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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


giovedì 16 dicembre 2010

Domenica 19 dicembe 2010 –

Quarta domenica di Avvento – Mt 1, 18-24

"Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.

Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».

Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa "Dio con noi".

Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa."

Facciamo prima una constatazione: quando, negli anni 40-50 d.C., Marco ha scritto il suo vangelo rifacendosi, con ogni probabilità, all'insegnamento di Pietro, ignorò del tutto la nascita di Gesù, probabilmente perché la cosa, nella comunità di Marco, interessava meno dei valori trasmessi da Gesù con la sua predicazione e la sua passione.

Al contrario Matteo, impegnato nel suo parallelo tra Gesù e Mosè, per far risaltare la correttezza dell'attributo di Figlio di Dio a Gesù, non può far altro che descrivere e sottolineare la vicenda della nascita con tutte le sue implicazioni.

Non solo, ma poiché la predicazione e l'azione di Gesù andrà in contrasto con la tradizione ebraica, Matteo rimarca con grande evidenza che Gesù non è il frutto di Giuseppe perché, nella mentalità ebraica, il padre, oltre la vita, trasmetteva anche la tradizione e i valori del popolo. Secondo Matteo tutta la tradizione di Israele si tronca in Giuseppe: Gesù non riceve niente da lui. In Gesù la tradizione ed i valori non verranno da Giuseppe, ma dal Padre nei cieli, da Dio. Ecco perché Gesù sarà capace di rapportarsi con Dio in una maniera completamente inedita, completamente nuova.

Per ottenere questo, Matteo fa una dichiarazione del tutto estranea al pensiero ebraico: Gesù viene generato da Maria(1). Maria è portata, con ciò, al livello degli uomini.

Così Matteo permette di comprendere la novità straordinaria portata da Gesù: a differenza di Mosè, Gesù non è stato un profeta del suo popolo.

Ricordo che i profeti sono coloro che, vivendo in piena sintonia con Dio, ne fanno conoscere i desideri e la volontà e normalmente sono sempre più avanti dei loro contemporanei. Quindi è profeta colui che si mette avanti al suo popolo e gli fa prospettare una immagine, una teologia, una idea affinché il popolo la faccia sua. La storia insegna che, proprio per questo, normalmente invece sono incompresi e perseguitati.

Ma Gesù non è un profeta. Gesù non è il figlio di Giuseppe, non è il figlio di Davide: Gesù è il Figlio di Dio, ha assunto l'azione creatrice del Padre e l'ha saputa formulare in una maniera completamente inedita facendo così conoscere una maniera nuova di rapportarsi con Dio.

La sorpresa che coglie chi legge i vangeli (tutti i vangeli) è che questa nuova maniera di rapportarsi con Dio esula dalla religione ebraica! Gesù dimostra che la religione non solo non favorisce la comunione con Dio ma è ciò che l'impedisce.

Quindi, mentre il profeta vive sempre nell'ambito della sua religione, Gesù ne esce e mostra le radici nuove della religione, di tutto quello che veniva presentato in nome di Dio. Lui lo ha potuto fare perché Lui non è stato generato da Giuseppe, non ha i cromosomi di Davide e di Abramo nel suo sangue, ma in Lui c'è una creazione completamente nuova.

Ma come è stato generato Gesù? Per conprendere ciò che descrive Matteo, bisogna conoscere le modalità del matrimonio ebraico.

Il matrimonio ebraico avviene in due tappe ben distinte e separate da un anno d'intervallo. Quando la ragazza ha compiuti 12 anni ed un giorno(2) ha l'obbligo di sposarsi. Obbligo, non possibilità: nel mondo ebraico e orientale non è concepibile la figura della donna indipendente e la verginità è una maledizione; senza un marito od un figlio maggiorenne, la donna ebraica è considerata un essere senza testa(3). Il ragazzo ha l'obbligo di sposarsi a 18 anni, può temporeggiare fino a 20, non di più(4). Il matrimonio non è un'istituzione religiosa e neppure sociale, ma una sorta di contratto privato dove le parti contraenti non sono né la sposa né lo sposo, bensì le rispettive famiglie. Con questo sistema, la ragazza si trova in qualche modo comprata dalla famiglia del marito ed è realmente un oggetto nelle loro mani, una sorta di recipiente per ottenere dei figli(5). Lo sposalizio si tiene in casa della donna; raggiunto l'accordo sul prezzo, lo sposo copre con il proprio scialle da preghiera la sposa e pronuncia la formula "Tu sei mia moglie" e la sposa risponde "Tu sei mio marito". Con questa semplice cerimonia Maria è divenuta "promessa sposa di Giuseppe"(6). Dopo un anno, quando la maturità sessuale di Maria lo permetterà, avrà luogo la seconda fase del matrimonio, la convivenza. Ma in questo anno succede qualcosa di imprevedibile.

