatori: è verso i farisei, la categoria che vedremo ora.
"Disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l'intima presunzione di essere giusti…". Chi sono queste persone che sono intimamente persuase di essere giuste? Sono quelle persone che attraverso l’osservanza delle regole, delle prescrizioni e dei comandamenti si sentono a posto con Dio. ".. e disprezzavano gli altri": questa è, purtroppo una caratteristica delle persone religiose. Non esistono al mondo persone dure e spietate come le persone religiose. Chi si sente a posto con Dio, si sente in grado, come Dio, di giudicare e di condannare gli altri.
"Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo…". Abbiamo visto che il termine fariseo significa separato: separato da cosa? I farisei avevano estrapolato dalla legislazione di Mosè ben 365 proibizioni e 248 comandi, per un totale di 1521 regole da osservare quotidianamente. Era quindi una vita complicata, con mille attenzioni per non diventare impuri, attenzione a recitare una determinata preghiera in un determinato momento: la loro vita era scandita dalla preghiera, dal momento in cui aprivano gli occhi fino al momento in cui andavano a dormire. La gente comune invece, dovendo lavorare o badare alla famiglia, non poteva vivere in questa maniera: per questo loro erano separati dalla gente e godevano fama di grande santità.
“…e l'altro pubblicano.” Il pubblicano è il personaggio rappresentativo di una categoria di persone che anche volendo non può cambiare vita. E’ un impuro, quindi è un condannato e non c’è per lui nessuna speranza di salvezza.
Abbiamo quindi la persona pia che attraverso le sue pratiche si sente a posto con Dio e la persona che per quanto potrà fare, ormai ha un marchio indelebile: è un condannato, perché i pubblicani erano gli esattori delle tasse che ricevevano in appalto la riscossione dei dazi e poi erano liberi di imporre le tasse che volevano: erano quindi dei ladri di professione. Secondo la legge ebraica, per essere perdonati del reato del furto dovevano restituire quello che avevano rubato più quattro volte tanto: ma dove andavano a trovare tutte quelle persone che avevano derubato, avendole viste magari una sola volta nella vita? Quindi rimanevano condannati per sempre.
Nella figura del pubblicano l’evangelista sta rappresentando un individuo che vive una situazione di condanna da parte della religione, riprovata dalla società, una situazione dalla quale non può più uscire. Eppure anche lui sale al tempio.
"Il fariseo, stando in piedi, pregava…" e l’evangelista adopera il termine "…verso sé stesso". Lui non prega Dio, ma si sbrodola addosso tutte le sue devozioni, tutta la sua pietà. Sembra che si metta alla presenza del Signore, ma non fa altro che sfoggiare la propria santità.
Gesù si è rivolto a questa categoria dei farisei con il termine “ipocrita” che non aveva allora il significato morale che in seguito ha assunto; l’ipocrita è l’attore di teatro.
A quell’epoca gli attori recitavano con una maschera sul volto, che non esprimeva il loro viso, ma quello della funzione che essi rappresentavano. Gesù  chiama i farisei teatranti, commedianti. Non ci sono al mondo posti che favoriscono la teatralità come i luoghi molto religiosi. Lo diceva già il Talmud, il libro sacro degli ebrei: al mondo ci sono 10 porzioni di ipocrisia (cioè di commedia) e 9 si trovano a Gerusalemme, la città santa.
Il luogo sacro, lo spazio sacro è il luogo del teatro, dove queste persone fingono un atteggiamento che in realtà non hanno nella propria esistenza. Sfoggiano una santità che non corrisponde la marciume che hanno dentro. Quindi per i farisei il tempio è un teatro dove sfoggiano le devozioni.
Prega verso sé stesso; non si rivolge a Dio, ma non fa altro che vantarsi: come abbiamo visto, il puntare il dito sugli altri è tipico delle persone religiose che si sentono tanto a posto con Dio. C’è una esperienza che credo tutti quanti abbiamo fatto o vi auguro di fare: è quella di cadere, prima o poi, nel peccato che mai avreste immaginato di commettere. E’ un momento di grazia straordinario. Quando uno cade in un peccato che mai avrebbe immaginato in vita sua di commettere, sapete qual’è l’effetto? Smetterà di puntare il dito.
