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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


sabato 11 settembre 2010

… lo sollevò sulle sue ali …

Pensieri in libertà di un vecchio rompiscatole

(Parte terza, pagg 92– 97)

(segue: La fede e la morte; l'addio di Tarcisio e di Giuliana)

La tematica della malattia e della morte viene affrontata dagli evangelisti, in particolare da Giovanni con la narrazione della malattia, morte e risurrezione di Lazzaro (Gv 11, 1 – 44):

"Era allora malato un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella. Maria era quella che aveva cosparso di olio profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, il tuo amico è malato».

All'udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro. Quand'ebbe dunque sentito che era malato, si trattenne due giorni nel luogo dove si trovava. Poi, disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se invece uno cammina di notte, inciampa, perché gli manca la luce». Così parlò e poi soggiunse loro: «Il nostro amico Lazzaro s'è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se s'è addormentato, guarirà». Gesù parlava della morte di lui, essi invece pensarono che si riferisse al riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate. Orsù, andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse ai condiscepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».

Venne dunque Gesù e trovò Lazzaro che era già da quattro giorni nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di due miglia e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria per consolarle per il loro fratello. Marta dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». Gli rispose Marta: «So che risusciterà nell'ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo».

Dopo queste parole se ne andò a chiamare di nascosto Maria, sua sorella, dicendo: «Il Maestro è qui e ti chiama». Quella, udito ciò, si alzò in fretta e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei che erano in casa con lei a consolarla, quando videro Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono pensando: «Va al sepolcro per piangere là». Maria, dunque, quando giunse dov'era Gesù, vistolo si gettò ai suoi piedi dicendo: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente, si turbò e disse: «Dove l'avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Vedi come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?».

Intanto Gesù, ancora profondamente commosso, si recò al sepolcro; era una grotta e contro vi era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, già manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». E, detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare».

Sembra un brano chiaro, di facile interpretazione, ma non è così: se correttamente interpretato, mette a nudo delle sorprese fondamenteli per il cristiano.

Innanzi tutto è necessario fare un distinguo: quelle che vengono chiamate "risurrezioni" sono, a rigor di termini, "rianimazioni" di cadaveri, un ritorno alla vita biologica, con la prospettiva drammatica di dover nuovamente morire.

In un romanzo del nobel Saramago(1), la sorella di Lazzaro chiede a Gesù che non risusciti suo fratello, perché "nessuno nella vita ha commesso tanti peccati da meritare di dover morire due volte".

La risurrezione è solo di Gesù perché è l'unico che «risuscitato dai morti non muore più» (Rm 6,9). Per cui, per risurrezione deve intendersi l'appartenenza a un mondo nuovo con la trasformazione degli elementi fisici in spirituali.

Nei vangeli si narrano solo tre risurrezioni. Due di anonimi: la figlia di Giairo in casa sua (Mt 9,18-26; Mc 5,21-43; Lc 8,40-56) e il figlio della vedova di Nain durante il funerale (Lc 7,11-17). L'unico con nome è Lazzaro (Gv 11), il morto che è stato risuscitato dal suo sepolcro.

Nel vangelo di Matteo viene narrata anche una risurrezione imbarazzante:

«Gesù, emesso un alto grido, spirò. Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. E uscendo dai sepolcri, dopo la sua resurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti» (Mt 27,50-53).

Non c'è commentatore che non si trovi a disagio di fronte a questa strana descrizione con morti che risorgono ma prima di uscire dalla tomba aspettano la resurrezione di Cristo... E tutti ammettono che si tratta di una maniera simbolica per indicare che Gesù estende la sua risurrezione anche a quanti sono morti prima di lui.

Anche gli ordini impartiti da Gesù ai genitori della figlia di Giairo creano imbarazzo. La morte della figlia è un fatto risaputo. L'evangelista parla di «trambusto e gente che piangeva e urlava» (Mc 5,39). Risuscitata la ragazza Gesù si raccomanda «con insistenza che nessuno venisse a saperlo» (Mc 5,43). Come è possibile nascondere un avvenimento del genere? Tutta la gente aveva saputo che la fanciulla era morta. Come nascondere la resurrezione? Queste «risurrezioni» sono un fatto «vero» o «storico»? Intendono indicare una verità di fede o un episodio della vita di Gesù?

Sorge poi il problema sul perché Gesù non risusciti più nessuna persona e come mai i credenti non siano mai stati capaci di risuscitare i morti nonostante l'esplicito mandato di Gesù "risuscitate i morti" (Mt 10,8).

Nel sec. IV, Giovanni Crisostomo, uno dei Padri della Chiesa, mentre stava spiegando proprio l'episodio della risurrezione della figlia di Giairo, venne interrotto da un padre al quale era appena morta la figliola, e Crisostomo gli rispose: «Cristo non ha risuscitato la tua figliola?» La risusciterà con una gloria più grande. Questa fanciulla, dopo essere stata risuscitata, più tardi morì di nuovo: ma tua figlia, quando risusciterà rimarrà peri sempre immortale» (XXXI,3).

La narrazione della risurrezione di Lazzaro non è la rianimazione di un cadavere già putrefatto, ma l'evangelista, con questa narrazione, presenta il profondo cambiamento avvenuto nella comunità cristiana nei confronti della morte e della risurrezione.

Marta, sorella di Lazzaro, si rivolge a Gesù chiedendole un intervento che prolunghi ancora un poco la vita del fratello. Marta crede nel Dio che risuscita i morti.

