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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


giovedì 9 dicembre 2010

Domenica 12 dicembre 2010
Terza domenica di Avvento – Mt 11, 2-11
In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!». Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”. In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».
"Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?". Si interroga, Giovanni Battista, nella buia e umida prigione di Erode, mentre aspetta la morte e gli portano le notizie di Gesù. Lo abbiamo incontrato, domenica scorsa, che minacciava punizioni divine, vendette esemplari, ed ora è lui stesso attonito: è talmente diverso questo Messia che non fulmina i peccatori ma li abbraccia e mangia con loro; talmente strampalato questo Dio che è così follemente innamorato dell’uomo da perdonargli tutto: l’ultimo ed il più grande dei profeti dell’A.T. non si capacita, pensa di avere preso un granchio.
Il Giovanni che incontriamo oggi è ben diverso da quello di domenica scorsa; è in carcere e sa che sta per essere giustiziato a causa della sorda rabbia di una stizzita e isterica “femme fatale” e dalla debolezza di un re-fantoccio. Giovanni è masticato dalla vita, spazzato via dall'arroganza del potere; non grida più, solo aspetta la morte e si interroga: avrò visto giusto? Avrò fatto bene ad indicarlo come Messia?
Le notizie che gli giungono dai suoi discepoli lo lasciano costernato: il Messia non sta seguendo le sue orme, non incita con veemenza la gente, ha assunto un profilo basso, mediocre. Giovanni minacciava la vendetta di Dio, il fuoco divorante. Gesù, invece, propone un perdono incondizionato, rimette le colpe, non minaccia né attua vendetta, dice che quel fuoco lo vuole accendere, certo, ma a partire dall'amore, non certo dal timore.
È troppo diverso questo Messia dal Messia atteso da Giovanni e da Israele, troppo diverso. Diverso dal Dio che vorremmo noi, che vorrei io.
Dio ci spiazza sempre, è sempre radicalmente diverso da come ce lo immaginiamo. Anche le persone che, come Giovanni, vivono la radicalità della fede, rischiano di costruirsi un Dio a propria immagine e somiglianza. La venuta di Dio che Giovanni (ma anche noi) si aspetta, è una venuta evidente, un irrompere nella storia con fragore assordante e schiere di angeli trionfanti. Gesù, invece, ci svela il volto di un Dio celato, evidente, sì, ma non banale, pieno di ogni tenerezza e sensibilità. Siamo abituati, come Giovanni, a dividere il mondo in buoni e cattivi, i buoni (spesso noi!) da salvare e i cattivi da punire, per rimettere un po' in sesto il palese squilibrio di questo mondo, che premia gli arroganti e bastona i giusti.
Gesù ci spiazza svelandoci che Dio, invece, divide il mondo in chi ama, o cerca di amare, o almeno si lascia amare, e chi no.
E l'amore è una possibilità immensa, l'unica cosa che tutti ci lega. Non i risultati, non gli sforzi, non le buone azioni ci salvano, ma la volontà di amare nella fragilità di ciò che siamo o che vorremmo essere.
Dobbiamo essere sinceri con noi stessi, molti di noi l'hanno già pensato: ci vuole una sana dose d'incoscienza per credere, un bel po' di fegato per dire che il mondo e la vita hanno senso e che Dio regna; si ha davvero la percezione, nel nostro ambiente di essere dei pii idioti, dei sognatori anacronistici e illusi.
Se qualcuno tra voi ha davvero orientato i suoi passi alla luce del Vangelo non può non attraversare momenti profondi di crisi: la malattia, la sofferenza, l'ostilità dei non credenti, il peso della propria fragilità e del proprio peccato... Ci sono momenti in cui sinceramente, col cuore pieno, viene voglia di dire: "mi sono sbagliato, devo aspettare un altro Salvatore".
La risposta che Gesù dà a Giovanni è allo stesso tempo sconcertante e fantastica: "Guarda, Giovanni, guarda quello che accade". Gesù non rassicura Giovanni, ma lo aiuta a guardare intorno a se in maniera diversa, a darsi una risposta da solo: i ciechi vedono, i muti parlano, i lebbrosi sono guariti... La gente, dice Gesù, ha aperto gli occhi nei confronti di quello che predicavano gli scribi, ora ne parla, ne discute e non si sente più oppressa dal peccato, comprende che la malattia non è una punizione di Dio: sono i segni della vittoria silenziosa della venuta del Messia.
Anch'io li ho visti, quei segni. Anch'io, credetemi, ho visto la forza dirompente del Vangelo, persone cambiare, guarire, vedere. Anch'io ho visto nelle pieghe del nostro mondo corrotto e inquieto gesti di totale gratuità, vite consumate nel dono e nella speranza, squarci di fraternità in inferni di solitudine ed egoismo. Ho visto i tanti segni del Regno, dentro e fuori la Chiesa, anzi, più spesso fuori.
Il problema principale è una miopia interiore che ci impedisce di godere della nascosta e sottile presenza di Dio.
Ma c’è un’altra cosa da sottolinare. Quando Giovanni gridava, quando minacciava in nome di Dio, Gesù non aveva commentato. Ora che dubita, che chiede conferma, Gesù lo esalta: “…fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista…”. E’ lui che conclude la grande epopea dell’A.T., la cavalcata dei profeti che hanno mostrato la volontà di Dio.
Ma ora le cose cambiano, l’uomo, attraverso l’amore, diviene il protagonista della salvezza creando il Regno di Dio sulla terra: “… ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui…”. Ecco la buona novella: non più le minacce spronano l’uomo ma l’amore, non l’obbedienza a Dio ma la volontà di assomigliare a lui fa grande l’uomo; risalta così quello che era stato l’imprimatur della creazione: “…a sua immagine li creò…”. Il punto di contatto tra l’uomo e Dio, tra creato e creatore, è la capacità di amare.