A me non potrà mai succedere! Io condannavo, io indicavo l’altro con il dito puntato, ma quando sbattiamo il muso sulle nostre infedeltà, sulla nostra pochezza, la conseguenza positiva è che ci si dilata il cuore. Anche S. Francesco, quando lo chiamavano santo, diceva: state zitti, non sapete che sarei capace, io, adesso, in questo momento di andare con le prostitute?
"O Dio ti ringrazio": per che cosa lo ringrazia? ".. perché non sono come gli altri uomini", infatti lui è separato, "sono rapaci, ingiusti e adulteri". Ecco la sue lode al Signore. Sta tutto il giorno con il naso sulla Bibbia, però non ha capito niente. Se avesse letto certi passi del profeta Isaia starebbe zitto. Uno dei passi più tremendi del profeta Isaia(1), che bisognerebbe scrivere all’ingresso delle nostre chiese e recitare prima delle nostre liturgie dice: ".. quando venite a presentarvi a me, chi richiede a voi che veniate a calpestare i miei atri?" Perché non state a casa, che venite a fare qua? "Quando stendete le mani, io allontano gli occhi da voi". Alè, le nostre preghiere! Vieni Signore… e Lui guarda da un’altra parte. Lo Spirito Santo non viene quando alziamo le mani al cielo, ma quando le abbassiamo per servire gli altri. "Anche se moltiplicate le preghiere, io non le ascolto" e Gesù, rifacendosi proprio a queste parole dice: "…quando pregate, non moltiplicate le parole, perché Dio sa ciò di cui avete bisogno ancor prima che glielo chiediate" e noi abbiamo inventato le litanie ed il rosario: pazzesco.
Quest’uomo ringrazia il Signore per tutte le cose che il Signore non gli ha mai chiesto. Nulla di quello di cui lui ringrazia il Signore, è rivolto verso gli altri, ma accusa gli altri di essere rapaci, ingiusti e adulteri. Qui è l’ironia dell’evangelista, perché sono proprio i farisei che Gesù ha accusato di essere rapaci, di essere ingiusti e di essere adulteri. L’adulterio nella Bibbia non significa tanto il tradimento coniugale, ma sopratutto l’adorazione di altre divinità. Lui nel tempio non sta adorando Dio, sta adorando sé stesso: ha messo sé stesso al posto di Dio. ".. e neanche come questo pubblicano". Adesso il fariseo è veramente soddisfatto. Un abisso separa quell’essere immondo dalla sua santità ed ecco che elenca i suoi meriti.
"…digiuno due volte la settimana…": e chi te l’ha chiesto? Il digiuno in Israele era previsto un solo giorno all’anno, nel giorno del perdono, lo Yom Kippur.
Conoscete tutti l’espressione: capro espiatorio; deriva da una cerimonia ebraica, quella dello Yom Kippur: un giorno all’anno il sommo sacerdote imponeva le mani su un caprone che significava scaricare tutti i peccati degli ebrei su questo caprone che veniva spedito nel deserto dove naturalmente andava incontro alla morte. In quel giorno si faceva il digiuno, ma ai farisei questo non bastava e per distinguersi dagli altri digiunavano due giorni la settimana: il lunedì, in ricordo della salita di Mosè sul monte Sinài e il giovedì in ricordo della discesa(2); quindi "…digiuno due volte la settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo". Era previsto il pagamento delle decime su certi generi alimentari, ma loro per essere sicuri la pagavano su tutto. Non si vanta di nulla che sia una azione positiva nei confronti dell’altro: solo digiuno e pago le decime.
Sempre Isaia invece, nel brano a cui prima abbiamo accennato dice: "smettete di presentare offerte inutili": chi vi ha chiesto queste cose?
