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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


lunedì 22 maggio 2017

Storia e teologia del Tempo Pasquale - 6



Solennità di Pentecoste

1. Origini della festività
In origine era la festa ebraica che segnava l'inizio della mietitura e si celebrava 50 giorni dopo la Pasqua ebraica. Gli Ebrei la chiamavano “festa della mietitura e dei primi frutti”;  nei testi biblici è citata sempre come una festa agricola.
Era chiamata anche “festa delle Settimane”, per la sua ricorrenza di sette settimane dopo la Pasqua; in greco “Pentecoste” significa 50° giorno. Questo termine è citato in Tobia 2,1 e 2Maccabei, 12,31-32.
Lo scopo originario di questa ricorrenza era il ringraziamento a Dio per i frutti della terra, cui si aggiunse più tardi, il ricordo del più grande dono fatto da Dio al popolo ebraico, cioè la promulgazione della Legge mosaica sul Monte Sinai. Secondo il rituale ebraico, la festa comportava il pellegrinaggio di tutti gli uomini a Gerusalemme, l’astensione totale da qualsiasi lavoro, un’adunanza sacra e particolari sacrifici; ed era una delle tre feste di pellegrinaggio (Pasqua, Capanne, Pentecoste), che ogni devoto ebreo era invitato a celebrare a Gerusalemme.

Nel Cristianesimo, invece, indica la discesa dello Spirito Santo su Maria e gli apostoli riuniti insieme nel Cenacolo. Assieme alla Pasqua è una delle solennità più importanti dell'anno liturgico. La Chiesa, in questa solennità, vede il suo vero atto di nascita e l’inizio missionario.


2. La tradizione cristiana
Si fa riferimento al capitolo 2 degli Atti degli Apostoli, vv 1-13. Gli apostoli insieme a Maria, la madre di Gesù, erano riuniti a Gerusalemme nel Cenacolo, probabilmente non quello dove si svolse l’ultima cena di Gesù, ma quello della casa della vedova Maria, madre del giovane Giovanni-Marco, il futuro evangelista, dove presero poi a radunarsi abitualmente quando erano in città.
Erano affluiti a Gerusalemme gli ebrei in gran numero per festeggiare la Pentecoste con il prescritto pellegrinaggio. «…Mentre stava per compiersi il giorno di Pentecoste», si legge, «si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue di fuoco, che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro di esprimersi. Si trovavano allora in Gerusalemme giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita, perché ciascuno li sentiva parlare nella propria lingua. Erano stupefatti e, fuori di sé per lo stupore, dicevano: “Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa? …».

Alcuni aspetti della discesa dello Spirito Santo (il fragore e il fuoco) ricordano la teofania di Dio sul monte Sinai descritta in Es 19,16-18 mentre in alcune parti dell'Antico Testamento, come in Gn 1,1-2 e 1Re 19,11-13, il vento impetuoso è simbolo della potenza di Dio. La predicazione degli apostoli in altre lingue è invece un elemento nuovo e significa che il messaggio di Gesù non è destinato solo agli ebrei ma è universale(1).
Al di là del significato teologico e simbolico, non è possibile provare la storicità dell'evento. Secondo Hans Küng, è tuttavia possibile che i discepoli di Gesù si siano riuniti durante la festa ebraica della Pentecoste e che in quell'occasione si sia verificata un'estasi mistica collettiva; la tradizione dell'evento si sarebbe tramandata e sarebbe stata poi rielaborata da Luca(2).

