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Le esegesi riportate in questo blog non sono frutto delle mie capacità, in realtà molto modeste. Le ricavo leggendo diversi testi dei più importanti specialisti a livello mondiale, generalmente cattolici, ma non disdegno di verificare anche l’operato di esegeti protestanti, in particolare anglicani. Se si escludono alcuni miei approfondimenti specifici, per la parte tecnica dell’analisi critica il mio testo di riferimento è questo:

- Giovanni Leonardi
, Per saper fare esegesi nella Chiesa, 2007 Ed. Elledici (testo promosso dall’Ufficio Catechistico nazionale). Questo testo è molto semplice, veramente alla portata di tutti; per migliorare la capacità di analisi deve essere affiancato da altri due testi per la parte linguistica, anch’essi a livello divulgativo:

- Filippo Serafini,
Corso di greco del nuovo testamento, 2003 Ed. San Paolo.
- Luciana Pepi, Filippo Serafini,
Corso di ebraico biblico, 2006 Ed. San Paolo (da usare solo nel caso si voglia approfondire l’etimologia semitica sottesa ai vocaboli greci).

I testi della Bibbia in lingua originale sono pubblicati da varie case editrici; in particolare per i Vangeli segnalo l'ottimo testo della Edizioni Enaudi e quello sinottico della Edizioni Messagero in quanto hanno i testi greco ed italiano a fronte. Si trovano anche in vari siti in rete, ma non sempre sono testi aggiornati con le ultime scoperte a livello archeologico o paleografico.
Per la parte sostanziale normalmente faccio riferimento a documenti prodotti dalle fonti seguenti, che riporto in ordine decrescente di frequenza di utilizzo:

- École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), retto dai Domenicani e dove ha lavorato anche il Card. Martini.
- Centro Studi Biblici “G. Vannucci” – Montefano (An), retto dall’Ordine dei Servi di Maria.
- Sito www.Nicodemo.net gestito da P. Alessandro Sacchi.
- Università degli studi di Torino – Corso di Letteratura cristiana antica – Prof.essa Clementina Mazzucco.
- Fr. Dante Androli, OSM, docente di esegesi alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum – Roma
- Università degli studi La Sapienza di Roma – Corso di Storia del Cristianesimo e delle Chiese – Prof.essa Emanuela Prinzivalli.
- Biblia, Associazione laica di cultura biblica – Settimello (Fi)


lunedì 24 settembre 2012

Domenica 30 settembre 2012 – XXVI Domenica del Tempo Ordinario

Mc 9,38-41.45.47-48

Giovanni gli disse: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c'è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi. Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d'acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa.

(1) [Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare.Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile.] E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. [ 46] E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue.

 

Gesù ha appena iniziato un complesso discorso sulla necessità di essere servi degli altri per divenire primi nella comunità portando come esempio il garzone che gli era vicino, che subito, in aperto contrasto con quanto Gesù stava proclamando, viene interrotto da Giovanni:

"«Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva»".

Tipico(2) dell'incomprensione costante dei discepoli, è interrompere Gesù nel suo insegnamento con delle affermazioni che suonano esattamente il contrario di quel che Gesù sta affermando. Anche al momento del terzo e definitivo annuncio della sua passione, Giacomo e Giovanni(3) interromperanno Gesù avanzando la richiesta dei posti d'onore (cfr. Mc 10,35).

Spinto dal suo zelo, Giovanni crede di ricevere la lode di Gesù per aver tentato di impedire il lavoro di un individuo che scacciava i demòni(4). La ragione addotta da Giovanni per giustificare il gesto è (traduzione letterale) "…perché non seguiva a noi." Il pronome (noi) si riferisce ai Dodici: Giovanni esclude ogni sequela di Gesù che non includa la sequela dei Dodici.

L'azione di Giovanni ricorda quella di Giosuè, colui che "dalla sua giovinezza era al servizio di Mosè" (cfr. Nm 11,28-29). Costui vedendo che lo Spirito scendeva anche su alcuni uomini che non avevano partecipato alla cerimonia di investitura profetica, corre da Mosè e protesta: "Mosè, signore mio, impediscili!". Ma Mosè gli rispose: "Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dar loro il suo spirito!".

Gesù, quando aveva convocato i Dodici, li aveva invitati a stare con lui e a predicare, con la capacità di espellere i demòni (cfr. Mc 3,14-15). Ma i Dodici sono incapaci di esercitare questa azione liberatrice, in quanto essi stessi condizionati dalla mentalità tradizionalista che vedeva nel Messia il trionfatore (cfr. Mc 9,28).

Giovanni pertanto pretende di impedire all'individuo di esercitare quella capacità che Gesù aveva concesso ai Dodici (cfr. Mc 6,7) ma che essi non sono capaci di esercitare.

"Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c'è nessuno che faccia un miracolo(5) nel mio nome e subito possa parlare male di me…"

Per comprenderlo meglio, traduciamo in modo letterale dal greco: "…perché non c'è nessuno che agisca con potenza [dynamin] nel mio nome e possa subito maledirmi [kakologê-sai]…"

Con il termine potenza [dynamis], l'evangelista ha indicato una forza che esce da Gesù e salva la donna con flusso di sangue (cfr. Mc 5,30). La potenza è la forza che deriva dalla presenza dello Spirito e che può essere trasmessa per comunicare vita. E' questa che, comunicata alla persona, la libera dai demòni, cioè da qualunque ideologia contraria alla vita che lo Spirito comunica. L'individuo è un uomo che, con la potenza dello Spirito, porta a compimento la stessa attività di Gesù, senza appartenere al numero dei Dodici e senza essere chiamato discepolo. Gesù afferma che colui che agisce in virtù dello Spirito che possiede, comunicando vita, dimostra di aver dato fedele adesione a lui, quindi fa parte a pieno titolo della sua comunità.

"…chi non è contro di noi è per noi."

L'orizzonte dei Dodici è limitato al regno d'Israele. Quello di Gesù si estende al regno di Dio. Il primo è ristretto a un popolo, il secondo abbraccia tutta l'umanità.

Ogni uomo che lavori per il bene degli altri, anche se non segue i suoi discepoli, Gesù lo considera suo collaboratore nell'attività di liberazione dell'uomo. Quel che determina essere o no con Gesù è l'attività. Se l'individuo agisce a favore dell'uomo, Gesù non lo considera un suo rivale, bensì suo collaboratore(6).

"Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d'acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa."

Offrire da bere, nella cultura ebraica, era segno di accoglienza e di ospitalità (cfr. Gv 4,7). La prima volta che Gesù parla di se stesso come del Messia è per invitare i Dodici ad accettare il suo stile, che non è quello di un trionfatore, ma di colui che si fa ultimo e servo di tutti. "Essere di Cristo (del Messia)" significa assomigliare a Gesù facendosi ultimi e servi di tutti. Avvicinandosi agli altri con lo stesso atteggiamento di Gesù Messia, i discepoli daranno la possibilità alla gente di fare l'esperienza di Dio. Infatti, come chi accoglie il garzone accoglie Gesù e il Padre, così chi accoglierà i suoi discepoli, accoglierà il Padre. La presenza del Signore nella comunità è garantita dall'accoglienza degli ultimi i quali, come Gesù, vanno situati nel posto centrale. Chi non è contro è con Gesù, ovvero chiunque è a favore degli uomini è considerato da Gesù suo collaboratore.

Qui sorge la domanda: e chi è contro? L'ambizione di essere al di sopra degli altri conduce gli uomini inevitabilmente ad opprimere quanti devono servire da piedistallo alla loro mania di grandezza. Costoro sono contro Gesù, si allontanano dal Signore che si pone invece sempre dalla parte degli oppressi della società.

L'evangelista è cosciente che quando, all'interno della comunità dei credenti, si infiltra il desiderio di dominare gli altri, la comunità riceve una ferita mortale. Per questo ora fa seguire queste severissime parole di Gesù:

"Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli [mikrôn] che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare".

Alla categoria dei garzoni Gesù affianca quella dei piccoli o insignificanti [mikrôn](7). Nella casa dove Gesù si trova finora erano apparsi i Dodici, il garzone e ora i piccoli. Gesù ne parla come ha fatto per il garzone (uno di questi) confermando l'identità dell'uno e dell'altro.

Gesù oppone il piccolo all'ambizione dei discepoli di essere il più grande (cfr. Mc 9,34). Chiamati a farsi ultimi di tutti e servitori di tutti, i discepoli aspirano a essere i più grandi e importanti nella comunità. E' questo lo scandalo che uccide la comunità. Laddove i credenti pretendono di essere serviti anziché di servire, ponendosi al di sopra dei piccoli come superiori a questi, la comunità non è più credibile e diviene fonte di scandalo.

Il severo monito di Gesù è rivolto a quanti, con la loro ambizione di grandezza e quindi col disprezzo verso gli ultimi, sono causa di caduta (scandalo) per quelli che vengono ritenuti gli infimi della comunità, quelli di poco conto(8).

Quanti hanno creduto di trovare nella comunità di Gesù amore e uguaglianza, si trovano di fronte a gelosie e rivalità come in ogni altro gruppo umano. Anziché trovare il servizio generoso e gioioso, vedono ambizioni sfrenate e la scalata al potere. Invece di umiltà e semplicità trovano uomini divorati dall'arroganza e dalla vanità. Questo è causa di inciampo, di caduta (scandalo). Sono costoro quelli che Gesù considera contro di sé perché sono contro i fratelli.

Le indicazioni che offre loro Gesù sono le più severe e drammatiche di tutto il vangelo. Con una precisione di dettagli inusuali nel suo insegnamento, Gesù afferma che a costoro deve essere appesa al collo una macina, e specifica anche che non dev'essere la piccola macina domestica che veniva girata a braccia ed era adoperata per il grano, ma quella grande, girata dall'asino nel frantoio. Poi Gesù sentenzia che colui che è stato causa di scandalo deve essere gettato nel mare(9).

Chi, a motivo della sua ambizione, è causa di caduta per gli altri non ha diritto alla vita eterna.

Dopo il primo annuncio della passione, Gesù aveva sgridato Pietro chiamandolo satana e aveva denunciato questo discepolo perché "non pensa come Dio ma come gli uomini" (Mc 8,33). Ora, dopo il secondo annuncio, Gesù si rivolge ai suoi discepoli che continuano a pensare secondo gli uomini, coltivando manie di grandezza convinti di seguire il Messia trionfante e vittorioso, dominatore dei suoi nemici.

La severità di Gesù è motivata dal fatto che i suoi discepoli, con la loro attività a favore degli uomini, devono consentire loro di fare esperienza della buona notizia, rendendo così visibile la presenza di Dio nell'umanità. Se questa comunità non assolve a questo compito non ha diritto d'esistere.

"Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue."

I discepoli sono chiamati alla pienezza di vita e in essi non possono convivere atteggiamenti che producono morte. Una volta che l'individuo nota in sé comportamenti nocivi deve subito drasticamente eliminarli prima che questi lo infettino completamente e pregiudichino la sua intera esistenza.

Attraverso tre immagini, mano/piede/occhio, Gesù si riferisce all'attività (mano), alla condotta/cammino (piede) e al desiderio/brama (occhio).

Se in questi comportamenti si riscontra un motivo di caduta, occorre intervenire rapidamente e drasticamente, perché altrimenti questi atteggiamenti conducono l'uomo alla rovina totale, illustrata attraverso l'immagine di un fuoco continuamente alimentato, come era quello che bruciava giorno e notte nella discarica di Gerusalemme, la Geenna.

Se l'attività, la condotta e i desideri del discepolo alimentano la sua ambizione e lo pongono al di sopra degli altri, egli si distanzia dal Signore, ultimo e servo di tutti.

Allontanandosi da colui che può alimentare la sua vita, il discepolo pone se stesso in una situazione di grave pericolo, che può terminare nella distruzione totale della sua esistenza.

Gesù invita ad abbandonare radicalmente attività, condotte e criteri che allontanano il discepolo da lui. E se agli occhi della gente potrà sembrare un menomato, in realtà la sua scelta sarà quella vittoriosa, perché lo avrà fatto entrare nella pienezza di vita che solo il servizio reso per amore può dare.

Le immagini del verme e del fuoco sono tratte dalla finale del Libro del profeta Isaia: "Uscendo vedranno i cadaveri degli uomini che si sono ribellati contro di me; perché il loro verme non morirà il loro fuoco non si spegnerà e saranno un abominio per tutti" (Is 66,24).