mercoledì 1 dicembre 2010

Domenica 5 dicembre 2010 – Seconda domenica di Avvento – Mt 3,1-12

(Anticipo ad oggi la pubblicazione del post

perché domani e dopodomani sono impegnato. Carlo)

 

In quei giorni, venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto(1) della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaìa quando disse: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!».

E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.

Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all'ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: "Abbiamo Abramo per padre!". Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell'acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».

 

Le settimane scorse avevo presentato il vangelo di Matteo come il vangelo scritto da un ebreo per gli ebrei, il brano di oggi è una conferma delle mie parole.

Prima di tutto chi era Giovanni? Secondo Luca era figlio del sacerdote Zaccaria e di Elisabetta (Lc 1,24), quest'ultima probabilmente della stessa tribù di Maria, la madre di Gesù(2). La storia della nascita di Giovanni come dono di Dio è riportata in Lc 1,5-25.

Giovanni era un nazireo(3), cioè un uomo che trascorreva una piccola parte della sua vita consacrato a Dio secondo quanto previsto in Nm 6,1-21; aveva scelto un particolare modo di predicare attraverso il battesimo(4); del resto in quel periodo in Israele vi erano diversi movimenti battisti che invitavano a cambiare la propria vita in attesa del Messia(5).

Rispetto agli altri movimenti battisti, l'invito di Giovanni assume una forma nuova; egli invita a "convertirsi". In greco, ci sono due maniere per esprimere il concetto di conversione: uno, che ha un significato teologico, è il ritorno a Dio, ma tutti gli evangelisti evitano accuratamente questo termine; l'altro è "metanoia", significa un cambio di mentalità che incide nel comportamento della persona. La parola significa letteralmente "cambiamento di sentimenti", e potremmo tradurlo in cambiamento di vita. L'intenzione di Giovanni è quella di far desistere i peccatori dal loro modo di vivere in vista del "regno dei cieli", cioè in vista della venuta del Messia.

Quando Gesù farà propria questa stessa frase il suo significato sarà ancora diverso: convertirsi indicherà il movimento della mente che sposta l'interesse, l'amore, da se stesso agli altri, al prossimo, all'umanità intera modificando o meglio superando il concetto di peccato.

Un'altra cosa da sottolineare prima di andare avanti, è il significato di "Regno dei cieli". Nei vangeli, ed in particolare in quello di Matteo, il regno dei cieli non significa mai l'aldilà. Matteo, ebreo, scrive per una comunità di ebrei e sta bene attento a non urtare la loro suscettibilità. Infatti gli ebrei non solo non scrivono, ma neanche pronunziano il nome di Dio. Usano dei sostituti: uno di questi sostituti è «i cieli». Un po' quello che facciamo anche noi nella lingua italiana: quante volte diciamo «grazie al cielo!» E nessuno di noi ringrazia l'atmosfera, è un'altra maniera per dire Dio. In passato, in un linguaggio ormai tramontato, si diceva «il cielo non voglia», cioè che Dio non voglia.

