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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


martedì 19 aprile 2011

Domenica 24 aprile 2011 - Resurrezione del Signore

Vangelo della notte del Sabato. Mt 28, 1-10

Dopo il sabato, all'alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l'altra Maria andarono a visitare la tomba. Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte. L'angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: "È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete". Ecco, io ve l'ho detto». Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l'annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».

 

 

Vangelo del giorno di Pasqua. Gv 20, 1-9

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all'altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

 

 

Nella esegesi del vangelo di domenica 10, quinta domenica di Quaresima, quella relativa alla "resurrezione" di Lazzaro, abbiamo visto Gesù che ha spiegato, in gesti e parole, che cosa è la risurrezione: è la persona che, dando adesione a Gesù, raggiunge una pienezza di vita tale che supera la morte biologica e prosegue la sua vita in Dio.

A questo punto sorge necessariamente la domanda: la resurrezione di Gesù è stata uguale a quella di Lazzaro oppure ha delle caratteristiche diverse, speciali?

La risposta è difficile se non impossibile. Molti teologi moderni hanno provato a rispondere, ma i risultati ottenuti non mi sembrano convincenti, esattamente come non mi sembra convincente quanto riportato dalla tradizione.

Per me l'unica cosa che possiamo fare è attenerci a quanto hanno scritto i vangeli scoprendone il senso.

Purtroppo, per la gran parte dei cristiani, la resurrezione di Gesù è quello che viene più o meno visivamente immaginato dai pittori, di un Gesù che esce vittorioso dal sepolcro, spalancando il sepolcro di pietra con il vessillo della croce.

Questa descrizione non è presente in nessun vangelo, ma è contenuta in un vangelo apocrifo, il Vangelo di Pietro, che data circa 150 d.C.

Apocrifo è un testo che la Chiesa non riconosce come autentico, però nell'immaginario dei cristiani la resurrezione di Gesù è quella di un cadavere riportato in vita che esce vittorioso dalla tomba.

Nessun vangelo descrive la resurrezione di Gesù. Però tutti i vangeli(1) danno indicazioni alla comunità cristiana di tutti i tempi come sperimentare Gesù resuscitato.

Questa, e solo questa, è la funzione che rivestono i racconti evangelici delle apparizioni del Risorto.

E' convinzione degli evangelisti che finché uno crede perché gli è stato detto, sarà sempre un credente zoppicante; l'unica maniera per sapere se Gesù è veramente vivo è quella di sperimentarlo nella propria esistenza: i quattro vangeli, in quattro maniere, diverse nella modalità ma identiche nel contenuto, danno la possibilità di sperimentare Gesù resuscitato.

Gesù non vuole che noi siamo dipendenti dagli insegnamenti degli altri in particolare su una cosa così importante, Gesù vuole che il cristiano sia una persona matura e capace di ragionare con la propria testa.

 

Partiamo quindi esaminando il cap. 28 del Vangelo di Matteo: "Dopo il sabato, all'alba del primo giorno della settimana, Maria…."(2).

Già questa indicazione ci fa comprendere che la narrazione non riguarda un evento storico, ma teologico: infatti l'evangelista riprende il testo del libro della Genesi dove viene descritta la creazione, ove si legge: «..e fu sera e fu mattina: primo giorno».

Matteo, che cura in maniera particolare questo ultimo capitolo della sua opera, scrivendo «all'alba del primo giorno della settimana» si richiama alla creazione; vuol far comprendere che la resurrezione non è la rianimazione di un cadavere, ma una nuova creazione ad opera di Dio: la resurrezione è un atto creativo da parte di Dio, è Dio che continua la sua creazione.

Questo era stato compreso molto bene dai componenti del cristianesimo primitivo che costruivano i battisteri a forma ottagonale per richiamare la risurrezione(3).

"Maria di Màgdala e l'altra Maria andarono a visitare la tomba."

Manca una persona, manca una donna(4): al momento della crocifissione erano tre le donne presenti (cfr Mt 27,56). C'era Maria di Magdala, l'altra Maria madre di Giacomo e di Giuseppe e c'era anche la madre dei figli di Zebedeo.

Quest'ultima era una donna che, insieme ai figli, seguiva Gesù per interesse e per ambizione(5). L'ultima volta che questa donna compare è al momento della crocifissione, ma con la crocifissione sono perse tutte le speranze di gloria e di ambizione.

"Ed ecco, vi fu un gran terremoto". Il terremoto non significa che ci sia stato realmente un sisma; il terremoto è una delle immagini con le quali nell'AT si indicava la presenza di Dio.

Infatti ecco un "Angelo del Signore"(6). Nel Vangelo di Matteo questo "angelo del Signore" compare tre volte e tutte e tre le volte in relazione con la vita. La prima volta per annunziare a Giuseppe la vita di Gesù, la seconda per difendere Gesù dalle trame omicide di Erode che lo vuole ammazzare e la terza, l'ultima, qui, per confermare che la vita, quando viene da Dio, è più forte della morte.

"…si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa." E' una sequela di gesti di grande importanza: in antico le tombe erano quasi sempre scavate nella roccia e venivano chiuse ponendo una pietra sopra. Mettere una pietra sopra significava la fine di tutto(7). Dio afferma che non è vero; rotola lui la pietra e ci si mette a sedere sopra: significa che la morte è definitivamente sconfitta con la morte di Gesù.

"Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve". Sono tutte indicazioni che di per sé possono sembrare quasi superflue per la narrazione, ma in realtà sono segnalazioni importanti. L'angelo del Signore è rivestito, secondo quella che è la simbologia ebraica, dei colori della gloria divina che sono identici a quelli di Gesù quando si è trasfigurato. L'altra indicazione importante è che la morte non diminuisce la persona ma la potenzia. Ecco perché Gesù in tutta la sua esistenza ogni volta che parla della morte usa, può sembrare paradossale, termini assolutamente positivi.

Gesù per parlare della morte prende l'esempio di un chicco che viene seminato per terra, marcisce, sembra la fine di tutto, ma poi dallo stesso chicco nasce uno stelo con un frutto o un fiore meraviglioso: in ognuno di noi ci sono delle energie d'amore che attendono le condizioni adatte per essere sviluppate. Quando la morte interrompe la vita, queste energie non vengono disperse, ma esplodono in tutta la loro pienezza.

La reazione: "Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte". Talvolta Matteo sa essere veramente ironico: c'è una esplosione di vita e anziché ricevere questa vita le guardie diventano come morte. Questa è un'altra esclusione che opera l'evangelista: coloro che appartengono alla sfera del potere(8) sono completamente refrattarie al Dio della vita.

"L'angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso...".

Il crocifisso, nella mentalità ebraica, era l'equivalente di «il maledetto», perché i sommi sacerdoti, che se ne intendevano di Bibbia, per scegliere una morte infamante per Gesù e soprattutto una morte che squalificasse definitivamente Gesù agli occhi del popolo, hanno scelto l'unica morte che nella Bibbia era riservata ai maledetti da Dio, cioè la morte in croce.

L'angelo del Signore annunzia alle donne: "Non è qui. È risorto". Da una parte il maledetto da Dio e dall'altra il glorificato da Dio. Non è vero che Dio l'aveva abbandonato, non è vero che Dio lo aveva maledetto, ma in lui Dio ha manifestato tutta la potenza della creazione. Dio non ha permesso che Gesù morisse, ma gli ha concesso una vita capace di superare la morte. Fa anche un velato rimprovero: "…come aveva detto…".

Gesù per tre volte aveva annunziato la sua morte e la sua resurrezione, ma i discepoli non avevano capito assolutamente niente, perché i discepoli seguivano Gesù animati anch'essi da desideri di ambizione, litigando tra loro per sapere chi era il più importante.

"…venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: "È risorto dai morti,…" e adesso una indicazione abbastanza strana ed incoerente "…ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete". Ecco, io ve l'ho detto".

Ripeto, nessun vangelo descrive la resurrezione di Gesù, ma tutti gli evangelisti danno delle indicazioni alle comunità cristiane di tutti i tempi per sperimentare Gesù resuscitato. L'esperienza di Gesù resuscitato non è stato un privilegio di 2000 anni fa per qualche decina o centinaio di persone, ma una possibilità per i credenti di tutti i tempi. Notate qui che apparente incongruenza: Gesù è stato assassinato a Gerusalemme, è stato seppellito a Gerusalemme, resuscita a Gerusalemme, i discepoli stanno a Gerusalemme, una volta resuscitato quello che ci aspetteremmo, la cosa più normale, è che compaia ai suoi discepoli, a Gerusalemme. Sul Vangelo di Giovanni si legge che la sera di quello stesso giorno della resurrezione, Gesù apparve ai discepoli, che erano chiusi in casa per paura dei giudei. La cosa è comprensibile.

Il Vangelo di Matteo non è d'accordo: "...vi precede in Galilea; là lo vedrete". Da Gerusalemme alla Galilea, a quell'epoca andavano a piedi, c'erano circa quattro giorni di cammino. Perché ritardare di quattro giorni l'importante e decisiva esperienza della resurrezione? Lo capiremo in seguito.

"…là lo vedrete".

Il Vangelo è scritto nella lingua greca e le traduzioni sono sempre o superficiali o abbastanza complesse da fare. Nella lingua greca il verbo "vedere" viene espresso con due forme verbali: una che indica la vista fisica, io vedo voi che mi state davanti, l'altra che indica una percezione interiore. Qui l'evangelista adopera il verbo vedere che indica una profonda esperienza e percezione interiore(9).

Non ci sono visioni nell'esistenza del credente, sono assenti dal messaggio di Gesù. Non ci sono visioni per persone privilegiate, ma delle profonde esperienze di Dio possibili nella vita di tutti i credenti. Questo verbo, inoltre, è lo stesso che l'evangelista utilizza nelle beatitudini.

Il nostro mondo, le nostre case sono piene di onde elettromagnetiche, e queste piene di musica, di parole, ma se io non sintonizzo la radio su una determinata frequenza, questa musica di cui è piena la casa non riesco a percepirla. Ugualmente la nostra vita è piena della presenza di Dio. Che pena vedere che la gran parte delle persone non ne percepisce la presenza perché è totalmente chiusa agli altri: chi si chiude agli altri si chiude a Dio. Chi pensa a sé e non usa le beatitudini come guida della propria vita non può vedere il Dio che gli sta di fronte.

"Abbandonato in fretta il sepolcro…" Per fare l'esperienza del Dio dei vivi bisogna abbandonare i sepolcri, chi sta chinato verso il sepolcro non riesce a sperimentare il Dio vivente. Nel Vangelo di Luca c'è un rimprovero a queste donne testimoni della resurrezione: «perché cercate tra i morti colui che è vivo?». Fintanto che si sta orientati verso il sepolcro, fintanto che si piange il morto, non riusciamo a percepire la presenza di questa persona viva e vivificante accanto a noi. È qui, è con noi, ma noi, distrutti dalla sua morte, vediamo soltanto la sua tomba, vediamo soltanto il dolore e il pianto. Non ci accorgiamo che la persona cara ci sta accanto e attende soltanto che noi facciamo un semplice gesto: di voltarci dalla tomba, dal sepolcro, verso la vita.

È quello che nel Vangelo di Giovanni succede con Maria di Magdala. Maria di Magdala sta orientata verso il sepolcro e piange. Soltanto quando si volta: "…voltatasi, vide Gesù".

"…con timore e gioia grande,…". L'evangelista associa questi due termini perchè la comunità è ancora erede delle credenze dell'AT, dove le manifestazioni di Dio producevano paura, ma nello stesso tempo accoglie il messaggio del Signore e quindi subentra la gioia.

"…le donne corsero a dare l'annuncio ai suoi discepoli". Due termini, uno più importante dell'altro. In Oriente la fretta è un grave segno di maleducazione; ebbene qui l'urgenza di dare l'annunzio che Gesù è vivo è talmente importante, che queste donne mettono da parte la propria reputazione, il proprio onore, e corrono a dare l'annunzio ai suoi discepoli.

Nel mondo ebraico la donna non era considerata proprio un essere umano, era qualcosa che era riuscita male al Padreterno. Ebbene, nei Vangeli le donne non solo vengono eguagliate ai maschi, ma sopravanzano i maschi stessi perché sono le uniche a compiere la stessa azione che nella simbolica ebraica era riservata ai sette angeli del servizio divino: l'evangelista, scrivendo «dare l'annuncio», (il termine «annuncio», in greco, ha la stessa radice della parola «angelo»), indica che le donne non solo sono equiparate agli uomini, ma sono equiparate agli esseri più vicini a Dio.

"Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono".