Il profeta non sta parlando di un castigo, ma della distruzione totale di quanti si sono ribellati al Signore, adoperando immagini classiche della decomposizione del cadavere, che viene distrutto attraverso il processo di putrefazione (verme) o l'incenerimento (fuoco).

Non si tratta pertanto di vivi che soffrono, ma di cadaveri destinati alla distruzione totale: il verme che non muore è quello che divora tutto, come il fuoco che non si spegne è quello che brucia tutto.

Questa immagine indica la distruzione definitiva dell'individuo che non accoglie in sé il messaggio della vita: è la morte seconda (cfr. Ap 2,11;20,6.14;21,8) che colpisce quanti hanno rifiutato la proposta di Gesù di una vita per sempre, morendo per sempre.

 

Note: 1. I versetti tra parentesi quadra non sono stati inseriti dal liturgista nel brano di vangelo della XXVI domenica. Il versetto 46 non è riportato nella traduzione della CEI del 2008 in quanto omesso nella maggior parte dei codici. – 2. L'esegesi che segue è liberamente tratta da alcuni appunti redatti da P. Alberto Maggi OSM in preparazione della conferenza dal titolo "Chi non e' contro e' con me" tenuta a Cefalù nel Maggio 2003. – 3. Giovanni, fratello di Giacomo, uno dei Dodici, è stato caratterizzato da Gesù come "figlio del tuono" (Mc 3,17), cioè di indole violenta e autoritaria. – 4. Ricordo che, nella cultura ebraica, l'atto di cacciare i demòni e l'atto di guarire dalle malattie sono la stessa cosa. Talvolta, con l'atto di cacciare i demòni si intende anche guarire da problemi psichici, morali o da convinzioni errate. – 5. La parola miracolo è stata introdotta in teologia dal IV-V secolo d.C. in poi e non compare in nessun testo originale greco dei vangeli. La traduzione CEI di questa frase non è la migliore possibile. – 6. L'insegnamento dell'evangelista è carico di conseguenze: si può benissimo collaborare attivamente con Gesù senza dover appartenere a quei gruppi che pretendono di avere il monopolio del suo insegnamento. – 7. Il vocabolo greco usato, mikrôn, ha il significato di piccolo/con poca importanza e veniva usato dai rabbini che disprezzavano i piccoli, categoria nella quale venivano inclusi tutti coloro che non volevano o non potevano dedicarsi allo studio della Legge divina. – 8. "Non giudichiamoci più gli uni gli altri; piuttosto datevi pensiero di non porre inciampo o scandalo al fratello", Rm 14,13. – 9. La morte in mare era particolarmente temuta, perché era convinzione che si potesse risuscitare soltanto se seppelliti in terra di Israele (Giacobbe morto in Egitto viene seppellito in terra di Canaan, Gen 50,13-14). Morire in mare era considerato una morte ignominiosa: "Ti precipiteranno nella fossa e morirai della morte degli uccisi in mezzo ai mari", Ez 27,8).

