Contenuti del blog

Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


domenica 8 gennaio 2017

Storia e teologia del Sacramento del Battesimo - 1



Storia e teologia del Sacramento del Battesimo

1. Il rito del Battsimo prima di Gesù
Il termine battesimo si applica propriamente soltanto a quello di Giovanni (detto perciò il Battista) e al battesimo cristiano(1),  L'abluzione a scopo di purificazione era praticata in molte religioni secoli (e forse millenni) prima della nascita di Gesù, specialmente nei riti di iniziazione.
Probabilmente i primi a praticare il battesimo furono i sacerdoti egiziani della dea Iside(2). Le cerimonie battesimali, anche se praticate in nome di divinità diverse, si somigliavano tutte. Lo stesso rito celebrato in Egitto per la dea Iside veniva ripetuto in Frigia(3) per Attis, a Babilonia per il dio Marduk, in Grecia per Dionisio e Demetra e in Persia per il dio Mitra.

Accomunate così da uno stesso rituale e da uno stesso fine, quello di assicurare ai propri seguaci la purificazione, tutte queste divinità si trovarono nel pieno di una competizione per la supremazia, volta a fare di ciascuna la dominatrice su tutto il Medio Oriente tra il V e il VI secolo a.C.
In Egitto questa pratica, riservata in principio ai soli Faraoni, fu concessa poi ai grandi sacerdoti e quindi ai dignitari politici e agli ufficiali; infine fu estesa a tutti, compresi i ceti più umili. Una forma di comunismo spirituale che, legando le masse a un'unica credenza, favorì l'imperialismo faraonico che era basato su quella politica di ampliamento demografico in atto sotto il faraone Amenophis, espressione, molto probabilmente, del popolo ebraico (chiamato Hyksos dagli egiziani)(4).
In seguito al successo politico-sociale riportato dagli egiziani, nel giro di pochi secoli tutte le religioni del Medio Oriente si ritrovarono a praticare forme di abluzioni sacre. Nel rito legato al culto del dio Attis, mentre l'iniziato veniva immerso nell'acqua lustrale, il sacerdote recitava: “Tu sei rinato e da questo momento farai parte del mondo degli eletti a cui sono aperte le porte dell'eternità”.
Nelle sette che praticavano culti misterici, molto diffusi in medio Oriente, si entrava a far parte attraverso un rito che i greci chiamarono "battesimo" dal termine βαπτίζω ("baptìzo"), ovvero "immergo": l'iniziato, dopo un periodo di indottrinamento, veniva immerso in una vasca contenente acqua lustrale che, cancellando tutte le colpe del passato, gli permetteva di ricevere come premio la vita eterna se avesse rispettato le regole della fede che aveva abbracciato.  

Nell'antica Grecia, dopo la nascita del neonato si effettuavano riti di purificazione (che prevedevano tra l'altro l'immersione in acqua del bambino e il lavaggio delle mani delle levatrici), quindi si celebrava la festa delle Anfidromie.

Nell'antica Roma, alcuni giorni dopo la nascita si celebrava il dies lustricus: tutti coloro che avevano toccato la madre eseguivano la lustrazio mediante un solenne lavaggio delle mani, quindi si dava il nome al bambino.

Il rito di immersione, simbolo di purificazione rituale e di rinnovamento, era conosciuto come tale anche dal giudaismo post-esilico e veniva applicato ai proseliti (non ebrei che volevano seguire la religione ebraica) e ai componenti del movimento monastico di Qumran. Con Giovanni il battesimo perde il suo significato rituale ed assume quello morale di purificazione dai peccati.




