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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


domenica 10 luglio 2011

Domenica 17.7.2011 – XVI Domenica del Tempo Ordinario - Mt 13,24-43

 

Espose loro un'altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: «Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?». Ed egli rispose loro: «Un nemico ha fatto questo!». E i servi gli dissero: «Vuoi che andiamo a raccoglierla?». «No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio»».

Espose loro un'altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell'orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».

Disse loro un'altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».

Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: "Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo"

Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell'uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del maligno e il nemico che l'ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!

 

Il capitolo 13 di Matteo(1) è una raccolta di parabole; per scrivere questa raccolta l'evangelista si è servito in gran parte del racconto di Marco, ma ad esso ha aggiunto nuovo materiale ricavato da Q(2), nonché da fonti sue proprie che non ci è dato conoscere. Dopo aver riportato la parabola del seminatore e la rispettiva spiegazione (Mt 13,1-23 e Mc 4,1-15), Matteo si allontana da Marco tralasciando i detti sulla trasmissione dell'insegnamento di Gesù e la parabola del seme che spunta da solo (Mc 4,21-29) e aggiunge di suo la parabola della zizzania.

Poi riprende da Marco la parabola del granello di senape (Mt 13, 31-32 e Mc 4,30-32) e da Q la parabola del lievito (Mt 13,33 e Lc 13,20-21) e infine ripota la conclusione di Marco del discorso (Mt 13,34-35 e Mc 4,33-34).

L'ultima parte del discorso contiene solo materiale proprio a Matteo: spiegazione della parabola della zizzania (vv. 36-43) e le parabole del tesoro nascosto, della perla preziosa e della rete (vv. 44-50), seguite da una seconda conclusione (13,51-52). Il brano in esame riporta quella parte del discorso che va dalla parabola della zizzania alla sua spiegazione.


Anche nella parabola della zizzania, come in quella del seminatore, si parla della sorte del seme. Mentre in quella del seminatore la buona riuscita del raccolto viene messa a rischio dai terreni non adatti, ora l'ostacolo è la zizzania che un nemico semina in tutto il campo, proprio in mezzo al buon grano.

La zizzania è un'erbaccia le cui radici, nella crescita, si intrecciano con quelle del frumento e quindi non può essere estirpata senza danneggiarlo. Per questo il padrone decide di attendere la mietitura per procedere alla separazione del grano dalla zizzania. Il punto centrale della parabola consiste dunque nel fatto che il buon grano, pur dovendo coesistere con la zizzania, non ne viene condizionato e al momento della mietitura può essere raccolto e depositato nel granaio.

L'applicazione al regno di Dio è chiara: il regno stava attuandosi mediante la predicazione di Gesù, ma non tutti accoglievano il suo messaggio; una parte degli ascoltatori si induriva e rifiutava di convertirsi. Per coloro che seguivano la parola c'era dunque la tentazione di separarsi e di formare un gruppo chiuso, una comunità di puri, come facevano per esempio i farisei e gli esseni di Qumran. Gesù invece esige che i suoi discepoli vivano insieme a coloro che hanno scelto un altro modo di vivere, condividendo i momenti ordinari della vita.

Probabilmente anche all'interno del gruppo di Gesù coesistevano persone ben intenzionate e altre ancora incerte e legate a interessi diversi da quelli del regno: la presenza tra essi di Giuda(3) ne sarà il segno più evidente.

Gesù voleva dire con questa parabola che nessuno sarà mai in grado di vanificare l'opera di Dio in questo mondo.

Le altre due parabole sono gemelle: la prima si trova anche in Marco 4,30-32 mentre la seconda è riportata solo da Luca che l'abbina anch'egli con la precedente, pur situandole ambedue in un contesto diverso (Lc 13,18-19.20-21): ciò significa che esse si trovavano già unite nella fonte Q.

Esse propongono lo stesso messaggio e seguono lo stesso schema. Ambedue iniziano con questa espressione: «Il regno dei cieli è simile...».

Il punto focale di entrambe è dato dal contrasto tra un inizio modesto e un finale sorprendente e grandioso. Tra esse la diversità più significativa consiste nel fatto che la prima si riferisce al lavoro dell'uomo, la seconda a quello della donna; Gesù equipara così i due lavori mettendo la donna alla stessa altezza dell'uomo nella costruzione del regno.

Nella parabola del grano di senape Matteo combina la tradizione Q con quella di Marco. È questo un caso di sovrapposizione delle due fonti. L'accento della parabola  non cade tanto sulla crescita o sullo sviluppo progressivo del piccolo seme, ma sulla sproporzione tra la causa e l'effetto, tra l'inizio e la fine. Il contrasto tra la piccolezza del granello di senape e la grandezza dell'arbusto che ne deriva viene esagerato intenzionalmente per sottolineare l'importanza dell'inizio, la cui vitalità garantisce il sorprendente effetto finale.

Il seme si riferisce alla predicazione e all'attività pubblica di Gesù, che sembravano infruttuose. Egli invita gli uditori ad aver fiducia nella sua opera, nonostante la sua apparente insignificanza e inefficacia, perché in essa è già presente e operante il regno di Dio.

Il dettaglio degli uccelli che si rifugiano nei rami del grande albero significa che la totalità dei popoli un giorno entrerà a far parte del regno di Dio (cfr. Ez 17,23; 31,6; Dn 4,9.18).

Si allude così al pellegrinaggio delle genti verso la Città Santa, predetto dai profeti (cfr. Mt 8,11-12). L'entusiastica adesione al vangelo di numerosi gentili costituiva certamente già per i primi cristiani un segno del dinamismo spirituale del vangelo e una manifestazione della volontà di Dio nel mondo, annunciata da Gesù. Lo scopo della parabola è quello di infondere fiducia in coloro che patiscono scandalo per la lentezza con cui il regno di Dio si manifesta.