Dopo aver descritto i fenomeni uditivi e visivi che accompagnavano l'irru­zione dello Spirito sul gruppo apostolico e dopo aver annunciato il prodigio del loro parlare in «lingue» straniere, il narratore descrive le reazioni che tale evento provoca. Lo sguardo dell'evangelista si sposta, dal gruppo apostolico radunato «nella casa», ai «Giudei osservanti» che abitavano la città di Gerusalemme e che provenivano «da ogni nazione che è sotto il cielo».
Ci pare utile non passare inosservate queste annotazioni introduttive che ri­guardano i testimoni dell'evento di Pentecoste. Essi sono qualificati «Giudei osservanti», si tratta dunque di circoncisi per nascita o per religione (cf v. 11 «proseliti»), che si erano stabiliti a Gerusalemme per vivere all'ombra del tempio. L'espressione «uomini osservanti» (àvdres eùlabeîs) tanto cara all'e­vangelista, rende l'idea della loro religiosità fatta essenzialmente di timore di Dio e di osservanza scrupolosa e amorevole della «Legge» dei padri. La loro devozione o pietà evoca quella di Simone (Lc 2,25), di Anania (22,12) o dei seppellitori di Stefano (22,12). Essi, pur provenendo da nazioni pagane («tut­te le nazioni che sono sotto il cielo»), hanno sempre mantenuto la loro iden­tità giudaica ed appartengono a pieno titolo al popolo d'Israele.
Ecco infatti cosa accade: il «fragore» della discesa dello Spirito che ha «riem­pito tutta la casa» (v. 2) dove abitava il gruppo apostolico, viene percepito an­che all'esterno: la «moltitudine(3)» dei giudei si raduna, eccitata e confusa. Il narratore riferisce le loro reazioni e sottolinea con insistenza «l'effetto sor­presa» provocato su di loro dai discorsi degli apostoli. I termini che parlano di stupore e di meraviglia si accavallano l'uno all'altro. La moltitudine è pre­sentata al v. 6 come «stupefatta», in piena confusione (sunechùthe) perché «ciascuno li udiva parlare la propria lingua»(4), poi al v. 7 si ripete che essi era­no «stupiti» e «meravigliati», e ancora al v. 12, dopo l'enumerazione dei po­poli rappresentati nell'uditorio, si dice: «Tutti erano stupiti e perplessi». Que­sta meraviglia si traduce in movimento, in concitate gesticolazioni e in escla­mazioni poi si formulano una serie di domande che riguardano il prodigio del parlare in lingue. Essi sottolineano dapprima la stranezza del fenomeno, per il fatto che il gruppo apostolico è formato da Galilei: «costoro che parla­no non sono forse tutti Galilei?» (v. 7); si domandano poi come mai i presen­ti li sentano parlare nella lingua del loro paese di provenienza: «E come è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?» (v. 8); e successiva­mente le loro parole si precisano ulteriormente: «li udiamo parlare nelle no­stre lingue delle grandi opere di Dio» (v. 11). È interessante notare come il verbo «parlare» è ripetutamente riferito al gruppo dei discepoli ed è specifi­cato dalle espressioni «la nostra lingua nativa» (v. 8) e «nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio» (v. 11).
Il lettore si accorge che il rac­conto non lascia più alcun dubbio sul significato da dare al prodigio. Il narra­tore intende sottolineare che lo Spirito rende capaci i discepoli di parlare nel­le lingue delle diverse nazioni alle quali appartenevano questi Ebrei pii ed os­servanti. Nasce il linguaggio nuovo della fede, che tutti comprendono e che raggiunge questa moltitudine stupefatta.
