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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


mercoledì 8 novembre 2017

La “necessità” della predicazione di Jehoshuà ben-Joseph-2




(segue dalla domenica precedente)

E’ chiaro che il loro ritorno non fu accolto dalle popolazioni residenti in Palestina in modo molto amichevole. Anche se parlavano la loro stessa lingua (o quasi, perché col tempo si era imbastardita inglobando parole e frasi egiziane) andavano ad occupare territori sui quali i residenti reclamavano la proprietà.
Dopo circa un secolo, le discussioni, le scaramucce, i dissidi si andarono attenuando e l’organizzazione cominciò a prendere piede e ad assumere una struttura molto particolare scelta dalla prima Confederazione di tribù dell’epoca dei Giudici (XI – X secolo a.C.- Gs 24,1-28), portato ad esempio dai profeti più radicali come Amos, Osea e Michea: la società si deve strutturare attorno al valore centrale del "dono", del dare, della generosità, della solidarietà.
L’organizzazione si basa su gruppi "di mille, cento, cinquanta, dieci", che sono le unità di combattimento delle milizie hyksos. Sono milizie popolari che formulano modelli per l'organizzazione sociale. O forse, al contrario, l'organizzazione sociale formula modelli per l'inquadramento militare delle milizie. In realtà, milizia e organizzazione sociale conformano un'unità dialettica: il popolo è organizzato per risolvere tutte le sue necessità, tra cui quelle di difesa militare, senza esercito professionale. Di fronte all'attacco degli eserciti professionali delle monarchie circostanti, la Confederazione metteva facilmente in piedi la sua organizzazione militare.
Questa non è solo una organizzazione socio-militare, ma un sistema per risolvere il  problema sociale mediante un programma di distribuzione tra i bisognosi, perché in questo progetto di società non è previsto possano esserci bisognosi.
Ma non tutti sono d’accordo; con il tempo viene ugualmente a crearsi una classe di proprietari che rompono il patto sociale e rivendicano la costituzione di uno stato, anzi, di una monarchia; così, all’inizio del primo millennio Israele vede insediarsi due re in due stati diversi, il Regno del Nord e il Regno di Giuda a sud. Contemporaneamente si assiste al formarsi di una casta sacerdotale che lentamente monopolizza la religione separandosi dal popolo.
Un altro fattore favorisce il passaggio al regime monarchico: le aggressioni militari. I Filistei (presumibilmente migranti fuggiti da Creta dopo l’esplosione del vulcano dell’isola di Santorini e stabilitisi nella zona costiera) attaccarono ed anche dominarono in parte Israele per il pericolo che rappresentava una sua possibile espansione verso le coste e per poter sfruttare le fertili colline dell'entroterra; gli Amaleciti(1), commerciavano con gli Arabi e sentivano la concorrenza di Israele che premeva anche verso quella direzione per instaurare commerci a sua volta. Di conseguenza in Israele si sente la necessità di una difesa centralizzata, cioè la creazione di un esercito professionale che richiedeva quindi un sostentamento tramite tasse o tributi.

La monarchia riceve dalla casta sacerdotale lo strumento principe per governare: la Legge o Torah che si basa su una rielaborazione del codice di Hammurabi (redatto quasi 700 anni prima), ma privato delle pene da comminare a chi non vi ottempera; a questo si provvederà nei secoli successivi con una casistica degna di miglior fine (vedi Levitico e Deuteronomio).
Se la si mette a confronto con la leggi presenti nei paesi circonvicini, si tratta di una legge molto avanzata dal punto di vista etico:

-          - inizia con un omaggio a Dio ed invita a glorificarlo
-     - sancisce come fondamentale la dignità umana anche in età avanzata sottolineando che è compito dei discendenti mantenere al meglio i propri progenitori
-         -  stabilisce il principio della inviolabilità della persona umana
-      - inserisce un duro comandamento a condanna dei disonesti, dei corruttori, dei traditori, degli operatori di inganni, comandamento inspiegabilmente tradotto nelle lingue moderne con “non commettere adulterio” oppure “non fornicare” oppure “non commettere atti impuri” frasi che non corrispondono, se non in minima parte, alla parola ebraica nehaf (2 
-         -  prosegue garantendo il diritto alla proprietà
-         - stabilisce l’obbligo di riferire la verità in giudizio
-    - chiude condannando lo stupro(3) (che doveva essere piuttosto frequente in quel contesto culturale) e l’appropriazione indebita tipica delle classi più elevate.