Gesù parla di un Dio che non fa morire e che è venuto a trasmettere una qualità di vita indistruttibile: Gesù le disse «Tuo fratello risusciterà» (Gv 11,23). Gesù non risponde a Marta come lei si aspettava «Io risusciterò tuo fratello», ma Tuo fratello risusciterà. La risurrezione del fratello non è dovuta a una nuova azione di Gesù, ma è effetto della persistenza della vita definitiva comunicata dallo spirito.

La risposta di Gesù non soddisfa Marta che replica: «So che risusciterà nell'ultimo giorno». Marta si rifà a quel che sa. La conoscenza di Marta è sempre legata e condizionata dal passato. Marta risponde rifacendosi alla credenza farisaica e popolare riguardo la morte. Ma sapere che il morto «risusciterà nell'ultimo giorno» non solo non causa consolazione ma disperazione perché per quel tempo anche Marta sarà già morta e risuscitata.

Che cosa sapeva Marta? Nella lingua ebraica non esiste l'espressione vita eterna(2). Secondo la Bibbia la morte era la fine di tutto: tutti, buoni e cattivi, dopo morti si scende nel regno dei morti.

Quando l'influsso della filosofia greca iniziò a farsi sentire pure in Israele, e cominciarono a divulgarsi le dottrine sull'immortalità dell'anima, verso il 200 a.C. un predicatore(3), contestò vivacemente queste idee:

"La sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa; come muoiono queste muoiono quelli; c'è un solo soffio vitale per tutti. Non esiste superiorità dell'uomo rispetto alle bestie, perché tutto è vanità. Tutti sono diretti verso la medesima dimora: tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna nella polvere" (Qo 3,1921);

E ancora: "Vi è una sorte unica per tutti, per il giusto e l'empio, per il puro e l'impuro, il buono e per il malvagio. Questo è il male in tutto ciò che avviene sotto il sole: una medesima sorte tocca a tutti" (Qo 9,23).

Visione pessimista che tocca il suo culmine quando proclama che è "meglio un cane vivo che un leone morto. I vivi sanno che moriranno, ma i morti non sanno nulla; non c'è più salario per loro, perché il loro ricordo svanisce. Il loro amore, il loro odio e la loro invidia, tutto ormai è finito" (9,46); "Tutto ciò che devi fare, fallo finché ne sei in grado, perché non ci sarà più nulla giù nello sheol, dove stai per andare" (Qo 9,10).

Secondo la Bibbia i morti finiscono nello sheol(4). Al tempo della Bibbia la terra era considerata una piattaforma che si reggeva su delle colonne che avevano la loro base nella caverna sotterranea o regno dei morti, lo sheol. Al di sopra della terra c'era la volta celeste composta di ben sette cieli, ripartizione cosmologica che si trova nella Lettera di Paolo ai Filippesi: "Perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra" (Fil 2,10).

Al di sopra del settimo cielo c'era la dimora di Dio. Secondo i rabbini tra un cielo e l'altro c'era una distanza di ben cinquecento anni di cammino. Paolo afferma di aver raggiunto il terzo cielo(5).

Secondo la mentalità ebraica lo sheol è Il mondo sotterraneo dove finiscono tutti i morti, dimenticati da Dio (Sal 6,5). I morti ridotti a larve, ad ombre(6), si nutrono di polvere: "i morti non vivranno più, le ombre non risorgeranno" (Is 26,14).

Il termine ebraico sheol è stato tradotto con il greco Ade, il regno sotto terra, che, secondo la mitologia greca, alla ripartizione del mondo tra i tre figli di Cronos, Zeus, Poseidone e Ade, era toccato al terzo figlio, lo spietato Ade(7).

In latino sheol e ade vengono resi con Inferi(8), nome col quale i romani designavano le divinità e gli abitanti dell'oltretomba per estensione all'oltretomba stesso, la parte inferiore, più profonda della terra(9).

La discesa agli inferi del Cristo(10) compare per la prima volta in una professione di fede verso la metà del secolo IV, nella cosiddetta quarta formula di Sirmio del 359, opera del siro Marco di Aretusa. Nel Credo il riferimento a Gesù che "discese agli inferi" si deve alla Prima Lettera di Pietro: "E nello spirito andò a portare l'annuncio anche agli spiriti in prigione" (1 Pt 3,19). L'autore intende affermare che Gesù ha comunicato anche a quanti sono morti prima di lui la vita capace di superare la morte.

Il mondo dei morti nel Nuovo Testamento viene indicato anche con altri termini:

  • chasma (baratro/voragine) "Tra noi e voi c'è un grande abisso [chasma]" Lc 16,26;
  • abyssos (abisso) "Lo supplicavano che non intimasse loro di andare nell'abisso [abysson]" Lc 8,31;
  • geenna (contrazione delle parole ebraiche: Valle del figlio di Hinnon) "Chi gli dice pazzo sarò sottoposto alla geenna di fuoco" Mt 5,22.29.30: 10,28; 18,9; 23,1533; Mc 9,43.45.47; Lc 12,5). La Geenna è un burrone a sud di Gerusalemme, dove c'erano altari (tofet) nei quale venivano sacrificati i bambini in onore del dio Molok (Lv 18,21): "Hanno costruito l'altare di Tofet, nella valle di Ben-Hinnon, per bruciare nel fuoco i figli e le figlie" (Ger 7,31).

Il re Giosia cercò di stroncare questo culto(11), ma fu solo quando la valle venne trasformata nell'immondezzaio di Gerusalemme, che si smise di praticare questi sacrifici umani. Col tempo questa valle divenne simbolo di punizione per i malvagi dopo morte, come è scritto nel Talmud:

"Il Santo, che benedetto sia, condanna i malvagi nella Geenna per 12 mesi. Prima li affligge col prurito, quindi col fuoco ed infine con la neve. Dopo 12 mesi i loro corpi sono distrutti, le loro anime sono bruciate e sparpagliate dal vento sotto le piante dei piedi dei giusti" (Sanh.29b; Tos. Sanh.13,45).

