Contenuti del blog

Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


lunedì 12 giugno 2017

Il Sacramento della Riconciliazione - 2



(segue da  2. L’istituzione)

Si inizia con tre versetti, i più difficili, i più complicati e soprattutto i più polemici non solo del vangelo di Matteo ma di tutto il NT. I tre versetti che hanno causato la grande divisione tra le varie confessioni cristiane.
Io voglio prescindere ora da queste divisioni e attenermi semplicemente al testo, il testo originale greco, e comprendere quello che l’evangelista ci vuol dire.
“E Gesù gli disse: «Beato sei tu…”; innanzitutto Gesù proclama Simone beato, e si riallaccia alle beatitudini che sono presenti nel vangelo di Matteo, in particolare alla beatitudine «beati i puri di cuore perché vedranno Dio», cioè le persone che sono limpide, trasparenti, e per questo riescono a percepire la realtà di Dio già nella loro esistenza.
“«Beato sei tu, Simone, figlio di Giona…”; lo chiama per nome, però aggiunge “…figlio di Giona…”. Non è un appellativo simpatico: Giona è l’unico dei profeti dell’AT che ha fatto esattamente il contrario di quello che Dio gli aveva chiesto (Gen 1,1-3). L’unico, non ne esistono altri. Dio aveva detto "Giona, vai a Ninive", cioè a oriente, in questa grande città pagana, "perché se non si convertono, io la distruggo". Giona aveva pensato "Ah sì, quindi se io vado a Ninive, predico la conversione e quelli si convertono, tu non li distruggi? Va bene". Allora è andato al porto, si è imbarcato su una nave per Tarsis, cioè per la Spagna. Il Signore gli aveva detto "vai in oriente", e lui ha preso esattamente la direzione opposta. Perché? Perché così il Signore sterminava Ninive, perché erano dei pagani e non meritavano niente. Conoscete tutti quanti il seguito della storia.
Gesù vedendo Simone gli dice "tu sei figlio di Giona", cioè "farai sempre il contrario di quello che io ti dico", però ci sarà una possibilità per Pietro ”… perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”.
Gesù riconosce in Simone un puro di cuore che è riuscito a percepire la realtà di Gesù, che non è il figlio di Davide, uno che togliendo la vita agli altri rinnoverà il regno di Israele, ma colui che dà la propria vita per gli altri, che assomiglia al Dio vivificante, cioè al Dio la cui unica azione nei confronti degli uomini sarà sempre ed esclusivamente quella di comunicare e trasmettere vita.
“E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”, è il famoso versetto 18. Questo versetto in greco vuol dire una cosa; tradotto in italiano ne dice un’altra a meno di non scegliere con attenzione i vocaboli(1).
Diciamo subito che la prima parola che è stata tradotta con “Pietro” in greco vuol dire sasso, un frammento di roccia che si può raccogliere, si può lanciare, ma si può anche usare per costruire un muro; per semplicità lo tradurrei con il termine italiano “mattone” che non è proprio preciso, ma rende l’idea di un qualcosa che può essere usato in una costruzione.
La parola greca che è stata tradotta con “pietra” in greco vuol dire “roccia” che non si può spezzare né scolpire da quanto è dura: la roccia, nell’AT e nel NT, indica sempre Dio. Nel vangelo di Matteo, quando Gesù dice «chiunque ascolta le mie parole e le mette in pratica è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia» (Mt 7,24), usa la stessa parola.
In conclusione, cosa sta dicendo Gesù a Simone? Sta dicendo: “Tu sei un mattone, il primo mattone che ha capito, e sulla roccia che sta davanti a te (Gesù stesso) con te e con tanti altri mattoni come te io costruirò la mia chiesa, la mia comunità”
Nella lingua italiana, purtroppo, la traduzione «tu sei Pietro e su questa pietra costruirò la mia chiesa» fa credere come se Pietro e pietra fossero il maschile e il femminile di uno stesso nome. Ma in greco c’è la stessa differenza, tanto per dare un’idea, che c’è nella lingua italiana tra il "porto" e la "porta": si assomigliano, ma porto e porta non sono il maschile e il femminile dello stesso nome, sono due realtà completamente differenti.
Questa confusione si ha solo nella lingua italiana; la traduzione dal greco in inglese, per esempio, usa due differenti parole proprio per evitare questa confusione(2).