 1.2. Dalla monarchia alla schiavitù babilonese.

Nel Pentateuco sono citati 44 nomi di re di Israele ripartiti tra il regno del Nord ed il regno di Giuda. Di questi solo di alcuni si hanno riscontri archeologici univoci; di altri o non si ha alcun riscontro o solo cenni non confermabili.
Sorprende l’assoluta assenza, sia in campo archeologico, sia in quello documentale, di tracce del re Davide al punto che negli studiosi della Bibbia, anche israeliani, si è ormai attestata la convinzione che sia, come Mosè, una costruzione mitica utilizzata come arma psicologica nelle trattative tra Israele e i dominatori Assiro – Babilonesi.
Il periodo monarchico fu caratterizzato da turbolenze dinastiche e religiose. Furono pochi i re a rimanere fedeli a Dio soprattutto a causa di matrimoni di “convenienza” con figlie di re circonvicini che portavano in Israele la loro corte di sacerdoti e fedeli di altri dei. La successione solo poche volte avvenne per via ereditaria. Più spesso si verificò una successione per colpo di mano con assassinio del legittimo pretendente al trono.

Il Regno di Israele (chiamato anche Regno del Nord, Samaria o Efraim) rimase uno stato indipendente fino a circa il 731 a.C., quando fu conquistato e annesso all'impero assiro. Gli Assiri avevano come consuetudine di riservare l’esercizio dell’arte militare alle persone che possedevano un albero genealogico esclusivamente di etnia assira, mentre tutti gli altri lavori inerenti alla produzione agricola ed all’artigianato erano svolti da deportati da nazioni conquistate. Per questo il Regno di Samaria fu svuotato della maggior parte degli artigiani che furono deportati in Assiria; in Samaria, per riempire i vuoti così formati, furono portati popoli provenienti da altre parti dell’impero assiro. Questa commistione di etnie produsse nei secoli una popolazione meticcia (i samaritani) particolarmente invisa agli israeliti perché abbracciavano una religione anch’essa meticcia spesso in contrasto con il Pentateuco, di cui i samaritani ne avevano riscritto una parte.

Il Regno di Giuda (chiamato anche Regno del Sud) rimase uno stato indipendente fino al 586 a.C., quando fu conquistato e annesso all'impero babilonese e parte del popolo ebraico venne deportato a Babilonia.

Il periodo monarchico impresse nella cultura ebraica un vero e proprio marchio le cui conseguenze si vedono ancora oggi nello Stato di Israele. Quel periodo, nei secoli successivi, fu idolatrato al punto da essere considerata un’epoca d’oro anche se non lo fu affatto. E’ stato in questo periodo che gli ebrei si convinsero di essere il popolo eletto in virtù del particolare rapporto con Dio. A nulla valsero le predicazioni di alcuni profeti (pochi, in verità) che affermavano una sostanziale eguaglianza con i popoli circonvicini. E’ chiaro che con queste premesse ogni futura occupazione di Israele da parte delle nazioni più forti in quel momento, era subita dal popolo con una insofferenza decisamente superiore a quella prevedibile per quella condizione.

Con la deportazione in Babilonia inizia un periodo di grande sofferenza di Israele perché perde ogni possibilità di ricostruirsi come stato libero fino al 14 maggio 1948 quando lo stato d'Israele venne proclamato da David Ben Gurion; lo stato è ufficialmente entrato in essere il 15, quando, alla mezzanotte, terminò il mandato britannico.


