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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


sabato 4 settembre 2010

… lo sollevò sulle sue ali …

Pensieri in libertà di un vecchio rompiscatole

(Parte terza, pagg 89– 91)

 

 

(segue: La fede e la morte; l'addio di Tarcisio e di Giuliana)

La morte di una persona cara è una tragedia che segna per sempre l'esistenza. Questa tragedia diventa persino più tremenda a causa delle errate idee religiose che accompagnano la morte.

Non solo per lo stupidario di frasi consolatorie che mi sono state dette, che anziché alleviare il dolore non fanno che renderlo ancora più acuto ("Il Signore l'ha chiamata… l'ha presa…. Era già matura per il paradiso… i fiori più belli li vuole il Signore… i più buoni il Signore li vuole con sé" )(1) ma per tutto quel che circonda la morte.

Nel Vangelo di Luca c'è un rimprovero che viene fatto alle donne testimoni della resurrezione di Gesù: «perché cercate tra i morti colui che è vivo?». Fintanto che si sta orientati verso il sepolcro, fintanto che si piange il morto, non ci si accorge del vivo. Queste dell'Evangelista sono delle indicazioni importanti per la vita di ogni credente.

Fintanto che noi piangiamo come morta una persona cara, non riusciamo a percepire la presenza di questa persona viva e vivificante accanto a noi. È qui, è con noi, ma noi, distrutti dalla sua morte, vediamo soltanto la sua tomba, vediamo soltanto il dolore e il pianto. Non ci accorgiamo che la persona cara ci sta accanto e attende soltanto che noi facciamo un semplice gesto: di voltarci dalla tomba, dal sepolcro, verso la vita.

È quello che nel Vangelo di Giovanni succede con Maria di Magdala. Maria di Magdala sta orientata verso il sepolcro e piange. Soltanto quando si volta: «voltatasi, vide Gesù».

Nonostante il cammino fatto dal rinnovamento biblico e da quello liturgico, si è ancora eredi del Dies irae (2). Purtroppo molti cristiani non sono stati ancora sfiorati dall'insegnamento di Gesù su una vita capace di superare la morte e vivono ancora gli avvenimenti concernenti la morte con una mentalità che risente più dell'influsso delle credenze ebraiche e della filosofia greca che della novità portata da Gesù: infatti sia per colpa della catechesi che ci hanno fatto in passato, che per colpa nostra in quanto non abbiamo più avuto il desiderio di aggiornarci, quello che noi crediamo fermamente è un misto tra le idee ebraiche della resurrezione dei corpi (e non della "carne"(1) come specificato nel Credo) e quelle filosofiche della immortalità dell'anima (4); due concezioni che non hanno diritto di cittadinanza nel messaggio di Gesù.

Per comprendere il senso della risurrezione, occorre fare riferimento al Vangelo di Matteo (28,10: «Allora Gesù disse loro: non abbiate paura, andate ad annunziare ai miei fratelli», è la prima volta che Gesù si rivolge ai discepoli chiamandoli fratelli, e di nuovo Gesù insiste «vadano in Galilea, là mi vedranno».«Gli undici intanto andarono in Galilea», notate adesso il particolare: «su il monte che Gesù aveva loro fissato».

Tre volte abbiamo nel Vangelo l'invito ad andare in Galilea, ma mai viene specificato il monte sul quale andare. Il monte non è un luogo geografico, non è un'indicazione topografica, quella che l'Evangelista ci dà è una indicazione teologica. Nell'antichità, essendo il monte il luogo della terra più vicino al cielo, era considerato il luogo della residenza degli dei, quindi salire sul monte vuol dire avvicinarsi a Dio

Questo «il monte» nel Vangelo di Matteo è già stato presentato come il luogo dove Gesù ha annunziato la base del suo messaggio: il monte delle beatitudini.

L'Evangelista ci sta dando un'indicazione molto importante: chi vuole sperimentare nella sua esistenza la presenza di Gesù vivo e vivificante deve applicare tutto il suo programma, quello che viene chiamato il discorso della montagna, riassunto e riformulato nelle otto beatitudini, così fa esperienza qui, e non nell'aldilà, della presenza di Cristo resuscitato.

Le beatitudini sono otto, ma la prima è la condizione e la chiave perché esistano tutte le altre, è quella più temuta, perché mal compresa.

Gesù dice: «Beati i poveri di spirito (traduzione corretta: "per lo spirito"), perché di essi è il regno dei cieli».