Infatti la lista dei popoli e delle regioni, elencate al centro delle insistite af­fermazioni sullo stupore dei presenti (vv. 9-11), pur non essendo esaustiva di tutto il mondo allora conosciuto, è stata inserita dal narratore con un chiaro significato universalistico: esso rappresenta la pienezza d'Israele, ora simbo­licamente radunato come le profezie veterotestamentarie avevano annunciato per gli ultimi tempi: «Vi prenderò tra le genti, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo ... porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi ... » (Ez 36,24ss). Questa promessa che sembrava già essersi realizzata quando Israele giunse al Sinai (cf Dt 1,10; 10,22) ha invece in questo momento il suo vero compimento, perché tutta questa «moltitudine», proveniente «da tutte le nazioni che sono sotto il cielo», è anche simbolicamente rappresentativa di tutti i popoli pagani, ai quali gli apostoli porteranno la loro testimonianza. Il narratore vuole dunque affermare, attraverso questa lista, non solo che l'inte­ro Israele, lì radunato, è il primo destinatario del prodigio dell'effusione del­lo Spirito, ma che esso farà da legame tra Gerusalemme e il resto del mondo. Dunque in questa moltitudine radunatasi a Pentecoste occorre vedere tutta l'umanità. Il linguaggio della fede, parlato dal gruppo apostolico a Pentecoste è destinato a raggiungere gli uomini di ogni popolo e di ogni cultura, perché il linguaggio dello Spirito è un linguaggio universale!
Ma lo stupore dei presenti non riguarda solo il fenomeno del parlare in lingue straniere, ma anche e soprattutto, «l'annuncio» sorprendente che viene loro ri­volto. Il gruppo apostolico parlando nella lingua stessa degli uditori, proclama con forza e con parole persuasive, intelligibili e comprensibili a tutti «le gran­di opere di Dio» (tà megaleîa toû Theoû, 2,11). Finalmente il contenuto della predicazione apostolica è ora formulato apertamente e condensato in questa ricca espressione, in cui Dio, il Padre di Gesù, è al centro della lode, così co­me lo era nei cantici proclamati da alcuni personaggi dei vangeli dell'infan­zia. Infatti, sotto l'impulso dello Spirito il gruppo dei discepoli incomincia a lodare Dio e a cantare le sue meraviglie. Si tratta di un parlare estatico, pieno di gioia che assomiglia alla proclamazione di un cantico che tutti compren­dono. Come era avvenuto per Zaccaria che ripieno di Spirito Santo profetava dicendo: «Benedetto il Signore Dio d'Israele» (Lc 1,67ss) o per Maria (o, più probabilmente, Elisabetta) nel cantico del Magnificat: «L'anima mia magnifica (megalùnei) il Signore e il mio spirito esulta in Dio mio salvatore» e «Grandi cose (megala) ha fatto in me l'Onnipotente... » (Lc 1,46.49), così essi proclamano le meraviglie di Dio, in mezzo alle nazioni! (cf Rm 15,9).
Lo Spirito infatti, riempiendo i loro cuo­ri, li fa traboccare di gioia, di ammirazione e riconoscenza verso Dio, li «tra­volge» e li fa «parlare»! Pietro, nel successivo discorso «profetico» che lo Spirito gli farà proclamare (2,14-36) espliciterà così il senso delle «grandi opere di Dio» di cui i presenti sono testimoni: il Padre ha risuscitato Gesù, lo ha innalzato alla sua destra e ha effuso il suo Spirito come essi stessi possono vedere e udire (2,33). È proprio questo dono che viene «dall'alto» che ora permetterà a tutti di proclamare che «Gesù è il Signore» e di gridare, come dirà Paolo, «Abbà, Padre!» (Rm 8,15). L'evento della passione e morte di Ge­sù che sembrava prima un enigma e una tragedia inspiegabile (cf Lc 24) vie­ne ora compreso come il punto di arrivo di un disegno di misericordia e di salvezza per tutti loro. Il dono dello Spirito, infatti, dà al gruppo apostolico un'intelligenza «piena» del senso degli avvenimenti della Pasqua (cf Gv 15,26). Pietro dirà senza esitazione alcuna: «Sappia dunque con certezza tut­ta la casa d'Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso» (2,36).