1.3. Dall’editto di Ciro all’occupazione romana.

La notte tra il 5 e il 6 ottobre 539 a.C., Ciro II imperatore di Persia entrava in Babilonia senza incontrare alcuna resistenza e si autoproclamava re di Babilonia; in tal modo, Ciro prese possesso dell'impero neobabilonese, di cui facevano parte anche la Palestina e la Siria.
L'impero persiano mantenne la sua posizione di preminenza per quasi due secoli. Motivo non ultimo della stabilità di un tale impero fu il fatto che i Persiani trattarono i popoli sottoposti al loro dominio con maggiore tolleranza di quanto in precedenza non avessero fatto Assiri e Babilonesi.
I Persiani, senza dubbio nel proprio interesse, permettevano che i popoli loro sottomessi conservassero i modi di vita tradizionali, in particolare i culti ereditati dai padri, e addirittura li favorivano. In alcuni casi essi ripristinarono i culti locali che i Babilonesi avevano messo al bando.
Tale politica religiosa dei Persiani ebbe importanti conseguenze anche per il culto che si celebrava nel tempio di Gerusalemme, per la colonia ebraica d'Egitto e per i Giudei deportati a Babilonia.
Nel 538, probabilmente su richiesta di questi ultimi, Ciro emanò un editto in cui si consentiva agli ebrei deportati il ritorno nella patria e si ordinava la ricostruzione del tempio di Gerusalemme distrutto dai Babilonesi e la restituzione degli arredi incamerati un tempo da Nabucodonosor; le spese per la ricostruzione sarebbero state sostenute dalle finanze pubbliche dello stato persiano. Il testo originale di questo decreto è contenuto in Esd 6,3-5.
Il periodo dell’occupazione persiana fu, per gli ebrei, un periodo di pace e di sviluppo economico. I governatori furono tutti di etnia ebraica e favorirono la riscoperta delle tradizioni religiose. In questo periodo, soprattutto sotto il governatorato di Esdra, vennero riordinati gli scritti sacri fino ad assumere una struttura molto simile alla Bibbia che conosciamo. Una conseguenza culturale importante dell’occupazione persiana fu il progressivo uso della lingua aramaica (persiano) anche in ambito familiare con il confinamento dell’uso dell’ebraico nella liturgia del Tempio e della sinagoga.

 Note: 1. Popolo di probabile origine araba considerati come discendenti di un ancestrale personaggio di nome Amalek, ricollegato alla discendenza di Iram, figlio di Sem, figlio di Noè. Amalek era uno degli sceicchi di Edom. – 2. Fa sorgere il sospetto che non fu consentita la traduzione letterale di questo comandamento perché rappresentava un duro monito nei confronti di chi gestiva il potere politico o religioso. – 3. Il verbo “desiderare” in ebraico è un verbo fattuale e significa “agire fortemente per ottenere”, per cui “desiderare la donna d’altri” è, in buona sostanza, un elegante modo di dire “stuprare”; analogamente il desiderare la casa, l’asino ecc. di altri, corrisponde alle parole di Gesù “… divorano le case delle vedove…” Mc 12,40 detto con riferimento agli scribi.

(segue la prossima domenica)

lunedì 30 ottobre 2017

La “necessità” della predicazione di Jehoshuà ben-Joseph-1




Perché Gesù è vissuto e ha predicato? La nascita, la vita, la predicazione e la morte di Gesù erano, sono e saranno necessari all’umanità?
Per rispondere, almeno parzialmente, a queste fondamentali domande, dobbiamo partire dall’identità storica e culturale di Israele, separando i personaggi mitologici o presunti tali dalla realtà storica così come ci viene presentata dai ritrovamenti archeologici e dai documenti che al momento sono disponibili. In queste pagine non ritroverete personaggi come Abramo, Mosè o Davide, prima di tutto perché il modo di scrivere la storia nel X secolo a.C. è completamente diverso dal modo di scrivere odierno e, in secondo luogo, attribuire la emanazione di leggi che obbligano tutti, ad una persona altamente stimata e “santa”, come ad esempio Mosè che parla direttamente con Dio, ne garantisce l’osservanza da parte di una larga porzione del popolo. E’ un ottimo strumento di educazione civica.