I Vangeli non sono un trattato di biologia e tanto meno un trattato di ginecologia. L'Evangelista intende fare una narrazione teologica, non storica: Matteo vuole affermare che colui che è generato da Maria è opera dello Spirito Santo. Vediamo di comprendere al meglio questa indicazione teologica.

Quando ancora c'era il caos, lo Spirito di Dio aleggiava sulla creazione e tutto fu fatto attraverso lo Spirito. Quindi in Gesù si manifesta una nuova creazione: in Gesù si realizza in pienezza la creazione dell'uomo, un uomo che abbia anche la condizione divina.

Mentre nella prima creazione sembrava un delitto per l'uomo aspirare alla condizione divina; nella seconda, quella che si manifesta in Gesù, avere la condizione divina fa parte del progetto di Dio. Gesù è l'uomo che ha raggiunto la pienezza dell'umanità e che coincide con la condizione divina.

Ecco allora il significato dell'indicazione "si trovò incinta di Spirito Santo". E' inutile chiederci come: Matteo non vuole darci una indicazione storica. Lui ci sta dando una indicazione teologica importante che significa: in Gesù si manifesta il piano della creazione.

Matteo esclude categoricamente qualunque intervento da parte di Giuseppe: il povero Giuseppe però entra in crisi e scrive Matteo, al versetto 19: "Giuseppe, suo marito, era un giusto".

Con il termine giusto, zaddiq, non s'intende una persona retta, una persona di buona moralità: nel mondo ebraico i giusti erano una specie, diciamo così, di confraternita, di persone laiche, molto devote, che s'impegnavano ad osservare nella loro vita quotidiana tutti quei 613 precetti che i farisei avevano ricavato dalla legge di Mosè.

C'erano 365 proibizioni e 248 comandi per un totale di 613 precetti da osservare. Questi numeri avevano un preciso significato: 365 sono i giorni dell'anno e 248 erano, secondo la cultura ebraica, i componenti che costituivano il corpo umano.

Giuseppe è quindi una persona che osserva scrupolosamente la legge ed è per questo che entra in crisi.

La legge è chiara: dal momento in cui c'è la prima parte del matrimonio esiste subito il reato di adulterio per la donna.

La Bibbia è parola di Dio, ma è stata scritta dagli uomini e qualche riguardo per loro se lo sono tenuti: l'adulterio per la donna è costituito da qualunque rapporto con qualunque uomo; per l'uomo ebreo sussiste l'adulterio soltanto se la donna è sposata ed è ebrea. Se non è ebrea o non è sposata l'uomo può andare con tutte le donne che vole e questo non è considerato adulterio.

Giuseppe era un giusto e sapeva che la legge gli comandava di denunciare la donna e le pene di morte erano differenti. Nella prima fase del matrimonio la pena di morte era per lapidazione, nella seconda per strangolamento.

Giuseppe è un carpentiere di circa 20 anni, una artigiano che vive del proprio lavoro, quindi, in rapporto alle condizioni economiche di allora, una persona di ceto medio, certo non povera come poteva essere un bracciante; secondo alcuni autori dei primi secoli(7), si dice che fosse soprannominato "il Pantera", come suo padre, per il carattere non proprio cordiale; probabilmente, quando conosce lo stato di Maria, ha una prima reazione violenta(8); lui è giusto dinanzi a Dio, deve denunciare Maria altrimenti sarà lui il peccatore e non potrà più rivolgersi a Dio.

Ma qui accade il secondo colpo di scena. Per quanto rimugini la cosa, a Giuseppe manca il coraggio di denunciare Maria. Il peso del peccato dovuto alla omessa denuncia gli sembra più lieve del rimorso per la morte di Maria. Però il suo orgoglio gli dice che non può neppure tenerla con sé, perché non gli è stata fedele. Decide allora di ripudiarla, di nascosto.