Nell'ebraismo non esisteva e non esiste un'idea di una pena eterna da scontare dopo la morte. Dopo 12 mesi c'è l'annientamento della persona (anche oggi gli ebrei pregano per undici mesi per il defunto, dopodiché o è nella vita eterna e non ha bisogno di preghiere, oppure è morto per sempre e le preghiere sono inutili).

Gesù prenderà l'immagine della geenna come metafora per indicare la distruzione totale della persona che non accoglie il dono di una vita più forte della morte. Al rifiuto della vita per sempre corrisponde la morte per sempre. E' questo il significato del monito che corre lungo tutto il vangelo da parte di Gesù di cambiare atteggiamento altrimenti la fine è nella Geenna, cioè nell'immondezzaio.

Come opposto alla Geenna, troviamo il paradiso; questo termine deriva dalla parola in lingua medioiranica pardez, che significa: giardino, parco. Traduce l'ebraico gan (giardino). Nei vangeli, il termine paradiso si trova una sola volta, in Lc 23,42, quando Gesù, rivolgendosi al malfattore appeso con lui alla croce l'assicura di entrare con lui nella vita definitiva ("In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso").

Mai nei vangeli Gesù parla di paradiso per indicare la realtà che spetta all'uomo oltre la morte. Gesù parla sempre e unicamente di una vita capace di superare la morte e che per questo si chiama eterna.

Negli altri libri del Nuovo Testamento il termine paradiso appare solo due volte: in 2 Cor 12,4 dove Paolo afferma che "fu rapito in paradiso e udì parole indicibili" e nel Libro dell'Apocalisse: "Al vincitore darò da mangiare dall'albero della vita, che sta nel paradiso di Dio" (Ap 2,7).

Nel mondo della Bibbia, non esistendo un al di là, la retribuzione per il bene e il male compiuto avveniva su questa terra. Il bene era compensato con una lunga vita, abbondanza di figli, prosperità. Il male veniva punito con vita breve, sterilità e miseria, e la colpa dei padri era punita nei figli fino alla quarta generazione, secondo la teologia del libro del Deuteronomio:

"Io Yahvé tuo Dio sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione per quanti mi odiano" (Dt 5,9).

Il profeta Ezechiele contesta questa visione della vita ed afferma che Dio retribuisce sempre e subito le azioni dell'uomo e che ognuno è responsabile del suo agire:

"Colui che ha peccato e non altri deve morire; il figlio non sconta l'iniquità del padre, né il padre l'iniquità del figlio. Al giusto sarà accreditata la sua giustizia e al malvagio la sua malvagità" (Ez 18,20).

Quindi ad ognuno il suo. Teologia, questa del profeta Ezechiele, semplice ed accettabile, ma contraddetta dalla realtà che non si presenta così. Per questo nella polemica interviene un autore, che è rimasto sconosciuto, il quale scrive il Libro di Giobbe proprio per contestare questa idea teologica dove si afferma che il buono è premiato ed il malvagio punito, e presenta un uomo pio e buono al quale capitano tutte le disgrazie di questo mondo (compresa quella degli amici che lo vanno a consolare ed offrire i loro buoni consigli: "Ne ho udite già molte di simili cose! Siete tutti consolatori molesti… Anch'io sarei capace di parlare come voi, se voi foste al mio posto: vi affogherei con parole!", Gb 16,2.4) per dimostrare che non è vero che i buoni vengono premiati.

A tirar fuori dal vicolo cieco in cui queste dispute teologiche avevano condotto, sarà un anonimo autore del II secolo, il quale per dare coraggio ai martiri della persecuzione religiosa del terribile Antioco Epifane(12) introduce un nuovo, rivoluzionario elemento, quello di un ritorno alla vita dei morti per il giudizio finale limitato ai giusti del popolo giudaico:

"Molti di quanti dormono nella polvere si desteranno: gli uni alla vita eterna, gli altri all'ignominia perpetua" (Dn 12,12).

E' la prima volta che nella Bibbia compare il termine normalmente tradotto con "vita eterna". Alla vita eterna, cioè per sempre, l'autore contrappone una "ignominia perpetua", vale a dire una disfatta definitiva, irreversibile, il fallimento definitivo. L'espressione "ignominia o sconfitta perpetua"(13) si trova nel salmo 78,66, senza alcun senso di sopravvivenza eterna(14).

Fuori della Bibbia ebraica, l'idea di resurrezione si trova nel Secondo Libro dei Maccabei (160 a.C.?). Nel racconto dell'atroce martirio della madre e dei suoi sette figli, viene espressa una fede per la resurrezione ad una "vita nuova ed eterna" (2Mac 7,9) per i martiri, vita però che viene esclusa per i persecutori: "per te la risurrezione non sarà per la vita" (2Mac 7,14): la morte sarà eterna, cioè definitiva.

Quel che da queste ipotesi teologiche si ricava è che la fede nella resurrezione dei morti è una conseguenza della fede nel Dio Creatore: la resurrezione viene intesa come una nuova creazione dell'uomo intero.

