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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


mercoledì 13 settembre 2017

Il Sacramento dell'Ordine - 1




1. Premessa

In alcune religioni i sacerdoti, purificati attraverso riti e sacralizzati, sono considerati il necessario tramite tra gli uomini e la divinità. Sono persone che si separano dai comuni mortali per avvicinarsi al sacro e per sacralizzare ciò che è profano, attraverso sacrifici, riti e liturgie.
In Israele erano gli appartenenti alla tribù di Levi, i leviti, che formavano - ereditariamente, ossia con privilegi tramandati di padre in figlio - la casta sacerdotale ed erano genericamente addetti al culto divino; mentre, tra i figli di Levi, quelli che discendevano da Aronne, fratello di Mosè, erano i sacerdoti veri e propri, incaricati di stabilire il contatto con il divino: “I loro fratelli leviti erano addetti a ogni servizio della Dimora nel tempio di Dio. Aronne e i suoi figli bruciavano le offerte sull’altare dell’olocausto e sull’altare dell’incenso, curavano tutto il servizio nel Santo dei Santi e compivano il rito espiatorio per Israele, secondo quanto aveva comandato Mosè, servo di Dio” (1Cr 6,33-34).

Seppure ereditario, il sacerdozio ebraico prevedeva alcune caratteristiche fisiche, in mancanza delle quali non si poteva essere ordinati, perché il libro del Levitico prevedeva 142 difetti impedienti.

Le famiglie sacerdotali erano suddivise in 24 classi che, dopo l'esilio, si alternavano, periodicamente e con turni molto rigidi, nel servizio al Tempio. Le prime dieci classi erano molto importanti e Zaccaria era nell'ottava: “Al tempo di Erode, re della Giudea, vi era un sacerdote di nome Zaccaria, della classe di Abia, che aveva in moglie una discendente di Aronne, di nome Elisabetta” (Lc 1,5).
Al tempo di Gesù si pensa che potessero esserci fra dodici e diciottomila sacerdoti, anche se qualche studioso parla addirittura di settantamila individui. Essi conducevano una vita normale e salivano al Tempio per le grandi feste religiose e poteva capitare, per estrazione, quasi sempre una volta nella vita, di essere chiamati ad offrire l’incenso nel tempio di Gerusalemme. Così accadde a Zaccaria (il padre di Giovanni Battista, che avrebbe dovuto diventare anch’egli ereditariamente un sacerdote): “Avvenne che, mentre Zaccaria svolgeva le sue funzioni sacerdotali davanti al Signore durante il turno della sua classe, gli toccò in sorte, secondo l’usanza del servizio sacerdotale, di entrare nel tempio del Signore per fare l’offerta dell’incenso” (Lc 1,8-9).
Luca inizia il suo vangelo parlando di Zaccaria che si era recato a Gerusalemme per compiere il suo servizio sacerdotale, ma egli era talmente preso dalla liturgia, da non riuscire a credere alle parole che Dio gli stava rivolgendo. I riti della religione avevano preso il sopravvento sulla fede, la vuota liturgia lo aveva reso sordo, incredulo alle parole di vita che venivano da Dio.

A Gerusalemme la casta sacerdotale era al vertice della piramide del potere, con a capo il Sommo Sacerdote e il Sinedrio, che era formato dai sommi sacerdoti che appartenevano alle famiglie nobili, dagli anziani del popolo che erano la nobiltà non clericale, dagli scribi, il magistero indiscusso, e dai farisei, gli osservanti perfetti delle Legge e dei precetti.