Sono indicazioni sulla realtà dell'individuo che è passato attraverso la morte: gli prendono i piedi, quindi c'è come una fisicità, ma dall'altra c'è una condizione nuova, lo adorano come si adora Dio.

La persona che passa attraverso la morte continua a essere la stessa realtà di prima, come individuo, come persona, però nello stesso tempo è entrato in una dimensione nuova, radicalmente nuova, che è quella divina. È l'uomo che è nella piena condizione di figlio di Dio.

" Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno»". E' la prima volta che Gesù si rivolge ai discepoli chiamandoli fratelli, e di nuovo Gesù insiste «vadano in Galilea, là mi vedranno».

Notate questa insistenza, per sperimentare che Gesù è resuscitato non si deve andare a Gerusalemme: man mano che si avvicina il momento dell'incontro con Gesù resuscitato c'è una accurata selezione, le persone ambiziose come la madre dei figli di Zebedeo sono escluse, le guardie sono escluse e coloro che appartengono all'istituzione religiosa sono escluse dalla presenza e dalla esperienza di un Dio vivo.

Con questo versetto il brano del vangelo della messa della notte di Pasqua si conclude; evidentemente il liturgista che ha delimitato il vangelo da leggere all'altare non ha mai avuto il desiderio di approfondire la conoscenza dei vangeli, altrimenti si sarebbe posto la domanda: perché Gesù costringe i suoi discepoli a recarsi in Galilea per vederlo? Basta saltare al versetto 16 per comprenderlo.

"Gli undici intanto andarono in Galilea…", notate adesso il particolare: "…sul monte che Gesù aveva loro fissato".

Tre volte abbiamo nel Vangelo l'invito ad andare in Galilea, ma mai viene specificato il monte sul quale andare. Il monte non è un luogo geografico, non è un'indicazione topografica, quella che l'evangelista ci dà è una indicazione teologica. Nell'antichità, essendo il monte il luogo della terra più vicino al cielo, esso era condiderato il luogo della residenza degli dei(10).

Questo «il monte» nel Vangelo di Matteo è già stato presentato come il luogo dove Gesù ha annunziato il suo messaggio fondamentale: il monte delle beatitudini.

Questa è l'indicazione che l'evangelista ci sta dando: chi vuole sperimentare nella sua esistenza la presenza di Gesù vivo e vivificante, del Risorto, deve essere fedele al programma di Gesù che è stato espresso e formulato nelle beatitudini.

Quindi questo è il monte nel quale la comunità si impegna a essere responsabile della felicità degli altri. Costoro, solo costoro, fanno l'esperienza di Gesù resuscitato.

"Quando lo videro…", quindi lo vedono, "…gli si prostrarono innanzi…". E qui c'è un verbo strano "…ma dubitavano".

Perché dubitano? Lo vedono e quindi sono certi che Cristo è resuscitato! Gli si prostrano innanzi, riconoscono che in lui c'è la condizione divina, ma dubitano. Questo verbo, dubitare, è apparso un'altra volta nel vangelo di Matteo, quando Gesù cammina sulle acque.

Vedono Gesù resuscitato, lo sperimentano, ma sanno che per raggiungere questa condizione bisogna passare attraverso il dolore della vita, la persecuzione e forse la croce e la perdita della propria vita. Pertanto non dubitano della presenza di Gesù resuscitato, dubitano della propria capacità di seguire Gesù fino a questa condizione.

Poi c'è l'invito di Gesù di andare a tutta l'umanità immergendola nella realtà di Dio e le ultime parole di Gesù: "…e io sono con voi per sempre". Gesù nel vangelo di Matteo non sale al cielo per servizi resi, ma rimane al centro della sua comunità.

Riguardo alla morte Gesù ci assicura: chi crede in me non farà mai l'esperienza della morte. È chiaro, ci sarà la morte della carne. C'è una prima morte ed è quella biologica, ma chi ha dentro di sé questa qualità di vita non farà l'esperienza della seconda.

 

Il brano del vangelo di Giovanni ha analoga impostazione, ma risente del fatto che è stato scritto circa 30-40 anni dopo: nella concezione giovannea la morte di Gesù in croce rappresenta già la sua piena glorificazione e il compimento della sua opera salvifica, che continua ora nel mondo mediante la comunità dei suoi discepoli.

Non dovremmo quindi attenderci più un racconto della sua risurrezione, che in questa ottica diventa completamente superfluo. Ma Giovanni non può sacrificare un dato così importante della tradizione a una sua concezione teologica.

Egli perciò riporta la notizia tradizionale secondo cui il mattino di Pasqua la tomba è stata trovata vuota; ad essa fa seguire il racconto di un'apparizione del Risorto a Maria Maddalena, poi due volte ai discepoli, la seconda delle quali è diretta specialmente all'incredulo Tommaso. 

Spinti dalle parole di Maria di Magdala, due discepoli, Pietro che rappresenta la parte di Israele ancora ancorata alla Legge e alla tradizione antica e un altro discepolo, "quello che Gesù amava"(11), corrono al sepolcro. La corsa, come abbiamo già visto, fa perdere onore e dignità a chi la effettua, ma la cosa è così importante, così urgente da far ignorare le conseguenze ai due discepoli.

L'evolversi della corsa è il simbolo dell'evolversi della fede tra i discepoli: chi raggiunge la fede per primo è chi abbandona la tradizione e si affida a Cristo e sono questi che devono aiutare quelli che sono ancora radicati alla tradizione; per questo Pietro viene atteso e gli si consente di entrare per primo nel sepolcro(12).

La scoperta del sepolcro vuoto e della fede dei primi discepoli ha un significato molto importante nel quarto vangelo. Essa vuol dire che la fede nel Risorto non si basa su prove oggettive, quali le sue apparizioni, e neppure la scomparsa del cadavere dalla tomba. I due discepoli infatti credono perché finalmente, stimolati da un fatto di per sé privo di qualsiasi forza dimostrativa, improvvisamente colgono il significato delle Scritture, secondo le quali egli doveva risorgere.

In realtà le Scritture non parlano esplicitamente della risurrezione del Messia: sarà a partire da questo evento che i primi cristiani rileggeranno le Scritture, ritrovando in esse quello che era diventato il punto centrale della loro fede. Tuttavia sono proprio le Scritture che, mettendo in luce il piano salvifico di Dio, mostrano che il suo inviato non poteva subire la sconfitta cocente della croce, anzi proprio questa doveva essere il segno più luminoso della sua gloria. Così viene affermato in modo fortissimo che la gloria di Dio si distacca radicalmente dalla gloria umana: mentre questa consiste nella sopraffazione dell'uomo sull'uomo, la gloria di Dio significa identificarsi con gli ultimi per portarli a una vita piena che non verrà mai meno.

 

Note: 1. Nel Vangelo secondo Marco, il primo vangelo scritto forse a ridosso della morte di Gesù, è riportato il fatto della resurrezione, ma non c'è il racconto delle apparizioni. Questo vangelo finisce al capitolo 16 versetto 8 con queste parole: le donne andarono al sepolcro, videro Gesù risorto, ma "non dissero niente a nessuno, finché..." - o, dipende da come si traduce, "…perché…"; un secolo dopo alcuni copisti, rendendosi conto di questa mancanza, aggiungeranno addirittura tre finali posticci, molto brutti, e diversi tra loro. Il finale attualmente presente nell'edizione CEI del 2008 è della fine del II secolo (quindi certamente non di Marco) ed è stato accettato dai Padri della Chiesa (Taziano ed Ireneo). Gli studiosi, a partire dal 1700 in poi, si sono resi conto che questa mancanza testimonia il lungo periodo di tempo (forse più di 40 anni) che è stato necessario per il consolidarsi della tradizione relativa alla resurrezione ed alle apparizioni del Risorto. - 2. Quanto segue, limitatamente al brano di Matteo, è stato liberamente tratto dalla conferenza di P. A. Maggi "Vita eterna: incubo o promessa?" tenuta a Rovigo presso il Centro Mariano Beata Vergine Addolorata dal 9 all'11 novembre 2001. – 3. Il primo giorno dopo il sabato può essere anche chiamato l'ottavo giorno della settimana: il numero otto, nel cristianesimo primitivo, era il numero che richiamava la resurrezione. Non solo, il numero otto, nel vangelo di Matteo è il numero delle beatitudini. Ne consegue che il battistero ottagonale diceva: tu, battezzando, sappi che mettendo in pratica il messaggio delle beatitudini, Gesù ti comunicherà una vita che è capace di superare la morte. – 4. Le esclusioni sono indicazioni importanti che l'evangelista dà alla comunità dei credenti: coloro che sono animati dall'ambizione del successo, di essere prima degli altri, di essere al disopra degli altri, sono esclusi dall'esperienza della resurrezione. Coloro che sono animati dal desiderio di brillare, di dominare e di comandare sono assolutamente refrattari alla presenza di Cristo resuscitato. – 5. I discepoli credevano che Gesù fosse il Messia trionfatore che va a Gerusalemme a conquistare il potere. Sulla base di questa idea la madre dei figli di Zebedeo va da Gesù e dice: mi raccomando, quando sei a Gerusalemme, ai miei figli dai i posti più importanti, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra. In oriente, il re ha un trono centrale, il Primo Ministro siede a destra e l'Amministratore, diciamo il Ministro delle Finanze, siede alla sua sinistra. Lei pensava che Gesù avrebbe sconfitto i nemici e si sarebbe seduto su un trono. Ma il trono di Gesù sarà un patibolo riservato ai delinquenti. A destra o a sinistra di Gesù non c'è il Primo Ministro e l'Amministratore, ma ci sono due criminali crocifissi con lui. – 6. Quando nell'AT e nel NT incontriamo il termine «angelo del Signore», non significa mai un angelo inviato dal Signore, ma Dio stesso. Gli ebrei, che ci tenevano a manenere la distanza tra Dio e gli uomini, quando volevano significare che Dio entrava in contatto con l'umanità, non scrivevano mai il «Signore Dio», ma adoperavano sempre l'espressione «angelo del Signore». – 7. Nella nostra cultura la frase "mettiamoci una pietra sopra" ha il significato di eliminare anche il ricordo di una certa cosa e proviene proprio da questa usanza sepolcrale. – 8. Nel Vangelo di Matteo il potere viene rappresentato da queste tre categorie: coloro che lo detengono, cioè coloro che dominano; coloro che ambiscono al potere e coloro che sono sottomessi al potere. Per Matteo queste tre categorie vivono in una sfera di morte e quando c'è l'irruzione del Dio della vita non la ricevono e, quando muoiono, vengono accolti dalla seconda morte. Nel NT (libro dell'Apocalisse) si parla della seconda morte: una è la morte biologica, quella capita a tutti. Questa morte non scalfisce l'esistenza dell'individuo che invece continua a vivere in Dio; ma se una persona, per le scelte sbagliate, per l'adesione al potere, per il rifiuto alla vita, per il rifiuto dell'amore di Dio è svuotato di energia vitale, non potrà risorgere. – 9. Da questa analisi filologica è possibile comprendere il significato delle apparizioni riportate nei vangeli. Da questo è inoltre possibile comprendere le difficoltà incontrate nella formazione ed il lungo maturare nel tempo della tradizione della risurrezione e delle apparizioni. – 10. Questa concezione si è radicata anche nel mondo occidentale. Infatti generalmente i santuari sono situati in luoghi alti. Ricordiamo che l'idea di costruire santuari non è cristiana, ma è una tradizione di impronta pagana. - 11. Quando nei vangeli viene citato un personaggio senza darne il nome, questo va inteso come un rappresentante di una categoria e mai come un'unica persona. In questo caso il discepolo è lo stesso presente sotto la croce e rappresenta l'insieme di tutti i discepoli di Gesù, passati e soprattutto futuri. Ricordo che sotto la croce Giovanni pone anche Maria, la madre di Gesù che simboleggia quella parte di Israele che ha accettato le parole di Gesù e lo ha seguito; è solo un simbolo perché si considera assai difficile che Maria sia sopravvissuta al figlio: avrebbe avuto più di 49 anni quando la vita media della donna in quel periodo raramente superava i 25. La tradizione cattolica ha erroneamente identificato "il discepolo che Gesù amava" con la stesso evangelista Giovanni; questo è stato possibile a causa della macroscopica mancanza di conoscenze sulla cultura ebraica da parte della Chiesa cattolica fino alla seconda metà del XX secolo. – 12. Questa situazione non era tipica solo della chiesa primitiva, ma si è perpetuata per secoli appesantendo la Chiesa cattolica e impedendole quel salto in avanti che la fede in Cristo avrebbe potuto consentirgli. Rimanere ancorati alla tradizione, anche se questa è legata a concetti e modi di pensiero estranei al momento attuale, impedisce infatti di mantenere i vangeli come unica e somma luce per illuminare il cammino del credente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

martedì 12 aprile 2011

Domenica 17 aprile 2011 – Domenica delle Palme

Vangelo (Mt 21,1-11) - Passione e morte di Gesù (Mt 26,14-27,66)

(si omette il testo della Passione a causa della sua lunghezza)

Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero presso Bètfage, verso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, dicendo loro: «Andate nel villaggio di fronte a voi e subito troverete un'asina, legata, e con essa un puledro. Slegateli e conduceteli da me. E se qualcuno vi dirà qualcosa, rispondete: "Il Signore ne ha bisogno, ma li rimanderà indietro subito"». Ora questo avvenne perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Dite alla figlia di Sion: "Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un'asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma"».