Il ripudio, a quell'epoca, era uno strumento unilaterale, in mano soltanto agli uomini e non alle donne: era soltanto l'uomo che poteva ripudiare la donna. Bastava una semplice tavoletta incerata dove l'uomo scriveva o più frequentemente faceva scrivere: tu non sei più mia moglie. La dava alla moglie e questa veniva cacciata via di casa.

Quali potevano essere i motivi per il ripudio? Il libro del Deuteronomio, al cap. 24, affermava: "Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se avviene che essa non trovi grazia ai suoi occhi, perché vi ha trovato in lei qualcosa di vergognoso, scriva un libello di ripudio, glielo consegni in mano e la mandi via di casa". Solo che Mosè in proposito, non è stato ben chiaro. "Se avviene poi che essa non trovi grazia, perché ha trovato in lei qualcosa di vergognoso…": che cosa vuol dire qualcosa di vergognoso? All'epoca di Gesù c'erano due grandi scuole teologiche, una di rabbi Shamai, molto rigoroso, che indicava come causa l'adulterio; l'altra, facente capo ad Hillel, più di manica larga (era naturalmente quella più seguita), che diceva "qualunque causa".

La preoccupazione di Matteo di mostrare un Giuseppe che non vuole diffamare Maria, dimostra che dovevano essere molte, moltissime, le maldicenze su Gesù circolanti in quel tempo. Il documento ebraico su Gesù più antico che abbiamo, un brano del Talmud dell'anno 70, definisce Gesù "quel bastardo di un'adultera". Le chiacchiere nel paese quindi dovevano essere state tante e nella metà del III° secolo si trova, in un discorso del filosofo Celso, questa accusa a Gesù che è significativa, per far capire quale doveva essere l'ambiente nel quale è maturato tutto questo. Celso diceva: "..di essere nato da una vergine te lo sei inventato tu; tu sei nato in un villaggio della Giudea, da una donna del posto, una povera filatrice a giornata che fu scacciata dal marito di professione carpentiere per comprovato adulterio. Ripudiata dal marito e ridotta a ignominioso vagabondaggio, clandestinamente ti partorì da un soldato di nome Pantera".

Le chiacchiere sull'origine di Gesù dovevano essere state tante e questo si riflette nella tensione che c'è nei Vangeli. Nel Vangelo di Giovanni, le autorità religiose, scandalizzate, offese da ciò che Gesù dice loro, rispondono: "Noi" e sottolineo quel noi, "Noi non siamo nati da prostituzione".(9)

Questa nascita è quindi stata qualcosa di diverso, qualcosa di anormale tanto che Matteo la presenta come un intervento diretto dello Spirito Santo. Il termine greco per Spirito è di genere neutro; in ebraico ruach (spirito) è femminile: sembra avulso dal modo di pensare della nostra epoca, ma questa scelta di Matteo era opportuna per evitare fantasie su accoppiamenti che, in quel tempo, si credevano possibili tra esseri umani ed esseri divini. A quell'epoca si credeva che gli dei, ogni tanto, scendevano sulla terra e si accoppiavano con le donne.

Torniamo al povero Giuseppe: mentre stava pensando queste cose "..ecco, un angelo del Signore(10) gli si manifestò in sogno dicendo: Giuseppe, figlio di Davide, non esitare a prendere Maria, tua moglie, perché quello che è generato in lei viene dallo Spirito. Essa partorirà un figlio".

E' importante ogni dettaglio dell'Evangelista, dico questo perché i traduttori sono spesso delle persone molto pie che di fronte a questi termini normali adoperati dall'Evangelista, sembrano loro non essere dignitosi e allora in molti Vangeli troverete l'espressione "diede alla luce". Dare alla luce è un po' più fine, le donne normali partoriscono, ma la Madonna dà alla luce: qui il verbo è partorire, lo stesso termine che si adopera in tutto il mondo, quando le donne mettono al mondo un figlio. Però, poiché partorire sembra troppo terra terra, allora si adopera il dare alla luce.