Quindi, quando Matteo scrive Regno dei cieli intende Regno di Dio. Se leggiamo il capitolo 34 del profeta Ezechiele troviamo la descrizione del Regno di Dio: non è un luogo, ma un tempo, il momento in cui Dio, stanco di vedere il suo popolo maltrattato dai suoi stessi governanti, dai sacerdoti e dalle altre autorità, scende sulla terra a governare lui stesso il suo popolo. Regno dei cieli = Regno di Dio è quindi il momento in cui Dio stesso comincerà ad occuparsi di ciascuno di noi in prima persona.

Giovanni è presentato come il redivivo Elia, come lui veste di peli di cammello con una cintura di pelle ai fianchi(6). Inoltre è presentato come un uomo puro, di quella purità rituale descritta nei libri del Deuteronomio e del Levitico che nulla ha a che vedere con il nostro concetto di purezza.

L'evangelista, per sottolineare questa purezza, specifica il cibo che usava Giovanni, locuste e miele selvatico, cibi sicuramente consentiti(7), oltre ogni ombra di dubbio, dalla legge ebraica(8); per questo Giovanni può battezzare, cioè purificare gli altri.

Il battesimo era un rito di immersione conosciuto in molte religioni antiche, oltre che dal giudaismo; l'immersione in acqua era il simbolo della purificazione rituale. Giovanni, pur ispirandosi a questi riti preesistenti, ne modifica gli scopi, mira ad una purificazione non più rituale ma morale e che rivesta, in un certo senso, l'aspetto di una iniziazione, di un ingresso del battezzando tra coloro che professano un'attesa attiva del Messia e costituiscono in anticipo la sua comunità.

Ma quale messia attendeva Giovanni insieme ai suoi discepoli?

Matteo, per evitare ogni dubbio, presenta subito il tipo di messia atteso da Giovanni: un messia adirato nei confronti dei peccatori, pronto a punire e a tagliare qualunque ramo secco ed a buttarlo nel fuoco. Un messia che saprà separare il grano dalla pula, i buoni dai cattivi, e gettare questi ultimi nel fuoco inestinguibile. Ecco che idee aveva Giovanni del messia. Ed erano idee sostenute anche dalla visione di Dio che si aveva allora: un Dio collerico e pronto a punire, ad agire in modo duro su quanti non ottemperavano alla sua legge.

Se la prende anche con i farisei(9) e i sadducei(10) e li chiama "razza di vipere". Io penso che qui Matteo si sia voluto togliere alcuni sassolini dalla scarpa dovuti a qualche vecchia ruggine.

Farisei e sadducei erano generalmente persone in buona fede che credevano di potersi salvare perché "figli di Abramo".

Ma Giovanni si sbagliava; era in buona fede, ma si sbagliava. Lo vedremo la prossima domenica quando, in un altro brano del vangelo di Matteo, Giovanni manda a dire a Gesù: "Sei tu quello che doveva venire, o ne dobbiamo aspettare un altro?". Giovanni infatti cominciava a non capirci niente. Gesù non si stava comportando come il messia predicato da Giovanni, Gesù accoglieva i peccatori, ne faceva suoi discepoli e li abbracciava. Viveva e mangiava con loro, con grande scandalo dei benpensanti.

È questa la buona notizia dei vangeli: Dio è padre ed è così pazzamente innamorato dell'uomo da perdonargli tutto e da ricoprirlo del suo amore. Chi accetta l'amore di Dio e lo riversa sugli altri senza pregiudizi e senza giudicare, avrà la vita eterna. Solo chi rifiuta questo amore che lo circonda, si autoesclude dalla vita eterna. E sarà davvero la fine.

 