Anche nella parabola del lievito il punto saliente consiste nel contrasto tra la situazione iniziale della farina, nella quale una donna nasconde la sera un po' di lievito, e l'enorme quantità di pasta lievitata che si ritrova il mattino seguente. Questo racconto presuppone come note le usanze domestiche del tempo di Gesù: le donne preparavano il pane in casa; uno staio di farina corrispondeva a 13,13 litri, la donna della parabola quindi ne ha impastata una quantità notevole, sufficiente per una cinquantina di forme di pane.

Nella Bibbia il lievito di solito simboleggia una forza corruttrice, la malvagità dei cuori (cfr. Mt16,6.12; 1Cor 5,6.8). Qui Gesù se ne serve invece per esprimere la forza trasformatrice del vangelo. Il paragone serve ad illustrare la sproporzione tra la fase iniziale piuttosto meschina e impercettibile del regno, che corrisponde al periodo della predicazione di Gesù, e quella finale nel suo compimento escatologico(4).

Gesù rassicura così i discepoli scoraggiati, mostrando loro che Dio è all'opera: anche se la sua attività appariva insignificante alla maggioranza della gente, con essa Dio avrebbe trasformato il mondo, non però in modo spettacolare e improvviso, come si farneticava nei circoli apocalittici giudaici, ma in maniera lenta e misteriosa. È proprio la natura nascosta ma efficace del regno che viene messa particolarmente a fuoco nella parabola del lievito.

Matteo a questo punto riprende Marco, lo modifica e amplifica in base alla sua sensibilità e alla sua cultura semitica(5).

Infatti nel testo parallelo di Mc 4,33-34 si intrecciano due punti di vista diversi e contrastanti: Gesù si serve delle parabole per parlare in modo comprensibile(6) alla gente, ma in privato si dilunga in spiegazioni ai discepoli; da una parte la parabola è un mezzo per farsi capire, dall'altra nasconde alla folla ciò che poi viene spiegato in privato ai discepoli.

Matteo invece unifica i vv. 33-34a di Marco, sostituendo il v. 34b con un riferimento alle scritture: Gesù parlava alla folla solo in parabole, affinché si adempisse ciò che fu detto dal profeta: «Aprirò la mia bocca in parabole, proferirò cose nascoste dalla fondazione del mondo». Non si tratta di un testo profetico, ma del Sal 78,2; in esso il salmista si propone di aprire la sua bocca in enigmi (mashal, in greco parabole), in realtà egli intende narrare la storia dell'Esodo, che secondo lui è costituita da eventi prodigiosi che sono al tempo stesso misteriosi, poiché il loro significato è comprensibile solo in un contesto di fede. Matteo gioca sul significato bivalente del termine mashal (enigma, parabola) per dimostrare, Scrittura alla mano, che, contrariamente a quanto afferma Marco nel v. 34b, la parabola era il modo ordinario secondo cui, per volontà divina, doveva avvenire la predicazione del Regno.

Dopo la prima conclusione, ha inizio una nuova sezione del discorso, riservata ai discepoli. In essa si percepisce fortemente l'impronta redazionale di Matteo e della sua comunità.

Gesù rientra nella casa, sua dimora abituale a Cafarnao (probabilmente la casa di Pietro), dalla quale era uscito (cfr. Mt 13,1), e i discepoli si accostano a lui. Dietro richiesta dei discepoli, Gesù spiega loro la parabola della zizzania.

Il seminatore è il Figlio dell'uomo, la celebre figura di Daniele (Dn 7,13-14), cui viene attribuita la funzione di giudice finale(7). Il campo designa il mondo: emerge così la prospettiva universalistica dell'annunzio, anche se Gesù fu costretto a limitare il suo ministero alle pecore perdute d'Israele.

Il buon seme sono i figli del regno, cioè tutti coloro che hanno corrisposto alla chiamata divina. La zizzania simboleggia i figli del malvagio, cioè tutti gli operatori d'iniquità; il nemico che l'ha seminata è il diavolo(8).

Con un linguaggio impressionante per le forti tinte apocalittiche, si fa riferimento al giudizio finale: conformemente al linguaggio apocalittico(9) esso sarà attuato dal Figlio dell'uomo con la mediazione degli angeli. Con questo linguaggio si fa riferimento anche ai forni crematori della valle di ben Himmon (la Ghenna), un modo forte per qualificare quelli che non accolgono la Parola: "Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti"

Chi va a Gerusalemme può ancora vedere la Gheenna: a sud della città c'è un burrone orrido, profondo, con molte caverne che, all'epoca dell'AT, era destinato al culto del dio Moloch. Moloch era un dio di origine fenicia che assicurava i buoni risultati alle imprese ed alle grandi azioni dell'uomo, purché questi, in cambio, avesse bruciato vivo un figlio, possibilmente maschio e primogenito, per questo Gesù parla di pianto e stridore di denti riferendosi ai bambini che urlavano e piangevano di paura di fronte all'orrida fine che stavano per fare.

In questa valle c'erano infatti dei forni crematori, ancora oggi in parte visibili, dove venivano sacrificati i bambini. I bambini, a quel tempo, non godevano della attenzione che c'è nella nostra cultura(10), quindi era una consuetudine abbastanza normale, che quando un uomo doveva concludere un affare importante, doveva intraprendere una impresa, doveva iniziare un viaggio all'estero, prendeva uno di questi bambini, andava nella valle e lo gettava nel forno crematorio offrendolo al dio Moloch(11).

I sacerdoti ed i profeti, naturalmente, erano contro questo culto. Ci fu un re, Giosia(12), come si legge nel Secondo Libro dei Re, che profanò il «tofet», (tofet significa forno crematorio), perché nessuno vi facesse passare per il fuoco il proprio figlio o la propria figlia in onore a Moloch. Per mettere fine a questo culto, verso il tempo di Gesù, si provvide a far divenire questo luogo l'immondezzaio di Gerusalemme e quindi si incominciò a gettare i rifiuti della città in questo burrone. In questo modo, per la presenza dei rifiuti, il luogo era diventato impuro, e piano piano il culto al dio Moloch smise di essere praticato. All'epoca di Gesù la Gheenna era l'immondezzaio di Gerusalemme.