Gesù non sta beatificando i disgraziati di questa terra dicendo siete beati perché andate in paradiso, Gesù nei Vangeli dice mai beati i poveri, i poveri sono disgraziati ed è compito delle comunità cristiane toglierli dalla loro condizione di povertà.

Gesù sta parlando alla sua comunità e sta dicendo che quelli che volontariamente e liberamente, per amore (questo significa "per lo spirito") entrano nella categoria dei poveri, sono beati perché Dio si occuperà di loro qui, sulla terra. Questo è il significato di «regno dei cieli».

Il regno dei cieli non significa mai l'aldilà. Matteo, ebreo, scrive per una comunità di ebrei e sta bene attento a non urtare la loro suscettibilità. Gli ebrei non solo non scrivono, ma neanche pronunziano il nome di Dio, usano dei sostituti; uno di questi sostituti è «i cieli». Un po' quello che facciamo anche noi nella lingua italiana: quante volte diciamo «grazie al cielo!» E nessuno di noi ringrazia l'atmosfera, è un'altra maniera per dire Dio.

In passato, in un linguaggio ormai tramontato, si diceva «il cielo non voglia», cioè che Dio non voglia.

Quindi, di essi è il regno dei cieli non significa che andranno in paradiso, ma significa che Dio è il loro re. Gesù sta dicendo alla sua comunità: se voi vi sentite responsabili della felicità degli altri e quindi vi occupate dei poveri, siete beati.

Gesù fa un invito: abbassate un po' il vostro tenore di vita per permettere a quelli che l'hanno troppo basso di innalzarlo. Gesù non ci chiede di spogliarci, ci chiede di vestire chi è nudo. Io credo onestamente che ognuno di noi può vestire una o anche più persone senza essere costretto ad andare in giro nudo.

Gesù dice che se voi siete responsabili della felicità e del benessere economico degli altri, io, Dio, mi prendo cura e mi sento responsabile della vostra felicità. E il cambio è straordinario!

È un cambio a tutto vantaggio dell'uomo. Nel Vangelo di Marco una delle immagini più belle che dà Gesù, è: «con la misura con la quale misurate, sarete misurati», ma «vi sarà dato in aggiunta».

La misura, quelli della mia età lo ricordano, si riferisce all'uso commerciale dell'epoca, che quando io ero piccolo vigeva anche da noi in Italia. Non esistevano i prodotti confezionati, tutto era sfuso. Se uno andava in un negozio di alimentari e chiedeva mezzo chilo di farina, non c'era il pacchetto, c'era il sacco della farina e c'era un contenitore che riempito era mezzo chilo, e così per l'olio e le altre cose. Questa era la misura. Gesù dice la misura con cui voi misurate gli altri, vi viene data ma con una aggiunta. Quello che noi diamo agli altri, d'amore, di servizio, ci viene restituito da Dio, ma con una aggiunta. Se noi diamo cento, non ci viene restituito cento, ma di più, magari cento e trenta. E se noi questo cento e trenta lo diamo agli altri ci viene restituito duecento. Cioè più diamo agli altri e più noi sviluppiamo la nostra capacità d'amore.

Quindi questo è il monte, è il monte delle beatitudini, è il monte nel quale la comunità si impegna a essere responsabile della felicità degli altri. Costoro, solo costoro, fanno l'esperienza di Gesù resuscitato.

 

Note: 1. Se il Padreterno i più buoni li prende con sé, una sana e giusta dose di cattiveria nella nostra vita non guasta. – 2. Fu Pio V che nel 1570 introdusse nella messa dei defunti il "Dies irae, dies illae", composizione medievale che si rifaceva al testo del profeta Sofonia, adoperato per incutere il terrore per il momento dell'incontro con il Signore: "Giorno d'ira quel giorno, giorno d'angoscia e di afflizione, giorno di rovina e di sterminio, giorno di tenebre e di caligine, giorno di nubi e di oscurità, giorno di squilli di tromba e d'allarme sulle fortezze e sulle torri d'angolo. Metterò gli uomini in angoscia e cammineranno come ciechi perché hanno peccato contro il Signore; il loro sangue sarà sparso come polvere e le loro viscere come escrementi. Neppure il loro argento, neppure il loro oro potranno salvarli. Nel giorno dell'ira del Signore e al fuoco della sua gelosia tutta la terra sarà consumata, poiché farà improvvisa distruzione di tutti gli abitanti della terra" (Sof 1,14-18). Una evidente follia che la riforma liturgica ha eliminato. – 3. Per comprendere il significato di "carne" occorre rifarsi alle parole di Paolo in 1Cor 15, 35.53 di cui si riporta uno stralcio: "Ecco io vi annunzio un mistero: non tutti, certo, moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d'occhio, al suono dell'ultima tromba; suonerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati. È necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità". – 4. Purtroppo nell'insegnamento cristiano si sono infilate delle idee che nulla hanno a vedere con il messaggio di Gesù. Una di queste idee è stata presa in prestito dalla filosofia greca ed è la teoria della immortalità dell'anima: c'è un'anima che sta nei cieli, scende sulla terra, entra in un corpo, ma vede il corpo come una specie di prigione e non vede l'ora di ritornare a Dio. Questa è una idea assolutamente non presente nel N.T. e nel primitivo cristianesimo. Uno dei Padri della Chiesa, S. Giustino, diceva: «quando incontri uno che si dice cristiano, tu chiedigli: cosa credi alla resurrezione dei morti o alla immortalità dell'anima? Se ti risponde l'immortalità dell'anima non è cristiano».