mercoledì 19 settembre 2012


Domenica 23 settembre 2012 – XXV Domenica del Tempo Ordinario
Mc 9,30-37
Partiti di là, attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.
Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Il brano di questa domenica è di complessa interpretazione anche a causa di una non proprio felice scelta dei termini usati nella traduzione.
Gesù(1), che si trova nella regione di Cesarea di Filippo, terra pagana, parte ed attraversa la Galilea, ma vuole rimanere in incognito.
"Partiti di là, attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli…" Questa parte del viaggio non deve essere conosciuta dalla gente, perché a Gesù interessa continuare l'insegnamento ai discepoli. Il primo insegnamento è fallito, i discepoli hanno mostrato di non volerlo ascoltare assolutamente, come ha dimostrato l'intervento di Pietro (cfr. Mc 8,27-35). Gesù riprende di nuovo l'insegnamento ai discepoli perché è importante la formazione del gruppo; il gruppo, infatti, dovrà proseguire la missione dopo la morte di Gesù,
"…e diceva loro: «Il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni(2) risorgerà»".
Qui abbiamo il secondo annuncio della passione, apparentemente uguale al primo, però molto più generico: Gesù non scende in particolari del patire, o su chi siano i responsabili della morte, anzi, non la collega nemmeno ad un popolo particolare. Infatti Gesù sta pensando alla missione tra i pagani: come nel popolo d'Israele ci sono i rappresentanti del potere che rifiutano il modello di umanità che Gesù presenta, lo stesso ci saranno, in altre parti, i rappresentanti di altri poteri. Quelli che seguono il suo cammino sappiano che non solo all'interno della nazione di Israele, ma anche fuori di questi limiti geografici, ci saranno altre strutture di potere, che si alzeranno contro il modello di uomo che Gesù propone(3). Gesù adopera di nuovo l'espressione "Figlio dell'uomo" che qui ha un valore inclusivo: quello che riguarda Gesù è anche proponibile ai suoi seguaci.
È qui interessante come Gesù presenta l'annuncio. Propone, da una parte, il Figlio dell'uomo e dall'altra parte gli "uomini": il Figlio dell'uomo è quello che viene a dare la vita, gli "uomini" sono quelli che gliela tolgono. C'è una opposizione radicale tra un uomo che dà la vita e certi uomini che questa vita la disprezzano fino al punto di uccidere colui che la vuole diffondere agli altri.
Chi sono questi "uomini"? In maniera generica, anonima, riguarda chiunque, nella storia, rifiuta l'amore che Gesù ha testimoniato con la vita e soprattutto la capacità di comunicare vita agli altri. Gesù sta indicando ai suoi discepoli, che ci saranno nella storia anche degli "uomini" che non conoscono la pienezza di vita, che a loro non interessa, e che non vogliono sapere nulla di tutto questo; per loro risulta odioso, intollerabile, che ci siano persone che annunciano l'umanità di Gesù.
Gesù ci insegna che ci sono possibilità di superare gli ostacoli che, nella storia, impediscono la promozione umana: non lanciando le bombe, ma fomentando la vita, insegnando l'uguaglianza, creando rapporti di solidarietà con gli altri. Questo sì che permette di uscire da una situazione di ignoranza e di miseria che poi porta al fanatismo.
Questi "uomini" non accettano quel modello di umanità; gli "uomini", il termine è stato già usato nel brano esaminato la scorsa domenica: "cosa dicono gli uomini chi io sia?". In quel caso Gesù stava parlando in maniera generica, in questo intende qualcosa di molto più preciso: sono i nemici dell'umanità, sono quelli che non tollerano che il messaggio di Gesù si possa diffondere. Questo messaggio è rifiutato perché accettarlo, significa rinunciare ai privilegi fino ad allora goduti. Sono gli oppressori degli altri, coloro che si oppongono con la violenza alla proposta che Gesù fa.
In questo annuncio della passione, si parla per due volte della morte, c'è come una accentuazione da parte di Gesù: come per insistere sulla violenza che questi uomini possono adoperare. Gesù in questa maniera sta svuotando di significato la morte, perché, per chi ama la vita e aderisce a questo modello di vita, la vita è un'esplosione anche nella morte.
Gesù torna sul discorso della morte perché vuole convincere i discepoli che questa morte non è una sconfitta; il gruppo pensa che la morte sia una sconfitta perché con essa crollano tutti i sogni, crollano tutte le speranze, tutte le attese di gloria.
Gesù vuol convincere che è proprio il contrario. Se la morte è espressione massima dell'amore, questa morte non mette fine alla vita, ma la fa rinascere con una forza molto ma molto più grande.
"Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo".
La reazione dei discepoli è veramente terribile, incomprensione assoluta; non solo, hanno timore di chiedergli spiegazioni perché non vogliono confrontarsi con lui. Loro, come discepoli, manifestano una grande incapacità, perché il discepolo è tale in quanto si confronta con il maestro.
Loro hanno paura di confrontarsi perché intuiscono che con questi discorsi, con queste parole che Gesù sta dicendo, finiscono le loro attese di restaurazione per la loro nazione, di egemonia del loro popolo sugli altri popoli. Loro intuiscono che stanno crollando le sicurezze che essi si sono creati,… e allora meglio non chiedere. Continuano nella loro posizione ostinati nel loro modo di pensare, per non crollare del tutto. Ormai si intuisce che sono vacillanti, meglio stare zitti perché non arrivi il colpo finale, il colpo di grazia.
In questo discorso, la preoccupazione principale dei discepoli, il fatto che stiano zitti, che abbiano timore interrogare Gesù, non è di lavorare per il bene degli altri – come Gesù sta chiedendo attraverso le condizioni che ha già posto e da quello che ha insegnato ai discepoli – ma la preoccupazione dei discepoli è come possono raggiungere la gloria della loro nazione, come possono diventare il popolo più importante degli altri.
Per loro, che Gesù parli che dopo tre giorni risorgerà o che c'è una vita dopo la morte, non ha alcun senso se per loro la morte di Gesù è la fine delle loro attese ed il crollo di tutti i loro sogni di grandezza. I discepoli dimostrano una incomprensione assoluta e l'evangelista vuol far capire che, a questo gruppo, non entra in testa quello che Gesù insegna: l'esistenza di una società nuova, dove si possa veramente vivere in maniera bella con tutti.
Questo non si può fare mai partendo dal dominio di un popolo, Israele, sugli altri popoli, non si potrà mai creare una società nuova così, non si può attendere un Messia dominatore perché questo non darà mai niente di buono, ma creerà altri problemi, creerà altre sofferenze e altre ingiustizie.
L'unica possibilità di creare qualcosa di nuovo è il prendersi tutti la responsabilità, entrando in un rapporto di uguaglianza e di solidarietà con tutti. E' da questo punto di vista che Marco ci sta parlando, quando adopera l'espressione Figlio dell'uomo - Gesù Messia, espressione di un messianismo collettivo ove tutti possiamo collaborare con lui nella creazione di una società nuova.
"Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?»". Guarda caso, questi non solo non hanno capito quello che Gesù ha detto e non hanno avuto il coraggio di chiedere, ma hanno fatto un discorso per conto loro. Vedete già la spaccatura forte tra Gesù, che è il maestro, e il suo gruppo.
Qui si parla di Cafarnao, il luogo dove è incominciata l'attività di Gesù e dove si è creata la sua prima comunità. A Cafarnao c'è la casa di Gesù, dove Gesù si è seduto a tavola con i pubblicani, con i peccatori. A questa tavola si sono seduti anche questi discepoli provenienti dal giudaismo (possiamo immaginare la loro altezzosità: «guarda dove ci tocca metterci a sedere oggi, proprio con questi peccatori»); comunque sia, si sono seduti con i peccatori e con i pubblicani (cfr. Mc 2,15) in questa casa che rappresenta la comunità di Gesù.
Se stiamo al testo, dal punto di vista letterale, l'evangelista dice "giunsero a Cafarnao", cioè Gesù con i discepoli; poi, però quando lui fu in casa, non dice che i discepoli entrarono in casa. Certo che saranno entrati, però sono delle sottigliezze con le quali l'evangelista vuole far comprendere che i discepoli non seguono Gesù veramente, non si sentono appartenenti alla sua comunità, una comunità che è aperta a tutti, dove non c'è privilegio per nessuno, dove non ci sono gerarchie.
La motivazione che ha spinto l'evangelista a far comprendere che i discepoli non sono realmente entrati nella casa, diviene chiara quando leggiamo di che cosa hanno discusso per la strada.
Gesù, in questo cammino, ha spiegato, per la seconda volta, qual è il destino che attende il Figlio dell'uomo a Gerusalemme, ma i discepoli sono rimasti zitti. Gesù allora li interroga. Hanno fatto una conversazione a cui Gesù non ha partecipato. Gesù fa una domanda diretta, perché si vede che la questione che essi hanno trattato è una questione importante.
"Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande". Ecco, vedete ora per quale motivo, in maniera figurata, l'evangelista dice che non sono entrati nella casa con Gesù, perché questi continuano a pensare chi è il più grande. Nella casa di Gesù, non c'è posto per questi, non possono entrare quelli che ancora alimentano ideologie basate sul potere, sulle gerarchie o sulle divisioni. Sono loro stessi che non si trovano al loro posto lì dentro, da qui il silenzio imbarazzato.
Loro vanno comunque per la loro strada, nonostante Gesù abbia fatto un insegnamento preciso "Se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi sé stesso e si carichi della sua croce". Questi continuano a discutere chi è il più grande, il maggiore, ed evitano il confronto con lui.
Marco è grandioso nello scrivere questo testo. Gesù dice: «Di che cosa parlavate sulla strada?» Lui è positivo nel modo di avvicinarsi ai discepoli, pensa che abbiano parlato di qualcosa di interessante. L'evangelista interviene per dire "sulla strada avevano discusso", non "parlato". Qui c'è una sfumatura nei verbi che in greco risulta ancora più evidente.
Trattare il tema su chi è il più grande, crea subito la polemica, la confusione, il dibattito, chi urla di più e chi è più prepotente dell'altro…
Gesù vuole riportare questo gruppo al suo insegnamento, affinché si inserisca sulla sua strada e lasci l'altra strada, quella dell'aspirazione al potere, che è quella fallimentare: quando si comincia a discutere su chi è il più grande, vuol dire che quella storia di rinnegare sè stesso e caricarsi la croce non interessa affatto, non tocca minimamente.
"Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servitore di tutti»".
Gesù si trova nella casa, figura della comunità, e si mette seduto. Questo atteggiamento vuol dire: la dimora stabile di Gesù è la casa di persone che si amano come lui ci ama. Non c'è altra dimora per Gesù, non luoghi santi, santuari, cattedrali, Gesù prende dimora in una casa dove esiste una comunità di fratelli, che vivano secondo il suo stile di vita(4). Qui l'evangelista inserisce i Dodici: prima ha parlato dei discepoli, ora vuole dare un colpo più preciso sulla identità di quelli che si oppongono all'insegnamento di Gesù, quelli che vogliono camminare per un'altra strada.
I Dodici (numero che richiama le tribù di Israele) sono i rappresentanti dell'Israele messianico; questi dodici non sono i dodici che vediamo nei quadri, bellissimi, di Leonardo e di altri artisti, è un numero simbolico per rappresentare tutti quelli che provengono dall'Israele messianico per fare parte della nuova comunità. Sono quelli che fanno più fatica ad aderire a questo messaggio, proprio perché imbevuti dalle idee religiose della tradizione ebraica.
È interessante che in questo versetto Gesù li deve chiamare. Questo 'chiamare' vuol dire usare la voce per appellare qualcuno, vuol dire che questi non stanno vicino a Gesù: se stessero vicino, non avrebbe avuto bisogno di chiamarli. Vuol dire che li deve distogliere da quella strada, dove stanno camminando, per portarli nella sua.
Gesù, pur consapevole di questa mentalità gretta e limitata dei discepoli, non li rifiuta né li rimprovera. Da parte di Gesù non c'è un atteggiamento duro, ma un atteggiamento delicato e offre loro una nuova opportunità. Non tutti potranno essere "il più grande", uno può essere il più grande dell'altro, il più prepotente, finché non arriva un altro più prepotente e dice: «adesso tocca a me». Gesù dice "Se uno vuol essere il primo": è diverso che "il più grande" perchè dire "il più grande" riguarda una gerarchia che Gesù rifiuta completamente nella sua casa; però ci può essere il primato, questo sì, il primo nel senso di essere vicino a lui, il primo anche nel senso di chi sta più vicino agli altri. Il primato lo possono conquistare tutti, dice Gesù, basta che si fanno ultimi e servi di tutti.
Siate l'ultimo di tutti, il servo di tutti, e in questa maniera state vicino a me. Questo è quello che avvicina a Gesù, è l'unica possibilità di stare vicino a lui, è quella di farsi ultimo, servo di tutti, è questo l'ideale che Gesù propone ai discepoli per liberarli dalla loro ambizione. Questo è il significato di "rinnegare sé stesso", ma attenti, rinnegare se stessi non vuol dire umiliarsi; quando vi fanno quella predica (un vero terrorismo ecclesiale), che siete nulla, che non valete niente, chiudete le orecchie e pregate per chi vi parla: è un poverccio che non ha capito niente del cristianesimo! Noi valiamo molto, agli occhi di Dio siamo preziosi, ma il valore di questa nostra persona lo scopriamo nel momento in cui mettiamo le nostre qualità al servizio e per il bene degli altri.
Dio ha una grande stima dell'uomo. Ma l'uomo non capisce che questa stima la si manifesta nella capacità di mettersi al servizio degli altri, o farsi ultimo di tutti, come chiede Gesù, quando dice «se tu ti fai ultimo, sei più vicino a me».
C'è chi pensa: io vorrei stare vicino a Gesù così mi farò dieci ore davanti al Santissimo, davanti al tabernacolo! No!!! Non è questa la vicinanza a Gesù, non è stare vicino al tabernacolo che mi può dare la vicinanza a Gesù, non lo sono minimamente le ore passate in adorazione eucaristica, in preghiera, in meditazione. Magari le ore in cui porto il grembiule, lavando i piatti, dando una mano in casa, facendo il mio lavoro in maniera giusta: questo sì che mi permette di sperimentare la vicinanza con lui. Questo sì che mi porta al primato.
Colui che si fa ultimo fra tutti e servitore di tutti ha lo stesso atteggiamento di Gesù, si colloca pertanto nel posto più vicino a Gesù. Per questo Gesù, seduto come sta ora, può prendere colui che gli è prossimo: "E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo,…"
Nella casa dove Gesù è con i Dodici appare un personaggio che sta a fianco di Gesù e non c'è bisogno di chiamarlo come ha fatto per i Dodici. Se la distanza di questi indicava la differenza di atteggiamento con Gesù, la vicinanza di questo personaggio significa che costui mostra l'identico atteggiamento di Gesù. Cerchiamo di capire chi è questo personaggio.
Il termine greco tradotto con bambino (paidion)(5), è un diminutivo di pais, che significa figlio, ragazzino o servo, e viene usato per indicare un ragazzo tra i sette e i dodici anni (Marco designa con questo termine la figlia di Giairo, che aveva dodici anni, cfr. Mc 5,39.42).
Nella lingua italiana il vocabolo equivale a garzone, l'individuo che per età e ruolo sociale è all'ultimo posto nella società ed è incaricato dei lavori meno importanti. Il termine paidion racchiude pertanto i due aspetti enunciati prima da Gesù:
- per la sua età è l'ultimo di tutti;
- per il suo servizio è il servo di tutti.
Il suo atteggiamento uguale a quello di Gesù, ultimo e servo di tutti, dimostra che con la denominazione paidion s'intende indicare tutti quelli che seguono da vicino Gesù.
Il garzone, ultimo e servo di tutti, è modello della sequela, mentre i Dodici, attaccati alla tradizione e alle categorie del giudaismo, non si decidono a seguire Gesù.
Ponendo il garzone in mezzo, Gesù lo colloca al suo posto, quale manifestazione visibile della gloria divina e come esempio ai Dodici. Gesù abbraccia il ragazzino compiendo, con questo un gesto d'amore, l'identificazione con quelli che portano a compimento il disegno di Dio ("Chiunque avrà fatto la volontà di Dio, mi è fratello, sorella e madre, Mc 3,35).
"…disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato»".
Nei discepoli l'ambizione alla grandezza aveva suscitato rivalità. Gesù li invita a non pensare di scalare la vetta del successo, ma ad abbassarsi al livello del garzone, scendendo nella scala sociale e mettendosi dalla parte degli ultimi, come erano considerati i ragazzini nella cultura dell'epoca, individui ritenuti ancora senza ragione, degli imbecilli con i quali è inutile chiacchierare (cfr. Sap 12,24; 15,14).
Il seguace di Gesù, che ha il suo stesso atteggiamento di servire volontariamente per amore, si identifica con lui e manifesta la presenza di Gesù stesso, che a sua volta si identifica nel Padre che lo ha inviato, sicché l'individuo, attraverso Gesù, è unito pure al Padre, fonte della vita.
Il discepolo che volontariamente, per amore, pone la sua esistenza a servizio degli altri diventa così l'unico vero santuario dal quale s'irradia l'amore del Padre.