Anche ad Atene e a Roma c’era un gran numero di sacerdoti, ma non esisteva una teocrazia, per cui il loro compito si esauriva nelle preghiere, nel culto e nei sacrifici. A Gerusalemme invece era stato messo in piedi un sistema tale da concentrare potere religioso e civile nelle mani di poche persone che controllavano anche l’intero sistema finanziario.
E purtroppo l’esperienza storica ha dimostrato che quando è il clero che detta le leggi, lo fa per il suo bene esclusivo e per i partiti e le fazioni guelfe, che non mancano mai dove c’è da mangiare; lo sapeva anche Gesù: “Si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe” (Mt 23,6). E il popolo, i cittadini? Siano sottomessi a Dio o a chi comanda in nome di Dio.
Il Tempio era allora la più grande banca del medio oriente, e l’enorme quantità di denaro ed oro che vi affluiva, aveva profondamente corrotto coloro che ne erano i responsabili, che erano divenuti avidi di denaro, ricchezza e potere. E il Sommo Sacerdote in carica, come rappresentante del popolo davanti a Dio, era il capo indiscusso del potere religioso e civile, esercitato dal clero (sacerdoti e leviti ad essi subordinati), con l'appoggio determinante degli scribi e dei farisei. Ma nessuno si ribellava perché: “Dio lo vuole”. Fino a Gesù.
La distruzione definitiva del Tempio ad opera dei Romani fece sparire i sacerdoti dall’orizzonte del popolo ebraico, ma già nella comunità di Qumran, dove si erano rifugiati alcuni sacerdoti che si opponevano alla corrotta classe sacerdotale di Gerusalemme, c’era la sicura convinzione che la comunità nella sua interezza, e non il Tempio, fosse il santuario vivente di Dio.
Nei vangeli i sacerdoti sono tutti personaggi negativi, refrattari alla parola del Signore: da Zaccaria che non ha creduto alla promessa divina, al sacerdote della parabola del “buon samaritano”. I sommi sacerdoti, quelli al vertice della piramide del potere religioso, erano la crema della feccia, quelli che maggiormente temevano le parole e i gesti di quel galileo, tanto da ucciderlo per mano degli odiati romani: “Ma uno di loro, Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno, disse loro: «Voi non capite nulla! Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!»” (Gv 11,49-50). Gesù stava facendo saltare il sistema.
Gesù non era un sacerdote perché non era un discendente di Levi, ma era un laico, che, se avesse messo piede nello spazio sacro del Tempio, sarebbe stato lapidato, come qualsiasi altro laico. Non lo erano i suoi discepoli né gli apostoli, né lo saranno per secoli, secondo la volontà di Gesù.
Nei vangeli troviamo Gesù sempre e solo nel portico di Salomone - cioè il portico dei laici, degli uomini – dove passeggiava e insegnava.
Gesù, attaccando con violenza il sistema religioso giudaico, prefigurando la distruzione del Tempio e la fine del sacerdozio, ha combattuto la sua più feroce battaglia contro il clero di Gerusalemme. Uno che va dicendo che Dio non è nel Tempio ma che vive nell’intimo dell’uomo, che non chiede né offerte né sacrifici, ma che si offre, che il sacerdozio non è solo inutile, ma dannoso perché si frappone tra il Padre e i figli, costui deve morire, per volontà del clero, che si sente minacciato nel suo potere.
"La rivoluzione di Gesù di Nazareth era stata nel denunciare questa piramide di mediatori e di mediatori dei mediatori, nel dare ai poveri la gioiosa certezza che il loro rapporto con Dio era immediato. Lo potevano chiamare Padre senza passare attraverso le strutture del tempio e le legittimazioni del Sinedrio" (Ernesto Balducci1).
L’apostolo Paolo, nella prima metà del I secolo, poco dopo la morte di Gesù, comincia la sua attività evangelizzatrice fondando le prime Chiese come comunità dalla struttura molto democratica, basata sui carismi, doni che lo Spirito, in maniera differenziata, dà a tutti, in funzione della crescita della comunità, per formare una fraternità, nella collaborazione. Dare voce a tutti serve ad edificare la comunità nella comunione (Koinonia).