Dobiamo andare a leggere Saulo, un fanatico fariseo che poi sarà chiamato Paolo. Paolo dice: “io quand’ero fariseo ero imbattibile, nessuno mi superava nella osservanza. Quando poi ho incontrato Gesù, tutto quello che prima per me aveva un valore - e qui usa un termine particolarmente crudo – l’ho considerata merda(3)”. Paolo è volutamente provocatorio; sempre Paolo, nella lettera ai Colossesi(4), parlando di tutte le pratiche religiose, i digiuni, le preghiere, le devozioni, i sacrifici, le mortificazioni, tutte queste che cadenzavano la vita della persona religiosa, arriva a dire: “attenti, queste cose hanno una parvenza di sapienza, con la loro falsa religiosità, umiltà e mortificazione del corpo, ma in realtà non hanno altro valore, se non quello di soddisfare il proprio io”.
E’ tremendo quello che dice Paolo: lui questo l’ha sperimentato. Vuol dire che tutte queste pratiche religiose innanzitutto sono inutili perché non fanno altro che alimentare il proprio io, il proprio egocentrismo: facendo queste pratiche ti senti a posto con Dio. Sei sazio di te stesso e quindi sei sazio del niente: Paolo quindi ritiene tutte queste cose nocive. Ebbene il fariseo si vanta, offre al Signore quello che il Signore non richiede, quello che è nocivo.
Vediamo ora l’altro personaggio. "Il pubblicano invece, fermatosi a distanza,…", il primo stava davanti, in piedi, invece il pubblicano neanche osa quasi entrare, stava lontano: "non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo:…" ed è importante quello che dice quest’uomo, che esprime una fede straordinaria "…«O Dio, abbi pietà di me peccatore».". Dio tu vedi la mia situazione, non posso cambiarla, non ho la possibilità di cambiare vita, ma tu, la tua misericordia, la puoi dimostrare pure a me anche se non cambio vita? E’ questo lo sconcerto che c’è nei Vangeli! Avete mai visto che Gesù, pur accogliendo e perdonando i pubblicani, non invita mai a cambiare mestiere? Quando Gesù, nel vangelo di Luca, perdona, cancella i peccati della prostituta, c’è qualcosa che manca: smettila di fare questo mestiere.
Su queste parole lancio una ipotesi di riflessione: è possibile vivere una vita che la religione considera immorale e nello stesso tempo essere graditi a Dio? Questa è la grande incognita che c’è nei Vangeli!
Gesù dimostra il suo amore a questa persona, in questo caso il pubblicano, ma senza chiedergli di cambiare vita: perché? Perché non possono cambiare vita. Vivono una situazione tale che da questa non possono più tornare indietro. Allora queste persone sono dannate per sempre? Sono condannate per sempre o, come osa il pubblicano (è Gesù che mette queste parole in bocca al pubblicano e qui Gesù vuol far capire che c’è una speranza anche per queste persone) Signore, sono disgraziato, vedi che vita faccio, vedi che sono immerso fino al collo nel peccato, puoi dimostrare misericordia pure a me, oppure mi devo considerare un maledetto da Dio?
Quella del pubblicano non è una espressione di umiltà, ma lui dichiara apertamente qual’è la sua condizione. Io vivo completamente nel peccato, indietro non posso tornare perché nessuno mi può togliere questo marchio infame, ebbene, dimostrami, pur in questo peccato, la tua misericordia.
Quello che dice Gesù è il linea con la grandissima spiritualità, quel filone alto, che a volte è intermittente, ma che è sempre continuo e accompagna l’Antico Testamento. C’è un salmo, che conoscete tutti, il salmo 22, Il Signore è il mio pastore, dove c’è una espressione di fede incredibile. Il salmista dice: "anche se andassi nella valle della morte", cioè nello Sheol, nel regno dei morti, io so che tu mi vuoi tanto bene, mi sei fedele "che anche li sei con me".
Il salmista sta dicendo qualcosa di sconcertante: potremo tradurre, in termini moderni per comprendere, io so che tu mi ami tanto e so che tu mi vuoi tanto bene che io sono certo che se anche finisco all’inferno(5), tu vieni all’inferno con me. Pensate che fede! L’uomo che sa che in qualunque situazione non verrà mai abbandonato da Dio. E’ quello che il pubblicano, il peccatore sta chiedendo al Signore. Vivo nel peccato: mi puoi mostrare la tua misericordia anche vivendo nel peccato? Ed ecco la sentenza, scandalosa, sconcertante di Gesù: "Io vi dico: questi, a differenza dell'altro, tornò a casa sua giustificato,…”
Che colpa ha il fariseo per non essere perdonato? Che meriti ha il pubblicano per essere perdonato? "perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato»". Qui l’evangelista presenta due individui che stanno tutti e due in una condizione di chiusura a Dio: il fariseo perché è tutto incentrato su se stesso, il pubblicano perché vive una vita di peccato, ma soltanto il pubblicano è colui che se ne rende conto e chiede al Signore la sua misericordia.