Che la roccia sia Gesù e che la chiesa non sia costruita su Simone ma su Gesù è una verità che tutti i testi del NT ci danno. Cito soltanto la Lettera agli Efesini (Ef 2, 20-22) dove Paolo dice «siete stati edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti essendo Cristo Gesù stesso la pietra angolare sulla quale l’edificio intero, ben collegato insieme, si va innalzando».
Quindi la roccia, la pietra sulla quale si costruisce la comunità di Gesù, questa roccia che non si può scalfire, è Gesù stesso; poi ognuno di noi è chiamato, come Pietro, ad essere una pietra per costruire questa comunità.
“…e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa…”; si dovrebbe in verità tradurre “ade”, non “inferi” perché purtroppo certe traduzioni hanno dato origine a delle interpretazioni assolutamente sbagliate.
Gli ebrei pensavano la terra come un rettangolo di pietra, sotto il quale c’era la caverna dei morti; in ebraico questa caverna si chiama sheol, che significa "colui che chiama". Le sorgenti del Giordano erano intese come uno degli ingressi di questa caverna sotterranea. La parola ebraica sheol ha un equivalente in greco nella parola ade.
Ade, nella mitologia greca, è una divinità alla quale, nella divisione dei regni, era spettato il regno dei morti.
In latino questa località sotterranea si chiama inferi, dal nome delle divinità che abitava il regno dei morti, da non confondere con inferno. L’inferno non c’è nei vangeli, è una costruzione teologica tipicamente cristiana della prima metà del V secolo.
Quando nel Credo si recita "Gesù Cristo morì, fu sepolto e discese agli inferi", non si intende che discese all’inferno, ma nella caverna sotterranea dei morti, per dare vita a chi non l’aveva più. Avesse detto inferno nessuno della comunità di Matteo avrebbe capito perché allora l’inferno non era stato ancora “concepito”.
Gesù sta dicendo a Pietro che le porte dell’ade, cioè del regno dei morti e della morte, non avranno il sopravvento contro di essa. Gesù sta dicendo qualcosa di molto positivo: la morte non è compatibile con la comunità cristiana. La comunità cristiana è il luogo dove sprizza effervescente la vita, perché siamo tutti quanti pietre vive, contagiate, per così dire, dal Dio vivificante, e tutti quanti trasmettiamo vita. Non c’è diritto di cittadinanza per la morte, per gli aspetti di morte, all’interno della comunità cristiana, quindi le porte dell’ade, degli inferi, di questo regno sotterraneo, le porte della morte, non avranno il sopravvento contro di essa. Gesù ce lo garantisce: quando la comunità è composta da persone che trasmettono vita, la morte non ha nessun potere.
C’è poi un altro versetto che ha dato origine, non capito, ad una delle pagine più sbagliate di Pietro. Nell’iconografia classica, Pietro viene rappresentato con le chiavi in mano. Le chiavi per entrare nel Paradiso? Niente di più inesatto.
Gli dice Gesù: “A te darò le chiavi del regno dei cieli”. Attenzione, "regno dei cieli"(3) è un’espressione che si trova quasi esclusivamente nel vangelo di Matteo, non per indicare l’aldilà, ma per indicare la comunità cristiana.
Nella Scrittura, nella mentalità biblica, chi teneva le chiavi di un palazzo o di una città era il responsabile della sicurezza di coloro che stavano dentro. Colui che aveva le chiavi della casa le aveva perché era responsabile della sicurezza della vita di coloro che stavano dentro e doveva essere disponibile a sacrificare la propria vita pur di difendere gli abitanti della casa. Colui che aveva le chiavi della città non era il detentore di un potere, ma era il responsabile della sicurezza di tutti coloro che abitavano dentro la città. Gesù, dando a Pietro le chiavi della comunità cristiana, lo rende il responsabile della sicurezza e della vita di quanti abitano lì dentro.
“…tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli…”; gli ha dato le chiavi e ci saremmo aspettati che dicesse: "tutto quello che aprirai sarà aperto e tutto quello che chiuderai sarà chiuso",
invece Gesù non parla di aprire e chiudere, stranamente dice “tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. 