2. Il battesimo di Gesù

Seguiamo quanto riporta il Vangelo (Mt 3,13-17): In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare.
Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

Giovanni era un nazireo (Lc 1,15), cioè un uomo che trascorreva una piccola parte della sua vita consacrato a Dio secondo quanto previsto in Nm 6,1-21; aveva scelto un particolare modo di predicare attraverso il battesimo; del resto in quel periodo in Israele vi erano diversi movimenti battisti che invitavano a cambiare la propria vita in attesa del Messia(5).
Giovanni annunciava la venuta imminente del Messia e invitava il popolo a fare un gesto concreto di preparazione, minacciando punizioni terribili (Mt 3,10). Scendendo nell’acqua del fiume Giordano, questi esprimevano il loro bisogno di perdono e la loro disponibilità ad accogliere il Messia con un cambiamento nel modo di vivere; però Giovanni precisava che quel gesto non era che una preparazione: dopo di lui un altro, superiore a lui, sarebbe venuto per «battezzare in Spirito Santo e fuoco» (Mt 3,11).
A questo punto arriva Gesù e al posto di invocare dal cielo il fuoco divino domanda di ricevere il battesimo di Giovanni, provocando lo stupore e l’esitazione di quest’ultimo (Mt 3,14). Gesù ha la certezza che il suo posto è in mezzo agli altri, in una piena solidarietà con coloro che sono coscienti dei loro errori. Ciò significa che Dio non vuole liberarci da una vita non autentica senza dapprima condividere pienamente quella vita. Lasciandosi sommergere dalle acque, Gesù indica il suo desiderio di andare fin nel più basso della condizione umana per aprirla alla luce di Dio dal suo interno(6).
Ed ecco che questo sommergersi, questa “morte”, è subito seguita da una “risurrezione”. “Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui”: è abbattuto il muro tra l’umanità e Dio, l’uomo ora può contare su Dio al suo fianco.
Dal Padre vengono delle parole che esprimono la sua relazione con Gesù e allo stesso tempo la missione di manifestare agli altri questa relazione con lui. A partire dall’umanità di Cristo, lo Spirito creatore lavora e rinnova la terra, facendola entrare in una comunione con il Padre.
“Ed ecco una voce dal cielo che diceva: ‘Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”.
Così come in Matteo, anche nel Vangelo secondo Marco, le parole dette dalla "voce dal cielo" sono le stesse: “Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto”. Invece nel Vangelo secondo Luca il testo originale sembra essere stato “Tu sei mio Figlio, l’amato, oggi ti ho generato”, come riporta la Bibbia di Gerusalemme nelle traduzioni non italiane. Tale testo è stato poi modificato rendendolo conforme agli altri vangeli. Questa modifica è dimostrata da diversi documenti: in un manoscritto greco (Codex Bezae Cantabrigensis7) e in alcuni manoscritti latini, le parole della voce celeste sono “Tu sei mio Figlio, oggi ti ho generato”.
Il testo in questa forma era inoltre molto diffuso presso i Padri della Chiesa tra il II e il III secolo, cosa che costituisce una testimonianza importante in quanto la maggior parte dei manoscritti del Nuovo Testamento che sono giunti fino a noi è posteriore a queste testimonianze; ebbene, in quasi tutti i casi, in testimonianze che vengono dalla Spagna alla Palestina e dalla Gallia al Nordafrica, è la forma “Oggi ti ho generato” ad essere attestata. Depone inoltre a favore dell'autenticità di questa versione il fatto che l'altra parte della frase è identica a quella riportata in Marco e la convinzione che coloro che copiavano tendevano ad uniformare i testi, invece che a introdurvi discostamenti.
La ragione della modifica del testo da “Tu sei mio Figlio, oggi ti ho generato”, la versione originale di Luca, a “Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto” sarebbe da ricondurre a un tentativo di rimuovere ogni possibile appiglio agli Adozionisti, una corrente delle origini del cristianesimo per la quale Gesù non era nato Figlio del Padre ma era stato da lui adottato all'atto del battesimo nel Giordano; rimuovendo il riferimento alla “generazione” dal Vangelo secondo Luca, si toglieva forza alla posizione degli adozionisti(8).
È anche interessante notare un altro fatto. Epifanio di Salamina, un cristiano del IV secolo che compose un'opera contro le eresie, narra che nel Vangelo degli Ebioniti (un vangelo utilizzato dalla corrente cristiana degli Ebioniti(9) nel II secolo, e ora andato perduto) vi era scritto: “E mentre usciva dall'acqua, i cieli furono aperti, ed egli vide lo Spirito Santo discendere nella forma di una colomba ed entrare in lui. E una voce dal cielo disse “Tu sei il mio figlio prediletto; in te mi sono compiaciuto”; e, continuando, “Oggi ti ho generato”(10).
Come si vede, gli Ebioniti tentarono di risolvere le contraddizioni tra le varie versioni facendole confluire in un'unica versione che diceva tutte e due le cose.
Al di là di ogni discussione, non è sbagliato vedere il nostro battesimo come il gesto attraverso cui il Cristo mette il suo braccio attorno alla nostra spalla: noi moriamo con lui ad un’esistenza segnata dalla falsa sufficienza e dall’isolamento per entrare in una vita nuova, una vita di comunione(11). Figli e figlie nel Figlio, noi possiamo ora continuare la missione stessa di Gesù in ogni ambito della nostra vita: testimoniare la venuta del Regno di Dio che irrompe nel nostro mondo e lo trasforma dall’interno. Il battesimo,  immergendo i nostri limiti e anche i nostri rifiuti nelle acque della misericordia divina, apre in noi una breccia in cui Dio può farsi presente, attraverso di noi, nel cuore della storia.