Gerusalemme era una città di circa 40.000 abitanti, abbastanza popolosa per quell'epoca, che durante le principali tre feste annuali triplicava i suoi abitanti e i rifiuti di centomila abitanti sono abbastanza consistenti; attraverso una porta che ancora esiste ed è chiamata «porta del letame», i carri portavano le immondizie e le gettavano giù nella valle della Gheenna. In questa valle, luogo maleodorante come tutti gli immondezzai, c'era un fuoco che ardeva giorno e notte, perché bisognava incenerire i rifiuti: ecco il "fuoco inestinguibile". (Mc 9,43).

Ebbene Gesù prende questa immagine della valle come immagine della distruzione totale di un individuo che rifiuta sistematicamente ogni apertura all'amore, ogni accoglienza della Parola.

È evidente il cambiamento di prospettiva rispetto alla parabola: l'accento non è più posto sul tempo dell'annuncio del regno, durante il quale buoni e cattivi devono necessariamente convivere, ma sul giudizio finale da parte del Figlio dell'uomo. E' un modo di parlare che si trova spesso in Matteo e che poco ha da spartire con il pensiero di Gesù riportato negli altri vangeli, in particolare in Giovanni.

Bisogna però accettare che Matteo parli in questi termini perché il suo pubblico era costituito da ebrei convertiti, ancora legati alla tradizione farisaica che non accettava completamente un Dio che ama gli uomini al di la di qualunque merito o colpa.

 

Note: 1. Quanto segue è liberamente tratto da un articolo di Padre Alessandro Sacchi. – 2. La fonte Q o documento Q è un'ipotetica "fonte" (in tedesco Quelle, da cui Q) che si suppone sia stata utilizzata nella composizione dei vangeli sinottici. Per spiegazioni più complete vedi quanto riportato in nota alla esegesi del vangelo di domenica 3 luglio 2011. - 3. Quello di Giuda fu un tradimento? Secondo il Vangelo di Giovanni fu tradimento causato dall'ingordigia verso il denaro; Giovanni tratta Giuda con un'acredine che fa pensare ad una vecchia ruggine tra i due. Oggi si pensa che Giuda fosse profondamente deluso del comportamento di Gesù: Giuda, infatti, era uno zelota (iscariota = portatore di pugnale) e si era unito al gruppo pensando, come molti dei dodici del resto, ad una rivoluzione contro i romani guidata da Gesù. Nel Vangelo di Giuda, apocrifo presumibilmente del IV secolo, si segue un'altra ipotesi, che sia stato lo stesso Gesù a chiedere a Giuda di fingere di tradirlo per favorire la sua cattura senza spargimento di sangue. – 4. Ovvero dei momenti ultimi, intendendo con questo il destino di ciascun uomo. Secondo la concezione ebraica, si intende anche il momento del giudizio finale dei gentili. – 5. Secondo molti specialisti, Matteo era uno scriba convertito ed il versetto di seguito riportato sembra essere la sua firma: Mt 13,52: "Ed egli disse loro: - Per questo ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile ad un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche -" - 6. Ricordo, come già ho detto in altre occasioni, che il popolo orientale, e palestinese in particolare, non è culturalmente in grado di comprendere concetti astratti per cui è indispensabile parlare l'oro usando esempi basati sulla vita di tutti i giorni, cioè usando parabole. – 7. Qui risalta la componente culturale ebraica di Matteo che attribuisce a Gesù pensieri escatologici tipici dei Farisei. – 8. Il ruolo del diavolo (= tentatore), lungo tutto il vangelo di Matteo, verrà realizzato e incarnato dai nemici di Gesù, quali i Farisei e gli Scribi, ma soprattutto - ed è la parte più tremenda - all'interno della sua comunità ci saranno alcuni che avranno questa funzione, come Simon Pietro che è stato il tentatore di Gesù. – 9. Lo stile letterario apocalittico è uno strumento tipico della cultura ebraica usato nei momenti di crisi per aiutare i lettori in difficoltà a superare le situazioni negative del momento. – 10. A quel tempo la mortalità infantile era elevatissima, e quindi la vita di un bambino non valeva niente. Il Talmud dice: «è più importante l'unghia del padre che lo stomaco del figlio». – 11. "Hanno edificato alture a Baal per bruciare nel fuoco i loro figli come olocausti a Baal. Questo io non ho comandato, non ne ho mai parlato, non mi è mai venuto in mente. Perciò, ecco, verranno giorni - dice il Signore - nei quali questo luogo non si chiamerà più Tofet e valle di Ben-Hinnòn, ma piuttosto valle della Strage" (Ger 19,5-6) – 12. Giosia (648 a.C.– 609 a.C.) è stato il diciassettesimo re di Giuda e un importante riformatore religioso.Inizio modulo

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lunedì 4 luglio 2011

Domenica 10.7.2011 – XV Domenica del Tempo Ordinario - Mt 13,1-23

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia

Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un'altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c'era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un'altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un'altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. Così si compie per loro la profezia di Isaia che dice:

Udrete, sì, ma non comprenderete,
guarderete, sì, ma non vedrete.
Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,
sono diventati duri di orecchi
e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi,
non ascoltino con gli orecchi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano e io li guarisca!

Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!

Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l'accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».

 

E' ormai diverso tempo che Gesù annunzia il regno di Dio (o dei cieli, secondo la dicituta di Matteo, ebreo(1) fino al midollo): quest'annunzio del regno non è accolto dagli uditori.

Gesù, predicando, ha profondamente deluso le folle perchè Israele non si aspettava il regno di Dio, ma il regno di Israele, due cose totalmente diverse.

Il regno di Israele era il predominio di una nazione sopra gli altri popoli, dominandoli per sfruttarli; Gesù invece è venuto a parlare del regno di Dio, cioè dell'amore che raggiunge ogni individuo indipendentemente dalla sua razza, dalla religione e dalla sua condotta.

Questa sarà la difficoltà che Gesù incontrerà sempre, sia con i suoi discepoli che con la folla.