1. Cenni di storia di Israele
1.1. Dal nomadismo alla nascita della monarchia
Facciamo partire questo racconto da un punto fermo: circa 30 secoli fa nella così detta “mezzaluna fertile” che potremo oggi identificare con la Mesopotamia, la Siria del nord e l’Iraq del nord, nasce una civiltà di etnia semitica il cui sviluppo è favorito dallo sviluppo dell’agricoltura (fondamentalmente cereali e legumi) e dell’allevamento di bovini o ovini. In questa cultura vi sono alcune città-stato abitate da un popolo che non è di etnia semitica né indoeuropea, i Sumeri(1), più avanzati culturalmente dei popoli circostanti al punto che sviluppano un sistema di scrittura cuneiforme, chiamata così perché si eseguiva con uno stilo, imprimendo sull'argilla particolari segni composti da brevi incisioni a forma piramidale e appuntita, che possono ricordare dei chiodini o dei cunei. Quella struttura non era ancora alfabetica, ma sillabica, e risultava un notevole passo avanti nei confronti della scrittura egiziana che l’aveva preceduta che era a base ideografica, cioè ogni simbolo rappresentava una parola o gruppo di parole o, addirittura, un concetto. Questo consentì, agli inizi del II millennio a.C., con lo sviluppo delle popolazioni semitiche ed il tramonto della civiltà sumerica, che la scrittura cuneiforme divenisse appannaggio della nuova cultura babilonese e assira (detta globalmente accadica), e poté essere usata per esprimere altre lingue come l’elamita, l’ittita, l’urateo, e il luvio cuneiforme. Essa rappresentò anche la base e l'ispirazione da cui vennero create le scritture di Ugarit e quella achemenide dell'antico persiano.
I Sumeri furono anche gli inventori di quella che oggi chiameremmo la logistica; infatti si trovavano nel punto di arrivo delle carovane commerciali provenienti dall’Egitto e alla partenza di carovane dirette in India ed in Cina. I Sumeri fornivano alle carovane magazzini di stoccaggio, punti di riposo e una specie di servizio “bancario”; per fare questo la scrittura era fondamentale. In molti siti gli archeologi hanno trovato numerose tavolette di creta con un testo che ricorda le moderne lettere di credito.
I Sumeri furono importanti anche nel campo spirituale in quanto, secondo lo studioso Stephen Langdon di Oxford (in Semitic Mythology, Vol. V, p. xviii) la loro religione era di tipo monoteistico ed influenzò, come vedremo, anche Israele. In realtà oggi si preferisce parlare di monolatria piuttosto che di monoteismo dei Sumeri, in quanto non credevano in un unico dio universale, ma in un dio unico nella loro città, fermo restando che altri, in un’altra città, potevano liberamente credere in un altro dio.
Questa concezione si trasferì nella cultura ebraica; gli ebrei infatti, rimasero monolatrici fino alla cattività in Babilonia durante la quale si posero il problema se il dio di Babilonia fosse più forte del Dio di Israele visto cosa era loro successo. I sacerdoti che erano stati deportati, con un balzo teologico gigantesco, risolsero il problema che angosciava il popolo dichiarando il Dio di Israele creatore del mondo nella sua interezza e quindi un Dio universale, Dio anche di Babilonia. Lo fecero scrivendo la Genesi che, anche se si trova come primo libro nella Bibbia è, in realtà, uno degli ultimi scritti. Questo atto, purtroppo, creò un ulteriore problema: il popolo pensò che, se vi era un unico Dio per Israele e Babilonia, e aveva consentito di renderli prigionieri dei babilonesi, voleva dire che il popolo di Israele era stato punito per avere, in qualche modo, peccato. I sacerdoti, di fronte a questa convinzione, reagirono scrivendo il mito di Adamo ed Eva dimostrando così che il genere umano è, per sua natura e per volontà di Dio, libero di peccare o no e le conseguenze della scelta vanno accettate. Ma in fondo al mito i sacerdoti aggiunsero un’immagine fondamentale, questa: (Gen 3,14-15)

 Allora il Signore Dio disse al serpente:
«Poiché tu hai fatto questo,
sii tu maledetto più di tutto il bestiame
e più di tutte le bestie selvatiche;
sul tuo ventre camminerai
e polvere mangerai
per tutti i giorni della tua vita.
Io porrò inimicizia tra te e la donna,
tra la tua stirpe
e la sua stirpe:
questa ti schiaccerà la testa
e tu le insidierai il calcagno».