 

 

 

 

venerdì 27 agosto 2010

 

… lo sollevò sulle sue ali …

Pensieri in libertà di un vecchio rompiscatole

(Parte terza, pagg 85– 88)

 

La fede e la morte: l'addio di Tarcisio e di Giuliana

Non sto a dilungarmi sulla mia attività in parrocchia: sicuramente ne ho tratto di più di quello che ho dato ed il ricordo di quei momenti è velato da una vena di rimpianto. Ma i fatti più importanti furono altri: nel 2006, il 25 di luglio, cessava la sua vita don Tarcisio Bertola in un incidente stradale occorso presso Benkovac in Croazia, al ritorno da una missione caritativa in Bosnia. Fu un fatto che colpì tutto il paese di Cengio sia per la risonanza della persona che per le modalità dell'accaduto: fu in pratica la morte di un soldato sul campo di battaglia.

Inaspettatamente, il paese si strinse intorno a me, e mi trovai, di fatto, a reggere le tre parrocchie nonostante il vescovo avesse inviato un giovane prete come amministratore parrocchiale e che questi ci mettesse tutta la propria buona volontà. Gli abitanti del paese vedevano in me la continuità, come se Tarcisio continuasse tramite me la sua opera. Qualche giorno dopo, sul foglio domenicale, salutai il mio parroco con queste parole:

 

"Ti ho conosciuto trentasette anni fa, giovane prete sempre in movimento, sereno ed entusiasta. Io ero arrivato a Cengio fresco di laurea e con la testa piena di speranze e di sogni; venivo a messa perchè ne sentivo il bisogno, anche se di Cristo ancora non avevo capito niente.

Ho cominciato a comprendere che eri un uomo con la U maiuscola quando, con Giuliana, ti abbiamo parlato dell'intenzione di sposarci. Ho capito anche che eri un uomo scomodo perchè, sorridendo e spesso scherzando, mettevi ciascuno di noi di fronte alle proprie responsabilità.

Eri un uomo scomodo perchè avevi fatto di Cristo la tua bandiera, avevi aderito a lui con tutta la tua persona e, man mano che gli anni passavano, questa adesione cresceva in convinzione e voglia di farlo comprendere a tutti.

Eri un uomo scomodo perchè hai dimostrato con i fatti, non a parole, che l'amore per gli altri è possibile, anzi è un imperativo senza il quale non si può vivere se si è cristiani. Alcuni non erano d'accordo con te e ti criticavano; ricordo quanta sofferenza provavi di fronte alle critiche, di fronte alle dure opposizioni che incontravi. Come Cristo, hai percorso anche tu la strada del Golgota, anche tu sei stato crocifisso, anche se i chiodi di questa epoca sono le parole sui giornali. Anche tu hai chiesto al Padre di perdonarli, perchè l'uomo spesso, accecato dal proprio egoismo, non si rende conto di quello che fa.

È stata la tua opera che ha messo in me il germe e la voglia di fare qualcosa di positivo. Ricordo il tuo sorriso quando ti ho annunciato la mia intenzione di percorre la strada del diaconato. Ricordo quando mi hai vestito in occasione della mia ordinazione: avevi un sorriso che ti illuminava il volto.

Ora mi hai lasciato solo; non mi sento perduto, ho i capelli bianchi anch'io e ne ho passate di cotte e di crude, ma questo non toglie che il vuoto della tua assenza sia grande.

Cercherò, se Dio mi aiuta anche grazie alle tue preghiere, di continuare, indegnamente, la tua opera. Cercherò di convincere tutti che l'amore non conosce barriere di colore della pelle e di religione, di dialetto o di campanile. Sono quasi testardo come te, forse è per questo che andavamo d'accordo.