Ma già dopo pochi decenni, come dimostrano le Lettere Pastorali, si va perdendo la compartecipazione e le Chiese assumono una struttura verticistica patriarcale, con qualcuno che prevale sugli altri, una struttura che si regge su una trasmissione di potere tramite l’imposizione della mani, con la sacralizzazione del presbitero (che somiglia sempre più ad un sacerdote, anche se non lo è), una figura che si separa dagli altri, tradendo le parole di Paolo in Gal 3,26-26: “Tutti voi infatti siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù”.
E’ già finita l’uguaglianza e sono ignorati i doni dello Spirito. Durante i secoli a venire, la figura del presbitero si fossilizza, diventando una figura immutabile del potere maschile misogeno, legato alla distinzione fra maschio (degno) e femmina (indegna).
Nei primi secoli un presbitero o un vescovo (era all’inizio una questione solo di nome e non di competenze) erano scelti tra i più saggi della comunità, che avessero una sola moglie (cioè che non praticassero la poligamia anche se consentita dalla Torah), e che, soprattutto, sapessero educare bene i loro figli perché questa capacità li rendeva utili alla comunità.
Infatti nella Chiesa primitiva il termine sacerdote veniva riservato solo a Cristo e alla sua Chiesa, intesa nella sua globalità di popolo sacerdotale. Poi, il popolo di Dio esercitava il sacerdozio con ministeri diversi, cominciando dalla famiglia, primo ministero sacerdotale, e poi tutti gli altri ministeri, compreso quello presbiterale o episcopale, che non era disgiunto dalla famiglia, perché erano tutti sposati.
All'inizio, a capo delle comunità, c'erano anche donne come, per esempio, è scritto in Rom 16,1-2: “Vi raccomando Febe, nostra sorella, che è al servizio della Chiesa di Cencre: accoglietela nel Signore, come si addice ai santi, e assistetela in qualunque cosa possa avere bisogno di voi; anch’essa infatti ha protetto molti, e anche me stesso”.
Nelle comunità apostolica di Gerusalemme invece il problema di Paolo non esisteva e l’unico ministero voluto da Pietro fu il diaconato (Atti 6,1-6). Lo stesso Simone Pietro non fu mai né presbitero né tanto meno vescovo e, in senso stretto, neanche papa (non si ha nemmeno la certezza di una sua presenza a Roma).
Nella Roma imperiale il sommo pontefice era l’imperatore. Poi si chiamarono cosi i vescovi di Roma, con ambizioni di potere, che raggiunsero l’acme con Bonifacio VIII che si mise in testa la tiara, ad indicare il potere totale e universale. L’uso della tiara è poi scomparso(2).
Più tardi la comunità dei fedeli avrà bisogno di una struttura logistica e si organizzerà con figure di servizio che sono appunto i diaconi, i presbiteri ed i vescovi. E ancora oggi l’ordinazione dei preti infatti si chiama “presbiterale” e non sacerdotale.
Presbiteri e vescovi sono chiamati a pascere il gregge, a guidarlo in pascoli erbosi e a proteggerlo, dando, se necessario, la vita per i fedeli loro affidati. Questo in passato non è sempre avvenuto e il pericolo è, purtroppo, sempre incombente e le deviazioni possibili: c’è sempre il pericolo, reale, che chi è chiamato a servire, tenda a comandare.
Inoltre troppo spesso i preti (diminutivo di presbiteri) non disdegnano, anzi amano, essere chiamati sacerdoti, avendo tradito il messaggio evangelico. E cosi sono ricomparsi, con i “sacerdoti”, i templi, i santuari, gli altari. I sacrifici, le divine liturgie tra nuvole di incenso, ma la fede è scarsa e chi si nutre della parola di Dio lo capisce: “Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me” (Mt 15,7-8).