Il crocifisso è dunque il risorto, il Kyrios, della storia. La realtà interiore dello Spirito, donato dal Signore Gesù, che essi hanno co­sì fortemente sperimentato non può più essere trattenuta. La bontà incondi­zionata del Padre che si è rivelata nel Figlio va proclamata a ogni uomo! Na­sce in loro la coscienza che la vicenda di Gesù di Nazaret non è più circo­scrivibile dentro un arco di tempo limitato, ma supera i limiti del tempo e del­lo spazio per raggiungere ogni uomo e ogni popolo, vicini e lontani. Essi dun­que diventano «apostoli» e «profeti» nel senso pieno della parola. Incomincia in questo momento il tempo «dell'annuncio della Parola»: è l'inizio dell'e­vangelizzazione!
Sembra, dunque, che siano proprio e soprattutto l'«annuncio» della bontà incondizionata di Dio e la scoperta della sua paternità e del suo perdono a su­scitare stupore e meraviglia. L'ultima domanda «Che significa questo?» (2,12) manifesta il desiderio di comprendere ancora di più «la Parola» sorprendente degli apostoli. Questo stupore dei presenti, che testimonia in modo molto ef­ficace la natura straordinaria dell'avvenimento, è preambolo della fede.
La narrazione dell'evento di Pentecoste termina riportando però, anche rea­zioni opposte, di chiusura e di perplessità. Alcuni dei presenti commentavano l'evento dicendo: «Si sono ubriacati di mosto» (2,13b). Questa espressione riassume probabilmente quell'esperienza di rifiuto e di derisione che la chie­sa subirà in seguito, quando proclamerà la notizia straordinaria del crocifisso risorto (At 17,32; 26,24). Perché da queste prime reazioni si arrivi alla con­versione, sono necessari però, due ulteriori passi: il primo accedere al «signi­ficato» profondo dell'evento e il secondo aderirvi con una risposta personale. Sarà proprio questa «Parola» annunciata da Pietro a condurre a questa meta. Rispondendo agli interrogativi e alle provocazioni degli uditori, Pietro pro­clamerà con forza che lo Spirito, dono del Signore risorto, è ora effuso su tut­ti, come la profezia del profeta Gioele aveva annunciato e inviterà i presenti ad accogliere l'opera meravigliosa del Padre, che ha risuscitato colui, che da loro è stato crocifisso.
Il narratore concluderà il discorso dando un'altra noti­zia straordinaria: coloro che accolsero la Parola dell'apostolo furono battez­zati e «in quel giorno si unirono a loro circa tremila persone» (2,41). È lo Spi­rito che ha fatto nascere la prima comunità di credenti! Il gruppo apostolico sperimenterà così il pieno compimento della promessa fatta ad Abramo di renderlo padre di una «moltitudine di popoli» (Gn 17,4-5; cf Dt 26,5; Eb 11,12) e il popolo d'Israele qui radunato e rappresentato da questi giudei, ac­coglierà la Nuova Alleanza, proclamata a loro per la prima volta pubblica­mente. L'esegesi cristiana vedrà in questo avvenimento di Pentecoste l'oppo­sto di quanto si verificò a Babele (Gn 11,1-9). Il dono dello Spirito restituisce agli uomini e ai popoli quell'unità che essi avevano perduto, perché la lingua dello Spirito è l'unica capace di unire. Da questo momento la Parola di Dio inizierà la sua corsa per conquistare tutte le genti, cominciando da Gerusa­lemme per poi raggiungere progressivamente la Giudea, la Samaria ed arriva­re fino agli estremi confini della terra (1,8) (5).