Note: 1. Is 1,12-15 "Quando venite a presentarvi a me, chi richiede a voi che veniate a calpestare i miei atri? Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me; noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare delitto e solennità. I vostri noviluni e le vostre feste io detesto, sono per me un peso, sono stanco di sopportarli. Quando stendete le mani io allontano gli occhi da voi. Anche se moltiplicate le preghiere non le ascolto. Le vostre mani grondano sangue”. – 2. Da notare che, nel vangelo di Luca, sono proprio questi i due giorni in cui Gesù è invitato a pranzo dai farisei! – 3. Anche se i traduttori hanno sempre delle pruderie e traducono con spazzatura,  in greco la parola è skibala, che significa merda. Qualcuno un po’ più osè traduce con escrementi. – 4. Col 2,23 "Queste cose hanno una parvenza di sapienza, con la loro affettata religiosità ed umiltà e austerità riguardo al corpo, ma in realtà non servono che per soddisfare la carne". – 5. All’epoca di Gesù non si era ancora concepito l’inferno che sarà un prodotto teologico del V-VI secolo d. C. Il concetto di inferno non esiste nei vangeli.

lunedì 10 ottobre 2016

Ventinovesima Domenica del Tempo Ordinario



XXIX Domenica del Tempo Ordinario – Lc 18,1-8

Diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c'era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: «Fammi giustizia contro il mio avversario». Per un po' di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: «Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi»». E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

Nel capitolo(1) 18 del vangelo di Luca, l’autore conclude il lungo insegnamento sulla fede, che aveva iniziato nel capitolo precedente con la richiesta dei discepoli a Gesù “Accresci la nostra fede”. Ma la fede non dipende da Dio darla, accrescerla o meno, la fede è la risposta degli uomini al dono d’amore che Dio dà a tutti, come si è visto molto bene nell’episodio del lebbroso samaritano: lui è l’unico che torna indietro a rispondere, a ringraziare del dono della vita, e solo per lui si parla di fede.
Ebbene, nel brano che adesso vediamo si conclude questo lungo insegnamento sulla fede. Rischiamo di essere fuorviati dal primo versetto che leggiamo, e comprendere che questo sia un insegnamento sulla preghiera; in realtà non è un insegnamento sulla preghiera, ma è l’assicurazione del compimento della giustizia nella società umana. Il fine di questo brano, che adesso vediamo, è la giustizia e il mezzo è la preghiera.
“Diceva loro…”, Gesù si rivolge ai discepoli, che, vi ricordo, avevano chiesto “Accresci la nostra fede”, “…una parabola sulla necessità di pregare sempre…”, quindi pregare con perseveranza, “…senza stancarsi mai”.
Questa preghiera, l’abbiamo già detto, è finalizzata a ottenere giustizia. E’ una preghiera che si risolve in un impegno da parte dei discepoli perché ci sia giustizia. E Gesù, in questa parabola, presenta una città in cui viveva un giudice, “…che non temeva Dio”.
Teniamo presente che è una parabola, quindi ha un suo linguaggio particolare, tanto è vero che non viene nominato il Padre, il nome del Dio di Gesù in questo vangelo. Non viene nominato il Padre, colui al quale non bisogna chiedere perché conosce i bisogni degli uomini prima che questi glieli presentino, ma Dio.
“…né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova…”; la vedova, insieme all’orfano e allo straniero, erano le persone che non avevano qualcuno che pensasse a loro, erano le persone prive di alcuna rappresentanza, erano gli emarginati. E Dio, nel salmo 68, si dichiara difensore delle vedove.