3. Il battesimo amministrato da Gesù

Il Vangelo secondo Giovanni riporta il fatto che Gesù battezzava (Gv 3,22): Dopo queste cose, Gesù andò con i suoi discepoli nella regione della Giudea; e là si trattenne con loro, e battezzava.” E lo faceva anche più di Giovanni Battista (Gv 4,1): Quando il Signore venne a sapere che i farisei avevan sentito dire: Gesù fa più discepoli e battezza più di Giovanni ….”  “… seppure non fosse lui in persona a battezzare, ma i suoi discepoli” (Gv 4,2).
Dopo la Risurrezione, secondo quanto riportato nel vangelo secondo Matteo, Gesù invia infine i suoi apostoli a predicare in tutto il mondo, dicendo loro: «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.» (Mt 28,19-20).


4. Il battesimo nelle Chiese cristiane antiche

Nella Chiesa antica il battesimo veniva anche chiamato il Sacramento dell'Illuminazione.
Negli Atti degli Apostoli sono riportate le prime conversioni al cristianesimo da parte di ebrei e pagani successive alla prima predicazione apostolica dopo la Pentecoste, e si riporta che tremila persone “accolsero di cuore la sua parola” e “furono battezzati”. (At 2,41;3,19). Il battesimo veniva infatti conferito solo a coloro che accettavano gli insegnamenti degli apostoli e accettavano consapevolmente di diventare discepoli.
Le testimonianze riportano che già nel IV secolo era pratica diffusa battezzare i catecumeni (cioè coloro che si preparavano al battesimo) nella veglia di Pasqua (come riportato per esempio nelle Confessioni di Agostino di Ippona, battezzato da Ambrogio di Milano nel 387 d.C.). Nelle prime comunità cristiane il battesimo rappresentava il punto di arrivo – insieme a cresima ed eucaristia – di un lungo percorso di formazione, durante il quale i catecumeni erano ammessi a partecipare alla prima parte della messa (non ai riti di comunione). La diffusione della pratica di battezzare i neonati, secondo studi recenti sembra iniziare invece a diffondersi successivamente, a partire dal V secolo(12). Secondo altri autori ancorati alla teologia tradizionale, invece, si tratterebbe di una pratica dei primissimi secoli della cristianità, se non addirittura già praticata dagli apostoli(13).