Note: 1. Pietro Rossano, Gianfranco Ravasi, Antonio Girlanda, Nuovo dizionario di teologia biblica, Edizioni Paoline, 1989 – 2. Hans Kung, Essere cristiani, Mondadori, 1976 – 3. Si mantene il termine «moltitudine» che traduce il greco plèthos, invece di «folla» (CEI) perché il narratore vuole probabilmente creare un collegamento con la promessa di Abramo (Gn 17,4-5). – 4. L'espressione «la propria lingua» (2,6) va tradotta letteralmente «nel proprio dialetto». – 5. Quanto riportato è stato scritto rielaborando un articolo pubblicato in Parole di vita, n. 1, 1998.

martedì 16 maggio 2017

Storia e teologia del Tempo Pasquale - 5



Parte quarta di 4. La resurrezione

Perché Gesù costringe i suoi discepoli a recarsi in Galilea per vederlo? Basta saltare al versetto 16 per comprenderlo.
“Gli undici intanto andarono in Galilea…”, notate adesso il particolare: “…sul monte che Gesù aveva loro fissato”.
Tre volte abbiamo nel Vangelo l’invito ad andare in Galilea, ma mai viene specificato il monte sul quale andare. Il monte non è un luogo geografico, non è un'indicazione topografica, quella che l’evangelista ci dà è una indicazione teologica. Nell’antichità, essendo il monte il luogo della terra più vicino al cielo, esso era condiderato il luogo della residenza degli dei(1).
Questo «il monte» nel Vangelo di Matteo è già stato presentato come il luogo dove Gesù ha annunziato il suo messaggio fondamentale: il monte delle beatitudini.
Questa è l’indicazione che l’evangelista ci sta dando: chi vuole sperimentare nella sua esistenza la presenza di Gesù vivo e vivificante, del Risorto, deve essere fedele al programma di Gesù che è stato espresso e formulato nelle beatitudini.
Quindi questo è il monte nel quale la comunità si impegna a essere responsabile della felicità degli altri. Costoro, solo costoro, fanno l’esperienza di Gesù resuscitato.
“Quando lo videro…”, quindi lo vedono, “…gli si prostrarono innanzi…”. E qui c’è un verbo strano “…ma dubitavano”.
Perché dubitano? Lo vedono e quindi sono certi che Gesù è resuscitato! Gli si prostrano innanzi, riconoscono che in lui c’è la condizione divina, ma dubitano. Questo verbo, dubitare, è apparso un’altra volta nel vangelo di Matteo, quando Gesù cammina sulle acque.
Vedono Gesù resuscitato, lo sperimentano, ma sanno che per raggiungere questa condizione bisogna passare attraverso il dolore della vita, la persecuzione e forse la croce e la perdita della propria vita. Pertanto non dubitano della presenza di Gesù resuscitato, dubitano della propria capacità di seguire Gesù fino a questa condizione.
Poi c’è l’invito di Gesù di andare a tutta l'umanità immergendola nella realtà di Dio e le ultime parole di Gesù: “…e io sono con voi per sempre”. Gesù nel vangelo di Matteo non sale al cielo per servizi resi, ma rimane al centro della sua comunità.
Riguardo alla morte Gesù ci assicura: chi crede in me non farà mai l’esperienza della morte. È chiaro, ci sarà la morte della carne. C’è una prima morte ed è quella biologica, ma chi ha dentro di sé questa qualità di vita non farà l’esperienza della seconda.

Il brano del vangelo di Giovanni ha analoga impostazione, ma risente del fatto che è stato scritto circa 30-40 anni dopo: nella concezione giovannea la morte di Gesù in croce rappresenta già la sua piena glorificazione e il compimento della sua opera salvifica, che continua ora nel mondo mediante la comunità dei suoi discepoli.
Non dovremmo quindi attenderci più un racconto della sua risurrezione, che in questa ottica diventa completamente superfluo. Ma Giovanni non può sacrificare un dato così importante della tradizione a una sua concezione teologica.
Egli perciò riporta la notizia tradizionale secondo cui il mattino di Pasqua la tomba è stata trovata vuota; ad essa fa seguire il racconto di un’apparizione del Risorto a Maria Maddalena, poi due volte ai discepoli, la seconda delle quali è diretta specialmente all’incredulo Tommaso. 
Spinti dalle parole di Maria di Magdala, due discepoli, Pietro che rappresenta la parte di Israele ancora ancorata alla Legge e alla tradizione antica e un altro discepolo, “quello che Gesù amava”(2), corrono al sepolcro. La corsa, come abbiamo già visto, fa perdere onore e dignità a chi la effettua, ma la cosa è così importante, così urgente da far ignorare le conseguenze ai due discepoli.
L’evolversi della corsa è il simbolo dell’evolversi della fede tra i discepoli: chi raggiunge la fede per primo è chi abbandona la tradizione e si affida a Cristo e sono questi che devono aiutare quelli che sono ancora radicati alla tradizione; per questo Pietro viene atteso e gli si consente di entrare per primo nel sepolcro(3).
La scoperta del sepolcro vuoto e della fede dei primi discepoli ha un significato molto importante nel quarto vangelo. Essa vuol dire che la fede nel Risorto non si basa su prove oggettive, quali le sue apparizioni, e neppure la scomparsa del cadavere dalla tomba. I due discepoli infatti credono perché finalmente, stimolati da un fatto di per sé privo di qualsiasi forza dimostrativa, improvvisamente colgono il significato delle Scritture, secondo le quali egli doveva risorgere.
In realtà le Scritture non parlano esplicitamente della risurrezione del Messia: sarà a partire da questo evento che i primi cristiani rileggeranno le Scritture, ritrovando in esse quello che era diventato il punto centrale della loro fede. Tuttavia sono proprio le Scritture che, mettendo in luce il piano salvifico di Dio, mostrano che il suo inviato non poteva subire la sconfitta cocente della croce, anzi proprio questa doveva essere il segno più luminoso della sua gloria. Così viene affermato in modo fortissimo che la gloria di Dio si distacca radicalmente dalla gloria umana: mentre questa consiste nella sopraffazione dell’uomo sull’uomo, la gloria di Dio significa identificarsi con gli ultimi per portarli a una vita piena che non verrà mai meno.