Per comprendere appieno il problema bisogna leggere la parte iniziale degli Atti degli Apostoli, che fa capire quanto è grande la difficoltà nell'accogliere il messaggio di Gesù se non si cambia mentalità. Gesù resuscitato, constatato che i discepoli non avevano capito niente, fa un corso intensivo di 40 giorni di catechismo parlando di un unico tema. "Parlò loro", scrive l'evangelista, "per 40 giorni del regno di Dio"(2). Al quarantesimo giorno un discepolo domanda: si, d'accordo, tutto bellissimo, ma il regno di Israele, quando?

Gesù ha parlato loro per 40 giorni del regno di Dio, ma loro ancora si aspettano il regno di Israele.

Non solo: Gesù ha proclamato il messaggio del regno e l'effetto quale è stato? Che gli scribi hanno sentenziato che bestemmia.

Attenzione, cerchiamo di non farci confondere dalle nostre esperienze di persone del 2000: quando si afferma che Gesù bestemmia non è soltanto uno scandalizzarsi per una bestemmia, perchè la bestemmia, a quell'epoca, comportava la pena di morte.

A pensarci bene sembra assurdo: il magistero ufficiale della religione giudaica, coloro che dovevano far conoscere al popolo la volontà di Dio, quando ascoltano per la prima volta Dio che parla in Gesù sentenziano che ha bestemmiato.

I farisei, i pii osservanti di tutte le regole della religione, insieme agli erodiani, i partigiani di Erode Antipa, che erano nemici accaniti, hanno deciso di ammazzare Gesù; la sua famiglia, per cercare di proteggerlo, ha tentato di catturare Gesù dicendo che era fuori di testa.

L'unico dato positivo è che le folle, nonostante le autorità avessero detto che era un bestemmiatore, che li guariva in funzione di Belzebù, nonostante la famiglia di Gesù lo consideri un matto, gli vanno dietro: è iniziato l'esodo, è iniziato il cammino di liberazione passando dalla religione alla fede. È in questo contesto che Gesù annunzia questa parabola, che è un po' un sintetizzare la sua vicenda fino a quel momento.

"Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare". A Cafarnao, in Galilea, dove abitava Gesù (nella casa di Pietro3) non c'è il mare, c'è semmai il lago di Tiberiade. Se un evangelista scrive una parola l'unica cosa che possiamo dire è che sicuramente non si è sbagliato, ma ha scelto quella parola per un motivo teologico ben preciso. Il mare, nella simbolica ebraica, indicava il luogo del passaggio dalla schiavitù alla libertà, come il passaggio del Mar Rosso, e soprattutto rappresentava la dimensione che separava Israele dal mondo pagano.

Con la sua predicazione Gesù libera le persone dalla schiavitù della legge e questa libertà si ottiene soltanto avendo il coraggio d'andare verso i pagani, cioè quelli che, secondo gli sribi e i farisei, non meritano nessuna attenzione da parte di Dio.

"Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia". Oramai Gesù ha risvegliato il desiderio di pienezza di vita nelle persone e le autorità possono fare quello che vogliono: non c'è niente da fare, la gente segue Gesù. Gesù invita così le persone: se volete continuare questa liberazione, bisogna prendere la barca ed andare verso il mare, cioè andare verso quelli che sono considerati i peccatori. Ma la gente rimane sulla spiaggia, ci sono ancora della difficoltà: la folla ha sentito questo messaggio di liberazione, ma non riesce ad accettare che la propria liberazione consista proprio nell'andare verso quelle persone che tutta la tradizione religiosa e spirituale ebraica considerava come i maledetti da Dio.

"Egli parlò loro di molte cose con parabole." Gesù insegna usando parabole perché la gente non fa il passo che Gesù aspetta: se la gente fosse salita sulle barche come lui, Gesù non avrebbe parlato in parabole; avrebbe visto che la gente era pronta. La gente, però, di fronte alla scelta di Gesù di situarsi sul mare, rimane a terra: questo discorso ci piace, questo discorso ci convince, ma andare dai pagani no, questo è troppo, troppo difficile da accettare.

"E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono." Quando si leggono queste parabole bisogna situarle nel contesto palestinese, altrimenti sembra che l'agricoltore sia pazzo, che va a buttare il suo seme lungo la strada.

Prima di tutto non si tratta di ciò che noi intendiamo per strada. In Palestina la semina veniva effettuata gettando il seme, dopo di che si arava. La strada era quella che faceva il seminatore, un tratto di terra battuta dove passava; in seguito anche quel pezzetto di strada sarebbe stato arato. Ma non fa a tempo ad arare: arrivarono gli uccelli che mangiano tutti i semi.

"Un'altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c'era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò." Qui il seme ha messo radici, però ha trovato il terreno poco profondo e quando spunta il sole, (il sole è un fattore di vita per le piante, una pianta senza sole non può crescere), anziché causargli una crescita, sviluppare la vita, gli provoca la morte. La causa non è il sole, la responsabilità è della pianta che non ha avuto le radici sufficienti a raccogliere umidità.

"Un'altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono." Qui il terreno è buono, il seme mette le radici, cresce ma, insieme alla pianta crescono anche i rovi e piano piano i rovi soffocano la pianta e la pianta non dà frutto.

"Un'altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti». Questo non significa che un seme ha prodotto trenta, un altro sessanta e un altro cento: in Israele si sapeva che quando si seminava, normalmente veniva fuori una spiga con tredici o, quando andava bene, con quindici chicchi.

Dice Gesù che il prodotto di questo seme è addirittura di trenta, cioè un massimo sbalorditivo. Quello che era un processo straordinario è soltanto il risultato iniziale; poi il trenta non si arresta ma si raddoppia fino a sessanta, addirittura fino a cento. Il numero cento, nella simbolica ebraica, rappresentava la benedizione.

E aggiunge "chi ha orecchi, ascolti". Gesù ci invita ad una particolare attenzione a questa parabola perché riguarda la comprensione di tutte le altre parabole.

"Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato." I discepoli brontolano, non vorrebbero che Gesù parlasse in parabole, o meglio, questo loro desiderio nasconde la non accettazione del significato della parabola che è chiaro. Infatti Gesù afferma che ai discepoli è stato spiegato tutto quello che riguarda il regno di Dio: non ci sono segreti che Gesù comunica solo ad alcune persone. Gesù fin dal primo momento ha detto: convertitevi, cioè cambiate atteggiamento perché è giunto il regno di Dio.

Qui bisogna fare una parentesi importante: la parola "mistero" nel suo significato originale (proviene dal greco) non significa assolutamente "cosa nascosta e inconoscibile" come siamo abituati a considerarla, al contrario, significa "cosa talmente chiara da essere un simbolo" (in latino sacramentum, in italiano sacramento); per cui se un sacerdote o chi per lui, ad una richiesta di spiegazione su una qualche verità di fede, vi risponderà "E' un mistero", mandatelo a quel paese: o non ha capito nulla, o non ha voglia di spiegarlo.

"Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono." Brano ostico da tradurre e la traduzione CEI riportata non è certamente la migliore e travisa le parole di Gesù. Per comprenderlo, sostituite al verbo "avere" il verbo "produrre" (produrre frutto, cioè fare il bene degli altri) ed otterrete: ""Infatti a colui che ha prodotto, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a colui che non ha prodotto, sarà tolto anche quel poco che può aver prodotto".

In pratica Gesù dice: se non hanno capito cosa vuole dire convertirsi(4), non vale la pena di sprecare tempo con loro, non si impegneranno a capire quello che dico perché in realtà non vogliono capire. Per questo Gesù completa il discorso citando la profezia(5) di Isaia (Is 6,9-10) che si adatta benissimo al concetto espresso da Gesù.

"Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!". Questa parabola è presente anche in Marco e in Luca, ma questa frase è riportata solo da Matteo: ha un tipico sapore semitico ed è evidentemente diretta a beneficio dei lettori della sua chiesa che vi si possono identificare.

"Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore."

Questa parabola è importante per la comprensione di tutte le altre parabole riportate nel vangelo. La venuta del regno di Dio non sarà un avvenimento straordinario, prodigioso, per un intervento del Signore, ma la venuta del regno di Dio ha bisogno della conversione, del cambiamento della persona, della trasformazione che il suo insegnamento opererà in ogni persona.

Ecco quindi Gesù stesso che spiega questa parabola. Non è detto che il seminatore sia Gesù, non è detto che sia Dio, ma il seminatore semina la parola. Chiunque porge, chiunque trasmette la parola del Signore, costui è il seminatore.

Questa parola, che è stata rappresentata da un seme, cade su quattro terreni. Su tre il fallimento è totale, su uno però c'è un successo pieno ed abbondante che ripaga il contadino delle perdite subite.

Gesù mette così sull'avviso la comunità cristiana: attenzione, voi andrete a trasmettere questo messaggio, ma non fatevi illusioni. Soltanto su una piccola parte dell'uditorio questa parola metterà radice e fruttificherà; sugli altri il fiasco sarà completo.

Vediamo questi quattro terreni che non significano necessariamente quattro categorie di persone, ma sono quattro atteggiamenti che possono convivere benissimo in ognuno di noi, in ogni credente.

"Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada… "

L'azione degli uccelli che prendono il seme e gli impediscono di attecchire nel terreno è attribuita da Gesù a "il maligno". Questo personaggio, come il satana nel Vangelo di Marco, è l'immagine del potere, è l'immagine del dominio, mentre tutta l'immagine del messaggio di Gesù è orientato ad un Dio al servizio degli uomini.

Il potere è esercitato dagli scribi, dai farisei, dagli erodiani, desiderato dai discepoli e ombrello di sicurezza per la gente. Quello che sta dicendo Gesù è serio, è severo e, credo, sempre attuale.

La parola di Dio, questa parola che permette alle persone di sviluppare tutte le loro energie e di crescere, realizzando già in questa esistenza la pienezza del loro essere è incompatibile con ogni forma di potere; quindi chi gravita nell'ambito del potere è completamente refrattario al messaggio di Gesù.

Il potere significa il dominio su una persona basato sulla paura, sulla ricompensa o sul ricatto. Sono queste le armi che adopera il potere per dominare le persone. Quindi tutti coloro che esercitano la funzione di potere, di dominio sull'altro, anche in campo religioso, sono completamente refrattari al messaggio di Gesù, perché è un messaggio che va contro i loro interessi.

Il potere offre sicurezza, la sicurezza di non dover pensare, di non essere responsabili delle proprie azioni. Persone che rinunciano a pensare con la propria testa, ma ragionano con la testa di chi li comanda, il superiore o qualunque persona sia sopra loro, costoro vedono il messaggio di Gesù come un attentato alla propria sicurezza e quindi non desiderano la libertà: questa è la figura del "maligno o satana" nei Vangeli.

"Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l'accoglie subito con gioia…" Qui la situazione sembra positiva perché sentono il messaggio e rispondono con gioia: è quello che aspettavamo, è quello che desideravamo.

"…ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno." Gesù dice che la sua parola e l'uomo sono chiamati a fondersi e a diventare una sola cosa. L'uomo ha bisogno della parola per realizzarsi; la parola ha bisogno dell'uomo per manifestarsi.

Se questo messaggio non mette radici nella persona, se cioè non diventa "la persona", ma rimane un codice di comportamento esterno all'uomo, allora si deve accendere una lampadina di allarme.

Lo possiamo verificare nel nostro comportamento di ogni giorno. Se per amare una persona ci dobbiamo rifare all'insegnamento di Gesù, se per perdonare dobbiamo farci forza perché Gesù ha detto che dobbiamo perdonare, attenti, significa che questo messaggio non ci ha convinto, che questo messaggio non è entrato dentro di noi e rimane un codice esterno di comportamento, usato si, ma abbandonato non appena arriva il momento della difficoltà.