Note: 1. Ernesto Balducci (Santa Fiora 1922 – Cesena 1992) è stato un presbitero, editore, scrittore ed intellettuale italiano. 2. L'ultima cerimonia di incoronazione papale con imposizione della tiara vi fu nel 1963 in occasione dell'elevazione al Soglio di papa Paolo VI, che cessò successivamente l'uso dello storico simbolo pontificio. La tiara venne messa in vendita e acquistata dal card. F.J. Spellman, arcivescovo di New York, utilizzandone il ricavato per le missioni africane. L'uso del triregno fu sostituito in toto con quello della mitra.

(segue la settimana successiva)

martedì 22 agosto 2017

Programma 05

Con domenica 10 settembre, sempre che io stia ancora accettabilmente bene, inizieremo a parlare del Sacramento dell'Ordine.

Il Sacramento del Matrimonio - 04



(segue da 3. Storia ed evoluzione del matrimonio cristiano – terza parte)

50. La fecondità del matrimonio.
Il matrimonio e l'amore coniugale sono ordinati per loro natura alla procreazione ed educazione della prole. I figli infatti sono il preziosissimo dono del matrimonio e contribuiscono moltissimo al bene degli stessi genitori. Lo stesso Dio che disse: "non è bene che l'uomo sia solo" (Gen. 2, 18) e che "creò all'inizio l'uomo maschio e femmina" (Mt. 19, 4), volendo comunicare all'uomo una certa speciale partecipazione nella sua opera creatrice, benedisse l'uomo e la donna, dicendo loro: "crescete e moltiplicatevi" (Gen. 1, 28). Di conseguenza la vera pratica dell'amore coniugale e tutta la struttura della vita familiare che ne nasce, senza posporre agli altri fini del matrimonio, a questo tendono che i coniugi, con fortezza di animo, siano disposti a cooperare con l'amore del Creatore e del Salvatore, che attraverso di loro continuamente dilata e arricchisce la sua famiglia.
Nel compito di trasmettere la vita umana e di educarla, che deve essere considerato come la loro propria missione, i coniugi sanno di essere cooperatori dell'amore di Dio creatore e come suoi interpreti. E perciò adempiranno il loro dovere con umana e cristiana responsabilità, e con docile riverenza verso Dio, con riflessione e impegno comune si formeranno un retto giudizio, tenendo conto sia del proprio bene personale che di quello dei figli, tanto di quelli nati che di quelli che si prevede nasceranno, valutando le condizioni di vita del proprio tempo e del proprio stato di vita, tanto nel loro aspetto materiale, che spirituale; e, in fine, salvaguardando la scala dei valori del bene della comunità familiare, della società temporale e della chiesa. Questo giudizio in ultima analisi lo devono formulare, davanti a Dio, gli sposi stessi. Però nella loro linea di condotta i coniugi cristiani siano consapevoli che non possono procedere a loro arbitrio, ma devono sempre essere retti da una coscienza che si deve conformare alla legge divina stessa, docili al magistero della chiesa, che in modo autentico quella legge interpreta alla luce del vangelo. Tale legge divina manifesta il significato pieno dell'amore coniugale, lo salvaguarda e lo sospinge verso la sua perfezione veramente umana. Così i coniugi cristiani, confidando nella divina provvidenza e coltivando lo spirito di sacrificio, glorificano il Creatore e tendono alla perfezione in Cristo quando adempiono alla loro funzione di procreare, con generosa, umana e cristiana responsabilità. Tra i coniugi che in tal modo soddisfano alla missione loro affidata da Dio, sono da ricordare in modo particolare quelli che, con decisione prudente e di comune accordo, accettano con grande animo anche un più gran numero di figli da educare convenientemente.
Il matrimonio, tuttavia, non è stato istituito soltanto per la procreazione; ma il carattere stesso di patto indissolubile tra persone e il bene dei figli esigono che anche il mutuo amore dei coniugi abbia le sue giuste manifestazioni, si sviluppi e arrivi a maturità. E perciò anche se la prole, molto spesso tanto vivamente desiderata, non c'è, il matrimonio perdura come consuetudine e comunione di tutta la vita e conserva il suo valore e le sue indissolubilità.

51. Accordo dell'amore coniugale con il rispetto della vita umana.
Il concilio sa che spesso i coniugi, nel dare un ordine armonico alla vita coniugale, sono ostacolati da alcune condizioni della vita di oggi, e possono trovare circostanze nelle quali non si può aumentare, almeno per un certo tempo, il numero dei figli, e non senza difficoltà si può conservare la pratica dell'amore fedele e la piena familiarità di vita. Là dove, infatti, è interrotta la intimità della vita coniugale non è raro che la fedeltà sia messa in pericolo e possa venir compromessa la prole: allora, infatti, corrono pericolo l'educazione dei figli e il coraggio di accettarne altri.
C'è chi presume portare, a questi problemi, soluzioni non oneste, anzi non rifugge neppure dall'uccisione; ora la chiesa ricorda che non può esserci vera contraddizione tra le leggi divine del trasmettere la vita e del dovere di favorire l'autentico amore coniugale.
Infatti, Dio, padrone della vita, ha affidato agli uomini l'altissima missione di proteggere la vita, missione che deve essere adempiuta in modo umano. Perciò la vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura; e l'aborto come l'infanticidio sono abominevoli delitti. L'indole sessuale dell'uomo e la facoltà umana di generare sono meravigliosamente superiori a quanto avviene negli stadi inferiori della vita; perciò anche gli atti stessi, propri della vita coniugale, ordinati secondo la vera dignità umana, devono essere rispettati con grande stima. Perciò quando si tratta di comporre l'amore coniugale con la trasmissione responsabile della vita, il carattere morale del comportamento non dipende solo dalla sincera intenzione e dalla valutazione dei motivi, ma va determinato da criteri oggettivi, che hanno il loro fondamento nella natura stessa della persone umana e dei suoi atti che sono destinati a mantenere in un contesto di vero amore l'integro senso della mutua donazione e della procreazione umana; e tutto ciò non sarà possibile se non venga coltivata con sincero animo la virtù della castità coniugale. I figli della chiesa, fondati su questi principi, nel regolare la procreazione non potranno seguire strade che sono condannate dal magistero, nella sua funzione di interprete della legge divina.
Sia chiaro a tutti che la vita dell'uomo e il compito di trasmetterla non sono limitati solo a questo tempo e non si possono commisurare e capire in questo mondo soltanto, ma riguardano sempre il destino eterno degli uomini.