Note: 1. Da Enciclopedia Treccani, voce “Battesimo”.  – 2. Il battesimo fu inventato dagli egiziani, articolo di Antonio Marangoni sul Giornale di Vicenza, 20 luglio 2009, p. 36.– 3. Regione dell’Anatolia centrale, incorporata dalla moderna Turchia. – 4. Non sono pochi i faraoni provenienti dalla etnia semitica che occupava l’Egitto in quel periodo. Ad esempio un faraone si chiamava Jacob-Baal (1650-1633 a.C.), ed il suo nome non lascia adito al minimo dubbio sulla natura delle sue origini e della sua identità razziale. Per inciso, altri faraoni di quella stessa dinastia avevano nomi come Khjan (Johannav - cioè Giovanni – citato dagli storici Manetone e Giuseppe Flavio) ed Aawser Ra Apopi I (Aser è il nome di uno dei figli del Giacobbe biblico, fondatore dell’omonima tribù d’Israele). In aggiunta a questo, ricordo l’episodio biblico di Giuseppe (Gen 41,37-46). – 5. A cavallo tra il I sec. a.C. ed il I sec. d.C., l’attesa del Messia da parte di Israele diviene spasmodica. Secondo gli scribi del I secolo il Messia tardava a venire e a manifestarsi a causa della presenza in terra di Israele di grandi peccatori quali i pubblicani (esattori delle imposte in favore dei romani) e le prostitute. I movimenti battisti miravano ed eliminare questo impedimento. Giovanni estenderà la categoria dei peccatori anche ai farisei e ai sadducei provocando scandalo. – 6. Tuttavia, nella predicazione apostolica il battesimo ricevuto da Gesù ha creato non pochi grattacapi ai teologi perché contrastava con l'annuncio della sua condizione divina. Lo stesso Mt 3,14 è testimone di questo, e rileva che Giovanni domandò a Gesù spiegazione del fatto. La risposta di Gesù: « Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia» è chiaramente un artificio letterario aggiunto probabilmente nel IV secolo. Gesù si "converte" alla volontà del Padre, riceve in modo stabile lo Spirito Santo e inizia la sua missione di Messia d'Israele. Il gesto di ricevere il battesimo da Giovanni il battista è interpretato, quindi, alla luce della teologia dell'abbassamento: il Figlio di Dio ha voluto farsi uomo e condividere l'esperienza della morte, e di una morte ignominiosa, per liberare l'umanità dalla schiavitù del peccato. Dunque il Figlio di Dio doveva fin dal principio della sua missione farsi uno con i peccatori, e ricevere così il battesimo di Giovanni. Questa spiegazione evangelica è stata ampliata dalla teologia dei secoli successivi: a. Gesù avrebbe in tal modo voluto istituire il sacramento del battesimo; b. Non era Gesù ad essere purificato dall'acqua del fiume ma era Gesù che col suo corpo purificava le acque (parere di San Tommaso d’Acquino). Concezioni teologiche a mio avviso basate su concezioni giudaiche che creano stridenti difficoltà interpretative. – 7. Il Codex Bezae Cantabrigensis è un importante codice del Nuovo Testamento datato 380 - 420 (secondo altri è più tardo, V-VI secolo). È scritto in latino e greco. Contiene in maniera frammentaria solo i Vangeli, gli Atti degli Apostoli, la Terza lettera di Giovanni. – 8. Vedi anche: Bart Ehrman, Gesù non l'ha mai detto: millecinquecento anni di errori e manipolazioni nella traduzione dei vangeli, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2007. pp. 183-185. – 9. Ebioniti è il nome con cui alcuni scrittori cristiani indicano un gruppo di fedeli, di orientamento giudaizzante, dapprima considerati scismatici e quindi eretici da diversi Padri della Chiesa; rifiutavano la predicazione e l'ispirazione divina di Paolo. – 10. Vangelo degli Ebioniti, citato nel testo: Epifanio di Salamina, Contro gli eretici, 30/13,7-8. – 11. Vedi anche Rm 6,3-6. – 12. Cfr. Giovanni Filoramo, Cristianesimo, Ed. Mondadori Electa 2007. – 13. «La nostra tesi ne è uscita rafforzata: la Chiesa cristiana ha praticato fin dalle origini il battesimo dei bambini e quando nel III secolo Origene parlava a questo proposito di “tradizione apostolica” era ben altra cosa che una “pia” formula»: così J. Jeremias scrive nella Prefazione del 1966 al suo volume Le baptême des enfants dans les quatre premiers siècles, Le Puy-Lyon, 1967.