Note: 1. Il Deserto di Giudea è relativamente popolato, nei suoi pochi villaggi situati lungo il perimetro. Il suo paesaggio aspro e irregolare è divenuto spesso, nel corso della storia, luogo di rifugio e nascondiglio per ribelli e zeloti , oltre che dimora ideale per la solitudine e l'isolamento di monaci ed eremiti. All'epoca dei Maccabei (circa 2.000 anni fa), nel deserto vennero edificate grandi fortezze, come Massada e Horkenya, e nel corso delle violente ribellioni contro Roma l'ultima battaglia degli Ebrei zeloti venne combattuta proprio a Massada, mentre nel periodo del Secondo Tempio, i membri di alcune comunità religiose, tra cui gli Esseni, scelsero il deserto come luogo di dimora. – 2. In nessun vangelo si dichiara Elisabetta cugina di Maria, solo in Lc 1,36 si parla di "parente" che, in ambiente semitico, va inteso in senso esteso ai componenti di una tribù che viene chiamata "famiglia"; la definizione di "cugina" è stata frutto della pietà popolare del medioevo. – 3. Vedi Lc 1,15. – 4. Il rito di immersione, simbolo di purificazione rituale e di rinnovamento era conosciuto dalle religioni antiche e dal giudaismo post-esilico e veniva applicato ai proseliti (non ebrei che volevano seguire la religione ebraica) e ai componenti del movimento monastico di Qumran. Con Giovanni il battesimo perde il suo significato rituale ed assume quello morale di purificazione dai peccati. – 5. A cavallo tra il I sec. a.C. ed il I sec. d.C., l'attesa del Messia da parte di Israele diviene spasmodica. Secondo gli scribi del I secolo il Messia tardava a venire e a manifestarsi a causa della presenza in terra di Israele di grandi peccatori quali i pubblicani (esattori delle imposte in favore dei romani) e le prostitute. I movimenti battisti miravano ed eliminare questo impedimento. Giovanni estenderà la categoria dei peccatori anche ai farisei e ai sadducei provocando scandalo. – 6. Vedere 2Re 1,8 e seguenti. – 7. Vedere Lv 11, 22. – 8. Da notare che le locuste erano consentite, ma la lepre no. Il fatto che Matteo indichi nelle locuste il cibo normalmente usato da Giovanni è una forzatura letteraria che gli consente di rimarcare la stretta osservanza della Legge da parte del personaggio; questo era indispensabile in quanto i destinatari del vangelo di Matteo erano ebrei osservanti e quindi sensibili a questi argomenti. – 9. La corrente dei farisei costituisce, probabilmente, il gruppo religioso più significativo all'interno del giudaismo nel periodo che va dalla fine del II sec. a.C. all'anno 70 d.C. ed oltre. Sul piano dottrinale, caratteristica dei farisei è l'intransigenza sulla sostanza della fede e della legge, ma si mostrano duttili sulle sue applicazioni. Le tendenze progressiste dei farisei si ritrovano sul piano teologico; anzitutto sullo sviluppo dell'escatologia, ovvero del fine ultimo di ogni uomo, nel quale vedono la risurrezione e il premio o la pena comminate da Dio. – 10. I Sadducei costituiscono una importante corrente spirituale del tardo giudaismo che si costituisce anche quale distinta fazione politica verso il 130 a.C. sotto la dinastia asmodea. Rappresentata eminentemente dall'aristocrazia delle antiche famiglie, nell'ambito delle quali venivano reclutati i sacerdoti dei ranghi più alti, nonché, in particolare, il Sommo sacerdote, la corrente dei sadducei, si richiamava, nel proprio nome, all'antico e leggendario Sadoc (anche Sadoq o Zadoq), sommo sacerdote al tempo di Salomone. Cercavano di vivere un giudaismo illuminato, ma dottrinalmente ortodosso (non accettavano la risurrezione perché non contemplata nel Pentateuco), e di trovare un compromesso anche con il potere romano. Dei sadducei e della loro spiritualità non conosciamo molto, perché la loro fazione, ritenuta colpevole di collaborazionismo nei confronti dei romani, fu letteralmente sterminata, durante la rivolta giudaica del I secolo d.C., dagli insorti più esagitati e violenti, come narra lo storico Flavio Giuseppe in quella prima guerra giudaica che, oltre ad essere una lotta di liberazione dalla dominazione straniera, fu anche una vera e propria cruenta e spietata guerra civile. Gli eventuali residui superstiti dei sadducei o furono assimilati dalla società romano-ellenica nella quale si rifugiarono, oppure si convertirono al cristianesimo.

 

 

 

 

 

 

 

giovedì 25 novembre 2010

Domenica 28 novembre 2010 – Prima domenica d'Avvento - Mt 24,37-44

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell'arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell'uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l'altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l'altra lasciata.

Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell'ora che non immaginate, viene il Figlio dell'uomo».

 

Iniziare la lettura di Matteo con questo brano, vuol dire non rendergli giustizia. Ma non fermiamoci alle apparenze. Questo brano fa parte del cosidetto discorso apocalittico di Gesù e non può essere correttamente compreso se non lo si legge nella sua interezza e, aggiungo malignamente io, se non lo si traduce per quello che dice e non per quello che la tradizione gli ha attribuito. Leggiamo il brano che precede:

 

MT 24,1-36: Mentre Gesù, uscito dal tempio, se ne andava, gli si avvicinarono i suoi discepoli per fargli osservare le costruzioni del tempio. Egli disse loro: «Non vedete tutte queste cose? In verità io vi dico: non sarà lasciata qui pietra su pietra che non sarà distrutta».