Fra i tanti elementi di novità che la Gaudium e Spes offre, io credo possa considerarsi centrale la inseparabilità della sessualità dalla relazione interumana vista nella sua globalità: il matrimonio è definito come comunità di vita ed amore coniugale. Questa intima unione è vista come mutua donazione di due persone. Si tratta quindi di un amore eminentemente umano, diretto da persona a persona e che coinvolge le espressioni dell’anima e del corpo. E pertanto il rapporto sessuale è dunque visto come espressione e arricchimento del dono reciproco fra persone (il sesso come comunicazione).
Io credo che ormai la moralità nella sfera sessuale non possa più esser letta (almeno primariamente) nei singoli comportamenti sessuali, ma nell’animo – o meglio: nel quadro globale della relazione fra persone – da cui tali comportamenti scaturiscono.
In queste brevi frasi si ha una svolta netta e coraggiosa nei confronti di tutta la tradizione in materia di morale sessuale che prima ho cercato di descrivere.
Il tema morale della sessualità è visto primariamente come parte dell’unico grande tema morale della carità, mentre il tema della natura passa decisamente in secondo piano.
Ed è rilevante il fatto che qui si torna alla radice biblica, in cui in forme ed espressioni diverse resta sempre ferma la lettura della sessualità come espressione di amore: non di una infatuazione passeggera ma di un amore "forte come la morte".
Il tema della procreazione come necessaria giustificazione dell’attività sessuale non esiste nella Bibbia. Esiste invece nella Bibbia, e qui è fortemente ripreso, il tema dell’ "esser due in una sola carne", di un’unione nella gioia di poter esprimere, in forma eminentemente umana, l’amore di Dio per noi e in mezzo a noi ("come Cristo ha amato la chiesa").
Nella Bibbia e nel Concilio i peccati in materia sessuale sono peccati contro l’amore, ma nella tradizione cristiana preconciliare non lo sono affatto: sono peccati contro la legge naturale letta con gli occhi dei filosofi greco-romani precristiani, quindi lontana ed estranea al vangelo.
Anche l’indissolubilità della comunità di vita ed amore viene così a non essere più fondata – come invece praticamente in tutti i manuali di morale preconciliari – sulla necessità dell’educazione dei figli o della stabilità sociale, che restano peraltro elementi moralmente significanti, ma sulla totalità del dono reciproco.
Si noti che nell’applicazione particolare al rapporto sessualità-procreazione (n.51) il Concilio afferma che l'indole sessuale dell'uomo e la facoltà umana di generare sono meravigliosamente superiori a quanto avviene negli stadi inferiori della vita, mentre tutta la tradizione della legge naturale partiva proprio dall’osservazione della vita animale
Si noti infine che questa dottrina è dottrina di un Concilio Ecumenico: tutti i Concili sono nati dalla necessità di superare questioni discusse o difficoltà nuove nell’annuncio della dottrina.
Questo (e molte altre cose) ha fatto il Concilio Vaticano II, e da un Concilio non si torna indietro: si può solo andare avanti. Perciò io credo che tutta la morale sessuale cristiana vada profondamente ripensata: questo non è compito di un Concilio, ma della riflessione teologica come elaborazione offerta a un magistero futuro. Solo operando questo ripensamento, questa volta alla luce del vangelo e non della filosofia pagana, si potrà dare al matrimonio un’impronta realmente cristiana. 