"Essa partorirà un figlio e tu gli porrai nome Gesù, egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati". Nella lingua italiana non si può comprendere la relazione che esiste tra Gesù e la salvezza del suo popolo. Il nome italiano di Gesù, in ebraico Jehoshuà è l'abbinamento del nome di Dio, Jahvhè, più il verbo salvare. Ecco che allora comprendiamo il gioco di parole:

tradotto in italiano, si chiamerà Salvatore perché salverà il popolo dai suoi peccati. Questa salvezza dai peccati dell'uomo è importante per Matteo ed è tipicamente ebraica; infatti è l'unico Evangelista che nell'ultima cena pone, tra le parole di Gesù, anche il perdono dei peccati.

"Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto del Signore per mezzo del profeta: ecco la vergine sarà incinta e partorirà un figlio al quale sarà posto il nome di Emmanuele che significa Dio-con-noi".

E' la prima delle cinque citazioni dell'A.T. che caratterizzano i primi due capitoli di Matteo. L'Evangelista l'adopera questa citazione del profeta Isaia non tanto come si è fatto in passato per indicare la vergine(11) che partorisce, ma il termine Emmanuele che significa Dio-con-noi.

Questo è il filo conduttore di tutto il Vangelo di Matteo: il Dio-con-noi.

Note: 1. In ebraico Miryam o Mariam, nome dell'intrigante e pettegola sorella di Mosè, punita da Dio per la sua insaziabile ambizione (Es 15,20); passata alla storia come "lingua malvagia" (Num 12, 1-10), il suo nome non comparirà più nella Bibbia prima di essere ripreso nei vangeli, in quanto considerato evocatore di maledizione da parte di Dio. Il fatto che avessero scelto questo nome fa immaginare che i genitori di Maria non fossero particolarmente contenti per aver generato una femmina. – 2. Talmud, Nidda M. 6,11. – 3. Ef 5, 23. – 4. "Fino a vent'anni il Santo, che benedetto sia, vigila a che l'uomo si sposi, e lo maledice se manca di farlo entro quell'età" –Talmud, Qid. B , 29b. Nelle parole dei vangeli si intuiscono le grandi difficoltà che ha incontrato Gesù per la sua scelta celibataria. – 5. Questo modo di concepire il matrimonio si è trasmesso sin quasi ai nostri giorni. Soltanto nel 1215 (Concilio Lateranense IV) il matrimonio è divenuto un sacramento al fine di impedire una serie di abusi, ma la potestà delle famiglie è rimasta fino ai primi decenni del XX secolo. Soltanto con il Concilio Vaticano II si è finalmente elevata la dignità del matrimonio cristiano dandogli una finalità che va al di là della semplice procreazione (Gaudium et Spes, n. 48 e 49). – 6. È errato chiamare questa cerimonia "fidanzamento" perché non ha i caratteri della provvisorietà del fidanzamento occidentale; esso infatti è indissolubile da parte della donna e può essere rotto dall'uomo solo con un atto di ripudio, esattamente nello stesso modo con cui l'uomo può sciogliere la successiva convivenza. – 7. Epifanio; Andrea vescovo di Creta; Eusebio; alcuni midrash giudaici riportano la stessa notizia. Per Giovanni Damasceno (VII secolo), Joseph ben Panther sarebbe invece il nonno di Maria. – 8. Giovanni Crisostomo, In Mattheum IV 5-6; S. Agostino, Sermo 51,9. – 9. Gv 8, 39-41: "Rispose Gesù: «Se siete figli di Abramo, fate le opere di Abramo! Ora invece cercate di uccidere me, che vi ho detto la verità udita da Dio; questo, Abramo non l'ha fatto. Voi fate le opere del padre vostro». Gli risposero: «Noi non siamo nati da prostituzione, noi abbiamo un solo Padre, Dio!»". – 10. E' la prima delle tre volte che nel Vangelo di Matteo compare questo "angelo del Signore". Quando nella Bibbia troviamo questa espressione "angelo del Signore" non significa un angelo inviato dal Signore ma Dio stesso, quando entra in contatto con l'umanità. Nella Bibbia infatti si mantiene sempre una certa distanza tra Dio e gli uomini ed con l'uso della espressione "angelo del Signore" si evita di far vedere interventi diretti del Signore con gli uomini. Compare tre volte e tutte e tre le volte nel Vangelo di Matteo in relazione con la vita, qui per annunziarla a Giuseppe, tra poco per difenderla dalle trame omicide di Erode e poi alla fine del Vangelo, quando ricomparirà per annunziare che la vita, quando proviene da Dio, è capace di superare la morte. – 11. E' una espressione che Matteo ha preso dal profeta Isaia (7, 14), e più precisamente dalla traduzione dall'ebraico in greco dei Settanta dove la parola "giovane" è stata tradotta erroneamente con "vergine" in quanto si riferiva alla giovanissima sposa del re Acaz in attesa di un figlio.

