Contenuti del blog

Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


lunedì 31 ottobre 2011

Domenica 6 novembre 2011 - XXXII Domenica Tempo Ordinario

Mt 25,1-13

Allora il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l'olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l'olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: «Ecco lo sposo! Andategli incontro!». Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: «Dateci un po' del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono». Le sagge risposero: «No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene». Ora, mentre quelle andavano a comprare l'olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: «Signore, signore, aprici!». Ma egli rispose: «In verità io vi dico: non vi conosco». Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora.

Matteo, dopo il discorso escatologico (cfr Mt, 24), nel cap. 25 aggiunge tre parabole riguardanti la vigilanza, di cui la prima e l'ultima sono ricavate dal materiale proprio di Matteo. La prima di esse, oggetto di questa spiegazione, è la parabola delle dieci vergini(1).

Questa parabola, racchiusa tra una breve introduzione stereotipata ("Allora il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini…") e una conclusione redazionale ("Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora"), si articola in tre scene: i preparativi in attesa della venuta dello sposo che tarda; l'annuncio della venuta dello sposo e imbarazzo delle vergini stolte impreparate; infine l'arrivo dello sposo e l'esclusione delle vergini stolte dalle nozze.

La parabola, che si trova solo in Matteo, contiene alcuni dettagli che trovano riscontro in Luca: i vv. 10-12 trovano un parallelo in Lc 13,25 (cfr anche Mt 7,22-29). Altri punti di corrispondenza si hanno in Lc 12,35-38; come pure Matteo mette in luce l'atteggiamento dei discepoli saggi (cfr. Mt 7,24-27; Mt 24,45-51), contrapponendolo a quello di coloro che sono stolti: i primi ascoltano e mettono in pratica le parole di Gesù, mentre gli altri le ascoltano ma non le osservano nella vita quotidiana.

Comunque è una parabola strana, imbarazzante, e che normalmente mette in crisi i poveri preti che ne devono dare una spiegazione e mette in crisi gli ascoltatori perché è una parabola dove ognuno dei protagonisti fa una pessima figura.

Fa una brutta figura lo sposo che ritarda, e non solo ritarda, ma poi se la prende con le poverette che sono rimaste senza olio e non apre loro nemmeno la porta. Addirittura dice loro: non vi conosco. Fanno una brutta figura le stolte che hanno preso la lampada senza portarsi l'olio e fanno una brutta figura anche le sagge che rifiutano di dare l'olio alle altre. E' una parabola dove sembra che nessuno dei protagonisti si comporti bene.

Ma cerchiamo di entrare nel testo e di vedere quello che l'evangelista, attraverso queste immagini che sono tanto distanti da noi perché si rifanno agli usi matrimoniali del mondo ebraico di 2000 anni fa, intendeva dire.

"Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l'olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l'olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono".

Le usanze nuziali del tempo di Gesù non sono del tutto note; sembra certo, comunque, che alcuni dettagli che sono nella parabola non corrispondano a tali usanze. In particolare non è specificato se la sposa si trovi già nella casa dello sposo(2), che risulta assente e perciò è atteso da un momento all'altro per le nozze. Subito all'inizio le dieci vergini che devono accogliere festosamente lo sposo(3) sono divise in due categorie: alcune sono stolte, altre invece sagge. Ciò che contraddistingue i due gruppi è il fatto che le prime non si procurarono olio sufficiente per le loro lampade, cosa che invece hanno fatto le seconde. Non è chiaro, e gli specialisti non sono ancora concordi, se l'evangelista parli di lucerne, cioè di lampade ad olio che ardevano a lungo, oppure se intenda riferirsi a fiaccole, più luminose, ma che si consumavano presto(4).

Dobbiamo quindi porre subito dei punti fermi: è abbastanza evidente che lo sposo è Gesù. Poi esaminiamo il termine con il quale l'evangelista qualifica le vergini che hanno dimenticato di prendere l'olio. Il traduttore le chiama stolte, la traduzione letterale direbbe matte o pazze, ed è lo stesso termine(5) che l'evangelista, nel capitolo sette, ha adoperato per il matto che, quando deve costruire la casa, la va a costruire in riva ad un lago sopra la sabbia(6). Solo un matto fa una cosa del genere e inoltre senza fare le fondamenta: alla prima fiumana la sabbia viene portata via e la casa crolla(7) In quella occasione Gesù diceva: «Questo matto è chiunque tra di voi ascolta queste parole, gli piace il mio insegnamento, ma poi non si sogna minimamente di metterlo in pratica(8)».