Note: 1. La presente esegesi è liberamente tratta dall'intervento tenuto da P. Riccardo Perez OSM durante la X Settimana Biblica svoltasi dal 30.06 al 05.07.2003 presso il Centro Biblico G. Vannucci di Montefano (Mc). – 2. Mi sembra utile ricordare che la locuzione "tre giorni" non vuole affatto dire che Gesù, una volta morto, ha atteso tre giorni nella tomba il momento di risorgere. Questa interpretazione, maturata nel Medio Evo, era dovuta alla assoluta ignoranza che, in quel periodo, la chiesa aveva della lingua e delle usanze della cultura ebraica. Nel mondo ebraico il numero tre rappresenta il tutto, la perfezione, la completezza, quindi tre giorni vuol dire immediatamente e completamente. Gesù è quindi risorto in modo completo immediatamente dopo morto. – 3. Ancora oggi, sia nella Chiesa Cattolica che fuori di essa, esistono strutture di potere che contrastano il modello di umanità che Gesù ha proposto. – 4. Questo è un impotantissimo insegnamento: la presenza del Risorto non è sicura nemmeno nelle chiese, se queste non appartengono a comunità dove ciascun componente è servo degli altri, vescovo e parroco in testa. – 5. L'uso, secondo la CEI del 2008, del termine bambino mette in evidenza il fatto che la commissione che ha effettuato materialmente la traduzione o quella che ne ha approvato il lavoro, hanno evidentemente una conoscenza poco profonda della esegesi del brano.