Fin qui ho seguito il pensiero della chiesa primitiva, l’ho esaminato dal punto di vista antropologico e teologico. Rimane da esamiare un fenomeno particolare, riportato prevalentemente dai Vangeli e dagli Atti degli apostoli, ma anche da Paolo nelle sue lettere: le ripetute apparizioni del Risorto. In merito a questo penso sia necessario che io ceda il passo a chi, molto più di me, ha competenza ed esperienza per esprimere un parere: Hans Küng, forse il più grande teologo che la Chiesa Cattolica abbia mai avuto(4).
Il brano che qui riporto è tratto da Cristianesimo, essenza e storia, edito nel 1997 da RCS Libri S.p.A. Milano. Küng sta parlando della situazione dei discepoli di Gesù dopo la sua morte:

“Essi avevano infatti visto come colui che aveva annunciato e inaugurato la venuta del Regno di Dio, fos­se stato giustiziato come un abbandonato da Dio. Ma avevano essi per questo perduto davvero la fede e la speranza nel Regno di Dio? In ogni caso, dopo lo choc dell'arresto e della condanna, alcune donne (a Gerusalemme?) e alcuni uomini ebrei (in Galilea?) fecero diverse esperienze estatico-pneumatiche(5), tramite una serie di visioni e audizioni che diedero loro la certezza che Gesù fosse in vita. Co­munque l'esegesi e la scienza religiosa odierne cerchino di spiegare in maniera storico-psicologica questi fenomeni(6), i discepoli ebrei fe­cero queste esperienze — indubbiamente sull'orizzonte di speranze ebraiche di resurrezione e di modelli d'interpretazione (ad esempio il rapimento in cielo di Henoch ed Elia, la resurrezione dei martiri, le leggende dell'ascensione in cielo di Mosè e Isaia) — non come interpretazioni prodotte da essi stessi, bensi come rivelazioni donate da Dio: egli, umiliato e stroncato, non era stato lasciato da Dio nel­la morte, ma era stato richiamato alla vita. E dov'è ora? Questa è la loro convinzione: egli, che in virtù dell'accordo tra la autorità ebrai­che e il procuratore romano Ponzio Pilato era stato condannato e giustiziato, è stato elevato presso Dio, si trova ora nella gloria celeste e governa — come è annunciato nel Salmo 110(7) — dal posto d'onore «alla destra di Dio» sul mondo fino al giorno in cui ritornerà per il giudizio. Anzi, egli è ora il portatore della speranza nel veniente Re­gno di Dio: la guida, il salvatore e il giudice del mondo. Qui sta l'o­rigine di tutta la cristologia: Dio, nonostante la morte in croce, con la resurrezione ha «costituito Signore e Cristo»(8) Gesù che ne aveva annunciato il regno con autorità.
In ogni caso, sotto la guida di Pietro, si era ora giunti a una nuova riunione dei discepoli, che al momento dell'arresto di Gesù erano fuggiti, e di nuovo a Gerusalemme. Il racconto della Penteco­ste, che negli Atti degli apostoli parla di un'effusione dello Spirito divino(9) — quale che sia la realtà che storicamente si cela dietro i fe­nomeni manifestamente estatici della glossolalia e del rapimento —, attesta lo Spirito entusiastico-escatologico con cui si è costituita la prima comunità messianica — nella festa ebraica del raccolto e del pellegrinaggio, nella «festa delle settimane» (sette settimane e un giorno dopo la festa di Pasqua), che i cristiani chiamano «festa di Pentecoste» (dal greco «Pentekosté» = cinquantesimo giorno). Lo Spirito di Dio, che secondo la concezione ebraica si era estinto nel presente, venne sperimentato nella giovane comunità, e non poche persone che avevano ricevuto lo Spirito incominciarono a esprimer­si con discorsi profetici.
Come l'apocalittica non era un frutto del giovane cristianesimo, così il giovane cristianesimo non fu soltanto un figlio dell'apocalittia. C'è piuttosto un'interdipendenza di fenomeni. Si rafforzava la fede che colui che Dio aveva richiamato in vita sarebbe ritornato come il giudice del mondo per portare a compimento la già iniziata sovranità di Dio e per istituire il definitivo Regno di Dio. Nel frattempo biso­gnava annunciare il suo messaggio; il suo nome era il marchio e l'in­segna luminosa del regno veniente, che «già ora» si poteva sperimen­tare nello Spirito, ma non era ancora rivelato, «non ancora» realizzato. Già ora bisognava decidersi in suo favore. Ma questa decisione in favore di Gesù — una domanda da allora di importanza attuale e insieme permanente — significava congedo dalla comunità ebraica, di­stacco dalla nazione ebraica? Niente affatto.”