Quindi queste vergini matte rappresentano quei credenti che sono entusiasti del messaggio di Gesù, accolgono il messaggio di Gesù, però non lo praticano. Queste sono anche quelle che, al momento opportuno, si ritrovano a non avere l'olio della lampada: cos'è questo olio talmente importante che permette o meno di entrare a queste nozze con il Signore?

Gesù, sempre in precedenza, aveva detto: «Splenda la vostra luce davanti agli uomini perché vedendo le vostre opere buone diano gloria a Dio(9)». Questo olio, importante per entrare nella comunione con Dio, sono le opere buone; termine che a me non piace perché, oltre che abusato, sa di fioretti(10) lontano un miglio e non è certo questa l'intenzione originale di Gesù.

Le opere buone nei vangeli sono tutte quelle opere fatte a favore degli altri. L'unica cosa che conta nella nostra esistenza, l'unica cosa che poi ci dà la capacità di superare la soglia della morte e di entrare nella pienezza della comunione con Dio, è il bene concreto che si è fatto agli altri. Tutto il resto (preghiere, funzioni, mortificazioni ecc.) non serve assolutamente a niente. Gesù ha sempre affermato che l'unica cosa che conta nella nostra esistenza – l'unica e non ce ne sono altre – non è il tempo che siamo restati nel tempio a recitare i salmi, non sono gli affari che abbiamo fatto, ma l'unica cosa che vale è il bene che concretamente abbiamo fatto agli altri.

"A mezzanotte si alzò un grido: «Ecco lo sposo! Andategli incontro!»…. «Signore, signore, aprici!». Ma egli rispose: «In verità io vi dico: non vi conosco»."

In questa immagine dello sposo che arriva in ritardo c'è tutta l'ansia dell'attesa del ritorno(11) di Gesù espressa dalla comunità di Matteo; il fatto che lo sposo arrivi a mezzanotte, quindi ad un'ora imprevedibile, ne è chiara testimonianza. Di questa imprevedibilità ne fanno le spese le vergini stolte: le sagge entrano con lo sposo perché portano il loro fardello di opere buone. Alle altre Gesù dice: "in verità non vi conosco" ed è la stessa frase che Gesù ha detto a quei discepoli che lo hanno assicurato dicendo: "nel tuo nome abbiamo profetato, abbiamo scacciato demoni, compiuto prodigi(12)" e Gesù dice: "non vi conosco(13)". Gesù non conosce le persone che usando il suo nome compiono magari cose straordinarie, ma conosce chi compie la volontà del Padre e la volontà del Padre è quella che si realizza mediante il bene che si fa agli altri(14).

La discriminazione tra i due gruppi delle vergini esprime il diverso comportamento che avevano i cristiani della comunità di Matteo in attesa della parusia, uno vigile e operoso, l'altro neghittoso. Questo fa nascere il dubbio che la paternità del racconto sia da attribuire realmente a Gesù.

La sua origine è controversa. Alcuni studiosi l'attribuiscono a Gesù, riconoscendola perfettamente intonata alla sua predicazione, altri alla comunità postpasquale o alla redazione di Matteo. Gli esegeti inoltre discutono se il brano vada classificato tra le parabole oppure se debba considerarsi un'allegoria. Non si possono negare alcuni tratti allegorici, ma dall'introduzione risulta che si tratta di una «parabola del regno».

È interessante l'ipotesi(15) secondo cui alla base vi sarebbe una parabola di Gesù, che poi sarebbe stata rielaborata nel corso della tradizione e infine adattata al presente contesto escatologico da Matteo (accentuandone soprattutto il carattere minaccioso di giudizio, tipico della mentalità ebraica di Matteo), per farne una parabola riguardante la parusia.

Per i primi cristiani il regno di Dio rappresentava una realtà ormai vicina, già operante; di qui la necessità della vigilanza per essere resi partecipi della salvezza finale.

Questo vangelo cosa può dire a noi oggi? Che l'obbiettivo del credente, l'obbiettivo di ogni persona nella propria esistenza, è una cosa che tutti quanti siamo in grado di fare: il bene concretamente fatto agli altri. Questo è il capitale che accumuliamo nella nostra esistenza e che ci permette poi, una volta superata la soglia della morte, di entrare nella vita indistruttibile, quella che chiamiamo vita eterna.