4. Il matrimonio come sacramento

Mi sembra opportuno, ora, fare un passo indietro perché non ho ancora affrontato un aspetto non secondario del matrimonio cristiano, quello di essere sacramento. Per valutarne lo sviluppo storico, partirei dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.).
Con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente e la conseguente dominazione germanica, la Chiesa sostanzialmente accettò le regole del diritto germanico in materia matrimoniale, benché fossero completamente diverse da quelle del diritto romano, dal momento che non riconoscevano alcuna autonomia alla volontà degli sposi.
L’accettazione non fu totale: la chiesa si oppose soprattutto a due aspetti del diritto germanico, lo scioglimento delle famiglie per ripudio o divorzio consensuale e il concubinato con mogli di grado inferiore, ammesso accanto al matrimonio principale (Carlo Magno – IX sec. d.C. - arrivò ad avere fino a quattro concubine regolarmente sposate).
Nel frattempo la Chiesa riconsiderava la propria visione della vita matrimoniale e nell'866, con una lettera di papa Niccolò I, affermò per la prima volta il fondamento consensuale del matrimonio, che però si impose solo più avanti (nell'XI-XII secolo).
Durante i secoli VII-XI il principale obiettivo della Chiesa fu quello di allargare la nozione di incesto. Il diritto romano vietava il matrimonio fra consanguinei, ma la Chiesa estese la consanguineità fino al settimo grado, computato secondo il modo germanico e non secondo quello romano: per conseguenza i figli di due cugini erano parenti di terzo grado (e non di sesto, come nel computo romano) e il loro matrimonio era un incesto grave.
Non appena la dottrina del consenso e quella della natura sacramentale del matrimonio si furono affermate fra teologi, giuristi e papi, il vero matrimonio cessò di essere atto racchiuso all’interno delle famiglie, diventando cerimonia religiosa nella quale il sacerdote, dopo aver indagato sui rapporti di consanguineità, doveva accertare negli sposi l'esistenza di una libera volontà presente.
Il matrimonio divenne così materia di diritto canonico (1140 ca.) e fu definito come l'unione dell'uomo e della donna che fondano tra loro una comunità di vita.
La sacramentalità del matrimonio era unanimemente ammessa nel Medioevo, ma con riserva, poiché riusciva difficile conciliare lo stato coniugale con la dottrina della grazia (!!).
È nel Concilio di Verona del 1184 che il matrimonio riceve per la prima volta la qualifica di sacramento da parte del Magistero della Chiesa. La valenza di sacro “segno” dell’unione Cristo/Chiesa rimane però per lungo tempo puramente figurativa e, nella scia della tradizione agostiniana, si afferma che non generi grazia.
Bonaventura(1) fa un piccolo passo in avanti ammettendo che il matrimonio, oltre che aiutare i coniugi a conservare la propria grazia personale (legittimando almeno in parte gli atti carnali) conferisce loro una certa grazia medicinale contro la concupiscenza che in varie forme insidia i beni del matrimonio.
Nel 1208 papa Innocenzo III, in opposizione a quanti vietano il matrimonio alle persone aspiranti alla perfezione, afferma che anche gli sposi possono salvarsi (!!), particolare non trascurabile ribadito dal Concilio Laterano IV nel 1215 - e che possono darsi seconde ed ulteriori nozze in caso di vedovanza.
Sul finire del XIII secolo Alberto Magno(2) scorge una seconda e migliore specie di grazia, che fornisce agli sposi gli aiuti necessari ad adempiere ai compiti particolari del loro stato. La tesi è poi fatta propria da Tommaso, che enumera il matrimonio tra i sacramenti della legge nuova che causano realmente la grazia, e riscuote anche qui grandissimo seguito.
Il Concilio II di Lione del 1274 elenca espressamente i sette sacramenti, matrimonio compreso, ed il Concilio di Firenze del 1439, con il Decreto agli Armeni, sancisce che il matrimonio è uno dei sacramenti che contengono e conferiscono la grazia (il Matrimonio viene accostato all’Ordine, in quanto essi sono i due sacramenti ordinati “al governo e moltiplicazione di tutta la Chiesa”). Lo stesso Decreto afferma che causa efficiente del matrimonio è il consenso. Si giunge in tal modo ad una sostanziale unanimità di dottrina e ci si avvicina ormai alle soglie del secolo XVI.
Il Concilio di Trento, nel 1547, rispondendo alle critiche mosse dai riformatori, ribadì il numero dei sacramenti della Chiesa cattolica e tra essi nominò anche il matrimonio. Nel 1563 approvò la dottrina del sacramento del matrimonio e i 12 canoni relativi, dichiarando solennemente la perpetuità e la solennità del vincolo del matrimonio. Tale principio venne richiamato rifacendosi al passo di Gn 2,23-24 che è posto a fondamento dell’unione tra uomo e donna per dar vita a una carne sola.