giovedì 9 dicembre 2010

Domenica 12 dicembre 2010
Terza domenica di Avvento – Mt 11, 2-11
In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!». Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”. In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».
"Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?". Si interroga, Giovanni Battista, nella buia e umida prigione di Erode, mentre aspetta la morte e gli portano le notizie di Gesù. Lo abbiamo incontrato, domenica scorsa, che minacciava punizioni divine, vendette esemplari, ed ora è lui stesso attonito: è talmente diverso questo Messia che non fulmina i peccatori ma li abbraccia e mangia con loro; talmente strampalato questo Dio che è così follemente innamorato dell’uomo da perdonargli tutto: l’ultimo ed il più grande dei profeti dell’A.T. non si capacita, pensa di avere preso un granchio.
Il Giovanni che incontriamo oggi è ben diverso da quello di domenica scorsa; è in carcere e sa che sta per essere giustiziato a causa della sorda rabbia di una stizzita e isterica “femme fatale” e dalla debolezza di un re-fantoccio. Giovanni è masticato dalla vita, spazzato via dall'arroganza del potere; non grida più, solo aspetta la morte e si interroga: avrò visto giusto? Avrò fatto bene ad indicarlo come Messia?
Le notizie che gli giungono dai suoi discepoli lo lasciano costernato: il Messia non sta seguendo le sue orme, non incita con veemenza la gente, ha assunto un profilo basso, mediocre. Giovanni minacciava la vendetta di Dio, il fuoco divorante. Gesù, invece, propone un perdono incondizionato, rimette le colpe, non minaccia né attua vendetta, dice che quel fuoco lo vuole accendere, certo, ma a partire dall'amore, non certo dal timore.
È troppo diverso questo Messia dal Messia atteso da Giovanni e da Israele, troppo diverso. Diverso dal Dio che vorremmo noi, che vorrei io.
Dio ci spiazza sempre, è sempre radicalmente diverso da come ce lo immaginiamo. Anche le persone che, come Giovanni, vivono la radicalità della fede, rischiano di costruirsi un Dio a propria immagine e somiglianza. La venuta di Dio che Giovanni (ma anche noi) si aspetta, è una venuta evidente, un irrompere nella storia con fragore assordante e schiere di angeli trionfanti. Gesù, invece, ci svela il volto di un Dio celato, evidente, sì, ma non banale, pieno di ogni tenerezza e sensibilità. Siamo abituati, come Giovanni, a dividere il mondo in buoni e cattivi, i buoni (spesso noi!) da salvare e i cattivi da punire, per rimettere un po' in sesto il palese squilibrio di questo mondo, che premia gli arroganti e bastona i giusti.
Gesù ci spiazza svelandoci che Dio, invece, divide il mondo in chi ama, o cerca di amare, o almeno si lascia amare, e chi no.
E l'amore è una possibilità immensa, l'unica cosa che tutti ci lega. Non i risultati, non gli sforzi, non le buone azioni ci salvano, ma la volontà di amare nella fragilità di ciò che siamo o che vorremmo essere.
Dobbiamo essere sinceri con noi stessi, molti di noi l'hanno già pensato: ci vuole una sana dose d'incoscienza per credere, un bel po' di fegato per dire che il mondo e la vita hanno senso e che Dio regna; si ha davvero la percezione, nel nostro ambiente di essere dei pii idioti, dei sognatori anacronistici e illusi.
Se qualcuno tra voi ha davvero orientato i suoi passi alla luce del Vangelo non può non attraversare momenti profondi di crisi: la malattia, la sofferenza, l'ostilità dei non credenti, il peso della propria fragilità e del proprio peccato... Ci sono momenti in cui sinceramente, col cuore pieno, viene voglia di dire: "mi sono sbagliato, devo aspettare un altro Salvatore".
La risposta che Gesù dà a Giovanni è allo stesso tempo sconcertante e fantastica: "Guarda, Giovanni, guarda quello che accade". Gesù non rassicura Giovanni, ma lo aiuta a guardare intorno a se in maniera diversa, a darsi una risposta da solo: i ciechi vedono, i muti parlano, i lebbrosi sono guariti... La gente, dice Gesù, ha aperto gli occhi nei confronti di quello che predicavano gli scribi, ora ne parla, ne discute e non si sente più oppressa dal peccato, comprende che la malattia non è una punizione di Dio: sono i segni della vittoria silenziosa della venuta del Messia.
Anch'io li ho visti, quei segni. Anch'io, credetemi, ho visto la forza dirompente del Vangelo, persone cambiare, guarire, vedere. Anch'io ho visto nelle pieghe del nostro mondo corrotto e inquieto gesti di totale gratuità, vite consumate nel dono e nella speranza, squarci di fraternità in inferni di solitudine ed egoismo. Ho visto i tanti segni del Regno, dentro e fuori la Chiesa, anzi, più spesso fuori.
Il problema principale è una miopia interiore che ci impedisce di godere della nascosta e sottile presenza di Dio.
Ma c’è un’altra cosa da sottolinare. Quando Giovanni gridava, quando minacciava in nome di Dio, Gesù non aveva commentato. Ora che dubita, che chiede conferma, Gesù lo esalta: “…fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista…”. E’ lui che conclude la grande epopea dell’A.T., la cavalcata dei profeti che hanno mostrato la volontà di Dio.
Ma ora le cose cambiano, l’uomo, attraverso l’amore, diviene il protagonista della salvezza creando il Regno di Dio sulla terra: “… ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui…”. Ecco la buona novella: non più le minacce spronano l’uomo ma l’amore, non l’obbedienza a Dio ma la volontà di assomigliare a lui fa grande l’uomo; risalta così quello che era stato l’imprimatur della creazione: “…a sua immagine li creò…”. Il punto di contatto tra l’uomo e Dio, tra creato e creatore, è la capacità di amare.