Alcuni esempi; ci sono delle persone che "amano" gli altri e poi hanno il coraggio di dire: lo faccio per carità cristiana. Ovvero, se fosse per me lo lascerei schiattare, ma lo faccio per carità cristiana.

Oppure: lo faccio per amore del Signore: se fosse per me invece, capirai…Ti perdono perché il Signore dice che ci dobbiamo perdonare… Ti servo perché? Perché in te vedo Gesù.

Sono tutte espressioni che denotano che il messaggio di Gesù non è entrato dentro la persona, non l'ha modificata fino a diventare parte integrante della persona. Non si ama e non si perdona, non si serve perché Gesù l'ha detto, ma si ama, si perdona e si serve perché il messaggio di Gesù è diventato talmente connaturato che queste espressioni di vita sono indispensabili per un'esistenza felice.

"Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto." E' la categoria più tragica, perché qui il terreno è buono (nel primo non ha fatto in tempo a seminarlo che è andato via, nel secondo c'era la roccia) e quindi il seme ha tutte le possibilità di marcire, di sviluppare, di avere un'esplosione di vita, ma la seduzione della ricchezza e le preoccupazioni soffocano la Parola. E' una categoria nella quale ci possiamo ritrovare un po' tutti. Chi non si è trovato in preoccupazioni economiche: la preoccupazione economica fa vedere nel denaro, nella ricchezza, la soluzione. Se avessi più soldi, se avessi uno stipendio più grande potrei realizzare questi sogni che ho, potrei uscire da questa preoccupazione.

E' un circolo vizioso ed è il fallimento totale della persona. E' una tragedia, è un disastro totale: per Gesù il criterio di valore della persona, il criterio di crescita della persona consiste nella generosità, non ce ne sono altri. Gesù non dice: pregate tanto così crescerete e maturerete, fate una vita particolarmente spirituale; niente di tutto questo, Gesù indica un atteggiamento che tutti possono avere, indipendentemente dalla salute, dalla cultura, dal sesso: la generosità, perché tutti possono essere generosi.

"Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno".

L'uomo che ha accolto questo messaggio di Gesù ed è riuscito a superare le difficoltà rappresentate dal potere, rappresentate dall'incostanza, rappresentate dai rovi, è un uomo chiamato a sviluppare tutte le sue capacità e a realizzarsi pienamente fino a diventare una benedizione per gli altri. E' questo il compito a cui chiama Gesù coloro che lo vogliono seguire: essere ognuno una benedizione per quanti incontreranno.

Questa parabola termina quindi in maniera positiva e la sicurezza che ci viene da questo messaggio è che l'accoglienza della parola di Gesù non solo non diminuisce l'uomo, ma lo potenzia, lo fa crescere.

Note: 1. Ricordo che nessun ebreo pronuncia il nome di Dio perché ha paura di nominarlo a sproposito. Per cui Matteo, ebreo, chiama regno dei cieli quello che Gesù chiamava regno di Dio. – 2. At 1,3.6: "Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio. Così venutisi a trovare insieme gli domandarono «Signore, è questo il tempo in cui ricostruirai il regno di Israele?» - 3. I ruderi della casa di Pietro sono ancor oggi visibili recandosi in visita nella vecchia Cafannao romana e la loro attribuzione a Pietro (ovvero che quella sia realmente la casa di Pietro) oggi si ritiene abbia una probabilità superiore all'80%. Se non è la certezza, poco ci manca. – 4. Ricordo che "convertirsi" non vuol dire "credere", ma cambiare il proprio modo di pensare passando da un pensiero incentrato su noi stessi ad un pensiero incentrato sul bene per gli altri anche a scapito del nostro. – 5. E' da tenere presente che "profezia" non vuol dire indovinare il futuro, ma "parlare in nome di Dio". Isaia non sta predicendo quello che accadrà, sta semplicemente costatando un comportamento sbagliato e le sue conseguenze.

lunedì 27 giugno 2011

Domenica 3 luglio 2011 – XIV Domenica tempo Ordinario

Mt 11,25-30

In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Matteo(1), dopo il secondo dei grandi discorsi di Gesù, nel quale è affrontato il tema della missione (c.10), e prima del discorso parabolico (c.13), raccoglie in due capitoli (cc.11-12) una serie piuttosto eterogenea di brani ricavati dal Vangelo di Marco e dalla fonte Q(2), il cui filo conduttore è, da una parte, la crescente ostilità contro Gesù sviluppata dagli scribi e dai farisei, e dall’altra l’atteggiamento positivo di fede dei discepoli, che accolgono la sua parola e lo seguono con un’adesione sempre più profonda.

Le folle, in questa sezione, stanno sullo sfondo: si entusiasmano per i segni che Gesù compie, ma sono incapaci di cogliere il senso della sua attività.

La sezione si apre con l’intervista fatta a Gesù da parte di due discepoli di Giovanni il Battista a cui fa seguito un giudizio di Gesù sullo stesso Giovanni (Mt 11,1-15); viene poi riportato un rimprovero (non proprio un’invettiva, ma quasi) contro la presente generazione e le città del lago (Mt 11,16-24).

A questo punto si situa il brano in esame. Ad esso fa seguito una serie di controversie con i farisei su temi connessi più o meno direttamente con la legge (Mt 12,1-45). Conclude la raccolta il brano sui veri parenti di Gesù (Mt 12,46-50).

Il brano in esame si compone di tre strofe: la lode di Gesù al Padre, la conoscenza reciproca tra il Padre e il Figlio e l’invito di Gesù a prendere il suo giogo. Le prime due si trovano anche in Luca, che le riporta subito dopo il ritorno dei settantadue discepoli dalla missione (Lc 10,21-22 = fonte Q), mentre la terza appartiene al materiale che Matteo ha reperito in esclusiva. È probabile che si tratti di tre detti originariamente indipendenti, poi collegati tra di loro in sede redazionale.