Al monte degli Ulivi poi, sedutosi, i discepoli gli si avvicinarono e, in disparte, gli dissero: «Di' a noi quando accadranno queste cose e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo».

Gesù rispose loro: «Badate che nessuno vi inganni! Molti infatti verranno nel mio nome, dicendo: «Io sono il Cristo», e trarranno molti in inganno. E sentirete di guerre e di rumori di guerre. Guardate di non allarmarvi, perché deve avvenire, ma non è ancora la fine. Si solleverà infatti nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno carestie e terremoti in vari luoghi: ma tutto questo è solo l'inizio dei dolori.

Allora vi abbandoneranno alla tribolazione e vi uccideranno, e sarete odiati da tutti i popoli a causa del mio nome. Molti ne resteranno scandalizzati, e si tradiranno e odieranno a vicenda. Sorgeranno molti falsi profeti e inganneranno molti; per il dilagare dell'iniquità, si raffredderà l'amore di molti. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato. Questo vangelo del Regno sarà annunciato in tutto il mondo, perché ne sia data testimonianza a tutti i popoli; e allora verrà la fine.

Quando dunque vedrete presente nel luogo santo l'abominio della devastazione, di cui parlò il profeta Daniele - chi legge, comprenda -, allora quelli che sono in Giudea fuggano sui monti, chi si trova sulla terrazza non scenda a prendere le cose di casa sua, e chi si trova nel campo non torni indietro a prendere il suo mantello. In quei giorni guai alle donne incinte e a quelle che allattano!

Pregate che la vostra fuga non accada d'inverno o di sabato. Poiché vi sarà allora una tribolazione grande, quale non vi è mai stata dall'inizio del mondo fino ad ora, né mai più vi sarà. E se quei giorni non fossero abbreviati, nessuno si salverebbe; ma, grazie agli eletti, quei giorni saranno abbreviati.

Allora, se qualcuno vi dirà: «Ecco, il Cristo è qui», oppure: «È là», non credeteci; perché sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno grandi segni e miracoli, così da ingannare, se possibile, anche gli eletti. Ecco, io ve l'ho predetto.

Se dunque vi diranno: «Ecco, è nel deserto», non andateci; «Ecco, è in casa», non credeteci. Infatti, come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo. Dovunque sia il cadavere, lì si raduneranno gli avvoltoi.

Subito dopo la tribolazione di quei giorni,

il sole si oscurerà,
la luna non darà più la sua luce,
le stelle cadranno dal cielo
e le potenze dei cieli saranno sconvolte.

Allora comparirà in cielo il segno del Figlio dell'uomo e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra, e vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi del cielo con grande potenza e gloria. Egli manderà i suoi angeli, con una grande tromba, ed essi raduneranno i suoi eletti dai quattro venti, da un estremo all'altro dei cieli.

Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l'estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete tutte queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.

Quanto a quel giorno e a quell'ora, nessuno lo sa, né gli angeli del cielo né il Figlio, ma solo il Padre. Come furono i giorni di Noè, così……….

 

Facciamo subito chiarezza: GESÙ NON STA PARLANDO DELLA FINE DEL MONDO. Il versetto 3 messo in bocca ai discepoli dice testualmente, traducendo letteralmente dal greco, "quando sarà il segno della tua presenza e della fine dell'epoca?".

E' chiaramente una frase idiomatica(1) di non facile interpretazione. Nel mondo greco-romano la parola "presenza" designava la visita ufficiale e solenne di un principe in un determinato luogo. Non sappiamo nulla, però, del significato che questa frase aveva assunto nel mondo semitico. Possiamo solo ipotizzare, con buona approssimazione, che i discepoli stiano dicendo a Gesù: "…quando verrà distrutto il tempio, tu sarai certamente il re di Israele, con quali segni ci avvertirai?...". Del resto l'idea della seconda venuta di Cristo non è presente in maniera esplicita nel NT e il versetto Gv 14,3(2), che, ad una lettura superficiale, sembra annunziarla, può più propriamente essere inteso in modo simbolico. Solo con l'interpretazione di Giustino(3) si inizia a parlare di "ritorno" di Cristo.