Queste nuove teorie però non verranno accettate, anzi verranno condannate come eretiche e rifiutate dalla gerarchia allora al potere, il gruppo dei Sadducei, in quanto non contenuta nei primi cinque libri della Bibbia(15), ma se ne approprieranno i Farisei. Laici pii impegnati ad osservare fedelmente la Legge in tutti i suoi dettagli, i farisei elaborano per primi in maniera sistematica la dottrina della resurrezione dei giusti. Il premio o la punizione per l'uomo vengono posticipati a dopo la morte per cui il giusto ritornerà alla vita e il malvagio rimarrà nello Sheol.

L'idea di risurrezione dei giusti proposta dai Farisei, viene limitata a Israele. Ne sono esclusi i pagani, i bifolchi e quanti vengono seppelliti fuori da Iraele. Poi, riflettendo ulteriormente, questo gruppo religioso affermerà che risorgono pure i pagani, ma per essere presentati di fronte al tribunale del giudizio: chi avrà osservato la Legge di Dio verrà ammesso nel giardino dell'eden (il paradiso).

Note: 1. O Evangelho segundo Jesus Cristo (Lisboa 1991, 428). – 2. Il termine ebraico 'olam non ha il senso dell'eternità, ma di "tempo lontanissimo" riferito sia al passato che al futuro. – 3. E' questo il significato del termine ebraico Qoèlet [l'Ecclesiaste] che dà il titolo al suo libro. – 4. L'origine del termine è oscura. Può derivare da ša'al reclamare (il defunto), da š'l essere profondo, o š'h terra deserta (dove non si vive). – 5. "So che un uomo, in Cristo, quattordici anni fa - se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio - fu rapito fino al terzo cielo. E so che quest'uomo - se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio - fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunziare" (2 Cor 12,2-4). – 6. In ebraico Refaim. – 7. Nei vangeli il termine Ade compare 4 volte: Nel lamento di Gesù sulle città che non l'hanno accettato: "E tu, Cafarnao, sari forse innalzata fino al cielo? Sino all'Ade discenderai" (Mt 11,23; Lc 10,15); Nella promessa che la sua comunità sarà più forte della morte "E le porte dell'Ade non prevarranno contro di essa" (Mt 16,18) e, infine, nella parabola del ricco e di Lazzaro: "E nell'Ade, avendo alzati gli occhi" (Lc 16,23). – 8. Da non confondere con l'inferno, concetto teologico di origine medievale, che tanto in passato ha scatenato il perverso sadismo dei predicatori: "Vedeteli come tutti sono involti nel fuoco. Abissi di fuoco a sinistra, abissi di fuoco a destra; abissi di fuoco al di sopra, abissi di fuoco al disotto; fuoco negli occhi, fuoco nelle orecchie, fuoco nelle vene, fuoco nelle viscere, dappertutto fuoco…" (Leonardo da Porto Maurizio, Prediche, vol. II, 167). – 9. Gli dèi del cielo venivano chiamati i superi. – 10. "Descensus ad inferna". Notare come la trasposizione latina tende a confondere inferi con inferno. – 11. "Giosia profanò il Tofet, che si trovava nella valle di Ben-Hinnon, perché nessuno vi facesse passare ancora il proprio figlio o la propria figlia per il fuoco in onore di Moloch" (2 Re 23,10). – 12. Antioco IV Epifane (circa 215 a.C. – 164 a.C.) dal 175 a.C al 164 a.C. fu sovrano del regno seleucide di Palestina. Il suo nome originale era Mitridate, ma prese il nome di Anioco dopo la sua ascesa al trono, alla morte del fratello maggiore. Era uno dei figli del re seleucide Antioco III il grande e fratello del re Seleuco IV Filopatore. – 13. In ebraico herpat 'olam. – 14. In Isaia 66,24 si menzionano i "cadaveri", non degli esseri risuscitati che soffrono. – 15. "In quello stesso giorno vennero a lui dei sadducei, i quali affermano che non c'è resurrezione" (Mt 22,23).

sabato 4 settembre 2010

… lo sollevò sulle sue ali …

Pensieri in libertà di un vecchio rompiscatole

(Parte terza, pagg 89– 91)

 

 

(segue: La fede e la morte; l'addio di Tarcisio e di Giuliana)

La morte di una persona cara è una tragedia che segna per sempre l'esistenza. Questa tragedia diventa persino più tremenda a causa delle errate idee religiose che accompagnano la morte.

Non solo per lo stupidario di frasi consolatorie che mi sono state dette, che anziché alleviare il dolore non fanno che renderlo ancora più acuto ("Il Signore l'ha chiamata… l'ha presa…. Era già matura per il paradiso… i fiori più belli li vuole il Signore… i più buoni il Signore li vuole con sé" )(1) ma per tutto quel che circonda la morte.

Nel Vangelo di Luca c'è un rimprovero che viene fatto alle donne testimoni della resurrezione di Gesù: «perché cercate tra i morti colui che è vivo?». Fintanto che si sta orientati verso il sepolcro, fintanto che si piange il morto, non ci si accorge del vivo. Queste dell'Evangelista sono delle indicazioni importanti per la vita di ogni credente.

Fintanto che noi piangiamo come morta una persona cara, non riusciamo a percepire la presenza di questa persona viva e vivificante accanto a noi. È qui, è con noi, ma noi, distrutti dalla sua morte, vediamo soltanto la sua tomba, vediamo soltanto il dolore e il pianto. Non ci accorgiamo che la persona cara ci sta accanto e attende soltanto che noi facciamo un semplice gesto: di voltarci dalla tomba, dal sepolcro, verso la vita.

È quello che nel Vangelo di Giovanni succede con Maria di Magdala. Maria di Magdala sta orientata verso il sepolcro e piange. Soltanto quando si volta: «voltatasi, vide Gesù».