Legare e sciogliere sono due verbi che appartengono al linguaggio rabbinico e significa l’autorità di insegnamento della dottrina. Quando uno scriba era “ordinato” (il verbo non è corretto, ma lasciatemi questa libertà per maggior chiarezza)  durante la cerimonia si diceva proprio questa formula.
Gesù con questa frase autorizza Simone, che lo ha riconosciuto come Dio vivificante, di insegnare la dottrina di un Dio che trasmette vita.
Qualche capitolo più in là si capirà anche che quello che Gesù ha detto a Simone non è esclusivamente per lui; infatti Gesù dirà a tutti i discepoli «tutto quello che legherete sulla terra sarà legato nei cieli e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto», quindi è una responsabilità di tutti i credenti di trasmettere l’autentico messaggio di Gesù.
Del resto Simone è il primo mattone e non si costruisce una casa con un solo mattone, ci vogliono indubbiamente le fondamenta, che sono Gesù, ci vuole un mattone, il primo, e Matteo riconosce l’importanza di Simone in quanto il primo, ma ci vogliono anche altre pietre, quindi è un discorso che è rivolto a tutta la comunità cristiana.

Come si vede anche questa esegesi non permette di considerare la Riconciliazione un sacramento da celebrare secondo quello che insegna la tradizione. Da qui si capiscono i dubbi e le esitazioni che hanno dominato, e dominano tutt’ora, i teologi cattolici quando pensano a questo sacramento.



Note: 1. I vangeli sono stati scritti in lingua greca, e precisamente nel greco familiare, quello di tutti i giorni denominato koiné. Dal quarto secolo in poi, i vangeli sono stati tradotti in latino e si sa che passando da una lingua all’altra non sempre si riesce a tradurre bene; per quanto il traduttore faccia uno sforzo il significato della parola originale, tradotto in un’altra lingua non ha più quella forza e quel significato. C’è stato un momento (circa nell’VIII secolo) in cui basandosi su questo versetto, la chiesa occidentale, che poi diventerà chiesa cattolica, iniziò a costruire la teologia della supremazia del vescovo di Roma su tutte le altre chiese. Le chiese che invece erano di lingua greca, le chiese orientali, quelle che adesso si chiamano ortodosse (tra l’altro "ortodosse" significa "quelle della vera fede"), che si sono attenute al testo greco, dicevano "ma dove lo trovate? Qui Gesù dice che Pietro è la prima delle pietre, su questo non si discute, ma non che la chiesa sia costruita su Pietro. La chiesa è costruita su Gesù o la fede in Gesù". Anche i padri della chiesa, i primi traduttori e scrittori cristiani, erano d’accordo su ciò. Dall’XI secolo in poi, per motivi politici che ci sono stati nella storia della Chiesa occidentale, il vangelo è diventato definitivamente "tu sei Pietro e su questa pietra…". Si è sbilanciato tutto il significato del vangelo a discapito della figura di Gesù. La Chiesa non veniva più costruita sul fondamento che è Gesù, ma su un discepolo sia pure importante come Pietro, dimenticando anche che la stessa persona che viene indicata come prima pietra per la costruzione, cinque minuti dopo diventa pietra di inciampo. La Chiesa orientale, che è rimasta fedele al testo greco, non ha mai accettato questa supremazia del Vescovo di Roma. – 2. Ovviamente si intende la traduzione approvata dalla Conferenza Episcopale Inglese, quindi cattolica. – 3. Gli ebrei avevano timore di pronunciare il nome di Dio ed evitavano persino di scriverlo; al suo posto usavano dei sostituti, uno di questi sostituti è cielo, come diciamo anche noi in italiano, per esempio quando diciamo "grazie al cielo".