Mi sembra opportuno ora dare qualche indicazione su cosa dovrebbe essere questa vita eterna. Conosciamo tutti quella preghiera che si recita per i defunti: l'eterno riposo, che sembra una specie di condanna all'ergastolo: l'idea di riposare per tutta l'eternità è qualcosa che veramente spaventa(16). Ma attenzione: nel libro dell'Apocalisse, l'autore dice: "beati quelli che muoiono nel Signore, le loro opere li seguono, ed entrano nel riposo del Signore(17)". Si credeva che Dio avesse creato il mondo lavorando sei giorni ed il settimo si era riposato. Entrare nel riposo di Dio non significa cessare qualsiasi attività per l'eternità, ma significa essere associati all'attività creatrice di Dio, attraverso le opere che abbiamo compiuto nel breve arco della nostra esistenza. Quindi tutto il bene che si compie in questa esistenza è il capitale che ci permette poi, una volta entrati nella soglia della vita definitiva, di essere chiamati con Dio, il creatore, a collaborare alla creazione.

Dico questo perché, di conseguenza, cambia anche il rapporto con i nostri cari che sono defunti. Dove sono? Cosa fanno? Continuano con Dio la loro azione creatrice. Ci sono vicini, vivi e vivificanti perché continuano con Dio a creare il mondo.

L'evangelista presenta questo brano del vangelo alla comunità cristiana come un monito di non essere soltanto ascoltatori del messaggio di Gesù (oh quanto è bello il messaggio di Gesù! Oh come gli voglio bene!...), ma soprattutto essere persone che lo mettono in pratica.

Praticare il messaggio di Gesù non è per particolari persone o per dei santi particolari, avere questo olio che mantiene viva la fiammella, è sentirsi responsabili della felicità degli altri. Questo lo possiamo fare tutti. Non vengono richieste doti particolari di intelligenza, condizioni particolari di salute o di censo.

Se c'è questo, quando arriva lo sposo(18), ci sarà posto anche per noi.

 

Note: 1. Il termine vergine nella traduzione greca della Bibbia (traduzione detta dei Settanta, II-III secolo a.C.) e nel testo originale greco dei Vangeli non indica una donna che ha l'imene intatto, ma semplicemente una donna molto giovane. Confrontare a questo proposito il testo di Is 7,14 dove la giovane sposa del re Acaz, pur essendo incinta, è chiamata "vergine". Ricordo inoltre che il celibato sia maschile che femminile costituiva un peccato gravissimo per la morale ebraica ne consegue che, se il termine vergine fosse stato sinonimo di illibata, per una donna ebraica sarebbe stato un insulto imperdonabile. – 2. Secondo ciò che si conosce delle tradizioni ebraiche, la sposa era portata dal padre alla casa dello sposo accompagnata da alcune giovinette che le facevano da contorno ed era accolta dallo sposo, dopo di che la festa di nozze iniziava. – 3. Altra incongruenza con le tradizioni ebraiche: le giovinette accompagnavano la sposa, non lo sposo. – 4. Il particolare non è trascurabile perchè l'uso dell'uno o dell'altro strumento darebbe maggiori indicazioni sulla funzione reale delle giovinette e quindi sul significato della parabola. – 5. E' importante collegare un brano con l'altro per la comprensione dei vangeli. – 6. Mt 7,26: "..è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia". – 7. Mt 7,27: "Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, la sua rovina fu grande". – 8. Mt 7,26: "Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica è simile..". – 9. Mt 5,16: "Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli". – 10. Per chi non ha i capelli bianchi, i fioretti erano quelle piccole privazioni che i bambini dovevano fare per offrirle a Dio come fiori sull'altare. Questa imposizione, oltre ad essere ampiamente blasfema (si suppone che Dio gioisca delle sofferenze, anche se modeste, dei bambini), ha prodotto un numero elevatissimo di atei. – 11. E' abbastanza difficile capire da dove le comunità primitive di ebrei convertiti abbiano ricavato l'idea del ritorno di Gesù, visto che negli altri vangeli l'idea della seconda venuta di Cristo non è presente in maniera esplicita e il versetto Gv 14,3, che, ad una lettura superficiale, sembra annunziarla, può più propriamente essere inteso in modo simbolico. Solo con l'interpretazione di Giustino (quindi posteriore di circa 50 anni a Matteo) si inizia a parlare di "ritorno" di Cristo in modo chiaro. – 12. Mt 7,22: "Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome?". – 13. Mt 7,23: "Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità". – 14. Mt 7,21: "Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli". – 15. Vedi www.nicodemo.net. – 16. Anche se alcune madri e mogli che conosco io, dopo una vita senza un attimo di respiro, ci metterebbero subito la firma. – 17. Ap 14,13: "Poi udii una voce dal cielo che diceva: «Scrivi: Beati d'ora in poi, i morti che muoiono nel Signore. Sì, dice lo Spirito, riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono». – 18. Da notare che Matteo, per rappresentare il regno, non adopera immagini liturgiche, non dice che arriva un sacerdote e fa una bella funzione nel tempio, ma dice che arriva lo sposo nel senso di colui che feconda e comunica la vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




 

lunedì 24 ottobre 2011

Domenica 30 ottobre 2011 - XXXI Domenica Tempo Ordinario

Mt 23,1-12

Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d'onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati «rabbì» dalla gente.