Note: 1. Questa concezione si è radicata anche nel mondo occidentale. Infatti generalmente i santuari sono situati in luoghi alti. Ricordiamo che l’idea di costruire santuari non è cristiana, ma è una tradizione di impronta pagana.  – 2. Quando nei vangeli viene citato un personaggio senza darne il nome, questo va inteso come un rappresentante di una categoria e mai come un’unica persona. In questo caso il discepolo è lo stesso presente sotto la croce e rappresenta l’insieme di tutti i discepoli di Gesù, passati e soprattutto futuri. La tradizione cattolica ha erroneamente identificato “il discepolo che Gesù amava” con lo stesso evangelista Giovanni; questo è stato possibile a causa della macroscopica mancanza di conoscenze sulla cultura ebraica da parte della Chiesa cattolica fino alla seconda metà del XX secolo.  – 3. Questa situazione non era tipica solo della chiesa primitiva, ma si è perpetuata per secoli appesantendo la Chiesa cattolica e impedendole quel salto in avanti che la fede in Cristo avrebbe potuto consentirgli. Rimanere ancorati alla tradizione, anche se questa è legata a concetti e modi di pensiero estranei al momento attuale, impedisce infatti di mantenere i vangeli come unica e somma luce per illuminare il cammino del credente. – 4. Hans Küng è nato a Sursee (Svizzera) il 19 marzo 1928, tuttora vivente; è stato ordinato sacerdote nel 1954 e ha studiato a Lucerna, Roma e Parigi. Nel 1960 è ordinario di Teologia nell’Università di Tubinga in Germania. Ha partecipato al Concilio Vaticano II come esperto nominato da Papa Giovanni XXIII. La Congregazione per la dottrina della fede il 18 dicembre 1979 gli revoca l'autorizzazione all'insegnamento della teologia cattolica. Küng continua comunque ad essere sacerdote cattolico, e conserva comunque la cattedra presso il suo Istituto, che viene però separato dalla facoltà cattolica e inserito nella struttura statale. – 5. Pneuma in greco ha il significato di respiro, di spirito: per esperienze estatico-pneumatiche si intende quindi esperienze vissute in condizioni di estasi spirituale. – 6. Cfr. i più recenti tentativi di ricostruzione storico-psicologica di C. Colpe, Die alteste judenchristliche Gemeinde, in J. Becker, Die Anfänge, pp. 59-79, e di L. Schenke, Die Urgemeinde, pp. 11-23. – 7. Oracolo del Signore al mio signore: “Siedi alla mia destra finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi”. – 8. Cfr. At 2,22-36. – 9. Cfr. At 2.



(segue la prossima domenica)