Nonostante il cammino fatto dal rinnovamento biblico e da quello liturgico, si è ancora eredi del Dies irae (2). Purtroppo molti cristiani non sono stati ancora sfiorati dall'insegnamento di Gesù su una vita capace di superare la morte e vivono ancora gli avvenimenti concernenti la morte con una mentalità che risente più dell'influsso delle credenze ebraiche e della filosofia greca che della novità portata da Gesù: infatti sia per colpa della catechesi che ci hanno fatto in passato, che per colpa nostra in quanto non abbiamo più avuto il desiderio di aggiornarci, quello che noi crediamo fermamente è un misto tra le idee ebraiche della resurrezione dei corpi (e non della "carne"(1) come specificato nel Credo) e quelle filosofiche della immortalità dell'anima (4); due concezioni che non hanno diritto di cittadinanza nel messaggio di Gesù.

Per comprendere il senso della risurrezione, occorre fare riferimento al Vangelo di Matteo (28,10: «Allora Gesù disse loro: non abbiate paura, andate ad annunziare ai miei fratelli», è la prima volta che Gesù si rivolge ai discepoli chiamandoli fratelli, e di nuovo Gesù insiste «vadano in Galilea, là mi vedranno».«Gli undici intanto andarono in Galilea», notate adesso il particolare: «su il monte che Gesù aveva loro fissato».

Tre volte abbiamo nel Vangelo l'invito ad andare in Galilea, ma mai viene specificato il monte sul quale andare. Il monte non è un luogo geografico, non è un'indicazione topografica, quella che l'Evangelista ci dà è una indicazione teologica. Nell'antichità, essendo il monte il luogo della terra più vicino al cielo, era considerato il luogo della residenza degli dei, quindi salire sul monte vuol dire avvicinarsi a Dio

Questo «il monte» nel Vangelo di Matteo è già stato presentato come il luogo dove Gesù ha annunziato la base del suo messaggio: il monte delle beatitudini.

L'Evangelista ci sta dando un'indicazione molto importante: chi vuole sperimentare nella sua esistenza la presenza di Gesù vivo e vivificante deve applicare tutto il suo programma, quello che viene chiamato il discorso della montagna, riassunto e riformulato nelle otto beatitudini, così fa esperienza qui, e non nell'aldilà, della presenza di Cristo resuscitato.

Le beatitudini sono otto, ma la prima è la condizione e la chiave perché esistano tutte le altre, è quella più temuta, perché mal compresa.

Gesù dice: «Beati i poveri di spirito (traduzione corretta: "per lo spirito"), perché di essi è il regno dei cieli».

Gesù non sta beatificando i disgraziati di questa terra dicendo siete beati perché andate in paradiso, Gesù nei Vangeli dice mai beati i poveri, i poveri sono disgraziati ed è compito delle comunità cristiane toglierli dalla loro condizione di povertà.

Gesù sta parlando alla sua comunità e sta dicendo che quelli che volontariamente e liberamente, per amore (questo significa "per lo spirito") entrano nella categoria dei poveri, sono beati perché Dio si occuperà di loro qui, sulla terra. Questo è il significato di «regno dei cieli».

Il regno dei cieli non significa mai l'aldilà. Matteo, ebreo, scrive per una comunità di ebrei e sta bene attento a non urtare la loro suscettibilità. Gli ebrei non solo non scrivono, ma neanche pronunziano il nome di Dio, usano dei sostituti; uno di questi sostituti è «i cieli». Un po' quello che facciamo anche noi nella lingua italiana: quante volte diciamo «grazie al cielo!» E nessuno di noi ringrazia l'atmosfera, è un'altra maniera per dire Dio.

In passato, in un linguaggio ormai tramontato, si diceva «il cielo non voglia», cioè che Dio non voglia.

Quindi, di essi è il regno dei cieli non significa che andranno in paradiso, ma significa che Dio è il loro re. Gesù sta dicendo alla sua comunità: se voi vi sentite responsabili della felicità degli altri e quindi vi occupate dei poveri, siete beati.

Gesù fa un invito: abbassate un po' il vostro tenore di vita per permettere a quelli che l'hanno troppo basso di innalzarlo. Gesù non ci chiede di spogliarci, ci chiede di vestire chi è nudo. Io credo onestamente che ognuno di noi può vestire una o anche più persone senza essere costretto ad andare in giro nudo.

Gesù dice che se voi siete responsabili della felicità e del benessere economico degli altri, io, Dio, mi prendo cura e mi sento responsabile della vostra felicità. E il cambio è straordinario!

È un cambio a tutto vantaggio dell'uomo. Nel Vangelo di Marco una delle immagini più belle che dà Gesù, è: «con la misura con la quale misurate, sarete misurati», ma «vi sarà dato in aggiunta».

La misura, quelli della mia età lo ricordano, si riferisce all'uso commerciale dell'epoca, che quando io ero piccolo vigeva anche da noi in Italia. Non esistevano i prodotti confezionati, tutto era sfuso. Se uno andava in un negozio di alimentari e chiedeva mezzo chilo di farina, non c'era il pacchetto, c'era il sacco della farina e c'era un contenitore che riempito era mezzo chilo, e così per l'olio e le altre cose. Questa era la misura. Gesù dice la misura con cui voi misurate gli altri, vi viene data ma con una aggiunta. Quello che noi diamo agli altri, d'amore, di servizio, ci viene restituito da Dio, ma con una aggiunta. Se noi diamo cento, non ci viene restituito cento, ma di più, magari cento e trenta. E se noi questo cento e trenta lo diamo agli altri ci viene restituito duecento. Cioè più diamo agli altri e più noi sviluppiamo la nostra capacità d'amore.