I discepoli andarono e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù: condussero l'asina e il puledro, misero su di essi i mantelli ed egli vi si pose a sedere. La folla, numerosissima, stese i propri mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla strada. La folla che lo precedeva e quella che lo seguiva, gridava: «Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!».

Mentre egli entrava in Gerusalemme, tutta la città fu presa da agitazione e diceva: «Chi è costui?». E la folla rispondeva: «Questi è il profeta Gesù, da Nàzaret di Galilea».

 

Analisi delle cause e delle conseguenze della condanna e della morte di Gesù.

 

Il verbo obbedire(1), o il termine obbedienza, non ha diritto di cittadinanza nei Vangeli. In effetti il verbo obbedire nei Vangeli è citato 5 volte, ma sempre riferito a elementi contrari all'uomo: il vento, il mare, gli spiriti impuri.

Gesù non ha mai chiesto ai suoi discepoli di obbedirgli, come mai Gesù ha chiesto ai discepoli di obbedire a Dio. L'obbedienza non fa parte del lessico evangelico, ma al posto dell'obbedienza Gesù inaugura la somiglianza: nel Vangelo troviamo sempre l'invito "siate come il Padre vostro".

Nell'ebraismo il credente è colui che obbedisce a Dio osservando le sue leggi. Nel cristianesimo il credente in Gesù non è spinto a obbedire a nessuno, neanche a Dio, perché Dio non chiede obbedienza, ma chiede di assomigliargli.

Per togliere ogni dubbio, partiamo dalla lettera di Paolo ai Filippesi; vi si legge quest'espressione: Fil 2,8: umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce.

Paolo vuol dire che Gesù, pur essendo nella condizione di uno che, legittimamente, può far valere la sua natura di Figlio di Dio, per essere solidale con tutti gli uomini e per essere "fedele" (questa è la traduzione corretta in luogo di obbedire, come si vedrà più avanti) al messaggio del Padre, ha scelto di stare dalla parte degli ultimi, fino all'estrema miseria, all'infamia della morte di croce, che era il patibolo riservato alla feccia della società.

Il verbo che è tradotto in italiano con "ubbidire", nella lingua greca significa: "rispondere ad un qualcosa che si ascolta".

Per esempio, negli Atti degli apostoli, quando Pietro bussò in casa di Maria, una serva di nome Rode si avvicinò per "sentire" chi era che bussava: il verbo è tradotto nelle nostre Bibbie con "sentire", ed è lo stesso verbo che nella lettera ai Filippesi è stato reso con ubbidire. La frase "essere ubbidiente fino alla morte", dovrebbe essere preferibilmente tradotta con "per essere fedele (per avere risposto al Padre), fino alla morte".

Ricordo che, fino a pochi decenni fa, la morte in croce di Gesù era presentata come il supremo atto di obbedienza di Gesù al Padre. Dio era presentato come una persona adirata per i peccati compiuti dagli uomini che richiedeva, per perdonarli, il sangue di una vittima, suo figlio.

Il Padre era quindi presentato come sede di sentimenti prettamente umani: l'ira, l'offesa, il desiderio di vendetta, il piacere di vedere soffrire un uomo per appagare il proprio sentimento di rivalsa.

Sentite cosa ne pensava un predicatore del 1600:

«In effetti, non appartiene che a Dio di vendicare le ingiurie: fin tanto che la sua mano non si coinvolge, i peccati non sono puniti che debolmente: a lui solo appartiene di far giustizia, come si conviene, ai peccatori; lui solo ha il braccio abbastanza potente per trattarli secondo il loro merito. A me, a me la vendetta: sì io so ben render loro il dovuto: Mihi vindicta et ego retribuarrì (Rm 12,19). Era necessario, dunque, fratelli miei, che Egli stesso venisse con tutti i suoi fulmini contro il suo Figlio; e poiché Egli aveva messo in Lui i nostri peccati, egli doveva porvi anche la sua giusta vendetta. L'ha fatto, cristiani, non dubitiamone. Per questo il profeta ci insegna che, non contento di averlo consegnato alla volontà dei suoi nemici, lui stesso, volendo fare la sua parte, l'ha colpito e lacerato con i colpi della sua mano potente: Et Dominus voluit conterere eum in infirmitate (Is 53,10). L'ha fatto, dice, l'ha voluto fare, voluit conterere: con un disegno premeditato. Giudicate, signori, fin dove arriva il supplizio; né gli uomini né gli angeli lo possono concepire» (J. BOSSUET, Per il Venerdì Santo. 26 marzo 1660, Oeuvres oratoires, T. 3, 385).

Scritti similari se ne possono trovare in ogni epoca.

Ammettiamo che il desiderio di vendetta di Dio fosse vero e che abbia obbligato Gesù ad accettare la sua morte nella mostruosa sofferenza della croce; questo fatto sarebbe in netto contrasto con la figura di Dio amore, di quel Dio che Gesù in tutta la sua predicazione ha presentato come talmente innamorato dell'uomo da perdonarlo ancor prima che lui lo chieda. Se il Padre ha chiesto a Gesù di obbedire e lasciarsi uccidere, tutti i Vangeli sono un falso, un enorme ammasso di menzogne.

Ciò nonostante bisogna convenire che quanto sopra detto(2) "…esprime bene l'immaginario dei credenti e il modo di pensare ancor oggi il senso della morte di Gesù, come un atto dell'ira vendicativa di Dio che vuoi riparare la sua giustizia offesa dal peccato. Gesù, allora, diventa il sostituto o il sacrificio espiatorio dell'ira di Dio che noi ci siamo meritati. Egli si assoggetta spontaneamente a portare la pena per riparare la giustizia divina, perché noi siamo risparmiati, a motivo della comune partecipazione alla umana natura, dalla misericordia del medesimo Dio. Così in Dio la giustizia e la misericordia sono egualmente soddisfatte …".

Ma anche esaminata da questo punto di vista, rimane la visione di un Dio sanguinario, più un dio pagano, che il Dio di Gesù.

Chiariamo immediatamente una cosa: Gesù è stato ucciso perché il gruppo dirigente dello stato ebraico di allora ha ritenuto indispensabile eliminarlo per conservare il proprio potere(4) e i propri introiti economici. La morte di Gesù non era nelle intenzioni originarie di Dio anche se è stata, come vedremo, una scelta cosciente di Gesù.

L'azione di Gesù, durante gli ultimi tre anni della sua vita, è stata caratterizzata da un ripetuto scontro con le autorità religioso-politiche ebraiche(4). Con i suoi atti ha ripetutamente messo in discussione tutto l'insieme dei precetti rituali che erano la base della vita, religiosa e civile, della società israelita. Ha soprattutto liberato i credenti dall'obbligo della mediazione sacerdotale; Cristo ha indicato come al credente è possibile rivolgersi al Padre senza l'intermediazione del Tempio e quindi dei sacerdoti.

Per comprendere la gravità di questo messaggio occorre comprendere com'era l'istituzione religiosa giudaica, che si basava tutta sul concetto di un Dio che continuamente chiedeva, un Dio mai sazio. Naturalmente, le offerte non andavano a Dio, ma andavano a riempire la tasca e la pancia dei sacerdoti.

Le persone per essere gradite a Dio dovevano, tre volte all'anno, fare un pellegrinaggio a Gerusalemme, portare in offerta alimenti, specialmente offerte di bestiame; con il tempo questo era diventato un grande affare commerciale.

Pensate, a titolo di esempio, ad un abitante di Nazareth che doveva andare a Gerusalemme: data la distanza non si portava dietro l'agnello o la capra da sacrificare al Tempio, ma lo comperava a Gerusalemme.

L'appalto per la vendita degli animali per i sacrifici, che tra l'altro dovevano essere degli animali perfetti, secondo quanto indicato dalla Legge, l'aveva la famiglia del sommo sacerdote. L'uomo arrivava, comperava l'animale sul monte degli Ulivi, dove c'era un accampamento col bestiame da vendere, lo portava al Tempio dove veniva sacrificato; con questo atto la persona riceveva, o almeno credeva di ricevere, il perdono delle sue colpe, dei suoi peccati(5).

Nel sacrificio normale si donava a Dio il sangue e gli organi interni della vittima che venivano bruciati sull'altare. La parte rimanente dell'animale veniva spartito fra i sacerdoti. Siccome c'era un esubero di produzione, la carne che avanzava veniva venduta nelle macellerie di Gerusalemme, tutte appartenenti alla famiglia del sommo sacerdote. Perciò, il poveretto che andava al pellegrinaggio si trovava a pagare praticamente tre volte lo stesso agnello se voleva poi mangiare.

Proviamo ad immaginare la ripercussione nel Tempio della novità assoluta di un Dio che non chiede più sacrifici. È il crollo dell'istituzione, è il crollo dell'economia di Gerusalemme. Ecco perché, all'inizio del Vangelo di Matteo, quando viene dato l'annuncio della nascita di Gesù si legge che tutta Gerusalemme tremò (Mt2,3). Perché se veramente Dio non sta più nel Tempio, se Dio non chiede più sacrifici, crolla tutta l'istituzione, crolla tutto quanto.

A questa spina nel fianco della classe dirigente ebraica, si deve aggiungere l'invito di Gesù, rivolto al popolo, a ragionare con la propria testa, cosa mai gradita da qualsiasi governo(6).

Il Sinedrio(7) aveva condannato Gesù molto tempo prima di catturarlo, come si legge sul Talmud(8), e per quaranta giorni il banditore aveva percorso le strade di Gerusalemme annunciando la sua condanna. Gesù sapeva sicuramente di questa condanna, ma non fugge, anzi, compie un atto clamoroso: fa il suo ingresso in Gerusalemme tra due ali di folla esultante. Perché? Per capirlo andiamo a leggere il Vangelo di Giovanni (12,20-36):

Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa, c'erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli chiesero: «Signore, vogliamo vedere Gesù».

Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose: «È giunta l'ora che sia glorificato il Figlio dell'uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna.

Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà. Ora l'anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest'ora? Ma per questo sono giunto a quest'ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L'ho glorificato e di nuovo lo glorificherò!».

La folla che era presente e aveva udito diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Rispose Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me». Questo diceva per indicare di qual morte doveva morire. Allora la folla gli rispose: «Noi abbiamo appreso dalla Legge che il Cristo rimane in eterno; come dunque tu dici che il Figlio dell'uomo deve essere elevato? Chi è questo Figlio dell'uomo?». Gesù allora disse loro: «Ancora per poco tempo la luce è con voi. Camminate mentre avete la luce, perché non vi sorprendano le tenebre; chi cammina nelle tenebre non sa dove va. Mentre avete la luce credete nella luce, per diventare figli della luce».

Gesù disse queste cose, poi se ne andò e si nascose da loro.

Gesù è solo; è al termine della sua predicazione, della sua vita in mezzo alle folle e si rende conto della sua sconfitta: tutta la sua opera non è servita a nulla. Gli unici che lo seguono, che vogliono conoscerlo, sono greci. Il suo popolo, Israele, non solo non lo vuole seguire, ma nemmeno ascoltare(9) da quando si è accorto che Gesù non vuole riconquistare il regno di Israele, ma vuole insegnare loro a vivere senza la Legge, accogliendo l'amore di Dio.

Gesù è un fallito, le sue parole si disperdono al vento; in quel momento comprende che esiste una sola cosa che convincerà i suoi compatrioti della verità racchiusa nelle sue parole, se egli accetterà di morire a causa delle sue parole.

Finora era fuggito "per paura dei Giudei", si era rifugiato prima in Galilea, poi nel territorio di Tiro e Sidone, ed infine dai samaritani. Ora non più, ora entrerà in Gerusalemme sfidando il Sinedrio che lo ha condannato: "È giunta l'ora che sia glorificato il Figlio dell'uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto ….Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me".