Ma voi non fatevi chiamare «rabbì», perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate «padre» nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare «guide», perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato.

Nei(1) capitoli 21 e 22 Matteo ha raccontato, sulla falsariga di Marco, il ministero pubblico di Gesù a Gerusalemme. Nel capitolo 23, prima del discorso escatologico, riporta invece una raccolta di detti, desunti in gran parte dalla fonte Q(2) (cfr. Lc 11,37-52), che costituiscono una dura requisitoria nei confronti degli scribi(3) e dei farisei, una specie di resa dei conti. La requisitoria si divide in tre parti: prima la condanna della prassi religiosa dei farisei (vv. 1-12) che è riportata nel brano in esame; poi i sette «guai» nei loro confronti (vv. 13-32); ed infine la condanna di Gerusalemme e dei giudei increduli (vv. 33-39). Forse l'evangelista ha voluto contrapporre i sette «guai», coi quali denunzia la falsa religiosità rappresentata dagli scribi e dai farisei, alle sette beatitudini (erano sette nella prima versione, otto nella versione attuale), con cui iniziava il discorso della montagna (Mt 5,1-11).

Per la composizione di questo brano Matteo si è servito di Mc 12,37-39 e di Lc 11,43.46; 20,46 (Q) e per i vv. 2-3.8-10 di materiale proprio.

"Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo…". Gli scribi e i farisei, non figurano tra gli interlocutori; Gesù parla alle folle, ma l'attenzione è diretta ai discepoli che più di tutti sono tentati dalla tradizione. Matteo non parla di un "insegnamento" come fa Marco (Mc 12,38), perché, anche se solo sullo sfondo, ci sono le folle e l'isegnamento è normalmente riservato ai discepoli.

"Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno".

La "cattedra di Mosè" designava, in un tempo successivo a quello dell'evangelista (II–III sec. d.C.), un seggio distinto e ornato nelle sinagoghe, posto di fronte agli altri scranni sul quale potevano sedere soltanto coloro che avevano conseguito il titolo ufficiale di rabbi. Al tempo di Matteo l'espressione aveva forse solo un significato metaforico: i maestri appartenenti al gruppo dei farisei, l'unico sopravvissuto alla catastrofe di Gerusalemme, si erano arrogati il ruolo stesso di Mosè.

Poi Gesù si scaglia con una violenza verbale incredibile contro la casta religiosa che ha impedito al popolo di conoscere l'amore di Dio, di fare esperienza dell'amore di Dio. Infatti hanno convinto i fedeli di essere sempre impuri, di essere sempre nel peccato.

Gesù è violento con la casta religiosa, ma è anche volutamente ironico: "…Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono…".

Infatti Gesù ha già dichiarato che il loro insegnamento non proviene da Dio, ma "insegnano dottrine che sono precetti di uomini" (cfr Mt 15,9), e quindi Gesù non condanna soltanto il comportamento dei capi religiosi, ma rigetta e condanna anche la loro dottrina. Gesù dice che la casta religiosa era riuscita a contrabbandare come volontà di Dio quelle che erano soltanto le sue intenzioni.

Già il profeta Geremia si era scagliato contro costoro "Come potete dire: Noi siamo saggi, la legge del Signore è con noi? A menzogna l'ha ridotta la penna menzognera degli scribi!" (Ger 8,8). La legge, nei vangeli, è sempre uno strumento ad uso e consumo della casta sacerdotale per mantenere ed estendere i propri privilegi e per difendersi. Non c'è una sola volta in cui la legge venga invocata a favore dell‟uomo, ma sempre a favore della casta religiosa(4).

La denuncia che sta facendo Gesù è tremenda: è la casta sacerdotale che ha costruito certe regole per il loro potere, per il loro prestigio, e con l'autorità che ha, approfittando dell'ignoranza del popolo, è riuscita a far credere che le sue dottrine sono la volontà di Dio.