Quindi questo è il monte, è il monte delle beatitudini, è il monte nel quale la comunità si impegna a essere responsabile della felicità degli altri. Costoro, solo costoro, fanno l'esperienza di Gesù resuscitato.

 

Note: 1. Se il Padreterno i più buoni li prende con sé, una sana e giusta dose di cattiveria nella nostra vita non guasta. – 2. Fu Pio V che nel 1570 introdusse nella messa dei defunti il "Dies irae, dies illae", composizione medievale che si rifaceva al testo del profeta Sofonia, adoperato per incutere il terrore per il momento dell'incontro con il Signore: "Giorno d'ira quel giorno, giorno d'angoscia e di afflizione, giorno di rovina e di sterminio, giorno di tenebre e di caligine, giorno di nubi e di oscurità, giorno di squilli di tromba e d'allarme sulle fortezze e sulle torri d'angolo. Metterò gli uomini in angoscia e cammineranno come ciechi perché hanno peccato contro il Signore; il loro sangue sarà sparso come polvere e le loro viscere come escrementi. Neppure il loro argento, neppure il loro oro potranno salvarli. Nel giorno dell'ira del Signore e al fuoco della sua gelosia tutta la terra sarà consumata, poiché farà improvvisa distruzione di tutti gli abitanti della terra" (Sof 1,14-18). Una evidente follia che la riforma liturgica ha eliminato. – 3. Per comprendere il significato di "carne" occorre rifarsi alle parole di Paolo in 1Cor 15, 35.53 di cui si riporta uno stralcio: "Ecco io vi annunzio un mistero: non tutti, certo, moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d'occhio, al suono dell'ultima tromba; suonerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati. È necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità". – 4. Purtroppo nell'insegnamento cristiano si sono infilate delle idee che nulla hanno a vedere con il messaggio di Gesù. Una di queste idee è stata presa in prestito dalla filosofia greca ed è la teoria della immortalità dell'anima: c'è un'anima che sta nei cieli, scende sulla terra, entra in un corpo, ma vede il corpo come una specie di prigione e non vede l'ora di ritornare a Dio. Questa è una idea assolutamente non presente nel N.T. e nel primitivo cristianesimo. Uno dei Padri della Chiesa, S. Giustino, diceva: «quando incontri uno che si dice cristiano, tu chiedigli: cosa credi alla resurrezione dei morti o alla immortalità dell'anima? Se ti risponde l'immortalità dell'anima non è cristiano».

 

 

 

 

venerdì 27 agosto 2010

 

… lo sollevò sulle sue ali …

Pensieri in libertà di un vecchio rompiscatole

(Parte terza, pagg 85– 88)

 

La fede e la morte: l'addio di Tarcisio e di Giuliana

Non sto a dilungarmi sulla mia attività in parrocchia: sicuramente ne ho tratto di più di quello che ho dato ed il ricordo di quei momenti è velato da una vena di rimpianto. Ma i fatti più importanti furono altri: nel 2006, il 25 di luglio, cessava la sua vita don Tarcisio Bertola in un incidente stradale occorso presso Benkovac in Croazia, al ritorno da una missione caritativa in Bosnia. Fu un fatto che colpì tutto il paese di Cengio sia per la risonanza della persona che per le modalità dell'accaduto: fu in pratica la morte di un soldato sul campo di battaglia.

Inaspettatamente, il paese si strinse intorno a me, e mi trovai, di fatto, a reggere le tre parrocchie nonostante il vescovo avesse inviato un giovane prete come amministratore parrocchiale e che questi ci mettesse tutta la propria buona volontà. Gli abitanti del paese vedevano in me la continuità, come se Tarcisio continuasse tramite me la sua opera. Qualche giorno dopo, sul foglio domenicale, salutai il mio parroco con queste parole:

 

"Ti ho conosciuto trentasette anni fa, giovane prete sempre in movimento, sereno ed entusiasta. Io ero arrivato a Cengio fresco di laurea e con la testa piena di speranze e di sogni; venivo a messa perchè ne sentivo il bisogno, anche se di Cristo ancora non avevo capito niente.

Ho cominciato a comprendere che eri un uomo con la U maiuscola quando, con Giuliana, ti abbiamo parlato dell'intenzione di sposarci. Ho capito anche che eri un uomo scomodo perchè, sorridendo e spesso scherzando, mettevi ciascuno di noi di fronte alle proprie responsabilità.

Eri un uomo scomodo perchè avevi fatto di Cristo la tua bandiera, avevi aderito a lui con tutta la tua persona e, man mano che gli anni passavano, questa adesione cresceva in convinzione e voglia di farlo comprendere a tutti.

Eri un uomo scomodo perchè hai dimostrato con i fatti, non a parole, che l'amore per gli altri è possibile, anzi è un imperativo senza il quale non si può vivere se si è cristiani. Alcuni non erano d'accordo con te e ti criticavano; ricordo quanta sofferenza provavi di fronte alle critiche, di fronte alle dure opposizioni che incontravi. Come Cristo, hai percorso anche tu la strada del Golgota, anche tu sei stato crocifisso, anche se i chiodi di questa epoca sono le parole sui giornali. Anche tu hai chiesto al Padre di perdonarli, perchè l'uomo spesso, accecato dal proprio egoismo, non si rende conto di quello che fa.

È stata la tua opera che ha messo in me il germe e la voglia di fare qualcosa di positivo. Ricordo il tuo sorriso quando ti ho annunciato la mia intenzione di percorre la strada del diaconato. Ricordo quando mi hai vestito in occasione della mia ordinazione: avevi un sorriso che ti illuminava il volto.