“…che andava da lui dicendo: «Fammi giustizia…»”. Ecco il termine giustizia, importante per la comprensione di questo brano, che compare per ben quattro volte. “«…contro il mio avversario». Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: «Anche se non tempo Dio e non ho riguardo per alcuno,…»”, il ritratto che Gesù fa dell’uomo potente è molto significativo: sono persone ciniche alle quali interessa soltanto il proprio tornaconto e non i bisogni delle persone.
“«… dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia…»”, e per la seconda volta torna il tema della giustizia, “«…perché non venga continuamente a importunarmi’”. E’ curioso il termine che adopera l’evangelista, che letteralmente, in greco, significa farmi un occhio nero; è tradotto con “importunarmi”, perché fare un occhio nero non significava tanto che questa vedova lo colpiva con un pugno, ma fare un occhio nero era un’espressione che significava danneggiare la reputazione di qualcuno.
“E il Signore soggiunse…”, quindi rivolto ai discepoli, “…«Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia…»” – e per la terza volta compare il termine giustizia – “«…ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui?»” Quindi, se un giudice disonesto riesce a fare giustizia per non essere più importunato, quanto più il Padre, al quale non bisogna chiedere, farà giustizia ai suoi eletti. La locuzione “gridare giorno e notte” è un’espressione della preghiera che l’evangelista prende dai salmi: il salmo 22 e il salmo 42.
Cosa gridano questi eletti giorno e notte verso di lui? L’evangelista Luca è quello al quale sta più a cuore di tutti gli altri il tema della giustizia, e in particolare la giustizia sociale. Per questo, già all’inizio del suo vangelo, nel Magnificat, l’inno di lode che mette in bocca a Maria e a Elisabetta(2), c’è scritto che il Signore ha disperso i superbi, che il Signore ha rovesciato i potenti dai troni, che il Signore ha ricolmato di beni gli affamati e ha rimandato i ricchi a mani vuote.
E’ questa la giustizia che la comunità cristiana deve portare su questa terra, ma, perché si manifesti questa giustizia, che inaugura il regno di Dio, c’è bisogno di una rottura con i valori che la società presenta. Quindi non si può chiedere al Signore che si realizzi questa giustizia, se per primi i discepoli non hanno rotto con i valori falsi della società.
L’evangelista qui si richiama a quel desiderio di giustizia che corre lungo tutto il suo vangelo. Dice Gesù, “«Li farà aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia…»”, e il termine giustizia compare per la quarta volta, “«…prontamente»”. Gesù assicura che se c’è questo desiderio di giustizia, questo cambio dei valori della società, il regno di Dio – perché di questo si tratta – si inaugura.
Ma Gesù è dubbioso, dice: “«Ma il Figlio dell’uomo…»” - la locuzione figlio dell’uomo rappresenta l’uomo nella sua condizione di pienezza di vita che lo avvicina a quella divina -  “«…quando verrà…»”  - in questo vangelo, nel capitolo precedente, Gesù dice che il figlio dell’uomo verrà al momento della distruzione di Gerusalemme, quando il tempio sarà abbattuto, ostacolo che impediva di manifestare la volontà di Dio al suo popolo, e si renderà percepibile il progetto di Dio sull’umanità - “«…troverà la fede sulla terra?»”.
Gesù, ai discepoli che avevano detto “Accresci la nostra fede”, aveva detto “No, non avete fede neanche come un chicco di senape”, il granello proverbialmente più piccolo. Gesù si chiede ora se i discepoli avranno questa fede, cioè una rottura con le istituzioni, con la tradizione, nel momento di inaugurare il regno di Dio.
Nonostante tutto ciò che Gesù ha detto e insegnato, i suoi discepoli rimangono attaccati alle istituzioni religiose, con la tradizione e, al momento dell’ascensione di Gesù, tornano nel tempio a lodare il Signore, quel tempio che Gesù aveva dichiarato “un covo di ladri”, loro lo ritengono ancora un luogo sacro. Ecco perché Gesù si chiede se, quando verrà, troverà questa fede. Una fede che implica la rottura con le istituzioni, con le tradizioni, con i valori della società, per inaugurare quelli nuovi del regno di Dio.