E' il momento della grande decisione, del suo atto di coraggio; ricorda le parole del profeta Zaccaria (Zac9,9) e vi si adegua (Mt11,1-10):

"Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero presso Betfage, verso il monte degli ulivi, disse ai suoi discepoli: andate nel villaggio davanti a voi e subito troverete un'asina legata e con essa un puledro: scioglieteli e conduceteli a me …"

Qui si vede più chiaro che mai che il Vangelo non è cronaca ma teologia, cioè non riguarda la storia ma la fede. L'evangelista ci sta dando dei precisi segnali: andate nel villaggio… Quando nei vangeli troviamo l'espressione il villaggio con l'articolo determinativo ma senza il nome del villaggio indica che la situazione è di incomprensione del messaggio di Gesù. Il villaggio è il simbolo della tradizione, il villaggio è nemico delle novità, è il luogo dove il nuovo viene visto con sospetto, perché vige l'imperativo: Si è sempre fatto così, perché cambiare?

L'evangelista ha, inoltre, una ricchezza di particolari riguardo all'asina e al puledro; in questo caso si rifà al libro della Genesi quando Giacobbe benedice i dodici figli, i Patriarchi, i capostipiti delle 12 tribù di Israele, e parlando del più importante, Giuda, che era rappresentato dall'immagine del leone, si dice: "la benedizione non sarà tolta dallo scettro di Giuda né dal bastone di comando dei suoi piedi, finché verrà colui al quale esso appartiene e al quale è dovuta l'obbedienza dei popoli. Egli lega alla vite il suo asinello e alla stessa vite il figlio della sua asina (Gn49,10-11)".

L'evangelista ci sta dicendo che è Gesù il proprietario di questa asina e del suo asinello e questo atto è in riferimento alla profezia della benedizione di Giacobbe: è giunto il proprietario dell'asina, è giunto colui che aveva lo scettro del popolo di Israele. L'invito a sciogliere le due bestie significa che si realizza questa profezia.

"E se qualcuno vi dirà poi qualcosa rispondete: il Signore ne ha bisogno ma lo rimanderà subito".

E' la prima volta che Gesù riferisce a se stesso il titolo di Signore, Adonai, che era un modo di appellare Dio. Gesù rivendica per sé il nome di Dio, colui che libera il suo popolo. L'evangelista vede in questo gesto la conferma di una profezia che era stata censurata dalla tradizione religiosa, perché era una profezia che non era accettata dai teologi dell'epoca in quanto parlava di benedizione e non di vendetta.

"Questo avvenne perché si adempisse la parola del profeta; dite alla figlia di Sion: ecco il tuo re viene a te, mite, seduto su un'asina con un puledro, figlio di giumenta".

L'evangelista qui riprende liberamente la profezia di Zaccaria, modificando gli aspetti di questa profezia, che non sono confacenti alla figura di Gesù. Nella profezia si diceva: esulta grandemente figlia di Sion… l'evangelista scrive semplicemente: dite alla figlia di Sion… La figlia di Sion è Gerusalemme e non deve esultare. Gerusalemme, nel Vangelo di Matteo, fin dall'inizio appare sotto una luce tetra, sinistra.

L'evangelista toglie il termine esulta perché Gerusalemme ha poco da esultare. Toglie anche il termine vittorioso perché Gesù non è vittorioso. Quello che invece prende da Zaccaria è: ecco a te viene il re seduto su un'asina. Gesù ha scelto per entrare a Gerusalemme non la cavalcatura regale che era la mula o quella dei principi e condottieri che era il destriero, il cavallo, ma la cavalcatura normale delle persone comuni. Non è entrato in modo eclatante, ma su un'asina con un puledro. Un'immagine di una dolcezza e mitezza straordinarie: un'asina che ha appena partorito il suo puledro.

Gesù con questo gesto vuole sciogliere questa profezia di un messia che non viene con le armi ma portando pace, che non viene come conquistatore, ma come un'offerta di vita.

"I discepoli andarono e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù. Condussero l'asina e il puledro e misero su di essi i mantelli. E Gesù si sedette sopra. Ma la folla numerosissima, stese i propri mantelli sulla strada".

Qui c'è tutta una serie di azioni simboliche che vanno comprese riferendoci alla cultura dell'epoca. Il fatto di condurre significa che sono d'accordo con Gesù: hanno accettato che Gesù sia il Messia di pace e non il messia violento e conquistatore: l'espressione di adesione è l'aver messo sugli animali i mantelli. Il mantello è la parte esterna dell'abbigliamento della persona e indicava l'individuo stesso.

Quindi Gesù entra in Gerusalemme nella maniera più semplice, con dei discepoli che hanno accolto questa sua modalità.

Ma la reazione della gente non è dello stesso tipo.

La folla vuole un Messia violento al quale è pronta a sottomettersi. Per questo prendono i mantelli e li mettono sulla strada. Porre il mantello, che indica la persona stessa, sulla strada e farlo calpestare dal re e dal suo cavallo significava accettare di essere sottomessi dal re. Era un atto tipico dell'intronizzazione di un nuovo re.

Il popolo non vuole la libertà. Il popolo vuole essere dominato, sottomesso, in cambio della sicurezza. Mentre i discepoli hanno capito, la folla stende i mantelli sulla strada "… mentre altri tagliavano i rami degli alberi e li stendevano sulla strada".

La tradizione diceva che il Messia, che nessuno conosceva, si sarebbe rivelato durante una festa talmente importante che non aveva bisogno di essere nominata, la festa delle Capanne.

La festa si svolgeva tra settembre e ottobre. Tutti gli ebrei erano invitati a dimorare per una settimana sotto delle frasche, in ricordo della liberazione dall'Egitto quando il popolo dimorò per 40 anni sotto le tende. La folla è questo che vuole. Si sottomette a lui dimostrando l'attaccamento ad un Messia potente, accettando il dominio sulle proprie vite; vogliono che Gesù si manifesti come il Messia delle Capanne. Ecco il perché del taglio delle frasche.

Gesù, così, viene preso in ostaggio. Non è Gesù che determina il cammino; infatti: "E le folle che lo precedevano e quelle che lo seguivano gridavano: Osanna al Figlio di Davide. Benedetto colui che viene nel nome del Signore, osanna nel più alto dei cieli".

Gesù è incastrato, è in mezzo: un gruppo davanti determina la strada che deve percorrere e un altro dietro lo segue in modo che Gesù non abbia altra scelta. Ecco l'equivoco che costerà caro a Gesù, o forse era proprio quello che voleva.

Cantano a Gesù, per il quale ormai le ore sono contate, il salmo 118, il salmo che si cantava per la festa delle Capanne. Usano l'espressione ebraica Oshannà (forza salvaci) ma verso chi la usano?... Verso il Figlio di Davide(10).

Le folle che hanno catturato Gesù lo acclamano dicendo: salvaci, Figlio di Davide. E' questo che la gente vuole: un messia condottiero che attraverso la violenza e la spietatezza, conquisti il potere.

"Entrato lui in Gerusalemme, tutta la città fu scossa dicendo: chi è costui?" Il verbo adoperato dall'evangelista è lo stesso da cui deriva la parola scisma, terremoto. Quando Gesù entra in Gerusalemme, la città è terremotata.

Notate il disprezzo e la paura. Gli abitanti di Gerusalemme non vanno incontro a Gesù: subiscono questo ingresso del Messia figlio di Davide portato dalla folla. E la città viene terremotata perché sa che la fine del suo predominio, del suo privilegio è vicina. Gerusalemme in questo Vangelo viene sempre presentata in una luce sinistra.

La stella dei magi non brillerà mai sulla città di Gerusalemme. Gesù risuscitato, in questo Vangelo, non apparirà mai a Gerusalemme. Gerusalemme è una città di morte ed è incompatibile con la vita. Bisogna uscire da Gerusalemme se si vuole fare esperienza del Cristo Risorto.

"E le folle dicevano: questo è il profeta, Gesù quello da Nazaret in Galilea". A quel tempo dire Galileo, non indicava solo un luogo di provenienza, ma Galileo era sinonimo di rivoluzionario, testa calda.

Giuseppe Flavio, uno storico dell'epoca dice che i Galilei sono bellicosi fin da piccoli. C'è stato un precedente che lo conferma, quello di Giuda, il Galileo, creduto il Messia. E' questo quello che si attendono, ma Gesù scombina i piani di questa folla e l'azione che compie pregiudica la sua esistenza. Loro attendono il Messia, figlio di Davide, il Messia del Tempio, il proclamatore, il vincitore, ma hanno sbagliato persona.

Proprio a causa di questo errore tutte le folle che hanno accolto Gesù al grido Osanna al Figlio di Davide saranno le stesse che nel giro di poco tempo grideranno crocifiggilo, crocifiggilo. Hanno sbagliato persona: un messia portatore di pace non è quello che volevano e quindi dall'esaltazione passano all'odio.

Questo ingresso che, volutamente o no, ha messo Gesù alla ribalta, è in pratica una tentazione per il Sinedrio: sono qui, venite a prendermi. La folla osannante che lo chiama Figlio di Davide è un ottima scusa per accusarlo di fronte ai romani di voler sovvertire la signoria di Cesare per farsi re; scusa indispensabile perché i romani non avrebbero mai eseguito una condanna a morte per accuse di tipo religioso o per atti in contrasto con la Torà.

Il problema, per il Sinedrio, era la cattura: in prossimità della Pasqua vi erano in Gerusalemme decine di migliaia di pellegrini, molti dei quali Galilei, con i quali non si poteva scherzare. I Galilei erano teste calde, quasi tutti armati e quasi tutti appartenenti al movimento degli zeloti, pronti a difendere un loro concittadino dalle malsane idee dei fratelli della tribù di Giuda.

I Galilei, durante la Pasqua, vivevano quasi tutti nelle grotte esistenti lungo le pendici del Monte degli Ulivi, dove, molto probabilmente, anche Gesù e i Dodici avevano affittato una grotta per dormire. Queste grotte sono ancor oggi visibili e visitabili da chi si reca in Terra Santa.

In queste condizioni le guardie del Tempio non avrebbero potuto andare di grotta in grotta a chiedere di Gesù senza rischiare di essere come minimo picchiati se non di lasciarci la pelle; qui si innesta la vicenda di Giuda che offre ai sacerdoti la possibilità di indicare a colpo sicuro Gesù alle guardie che venivano ad arrestarlo.

Quello di Giuda fu un tradimento? Secondo il Vangelo di Giovanni fu tradimento causato dall'ingordigia verso il denaro; Giovanni tratta Giuda con un'acredine che fa pensare ad una vecchia ruggine tra i due.

Oggi si pensa che Giuda fosse profondamente deluso del comportamento di Gesù: Giuda, infatti, era uno zelota (iscariota = portatore di pugnale) e si era unito al gruppo pensando, come molti dei dodici del resto, ad una rivoluzione contro i romani guidata da Gesù(11). Vedendo che Gesù non prendeva l'iniziativa, ne ha voluto provocare la reazione ponendolo di fronte al fatto compiuto: o reagisci, o sei arrestato; del resto il luogo dove doveva avvenire la consegna di Gesù avrebbe fornito facilmente le truppe per una rapida reazione all'arresto. Sarebbe bastato un grido di aiuto di Gesù e i galilei presenti avrebbero facilmente avuto ragione delle guardie del Tempio che, per disposizione romana, non potevano essere armate che di bastoni.

A questo punto si innesta il concetto che Gesù aveva della violenza. Gesù non avrebbe mai alzato il pugnale contro un qualsiasi essere umano, né avrebbe consentito che fosse fatto da altri. Gesù avrebbe sempre seguito la volontà del Padre di amare tutti, indistintamente; una volta deciso di non fuggire più, non esisteva altra alternativa che non passasse per la violenza, se non la sua consegna spontanea senza spargimento di sangue. Solo questo poteva permettergli di fare "la volontà del Padre".

Nei Vangeli risulta chiaro questo atteggiamento di Cristo nei confronti della violenza ed in particolare al momento della sua cattura.

L'ultima cena, nel contesto di una comunione particolarmente intima con i suoi, propone una tensione apparentemente insostenibile: quella tra una comunione-presenza definitiva e indefettibile offerta nel gesto del pane e del vino e la sua prossima separazione dai discepoli. Egli propone un gesto sconvolgente in cui sembra venir meno quello che è donato: la pretesa della sua assoluta rappresentanza di Dio che è data nella comunione a Gesù e la morte/separazione che è già intravista come decisiva negazione di quella pretesa.