mercoledì 1 dicembre 2010

Domenica 5 dicembre 2010 – Seconda domenica di Avvento – Mt 3,1-12

(Anticipo ad oggi la pubblicazione del post

perché domani e dopodomani sono impegnato. Carlo)

 

In quei giorni, venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto(1) della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaìa quando disse: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!».

E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.

Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all'ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: "Abbiamo Abramo per padre!". Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell'acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».

 

Le settimane scorse avevo presentato il vangelo di Matteo come il vangelo scritto da un ebreo per gli ebrei, il brano di oggi è una conferma delle mie parole.

Prima di tutto chi era Giovanni? Secondo Luca era figlio del sacerdote Zaccaria e di Elisabetta (Lc 1,24), quest'ultima probabilmente della stessa tribù di Maria, la madre di Gesù(2). La storia della nascita di Giovanni come dono di Dio è riportata in Lc 1,5-25.

Giovanni era un nazireo(3), cioè un uomo che trascorreva una piccola parte della sua vita consacrato a Dio secondo quanto previsto in Nm 6,1-21; aveva scelto un particolare modo di predicare attraverso il battesimo(4); del resto in quel periodo in Israele vi erano diversi movimenti battisti che invitavano a cambiare la propria vita in attesa del Messia(5).

Rispetto agli altri movimenti battisti, l'invito di Giovanni assume una forma nuova; egli invita a "convertirsi". In greco, ci sono due maniere per esprimere il concetto di conversione: uno, che ha un significato teologico, è il ritorno a Dio, ma tutti gli evangelisti evitano accuratamente questo termine; l'altro è "metanoia", significa un cambio di mentalità che incide nel comportamento della persona. La parola significa letteralmente "cambiamento di sentimenti", e potremmo tradurlo in cambiamento di vita. L'intenzione di Giovanni è quella di far desistere i peccatori dal loro modo di vivere in vista del "regno dei cieli", cioè in vista della venuta del Messia.

Quando Gesù farà propria questa stessa frase il suo significato sarà ancora diverso: convertirsi indicherà il movimento della mente che sposta l'interesse, l'amore, da se stesso agli altri, al prossimo, all'umanità intera modificando o meglio superando il concetto di peccato.