Note: 1. L’esegesi che segue è liberamente tratta dalla omelia tenuta il 17 ottobre 2010 da Padre Alberto Maggi OMS. – 2. E’ molto probabile che sia Elisabetta a proclamare il Magnificat il cui contenuto le calza a pennello; si ricorda che la locuzione che lo precede – “ E Maria disse” -  non è presente nel testo greco ed è stata aggiunta dal traduttore.

mercoledì 5 ottobre 2016

Ventottesima Domenica del Tempo Ordinario



XXVIII Domenica del Tempo Ordinario – Lc 17,11-19
Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all'infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va'; la tua fede ti ha salvato!».

Per comprendere appieno questo brano è necessario esaminare attentamente i personaggi che vi compaiono.
Nella cultura ebraica la lebbra non era considerata una malattia, ma una terribile punizione, scagliata da Dio per i peccati dell’individuo(1). Il lebbroso era considerato un maledetto, un cadavere vivente; la lebbra nel libro di Giobbe (18,13), è chiamata “il figlio primogenito della morte”(2).
La lebbra quindi, non era considerata una malattia come le altre, ma il castigo di un individuo che diviene maledetto da Dio ed emarginato dalla società. Il lebbroso non può vivere nel paese, deve stare appartato; quando vede delle persone da lontano deve gridare “immondo, immondo, scostatevi e non toccatemi”, poiché i lebbrosi sono ritenute persone impure(3).
La lebbra era molto estesa ed inoltre per lebbra allora s’intendeva ogni affezione del cuoio capelluto, ogni problema all’epidermide. La guarigione dalla lebbra era considerata un avvenimento impossibile e soltanto Dio poteva far guarire dalla lebbra. Dio in tutta la storia dell’Antico Testamento, ha guarito dalla lebbra soltanto due persone. Una è la sorella di Mosè, Maria(4), e l’altra è un ufficiale pagano, Naaman il Siro.
La situazione del lebbroso era pertanto senza speranza, perché lui è impuro, l’unico che lo può guarire è Dio, ma il lebbroso, poiché impuro, non si può avvicinare a Dio(5); infatti era vietato l’ingresso dei lebbrosi nel tempio di Gerusalemme, perché soltanto se uno è puro può entrare nel tempio, e rivolgersi a Dio(6).
Da notare, inoltre, che nel brano i lebbrosi non sono presentati per nome, sono anonimi. Nei vangeli, quando s’incontra una persona anonima, significa che l’evangelista vuole indicare non tanto un episodio storico, avvenuto duemila anni fa(7), quanto un profondo insegnamento per la comunità cristiana. Ogni personaggio anonimo è una persona che, in termine tecnico, si chiama “rappresentativo” cioè una persona che rappresenta tutte quelle persone che in ogni tempo e luogo si trovano nella stessa situazione. Uomini e donne che, meditando su quest’episodio, vedono in queste persone malate, “la rappresentatività” di tante persone che anche oggi si possono trovare in questa situazione.
Solo uno dei lebbrosi è individuato, non con un nome, ma con la sua nazionalità: un samaritano.
L’odio tra giudei e samaritani risaliva a ben otto secoli prima, dopo la deportazione di parte degli abitanti della Samaria in Siria(8). La Siria aveva occupato questa regione e l’aveva popolata con coloni stranieri che adoravano anche altre divinità. La mescolanza razziale tra questi due popoli, gli abitanti della Samaria e questi stranieri, aveva dato origine a un popolo meticcio che era detestato in maniera totale e assoluta dagli ebrei. La Bibbia evita di pronunciare il nome "samaritani" e quando li deve citare li chiama, nel libro del Siracide, "quel popolo stupido che abita a Sichem".
Tra samaritani e giudei c’era un odio totale. Quando i galilei dal nord, dovevano scendere al sud, in Giudea, evitavano di transitare per la Samaria, perché c’erano state delle stragi di galilei. Il termine "samaritano" veniva considerato come il maggior insulto che potesse venire rivolto ad una persona e in caso che una persona venisse insultata con questo termine era prevista una pena di 39 frustate(9).