mercoledì 12 settembre 2012

Domenica 16 settembre 2012 – XXIV Domenica del Tempo Ordinario

Mc 8,27-35

Poi Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti». Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno.

E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell'uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va' dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».

Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà.

 

Questo brano è posto a metà del vangelo di Marco: i primi otto capitoli del vangelo sono utilizzati dall'evangelista per portare i lettori alla conoscenza dell'identità di Gesù, gli altri otto sono tesi alla comprensione della sua morte. Questa posizione dà al brano un'importanza unica nella narrazione di Marco.

Presentato(1) nel prologo del Vangelo di Marco come "il Messia, Figlio di Dio" (Mc1,1), Gesù resta ancora uno sconosciuto proprio alle persone che gli sono più intime e vicine, i discepoli, che continuano a chiedersi "Chi è costui?" come al termine dell'episodio della tempesta sedata (cfr. Mc 4,41).

Per questo, per far comprendere la sua vera identità ai discepoli, Gesù li porta in terra pagana, lontano dall'influsso nazionalista del giudaismo bloccato sull'attesa del "Messia figlio di Davide"(2). L'episodio è collocato da Marco nella regione di Cesarea di Filippo, località che prende il nome dalla città che Filippo, uno dei figli di Erode, aveva dedicato all'imperatore Cesare Augusto nel luogo dell'antica Paneas.

"…per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?»".

Durante il cammino verso Cesarea, Gesù chiede ai discepoli chi la gente crede che egli sia. "Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti»". Nelle risposte dei suoi seguaci, Gesù viene identificato con tutti i personaggi del passato o comunque in linea con la tradizione giudaica: Giovanni Battista, in quanto si credeva che i martiri sarebbero subito risorti; il profeta Elia, il cui ritorno era stato previsto dal profeta Malachia per preparare la strada al Messia (Ml 3,1.23); oppure uno dei profeti, continuatori dell'opera di Mosè, come lo stesso Mosè aveva annunziato (Dt 18,18).

"Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo»."

Gesù insiste e rinnova la domanda; ma la risposta di Pietro, inpostata sui concetti della tradizione, non soddisfa Gesù e vieta loro di divulgarla. Da notare che, per esprimere la proibizione, l'evangelista adopera, in greco, lo stesso verbo usato da Gesù per eliminare le idee e le tradizioni che impediscono all'uomo di accettarlo, idee e tradizioni che nei vangeli sono racchiuse nella parola "demoni"; ciò significa che quanto risposto da Pietro non solo non corrisponde al piano di Dio sul Messia, ma gli è contrario.

Pietro e i discepoli seguitano a vedere in Gesù "il Messia figlio di Davide", quello atteso e sperato dalla tradizione giudaica, che diverrà il re di Israele, e non, come l'evangelista lo ha presentato all'inizio del suo vangelo, "il Messia Figlio di Dio".

"E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell'uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere".

Gesù avverte i discepoli che il suo cammino non conduce al trionfo ed alla vittoria, ma che il suo destino è quello di essere messo a morte dal Sinedrio, massimo organo giuridico di Israele, composto dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi.

"Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo".

A questo punto esplode il contrasto tra Pietro e Gesù; Pietro comincia ad ostacolarlo, con una opposizione che culminerà nel tradimento, quando griderà spergiurando: "Non conosco quest'uomo" (Mc 14,71). Il discepolo non comprende e non accetta che il Messia possa andare incontro alla morte. Per descrivere l'azione del discepolo che sgrida il suo maestro, l'evangelista, in greco, adopera lo stesso verbo usato poco prima da Gesù per proibirgli di divulgare l'immagine del Messia.

La ripetizione dello stesso verbo in bocca a Pietro è un artificio letterario per sottolineare il pensiero di Pietro: indica cioè che per lui l'itinerario di Gesù non è quello di Dio e per questo lo ferma, lo afferra e lo trascina verso di sé, impedendogli così di continuare il suo cammino. Nell'atto di Pietro è configurato il profondo significato della metafora posta da Marco nel primo capitolo: la seduzione da parte del satana(3) nel deserto (Mc 1,12).

Quella metafora sta ad indicare che durante tutta la sua vita(4), ed in particolare quella pubblica, Gesù è rimasto solo nel "deserto"(5), "digiunando"(6) perché non vi è nessuno che condivida con lui, che gli doni vita, perché sostanzialmente è incompreso; di fronte a tale cocente incomprensione Gesù ha subìto la tentazione di diventare proprio quel Messia che gli ebrei aspettavano, senza subire insulti e senza salire il calvario, ed occupare il trono di Davide tra gli osanna e le benedizioni di tutti, Sinedrio compreso. Una tentazione enorme, insopportabile, che solo la comunione con il Padre gli ha permesso di superare; piangendo, però, lacrime di sangue.

Pietro viene definito satana perché vuole impedire, vuole "opporsi" alla passione ed alla morte di Gesù. Nella morte di Gesù viene sconfitto il potere, espressione massima di tutto ciò che impedisce all'uomo di accogliere l'amore di Dio; per questo la morte del Messia è in realtà la morte del satana, definitivamente annientato.

Il comportamento di Pietro è dovuto al fatto che pensa secondo gli uomini e non secondo Dio. Secondo gli uomini il Messia crocifisso è inaccettabile, è uno "scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani", come dice Paolo nella prima lettera ai Corinti.

Gesù reagisce contro Pietro smascherando il suo comportamento da satana, offrendogli però la possibilità di un cambiamento. Per questo non allontana da sé il discepolo, ma lo invita a occupare il posto che gli spetta: è lui che deve seguire Gesù e non il contrario, e gli rinnova l'invito che gli fece quando, assieme al fratello Andrea, l'invitò a seguirlo: "vieni dietro di me".

Da questo momento in poi il satana scompare e nel vangelo di Marco non se ne parlerà più.

"Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà."

Non si può seguire Gesù, senza prima accettare queste condizioni. Il seguire viene dopo il rinnegare se stesso e caricarsi la propria croce(7).

Gesù ponendo le condizioni per essere suoi discepoli non invoca l'autorità divina ("o fate così o sarete puniti"), non si appella a un decreto divino, ma l'unica cosa che fa è confididare nella razionalità degli esseri umani: infatti Gesù parla di perdere la vita, o di mettere in salvo la vita, qualcosa che tutti possiamo comprendere appieno.

C'è un concetto di salvezza che può essere legato alla sicurezza fisica: evitare in qualunque modo la morte e far sì che questa sicurezza possa poi essere sostenuta da una serie di gratificazioni nel campo economico, politico o sociale. Per alcune persone la salvezza è questo: allontanare il più possibile dalla vita la morte fisica e far sì che questo campare possa essere nel modo più possibile prestigioso ed esaltante. Però chi pensa e ragiona in questa maniera, in fondo non è libero, perché ha una enorme paura che qualcuno gli possa togliere quel prestigio, quel ruolo che è riuscito a costruirsi, o che gli prenda un colpo e crepi; vive con questa angoscia che gli possa succedere qualcosa, che qualcuno lo possa minacciare dicendogli: «Ti posso togliere la vita».

Non è perciò libero di dire quello che pensa, di manifestare quello che ha dentro e di impegnarsi verso una causa precisa perché sarà sempre in balia di quelli che dicono: «Guarda, questo non mi piace, sta zitto. Questo non lo puoi dire, altrimenti noi ti destituiamo dal tuo posto o ti possiamo togliere la vita fisica».

Gesù parte da questo presupposto "chi vuol mettere la sua vita in salvo, in questa maniera la perde", perché vive sempre con questa paura, per lo meno con questa tensione che qualcosa, qualcuno gliela possa togliere; vive una vita infame.

Gesù vuole farci entrare in un concetto di salvezza molto più profondo di quello descritto finora; la salvezza che propone Gesù deriva dalla capacità di perdere la propria vita a causa del vangelo. Perdere la vita significa, in questo caso, attuare le condizioni che Gesù ha posto: rinnegare sé stesso e caricarsi la propria croce. Gesù ci ha insegnato che – mediante la capacità di mettersi al servizio degli altri, di non sfruttare gli altri, di non dominarli, di non avere nessuna paura di perdere la propria faccia per portare fino in fondo questo impegno di lealtà e di manifestare l'amore che Dio ha manifestato in Gesù - io dimostro di essere una persona veramente libera, perché la morte di per sé non mi fa paura. Nessuno mi può togliere quella vita, che già nasce da questa mia apertura alla vita stessa che Gesù mi ha comunicato, dando lui stesso la sua vita per me. È un discorso che Gesù presenta come un gioco: mettere in salvo, perdere per mettere in salvo.

Tante volte, nella teologia, si dice che Gesù è venuto a salvarci per potere andare in paradiso, ma non è proprio così il discorso. Se uno pensa che Gesù sia venuto per portarci una salvezza che comporti poi l'accesso diretto al paradiso, si sbaglia.

Questa non è la salvezza di Gesù. Se voi prendete il vangelo di Marco, quando quel giovane ricco va a chiedere a Gesù "Che cosa devo fare per avere la vita eterna?" (cfr. Mc 10,17-22). Gesù dice: "Ci sono i comandamenti, perché lo chiedi a me?". "Quali?" chiede il ricco. E Gesù gli fa una lista dei comandamenti dove gli impegni nei confronti di Dio sono completamente assenti, ma gli impegni con il prossimo sono ben chiari.