(segue la prossima domenica)

martedì 13 dicembre 2016

Programma 01

Ci rivediamo il giorno dopo l'Epifania; tra il 7 gennaio ed il 28 febbraio posterò l'esegesi di due sacramenti: Battesimo e Confermazione (Cresima). Ne consegue che con questo post vi faccio i miei migliori auguri di Buon Natale e Felice Anno Nuovo.

lunedì 5 dicembre 2016

L'Avvento - Storia e significato di una tradizione-3



4. Istituzione del Tempo di Avvento

Fin dal secolo V troviamo l'uso di fare delle esortazioni al popolo per disporlo alla festa di Natale; ci sono rimasti a questo proposito due sermoni di san Massimo di Torino, senza parlare di parecchi altri attribuiti in un primo tempo a sant'Ambrogio e a sant'Agostino, e che sembrano essere invece di san Cesario d'Arles. Se tali documenti non ci indicano ancora la durata e gli esercizi di questo tempo sacro, vi riscontriamo almeno l'antichità dell'uso che distingue mediante particolari predicazioni il tempo dell'Avvento.
Sant'Ivo di Chartres, san Bernardo, e parecchi altri dottori dell'XI e del XII secolo hanno lasciato speciali sermoni de adventu Domini, completamente distinti dalle Omelie domenicali sui Vangeli di questo tempo.
Nei Capitolari di Carlo il Calvo dell'anno 864, i vescovi fanno presente a quel principe che egli non deve richiamarli dalle loro chiese durante la Quaresima né durante l'Avvento sotto il pretesto degli affari di Stato o di qualche spedizione militare, perché essi hanno in quel periodo dei doveri particolari da compiere, principalmente quello della predicazione.
Un antico documento in cui si trovano, precisati, in maniera sia pure poco chiara, il tempo e gli esercizi dell'Avvento, è un passo di san Gregorio di Tours, al decimo libro della sua Storia dei Franchi nel quale riferisce che san Perpetuo, uno dei suoi predecessori, che occupava la sede verso il 480, aveva stabilito che i fedeli digiunassero(1) tre volte la settimana dalla festa di san Martino fino a Natale(2). Con quel regolamento, san Perpetuo stabiliva un'osservanza nuova, o sanzionava semplicemente una legge già esistente? È impossibile determinarlo con esattezza oggi. Rileviamo almeno questo intervallo di quaranta giorni o piuttosto di quarantatré giorni, designato espressamente, e consacrato con la penitenza come una seconda Quaresima, sebbene con minor rigore(3).
Troviamo quindi il nono canone del primo Concilio di Mâcon, tenutosi nel 583, il quale ordina che, durante lo stesso intervallo da san Martino al Natale, si digiunerà il lunedì, il mercoledì, il venerdì, e si celebrerà il sacrificio secondo il rito Quaresimale. Qualche anno prima, il secondo Concilio di Tours, tenutosi nel 567, aveva ordinato ai monaci di digiunare dall'inizio del mese di dicembre fino a Natale. Questa pratica di penitenza si estese a tutti i quaranta giorni per i fedeli stessi; e si chiamò volgarmente la Quaresima di san Martino. I Capitolari di Carlo Magno, al libro sesto, non ne lasciano alcun dubbio; e Rabano Mauro attesta la medesima cosa nel secondo libro della Istituzione dei chierici. Si facevano anche particolari festeggiamenti nel giorno di san Martino, come si fa ancor oggi all'avvicinarsi della Quaresima e a Pasqua.