Gesù accoglie la richiesta di aiuto da parte di tutti e dieci i lebbrosi e li invita a recarsi da un sacerdote per farsi certificare l’avvenuta guarigione(10), come era previsto dalla legge giudaica. La guarigione avviene durante il cammino; ed ecco che uno solo torna da Gesù a ringraziare, interrompendo quel cammino che era indispensabile per tornare a vivere, ed è proprio il samaritano, l’uomo ritenuto dai giudei ostile per eccellenza; per quanto si possa tentare di spiegare cosa era il samaritano per la cultura giudaica, non si riuscirà mai a dar l’idea dell’orrore che Gesù ha suscitato ai suoi ascoltatori quando ha lodato il ritorno del lebbroso samaritano e lo ha dichiarato “salvato(11)”.
Qui è la differenza sostanziale: tutti sono stati guariti, ma solo uno è stato salvato, in virtù della sua fede, dovuta al riconoscimento dell’opera di Gesù. Ancora una volta Gesù sottolinea come il suo messaggio venga subito accolto con gioia da coloro che non appartengono al popolo eletto, mentre invece gli ebrei, cui la buona novella era stata indirizzata per primi, lo ignorano.

Note: 1. Lv 13, 43-44: “… il sacerdote lo esaminerà: se riscontra che il tumore della piaga nella parte calva del cranio o della fronte è bianco tendente al rosso, simile alla lebbra della pelle del corpo, quel tale è un lebbroso; è immondo e lo dovrà dichiarare immondo; la piaga è sul suo capo…” – 2. Gb 18,13: “…Un malanno divorerà la sua pelle, roderà le sue membra il primogenito della morte…” – 3. Lv 13,45: “…Il lebbroso colpito dalla lebbra porterà vesti strappate e il capo scoperto, si coprirà la barba e andrà gridando: Immondo! Immondo!” – 4. La storia di Maria (o Miriam, secondo la pronuncia ebraica) è particolare: donna ambiziosa e presuntuosa cercava sempre di superare il fratello, per fermarla Dio la colpì con la lebbra (Num 12,10). Solo dopo le insistenti preghiere di Mosè, Dio la guarì e il nome di Maria rimane nella mentalità ebraica come il nome di persona maledetta. Fa riflettere il fatto che molte donne nei vangeli portano il nome di Maria. – 5. Per gli ebrei era impensabile (e ritenuto inutile oltre che scandaloso) rivolgersi a Dio con una preghiera diretta, senza l’intermediazione di un sacerdote e senza l’offerta di un sacrificio. Da qui la necessità di recarsi al Tempio. Questa mentalità è rimasta, in parte, anche nel cristianesimo ed in particolare nel cattolocesimo. – 6. 2Cr 23,6: “…Nessuno entri nel tempio, se non i sacerdoti e i leviti di servizio; costoro vi entreranno, perché essi sono santificati; tutto il popolo osserverà l'ordine del Signore…” – 7. Questa è una caratteristica di molti fatti raccontati nei vangeli. L’evangelista, in genere, utilizza un fatto, un segno (noi diremmo un miracolo, ma la parola miracolo non è mai presente nel testo originale dei vangeli) realmente avvenuto e lo adatta alle proprie esigenze di insegnamento dei lettori.  – 8. Nel VIII secolo a.C. la regione oggi nota con il nome di Siria faceva parte dell’Impero Assiro. – 9. Nei testi giuridici ebraici si fa presente che spesso, superate le 40 frustate, sopravveniva la morte del condannato. Di conseguenza, se la pena non era capitale, ci si fermava a 39 frustate il che avrebbe dovuto garantire la sopravvivenza del condannato, almeno nell’immediato. – 10. In effetti il testo greco non parla di guarigione, ma di purificazione il che avrebbe permesso loro di entrare nel Tempio. Qui si usa il termine guarigione per facilitare la comprensione del brano ai lettori non abituati alla complessa teologia ebraica; infatti la purificazione dal peccato che, secondo la mentalità ebraica, era all’origine del male, avrebbe consentito di presentarsi a Dio, offrire il sacrificio prescritto ed essere guariti. – 11. Il termine salvato è corretto perché la purificazione ha salvato dalla morte i lebbrosi; infatti, come si è detto più sopra, la lebbra era considerata il figlio primogenito della morte.