Gesù si rivolge a Dio con queste parole: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra»(3). L’espressione «ti rendo lode» (in greco exomologoumai) esprime un ringraziamento, congiunto a una professione di fede, che ha per oggetto il suo piano salvifico (cfr. Tb 8,15-17).

Nei confronti di Dio Gesù usa l’appellativo di «Padre». Probabilmente questo termine è la traduzione dell’aramaico «abbà» (papà) con il quale i bambini si riferivano al loro genitore (cfr. Mc 14,36): esso manifesta quindi l’intimità filiale di Gesù con Dio. Oltre che Padre, Dio è il Signore del cielo e della terra: questo appellativo mette in luce il ruolo svolto da Dio nella creazione, che fa di lui il sovrano universale. In forza di questa sua prerogativa, Dio è l’unico che conosce i destini ultimi del mondo.

E’ poi data la motivazione di questa lode: «... perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.» (v. 25b). «Queste cose» probabilmente sono “i misteri del regno dei cieli” (cfr. Mt 13,11), che corrispondono al progetto salvifico di Dio, manifestato e attuato da Gesù per mezzo della parola e dell’azione.

La frase si ispira alla letteratura sapienziale, nel cui ambito si era sviluppata l’idea secondo cui la sapienza di Dio è nascosta ai sapienti di questo mondo (cfr. Gb 28,12-13.21; Bar 3,31), ma è inviata da Dio al suo popolo, dove prende dimora sotto le spoglie della legge mosaica (cfr. Pr 8,32-36; Sir 24,8.22).

Gesù si rifà a questa concezione presentando se stesso, e non la legge mosaica, come piena manifestazione della sapienza divina. Questa è preclusa a coloro che ritengono di sapere mentre è disponibile a coloro che, consapevoli dei propri limiti, si aprono spontaneamente ad essa. I piccoli (letteralmente gli ”infanti”) sono dunque in primo luogo i discepoli, e poi tutti coloro che erano disprezzati dai farisei e considerati lontani da Dio, perché non conoscevano e non praticavano la legge (cfr. Mt 9,12-13). I “dotti” sono invece i farisei e gli scribi che si consideravano come gli unici interpreti ufficiali della legge e quindi come i supremi conoscitori dei misteri di Dio.

Questa strofa termina con una nuova lode di Gesù nei confronti del Padre: « Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza», letteralmente «beneplacito» (in greco eudokia); questa è la volontà salvifica di Dio, cioè la sua decisione di salvare l’umanità, che solo i piccoli e gli umili riescono a comprendere.

Nella seconda strofa viene esplicitato quanto era sottinteso nella prima, e cioè il ruolo del Figlio nella rivelazione dei misteri divini. Tutto è stato consegnato a lui dal Padre, e nessuno conosce il Figlio se non il Padre né alcuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare (v. 27). L’affermazione iniziale secondo cui tutto è stato «consegnato» a Gesù richiama il detto postpasquale: «A me è stato dato ogni potere» (Mt 28,18), con la differenza che qui non si tratta di un potere, ma di una conoscenza. Tale conoscenza è analoga a quella di Mosè che secondo i rabbini aveva ricevuto sul monte Sinai tutta la Legge, cioè la Torah sia scritta sia orale. Ma nel caso di Gesù designa un’esperienza profonda del piano salvifico di Dio, frutto di un rapporto personale d’amore con lui. In base al progetto misterioso del Padre questa conoscenza deve essere estesa attraverso il Figlio ai suoi discepoli e a tutti coloro che sono disposti a entrare in comunione con lui.

La terza strofa, l’unica esclusiva di Matteo, è formata da due frasi parallele. Anzitutto Gesù invita tutti coloro che sono stanchi affaticati (in greco pephortismenoi, aggravati da pesi) ad andare da lui, promettendo che egli li farà riposare.

Coloro che sono affaticati, perché piegati sotto un pesante fardello, sono quanti sono oppressi dal peso della legge mosaica, che essi non sono in grado di portare.

Il popolo ebraico era veramente affaticato ed oppresso soprattutto dalle autorità religiose che, come Gesù denuncerà più avanti(4), avevano inasprito la Legge caricandola di un’infinità di precetti a cui risultava ormai impossibile ottemperare e che rendevano durissima la vita alle persone(5).

Gesù usa la parola “giogo” richiamando un’espressione rabbinica del suo tempo, “giogo della legge”, molto frequente e conosciuta, già utilizzata nell’AT. Chi lo ascoltava capiva subito a cosa voleva alludere.

Gesù si definisce “mite e umile di cuore”; anche questo è un richiamo all’AT e anche qui chi lo ascoltava ne comprendeva immediatamente il significato; per noi, dopo 2000 anni, queste parole assumono un significato che è lontano dalle intenzioni di Gesù. Gesù non voleva certo intendere di essere una persona silenziosa e umile, quasi sottomessa che è il significato moderno della parola “mite”. Si pensi al gesto dissacrante di entrare nel tempio fustigando i gestori delle attività commerciali li presenti, per smentire clamorosamente questa definizione.

Nell’AT le persone miti e umili di cuore erano i cosiddetti “poveri”, gli stessi citati nelle beatitudini(6); erano le persone prive di potere, prive, quindi, della capacità di influire sul proprio destino e perciò totalmente nelle mani delle persone potenti. Altrove Gesù li definisce “piccoli” o “bambini” perché nella società ebraica non contavano nulla, esattamente come i minorenni, cioè i bambini al disotto dei dodici anni.

Gesù attribuisce a sé questa definizione, rivendica a sé la qualifica di povero, per indicare la strada da seguire. “Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero” afferma Gesù, la mia strada non porta a leggi e precetti innumerevoli, a divieti e sacrifici, a digiuni e mortificazioni. La strada di Gesù è semplicissima: “amatevi l’un l’altro come io vi ho amato”, cioè fatevi servi l’uno dell’altro ed avrete instaurato il regno di Dio.

Purtroppo queste parole non sempre sono state ascoltate; nel corso dei secoli il cristianesimo ha inglobato le culture di altri popoli fino a stravolgere le parole di Gesù e tornare alla concezione ebraica dei precetti e dei divieti.