L'obbligo di questa Quaresima che era cresciuto successivamente fino a diventare una legge sacra, diminuì grado a grado; e i quaranta giorni da san Martino a Natale si trovarono ridotti a quattro settimane. Si è visto come l'usanza di tale digiuno fosse cominciata in Francia; ma di qui si era diffusa in Inghilterra, come apprendiamo dalla Storia del Venerabile Beda; in Italia, come consta da un diploma di Astolfo, re dei Longobardi († 753), in Germania, in Spagna(4), ecc., ma se ne possono vedere le prove nella grande opera di dom Martène Sugli antichi riti della Chiesa. Il primo indizio che riscontriamo della riduzione dell'Avvento a quattro settimane si può ritenere che sia, fin dal IX secolo, la lettera del Papa san Nicola I ai Bulgari. La testimonianza di Raterio di Verona e di Abbondio di Fleury, autori appartenenti entrambi allo stesso secolo, serve anche a provare che fin d'allora si discuteva molto per diminuire d'un terzo la durata del digiuno dell'Avvento. È vero che san Pier Damiani, nell'XI secolo, suppone ancora che il digiuno dell'Avvento fosse di quaranta giorni e che san Luigi, due secoli dopo, continuava ad osservarlo in questa misura; ma forse questo santo re lo praticava in tal modo per un trasporto di devozione particolare.
La disciplina della Chiesa d'Occidente, dopo essersi rilassata sulla durata del digiuno dell'Avvento, si raddolcì presto al punto da trasformare tale digiuno in una semplice astinenza; si trovano inoltre dei Concili fin dal XII secolo, come quello di Selingstadt del 1122, che sembrano obbligare soltanto i chierici a tale astinenza(5). Il Concilio di Salisbury, nel 1281, pare anch'esso obbligarvi solo i monaci. D'altra parte, è tale la confusione su questa materia, senza dubbio perché le diverse chiese d'Occidente non ne hanno fatto l'oggetto di una disciplina uniforme, che, nella sua lettera al Vescovo di Braga, Innocenzo III attesta che l'uso di digiunare per tutto l'Avvento esisteva ancora a Roma al suo tempo, e Durando, sempre nel XIII secolo, nel suo Razionale dei divini Uffici, testimonia ugualmente che il digiuno era continuo in Francia per tutta la durata di quel tempo sacro.
Comunque sia, questa usanza venne sempre più diminuendo di modo che tutto quello che poté fare nel 1362 il Papa Urbano V per arrestarne la caduta completa, fu di obbligare tutti i chierici della sua corte a conservare l'astinenza dell'Avvento, senza alcuna menzione del digiuno, e senza comprendere affatto gli altri chierici, e tanto meno i laici, sotto questa legge. San Carlo Borromeo cercò anch'egli di risuscitare lo spirito, se non la pratica, dei tempi antichi nelle popolazioni del Milanese. Nel suo quarto Concilio, ordinò ai parroci di esortare i fedeli a comunicarsi almeno tutte le domeniche della Quaresima e dell'Avvento, e indirizzò quindi ai suoi stessi diocesani una lettera pastorale in cui, dopo aver loro ricordato le disposizioni con le quali si deve celebrare questo sacro tempo, faceva istanza per condurli a digiunare almeno il lunedì, il mercoledì e il venerdì di ciascuna settimana. Infine, Benedetto XIV ancora arcivescovo di Bologna ha consacrato la sua undicesima Istituzione Ecclesiastica a ridestare nello spirito dei fedeli della sua diocesi la sublime idea che i cristiani avevano in passato del tempo dell'Avvento, e a combattere un pregiudizio diffuso in quella regione, cioè che l'Avvento riguardava le sole persone religiose, e non i semplici fedeli. Egli dimostra che questa asserzione, salvo che la si intenda semplicemente del digiuno e dell'astinenza, è di per sé temeraria e scandalosa, poiché non si potrebbe dubitare che esiste, nelle leggi e nelle usanze della Chiesa universale, tutto un insieme di pratiche destinate a mettere i fedeli in uno stato di preparazione alla grande festa della Nascita di Gesù Cristo.
Ma se le pratiche esteriori di penitenza che consacravano una volta il tempo dell'Avvento presso gli Occidentali, si sono a poco a poco mitigate, in maniera che oggi non ne resta alcun vestigio fuori dei monasteri, l'insieme della Liturgia dell'Avvento non è cambiato; ed è nello zelo per appropriarsene lo spirito che i fedeli daranno prova d'una vera preparazione alla festa di Natale.