Arrivederci Tarcisio, tra le braccia del Padre. Anzi, ciao Tarcidon, come chi ti voleva bene ti ha sempre chiamato."

 

Dopo il funerale, una cerimonia imponente non per fasto, ma per partecipazione, mi resi conto che era necessario sciogliere l'abbraccio della popolazione che mi circondava per far posto al nuovo parroco che sarebbe arrivato di li a poco. Tornai al mio angolo, ad insegnare.

A poco meno di un anno di distanza dalla morte di Tarcisio, raccolsi in un libro, edito come numero speciale del bollettino parrocchiale, la storia della sua vita e delle sue opere riunendo articoli di giornali, lettere di ringraziamento, foto e ricordi dei parrocchiani.

Ma la mia vita avrebbe avuto un altro serio colpo: a settembre del 2007 Giuliana presenta i primi sintomi di recidiva di un melanoma che l'aveva colpita venticinque anni prima. A ottobre i medici mi prospettano la possibilità di un esito funesto nell'arco di pochi mesi.

Iniziava così il calvario di Giuliana, cinque mesi di sofferenze e di ricoveri ospedalieri dove la mia impotenza mi straziava l'anima. Perché? Perché a lei e non a me? Perché non potevo fare nulla? Perché non c'erano cure? Perchè…….

Da una parte volevo essere sempre vicino a lei, dall'altra sentivo il bisogno di un momento di respiro, di interruzione, e allora scappavo, per poi sentire il rimorso di me, sano, di fronte a lei che soffriva. Dio, che momenti folli, assurdi, dove i propri sentimenti sono macinati, distrutti, annullati.

Perché si soffre? Che senso ha la sofferenza? Quante domande senza risposta. Hans Küng (1), nel suo libro Ciò che credo (2), rinuncia a rispondere: "…la sofferenza, quella smisurata, ingiusta, insensata… non è comprensibile dal punto di vista teorico, ma si può, nel migliore dei casi, superare nella pratica… L'enigma della sofferenza e del male non si può aprire con le chiavi della ragione."

Personalmente non ho il coraggio di fermarmi di fronte a questo immane problema. Nei decenni passati si diceva che ognuno deve prendere la propria croce e accettarla come volontà di Dio. Questa affermazione derivava da una errata interpretazione della frase detta da Gesù (3) a proposito di coloro che volevano seguirlo; errore clamoroso che ha rovinato la vita ad intere generazioni di credenti, oltre ad essere tendenzialmente blasfemo(4).

Gesù voleva dire un'altra cosa: la crocifissione era la pena riservata ai "maledetti da Dio", ai delinquenti della peggior specie. Il giorno dell'esecuzione i condannati, con il palo trasversale della croce (5) sulle spalle, venivano fatti passare attraverso le vie del paese dove la popolazione li beffeggiava, li insultava, a volte li bastonava e li ricopriva di escrementi per manifestare il proprio disprezzo. Esattamente come è successo a Gesù.

Gesù voleva quindi intendere che chi aveva intenzione di seguirlo doveva essere pronto a subire il disprezzo ed il dileggio di chi non accettava le sue parole, così lontane dal sentire comune da provocare reazioni di rigetto da parte del popolo.

Nei primi capitoli di questo libro ho accennato al parere che Paolo ha della sofferenza: egli la considera dovuta alla creazione non ancora completata (6). Io accetto e condivido il parere di Paolo; ma le mie parole sarebbero nulla se non fossero sostenute da personaggi ben maggiori di me.

Scriveva (7) Teilhard de Chardin (8) nel 1930: «Per effetto di abitudini radicate, il problema del male continua automaticamente ad essere dichiarato insolubile. E c'è da chiedersi perché... Ma nelle nostre moderne prospettive... di un universo nello stato di cosmogenesi, come non vedere che intellettualmente parlando il famoso problema non esiste più?»(9).

La riflessione di Teilhard si muove sul piano razionale: «II Male... in tutte le sue forme... cessa teoricamente d'essere uno scandalo, dal momento in cui, poiché l'evoluzione diventa una Genesi, l'immensa sofferenza del mondo appare come il risvolto inevitabile, o meglio ancora come la condizione, o ancora più esattamente come il prezzo di un immenso successo»(10). In sintesi il male è «effetto secondario, sottoprodotto inevitabile del cammino dell'universo in evoluzione!»(11).