Ora mi hai lasciato solo; non mi sento perduto, ho i capelli bianchi anch'io e ne ho passate di cotte e di crude, ma questo non toglie che il vuoto della tua assenza sia grande.

Cercherò, se Dio mi aiuta anche grazie alle tue preghiere, di continuare, indegnamente, la tua opera. Cercherò di convincere tutti che l'amore non conosce barriere di colore della pelle e di religione, di dialetto o di campanile. Sono quasi testardo come te, forse è per questo che andavamo d'accordo.

Arrivederci Tarcisio, tra le braccia del Padre. Anzi, ciao Tarcidon, come chi ti voleva bene ti ha sempre chiamato."

 

Dopo il funerale, una cerimonia imponente non per fasto, ma per partecipazione, mi resi conto che era necessario sciogliere l'abbraccio della popolazione che mi circondava per far posto al nuovo parroco che sarebbe arrivato di li a poco. Tornai al mio angolo, ad insegnare.

A poco meno di un anno di distanza dalla morte di Tarcisio, raccolsi in un libro, edito come numero speciale del bollettino parrocchiale, la storia della sua vita e delle sue opere riunendo articoli di giornali, lettere di ringraziamento, foto e ricordi dei parrocchiani.

Ma la mia vita avrebbe avuto un altro serio colpo: a settembre del 2007 Giuliana presenta i primi sintomi di recidiva di un melanoma che l'aveva colpita venticinque anni prima. A ottobre i medici mi prospettano la possibilità di un esito funesto nell'arco di pochi mesi.

Iniziava così il calvario di Giuliana, cinque mesi di sofferenze e di ricoveri ospedalieri dove la mia impotenza mi straziava l'anima. Perché? Perché a lei e non a me? Perché non potevo fare nulla? Perché non c'erano cure? Perchè…….

Da una parte volevo essere sempre vicino a lei, dall'altra sentivo il bisogno di un momento di respiro, di interruzione, e allora scappavo, per poi sentire il rimorso di me, sano, di fronte a lei che soffriva. Dio, che momenti folli, assurdi, dove i propri sentimenti sono macinati, distrutti, annullati.

Perché si soffre? Che senso ha la sofferenza? Quante domande senza risposta. Hans Küng (1), nel suo libro Ciò che credo (2), rinuncia a rispondere: "…la sofferenza, quella smisurata, ingiusta, insensata… non è comprensibile dal punto di vista teorico, ma si può, nel migliore dei casi, superare nella pratica… L'enigma della sofferenza e del male non si può aprire con le chiavi della ragione."

Personalmente non ho il coraggio di fermarmi di fronte a questo immane problema. Nei decenni passati si diceva che ognuno deve prendere la propria croce e accettarla come volontà di Dio. Questa affermazione derivava da una errata interpretazione della frase detta da Gesù (3) a proposito di coloro che volevano seguirlo; errore clamoroso che ha rovinato la vita ad intere generazioni di credenti, oltre ad essere tendenzialmente blasfemo(4).

Gesù voleva dire un'altra cosa: la crocifissione era la pena riservata ai "maledetti da Dio", ai delinquenti della peggior specie. Il giorno dell'esecuzione i condannati, con il palo trasversale della croce (5) sulle spalle, venivano fatti passare attraverso le vie del paese dove la popolazione li beffeggiava, li insultava, a volte li bastonava e li ricopriva di escrementi per manifestare il proprio disprezzo. Esattamente come è successo a Gesù.

Gesù voleva quindi intendere che chi aveva intenzione di seguirlo doveva essere pronto a subire il disprezzo ed il dileggio di chi non accettava le sue parole, così lontane dal sentire comune da provocare reazioni di rigetto da parte del popolo.

Nei primi capitoli di questo libro ho accennato al parere che Paolo ha della sofferenza: egli la considera dovuta alla creazione non ancora completata (6). Io accetto e condivido il parere di Paolo; ma le mie parole sarebbero nulla se non fossero sostenute da personaggi ben maggiori di me.

Scriveva (7) Teilhard de Chardin (8) nel 1930: «Per effetto di abitudini radicate, il problema del male continua automaticamente ad essere dichiarato insolubile. E c'è da chiedersi perché... Ma nelle nostre moderne prospettive... di un universo nello stato di cosmogenesi, come non vedere che intellettualmente parlando il famoso problema non esiste più?»(9).

La riflessione di Teilhard si muove sul piano razionale: «II Male... in tutte le sue forme... cessa teoricamente d'essere uno scandalo, dal momento in cui, poiché l'evoluzione diventa una Genesi, l'immensa sofferenza del mondo appare come il risvolto inevitabile, o meglio ancora come la condizione, o ancora più esattamente come il prezzo di un immenso successo»(10). In sintesi il male è «effetto secondario, sottoprodotto inevitabile del cammino dell'universo in evoluzione!»(11).

Per Teilhard, quindi, il male, la sofferenza in noi stessi in quanto elementi in evoluzione cesserà ad evoluzione terminata. E', come si vede, il concetto di Paolo.

La creazione, all'inizio, si è rivolta al nulla e Teilhard de Chardin insiste sulla incapacità del nulla ad accogliere il dono di Dio: «Non è affatto per impotenza [divina] ma per la stessa struttura del nulla, sul quale si dispiega, che Dio per creare non può procedere che in una sola maniera: arrangiare, unificare poco a poco, sotto la sua influenza attrattrice, utilizzando, a tentoni, nel gioco dei grandi numeri, una immensa moltitudine di fattori»(12). Esiste quindi una sorta di resistenza, di opposizione del nulla difronte alla forza creatrice di Dio e che non permette di accogliere il dono nella sua pienezza.