Forse è qui che ritrova l'abisso ineffabile di come Gesù ha compreso e spiegato la sua morte: il morire di Gesù, e il morire di croce, è visto come la condizione di una dedizione incondizionata di sé, di una solidarietà assoluta che si realizza precisamente nel non far valere la propria pretesa della sua assoluta rappresentanza di Dio, ma nell'affidarla radicalmente nelle mani del Padre.

La tremenda notte passata in preghiera nell'orto del Getsemani in cui Gesù, perfettamente conscio di quello che succederà di li a poco, è tentato di chiedere aiuto: ".. se è possibile allontana da me questo calice …"; la sua natura umana quasi chiede al Padre di derogare dall'amore, di difendersi, ma subito subentra il desiderio di assimilarsi al Padre e accetta l'immenso atto d'amore che ne è la conseguenza: "… ma sia fatta la tua e non la mia volontà …", dimostrando l'immenso coraggio di amare fino in fondo tutti, anche coloro che lo tortureranno, come sta facendo il Padre.

Arrivano a catturarlo in ottocento(12) il che dimostra la paura che avevano di una eventuale insurrezione da parte dei galilei e Gesù si consegna spontaneamente stroncando sul nascere qualunque tentativo di reagire dei suoi.

Il Sinedrio è riunito in seduta straordinaria, di notte, fatto eccezionale; è indispensabile modificare la modalità di esecuzione della condanna da lapidazione a crocifissione.

Questa scelta è un atto politico: nel Deuteronomio è scritto che questa morte è riservata ai maledetti da Dio, a coloro cui Dio ha voltato le spalle permettendo una morte così atroce. E' l'unico modo che i sacerdoti(13) hanno per dimostrare la falsità della predicazione di Gesù: se Gesù muore in croce abbandonato da Dio tutto quello che lui ha insegnato perde qualunque significato, era una menzogna ingannevole.

Atto politico perfetto, che richiede, però, la collaborazione dei romani che non si muoveranno se non avranno il sospetto che l'azione di Gesù era un pericolo per la loro sovranità.

Ecco il ricorso a Pilato, ecco l'accusa di volersi fare re, ecco la reazione della folla che fa pressione sul debole proconsole romano timoroso di trovarsi di fronte un'ennesima rivolta; se indugia, questa volta la sommossa non sarà conseguenza della propria stoltezza e incapacità(14), ma del suo assurdo rifiuto di fronte ad un nemico dell'Impero. Per farlo rimuovere a Tiberio sarebbe bastato anche meno.

Gesù è condannato; i discepoli si disperdono, la sua solitudine è impressionante. Rimane in balia della soldataglia per ore. Sfinito dal dolore, sanguinante, con l'animo distrutto dagli insulti e dall'attesa del terribile supplizio, viene condotto al patibolo tra due ali di folla; anche questo è un atto che il Sinedrio ha attentamente programmato come distruzione della figura di Gesù di fronte ai suoi seguaci.

Gesù è crocifisso, è innalzato come lui stesso ha detto; è talmente debole che resisterà poco più di due ore alla tortura(15).

Gesù muore; poco prima ha lanciato il suo grido: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". E' l'inizio del salmo 22 che Gesù ha tentato di proclamare. Non è un grido disperato: nel salmo 22 c'è prima una manifestazione di sofferenza e di richiesta di aiuto, poi la proclamazione del Padre che salva. Per Gesù è il suo grido di vittoria: ci sono riuscito, tutti guarderanno a me e la volontà del Padre è rispettata.

Lo sguardo di tutti è rivolto a lui. "… È uno spettacolo che occorre vedere e rivedere [...], penetrare, scrutare e ripensare. È il grande dramma, l'unico che vale la pena di vedere perché illumina tutti gli altri» (Maggioni 2001, 158).

E' uno sguardo - bisogna aggiungere - già attraversato dalla luce della risurrezione che ci fa vedere la luce abbagliante del Padre a cui Gesù consegna lo spirito, ci mostra il perdono di Dio, la sua riconciliazione, la ricongiunzione del malfattore nell'oggi del paradiso, lo squarciarsi del velo del Tempio ormai inutile, non più luogo della presenza di Dio.

D'altra parte, si esprime in un linguaggio di confessione, perché rivela la nostra ansia nel tempo della ultima tribolazione («Figlie di Gerusalemme... piangete su voi stesse e sui vostri figli»), dimostra il nostro orgoglio inconsapevole («Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno»!), l'insensatezza della nostra sfida e del nostro rifiuto («Se sei tu il Cristo...»), suscita il riconoscimento del giusto e insieme della nostra ingiustizia («Gesù ricordati di me quanto entrerai nel tuo Regno»), ci spinge alla confessione delle nostre colpe («Se ne tornavano percuotendosi il petto») e da ultimo riconosce la identità di Gesù, quella del giusto di Dio («Veramente quest'uomo era giusto!»).

Ecco lo spettacolo della croce: mentre ci fa riconoscere la morte di Gesù come il luogo della riconciliazione e del perdono, rivela noi a noi stessi come gli indifferenti, i distanti, coloro che rifiutano o sfidano Dio, ma insieme come coloro che proprio riconoscendo la morte del Figlio che consegna se stesso al Padre, si battono il petto, chiedono il perdono, si dichiarano colpevoli, confessano la colpa, si aprono all'oggi della salvezza.

Ecco la conversione del cuore che è ad un tempo condizione e frutto della contemplazione della croce. Ecco lo sguardo che ha plasmato quel vedere credente che trae origine dalla risurrezione di Gesù.

Quello che la predicazione ed i segni non sono riusciti a dare, viene donato tutto sulla croce. Il predicatore, il profeta che per tre anni ha sfidato il potere religioso aprendo gli occhi a centinaia di discepoli su un Dio amore nascosto dalla legge ed è sfuggito tante volte alla cattura, si è consegnato volontariamente agli aguzzini per insegnare a tutti che l'amore non permette mancanze, che le proprie convinzioni non cedono davanti al patibolo, che si muore per quello che si pensa e ci si affida al Padre per il quale la coerenza ("…il vostro dire sia si si e no no…") ha un valore superiore a tante preghiere e tante devozioni.

I Sinottici, Paolo e Giovanni non faranno altro che rileggere questo nucleo ricuperando le grandi immagini dell'AT: perciò, nella loro elaborazione, la morte di Gesù diviene la «redenzione», il «sacrificio», il «riscatto»; Gesù porta a compimento tutti i sacrifici dell'AT, ma non li realizza più in un gesto rituale, bensì nel dare la sua vita per la moltitudine, nell'offerta personale.

Così i testi dell'istituzione dell'Eucaristìa (Mc 14,24; Mt 26,27; Lc 22,20; 1Cor 11,25) possono parlare del dono di Gesù come "sacrificio" di alleanza.

Diversi autori sono spinti a pensare al rito di espiazione e purificazione (Eb 9-10; 18; Rm 3,25; 2Cor 5,21; 1Gv 2,2; 4,10) e la lettera agli Efesini parlerà di olocausto (5,2).

Così Giovanni si riferirà alla tematica dell'agnello pasquale all'inizio (1,29) e alla fine (19,31-37) del suo vangelo, con uno stupendo richiamo. Si tratta di un sacrificio che non mira a mutare la volontà di un Dio adirato, ma si iscrive entro l'alleanza di Dio che rende possibile i gesti di riconciliazione del suo popolo.

Egualmente, il NT parla della morte di Gesù come redenzione (Mt 20,25-28; 1 Tim 2,6; Tito 2,14): essa rimanda alla esperienza di liberazione del popolo di Israele dall'Egitto, secondo l'immagine del 'goel (redentore), che nel diritto familiare era il parente prossimo che doveva riscattare il fratello caduto in schiavitù.

Dio si fa il fratello maggiore che riscatta il suo popolo dalla schiavitù dell'Egitto, lo libera dalla soggezione al Faraone. Così Gesù è il redentore, è colui che da la sua vita in riscatto per la moltitudine, non perché sia tenuto a pagare qualcosa a qualcuno, ma perché è il volto del Dio fedele a sé stesso, che non può lasciare noi in balia del nostro egoismo e della morte.

Con Gesù il Padre ci ha dato tutto se stesso, la sua stessa vita, lasciandola in balìa del tradimento, dell'abbandono, della morte violenta e della sopraffazione di noi uomini. Per questo Gesù muore per noi, nel duplice senso di «a causa» del nostro peccato e di «a vantaggio» nostro.

Assumendo e portando il nostro rifiuto, lo riconcilia nel luogo stesso dove noi abbiamo chiuso le porte a Dio, e lo trascende nel suo gesto d'amore incondizionato.

Forse solo qui, in punta di piedi, può essere posta la domanda, su cui invece noi abbiamo spesso costruito interminabili discorsi. Perché era necessaria la sofferenza, l'inaudito dolore a cui Gesù si è sottomesso? Dio non poteva salvarci in un modo più diretto, meno violento, non poteva condonarci tutto, senza la croce del Figlio? Perché la passione e la morte di Gesù? Perché una morte così? A queste domande formidabili non si può rispondere che balbettando. Certo possiamo notare che Gesù ci riconcilia non perché soffre, ma mentre soffre. La sofferenza non è una scelta di Dio, ma una conseguenza del rifiuto e della negazione degli uomini.

 

Note: 1. Il testo che segue è in parte liberamente tratto dalla conferenza "Disobbediente fino alla morte" tenuta in Assisi nel settembre 2002 da Padre Alberto Maggi, OSM. – 2. Quanto segue è liberamente tratto da un articolo di Mons. Franco Giulio Brambilla. – 3. Gv 11, 49-53 Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell'anno, disse loro: «Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera». Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo. – 4. Vedi come esempio Mt 15,1 e Mc 3,22. – 5. Penso sia opportuno ricordare che il peccato secondo la cultura ebraica era molto diverso dalla concezione di peccato che ci ha presentato Cristo e quest'ultima è diversa a sua volta dalla concezione cattolica del peccato. – 6. Lc 7,22: … i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono … - 7. Il Sinedrio era una assemblea di anziani e maggiorenti giudaici a cui i romani avevano concesso di governare Israele dal punto di vista religioso ed amministrativo. Il Sinedrio era presieduto dal Sommo Sacerdote in carica (scelto in pratica dai romani), da rappresentanti della casta sacerdotale e delle altre caste influenti nel paese. Aveva anche funzioni giudiziarie ma non poteva comminare la pena di morte né, tanto meno, eseguirla. – 8. "Un araldo, per quaranta giorni, prima dell'esecuzione, uscì gridando: Sarà lapidato perché ha praticato la stregoneria e ingannato Israele per sviarlo" (Sanh.,B.,43a). L'accusa a Gesù di essere "uno stregone che ingannava la gente" durerà a lungo (Giustino, Dialogo con Trifone, 69, 7). Ancora nel IV secolo Girolamo scrive in una lettera che "mago è un altro nome dato dai Giudei al mio Signore" (Lettera XLV, 6, Ad Asella). – 9. Gv 6, 66-67: Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Forse anche voi volete andarvene?». – 10. Dal IX secolo a.C. Israele era diviso in due regni: il regno della casa di Davide e il regno del nord. La guerra tra di loro è stata un disastro: ha portato all'occupazione straniera, ormai permanente; nell'attesa della gente c'era la speranza di un Messia come Davide. Davide, dagli stessi ebrei, è definito un Serial Killer. Davide ha eliminato sistematicamente tutti quelli che potevano nuocere al suo potere. Davide era un bandito terribile, pericolosissimo, che dove arrivava portava devastazione e morte. E' una figura che sconcerta: noi siamo abituati a identificarlo col pastorello di Betlemme, con il duellante contro Golia, ecc… Ma questo l'ha fatto scrivere più tardi lui stesso, quando ha preso possesso del trono. A corte c'è sempre il compiacente storiografo che riscrive la storia secondo il volere del potente di turno. Ma la Bibbia, che contiene anche elementi storici e concreti, afferma che Davide era un capobanda: un uomo di una ferocia e di una spietatezza incredibili, che è riuscito a scalzare dal potere il povero Saul e poi ha fatto scrivere che Dio lo aveva abbandonato. Pensate che per ottenere in moglie la figlia di Saul, presentò come bomboniere 200 prepuzi dei Filistei (1Sam 18,27). Questo era Davide: le sue mani grondavano sangue. Tant'è vero che quando volle costruire il tempio del Signore, il Signore gli mandò il profeta per dirgli: no, le tue mani grondano sangue e tu non mi costruirai nessun tempio (1Cro 22,7-8). Nell'aspettativa popolare, comunque, questo re che era riuscito a riunire le 12 tribù e aveva inaugurato il regno di Israele, era l'ideale del Messia. – 11. Nel Vangelo di Giuda, apocrifo presumibilmente del IV secolo, si segue un'altra ipotesi, che sia stato lo stesso Gesù a chiedere a Giuda di fingere di tradirlo per favorire la sua cattura senza spargimento di sangue. – 12. Secondo Giovanni, per catturare Gesù si scatena un'operazione di polizia senza pari. Vengono infatti impiegati "la coorte con il comandante e le guardie dei Giudei" (Gv 18,3.12). Il termine coorte (in greco speira) indica un distaccamento tra 600 e 1000 soldati al comando del procuratore romano per il mantenimento dell'ordine nella città di Gerusalemme. Le guardie in servizio al tempio di Gerusalemme, erano circa duecento, alle dipendenze del sommo sacerdote per la sicurezza del Tempio. Tra i due corpi c'era profonda rivalità e inimicizia, ma ora le due forze di polizia sono unite, di fronte a un unico pericolo. – 13. I sacerdoti hanno compreso che la condanna a morte di Gesù potrebbe trasformarsi in una dimostrazione della validità della sua predicazione e la morte come uno eccezionale strumento di diffusione delle sue idee. – 14. Come nel caso degli scudi dipinti esposti lungo il muro del Tempio oppure delle insegne della legione fatte entrare di notte in Gerusalemme; se poi si ricorda che i soldati della legione si erano voluti chiamate "I porci" per dispregio ai giudei che consideravano il maiale un animale impuro al sommo grado, si completa il quadro dei guai di Ponzio Pilato. – 15. La morte non sopravveniva mai prima di tre giorni. Normalmente il condannato moriva tra il terzo e il settimo giorno. La morte avveniva per asfissia: immaginate una persona appesa, che per respirare deve sollevarsi facendo forza sui piedi; quando le forze mancheranno morirà per l'impossibilità a sollevarsi. In alcuni casi, per prolungare la sofferenza, mettevano sotto il sedere un piccolo piolo, sul quale la persona, in qualche modo, poteva appoggiarsi per cercare di riprendere fiato. Ecco perché, avvicinandosi la giornata della Pasqua, ai due condannati con Gesù spezzano le gambe, in questo modo, non potendosi più alzare, muoiono immediatamente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