Per Teilhard, quindi, il male, la sofferenza in noi stessi in quanto elementi in evoluzione cesserà ad evoluzione terminata. E', come si vede, il concetto di Paolo.

La creazione, all'inizio, si è rivolta al nulla e Teilhard de Chardin insiste sulla incapacità del nulla ad accogliere il dono di Dio: «Non è affatto per impotenza [divina] ma per la stessa struttura del nulla, sul quale si dispiega, che Dio per creare non può procedere che in una sola maniera: arrangiare, unificare poco a poco, sotto la sua influenza attrattrice, utilizzando, a tentoni, nel gioco dei grandi numeri, una immensa moltitudine di fattori»(12). Esiste quindi una sorta di resistenza, di opposizione del nulla difronte alla forza creatrice di Dio e che non permette di accogliere il dono nella sua pienezza.

La conseguenza di questa resistenza sono «le disarmonie o le decomposizioni fisiche nel mondo previvente, la sofferenza presso i viventi, e il peccato nell'ordine della libertà».

La sofferenza, perciò, sembra essere la conseguenza dello sviluppo e il male una sorta di penale pagata per giungere alla perfezione della creazione.

Il male, quidi, è conseguenza dalla incompiutezza, dalla disarmonia e dal disordine, legati alla fase di transizione in cui tutte le cose si trovano. Le varie tappe del processo evolutivo esigono il loro prezzo sconvolgendo le cose create e provocando la scomparsa di esseri viventi e la morte dell'uomo. Teilhard definisce questa condizione come «l'angosciante sforzo della materia verso la luce e la coscienza» e può concludere: «La mia risposta a questo problema, il più angosciante che vi sia per lo spirito umano, sarebbe la seguente: non solo, nell'Universo che ho prospettato, il problema del male non presenta una particolare difficoltà; ma anzi trova la sua soluzione teorica più soddisfacente, e anche l'avvio di una soluzione pratica»(13).

Ma poteva Dio creare il mondo senza male? La risposta, secondo la teoria evolutiva, è no, perché Dio non è onnipotente nella creazione e nella storia!

Non sono pochi coloro che non accettano questa risposta. Küng non esamina in dettaglio queste ultime problematiche, ma afferma decisamente che sul problema del male sia meglio tacere.

Il silenzio è certamente l'unico atteggiamento lecito quando si parla di Dio, ma quando si riflette sulla creazione e sulla condizione dell'uomo, ogni tentativo di arrivare ad una conclusione è almeno doveroso.

Una costatazione è necessaria: Dio nella storia opera sempre a piccoli passi e mai con grandiosi sconvolgimenti improvvisi; tutto lascia pensare che anche nel resto della creazione operi allo stesso modo, attraverso tappe successive e imperfette; in effetti l'uomo non è in grado, nella sua fragilità, di accogliere la perfezione tutta insieme. Il male l'accompagnerà sino alla fine, quando Dio «sarà tutto in tutti» (1Cor 15,28), quando anche per Küng «trova compimento ciò che» egli crede.

 

Giuliana giunge al termine delle sue sofferenze il 7 marzo 2008. Il suo ritorno al Padre avviene alla presenza dei suoi tre più cari amici, di Sandro e di me.

Personalmente ho un tracollo: la vicinanza di Sandro evita che il crollo diventi senza sbocco. Ripenserò a lungo a quei momenti, specialmente di fronte al dubbio angosciante di non aver fatto a sufficienza tutto quello che era in mio potere per favorire la sua guarigione o per ridurgli al minimo le sofferenze.

 