 (segue la prossima settimana)

lunedì 5 giugno 2017

Il Sacramento della Riconciliazione - 1



Il sacramento della Riconciliazione (o della Confessione)

1. Premessa
La Riconciliazione è un sacramento comune a diverse chiese cristiane, come quella cattolica e quella ortodossa, anche se con sostanziali differenze.
Con questo sacramento un credente, se sinceramente pentito, ottiene da Dio la remissione dei peccati. È un sacramento amministrato necessariamente da un vescovo o un presbitero autorizzato ed è anche chiamato con il nome di Penitenza o Confessione.
Esso è uno dei due sacramenti detti "della guarigione" assieme all'Unzione degli infermi, in quanto sono volti ad alleviare la sofferenza del credente (sofferenza fisica con l'unzione dell'ammalato, spirituale con la riconciliazione del peccatore).

E’ anche un sacramento molto discusso, in particolare dalla seconda metà del XX secolo, sia per i dubbi e le incertezze sulla sua istituzione e soprattutto sulla tendenza, spesso inquisitoria, dei confessori memori di quando la confessione veniva utilizzata come strumento politico di gestione e pressione sulle masse popolari.


2. L’Istituzione.
Dal punto di vista teologico il sacramento della Riconciliazione ha la sua base in alcuni passi del NT che qui si riportano:
a) Gv 20,19-23: “La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi»."
Presentandosi in mezzo ai discepoli, egli dice loro: “Pace a voi” (in ebraico shalôm aleichem).
Questo saluto è tipico del costume ebraico(1); ma fra poco apparirà che con esso egli intende esprimere qualcosa di più di un semplice saluto.
Gesù, dopo aver pronunciato la parola pace, cioè felicità, testimonia (quello che si dice deve sempre essere testimoniato) a questi discepoli che si erano nascosti per paura di fare la fine di Gesù, ciò che lui ha fatto per loro: mostra i segni dei chiodi nelle mani.
Non è sbagliato a questo punto ricordare che l’ordine di cattura non era solo per Gesù, ma per tutto il gruppo, perché pericoloso non è Gesù, pericoloso è il suo messaggio(2). Al momento della cattura, Gesù, che si trova momentaneamente in una posizione di forza(3), dice: se cercate me, lasciate che questi se ne vadano; in buona sostanza fa un baratto. E’ il pastore che dà la vita per le pecore.
Gesù mostra loro le mani e il costato: con questo gesto egli intende non soltanto dimostrare la realtà della sua presenza, ma anche ricordare come sia proprio in forza della sua morte in croce che egli si presenta a loro nella sua nuova realtà.
L’apparizione di Gesù provoca nei discepoli una reazione di profonda gioia: non si tratta semplicemente della soddisfazione di rivedere in vita una persona cara, ma piuttosto della gioia escatologica(4), strettamente collegata con la pace, che la presenza di Gesù porta con sé, in quanto significa l’adempimento della salvezza.
L’evangelista non dà altri dettagli circa l’apparizione del Risorto, ma si limita a riferire il messaggio da lui rivolto ai discepoli.
Anzitutto Gesù ripete il saluto: “Pace a voi”. L’usuale formula di saluto diventa qui espressione di un dono che ha per oggetto la pace, promessa da Gesù durante l’ultima cena (cfr. Gv 14,27) e attuata in forza della sua morte. Egli poi prosegue: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”.
Il dono della pace non riguarda solo i discepoli, ma deve essere esteso a tutta l’umanità. Perciò si giustifica il loro invio, che è chiaramente universale: esso infatti non è solo modellato su quello che era stato l’invio di Gesù da parte del Padre, ma ne è anche e soprattutto la conseguenza e il prolungamento. Si attuano così le parole con cui Gesù, nell’ultima cena, ha affidato ai discepoli il compito di continuare nel mondo l’opera da lui attuata nella sua morte (cfr. Gv 13,20; 17,17-19).