La conseguenza di questa resistenza sono «le disarmonie o le decomposizioni fisiche nel mondo previvente, la sofferenza presso i viventi, e il peccato nell'ordine della libertà».

La sofferenza, perciò, sembra essere la conseguenza dello sviluppo e il male una sorta di penale pagata per giungere alla perfezione della creazione.

Il male, quidi, è conseguenza dalla incompiutezza, dalla disarmonia e dal disordine, legati alla fase di transizione in cui tutte le cose si trovano. Le varie tappe del processo evolutivo esigono il loro prezzo sconvolgendo le cose create e provocando la scomparsa di esseri viventi e la morte dell'uomo. Teilhard definisce questa condizione come «l'angosciante sforzo della materia verso la luce e la coscienza» e può concludere: «La mia risposta a questo problema, il più angosciante che vi sia per lo spirito umano, sarebbe la seguente: non solo, nell'Universo che ho prospettato, il problema del male non presenta una particolare difficoltà; ma anzi trova la sua soluzione teorica più soddisfacente, e anche l'avvio di una soluzione pratica»(13).

Ma poteva Dio creare il mondo senza male? La risposta, secondo la teoria evolutiva, è no, perché Dio non è onnipotente nella creazione e nella storia!

Non sono pochi coloro che non accettano questa risposta. Küng non esamina in dettaglio queste ultime problematiche, ma afferma decisamente che sul problema del male sia meglio tacere.

Il silenzio è certamente l'unico atteggiamento lecito quando si parla di Dio, ma quando si riflette sulla creazione e sulla condizione dell'uomo, ogni tentativo di arrivare ad una conclusione è almeno doveroso.

Una costatazione è necessaria: Dio nella storia opera sempre a piccoli passi e mai con grandiosi sconvolgimenti improvvisi; tutto lascia pensare che anche nel resto della creazione operi allo stesso modo, attraverso tappe successive e imperfette; in effetti l'uomo non è in grado, nella sua fragilità, di accogliere la perfezione tutta insieme. Il male l'accompagnerà sino alla fine, quando Dio «sarà tutto in tutti» (1Cor 15,28), quando anche per Küng «trova compimento ciò che» egli crede.

 

Giuliana giunge al termine delle sue sofferenze il 7 marzo 2008. Il suo ritorno al Padre avviene alla presenza dei suoi tre più cari amici, di Sandro e di me.

Personalmente ho un tracollo: la vicinanza di Sandro evita che il crollo diventi senza sbocco. Ripenserò a lungo a quei momenti, specialmente di fronte al dubbio angosciante di non aver fatto a sufficienza tutto quello che era in mio potere per favorire la sua guarigione o per ridurgli al minimo le sofferenze.

 

Note: 1. Hans Kung è nato nel 1928 a Sursee (Svizzera). Dal 1960 al 1995 ha insegnato in Germania presso l'università di Tubinga, dove dirige tuttora l'Istituto per la ricerca ecumenica. Teologo inserito nel Concilio Vaticano II, nei suoi numerosi libri ha mostrato quale dono per l'umanità avrebbe potuto essere la Chiesa se non si fosse così clamorosamente allontanata dal vangelo di Gesù nel periodo tra il III e il V secolo della nostra era, generando scissioni e divisioni profonde che la Chiesa sta ancora oggi pagando duramente. – 2. Edizioni Rizzoli 2010. – 3. Mt 16,24: "Allora Gesù disse ai suoi discepoli: Se uno vuol venire dietro me, rinunzi a se stesso, prenda la sua croce e mi segua". – 4. Gesù nei Vangeli ha presentato il Padre come "misericordioso", che prova "compassione" ed è l'"unico buono". L'attribuire a Dio la volontà di procurare, per qualsiasi motivo, sofferenza nell'uomo vuol dire negare le parole di Gesù ed insultare Dio. – 5. La parte verticale era saldamente infissa nel terreno e vi rimaneva pronta per altre esecuzioni. – 6. Rm 8,19 – 23. – 7. Quanto segue è liberamente tratto dall'articolo "Küng e il problema del male" di Carlo Molari pubblicato su Rocca n. 13 del 01.07.2010. – 8. Pierre Teilhard de Chardin (Orcines, 1° maggio 1881 – New York, 10 aprile 1955) è stato un gesuita, filosofo e paleontologo francese. Se fu conosciuto in vita soprattutto come scienziato evoluzionista, ebbe notorietà come teologo soltanto dopo la pubblicazione postuma dei suoi principali scritti, tra i quali spiccano Il fenomeno umano (considerato il suo principale lavoro), L'energia umana, L'apparizione dell'uomo e L'avvenire dell'uomo che parimenti descrivono le sue convinzioni teologiche e scientifiche. In qualità di paleoantropologo fu anche presente alla scoperta dell'Uomo di Pechino. Dopo la scoperta del Teilhard anche teologo, questi venne soprannominato il "gesuita proibito", dal titolo di un libro di Gianfranco Vigorelli del 1963. – 9. Comment je vois, par. 30 in Les directions de l'avenir, Seuil, Paris 1973, pp. 211-212. – 10. Opera sopra citata, p. 212. – 11. Un seuil mental sous nos pas. Du cosmos a la cosmogénèse, in L'activation de l'energie, 1963, p. 268. – 12. Comment je vois, opera sopra citata, p. 212. – 13. Esquisse d'un univers personel, in L'energie humaine, Seuil, Paris 1962, p. 105