Note: 1. Hans Kung è nato nel 1928 a Sursee (Svizzera). Dal 1960 al 1995 ha insegnato in Germania presso l'università di Tubinga, dove dirige tuttora l'Istituto per la ricerca ecumenica. Teologo inserito nel Concilio Vaticano II, nei suoi numerosi libri ha mostrato quale dono per l'umanità avrebbe potuto essere la Chiesa se non si fosse così clamorosamente allontanata dal vangelo di Gesù nel periodo tra il III e il V secolo della nostra era, generando scissioni e divisioni profonde che la Chiesa sta ancora oggi pagando duramente. – 2. Edizioni Rizzoli 2010. – 3. Mt 16,24: "Allora Gesù disse ai suoi discepoli: Se uno vuol venire dietro me, rinunzi a se stesso, prenda la sua croce e mi segua". – 4. Gesù nei Vangeli ha presentato il Padre come "misericordioso", che prova "compassione" ed è l'"unico buono". L'attribuire a Dio la volontà di procurare, per qualsiasi motivo, sofferenza nell'uomo vuol dire negare le parole di Gesù ed insultare Dio. – 5. La parte verticale era saldamente infissa nel terreno e vi rimaneva pronta per altre esecuzioni. – 6. Rm 8,19 – 23. – 7. Quanto segue è liberamente tratto dall'articolo "Küng e il problema del male" di Carlo Molari pubblicato su Rocca n. 13 del 01.07.2010. – 8. Pierre Teilhard de Chardin (Orcines, 1° maggio 1881 – New York, 10 aprile 1955) è stato un gesuita, filosofo e paleontologo francese. Se fu conosciuto in vita soprattutto come scienziato evoluzionista, ebbe notorietà come teologo soltanto dopo la pubblicazione postuma dei suoi principali scritti, tra i quali spiccano Il fenomeno umano (considerato il suo principale lavoro), L'energia umana, L'apparizione dell'uomo e L'avvenire dell'uomo che parimenti descrivono le sue convinzioni teologiche e scientifiche. In qualità di paleoantropologo fu anche presente alla scoperta dell'Uomo di Pechino. Dopo la scoperta del Teilhard anche teologo, questi venne soprannominato il "gesuita proibito", dal titolo di un libro di Gianfranco Vigorelli del 1963. – 9. Comment je vois, par. 30 in Les directions de l'avenir, Seuil, Paris 1973, pp. 211-212. – 10. Opera sopra citata, p. 212. – 11. Un seuil mental sous nos pas. Du cosmos a la cosmogénèse, in L'activation de l'energie, 1963, p. 268. – 12. Comment je vois, opera sopra citata, p. 212. – 13. Esquisse d'un univers personel, in L'energie humaine, Seuil, Paris 1962, p. 105

 

 

 

 

 

 

 

sabato 21 agosto 2010

… lo sollevò sulle sue ali …

Pensieri in libertà di un vecchio rompiscatole

(Parte terza, pagg 82– 84)

 

 

Millesimo, marzo 1982

Vi era molta gente, quel pomeriggio di marzo, alla inaugurazione del punto di vendita; pensavo fosse gente interessata ad un futuro acquisto, compresi in seguito che erano venuti soprattutto a mangiare le frittelle che mia moglie, aiutata da un paio di parenti, continuava a distribuire.

La strada che avevo percorso per arrivare alla scelta di aprire un'attività commerciale era stata contorta e complessa: erano un paio di anni che il lavoro in ACNA non mi soddisfaceva, non vedevo arrivare promozioni, né aumenti di stipendio, eppure il lavoro per l'azienda era stato tanto e pieno di risultati tangibili; cominciavo a sentire l'arrivo dei quarant'anni, e, contemporaneamente, sentivo la necessità di un bilancio di vita che percepivo pendere dalla parte negativa.

Avevo provato a presentarmi presso altre aziende, ma o le risposte erano state negative, oppure avrei dovuto spostare la mia residenza da Cengio e questo era in netto contrasto con i desideri di Giuliana.

Una mattina mi capitò un'occasione eccellente: il direttore dello stabilimento ACNA, in trasferimento presso la sede di Milano, mi propose di andare con lui per occuparmi di logistica, una posizione che prevedeva la dirigenza. Dovetti rinunciare per il diniego di Giuliana a trasferirsi a Milano e, soprattutto, per la volontà di mantenere la sua posizione di lavoro che lei considerava fonte principale di realizzazione personale.

Arrivai così, lentamente, a concepire il progetto di un'attività lavorativa alternativa, da affiancare inizialmente al mio lavoro in ACNA, un'attività commerciale nel campo della vendita dei camper e delle roulotte che erano il mio hobby.

Al termine di un iter abbastanza lungo e stressante, ero pronto: in quella attività avevo investito tutto il mio capitale, ma ero certo che avrebbe avuto un rapido e brillante sviluppo.

Nel frattempo, poco dopo l'inaugurazione del punto di vendita, l'ACNA subiva una recessione molto forte con la necessità di ridurre il personale; per stimolarne le dimissioni, a Giuliana fu prospettato un imminente trasferimento nello stabilimento di Cesano Maderno, quindi una frattura in due della famiglia.

A questo punto commisi il primo di un gran numero di errori: forte del fatto che l'attività commerciale era avviata, per salvare la posizione lavorativa di Giuliana la barattai con la mia e mi licenziai. Avevo salvato il posto a mia moglie ma iniziavo, senza rendermene conto, un lungo periodo di sofferenza.