Gesù poi, alitando sui discepoli, conferisce loro lo Spirito. Anch’esso era stato promesso nei discorsi della cena (cfr. Gv 14,16-17.26; 15,26; 16,13): il gesto di alitare (emphysaô), che è suggerito dal termine «Spirito» (pneuma, soffio), richiama il racconto della creazione del primo uomo, che è diventato un essere vivente solo in forza del soffio divino (Gen 2,7), suggerendo così nuovamente che la venuta dello Spirito rappresenta una nuova creazione. Lo Spirito viene direttamente da Gesù, rappresenta quindi la potenza di Dio che promana dalla sua persona, dalla sua opera e dalla sua morte in croce, dove egli «ha dato lo Spirito» (Gv 19,30). Solo lo Spirito è in grado di assimilare profondamente i discepoli al Maestro, mettendoli in piena sintonia con le sue aspirazioni e i suoi progetti.
Come conseguenza di questo dono egli dà ai discepoli la capacità di rimettere i peccati: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi».
Giovanni fa uso a modo suo di questo antico detto per delineare il compito che i discepoli, guidati e animati dallo Spirito, dovranno portare a termine in questo mondo: in sintesi essi dovranno rendere presente la salvezza operata da Cristo, significata nel termine “pace”, che comporta l’eliminazione del peccato e la riconciliazione di tutti gli uomini con Dio e tra di loro.
Non si dice in che modo dovranno attuare il mandato di Gesù, ma si suppone che essi dovranno farlo secondo le modalità da lui adottate, cioè mediante l’annunzio, l’insegnamento, l’esempio, impegnandosi per la formazione di comunità vive in cui tutti fanno l’esperienza dei nuovi rapporti instaurati da Gesù(5). Solo in seguito, il brano sarà letto, come spesso hanno fatto i padri e i teologi nei secoli successivi, in riferimento ai sacramenti che significano e attuano il perdono (battesimo e confessione6).
Non è un potere che Gesù concede ad alcuni, ma una capacità, una responsabilità di tutta la comunità cristiana. La comunità cristiana secondo il vangelo di Giovanni deve essere il luogo dove splende la luce. La luce non lotta contro le tenebre, la luce deve splendere. E quando la luce allarga il raggio d’azione della sua luminosità, la tenebra si ritira.
Allora, quanti vivono sotto la sfera del peccato - e la lingua greca distingue vari modi di peccato (vedi più avanti): il termine adoperato dall’evangelista non indica la colpa occasionale, lo sbaglio, ma indica una direzione sbagliata di vita - ebbene, assicura Gesù, quanti vivono una direzione sbagliata di vita e vedono brillare la luce di questa comunità, vedono lo splendore di questo amore e se ne sentono attratti ed entrano entro nel raggio d’azione di questa luce, il loro passato viene completamente cancellato.
Quanti al contrario sono nelle tenebre e vedono in questa luce una minaccia al loro interesse, al loro prestigio, man mano che la luce si allarga, si ritirano sempre più nelle tenebre, vanno sempre più nella parte più tenebrosa, perché come ha detto Gesù chi fa il male odia la luce.
Quindi non è un potere che Gesù ha dato ad alcuni, ma una responsabilità di tutta la comunità. La comunità cristiana deve essere talmente traboccante d’amore (Giovanni usa l’immagine del profumo che inonda tutta la casa) che quanti sentono il desiderio di pienezza di vita e se ne sentono attratti, hanno il passato cancellato e quindi possono cominciare una vita nuova. Quanti invece non vogliono questo man mano che la luce si espande, loro si ritirano sempre più nella cappa delle tenebre e dove ci sono le tenebre non c’è vita, c’è la morte.
L’esegesi che ho riportato, ormai accettata dalla stragrande maggioranza dei teologi cattolici, mal si accorda con la concezione giuridica del sacramento della riconciliazione ed occorrerebbe applicare quanto previsto dalla riforma liturgica così come riportata nel Catechismo della Chiesa Cattolica. Questa riforma, che prevedeva anche la celebrazione comunitaria del sacramento, è stata fermata da Papa Giovanni Paolo II con l’esortazione apostolica del 2 dicembre 1984. E’ opportuno notare che tale esortazione, applicata ovunque in Italia con poche eccezioni, è stata quasi del tutto misconosciuta all’estero dove la celebrazione comunitaria del sacramento è la forma più usata.