Veniamo ora alla restante parte della frase: avevo detto che questo viene chiamato il discorso apocalittico di Gesù. La scrittura apocalittica è un genere letterario tipicamente semitico, molto lontano dalla nostra mentalità, che, attraverso la descrizione di catastrofi, disgrazie e visioni grandiose e simboliche cerca di risollevare l'animo ed il morale di lettori che stanno vivendo situazioni difficili; è il cosidetto scritto o discorso di consolazione attraverso il quale viene svelato un avvenire che farà dimenticare le sofferenze presenti. Vedere ad esempio Is 24-27, Ez 38-39, Dn 7-12, Zc 9-14 e, nel NT, l'Apocalisse di Giovanni.

Matteo ha avuto modo di assistere all'inizio delle persecuzioni (la prima fu ordinata da Nerone nel 64) ed alla distruzione del tempio di Gerusalemme nel 70 ad opera dei romani. Entrambi gli avvenimenti risultarono essere sconvolgenti sia per l'ebraismo che per la neonata chiesa giudeo-cristiana; i credenti avevano bisogno di un conforto per sperare in un futuro di pace e serenità. A questo scopo Matteo costruisce questo discorso apocalittico mescolando i due avvenimenti e dandogli un indirizzo escatologico(4) che forse Gesù non avrebbe condiviso.

Le parole di Gesù richiamano le difficoltà incontrate dalle prime chiese cristiane ad affermare la loro fede (nel primo secolo e all'inizio del secondo apparirono in Palestina e nella Turchia sud orientale molti falsi profeti messianici) in mezzo a rivolte e guerre (le rivolte dei Parti e le Guerre Giudaiche) che confonderanno molti che, non credendo più all'amore universale proclamato da Cristo, abbandoneranno la fede e si schiereranno con il più forte denunciando amici e parenti. Simbolo di tutto questo sarà l'abominio della devastazione che, nell'immaginario ebraico, rappresentava il massimo delle disgrazie: il profeta Daniele designava con ciò un altare pagano che Antioco Epifane aveva fatto erigere nel tempio di Gerusalemme nel 168 a.C. (1Mac 1,54). Di fronte a questi avvenimenti ci si potrà salvare solo con la fuga abbandonando tutto. Solo chi avrà mantenuto salda la fede in Gesù riuscirà a vedere la fine di questo periodo (epoca(5)) e sarà in grado di far parte del Regno di Dio che si affermerà prepotentemente.

Occorre sottolineare che Matteo mette in bocca a Gesù due definizioni di se stesso: Cristo (il Messia, l'Unto di Dio) e Figlio dell'Uomo. Queste due definizioni non sono coincidenti(6) e devono essere intese in modo differente. Gesù utilizzò l'espressione o concetto del Figlio dell'Uomo perché era un contenitore aperto che Dio poteva riempire a suo piacimento, era l'epressione della volontà di Dio che diventa azione. Ecco che la "venuta del Figlio dell'Uomo" diviene l'attuazione della volontà di Dio, il prevalere sulla terra del Regno di Dio, l'insieme di tutti gli uomini che mettono in pratica le beatitudini.

Ecco l'atto consolatorio, il fine dello scritto apocalittico; ma non è finita, c'è dell'altro: la citazione di Isaia(7) e di Amos: "…il sole si oscurerà….e le potenze dei cieli saranno sconvolte…" è un altro messaggio di speranza. Si, di speranza, nonostante la pensino diversamente sia i Testimoni di Geova che Radio Maria (molte volte i loro pareri sono coincidenti), Gesù non sta parlando di fine del mondo, ma di inizio di un mondo nuovo.

Gli astri, nella Bibbia, non indicano il cosmo, ma le divinità pagane. Nel mondo che circondava Israele, il sole non era un astro, era una divinità ed era adorata come tale. La luna era una dea, e sotto il termine di stelle si rappresentavano i potenti della terra.

Per comprendere questo è necessario ricordare che, a quell'epoca, ogni potente si considerava di condizione divina: il faraone, non era un uomo normale, era figlio di un dio, l'imperatore era un dio, tutti coloro che comandavano pretendevano di avere la condizione divina, e, nella Bibbia, queste persone venivano identificate con le stelle.

Gesù, quindi, non sta minacciando una catastrofe, ma qualcosa di bello. Dice: 'se voi fate brillare lo splendore di questo messaggio d'amore, questa luce oscurerà le false divinità'. Allora quando dice che il sole si oscura, è perché brilla la vera luce. Il messaggio di Gesù è la luce che splende tra le tenebre. Più la luce splende, più le tenebre si allontanano.