Un'altra cosa da sottolineare prima di andare avanti, è il significato di "Regno dei cieli". Nei vangeli, ed in particolare in quello di Matteo, il regno dei cieli non significa mai l'aldilà. Matteo, ebreo, scrive per una comunità di ebrei e sta bene attento a non urtare la loro suscettibilità. Infatti gli ebrei non solo non scrivono, ma neanche pronunziano il nome di Dio. Usano dei sostituti: uno di questi sostituti è «i cieli». Un po' quello che facciamo anche noi nella lingua italiana: quante volte diciamo «grazie al cielo!» E nessuno di noi ringrazia l'atmosfera, è un'altra maniera per dire Dio. In passato, in un linguaggio ormai tramontato, si diceva «il cielo non voglia», cioè che Dio non voglia.

Quindi, quando Matteo scrive Regno dei cieli intende Regno di Dio. Se leggiamo il capitolo 34 del profeta Ezechiele troviamo la descrizione del Regno di Dio: non è un luogo, ma un tempo, il momento in cui Dio, stanco di vedere il suo popolo maltrattato dai suoi stessi governanti, dai sacerdoti e dalle altre autorità, scende sulla terra a governare lui stesso il suo popolo. Regno dei cieli = Regno di Dio è quindi il momento in cui Dio stesso comincerà ad occuparsi di ciascuno di noi in prima persona.

Giovanni è presentato come il redivivo Elia, come lui veste di peli di cammello con una cintura di pelle ai fianchi(6). Inoltre è presentato come un uomo puro, di quella purità rituale descritta nei libri del Deuteronomio e del Levitico che nulla ha a che vedere con il nostro concetto di purezza.

L'evangelista, per sottolineare questa purezza, specifica il cibo che usava Giovanni, locuste e miele selvatico, cibi sicuramente consentiti(7), oltre ogni ombra di dubbio, dalla legge ebraica(8); per questo Giovanni può battezzare, cioè purificare gli altri.

Il battesimo era un rito di immersione conosciuto in molte religioni antiche, oltre che dal giudaismo; l'immersione in acqua era il simbolo della purificazione rituale. Giovanni, pur ispirandosi a questi riti preesistenti, ne modifica gli scopi, mira ad una purificazione non più rituale ma morale e che rivesta, in un certo senso, l'aspetto di una iniziazione, di un ingresso del battezzando tra coloro che professano un'attesa attiva del Messia e costituiscono in anticipo la sua comunità.

Ma quale messia attendeva Giovanni insieme ai suoi discepoli?

Matteo, per evitare ogni dubbio, presenta subito il tipo di messia atteso da Giovanni: un messia adirato nei confronti dei peccatori, pronto a punire e a tagliare qualunque ramo secco ed a buttarlo nel fuoco. Un messia che saprà separare il grano dalla pula, i buoni dai cattivi, e gettare questi ultimi nel fuoco inestinguibile. Ecco che idee aveva Giovanni del messia. Ed erano idee sostenute anche dalla visione di Dio che si aveva allora: un Dio collerico e pronto a punire, ad agire in modo duro su quanti non ottemperavano alla sua legge.

Se la prende anche con i farisei(9) e i sadducei(10) e li chiama "razza di vipere". Io penso che qui Matteo si sia voluto togliere alcuni sassolini dalla scarpa dovuti a qualche vecchia ruggine.

Farisei e sadducei erano generalmente persone in buona fede che credevano di potersi salvare perché "figli di Abramo".

Ma Giovanni si sbagliava; era in buona fede, ma si sbagliava. Lo vedremo la prossima domenica quando, in un altro brano del vangelo di Matteo, Giovanni manda a dire a Gesù: "Sei tu quello che doveva venire, o ne dobbiamo aspettare un altro?". Giovanni infatti cominciava a non capirci niente. Gesù non si stava comportando come il messia predicato da Giovanni, Gesù accoglieva i peccatori, ne faceva suoi discepoli e li abbracciava. Viveva e mangiava con loro, con grande scandalo dei benpensanti.

È questa la buona notizia dei vangeli: Dio è padre ed è così pazzamente innamorato dell'uomo da perdonargli tutto e da ricoprirlo del suo amore. Chi accetta l'amore di Dio e lo riversa sugli altri senza pregiudizi e senza giudicare, avrà la vita eterna. Solo chi rifiuta questo amore che lo circonda, si autoesclude dalla vita eterna. E sarà davvero la fine.