b) Mt 16,18-29: “... E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi dei regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”.
c) Mt 18,18: “In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo".

Tratteremo questi due brani insieme, perché riguardano un frase molto antica ed identica in entrambi i brani.


Note: 1. Il significato di questo saluto nella cultura ebraica va al di là di quello che è il significato etimologico della parola pace; con questa parola si augura all’oggetto del saluto la prosperità materiale, figli maschi numerosi, una moglie operosa e una morte “sazio di anni”, quindi una vita in accordo con Dio e con gli uomini. – 2. Tanto è vero che quando Gesù si troverà davanti al Sommo Sacerdote, questi ignora Gesù, gli chiede soltanto dei discepoli, vuole sapere dove sono, cosa fanno e Gesù non risponde per proteggerli. – 3. In prossimità della Pasqua vi erano in Gerusalemme decine di migliaia di pellegrini, molti dei quali Galilei, con i quali non si poteva scherzare. I Galilei erano teste calde, quasi tutti armati e quasi tutti appartenenti al movimento degli zeloti, pronti a difendere un loro concittadino dalle malsane idee dei fratelli della tribù di Giuda. I Galilei, durante la Pasqua, vivevano quasi tutti nelle grotte esistenti lungo le pendici del Monte degli Ulivi, dove, molto probabilmente, anche Gesù e i Dodici avevano affittato una grotta per dormire. Queste grotte sono ancor oggi visibili e visitabili da chi si reca in Terra Santa. Sarebbe bastato un grido di aiuto di Gesù e i galilei presenti avrebbero facilmente avuto ragione delle guardie del Tempio che, per disposizione romana, non potevano essere armate che di bastoni. – 4. Ovvero la gioia relativa all’avverarsi delle profezie degli “ultimi giorni”. – 5. La Celebrazione Comunitaria del sacramento della Riconciliazione tramite la lettura ed il commento di un brano di vangelo, in sostituzione della formula tridentina (vedi Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1482), parte esattamente da questa constatazione teologicamente molto importante. Sottolineo il rammarico che questa modalità celebrativa sia quasi mai applicata nelle parrocchie italiane in contrapposizione a quanto fatto in quelle estere (ho avuto esperienze dirette in Francia, Svizzera, Olanda, Germania ed in USA) ove spesso è affiancata anche dalla assoluzione dall’altare, visto l’esiguo numero di sacerdoti esistente. E la partecipazione dei fedeli è imponente, specie se paragonata a quanto accade in Italia. – 6. Penso sia opportuno ricordare che la frase: “a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati” non va intesa come una facoltà dei discepoli (che, del resto, sarebbe in contrasto con altre parole di Cristo e con il Padre Nostro) ma un avvertimento che sottolinea una responsabilità che tutti noi abbiamo nei confronti degli altri in caso di un nostro rifiuto al perdono.



(segue la prossima domenica)

lunedì 22 maggio 2017

Programma 04

A partire dalla domenica dopo la Pentecoste, verranno postate le esegesi del Sacramento della Riconciliazione (Confessione) e della Eucaristia.