Allora se voi annunciate il messaggio della verità del vero Dio, le false divinità, una ad una si rivelano per quello che sono, dei falsi e perdono il loro splendore. E nei cieli, cioè nella condizione divina, comincerà un terremoto e le stelle, una dopo l'altra, cominceranno a cadere.

Perché se io credo che il faraone è un figlio di dio, ho paura di trasgredire i suoi ordini e quindi lo rispetto. Ma se invece io so che è un uomo come me, anzi, peggio, perché è un mascalzone e forse ha ammazzato e rubato, posso pensare di sfidarlo.

Questa è la pericolosità del messaggio cristiano, quella che ha spaventato i potenti di tutti i secoli, che hanno costretto a trasformare il cristianesimo da fede attiva nel sociale e nel politico a fede prona e succube di concetti moralistici e non etici: perché tutti non capissero che l'unico che è nei cieli, cioè che è importante, è il Padre.

Avete mai pensato perché Matteo, quando trascrive il Padre Nostro, dice: "Padre nostro che sei nei cieli"? Non è chiaramente l'indirizzo di Dio, ma dicendo "padre nostro che sei nei cieli", afferma che l'unico che ha autorità è il Padre, tutto il resto è niente. È un'affermazione rivoluzionaria per quei tempi (e non solo per quei tempi); i primi cristiani furono perseguitati per questa affermazione, perché non riconoscevano nell'imperatore uno che stava nei cieli.

Quindi gli astri sono, in bocca a Gesù, le ideologie o le divinità che assumono il potere di comandare sugli uomini. Se facciamo splendere il messaggio di Gesù, uno dopo l'altro questi astri si oscurano e coloro che determinano il loro potere grazie a questi astri, uno dopo l'altro cominceranno a capitolare. Ecco perché nel Vangelo di Luca, dice: "Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina" (Lc 21,28). Luca è un greco e quindi, in questo, è molto più esplicito di Matteo.

Quindi non un messaggio di fine del mondo, da avere paura, ma qualcosa di positivo. Gesù ci assicura che tutti i sistemi che sono contro l'uomo, uno dopo l'altro, capitoleranno. Ci sono dei sistemi che si credono eterni e la loro fine sembra la fine del mondo. No, è fine di un tempo e dopo ne nascerà uno migliore.

Agostino, quando vede l'impero romano sgretolarsi sotto la pressione dei barbari dice: è la fine del mondo. Agostino non poteva immaginare un mondo diverso da quello nel quale era cresciuto: il grande impero romano. Per lui se finisce l'impero romano, è la fine del mondo. No, è la fine di un tempo, di un'epoca, di un'era. Tutte le potenze che opprimono l'uomo, una dopo l'altra, nella storia, verranno eliminate e ogni volta emergerà, (apparirà), il Figlio dell'Uomo, la volontà di Dio.

Ora siamo pronti a comprendere il vangelo di questa domenica; senza questa lunga premessa il brano del vangelo è ostico e rischia di essere letto in chiave grottesca.

Gesù, al solito, è straordinario: cita gli eventi simbolici di Noè, dice che intorno a lui c'era un sacco di brava gente che venne travolta dal diluvio senza neppure accorgersene. Perciò ci invita a vegliare, a stare desti, proprio come fa Paolo scrivendo ai Romani: Gesù ci invita a renderci conto che sta arrivando la nostra liberazione, questo atteso e desiderato regno di pace, il Regno di Dio, la volontà di Dio divenuta fatto, atto reale, atto fattivo.
E Gesù avverte: uno è preso, l'altro lasciato. Uno incontra Dio, l'altro no. Uno è riempito, l'altro non si fa trovare. Dio è discreto, modesto, quasi timido, non impone la sua presenza, la sua venuta è come la brezza della sera.

A noi è chiesto di spalancare la mente, di far funzionare la nostra intelligenza, di aprire gli occhi, di lasciar emergere il desiderio. Come? Non lo so con certezza; io cerco di farlo ritagliandomi uno spazio quotidiano alla preghiera, per meditare la Parola. Alcuni riescono a prendersi una domenica pomeriggio per fare un paio d'ore di silenzio e di preghiera, altri fanno una piccola deviazione andando al lavoro per entrare in una chiesa. Se vissuti bene, aiutano anche i simboli, a me ostici, del Natale cristiano: preparare un presepe, addobbare un albero, partecipare alla novena.