Infatti prosegue: "Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito" (cfr anche Lc 11,46). Gli scribi si erano assunti il compito di interpretare la legge, composta in un tempo più arcaico, caratterizzato da situazioni economiche e sociali diverse, in modo da renderla praticabile ai loro contemporanei. Le loro interpretazioni erano considerate come «legge orale», il cui valore era identico a quello della «legge scritta». Con lo scopo di interpretare la legge, l'avevano appesantita con minuziose prescrizioni, che avevano lo scopo di garantirne l'esatta osservanza. Così facendo essi però «legavano» sulle spalle della gente, dichiarandoli obbligatori, «pesanti fardelli» cioè incombenze difficili da praticare, che essi, con la loro casistica(5) elusiva, sapevano facilmente evitare.

Oltre a imporre agli altri pesanti fardeli, gli scribi e i farisei si comportano con orgoglio e arroganza: "Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange…"; (cfr. Mc 12,38-40; Lc 20,46;11,43).

I filatteri (in aramaico tefillin) sono piccoli astucci contenenti delle frasi bibliche (normalmente Es 13,1-10.11-16; Dt 6,4-9;11,13-21), che durante la preghiera vengono applicati con strisce di cuoio sulla fronte e sul braccio sinistro; in tal modo viene presa alla lettera l'espressione metaforica di Dt 6,8: "Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi".

Le frange (in aramaico zizit) sono quattro fiocchi (nappe o bordi), appesi agli angoli del mantello (cfr. Nm 15,37-41; Dt 22,12), muniti di un cordoncino di porpora color viola, che aveva lo scopo di richiamare alla mente "tutti i comandi del Signore per metterli in pratica" (Nm 15,39).

Gesù non condanna queste pie usanze, probabilmente praticate anche da lui (cfr. Mt 9,20; 14,36), ma condanna l'ostentazione dei farisei, che per fingersi molto religiosi ampliavano in modo esorbitante le dimensioni di quegli oggetti sacri.

Inoltre, per darsi importanza "…si compiacciono dei posti d'onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati «rabbì» dalla gente".

L'appellativo di "rabbi" significava originariamente "[uomo, maestro] grande". Questo titolo verrà usato solo più tardi, dopo la distruzione di Gerusalemme, per designare i dottori della legge che riceveano a tal fine l'imposizione delle mani al termine degli studi.

Così facendo essi andavano contro la volontà di Dio, che chiede alle persone di operare come lui, e non per se stesse, e per questo comanda di tenere nascoste le loro opere buone (cfr. Mt 6,1-18).

Il comportamento degli scribi e dei farisei è stato descritto così dettagliatamente proprio per ricavarne un'istruzione diretta ai membri della comunità cristiana: "Ma voi non fatevi chiamare «rabbì», perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate «padre» nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste." In contrasto con le pretese dei farisei Gesù proibisce ai discepoli di farsi chiamare non solo con il titolo di «rabbi», ma anche con quelli analoghi di «padre» e di «maestro». I motivi riportati sono rispettivamente questi: i discepoli di Gesù sono tutti fratelli e il loro vero Maestro è uno solo, Dio.

Sullo sfondo di questa direttiva si intravede la profezia della nuova alleanza (Ger 31,31-34), in forza della quale negli ultimi tempi Dio avrebbe scritto la sua legge nel cuore del popolo, divenendo così l'unico Maestro di ciascuno.

"E non fatevi chiamare «guide», perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo."

Bisogna assolutamente evitare gli scribi e i farisei, dice Gesù, non bisogna seguirli perchè sono delle "guide cieche" (cfr Mt 23,16) e chi le segue finisce nel disastro. In quell'epoca un titolo ambito da parte delle autorità religiose era quello di essere "guida dei ciechi(6)". Gesù dice: "Guide dei ciechi? Voi siete guide cieche", e chi segue una guida cieca finisce nel disastro.

Gesù ha già avvertito i suoi discepoli di "guardarsi dalla dottrina dei farisei e sadducei" (Mt 16,5-12). Questa dottrina è la dottrina del merito: erano riusciti a convincere il popolo che l'amore di Dio doveva essere meritarlo attraverso le preghiere e sopratutto attraverso le offerte che andavano nel tempio. Ma la grande novità portata da Gesù, che ancora forse a distanza di duemila anni non abbiamo percepito, è che l'amore di Dio non va meritato, l'amore di Dio va accolto, Dio non guarda i meriti degli uomini, Dio guarda i bisogni. Meriti non tutti li possono avere, bisogni li hanno tutti.

Al termine del brano vengono riportate due massime che ricorrono anche in altri contesti: "Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato". La prima massima è riportata anche in Mt 20,26-27, essa contiene un forte richiamo ad abbandonare situazioni di privilegio per mettersi umilmente al servizio dei fratelli, esattamente come ha fatto Gesù nei confronti dell'umanità.