martedì 5 aprile 2011

Domenica 10 aprile 2011 - Quinta Domenica di Quaresima - Gv 11,1-45

Un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».

All'udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui».

Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!». Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell'ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».

Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro.

Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

 

Spiegare il vangelo di Giovanni non è un'impresa semplice. Si tratta di un vangelo costruito per riportare il significato teologico delle parole e dell'insegnamento di Gesù e lo fa attraverso immagini e racconti che non hanno un significato storico, ma teologico(1).

In questo episodio l'evangelista costruisce il racconto con tutta la scenografia ed i personaggi accuratamente scelti in modo di farci capire che la resurrezione di Lazzaro è la personificazione e la comprensione a livello comunitario di questa solenne affermazione di Gesù: "Io sono la resurrezione e sono la vita" (Gv 11,25).

La spiegazione è complessa e deve esse fatta frase per frase, per questo il post sarà molto lungo, e di questo mi scuso(2).

 

"Un certo Lazzaro di Betània(3), il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato", l'evangelista compone questa espressione ricalcandola su quanto nel primo capitolo aveva scritto: "Filippo era di Betsàida, la città di Andrea e di Pietro" (Gv1,44). Questa indicazione potrebbe sembrare superflua, ma invece indirizza il lettore alla comprensione del significato del brano: infatti l'evangelista, nel presentare Lazzaro(4), Maria e Marta, ricalca la presentazione di questi tre discepoli perché sono i discepoli che sono attaccati alle idee dell'AT. Infatti Filippo diceva: "abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella legge e i profeti" (Gv1,45): i discepoli non hanno ancora capito la novità portata da Gesù.

L'evangelista ci dà la prima chiave di lettura: qui c'è una comunità che, pur avendo accolto e dato adesione a Gesù, è ancora condizionata dalla tradizione religiosa dell'AT e togliersi dalla pelle e dalla testa una tradizione religiosa è un'impresa difficilissima, anche ai nostri giorni: basta vedere le difficoltà che incontrano le novità del Concilio Vaticano II ad affermarsi.

Vediamo da chi è composta questa comunità: Lazzaro è l'unico malato in questo vangelo che porta un nome poichè Gesù aveva detto che le sue pecore le chiamava per nome per farle uscire dal recinto (Gv10,2), cioè dalla istituzione religiosa. Poi "Maria e … Marta sua sorella"; in tutta la narrazione Maria occupa sempre il posto centrale, che è il posto più importante.

Gesù non entrerà nel villaggio(5). Per incontrare Gesù occorre uscire dal villaggio, che simboleggia il luogo della morte; "Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato" (Gv11,2).

Qui l'evangelista anticipa quello che ci sarà nel capitolo successivo: la comunità cristiana, vedendo che la vita è stata capace di superare la morte, fa un banchetto nel corso del quale Maria(6) inonda di profumo questa comunità. L'evangelista anticipa già la resurrezione di Gesù, perché Gesù dirà "conservate questo profumo per il momento della mia morte" (Gv12,7). Invece non lo faranno e dovranno comperare quaranta chili di profumo per imbalsamare Gesù. Non hanno ancora compreso che la vita indicata da Gesù è capace di superare la morte.

"Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato» (Gv11,3). Questa espressione "colui al quale vuoi bene" è la stessa con la quale, in questo vangelo, si indica il discepolo amato da Gesù: attenzione, non significa il cocco di Gesù, perché Gesù non ha un discepolo prediletto, ma sottolinea che la relazione normale di Gesù con i suoi discepoli è quella di amore.

L'evangelista vuol farci comprendere che Lazzaro è un discepolo perfetto, è come il discepolo anonimo(7), quello al quale Gesù mostra il suo amore. L'evangelista vuol mostrare in Lazzaro quali sono gli effetti dell'adesione a Gesù: chiunque dà completa adesione a Gesù, avrà questi effetti.

Qui c'è una contraddizione dal punto di vista storico: gli dicono "colui al quale tu vuoi bene è malato", la prima cosa sarebbe lasciare tutto quanto e precipitarsi a Betania. Invece, quando Gesù sente questo, dice: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato».(Gv11,4).

In passato, quando non c'erano gli strumenti attuali per la comprensione dei vangeli, si diceva: Gesù non s'è mosso, ha aspettato che Lazzaro morisse per fare il miracolo. Pensate l'assurdo, oserei dire la bestemmia: Gesù strumentalizza la vita delle persone per fare mostra delle sue capacità!

Non è assolutamente nulla di tutto questo. Gesù è chiaro: la malattia, essendo la malattia di un discepolo che gli ha dato adesione, non lo condurrà alla morte, perché l'incontro con Gesù cambia la situazione e l'identità dell'individuo, gli comunica e gli trasmette una vita capace di superare la morte.

La condizione di immortalità a quell'epoca era pensata soltanto per la divinità, soltanto per gli dei. Ebbene Dio non è geloso di questa sua condizione, ma la comunica anche ai suoi.

"Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro" (Gv11,5). Questi tre nomi, rappresentano una comunità e Maria è sempre al centro. "Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava" (Gv11,6). Gesù non è venuto per alterare il ciclo normale dell'esistenza delle persone eliminando la prima morte biologica, ma a dare alla morte un nuovo significato ed è questo che l'evangelista ci vuol fare comprendere.

"Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!»". e i discepoli tremano: "I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?» (Gv11,7-8). Gesù era scappato dalla Giudea perché (vedere il cap. 10) nel tempio di Gerusalemme, aveva dichiarato: "Io sono il pastore", considerando così illegittimi e illegali tutti gli altri pastori. Gesù è andato giù pesante, ha detto che sono ladri perché si sono appropriati del gregge che non è loro; sono anche assassini perché non pascolano il gregge, ma lo uccidono per il proprio interesse. I sommi sacerdoti hanno tentato di ammazzarlo, ecco il motivo della paura dei discepoli.

"Gesù rispose(8): «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui» (Gv11,9-10). Giovanni vuole indicare che l'attività di Gesù è la continuazione della attività creatrice del Padre e il Padre e Gesù sono una sola cosa.

"Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico(99, si è addormentato; ma io vado a svegliarlo» (Gv11,11). Nella tradizione cristiana primitiva, la morte degli individui veniva chiamata un dormire; infatti il termine cimitero è una parola greca che significa il dormitorio.

"Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà» (Gv11,12). Non comprendono il linguaggio di Gesù e l'evangelista specifica: "Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno" (Gv11,13). Pur seguendo Gesù, i discepoli non sono entrati pienamente in sintonia con il suo messaggio.

Gesù risponde e qui c'è una evidente contraddizione nella risposta di Gesù. "Allora Gesù disse loro apertamente: "Lazzaro è morto – è un discepolo amato da Gesù, è il componente della comunità che è morto, ed ecco la contraddizione tra l'annuncio della morte e l'allegria che Gesù vuol comunicare ai suoi - e io mi rallegro per voi di non essere stato là perché voi crediate. Forza andiamo da lui!" (Gv11,14-15). Questo paradosso tra la morte e l'allegria vuole essere un anticipo della vittoria definitiva di Gesù sulla morte. Gesù parla di Lazzaro come fosse un vivo, dice: "Andiamo da lui", Gesù non va a resuscitare un morto, ma va ad incontrare un vivo.

"Allora Tommaso, chiamato Dìdimo…" - il soprannome di Tommaso nel vangelo è Didimo, cioè gemello: è il discepolo che più assomiglia a Gesù(10). Infatti sentite cosa dice: "…disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!»" (Gv11,16 ). Gesù non chiede di dare la vita per lui perché è lui che comunica la vita a noi, Pietro che dichiarerà di dare la vita per il Signore, finirà tradendolo miseramente.

Arriviamo così all'incontro drammatico di Gesù con la comunità e con la realtà della morte. "Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro" (Gv 11,17). Perché questa precisazione "quattro giorni"? Nel mondo ebraico si seppelliva il cadavere e c'era la credenza che per tre giorni lo spirito del morto rimanesse nella tomba, fintanto che ì tratti del viso erano ancora riconoscibili.

Ma quando dal quarto giorno in poi, il processo di putrefazione era avanzato e non si riconosceva più il volto del cadavere, lo spirito della persona scendeva - secondo la concezione dell'epoca - nello sheol, cioè nella caverna sotterranea che era il regno dei morti(11). La precisazione "quattro giorni" significa che Lazzaro è completamente morto, ed è già in stato avanzato di putrefazione.

"Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello.." (Gv11,18-19). Con questa frase l'evangelista ci fa capire cos'è che non va: Gesù è dovuto scappare da Gerusalemme perché i Giudei(12) cercavano di fargli la pelle e adesso gli stessi vanno a confortare Marta e Maria. L'evangelista vuol ribadire che questa è una comunità che non ha ancor rotto con l'istituzione religiosa(13) e per questo, come c'è scritto negli Atti degli Apostoli, "godeva della simpatia di tutto il popolo" (Att 2,47).

"Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa" (Gv 11,20). Maria è l'immagine del dolore che paralizza le persone e non va incontro a Gesù; Marta, appena si incontra con Gesù, lo investe esprimendogli tutta la sua pena, ma anche tutto il suo rimprovero. Gli avevano mandato a dire: "guarda il tuo amico è malato" e Gesù non si è mosso.

"Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!" (Gv11,21). E' il rimprovero al Signore, che nei momenti di difficoltà, sembra che non muova un dito. Marta sperava in una guarigione, perché ancora non sa che Gesù non è venuto per prolungare la vita delle persone, ma è venuto per donare alle persone una vita di una qualità tale che è capace di superare la morte. Marta non dà a Gesù il tempo per rispondere, lo rimprovera e subito gli da i suoi consigli, ha pronta la ricetta.

"Ma anche ora so" - lei si rifà alla sua esperienza- "che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà" (Gv11,22). Marta sa, ma il suo sapere è condizionato dal passato, dalla tradizione religiosa; non si è ancora aperta alla novità di Gesù e si vede da ciò che suggerisce a Gesù. Dice: "so che qualunque cosa chiederai" - e il verbo chiedere adoperato dall'evangelista significa la richiesta di un inferiore verso un superiore e non eventualmente il verbo domandare che in greco significa la richiesta di una persona a un suo pari. Marta pensa che Gesù sia un inviato da Dio, un profeta di Dio, il più eccellente, straordinario, ma non ha capito ancora che Gesù e Dio sono la stessa cosa.