E’ un inno alla speranza nella predizione che l’uomo sarà capace di vincere il male, cioè la superbia e l’egoismo rappresentate dal serpente. E’ una speranza escatologica che verrà ripresa da Gesù. Da sottolineare che chi schiaccerà la testa al serpente non sarà la donna (Eva) ma l’intera stirpe umana; infatti la parola “questa” in ebraico è qui declinata in genere neutro e non in quello femminile e quindi si riferisce alla stirpe (di genere neutro) e non alla donna (di genere, ovviamente, femminile). Per questo, per gli ebrei, il mito di Adamo ed Eva non rappresenta la condanna del genere umano (il “peccato originale”), ma al contrario rappresenta la gioia della felicità futura(2).

Torniamo al nostro racconto; siamo alla fine del terzo millennio a.C. Alcuni pastori semiti che abitavano nei villaggi sumeri erano soliti recarsi lungo la via del mare, seguendo la costa del mare Mediterraneo, via seguita dalle carovane a cui vendevano latte e formaggi per il sostentamento durante il viaggio. Una parte di questi pastori si spingeva fin nella pianura palestinese di Esdrelon o di Izreel, dominata dal monte Tabor, e nella pianura di Sharon dove il foraggio era abbondante. Questi movimenti di persone e greggi furono dapprima di singole famiglie (da qui l’uso del nome comune Abram = padre di famiglia) ed in seguito molto più numerosi (Abraham = padre di moltitudini, vedi Gen 17,5) che iniziarono a colonizzare il territorio ed a porre tasse di transito alle carovane.
Questo gruppo di famiglie, ormai residenti nella Palestina, aveva contatti con i molti popoli che passavano lungo la via del mare ed acquisirono così ampie conoscenze sulle armi e sulle tecnologie connesse provenienti, probabilmente, dagli Ittiti, specialisti nella lavorazione del ferro.
Nella seconda metà del secondo millennio a. C., i pastori semitici presenti in Palestina cominciarono a muoversi verso l’Egitto; questi pastori erano noti in Egitto come gli Hyksos, i re pastori. Giuseppe Flavio, storico ebreo-romano coevo di Gesù, definisce gli Hyksos "...i nostri maggiori antenati ...i nostri progenitori ...il nostro popolo".
Questa corrente migratoria entrò in Egitto in un momento in cui questa nazione soffriva di una profonda debolezza politica; lo conquistò anche grazie alla superiore capacità militare (oltre alle armi in ferro, essi disponevano del cavallo, del carro da guerra hurrita, e del potentissimo e micidiale arco composito(3) e, con il tempo, espresse una classe dirigenziale di ottimo livello e con essa anche dei faraoni.
Il Direttore del comitato scientifico dell’IFAO Nicolas Grimal, nella sua celebre "Storia dell’Antico Egitto" (Laterza, Bari 1998), afferma che uno dei faraoni semiti della XV dinastia Hyksos, regnante sul Delta, "ebbe buoni rapporti" (pag. 246) con i sovrani della XVII dinastia, che regnavano nel frattempo a Tebe. Questo faraone si chiamava Jacob-Baal (1650-1633 a.C.), ed il suo nome non lascia adito al minimo dubbio sulla natura delle sue origini e della sua identità etnica. Per inciso, altri faraoni di quella stessa dinastia avevano nomi come Khjan (lo Yohannah, cioè Giovanni, citato da Manetone e da Giuseppe Flavio) ed Aawser Ra Apopi I (Aser è il nome di uno dei figli del Giacobbe biblico, fondatore dell’omonima tribù d’Israele).
Una stele ritrovata a Tanis, redatta sotto Ramses II, ma copia di un’altra risalente al regno di Horemhab, ci fa sapere che la città di Avaris divenne dominio hyksos nel 1730 a.C., ma il primo faraone semita lo abbiamo poco meno di sessant’anni dopo, con Salitis. Queste date sono importanti perché ci permettono di capire molte cose sulle dinamiche dei popoli d’allora.
Sembra che gli Egiziani ci misero molto tempo per imparare a costruire, ed usare, le armi hurrite. Di certo fu l’occasionale insorgere d’un improvviso e non previsto conflitto, piuttosto grave, sorto tra le corti di Tebe e Avaris (subito dopo che divenne faraone Senakht-Kheten-Ra Taa a Tebe e durante gli ultimi anni di regno di Apophi I ad Avaris), che porterà i tebani a scacciare gli Hyksos dal Delta sotto la guida definitiva del faraone Ahmose.
La presenza degli Hyksos in Egitto era durata più di 400 anni. Ritornarono nella Palestina a varie ondate scaglionate negli anni. Di due, datate all’incirca 1270 e 1260 a.C. sono rimaste tracce archeologiche rilevabili.