La seconda appare cinque volte nella Bibbia (Ez 21,31; Pr 29,23; Gb 22,29; Is 3,17;10,33; Lc 2,51-52): essa preannunzia che nel giudizio escatologico(7) vi sarà un radicale rovesciamento delle situazioni in cui si trovano le persone, sulla linea di quanto affermato nelle beatitudini (Mt 5,3-10).

Note: 1. Questa esegesi è stata liberamente formulata traendola da due documenti: un'articolo di Padre Alessandro Sacchi e la conferenza "Spiritualità per insoddisfatti" tenuta in Assisi il 5-7 settembre 2008 da Padre Andrea Maggi. – 2. La fonte Q o documento Q è un'ipotetica "fonte" (in tedesco Quelle, da cui Q) che si suppone sia stata utilizzata nella composizione dei vangeli sinottici. Q conterrebbe una raccolta di detti di Gesù, forse trasmessa per via orale, ma che a un certo punto dovrebbe essere stata posta per iscritto. Questa conclusione è basata sul fatto che il materiale di Q è presente in Matteo e in Luca nello stesso ordine, caratteristica che punta alla presenza di una fonte scritta. Molti detti di Q implicano un ambiente culturale e geografico corrispondente a quello palestinese e un punto di vista anti-farisaico: coloro che tramandano la tradizione associata a Q si ritengono rispettosi della Legge e proclamano il giudizio contro città palestinesi (Corazin, Betsaida e Cafarnao) sia all'inizio che alla fine di Q. La teologia di Q sembra dunque indirizzata primariamente ad Israele, e per questo motivo alcuni studiosi ritengono che Q sia stato composto in Palestina, probabilmente nella zona settentrionale. Altri studiosi, pur notando una predilezione per l'ambiente della Galilea, sono più cauti nel localizzare la zona di composizione di Q con quelle terre; del resto la fonte Q sarebbe stata utilizzata per la composizione di due vangeli scritti in lingua greca in Chiese fuori dalla Palestina.

Q presenta alcuni detti contro Gerusalemme e contro il Tempio che, a differenza di altre "profezie" contenute nei vangeli, non presuppongono alcun intervento militare; per tale motivo Q viene datato a prima dell'anno 70 d.C., in cui i Romani assediarono Gerusalemme e distrussero il Tempio. Sebbene una datazione più precisa sia difficile, vi sono alcuni indizi che suggeriscono una data tra il 40 e il 50. Q nacque in un ambiente che comprendeva sia predicatori erranti del movimento di Gesù che lo sviluppo di congregazioni locali, dunque un ambiente esistente a ridosso degli inizi del movimento, addirittura prima della Pasqua. La fonte dei detti di Q presuppone una persecuzione degli ebrei palestinesi nei riguardi dei gruppi appena fondati; Paolo di Tarso parla di una persecuzione dei cristiani giudei come già avvenuta in 1Tessalonicesi lettera datata al 50, mentre l'esecuzione del capo della Chiesa di Gerusalemme, Giacomo il Giusto, da parte del re giudeo Erode Agrippa I, avvenne intorno al 44. Infine Q presenta i gentili in buona luce, ad indicare che la predicazione presso di loro era probabilmente già iniziata, cosa che avvenne proprio tra il 40 e il 50. – 3. A metà del V secolo a.C., il riformatore Esra istituisce in Israele la Magna Congregazione con il compito di studiare ed approfondire la Legge (Torà). Nel corso dei secoli i componenti di questa congregazione divengono sempre più importanti e all'epoca di Gesù si chiamavano Dottori della Legge o Scribi ed erano "ordinati" nel tempio con l'imposizione delle mani dopo 40 anni di studio, cioè praticamente alla fine della loro vita. – 4. Paolo nella lettera ai Galati dirà: "Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge" (Gal 3,13). – 5. La casistica degli scribi (o rabbì) farisei è famosa: con una serie di cavilli riuscivano a dimostrare che alcuni precetti potevano non essere osservati sostituendoli con altri meno gravosi o sospendendoli con una qualche dichiarazione. Ovviamente questi cavilli li conoscevano solo gli scribi (cfr Mt 15,5). – 6. Ovvero guida delle persone che non sanno e che non hanno voce in capitolo; queste persone, non sapendo come comportarsi, si affidavano ai "rabbì". Ecco perché Gesù compirà dei segni "ridando la vista ai ciechi", cioè insegnando alla gente a ragionare con la propria testa e quindi imparando a non farsi manovrare dal potere. – 7. L'idea di un giudizio alla fine dei tempi (giudizio ecatologico) è una caratteristica tipica di Matteo e si rifà alla cultura ebraica e farisaica in particolare.

lunedì 17 ottobre 2011

Domenica 23 ottobre 2011 - XXX Domenica Tempo Ordinario

Mt 22,34-40

Allora i farisei, avendo udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Nel brano di vangelo che precede, Gesù ha avuto una dura discussione con i sadducei(1) sulla risurrezione con il racconto della vedova ammazzamariti (Mt 22,23-33). Il tentativo dei sadducei di metterlo in difficoltà ebbe come risultato l'aumento di considerazione delle folle nei confronti di Gesù.