Dopo un primo periodo accettabile, l'andamento del punto di vendita cominciò a rivelarsi difficile. Divenne evidente che la mia capacità come commerciante era veramente di basso livello; iniziai a fare un po' di libera professione per tamponare la situazione economica, ma questa precipitava ogni giorno di più finchè dovetti chiudere il punto di vendita rimettendoci praticamente tutto il capitale investito. Evitai di fallire grazie ad amici e parenti che mi sostennero alla grande.

Fu così che mi trovai senza un lavoro e con debiti a cui fare fronte, anche perchè l'attività libero-professionale ristagnava a causa del momento economico poco favorevole.

Fu un periodo molto difficile, di profonda prostrazione nel quale la mia autostima divenne talmente modesta da scomparire. Ancora oggi, se devo prendere una decisione, mi ritornano in mente quei momenti e mi prende una paura folle di sbagliare e solo con uno sforzo deciso di autocontrollo riesco ad affrontare la situazione.

Dopo alcuni mesi di vera disperazione, durante una visita in ambulatorio medico, Giuliana vide l'avviso di un concorso per chimico presso l'USL di Portofino; mancavano due giorni alla scadenza dei termini per la presentazione delle domande, ma riuscii a raccogliere tutti i documenti e a presentarli in tempo. Vinsi il concorso.

Da quel momento la situazione iniziò a divenire sempre più favorevole: dopo tredici mesi di lavoro presso l'USL di Portofino, riuscii a vincere un altro concorso presso l'USL di Savona, avvicinandomi quindi a casa.

Il lavoro a Savona fu appagante e conclusi la mia carriera come assistente del Direttore Generale nel campo della sicurezza sul lavoro negli ospedali.

Una sera di alcuni anni dopo, tornando a casa in macchina dal lavoro, mi vennero in mente tutte le mie peripezie, dal periodo di disperazione, fino alla serenità e soddisfazione di un lavoro soddisfacente. "Cavolo" pensai, "sono proprio in gamba!..."

Immediatamente, nette nella mia testa, mi si formularono queste parole: "Tu sei un cretino! Non ti rendi conto dell'aiuto che ti ho dato?". Frenai immediatamente, per fortuna non mi seguiva nessuno, e guardai accanto a me il sedile del passeggero: no, non c'era nessuno, ma per me era come se ci fosse nostro Signore: "… senza di me non potete far nulla…" . Si, è vero, le cose, ad un certo punto, si sono messe ad andare troppo bene, come una pallina sopra un piano inclinato. Mi si rivelava un'evidenza che io avevo notato nei Vangeli e che ora toccavo con mano: Cristo mi aveva fatto un dono, non un miracolo, solo uno dei tanti doni che ciascuno di noi riceve non per i propri meriti, ma solo per la bontà di Dio. Spesso le riteniamo cose dovute e non le apprezziamo per il valore che hanno; io avevo avuto la grazia di rendermi conto di questo dono. Cosa avrei dovuto fare per ringraziarlo?

Con questo punto di domanda sospeso nei miei pensieri, continuai la mia strada verso la pensione.

 

Strada nazionale per Savona, gennaio 2001

Sarei andato in pensione a settembre; per me era un sollievo. L'attività lavorativa che avevo, con le sue grandi responsabilità, mi stava stressando.

Quella sera, come era ormai abitudine da alcuni anni, con Giuliana e due amiche, Maria e Maria Rosa, stavamo recandoci a teatro a Savona. Durante il breve viaggio in auto, normalmente Maria si assopiva, mentre con Maria Rosa si discorreva di qualche avvenimento recente.

Quella sera la discussione riguardava il modesto numero di sacerdoti operanti in Diocesi e la loro elevata età media; io sostenevo che era necessario sviluppare, per quanto possibile, il ministero diaconale che, essendo rivolto sia ai celibi che agli sposati, aveva maggiori possibilità di diffondersi costituendo un valido aiuto ai pochi sacerdoti ancora in attività.

Alle mie parole, Maria Rosa rispose con questa affermazione: "Ora che vai in pensione, dovresti tu diventare diacono!...". Scrollai la testa, sorridendo; "…non ci penso neppure, non ho testa per queste cose…". E tutto finì lì.

Queste parole rimasero però nella mia testa per giorni senza riuscire ad allontanarle; erano diventate come un tarlo. Continuai a ripetermele fino a che, una sera, chiesi a don Tarcisio, il mio parroco, di vedere come era possibile percorrere la strada del diaconato. Non che io fossi convinto al 100%; pensavo però che, nella peggiore delle ipotesi, avrei acquisito delle conoscenze che in quel momento non avevo. Quanto a chiedere l'ordinazione, avrei deciso a suo tempo, al termine degli studi.