 

Note: 1. Il Deserto di Giudea è relativamente popolato, nei suoi pochi villaggi situati lungo il perimetro. Il suo paesaggio aspro e irregolare è divenuto spesso, nel corso della storia, luogo di rifugio e nascondiglio per ribelli e zeloti , oltre che dimora ideale per la solitudine e l'isolamento di monaci ed eremiti. All'epoca dei Maccabei (circa 2.000 anni fa), nel deserto vennero edificate grandi fortezze, come Massada e Horkenya, e nel corso delle violente ribellioni contro Roma l'ultima battaglia degli Ebrei zeloti venne combattuta proprio a Massada, mentre nel periodo del Secondo Tempio, i membri di alcune comunità religiose, tra cui gli Esseni, scelsero il deserto come luogo di dimora. – 2. In nessun vangelo si dichiara Elisabetta cugina di Maria, solo in Lc 1,36 si parla di "parente" che, in ambiente semitico, va inteso in senso esteso ai componenti di una tribù che viene chiamata "famiglia"; la definizione di "cugina" è stata frutto della pietà popolare del medioevo. – 3. Vedi Lc 1,15. – 4. Il rito di immersione, simbolo di purificazione rituale e di rinnovamento era conosciuto dalle religioni antiche e dal giudaismo post-esilico e veniva applicato ai proseliti (non ebrei che volevano seguire la religione ebraica) e ai componenti del movimento monastico di Qumran. Con Giovanni il battesimo perde il suo significato rituale ed assume quello morale di purificazione dai peccati. – 5. A cavallo tra il I sec. a.C. ed il I sec. d.C., l'attesa del Messia da parte di Israele diviene spasmodica. Secondo gli scribi del I secolo il Messia tardava a venire e a manifestarsi a causa della presenza in terra di Israele di grandi peccatori quali i pubblicani (esattori delle imposte in favore dei romani) e le prostitute. I movimenti battisti miravano ed eliminare questo impedimento. Giovanni estenderà la categoria dei peccatori anche ai farisei e ai sadducei provocando scandalo. – 6. Vedere 2Re 1,8 e seguenti. – 7. Vedere Lv 11, 22. – 8. Da notare che le locuste erano consentite, ma la lepre no. Il fatto che Matteo indichi nelle locuste il cibo normalmente usato da Giovanni è una forzatura letteraria che gli consente di rimarcare la stretta osservanza della Legge da parte del personaggio; questo era indispensabile in quanto i destinatari del vangelo di Matteo erano ebrei osservanti e quindi sensibili a questi argomenti. – 9. La corrente dei farisei costituisce, probabilmente, il gruppo religioso più significativo all'interno del giudaismo nel periodo che va dalla fine del II sec. a.C. all'anno 70 d.C. ed oltre. Sul piano dottrinale, caratteristica dei farisei è l'intransigenza sulla sostanza della fede e della legge, ma si mostrano duttili sulle sue applicazioni. Le tendenze progressiste dei farisei si ritrovano sul piano teologico; anzitutto sullo sviluppo dell'escatologia, ovvero del fine ultimo di ogni uomo, nel quale vedono la risurrezione e il premio o la pena comminate da Dio. – 10. I Sadducei costituiscono una importante corrente spirituale del tardo giudaismo che si costituisce anche quale distinta fazione politica verso il 130 a.C. sotto la dinastia asmodea. Rappresentata eminentemente dall'aristocrazia delle antiche famiglie, nell'ambito delle quali venivano reclutati i sacerdoti dei ranghi più alti, nonché, in particolare, il Sommo sacerdote, la corrente dei sadducei, si richiamava, nel proprio nome, all'antico e leggendario Sadoc (anche Sadoq o Zadoq), sommo sacerdote al tempo di Salomone. Cercavano di vivere un giudaismo illuminato, ma dottrinalmente ortodosso (non accettavano la risurrezione perché non contemplata nel Pentateuco), e di trovare un compromesso anche con il potere romano. Dei sadducei e della loro spiritualità non conosciamo molto, perché la loro fazione, ritenuta colpevole di collaborazionismo nei confronti dei romani, fu letteralmente sterminata, durante la rivolta giudaica del I secolo d.C., dagli insorti più esagitati e violenti, come narra lo storico Flavio Giuseppe in quella prima guerra giudaica che, oltre ad essere una lotta di liberazione dalla dominazione straniera, fu anche una vera e propria cruenta e spietata guerra civile. Gli eventuali residui superstiti dei sadducei o furono assimilati dalla società romano-ellenica nella quale si rifugiarono, oppure si convertirono al cristianesimo.