5. Variazioni nella Liturgia.

La forma liturgica dell'Avvento, quale si ha oggi nella Chiesa Romana, ha subito alcune variazioni. San Gregorio (590-604) sembra aver istituito per primo questo Ufficio che avrebbe abbracciato dapprima cinque domeniche, come si può vedere dai più antichi Sacramentari di quel Papa. Si può anche dire a questo proposito, secondo Amalario di Metz e Bernone di Reichenau, seguiti da Dom Martène e da Benedetto XIV, che san Gregorio sembrerebbe essere l'autore del precetto ecclesiastico dell'Avvento, benché l'uso di consacrare un tempo più o meno lungo a prepararsi alla festa di Natale sia del resto immemorabile, e l'astinenza e il digiuno di questo tempo sacro siano iniziati dapprima in Francia. San Gregorio avrebbe determinato, per le Chiese di rito romano, la forma dell'Ufficio durante questa specie di Quaresima, e sanzionato il digiuno che l'accompagnava, lasciando tuttavia una certa libertà alle diverse Chiese circa la maniera di praticarlo.
Fin dal IX e X secolo, come si può vedere da Amalario, san Nicola I, Bernone di Reichenau, Reterio di Verona, ecc., le domeniche erano già ridotte a quattro; è lo stesso numero che porta il Sacramentario gregoriano dato da Pamelio, e che sembra sia stato trascritto a quell'epoca. Da allora, nella Chiesa Romana, la durata dell'Avvento non ha subito variazioni, ed è sempre consistito in quattro settimane, di cui la quarta è quella stessa nella quale cade la festa di Natale, a meno che tale festa non capiti di domenica. Si può dunque assegnare all'usanza attuale una durata di mille anni, almeno nella Chiesa Romana; poiché vi sono delle prove che fino al secolo XIII alcune Chiese di Francia hanno conservato l'usanza delle cinque domeniche(6).
La Chiesa ambrosiana conta ancor oggi sei settimane nella sua liturgia dell'Avvento; il Messale gotico o mozarabico mantiene la stessa usanza. Per la Chiesa gallicana, i frammenti che Dom Mabillon ci ha conservati della sua liturgia non ci attestano nulla a questo riguardo; ma è naturale pensare con questo studioso la cui autorità è rafforzata anche da quella di Dom Martène, che la Chiesa delle Gallie seguiva su questo punto, come su tanti altri, le usanze della Chiesa gotica, cioè che la liturgia del suo Avvento si componeva ugualmente di sei domeniche e di sei settimane(7).
Quanto ai Greci, le loro Rubriche per il tempo dell'Avvento si leggono nei Nenei, dopo l'Ufficio del 14 novembre. Essi non hanno un Ufficio proprio dell'Avvento, e non celebrano durante questo tempo la Messa dei Presantificati, come fanno in Quaresima. Si trovano soltanto, nel corpo stesso degli Uffici dei Santi che occupano il periodo dal 15 novembre alla domenica più vicina a Natale, parecchie allusioni alla Natività del Salvatore, alla maternità di Maria, alla grotta di Betlemme, ecc. Nella domenica che precede il Natale, celebrano quella che chiamano la Festa dei santi Avi, cioè la Commemorazione dei Santi dell'Antico Testamento, per celebrare l'attesa del Messia. Il 20, 21, 22 e 23 dicembre sono decorati del titolo di Vigilia della Natività; e benché in quei giorni si celebri ancora l'Ufficio di parecchi Santi, il mistero della prossima Nascita del Salvatore domina tutta la Liturgia.