E' la volta ora di uno scriba, di un dottore della legge che viene incaricato di saggiare Gesù sulla sua aderenza alla dottrina ufficiale. Lo scopo è quello di dichiararlo eretico.

Per comprendere il brano è necessario immergersi nella tradizione religiosa ebraica dell'epoca che è molto diversa dalla nostra. Per esempio noi cattolici, appena sentiamo parlare di comandamenti pensiamo immediatamente ai comandamenti dati a Mosè sul Sinai; un ebreo del primo secolo non pensava a quelli, o per lo meno non solo a quelli, ma ai 613 precetti di cui 365 negativi (uno per ogni giorno dell'anno) e i restanti positivi (uno per ogni osso dell'essere umano) che ogni pio israelita doveva osservare tutti i giorni. E questi precetti per la maggior parte non si trovavano nell'AT, ma in testi posteriori (del I e II secolo a.C.) oggi considerati in parte apocrifi dal giudaismo.

«Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Maestro… la frase comincia con un gesto di riverenza, ma la domanda è di quelle da far tremare i polsi.

Gesù ha distrutto i comandamenti di Mosè proclamando le beatitudini come unica direzione di vita (Mt 5,1-12); non solo, ma ha anche detto che questa nuova legge è superiore a quella antica (Mt 5,29-48) facendo un lungo elenco di casi nei quali i comandamenti di Mosè non sono sufficienti per condurre una vita per il regno.

Se Gesù riafferma le beatitudini viene dichiarato un eretico; al contrario se convalida i comandamenti di Mosè dichiara che tutto quello che ha predicato finora è falso. La situazione è esattamente la stessa che si era verificata prima, quando gli era stato domandato se era lecito pagare le tasse ai romani (Mt 22,15-21).

Gesù risolve rapidamente il dilemma saltando a piè pari i comandamenti e citando l'inizio della preghiera fondamentale del pio israelita, la "Shemah Israel", ovvero Ascolta Israele (Dt 6,4-7): "Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente."

Gesù in tutta la sua predicazione e quindi in tutti i vangeli, non ha mai invitato le folle ad amare Dio non perché questo sia sbagliato, ma perché l'amore verso Dio richiede un servizio verso Dio, mentre il Padre che ci ha presentato Gesù è un Dio al servizio dell'uomo, cioè l'esatto contrario.

Non poteva però rivolgersi allo scriba in modo diverso, non lo avrebbe capito; così invece parte da un dato condiviso, accettato dallo scriba perché fa parte delle sue conoscenze e del suo modo di ragionare e questo permette a Gesù di insinuare in lui un dubbio che lo potrebbe avvicinare alle posizioni della nuova legge: "…Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso…."

Ricava il secondo precetto dal libro del Levitico (Lv 19,18) altra cosa che lo scriba conosce e non può certo rinnegare. Ma tra le due affermazioni Gesù crea un collegamento nuovo, imprevisto che soprende lo scriba.

In Marco, che per primo ha riportato questo racconto, si vede lo scriba condividere la risposta di Gesù quasi con sorpresa e poi con soddisfazione al punto che Gesù lo dichiara vicino al regno.

Matteo non riporta la reazione dello scriba, ma aggiunge un particolare che solo un dottore della legge come Matteo poteva citare: "Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti". L'alleanza(2) con Dio non può prescindere dall'amore verso l'altro.

Amore: parola ambigua, termine logoro ed abusato: si "fa" l'amore, si "amano" luoghi e colori, vestiti e animali; termine che richiama emozione e sentimento, travolgimento e passione, termine che suscita nostalgia e disincanto.

E' splendida questa cosa: Gesù ci chiede di amare, cioè di vivere esattamente ciò che per ciascuno è il più grande sogno della vita, l'anelito ultimo di ogni uomo; noi e Dio desideriamo la stessa cosa, Dio ci chiede di vivere il sogno che ciascuno di noi nasconde nel cuore.