Entrai in seminario nell'ottobre di quell'anno; entrai con la testa piena di dubbi, con il timore di aver fatto una scelta sbagliata, con i dubbi che anche Giuliana aveva espresso, ma anche con il suo malcelato orgoglio.

Seguire le lezioni fu per me una vera scoperta: la maggior parte dei miei pensieri e delle mie interpretazioni dei vangeli trovavano riscontro in quello che mi veniva insegnato; avevo conferme dei miei dubbi nello studio della teologia, anche se, certo, non poteva dirsi uno studio di alto livello, ma solo di base. Fu quello che in seguito definii "un ritrovarsi a casa".

Il tempo passò velocemente e mi trovai a dover decidere se richiedere o meno la mia ordinazione. Vi era solo un dubbio che esaminai con Giuliana, quello generato dal punto n. 62 del Direttorio per il Ministero e la Vita dei Diaconi Permanenti (emesso il 22 febbraio 1998) che riporto per una più corretta comprensione:

 

62. Occorre riflettere sulla situazione, determinata dalla morte della sposa di un diacono. È un momento dell'esistenza che domanda di essere vissuto nella fede e nella speranza cristiana. La vedovanza non deve distruggere la dedizione ai figli, se ci sono; neppure dovrebbe indurre alla tristezza senza speranza. Questa tappa della vita, anche se dolorosa, costituisce una chiamata alla purificazione interiore e uno stimolo a crescere nella carità e nel servizio ai propri cari e a tutti i membri della Chiesa. È anche una chiamata a crescere nella speranza, giacché l'adempimento fedele del ministero è una via per raggiungere Cristo e le persone care nella gloria del Padre.

Bisogna riconoscere, tuttavia, che questo evento introduce nella vita quotidiana della famiglia una situazione nuova, che influisce sui rapporti personali e determina, in non pochi casi, problemi economici. Per tale motivo, il diacono rimasto vedovo dovrà essere aiutato con grande carità a discernere e ad accettare la sua nuova situazione personale; a non trascurare l'impegno educativo nei confronti degli eventuali figli, nonché le nuove necessità della famiglia.

In particolare, il diacono vedovo dovrà essere seguito nell'adempimento dell'obbligo di osservare la continenza perfetta e perpetua (192) e sorretto nella comprensione delle profonde motivazioni ecclesiali che rendono impossibile il passaggio a nuove nozze (cf 1 Tm 3, 12), in conformità alla costante disciplina della Chiesa, sia d'Oriente che d'Occidente. (193) Ciò potrà essere realizzato con una intensificazione della propria dedizione agli altri, per amore di Dio, nel ministero. In questi casi sarà di grande conforto per i diaconi l'aiuto fraterno degli altri ministri, dei fedeli e la vicinanza del Vescovo.

 

Sulla impossibilità di un secondo matrimonio in caso di vedovanza non ero pienamente d'accordo anche perché l'interpretazione di quanto riportato in 1Tm 3,12 ("…I diaconi siano mariti di una sola donna e capaci di guidare bene i figli e le proprie famiglie…") non poteva essere assolutamente quella del divieto a convolare a nuove nozze, semmai il cosiglio di non ordinare diaconi dediti alla poligamia, come del resto era in allora consentito nella cultura ebraica, perché evidentemente lo scrittore della lettera a Timoteo aveva riscontrato difficoltà a conciliare la contemporanea cura della famiglia e della comunità cristiana da parte dei diaconi con più mogli.

Su questo evidente grossolano errore di interpretazione mi ci soffermai poco, con una superficialità che oggi giudico colpevole; ero infatti consapevole che statisticamente le donne vivono più degli uomini, perciò reputai che non avrei mai dovuto prendere in considerazione tale norma. La mia convinzione era rafforzata dal fatto che non veniva chiesto alcun voto specifico di celibato durante l'ordinazione, anzi, l'esortazione da parte del Vescovo era: "…continua nel tuo stato attuale…" e che anche Giuliana era dello stesso parere. E dire che di decisioni sbagliate ne avevo notevole esprienza….

Fui ordinato diacono il 14 settembre del 2004 nel Duomo di Mondovì ed iniziai immediatamente il mio ministero nella mia parrocchia occupandomi di catechesi degli adulti, attività pastorale fino ad allora sostanzialmente sconosciuta in parrocchia.