Note: 1. Sembra opportuno ricordare che il digiuno non è una pratica propria del cristianesimo, anzi Gesù l’ha sempre rifiutata. Il digiuno è una pratica tipica della liturgia ebraica ed è ad essa che fanno riferimento alcuni padri della Chiesa per indicarne l’uso. Paolo, nella lettera ai Colossesi, condannerà la mortificazione come azione più consona alla carne (quindi all’egoismo) che alla spiritualità. – 2. Secondo i più recenti lavori dei liturgisti, si possono segnalare testimonianze ancora più antiche di questa. Così un frammento di un testo di sant'Ilario, quindi anteriore al 366, dice che "la Chiesa si dispone al ritorno annuale della venuta del Salvatore, con un tempo misterioso di tre settimane". Il Concilio di Saragozza, da parte sua, fin dal 380 impone ai fedeli di assistere agli uffici dal 17 dicembre al 6 gennaio. In questo periodo di ventun giorni, la parte che precede il Natale formava un quadro ben indicato per la preparazione di questa festa e costituiva una specie di Avvento. Ma siccome si era introdotto l'uso, nel IV secolo, di considerare l'Epifania e il Natale stesso come festa battesimale, potrebbe qui trattarsi solo d'una preparazione al battesimo e non d'una liturgia dell'Avvento. In Oriente, nel V secolo, a Ravenna, nelle Gallie e nella Spagna, una festa della Vergine era celebrata la domenica prima di Natale, e talvolta anche una festa del Precursore la domenica precedente. Si avrebbe qui ancora una breve preparazione al Natale, un Avvento primitivo, a meno che non si tratti d'un semplice ampliamento della festa di Natale. Infine, il Rotolo di Ravenna, di cui sarebbe autore san Pier Crisologo (433-450), possiede 40 orazioni che possono essere considerate come preparatorie al Natale. – 3. Bisogna notare anche che questo digiuno non era proprio del Tempo dell'Avvento, poiché, tra la Pentecoste e la metà di febbraio, i fedeli digiunavano due volte la settimana e i monaci tre volte. Il carattere penitenziale dell'Avvento derivò a poco a poco, a causa dell'analogia che si presentava naturalmente tra questa stagione e la Quaresima. – 4. Forse il digiuno esisteva già in Spagna a quell'epoca. Una lettera del 400 circa, ci parla di tre settimane che pongono fine all'anno e ne cominciano uno nuovo, comprendenti la festa di Natale e quella dell'Epifania, durante le quali conviene darsi al ritiro e alle pratiche dell'ascetismo: la preghiera e l'astinenza (Rev. Bén. 1928, p. 289). Le chiese d'Oriente che ricevettero dall'Occidente la celebrazione della Natività di Nostro Signore, adottarono ugualmente, nell'VIII secolo, il digiuno dell'Avvento. – 5. Il Concilio di Avranches (1172) prescrive il digiuno e l'astinenza a tutti coloro che lo potranno, in particolare ai chierici e ai soldati. Il coinvolgimento dei militari in queste pratiche devozionali lascia abbastanza sorpresi. – 6.  Si può oggi stabilire in una maniera molto più dettagliata lo sviluppo della Liturgia dell'Avvento. Mentre il Sacramentario leoniano, (fine del VI secolo) non porta alcuna messa, il che sembra indicare che a quell'epoca Roma ignorava ancora l'Avvento, il Sacramentario gelasiano antico (fine del VI e inizio del VII secolo) contiene cinque messe "De adventu Domini". Il Sacramentario gelasiano d'Angoulême e gli altri Sacramentari dell'VIII secolo contengono essi pure cinque messe. Infine, nel Sacramentario gregoriano, troviamo delle messe per quattro domeniche e per le tre ferie delle Quattro Tempora. Forse anche la messa dell'ultima domenica dopo la Pentecoste era considerata come messa "de Adventu". Aggiungiamo infine che san Benedetto († dopo il 546) ha scritto, nella sua Regola, un capitolo sulla Quaresima, che parla del Tempo pasquale ma non menziona l'Avvento. – 7. Segnaliamo che il Sacramentario mozarabico: Liber mozarabicus sacramentorum (del IX secolo, ma che rappresenta la liturgia del VII), contiene cinque domeniche, e infine che i Lezionari gallicani portano sei domeniche dell'Avvento.