Sono così trascorsi più di XV secoli dalla predicazione di Gesù: se la Chiesa avesse seguito il vangelo e non la filosofia greca, tutti i problemi riguardo la vita sessuale delle persone si sarebbero risolti in un solo momento, bastava applicare Gv 15,17 “Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri.”

Il Concilio di Trento difese non solo la sacramentalità e l’efficacia di grazia del matrimonio ma anche la competenza della Chiesa a regolare, secondo il diritto canonico, le pratiche matrimoniali. Sempre in questa sessione il concilio emanò un decreto (denominato Tametsi) che imponeva ai fedeli di sposarsi davanti all’ordinario locale o al parroco, o davanti a un sacerdote delegato da uno dei due. Lo scopo principale del decreto era di fare della celebrazione pubblica un elemento indispensabile del matrimonio.
Pio VI nel 1788, rispondendo con una lettera al quesito di un vescovo, affermava che le cause matrimoniali dovevano essere sottoposte all’unico giudizio della Chiesa essendo il contratto matrimoniale uno dei sette sacramenti istituiti da Cristo.
Pio IX nel 1864 condannava coloro che vedevano nel sacramento del matrimonio qualcosa di accessorio rispetto al contratto matrimoniale.
Leone XIII, nell’enciclica Arcanum divinae sapientiae, del 1880, afferma che Cristo ha elevato il matrimonio alla dignità di sacramento. Il matrimonio è un sacramento precisamente perché è un segno sacro che produce la grazia: esso è l’immagine della unione mistica di Cristo e della Chiesa.
Pio XI, nell’enciclica Casti connubi del 1930, sottolinea l’elevazione del matrimonio di battezzati a sacramento e il fatto che tale elevazione non cambia la natura del contratto ma il suo ordine, da naturale a soprannaturale.
Paolo VI, nel 1968, pubblica l’enciclica Humanae vitae nella quale definisce il concetto di paternità responsabile in merito alla procreazione e ne stabilisce la corretta interpretazione(3).
I testi del concilio e la lettera apostolica Familiaris consortio di Giovanni Paolo II del 1981, che sintetizza la tradizione ecclesiastica riguardo al matrimonio, costituirono i fondamenti per il nuovo diritto matrimoniale cattolico. La lettera ribadisce come non possa sussistere un matrimonio di battezzati che non sia sacramento.


Note: 1. San Bonaventura da Bagnoregio, al secolo Giovanni Fidanza, (Bagnoregio, 1217/1221 circa – Lione, 15.7.1274) è stato un religioso, filosofo e teologo italiano. Soprannominato Doctor Seraphicus, insegnò alla Sorbona di Parigi e fu amico di san Tommaso d’Aquino. – 2. Alberto Magno di Bollstädt, conosciuto anche come sant'Alberto il Grande, Alberto di Colonia o Doctor Universalis (Lauingen, 1206 – Colonia, 15.11.1280), era un vescovo domenicano. È considerato il più grande filosofo e teologo tedesco del Medioevo sia per la sua grande erudizione che per il suo impegno a livello logico-filosofico nel conciliare fede e ragione, applicando la filosofia aristotelica al pensiero cristiano. Fu, inoltre il maestro di San Tommaso d’Aquino. – 3. L’esame di questa contraddittoria enciclica richiederebbe molte pagine e comunque non rientrerebbe nell’argomento originario di queste righe.