Anche Paolo aveva avvertito il pericolo di un ritorno alla religione dei divieti e nella lettera ai Colossesi aveva invitato i convertiti a rifiutare queste imposizioni: “Nessuno dunque vi condanni più in fatto di cibo o di bevanda, o riguardo a feste, a noviluni e a sabati: tutte cose queste che sono ombra delle future; ma la realtà invece è Cristo! … Se pertanto siete morti con Cristo agli elementi del mondo, perché lasciarvi imporre, come se viveste ancora nel mondo, dei precetti quali «Non prendere, non gustare, non toccare»? Tutte cose destinate a scomparire con l’uso: sono infatti prescrizioni e insegnamenti di uomini! Queste cose hanno una parvenza di sapienza, con la loro affettata religiosità e umiltà e austerità riguardo al corpo, ma in realtà non servono che per soddisfare la carne”.

S. Agostino riprenderà questi concetti affermando: “Ama e vivi come vuoi”. L’amore prima di tutto; il bene dei fratelli come unico obbiettivo della nostra vita e tutto il resto perde senso, perde significato. L’amore di Dio non deve essere meritato con osservanze di digiuni e mortificazioni, l’amore di Dio arriva sempre su di noi, qualunque cosa facciamo; dobbiamo solo accettarlo e riversarlo sugli altri e con questo avremo adempiuto all’unico comandamento di Cristo.

Il brano si avvicina notevolmente al linguaggio della scuola giovannea, in cui affermazioni analoghe sono frequenti, ma non dipende da essa. Il suo modello di riferimento è piuttosto la tradizione giudaica, che da una parte aveva esaltato la figura di Mosè, sottolineando la sua intimità con Dio a partire da alcuni testi biblici (Es 33,12-13; Nm 12,8; Dt 34,10) e dall’altra aveva personificato la sapienza, presentandola come la suprema manifestazione di Dio all’umanità. Con questo testo attinto da Q, Matteo intende esortare i suoi lettori a mettersi al la scuola di Gesù che, con la sua vita e il suo insegnamento, ha portato a compimento le Scritture.

Note: 1. L’esegesi qui riportata è liberamente tratta da un’articolo redatto da Padre Alessandro Sacchi su Nicodemo.net. – 2. La fonte Q o documento Q è un'ipotetica "fonte" (in tedesco Quelle, da cui Q) che si suppone sia stata utilizzata nella composizione dei vangeli sinottici. Q conterrebbe una raccolta di detti di Gesù, forse trasmessa per via orale, ma che a un certo punto dovrebbe essere stata posta per iscritto. Questa conclusione è basata sul fatto che il materiale di Q è presente in Matteo e in Luca nello stesso ordine, una volta che si tenga conto dell'abitudine dell'autore di Matteo di riunire il materiale per argomenti, caratteristica che punta alla presenza di una fonte scritta. Molti detti di Q implicano un ambiente culturale e geografico corrispondente a quello palestinese e un punto di vista anti-farisaico: coloro che tramandano la tradizione associata a Q si ritengono rispettosi della Legge e proclamano il giudizio contro città palestinesi (Corazin, Betsaida e Cafarnao) sia all'inizio che alla fine di Q. La teologia di Q sembra dunque indirizzata primariamente ad Israele, e per questo motivo alcuni studiosi ritengono che Q sia stato composto in Palestina, probabilmente nella zona settentrionale. Altri studiosi, pur notando una predilezione per l'ambiente della Galilea, sono più cauti nel localizzare la zona di composizione di Q con quelle terre, facendo notare come molti temi di Q possono aver avuto origine altrove nel mondo dell'ebraismo ellenizzato; del resto la fonte Q sarebbe stata utilizzata per la composizione di due vangeli scritti in lingua greca in Chiese fuori dalla Palestina. La fonte Q presenta alcuni detti contro Gerusalemme e contro il Tempio che, a differenza di altre "profezie" contenute nei vangeli, non presuppongono alcun intervento militare; per tale motivo Q viene datato a prima dell'anno 70 d.C., in cui i Romani assediarono Gerusalemme e distrussero il Tempio. Sebbene una datazione più precisa sia difficile, vi sono alcuni indizi che suggeriscono una data tra il 40 e il 50. Q nacque in un ambiente che comprendeva sia predicatori erranti del movimento di Gesù che lo sviluppo di congregazioni locali, dunque un ambiente esistente a ridosso degli inizi del movimento, addirittura prima della Pasqua. La fonte dei detti di Q presuppone una persecuzione degli ebrei palestinesi nei riguardi dei gruppi appena fondati; Paolo di Tarso parla di una persecuzione dei cristiani giudei come già avvenuta in 1Tessalonicesi lettera datata al 50, mentre l'esecuzione del capo della Chiesa di Gerusalemme, Giacomo il Giusto, da parte del re giudeo Erode Agrippa I avvenne intorno al 44. Infine Q presenta i gentili in buona luce, ad indicare che la predicazione presso di loro era probabilmente già iniziata, cosa che avvenne proprio tra il 40 e il 50. – 3. Il grido di giubilo è un inno stupendo di lode, rivolto da Gesù al Padre, perché gli ha accordato la possibilità di diffondere, mediante la sua predicazione, la rivelazione del regno tra i piccoli. – 4. Mt 23, 4: “Legano pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito”. – 5. La situazione in allora non sembra molto diversa da quella attuale: anche la Chiesa cattolica ha aggiunto, rifacendosi alla tradizione e non ai vangeli, precetti e precetti sopra quell’unico comandamento lasciato da Gesù e, in pratica, soffocandolo. La differenza sostanziale è nella reazione del popolo che, in luogo della disperazione dei fratelli ebrei, ha innalzato il velo dell’indifferenza e del rifiuto come arma di salvezza personale. Di questo rifiuto, come dice il Concilio Vaticano II, unica colpevole è la Chiesa cattolica (vedi Gaudium e Spes n. 19). – 6. Mt 5,3 e seguenti.