Note: 1. La terra di origine dei Sumeri resta ancora oggi sconosciuta, ma di una cosa si è certi: i Sumeri non erano una popolazione di stirpe semitica. Oltre a questo è ben noto che essi non furono né il primo né l'unico popolo ad abitare le terre fra il Tigri e l'Eufrate, ma che presero il posto, o meglio si integrarono, con i complessi culturali di 'Ubaid e di Uruk, gente semita che già abitava queste terre e aveva raggiunto un discreto sviluppo tecnologico e organizzativo. – 2. Sant’Agostino poté sviluppare la teoria del “peccato originale” in quanto non conosceva né l’ebraico né il greco e lavorò sulla Bibbia tradotta in latino, piena di molti errori di traduzione. La Chiesa ortodossa, che leggeva l’AT nella sua traduzione greca, respinse l’idea del peccato originale come colpa trasmissibile. – 3. L’Arco composito è un termine moderno per indicare un tipo di arco tradizionale di origine millenaria costruito con materiali diversi tra di loro, legno per lo scheletro centrale, corno sul ventre (la parte dell'arco rivolto verso l'arciere) e tendine sul dorso (la parte dell'arco rivolto verso il bersaglio), sia con leve rigide in legno, eventualmente rinforzate con osso, più o meno lunghe alle estremità dei flettenti, sia senza leve rigide, il tutto incollato con colla animale e rinforzato nei punti critici con avvolgimenti di tendine, seta, lino, canapa o rattan. Grazie alle caratteristiche di questi materiali l'arco composito, al contrario dell'arco in solo legno, se ben costruito, consente una costruzione molto riflessa, con conseguente forte precarica quando è incordato e trazioni estreme durante il tiro, quindi lunga gittata ed alta capacità di penetrazione.

(segue la prossima domenica)

lunedì 16 ottobre 2017

Programma 7





Ho iniziato a scrivere in questo blog nel maggio del 2010. Dopo più di sette anni di esegesi dei vangeli, di analisi dei tempi liturgici “forti” e di spiegazione della formazione dei sacramenti, è il momento di parlare di teologia; non vi spaventate, non è mia intenzione volare tanto alto, prima di tutto perché non ne sarei capace. Poi perché chi mi legge non è, salvo rare eccezioni, abituato a seguire ragionamenti lontani dalla vita di tutti i giorni. Faremo qualche discorso con i piedi per terra, per capire un poco di più di quello che il vecchio catechismo, impiantato su verità incrollabili ed indiscutibili, ha cercato invano di regalare e che il nuovo, privo di basi critiche, non riesce più a fornire.
Visto che ci avviamo verso il Natale, inizieremo col porci una domanda: la vita e la predicazione di Jehoshuà1 ben-Joseph (divenuto impropriamente Gesù figlio di Giuseppe prima nella traduzione latina dei Vangeli e poi in quella italiana) erano necessarie? Oppure, modificando il punto di vista, per quale motivo Gesù è nato, vissuto e morto?
Datemi il tempo di chiarirmi le idee nel guazzabuglio che ho in testa e comincerò a postare la risposta a questa domanda. Mi leggerete tra una quindicina di giorni.



Nota: 1. Il nome Jehoshuà in ebraico significa “Dio salva” e in Palestina era molto diffuso, potremmo dire come il nome Salvatore è diffuso in Sicilia e in altre zone del sud di Italia. Nella stessa Bibbia sono citati diversi Jehoshuà che, nella traduzione italiana, sono diventati Giosuè per evitare confusioni nei lettori meno attenti.