Gesù dice in buona sostanza "se tu ti impegni a favore del prossimo, questa vita la possiedi già, anche se non credi in Dio" perchè Gesù non ha nominato Dio in questo elenco di comandamenti ricordati al giovane ricco.

Gesù sta dicendo che la salvezza che vuole dare, già la si sperimenta in questa vita. Non si deve aspettare dopo la morte per dire: sono in paradiso, ma già qui, mentre vivo, sento una qualità di vita che mi rende completamente diverso, che mi fa apprezzare fino in fondo tutto quello che passa per le mie mani, tutto quello che incontro nella mia vita. La vita non è una "valle di lacrime"(8), ma il posto dove iniziare a vivere felici, nonostante i problemi, le difficoltà ed i dolori(9).

Arrivato il momento della morte, questa morte non sarà altro che un passaggio verso una dimensione ancora più grande di questa pienezza che sto vivendo.

 

Note: 1. La presente esegesi è liberamente tratta dall'intervento tenuto da P. Riccardo Perez OSM durante la X Settimana Biblica svoltasi dal 30.06 al 05.07.2003 presso il Centro Biblico G. Vannucci di Montefano (Mc). – 2. La figura del Messia figlio di Davide era profondamente radicata nella mentalità giudaica, e rappresentava il nuovo grande re atteso da secoli che avrebbe salvato Israele, uccidendo i peccatori e sconfiggendo tutti i nemici, riducendo il mondo in schiavitù sotto Israele. Da non confondere con il Messia Figlio di Dio, il cui significato è totalmente diverso. Gesù non ha mai accettato il titolo di "Messia figlio di Davide", perché questo avrebbe stravolto completamente il senso della sua predicazione. Ha rifiutato anche il titolo "Messia Figlio di Dio", almeno fino al confronto con Pilato, quando ormai ogni cosa era compiuta, perché non voleva essere arrestato per bestemmia prima del tempo. Ha invece sempre accettato il titolo "Figlio dell'uomo" perché questo si rifaceva al senso datogli da Daniele (cfr. Dn 7,13), cioè di uomo che raggiunge la massima pienezza della natura umana. – 3. Satana, in ebraico, non è un nome proprio di persona, ma un nome comune che indica una attività, quella del pubblico ministero, dell'avversario in un processo, quindi di un oppositore. Il satana era un funzionario della corte persiana che girava per le regioni e guardava il comportamento dei governatori: se uno si comportava bene lo segnalava al re per farlo promuovere, per premiarlo; se uno si comportava male lo segnalava al re per castigarlo, eventualmente anche con la morte. Inoltre Marco usa nella sua opera una tecnica letteraria, molto in voga in quei tempi, detta inclusione, che consiste nell'iniziare due frasi o due brani con la stessa parola; questa tecnica permette a Marco di collegare il brano ove per la prima volta nomina il satana (la tentazione nel deserto) con quello in cui lo nomina per l'ultima volta (che è il brano in esame), mettendo in stretta relazione i due episodi. Ovviamente questo lo si può apprezzare solo leggendo il testo originale greco. – 4. 40 giorni, nella numerologia ebraica simboleggiano una intera vita, come 40 anni simboleggiano una intera generazione (vedere Genesi, la fuga degli ebrei nel deserto). – 5. Nel vocabolario ebraico la parola "deserto" non ha lo stesso significato che ha in italiano. Non si intende un luogo senza acqua, ma un luogo senza abitanti. Le due cose, ovviamente, possono coincidere. – 6. Mangiare insieme, per la tradizione giudaica, assume il significato di "scambiarsi la vita", quindi un qualcosa di molto intimo che si fa con i parenti e gli amici che condividono le tue idee, le tue azioni, i tuoi comportamenti. Il "digiuno" di Gesù nel deserto non indica quindi un digiuno effettivo (del resto è impossibile digiunare per 40 giorni sia il giorno che la notte, si morirebbe), ma un digiuno affettivo, cioè la mancanza di condivisione con persone che la pensassero come lui. Una conferma di questa impostazione si trova soprattutto in Luca: tutti i pasti che i farisei tentano di fare con Gesù, invitandolo, si interrompono o non cominciano neppure a causa di contrasti, spesso aspri, che sorgono tra Gesù e i commensali. – 7. Ricordo che "caricarsi della croce" nei vangeli non vuol dire assolutamente accettare supinamente le disgrazie che Dio vorrà darci (frase profondamente blasfema), ma perdere la faccia per seguire la volontà di Dio. La dicitura prende lo spunto dal fatto che il condannato alla morte in croce veniva caricato del legno superiore della croce (l'altro era stato precedentemente infisso nel terreno e vi rimaneva per le esecuzioni successive) e fatto passare tra due ali di folla che lo insultavano, lo coprivano di sputi, di feci e di ogni tipo di immondizia, cosa che lo distruggeva moralmente. Gesù così intende che il seguirlo comporterà un trattamento similare da parte di coloro che non accettano il pensiero di Cristo, per cui, prima di decidere di seguirlo, è necessario valutare la propria capacità di sopportarne le conseguenze. – 8. Questo concetto non è cristiano ma è stato assorbito dalla filosofia greca, in particolare dalla filosofia cinica e neoplatonica. – 9. Bisogna stare attenti perché la mancanza di questa sensazione di pienezza, di serenità, di felicità nonostante tutto, deve suonare come un campanello d'allarme: esaminando bene la mia vita potrei scoprire che, sia pure agendo con le migliori intenzioni, potrei avere sbagliato strada. Un esempio, anche se banale: con l'intenzione di aiutare i bisognosi, faccio una bella donazione ad un istituto benefico e penso di avere risolto il problema. Non è vero, non ho pensato che è il contatto umano, il dono di se, il donare ma anche il ricevere durante il rapporto con l'altro, che genera la pienezza della vita. Ecco perché anche chi non ha nulla è in grado di aiutare donando se stesso a chi ha bisogno non solo di aiuto economico ma anche di comprensione e di affetto. E la condivisione dei problemi scaccia la solitudine e genera serenità.