Facciamo qualcosa, una piccola cosa, per chiederci se Cristo è nato in noi, per non lasciarci travolgere dal diluvio di parole e cose che ognuno vive. Ma, ad aggravare la nostra situazione, non dobbiamo solo combattere contro la dimenticanza. Ci tocca pure combattere contro il finto Natale, il Natale tarocco.

Non capisco perché una festa splendida, la festa che celebra la notizia dell'inaudito di Dio che irrompe nel mondo, sia stata travolta dalla melassa del buonismo natalizio. È un dramma, il Natale, è la storia di un Dio presente e di un uomo assente. Non c'è proprio nulla da festeggiare, non abbiamo fatto una gran bella figura, la prima volta.Natale è un pugno nello stomaco, una provocazione, un evento che obbliga a schierarsi. Natale è l'arrendevolezza di Dio che ci obbliga a conversione. Quindi viva la festa, ma che sia autentico ciò che facciamo, che sia presente il festeggiato, Dio, alle nostre ipercaloriche cene, che i bimbi capiscano che è il suo compleanno, anche se i regali ce li facciamo noi.

Io, ormai, sono vecchio. Lo dico con un po' di civetteria, lo ammetto, ma anche con sgomento: in questi anni ho visto che il Natale, per i poveri veri, per chi ha subito un abbandono, un trauma, un lutto, è diventato una festa odiosa e insostenibile, l'ho provato sulla mia pelle.

Di fronte alle immagini stereotipate della famiglia felice intorno all'albero che ci propinano i media, c'è chi, invece, vivendo affettività fragili e solitudini, è travolto da un insostenibile dolore. E questo mi fa impazzire di rabbia.

Il Dio dei poveri, il Dio che viene per i pastori, gli emarginati di quel tempo, il Dio che non nasce nel Tempio di Gerusalemme, ma in una casa palestinese, viene sostituto dal Dio piccino del nostro ipocrita buonismo.

Se i nonni soli, se le persone abbandonate, se i feriti dalla vita non hanno un sussulto di speranza nella notte di Natale, significa che il nostro annuncio è ambiguo, travolto e sostituito da un inutile messaggio di generica pace.

Esagero? Voglia Dio che sia così.

In un mondo privo di speranza, il cristiano attende un avvento (una venuta), crede a un evento, anzi ad un fatto che precede e determina tutta la vicenda umana: si tratta dell'invasione di Dio nella nostra storia di uomini, per rivelare un progetto preciso, per proporre e sollecitarvi una collaborazione, e alla fine per portarlo a compimento con una ri-creazione di mondi nuovi. E' il fondamento della speranza cristiana, non sentimentale, ma garantita dalla potenza e dalla fedeltà di Dio.

 

Note: 1. Cioè una frase alla quale la cultura e la tradizione della comunità che l'ha espressa danno un significato diverso (e talora molto diverso) dal significato letterale. Per esempio in italiano la frase "ha i grilli in testa" significa che la persona cui la frase si riferisce ha idee balzane che nulla hanno a che fare con i grilli. – 2. "Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi". – 3. Giustino martire (Flavia Neapolis, 100 – Roma 162 - 168) è stato un filosofo palestinese fortemente influenzato dalla filosofia greca e platonica in particolare. Flavia Neapolis, la sua città natale, era il nome romano dell'attuale Nablus. La Chiesa cattolica lo venera come santo e lo annovera tra i Padri della Chiesa; i suoi due più famosi scritti Prima Apologia dei Cristiani e Seconda Apologia dei Cristiani ne fanno uno dei primi difensori del pensiero cristiano. Viene venerato come santo anche dalla Chiesa ortodossa. – 4. Cioè riferito al destino di ogni uomo e, tramite di lui, dell'umanità tutta (escatologia = dei giorni ultimi). – 5. Nella letteratura apocalittica del I secolo rieccheggia la concezione filosofica greca della scuola gnostica che divideva il tempo in ere o epoche (aiȍn = eone, era, epoca). Secondo lo gnosticismo il passaggio da un'era all'altra era segnato da sconvolgimenti e catastrofi. – 6. Vedere a questo proposito l'intervento di James H. Charlesworth al convegno internazionale Il Messia tra memoria ed attesa, Venezia 4-6 luglio 2003. James H. Charlesworth è professore di nuovo testamento, lingua e letteratura neocristiana al Princeton Theological Seminery (New Jersey, USA). – 7. Is 13,9-10; 34-4 e Am 8,9 e segg.