Marta, secondo la tradizione religiosa, crede nel Dio capace di resuscitare i morti(14). Gesù parlerà invece di un Dio che non fa morire.

Gesù porta una novità che forse è novità ancor oggi; infatti molti cristiani pensano ancora alla maniera ebraica. Molti pensano davvero che i morti resusciteranno alla fine dei tempi, ma questo era il pensiero giudaico, ma non è il pensiero cristiano. Gesù è venuto a presentare il Dio che non fa morire, che trasmette una vita di una qualità tale che si chiama eterna, non per la durata, ma per la qualità che è indistruttibile.

"Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà»" (Gv 11,23). Marta rimane male, Marta si sarebbe aspettata che Gesù le avesse detto: "io resusciterò tuo fratello".

La resurrezione di Lazzaro non è dovuta a una nuova azione di Gesù (vedremo che Gesù su Lazzaro non compie nessun gesto) ma è l'effetto della permanenza della vita in questo individuo.

Marta risponde in maniera seccata, malamente, quasi da maleducata; dice: «So che risorgerà nella risurrezione dell'ultimo giorno» (Gv11,24). Marta di nuovo si rifà a quello che sa. Se voi, a una persona che è nel dolore per la morte di una persona cara, andate a dire "consolati che resusciterà", non solo non la confortate, ma la gettate nella disperazione: conta poco sapere che la persona che mi è morta, resusciterà alla fine dei tempi, quando sarò morto pure io. A me manca adesso! E' adesso che io mi sento dilaniato e soffro per la morte della persona cara.

L'evangelista vuol portare un cambio radicale nel modo di concepire la morte e la vita. "Gesù le disse: io sono…" – "Io sono" è il nome di Dio – "…la resurrezione e la vita". La sua presenza comporta la resurrezione perché lui è la vita. In Gesù c'è la pienezza della vita di Dio e Gesù la comunica a tutti quanti lo seguono e lo accolgono.

Ed ecco la prima delle affermazioni: "chi crede…" – credere nel vangelo significa dare adesione – "…in me, anche se muore, vivrà" (Gv11,25); Gesù si rivolge alla comunità, che sta piangendo uno dei suoi componenti dicendo: "Se questo che voi piangete morto ha dato adesione a me - e Lazzaro abbiamo visto è il discepolo perfetto - anche se adesso muore vivrà".

Ma la seconda e più importante affermazione perché riguarda noi che siamo vivi, "chiunque vive e crede in me, non muore" (Gv 11,26). Gesù si rivolge alla comunità, a noi che siamo vivi e che gli diamo adesione, affermando che non faremo esperienza della morte.

Marta sperava in una resurrezione lontana, Gesù invece si identifica con la resurrezione che è immediata. Noi che siamo vivi e che abbiamo dato adesione a Gesù non faremo l'esperienza della morte.

Questo è l'autentico messaggio cristiano: Gesù non resuscita i morti, ma comunica ai vivi una vita che è capace di superare la morte. I cristiani non credono che resusciteranno, ma credono che sono già resuscitati. Se leggiamo le lettere di Paolo troveremo questa espressione nella lettera agli Efesini (Ef 2,6)"…con lui ci ha anche resuscitati". Ci saremmo aspettati ci resusciterà. No. Con lui ci ha anche resuscitati. Analoga è quella nella lettera ai Colossesi (Col 3,1): "…se dunque siete resuscitati in Cristo".

La credenza dei primi cristiani è che, per aver dato adesione a Gesù, avevano da quel momento una vita di una qualità tale, che quando verrà il momento della morte biologica questa verrà superata.

In un vangelo apocrifo, il vangelo di Filippo, c'è questa espressione interessantissima: "Chi dice prima si muore e poi si risorge, sbaglia". Se non si risuscita prima mentre si è ancora in vita, morendo non si risuscita più.

E' chiaro che viene l'obiezione: come possiamo dire che non moriamo, quando vediamo che la gente muore? Nel NT si parla di morte seconda(15) e a questa che si riferisce Gesù.

Spiegare cosa significa morte seconda è complesso e mi devo aiutare con una specie di grafico, la parabola della vita. All'inizio della nostra esistenza c'è una crescita nella vita fisica e raggiungiamo la pienezza; dopo questo momento di pienezza, irrimediabilmente, comincia il declino fisico.

Noi possiamo fare tutte le ginnastiche, mettere tutte le creme che vogliamo, arriva il declino fino alla fermata totale di questa vita fisica: le cellule del nostro organismo cominciano a morire, a non rigenerarsi, si deteriorano finché arriva - speriamo il più lontano possibile – il momento della dissoluzione .

Noi non siamo solo carne, abbiamo una vita interiore che cresce con la persona e quando arriva al momento della pienezza non segue il declino fisico, ma continua a crescere. Si giunge così alla prima morte, la morte biologica alla quale tutti inevitabilmente andiamo incontro, ma la vita interiore continua; c'è il rischio che quando arriva il momento della morte fisica non ci sia una vita interiore che possa continuare: questa è la seconda morte.

Qual è il messaggio di Gesù? Non è venuto a liberarci dalla morte biologica, fisica. Questa è irrimediabile, ma come scrive Paolo in una delle sue lettere: "Mentre l'uomo esteriore va declinando, l'uomo interiore si rafforza" (2Cor4,16).

Gesù non resuscita i morti, ma è venuto a comunicare ai vivi una vita di una qualità tale, capace di superare la morte.

Gesù chiede a Marta se crede in questo: "«Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo…" – prima sapeva, adesso "crede", c'è una crescita nella comunità – "…che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo»" (Gv11,27).

Prima Marta credeva che Gesù fosse un profeta straordinario, adesso capisce che Gesù è Dio sono un'unica cosa.

"Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama»" (Gv11,28). Di nascosto, perchè? Abbiamo visto che è una comunità che gode della simpatia delle autorità religiose. Fintanto che Gesù è ritenuto un profeta non c'è nessun problema, ma quando la comunità arriva a credere che Gesù e Dio sono la stessa cosa si scatena la persecuzione.

Quando Gesù di fronte al Sommo Sacerdote riconoscerà di essere il figlio di Dio, il Sommo Sacerdote si straccia le vesti e dice: "Bestemmia". Quando la comunità riconoscerà che in Gesù si manifesta la pienezza di Dio, incomincia la persecuzione. Qui l'evangelista l'anticipa.

"Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui" (Gv11,29). L'arrivo di Gesù toglie Maria dall'immobilità in cui giaceva. Siamo alle battute finali, c'è un crescendo e l'evangelista arricchisce di significato ogni termine.

Gesù non era entrato nel villaggio e non entra. E' il luogo della tradizione, il luogo della morte: per vedere Gesù bisogna uscire dalla tradizione e dal luogo dei morti; nel vangelo di Luca quando le donne arrivano al sepolcro trovano gli angeli che dicono: "Perché cercate tra i morti colui che è vivo" (Lc24,5). Questo bisognerebbe scriverlo in ogni cimitero . Se crediamo che la persona è viva, la cosa più inutile è il cimitero.

"Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là…"; il testo greco dice "ma si trovava ancora nel luogo" e questa è la traduzione più corretta perché il termine luogo nel vangelo di Giovanni è usato per indicare il tempio. Quando Caifa decide di ammazzare Gesù dice: "…perché non vengano i Romani e ci distruggono il luogo (il tempio)…". L'evangelista vuol dire che la presenza di Gesù è l'unico santuario dal quale si irradia la vita e la gloria di Dio, non più un edificio in muratura, ma una persona vivente.

"…dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro" (Gv11,30-31).

Per ben tre volte ci sarà la ripetizione del verbo piangere (il numero tre sta ad indicare la completezza dell'atto) e vedremo quale significato attribuire a questo verbo.

L'unica cosa che sanno fare i Giudei, legati alla tradizione religiosa, è pensare alla morte, è pensare a piangere. Credono alla resurrezione nell'ultimo giorno, alla fine dei tempi, ma quella non è una consolazione.

Seguendo la discepola, escono anche loro dal villaggio, si incontrano con Gesù. "Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!»" (Gv11,32). La ripetizione del rimprovero a Gesù, sottolinea che questo è il sentimento più forte della comunità, è una comunità che chiede a Gesù: "Ma tu dove eri nel momento del bisogno?".

"Gesù allora, quando la vide piangere,…" - notate come non c'era bisogno della sottolineatura del verbo piangere – "…e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei…" – Maria piange, piangono i Giudei: il verbo piangere viene ripetuto tre volte – "…si commosse profondamente…" qui la traduzione non sembra corretta, sembra quasi forzata al pensiero interpretativo del traduttore e non all'intento dell'evangelista.

Infatti il verbo greco tradotto con "commosse profondamente" indica invece un atto energico, indignato, con il quale si vuol reprimere o il sentimento proprio o l'azione altrui. Potremmo dire fremette, ma fremette non dà l'idea dell'indignazione; forse è meglio dire: "Gesù sbuffò". Gesù sbuffa perché non tollera che venga fatto il cordoglio funebre, disperato, per Lazzaro, esattamente come ha fatto nell'altra resurrezione, alla casa della figlia di Jairo, dalla quale cacciò via tutti quanti (Mc5,22 e seg. oppure Lc8,41 e seg.).

Gesù sbuffa perché non tollera che la sua comunità, Maria e Marta, siano senza speranza come i Giudei che credono nella resurrezione alla fine dei tempi. "…e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!»" (Gv11,33-34).

Gesù incomincia a prendere le distanze e ci avviciniamo al cuore del racconto. E' uno dei pochi casi, nel vangelo, in cui un singolo episodio occupa tanto spazio. Sia Maria che i Giudei piangono, fanno il lamento funebre che indica la disperazione per qualcosa che è irrimediabile.

"Gesù scoppiò in pianto".. qui l'evangelista sta attento all'uso esatto dei termini e non adopera il verbo piangere, come purtroppo qualche traduttore fa, ma adopera un altro verbo che significa letteralmente "lacrimare". Mentre Maria e i Giudei piangono ed esprimono la disperazione per qualcosa che non è più, Gesù non piange, non esprime la disperazione, però lacrima ed esprime il dolore.

E' molto importante questa distinzione tra i due verbi, che indica l'esatto comportamento che si deve avere nei confronti della morte. Quando muore la persona cara non ci sarà la disperazione come per chi sa che tutto è finito e non c'è nessuna speranza; naturalmente c'è il dolore, perché fisicamente, concretamente, quella persona che accarezzavamo, che coccolavamo non esiste più. Continua la sua vita, ma in una maniera differente.

Gesù non è un alieno che di fronte alla morte canta: Alleluia, alleluia! come in certi gruppuscoli si suole fare. Di fronte alla morte non c'è disperazione, ma senz'altro c'è il dolore. Un dolore sereno che naturalmente permane.

Se prendiamo questa lettura dal punto di vista letterale, non possiamo fare a meno di chiederci: "Ma perché Gesù lacrima, perché Gesù perde il tempo a lacrimare quando sa già che resusciterà Lazzaro?".

Vedete, questa è una delle tante incongruenze che fanno comprendere anche a chi non ha conoscenze esegetiche, che non si può leggere questo brano in modo letterale.

Gesù non è venuto a rianimare un cadavere, ma a liberare la comunità dall'idea della morte che è in loro e le lacrime di Gesù mostrano il suo dolore e il suo affetto per questo discepolo amato.

"Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!»". Non capiscono. Per loro l'azione è al passato, non capiscono che da parte di Gesù l'azione di amare, di provare affetto per il discepolo non viene interrotta dalla morte, ma continua dopo la morte. "Ma…" - e qui l‟evangelista ci dà già un anticipo di quello che Gesù sta per fare – "…alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse»" (Gv11,37).

Nella guarigione del cieco Gesù aveva ripetuto le stesse azioni del creatore. Il creatore, secondo il libro della Genesi, impastò del fango e fece l'uomo. Nella guarigione del cieco nato, Gesù con la saliva e della terra fa del fango e lo spalma sugli occhi del cieco nato. Gesù, in quegli atti, completava la creazione.

Qui cerca di far comprendere alla comunità qual è la vera creazione: la vera creazione non termina, come la prima, nella morte, ma in una vita che è capace di superare la morte.

"Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente,…" – meglio dire "ancora sbuffando" – "… si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra" (Gv11,38).

Non sono indicazioni superflue, abbellimenti del racconto. L'evangelista dice che era una grotta: la parola grotta, letteralmente spelonca, è la stessa che nel libro della Genesi viene usata per indicare il luogo dove vennero seppelliti i tre grandi padri del popolo di Israele, Abramo, Isacco, Giacobbe con le loro mogli. L'evangelista, dicendo che il sepolcro era una grotta, sottolinea che Lazzaro è stato seppellito alla maniera giudaica. La comunità non ha compreso la novità di Gesù e lo ha seppellito alla maniera giudaica, "e contro vi era posta una pietra".