Dobbiamo allora riflettere meglio: credo che la risposta di Gesù vada inserita in ciò che tutto il vangelo vuole dirci. Mi spiego: se dovessimo sintetizzare tutto il vangelo in un'affermazione cosa diremmo? Semplicemente questo: Dio ti ama, lasciati amare.

Passatemi allora una provocazione che non vuole stravolgere il vangelo. Esiste un comandamento prima del primo, prima non nel senso di importanza, ma di tempo. Ed è questo: "lasciati amare da Dio, lasciati sedurre da Dio, abbandona la tua piccola idea di Dio per aprirti alla grande novità del vangelo". Fino a quando non percepiremo, fino alla stretta del cuore, questo amore che Dio continuamente riversa nel nostro cuore, non potremo capire che la cosa più importante della vita è restituire l'amore di Dio e manifestarlo ai fratelli.

Di più: Gesù pone al centro della sua vita l'amore stesso. Se provassimo a vedere la nostra fede non più come una serie di rapporti sacro-morali con una divinità ma come un itinerario di vita, una scuola di felicità, propostaci non da un grande maestro spirituale ma da Dio stesso? Orientare la nostra vita sull'amore è l'unica cosa che ci può dare felicità. Accogliere, anzitutto l'amore di Dio per poi riversarlo sul fratello e su di noi.

Mi spiego: l'amore che Cristo chiede per i fratelli (arriverà a chiederlo per i nemici) non è uno sforzo di volontà che devo attuare a malincuore. Diventa un comunicare quell'amore che io per primo ho ricevuto e che posso dare al fratello nel quale riconosco l'impronta di Dio. Di più: quella sottile annotazione ("come te stesso") ci spalanca a orizzonti ancora più ampi.
Mi faceva notare un'amica psicologa che questa affermazione è, in un certo modo, il fondamento stesso del benessere psicologico scoperto dalla scienza e che Gesù già conosceva. Posso amare solo se mi amo. Posso accogliere solo se mi sono accettato. E, di nuovo, questo non mi viene come un atteggiamento spontaneo. Posso anche considerarmi non amabile, ma Cristo mi dice che Dio ama me, con le mie fatiche, i miei limiti, le mie storie, il mio fango, nel quale rischio ogni giorno di affogare.

Infine: l'amore è sentimento, gioia, passione, pazzia, certo. Ma poi cresce diventa adulto, diventa dono, diventa passare da me che gioisco a te che voglio far gioire a noi che doniamo la gioia che ci scambiamo. L'amore, cioè, da emozione diventa scelta, anche sofferta, come la madre che non è certo emotivamente entusiasta di alzarsi nel cuore della notte per allattare il proprio figlio e che pure considera quel gesto come un dono d'amore: la fede è proprio solo una questione d'amore. Ricevuto e donato.

Note: 1. I Sadducei costituivano una importante corrente spirituale del tardo giudaismo che diviene anche una distinta fazione politica verso il 130 a.C. sotto la dinastia asmodea. Il gruppo dei sadducei era costituito prevalentemente da aristocratici di antiche famiglie, nell'ambito delle quali venivano reclutati i sacerdoti dei ranghi più alti, nonché, in particolare, il Sommo sacerdote; il nome sadducei si richiamava all'antico e leggendario Sadoc (scritto anche Sadoq o Zadoq), sommo sacerdote al tempo di Salomone. Cercavano di vivere un giudaismo illuminato, e quindi di trovare un compromesso anche con il potere romano. Dei sadducei e della loro spiritualità non conosciamo molto, perché la loro fazione, ritenuta colpevole di collaborazionismo nei confronti dei romani, fu letteralmente sterminata, durante la rivolta giudaica del I secolo d.C., dagli insorti più esagitati e violenti, come narra lo storico Flavio Giuseppe, in quella prima guerra giudaica che, oltre ad essere una lotta di liberazione dalla dominazione straniera, fu anche una vera e propria cruenta e spietata guerra civile. I residui superstiti dei sadducei o furono assimilati dalla società romano-ellenica nella quale si rifugiarono, oppure si convertirono al cristianesimo. Sul piano dottrinale, si ritiene, in base alle scarse informazioni pervenuteci, che i sadducei, a differenza dei farisei considerassero vincolante solamente la cosiddetta Legge scritta, ossia quanto tramandato nei libri del Pentateuco della Bibbia ebraica, o Torah, per cui non accettavano la risurrezione dai morti in quanto non presente nel Pentateuco. – 2. La dicitura "Legge e Profeti" (e non "Legge o Profeti" come talora è erroneamente tradotto) nel pensiero degli scribi e nel sentimento comune del popolo significava l'Alleanza, quindi la promessa di Dio nei confronti di Israele.