Per ben tre volte nella narrazione compare il termine pietra. Ricordo che il numero tre significa che l'azione è completa. Mettere contro una pietra, significa la fine di tutto.

L'espressione che adoperiamo nel nostro linguaggio "metterci una pietra sopra" deriva da questi usi funerari; quando metti la pietra sopra è tutto finito, non c'è più nessuna speranza.

Il racconto continua con tre ordini da parte di Gesù che l'evangelista ci presenta in forma diretta, all'imperativo, sono ordini che non si possono discutere.

Il primo è: "Disse Gesù: «Togliete la pietra!»". Ovvero siete voi che dovete togliere la pietra messa sopra che rappresenta la fine definitiva. "Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni»" (Gv11,39).

La fede che prima Marta aveva espressa, aveva detto: "Sì io credo", adesso vacilla di fronte alla realtà. Un conto è credere, un conto è trovarsi di fronte alla realtà. La realtà sembra contraddire quello a cui si crede.

Segue il versetto 40, la chiave per comprendere tutto l'episodio: "Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?»" (Gv11,40).

Nel colloquio che Gesù ha avuto con Marta, Gesù non ha parlato di gloria di Dio, ma ha parlato di vita. L'evangelista unisce questi due termini: la gloria di Dio si manifesta in una vita che è stata capace di superare la morte. Ma tutto questo dipende dalla fede di Marta, se Marta crede vede, se non crede non vede niente.

La resurrezione di Lazzaro può essere vista soltanto con gli occhi della fede da quelli che credono, quelli che non credono non vedono niente(16). Ed è importante quello che Gesù dice: "…se credi, vedrai…".

A Gesù avevano chiesto: "Quale segno tu ci fai perché vediamo e crediamo". Gesù inverte la formulazione, occorre credere per poter vedere. Il segno non conduce l'uomo alla fede, ma al contrario è la fede che produce il segno.

La gente gli diceva "mostraci un segno che noi vediamo e crediamo". Gesù dice: "no, credete e diventerete voi un segno che si può vedere". Da ora in poi la resurrezione di Lazzaro viene condizionata dalla fede della sorella.

"Tolsero dunque la pietra"; di fronte al rimprovero di Gesù la comunità decide di togliere la pietra messa sopra eliminando la frontiera tra i morti e i vivi e si apre alla vita. "Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato…". (Gv11,41).

Ricordate, Marta aveva chiesto a Gesù di chiedere al Padre. Gesù non chiede, ma lo ringrazia. Il verbo ringraziare, che è lo stesso da cui deriva poi il termine eucaristia, in questo vangelo appare soltanto tre volte; secondo la tecnica letteraria dell'epoca, questo dimostra che sono avvenimenti collegati: due volte nell'episodio della condivisione dei pani e la terza nella resurrezione di Lazzaro.

Questo ci fa capire il significato dell'eucaristia: è la condivisione dei pani, cioè il farsi pane per gli altri, quello che permette alle persone di avere una vita capace di superare la morte. L'evangelista collega così strettamente l'eucaristia e la resurrezione, il dono generoso di quello che si è e di quello che si ha, espresso nella condivisione dei pani, comunica una vita capace di superare la morte.

Ecco perché Gesù in altro episodio di questo vangelo aveva detto: "Chi mangia questo pane, vive in eterno" (Gv6,58).

"…Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato» (Gv 11,42). Gesù era stato accusato dalle autorità di farsi uguale a Dio, adesso Gesù dimostra che lui e il Padre sono una cosa sola.

Siamo arrivati al momento culminante della narrazione. "Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!»" (Gv 11,43).

E' il secondo imperativo, già anticipato da Gesù: "Verrà l'ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la mia voce e ne usciranno" (Gv5,28). E' la voce del Dio della vita, che chiama alla vita coloro che sono sprofondati nella morte.

Naturalmente non è che questi stavano lì ad aspettare questa voce del Signore, sono già resuscitati tutti quanti; la comunità, però, non se n'è resa conto. La resurrezione esisteva prima di Gesù,. Gesù ce ne ha fatto prendere coscienza.

Notate la descrizione, Gesù chiama: "Lazzaro vieni fuori". Ma non viene fuori Lazzaro. L'evangelista scrive "Il morto uscì". Avrebbe dovuto scrivere correttamente "Lazzaro uscì". Lazzaro è ormai con il Padre, Lazzaro è già resuscitato, Lazzaro è già nella pienezza dell'amore di Dio.

Quello che deve uscire non è Lazzaro, è il morto. I primi commentatori di questo vangelo, vedendo questa descrizione strana dicevano: "miracolo nel miracolo" perché "Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende…" come faceva questo morto, che era legato, a uscire dal sepolcro, non si sa "…e il viso avvolto da un sudario" (Gv11,43).

Questa maniera di seppellire i morti non era quella in uso tra i Giudei. Il cadavere veniva lavato con aceto, profumato e poi veniva posto un lenzuolo sopra. L'evangelista adopera questa espressione per sottolineare che Lazzaro è legato come un prigioniero, prigioniero della morte.

Sono tanti i salmi che descrivano la morte come una prigionia. Un esempio: "mi stringevano funi di morte, ero preso nei lacci dello sheol (Sal113,3) - lo sheol è il regno dei morti – mi avvolgevano i lacci della morte…".

Per il sudario il riferimento è al profeta Isaia che nel capitolo 25 afferma: "Egli, il Signore strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia, cioè il sudario, di tutti i popoli, eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio, asciugherà le lacrime di ogni volto."

La comunità deve cambiare mentalità e liberarsi di un Lazzaro morto e legato con le funi della morte Abbiamo detto ci sono tre imperativi, il terzo è: "Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare»". Sciogliendo il morto è la comunità che si scioglie dalla paura della morte.

Proviamo ad immaginarci di essere, realmente, di fronte alla tomba della persona cara che ci è morta ultimamente. Per un avvenimento straordinario questa persona resuscita; cosa faremmo? Lo accoglieremo, lo festeggeremo, qualcuno un po' schizzinoso gli darà una lavata. Invece l'ultimo imperativo di Gesù è "…lasciatelo andare" (Gv11,44).

Questa è una contraddizione: ci sono le sorelle disperate che piangono il morto, il morto resuscita, invece di dire: accogliamolo, andiamo incontro, "lasciatelo andare!"

Questo verbo andare, è stato usato da Gesù per indicare il suo cammino verso il Padre, "Dove io vado, voi non potete venire". Gesù dice: "Lasciate andare Lazzaro verso la pienezza del Padre". Gesù non restituisce, come ci si sarebbe aspettato, Lazzaro ai suoi, ma lo lascia libero di andare.

Non è che Lazzaro debba ancora andare dal Padre, c'è già. E' la comunità che deve lasciarlo andare senza trattenerlo come un morto: fintanto che noi piangiamo disperati, per la morte di una persona cara, la teniamo legata, immobilizzata, nelle funi della morte.

Con questo episodio si chiede un cambio di mentalità alla comunità cristiana per passare dalla concezione giudaica della morte a quella cristiana. Ed ecco il finale "Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto…" - chi? Maria o Gesù? L'evangelista è ambiguo, è azione di Gesù ma è anche azione di Maria – "…credettero in lui" (Gv11,45).

Gesù ha mostrato che Lazzaro è vivo, ma è stata la comunità, rappresentata da Maria. che ha sciolto il morto e lo ha lasciato andare, che ha compreso che la qualità di vita comunicata da Gesù supera l'esistenza della morte.

La morte non solo non distrugge l'individuo, ma lo potenzia; la morte è una ri-creazione, una resurrezione, una nuova creazione nella quale la persona viene ricreata completamente da Dio..

 

L'episodio trattato non è di comprensione immediata. Quando nove anni fa, in seminario, per la prima volta mi sono accinto a studiarlo, sono rimasto interdetto; mi ci sono voluti cinque anni per capirlo a livello intellettuale; sì, perché il testo è chiaro, ma prima che ti entri nella mente e nella coscienza, ti devi scrostare tutte le tradizioni che ti trovi dentro e ricostruirne di nuove. Una volta compreso mi è servito immensamente nel momento che è mancata mia moglie.

Se qualcuno si trova sconcertato di fronte a questo episodio e alla sua interpretazione, sappia che è normale: la causa è legata alla lettura dei vangeli in chiave letterale, e quindi "cieca", che veniva effettuata fino a cinquanta anni fa e che ha impregnato la nostra memoria. Ma Cristo è più grande delle tradizioni sbagliate.

 

Note: 1. Cioè non è affatto detto che le nozze di Canaa o la risurrezione di Lazzaro siano fatti realmente accaduti, ma certamente simboleggiano e spiegano il messaggio di Gesù. L'evangelista, per avvertire di questo il lettore, pone delle chiavi di lettura che permettono di comprenderne il significato. Nelle nozze di Canaa, per esempio, la chiave di lettura è la presenza di Maria al banchetto, cosa assolutamente impossibile nella cultura ebraica dove alle donne, compresa la sposa, era vietato essere presenti o soltanto servire nel banchetto nuziale. – 2. L'esegesi che segue è liberamente tratta dalla conferenza di Padre A. Maggi tenuta a Montefano il 4 maggio 2003 presso il Centro Studi Biblici "G. Vannucci". – 3. Betania, in ebraico beth-ani, vuol dire "casa dei poveri". – 4. Lazzaro, in ebraico el-azar, vuol dire "Dio ha aiutato". – 5. Tutte le volte che nei vangeli troviamo l'espressione "il villaggio" significa resistenza alla novità di Gesù. Il villaggio è il luogo condizionato dalla tradizione e quindi resistente alla novità portata da Gesù. – 6. Da notare l'idea che vuole affermare l'evangelista: mentre in questo brano Marta dice "…puzza…", l'effetto della morte è il puzzo, dopo l'insegnamento di Gesù l'effetto della vita è il profumo. – 7. Cioè il discepolo presente sotto la croce, simbolo di tutti i discepoli di Gesù, passati e soprattutto futuri. – 8. Per comprendere questa risposta, bisogna avere chiara la metodica seguita da Giovanni per la costruzione del suo vangelo: questo evangelista struttura tutto il suo vangelo nell'arco di una settimana. Infatti qui siamo al giorno sesto e Il giorno sesto nel libro della Genesi è il giorno della creazione dell'uomo e in Gesù si manifesta la pienezza della creazione dell'individuo. – 9. Prima Lazzaro era stato chiamato amico di Gesù, colui al quale tu vuoi bene. Adesso Gesù dice il nostro amico. L'amicizia è una relazione normale fra i componenti della comunità e tra questi e Gesù. Non c'è una situazione di sudditanza, di soggezione, ma di amicizia. – 10. Il povero Tommaso, ingiustamente passato alla storia come il discepolo incredulo, è quello che nel vangelo dà la più alta professione di fede verso Gesù. E' l'unico che dice a Gesù "mio Signore e mio Dio". Tommaso, nel vangelo di Giovanni, ha un ruolo importante: è nominato per ben sette volte e, secondo la simbologia dei numeri, significa la perfezione. – 11. E' quello che in greco è chiamato Ade e in latino Inferi; quest'ultimo da non confondere con Inferno, che è una costruzione teologica medioevale non presente nel NT. – 12. Con il termine Giudei Giovanni intende generalmente i dirigenti del popolo, ma in questo caso, per la vicinanza a Gerusalemme, indica anche il popolo. – 13. Le comunità cristiane del primo secolo (il Vangelo di Giovanni è stato scritto alla fine del primo secolo) non erano viste come una novità da perseguitare, ma uno dei tanti gruppi religiosi, che in quell'epoca sorgevano come funghi. – 14. Ricordo che questa tradizione era relativamente recente e risaliva a circa due secoli prima della nascita di Gesù. Le prime idee in tal senso sono riportate nel libro di Daniele e, in seguito, nei libri dei Maccabei. I sadducei non accettavano questa tradizione perché non era compresa nella Legge lasciata da Mosè. – 15. Anche al di fuori del NT si parla di morte seconda: S. Francesco, nel suo Cantico delle creature, scrive:

"Laudato si' mi Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente po' skappare:
guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no 'l farrà male."

L'ultimo versetto è poi andato in disuso perché era in contrasto con la teologia tommasea che si andava affermando in quel periodo. - 16. Situazione analoga a quella di Maria di Magdala che (Gv 20,16) non riesce a vedere Gesù nell'uomo che le parla finchè non sente il richiamo della fede.